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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Note critiche e note di lettura

Virdimura di Simona Lo Iacono, una lettura di Antonella Pizzo

04 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, simona lo iacono, virdimura

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Virdimura – Guanda pag. 224

Simona Lo Iacono 

“Ero diavola, dicevano i cristiani. Ero impura, dicevano gli ebrei. Ero perduta, dicevano gli arabi.”

Virdimura non è un personaggio di fantasia ma una donna realmente vissuta, un medico di origine ebrea figlia di medico e moglie di Pasquale de Medico di Catania. Fu la prima donna che, in assoluto, venne autorizzata a esercitare la professione medica. Così si legge in wikipedia:
“La dottoressa Virdimura, che si occupava di “medicina fisica” e specializzata nella cura delle malattie interne, chiese alle autorità di esercitare la professione medica, in un eccezionale periodo nella storia mondiale di pace fra cultura cristiana, islamica ed ebraica, per aiutare i malati indigenti che non avrebbero avuto la possibilità economica di sostenere le spese sanitarie, dal momento che le cure e le assistenze dei medici cristiani erano molto costose. Al tempo recarsi dal medico rappresentava un privilegio per pochi; sicché Virdimura volle rendere il suo mestiere una missione.
Era molto stimata per la sua bravura e conoscenza della pratica medica, ma anche per aver alleggerito il lavoro dei medici cristiani che non riuscivano a gestire tutte le richieste che pervenivano. Il suo operato fu rivolto anche alle donne, in un periodo in cui la maggioranza di esse ricorreva alla chirurgia plastica per nascondere la perdita della verginità, la cui scoperta avrebbe comportato onta e stigma sociale. La presenza di donne medico si rese necessaria allorquando le donne si rifiutarono di essere sottoposte a visite mediche da parte di uomini.”
Simona Lo Iacono ha tratto ispirazione da un documento conservato nell’archivio storico di Palermo, da questo è nata questa biografia storica romanzata. Non si sa molto della vita di Virdimura se non a grandi linee. La scrittrice ha saputo tramite la sua scrittura in siciliano antico riportare in vita Virdimura, una donna fiera e coraggiosa vissuta nel 1300, che non teme la Commissione di giudici, presieduta dal Dienchelele, riunita per decidere se concederle la licencia praticandi in scientia medicine circa curas phisicas corporum humanorum, maxime pauperum.
Virdi-mura, verde come il muschio che affiora dalle mura di Catania che il padre Uria usava raschiare per farne delle medicine. Virdimura fu il nome che le diede il padre. La madre era morta mettendola alla luce e Uria era solito portare la bimba, ancora neonata con sé. Fino a che la bimba cominciò a camminare, allora le fu concesso di camminare fra i letti dei malati, avvicinarsi a loro, imparare a curarli così come faceva il padre Uria, che del suo mestiere aveva fatto una missione.
“Pur essendo esule, mio padre non volle mai sentirsi straniero e imparò ad abitare ogni parte del mondo. Casa non era un luogo, per lui era una relazione. E ovunque potesse svilupparla, con Dio, con gli uomini, con la natura, con gli animali, edificava camere invisibili. Stanze dove soffermarsi. Edifici che non avevano mura ma nomi da pronunciare, corpi da soccorrere, da curare”.
Catania era una città popolosa, multietnica, abitata da cristiani, arabi, ebrei, ma quando fu colpita da epidemie di tifo e pestilenza qualcosa cambiò. Uria, che non era un uomo venale e che aveva un approccio diverso, più legato alla natura, alle piante, ai minerali, che guarisce i corpi e le anime, un approccio più moderno verso i malati, che era portato all’ascolto, in qualche modo ne restò coinvolto. Rimasta sola Virdimura, supportata dalle provviste e altri materiali necessari alla professioni che il padre, che sapeva che sarebbe stato allontanato, aveva provveduto a occultare in una grotta. Virdimura, senza famiglia, sola al mondo, Ebrea, donna, vittima di pregiudizi razziali e di genere, quando le donne che usavano le erbe venivano considerate streghe e quindi perseguitate, a Catania di nascosto inizia a curare i malati. Sono le donne le sue principali clienti, specie quelle che avendo subito violenza da piccole in vista del matrimonio vogliono nascondere al marito la perdita della verginità. Virdimura deve superare pregiudizi e angherie assieme a Pasquale, figlio di medico, che diventa il suo compagno di vita e di mestiere. Organizzano un laboratorio, ospedale, biblioteca, un asilo, curano gratuitamente chi ha bisogno.
Il romanzo è piacevole e interessante perchè in prima persona questa donna si racconta. Una donna vissuta nel 1300 ma moderna per carattere, determinazione, senso etico e di responsabilità, generosa e per certi versi e amorevole e ammirabile. Un’eroina. La scrittura è elevata e intessuta di siciliano antico, è ben equilibrata. Il romanzo è interessante anche perché fa luce in modo molto dettagliato nell’antica medicina, ricostruendo interventi,  e nella cultura ebraica.
Antonella Pizzo

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“La poesia è un lunghissimo addio.” I “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello

24 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Deborah Mega, Dialoghi con Amin, Giovanni Ibello

 

“Dialoghi con Amin”, uscito nel 2022 per i tipi di Crocetti con prefazione di Milo De Angelis, fin dai primi versi, si presenta come un poemetto oracolare e profetico. Per esorcizzare il timore che la poesia renda “soli”, Ibello intitola “Dialoghi” la sua opera come a voler sancire la necessità del colloquio fra due o più persone. Il titolo rimanda alla tradizione filosofica classica dei dialoghi di Platone, in Ione, in particolare, citato da De Angelis, si afferma che il processo poetico non è dovuto alla conoscenza ma all’ispirazione divina, rappresenterebbe, infatti, una forma di pazzia ispirata dalla divinità. Questo è forse il senso dell’addio, di cui parla Ibello, “addio” nel senso di abbandono della vita cosciente, essendo la poesia al tempo stesso dono e condanna, da cui non si guarisce. L’opera è ripartita in quattro sezioni: Yucatan, Teorema dei roghi, Be aware of God, Luce cariata dall’avvenire. Nell’epigrafe iniziale che introduce la prima sezione sono riportati i versi di una delle prime poesie del poeta arabo contemporaneo Adonis, in cui l’universo è ricomposto in noi in modo indissolubile al punto da non riuscire a individuare l’origine di tutto, chi dei due abbia generato l’altro. Amin probabilmente è l’alter ego dell’autore, voce intima che restò nel noncanto, la vita sognata che non ha mai conosciuto l’amore.  Frequenti sono le metafore, sparse per tutto il testo, cimitero della sete, santuario delle nebbie, coltre di spilli, che evocano immagini e riferimenti intertestuali di ampliamento del testo in cui si cerca al tempo stesso di perseguire una sorta di economia espressiva che stimoli la meditazione e lasci spazio al silenzio, vero grande protagonista dell’opera. Segue un altro esergo di grande efficacia, questa volta tratto da Cristina Campo: “Di ogni parola inutile ci sarà chiesto conto”, che invita a celebrare il silenzio inteso come atto meditativo e consapevole. Se vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola  / che sia una, scrive il poeta, la parola taciuta permette l’implosione, la lacerazione che auspica. L’introspezione risuona dal profondo e si apre alla percezione sensoriale della realtà che ci circonda, superandone la frammentazione e interiorizzandola. La dimensione dialogica tra il sé e il proprio doppio appare a tratti irreale e delirante, la poesia si fa lamento, imprecazione, bestemmia fino a giungere al disincanto e alla constatazione amara Amin, noi siamo soli. Nessun verso sconta la primavera, scrive l’autore. “La morte si sconta vivendo”, scriveva Ungaretti, il sollievo della morte si paga con le sofferenze della vita. Qui la liberazione desiderabile è la primavera, il prezzo da pagare è il verso, peccato che nessun verso riesca a scontare la primavera. Ibello, però, sa bene che occorre fare del corpo la misura del tremendo perché il verso sia fecondo. La seconda sezione si conclude con un’altra citazione, questa volta di Alessandro Ceni, tratta da Mattoni per l’altare del fuoco, in cui afferma l’inevitabilità della caduta oltre al fatto che sia eterna e definitiva. Anche il rapporto con Dio è difficile e controverso. A volte è invocato, Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire / poco a poco / insegnaci il dialogo amoroso / tra i picchi delle braci / e l’arpionata notte, a volte deriso, mentre ancora / tiri a sorte la vena / dio anatema, / ti sfiori trasognato le palpebre…, delle cose lontane, dio demente / che scalcia / nel grembo della cancellazione, del fiore nero, dei deserti. Del resto il cifrario di dio è una giostra di tagliola e vento. Frequente è l’utilizzo del tono aforistico-oracolare e di termini mistici che concorrono a creare un approccio immaginifico e numinoso, ai bordi dell’onirismo: occhi crociati, rito, santuario, vergine, crisma, diluvio, alleanze, urlo angelicato, osanna, ali, divinazione, scisma, santi, urlo luciferino, salmodiare, battesimo, sacerdozio, preghiera, luce. Nella terza parte dei Dialoghi Dio è ritrovato nel talento di Maradona, simbolo di genialità e sregolatezza. Seguono alcuni versi di Insana de La clausura, “Vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo”. Svuotarsi del superfluo purchè si scriva, che significa ammettere la colpa, dice Ibello. Infine giungeremo al sonno eterno, assisteremo alla retrospettiva lenta dell’infanzia e alla campionatura degli amori che avremo vissuto. Lo sguardo del poeta indugia frequentemente sugli elementi della natura, il sole è una biglia di benzodiazepine, è infartuato, perfino la gioia nasce incendio e muore sole, la luna è nuova, esiliata, pietraluna, mezzaluna che ricorda la Mesopotamia, talvolta citata insieme alle ziqqurat. Ibello menziona le stagioni ed evoca atmosfere sospese e misteriose ricorrendo all’utilizzo dell’analogia e della sinestesia. In diversi passaggi il poemetto non è esente da elementi simbolisti talvolta di taglio crepuscolare. Il poeta, depositario di illuminazioni improvvise e di rivelazioni, diviene suo malgrado il veggente, custode di arcane verità e, dunque, come tale, il solo in grado di raccontare la sua lacerazione che supera la dimensione intimistica per diventare dolore universale.

Deborah Mega

*

 

Parte prima. Yucatan

 

Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l’ombra di un ago sul fondale,

la panacea di un abbandono.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell’arco cinerino.

È tutto calmo

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepina.

C’è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L’estate,

una valanga di aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola,

non parlare.

Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

 

La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profanato nell’acquaio

agli insetti fulminati nell’insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L’incanto di una teleferica,

l’esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell’assillo di aranceti

che ritorna.

Era l’affanno antico,

l’anemone del giorno

divelto sopra i silos.

 

 

I fiori di tarassaco sulle rotaie

annunciano il disfacimento.

Questo è il cifrario di dio:

una giostra di tagliola e vento.

 

 

sonno pulviscolare

 

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, me- scoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verrà… la chiromante delle ustioni”.

 

 

Verrà la vergine dei falò

verrà la vergine dai seni ulcerati,

un altrove di baci

al kerosene

un altrove di spine e diademi.

Ma noi

dimenticati relitti

ci amiamo nel buio degli hangar

e ripetiamo giaculatorie

dinanzi a un dio demente

che scalcia

nel grembo della cancellazione.

 

Parte seconda. Teorema dei roghi

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro.

E il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Parte terza. Be aware of God

25 novembre

 

3.

 

Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

Per ogni fuoriclasse spento

che accarezza la palla con la suola,

che infila l’incrocio dei pali, e non esulta.

Come una prostituta annoiata da dio

anche tu volevi fare alta la vita.

Cercavi il tuono nelle serrande,

dribblavi fiori, altalene,

elefanti di vetro. Dicevi:

“Sono felice perché non sono qui”.

 

Parte quarta. Luce cariata dall’avvenire

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia,

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme.

 

 

Giovanni Ibello, testi tratti da “Dialoghi con Amin”, Crocetti Editore, 2022

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“Divenire” di Valentina Marzulli, Eretica Edizioni, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

01 lunedì Apr 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Rita Bompadre, Valentina Marzulli

“Divenire” di Valentina Marzulli (Eretica Edizioni, 2023 pp. 60 € 15.00) cattura l’energia ispiratrice dello svolgimento del tempo intorno al passaggio esistenziale del mutamento. La poetessa intuisce nel divenire qualcosa che diviene, nel movimento interpretativo della realtà, che si manifesta e si dissolve nelle contraddizioni emotive, non disperde l’essenza originaria dell’evoluzione passionale ma la rinnova. Continua a leggere →

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Esercizio alla gioia. Breve nota di lettura di Christian Negri a “Smarginature” di Giorgia Esposito, Lietocolle, 2020.

19 lunedì Feb 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Christian Negri, Giorgia Esposito, Smarginature

 

Smarginature (LietoColle, 2020) non è un libro da leggere: è un libro da accettare. Nel mettere in scena un dissidio – il suo, quello di tutti – Giorgia Esposito trascrive un dilemma che non può essere dipanato, se non con ciò che potremmo chiamare una forma di fede, un patto poetico-pragmatico. Di fatto, al centro della materia del libro c’è l’io lirico con i suoi traumi, i suoi desideri, le sue amicizie, e quello che si predica è la sua esemplarità. Se gli accenni al concreto, per quanto nitidi, non fossero sfumati dalla tenuta sovramondana dell’insieme, potremmo parlare di un’opera di formazione, di una narrazione in versi in cui la poeta, schiudendosi al pubblico, se ne pone a sintesi e modello; ma questo non accade e il dibattersi ondisono di Esposito assume pagina dopo pagina il bruciore della mistica.
Perché quando nella poesia di apertura viene detto che «qualcuno sta cercando i suoi,/ il non ritorno, il bacio sulla fronte/ del padre» e due pagine dopo «l’acqua non purifica,/ non ripara, non è più ritorno vitale», si sta mettendo a paradigma sottotraccia una cosa sola: l’impossibilità. Quante volte in Smarginature i desideri vengono frustrati, come quando il desiderio di immensità di Marta viene ridotto a «una forma di schizofrenia,/ una distorsione della mente». Insomma, viene posto un netto confine alle velleità del soggetto, una linea che ricalca la massima delfica del μηδὲν ἄγαν, ‘nulla di troppo’, ed è ciò che anche Augusto Pivanti rileva nella sua breve nota al volume. Questi parla di una coabitazione tra la «riduzione dei margini» e «l’espandersi oltre i margini», ma non può essere ignorato che, quando i margini si serrano, l’io è infelice. Già nella prima lirica si parla di infelicità, e ancora questo accade in tutti quei momenti soggetti alle incursioni della memoria. Che si tratti di «foto di figli,/qualche santino» o di un ineluttabile «spettro di ereditarietà/ mal smaltito», la sostanza non cambia: il ricordo traccia margini, genera sofferenza, tanto che «il pensiero divora le teste/ e le risputa matte». È questo il primo termine del paradosso di Smarginature: lo statuto di astrattezza per eccellenza, il pensiero, si sostanzia in situazioni tanto reali da non poter esser evase. E qui si gioca tutto il rovesciamento del libro: la possibilità di smarginare, di esorbitare in una serenità totale viene raggiunta solo se ci si affida al concreto, ai «residui sensoriali» e in primis al corpo. Infatti, «la voce non copre la mano che trema» e poco più avanti smaccatamente si dice che «i corpi ci chiamano per resistere/ all’orrore», perché rispetto al pensiero, la carne non pone filtri o forme di mediazione, non può ingannare e ricorrendo a lei i problemi vengono affrontati di petto, non ruminati. Ma c’è di più: il corpo è un sistema chiuso, limitato, conoscibile e i suoi confini sono delineati con chiarezza, non così quelli della mente Perciò il rapporto tra i due appare veramente quello tra il cielo e «la feritoia da cui scocca la luce», come a ribadire ancora una volta la direzione perseguita dal libro: per non smarrirsi occorre procedere dal micro al macro, smarginare a partire dal comprovato caposaldo di quella fisicità che appare spesso come ben più di una pura manifestazione del proprio mondo interiore. Insomma, Esposito propone una disamina analitica del rapporto mente- corpo e delle sue conseguenze sulla tensione alla felicità, tanto che l’orizzonte dell’operazione, che ad un tempo schiude e riserra questo binomio inscindibile, pare essere quello di una filosofia morale. La difficoltà del processo viene superata sul piano formale attraverso il sistematico ricorso a sentenze e casi esemplari, in un sistema gnomico che parrebbe essere nelle intenzioni dell’autrice l’unica soluzione ad una «testa indecifrata». Eppure, la lucidità complessiva del libro costituisce il migliore antidoto, esorcizza la paura di restare irrisolta e ci consegna una possibilità di azione senza mezzi termini. Smarginature ci parla di questo, di una felicità immensa e sbrigliata, della quale si ammette una sola possibilità di movimento: la crescita. In antitesi – ma forse bisognerebbe dire in commistione – con la gioia, in ogni lirica vengono inserite tessere disforiche a costante monito del fatto che «restare al centro» è complicato e possibile solo desiderando «l’intero nella crepa» nella piena accettazione: del corpo, dei margini, della sofferenza. Prima di ribellarsi.

**

Christian Negri vive in provincia di Lecco e studia Lettere Antiche alla Statale di Milano.
Sue poesie e contributi critici si trovano sul web.

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Mattino e sera di Jon Fosse lettura di Antonella Pizzo

18 giovedì Gen 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Racconti

≈ 1 Commento

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Antonella Pizzo, Jon Fosse, La nave di Teseo, Mattino e sera

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La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.

Mattino di Cesare Pavese

Mattino e sera di Jon Fosse La nave di Teseo, 2019
Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese nato nel 1959, «Per le sue opere teatrali e la prosa innovativa che danno voce all’indicibile» è stato il vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 2023. Per meriti letterari ha avuto l’onore di essere ospitato, per un certo periodo di tempo, a Oslo nella residenza reale di Grotten. Vincitore di moltissimi premi, tra i quali il prestigioso Premio Internazionale Ibsenil Nynorsk Literature Prize, lo Swedish Academy’s Nordista Pris, il Premio Ubu, l’European Prize for Literature, il premio Willy Brandt, è stato tradotto in numerose lingue. Oltre a testi riguardanti il teatro ha pubblicato in Italia i romanzi Melancholia; Insonni; Mattino e sera (tradotto da Margherita Podestà Heir); L’altro nome. Settologia. Vol. 1-2; Io è un altro. Settologia. Vol. 3-5.
Matino e lasera è uscito nel 2019 ed è edito dalla Nave di Teseo. Il mattino e la sera sono il principio e la fine di ogni giorno, anche la sera non rappresenta la fine del tutto poiché dopo il buio torna a splendere la luce, così ciclicamente a ripetere.

La storia è semplice ed è la storia di tutti, si nasce e si muore. Nasce un bambino che si chiama Johannes, farà il pescatore, muore un uomo che ha lo stesso nome ed è stato un pescatore. Non è chiaro se si tratta dello stesso uomo o sono due uomini qualsiasi che per mera combinazione hanno vissuto negli stessi luoghi, che portano lo stesso nome, che hanno fatto l’antico e identico mestiere di pescatore. Un mestiere che si tramanda di padre in figlio.
Marta la moglie del pescatore Olai, un mattino partorisce un bambino che chiameranno Johannes, come il nonno, anche lui sarà un pescatore come suo padre. In quel mattino particolare le energie sono forti, le tensioni straordinarie. Olai si prende la testa fra le mani, è preoccupato, teso. Marta grida, la levatrice richiede l’intervento del padre, vuole che porti dell’acqua calda. Sarà una nascita travagliata, come una lotta immane, grida di dolore squarciano l’aria nell’isoletta immersa nel freddo, gelo, ghiaccio, stridore, urla, angoscia, ansia, spinte verso la luce che si intravede ma tarda ad arrivare. Il male e il bene sembrano scontrarsi, il buio e la luce si affrontano in una lotta immane. Poi tutto si compie, Il bimbo nasce, fa iI suo rimo respiro e il suo primo vagito, gli si aprono i polmoni che si riempiono di aria e tutto si quieta e placa.
Tutto scorre come un fiume, bisogna abbandonarsi alla corrente, lasciarsi andare senza opporre resistenze, solo allora si potrà giungere alla destinazione finale. Fino al grande mare dove tutto si placa, dove non esiste più il tempo e lo spazio: «Adesso noi due saliremo sulla barca e partiremo. Dove andremo? Adesso fai domande come se tu fossi ancora vivo. Da nessuna parte? Dove andremo, non è nessun posto e per questo motivo non possiede neppure un nome». «Adesso spariranno le parole», dice nel finale Peter, il migliore amico di Johannes. Non esiste più la materia, i corpi come li conosciamo, non esiste più il dolore, non più il mare, jam in ebraico, le grandi acque, il diluvio, l’oceano, simbolo del caos primordiale, della morte, del nulla, del male, spazio popolato da mostri. Cantava Fabrizio De André nel Testamento “Questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli.” Diversamente qui si nasce soli ma quando si muore, nella sera della vita, si è accompagnati da chi hai conosciuto, da chi hai voluto e ti ha voluto bene, da chi ti è stato accanto durante il tuo percorso terreno. Quando il vecchio pescatore si sveglia sembra un giorno come un altro eppure fa un incontro inaspettato e strano. Si imbatte in Peter, l’amico fraterno morto da tempo, venuto a prenderlo e accompagnarlo nel regno dei morti. Johannes non realizza che il suo amico è morto, anche se è scheletrico e ha i capelli lunghi. Johannes è confuso, si trova in una dimensione borderline, fra la vita e la morte non c’è quello stacco netto come fra la non nascita e la nascita, quando l’ossigeno penetra nei polmoni e brucia. Non vi è uno stacco netto come al mattino della vita, la sera è dolce e quieta. Non ci sono urla e travagli, non ci sono compressioni e spinte. Il pescatore è ormai anziano e si muove con lentezza eppure si sente leggero. La temperatura fuori è gelida ma a lui l’aria sembra calda. Tutto è come sempre eppure sembra tutto cambiato. Johannes vorrebbe andare a pescare ma si ricorda che stranamente non può più farlo da quando si è accorto che, contravvenendo a tutte le leggi della fisica, l’esca non affonda ma resta sospesa a metà. Tutte le leggi sono sovvertite, il sassolino buttato a Peter lo attraversa. La signorina Pettersen di cui lui era innamorato è tornata a essere giovane come un tempo. Anna che Johannes avrebbe voluto sposare è ancora incinta. Erna, su moglie, madre dei suoi sette figli è viva anche se morta ormai da tanto tempo. Lui vede e parla con sua figlia Signe ma lei sembra non sentirlo, vede il suo sguardo impaurito. La scrittura è potente e poetica, come un flusso di coscienza, fra la nebbia e la luce, i contorni sono sfumati o abbaglianti come i raggi di sole sulla neve. Mattino e sera è una lunga novella scritta con uno stile fluido, nessun punto, solo virgole. Non puoi fermarti, nessuno può fermare lo scorrere del tempo e il ciclo della vita. Ma nessuno può impedire la morte. Nessun vivo può trattenere un morto. Alla fine il punto arriva a fermare il tutto, anche se Fosse quel punto non lo mette neppure alla fine del romanzo, quando resta lo spazio bianco e sono finite le parole. Tutto scorre ma tutto resta impresso, tutto è vero ma tutto nel contempo esiste solo nei ricordi, nel ciò che è stato e che non sarà più. Resta un pugno di terra sulla bara, dei granchi rimasti invenduti, il buio, ma anche l’amore che vola in cielo sotto forma di nuvole bianche, resta il mare dei pescatori, il mare azzurro e calmo, senza un punto finale.

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Pianure d’obbedienza, Marina Minet (Macabor 2023). Nota di lettura di Maria Pina Ciancio

21 giovedì Dic 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Macabor, Maria Pina Ciancio, Marina Minet, Pianure d'obbedienza, POESIA

La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni. La silloge è divisa in quattro parti. La prima, “Le lodi del sentiero”, espone la quotidianità della fede e le diramazioni interiori che ne confermano il valore nel tempo. Nella seconda parte, “Guerre e lampade”, lo sguardo si sposta nei territori desolati della guerra in corso, valorizzandone l’aspetto umano nei dettagli dell’anima e del corpo. L’assoluzione per quei soldati, figli, padri e madri anche loro e l’accorata necessità d’inviare un messaggio ai potenti della terra. La terza parte, “Preghiere”, non di meno sublime, solleva i quesiti più intimi, senza mai trascurare l’altro nelle vicissitudini di vita più comuni, in un’ispirazione di rara devozione. L’ultima parte, “Foglie capovolte”, quasi come risposta a un sentire universale, affronta il tema della morte, del dolore per la perdita, del ricordo e del perdono, pur mantenendo sempre desta la luce della fede.
La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta, per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto,
sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.

Maria Pina Ciancio

Se mai c’è stato

Incontro

Se mai c’è stato un giorno in cui non mi eri accanto
Signore, io non lo ricordo
Vi erano stanze allora, arse come grembi nei deserti
e giare di lacrime arginate come albe di novembre
quando il giorno tarda ad affacciare

L’inverno cadeva per sentenza
gelandosi al vissuto sotto i marmi
e scialli capovolti vestivano le sedie per i lutti
sbiadendosi al saluto
in calca fra i bisbigli in processione

Io non lo ricordo quando tu non c’eri
e se lo ricordo mi aggrappo a un rifiuto
a un verbo senza frutto, d’amara mietitura
e ai torti che reclamano le strade da padroni
scavandole d’orgoglio e di altre morti

Il tempo si fermava, presagio in un binario
le porte chiuse offese, l’impazienza
e il varco d’ogni fronte strappava un passo in meno
davanti al volto cieco della meta
estranea a quella grazia mai fuggente

Se è vero che la Croce racchiude il tuo segreto
accordami un frammento che dia sopportazione
e lasciami così, senza conforto, incerta nella luce
e vigile alle tenebre pungenti
finché questa memoria mi abbandoni

(Marina Minet, da Pianure d’obbedienza, Prefazione di Silvano Trevisani, Macabor 2023)

*

Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso in Sardegna e attualmente vive a Roma.
La sua scrittura rivolge un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle naturali inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Ha pubblicato le seguenti monografie poetiche: “Le frontiere dell’anima” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006), “Il pasto di legno” (Poetilandia, 2009), “So di mio padre, me” (Clepsydra Edizioni, 2010), “Onorano il castigo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2012), il racconto breve “Lo stile di Van Van Gogh” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014), le sillogi poetiche “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015),“Scritti d’inverno” (a cura del premio Città di Taranto, 2017), “Pianure d’obbedienza” in corso di stampa. Fra le altre pubblicazioni ricordiamo i romanzi collettivi al femminile “ESTemporanea” (Liberodiscrivere® edizioni, 2005) e “Malta Femmina” (Ed. Zona, 2009), il poemetto in prosa-poetica “Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto” (da Amantidi – Vittime, Magnum Edizioni, 2006). Una sua fiaba per bambini è stata pubblicata nella raccolta antologica “A mezz’aria” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006). Il racconto-poema “Metamorfosi nascoste” è apparso nell’antologia “Unanimemente” a cura di Gabriella Gianfelici e Loretta Sebastianelli (Ed. Zona 2011).
Recentemente compare nelle riviste “Frequenze poetiche” (2023) e Il Sarto di Ulm (2020). Nelle Antologie “Italia Insulare I poeti” (Macabor, 2021 ), Secolo donna (Macabor, 2018) , “Voci dell’aria” (Exosphere PoesiArtEventi Associazione Culturale, 2014), “Teorema del corpo – Donne scrivono l’eros (Ed. FusibiliaLibri, 2014) e nella plaquette collettiva “Le trincee del grembo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014).
Ha vinto numerosi concorsi letterari, tra cui il I° Premio alla V edizione del “Concorso Letterario Internazionale Isabella Morra, il mio mal superbo 2015″ (poesia inedita), il I° Premio alla IX edizione del “Concorso Letterario Nazionale Città di Taranto 2015” (poesia inedita). Da anni collabora alla gestione del Magazine LucaniArt. Si occupa, inoltre, di divulgare la sua passione per la poesia, attraverso l’ideazione e la realizzazione di interessanti “video poetry” che è possibile visionare sul suo canale youtube.
Il sito web dell’autrice: https://marinaminepoesie.wordpress.com/

Riferimento al libro: https://www.macaboreditore.it/home/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/239-pianure-d%E2%80%99obbedienza.html

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“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti, Carello Editore, 2023. Una lettura di Rita Bompadre.

11 lunedì Dic 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre

 

“Il viaggio e la speranza” di Alfredo Alessio Conti (Carello Editore, 2023 pp. 46 € 12.00) è una conferma poetica all’orizzonte di un itinerario dentro la parola divina e umana, il varco di un confine sacro in cui il cammino esitante dell’uomo è la prima, necessaria missione della coscienza interiore per intraprendere la migliore esperienza della vita. Il percorso di Alfredo Alessio Conti circonda il tracciato fragile e sofferto del tempo presente, alimenta la traccia esplicativa di una liturgia emotiva, scandisce il movimento interpretativo dell’esistenza, la linearità geometrica di ogni profondo ed essenziale verso, segue la complessità incessante del fondamento della conoscenza.

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“Baratri tiburtini” di Ilaria Petriglia. Una lettura di Rita Bompadre

11 lunedì Set 2023

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Baratri tiburtini, Ilaria Petriglia, Rita Bompadre

 

“Cala queste ceneri e cerca tra l’universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo “Baratri tiburtini”(L’Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l’umanità dipinge la propria prospettiva d’identità attraverso l’evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l’invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l’ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l’incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell’abisso, interpreta l’intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. “Baratri tiburtini” varca l’accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l’estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l’inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un’intesa con l’ordine naturale delle cose, con l’equilibrio empatico delle sensazioni, contro un’attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell’inchiostro, oltrepassano l’elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell’io poetico, accostano l’immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell’unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l’arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l’urgenza purificatrice per reagire all’assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l’occasione per ascoltare il sussurro dell’anima, per trattenere l’inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell’amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l’esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l’insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell’energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all’incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell’amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Baratri tiburtini

 

Le parole caddero in silenzio

da una nuvola,

nei baratri tiburtini.

I pensieri desiderati si fecero spazio

in una teca trasparente

agganciati in due punti:

il cuore e la mente.

Proprio lì

tra una lama

e delle parole calandrate dal tempo

trovarono finalmente il loro interstizio.

 

(X) Il valore assoluto

 

Ho bisogno di me.

Di me che sto bene.

Di me che sto bene con me.

Forse allora potrò stare con te.

E amare per davvero l’indecifrabile.

 

Trabocco

 

Insieme siamo l’ago

di quel trabocco

quei bracci protesi sul fiume

e ancorati alla roccia.

 

Autunno

 

Guardar(si)

con lo stesso obiettivo di una foglia

accartocciata

e cercare oltre.

Avvolger(si)

tra le foglie indurite e

braccheggiare altrove

le lamine che mutano la propria sostanza,

dirigersi lì, lontano dall’essenza.

Lì in fondo c’è il dove.

C’è cosa.

C’è casa.

 

Due imperfette equivalenze

 

Stiro i miei panni sbuffati

tutte le sere e li consegno a te

afferro i sogni tra le pieghe sgualcite

mi illudo di essere illesa

e mi do a te

anche se la mia mente

ogni tanto sgattaiola altrove,

sto venendo – via

pronuncio parole vuote e stupide

rimango abbracciata a questi precipizi aerei

li contengo

intanto che il mondo ruzzola

come volontà e rappresentazione

spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;

ritorno all’essenziale: io meno te.

Ho sete

di nuovi spazi ed eccessi

di cattive abitudini:

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“La bambina, il carro e la stella” di Floriana Coppola, Terra d’ulivi edizioni, 2022, Una lettura di Cinzia Caputo

01 sabato Lug 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Cinzia Caputo, Floriana Coppola, La bambina il carro e la stella

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Kahlil Gibran

L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento. Per svolgere questo difficile compito gli è a volte necessario sacrificare la felicità e qualunque cosa che renda la vita degna di essere vissuta per l’uomo comune.

C .G. Jung

Romanzo lirico / iniziatico, quello della scrittrice Floriana Coppola, infaticabile costruttrice di edifici poetici. In questo romanzo forte e intenso,   la parola è la vera protagonista, perché è la conquista di un accesso al mondo, di un riscatto doppio, sia sociale che femminile.

Marika è una bambina Rom che impara a leggere il mondo grazie a una madre che nella sua ambivalenza, esprime il conflitto tra sottomissione e ribellione, Marika, con una volontà eccezionale, come la volpe morde la zampa pur di fuggire dalla sua trappola,   sottoscrive la seconda e imparando a leggere, scopre i significati del mondo  trasformando il suo. Un mondo a cui togliere il male per restituire bellezza attraverso il suono, il canto, e la magia delle parole che tanto l’affascinano.

 Il suo  è un universo abitato nel  dolore, nella violenza e nella bruttezza, ma in cui si evidenziano anche figure positive, come quella del saggio nonno Marek  che le insegnerà la libertà attraverso la  musica, da cui partirà il suo viaggio di non ritorno verso  la sua personale forma di riscatto sociale; mentre la figura della nonna gitana che legge i tarocchi, nutre il suo immaginario e le dà profondità. Le immagini sono in questo caso delle frecce che indicano il destino, il gioco dei tarocchi è come una una educazione immaginativa che non è pura fantasticheria come insegna  Hillman, ma un trarre fuori ciò che sta dentro, le nostre immagini infatti, ci abitano e ci prevengono e nostro compito è trarle fuori. Ciò significa  passare dal livello narrativo a quello immaginale, dove nel registro narrativo il senso emerge solo alla fine, mentre  in quello immaginale il senso è in ogni istante. I tarocchi quindi,  sono immagini archetipiche che permettono di  leggere la realtà in modo simbolico e la spingono fuori dalla realtà cruda e concreta di quel mondo pieno di rituali antichi e brutali, che la espongono nuda  al freddo per lavarsi  fuori dalla rulotte  in tutte le stagioni, perché non bisogna contaminare l’interno, eppure Marika riesce a prendere il meglio di tutto e di tutti, come a volte accade a esseri speciali dotati di polvere magica che spargono su chi li circonda. Il discorso che attraversa il romanzo di Floriana è anche politico sociale, la denuncia di tutte le emarginazioni, ma coglie anche in modo sottile il potenziale valoriale di una cultura che si contrappone allo spreco consumistico della nostra società altrettanto violenta e inquinante, mentre riconosce a quella Rom il valore del recupero, del rammendo, tutto si aggiusta…I gagè buttavano tante cose ancora utili e loro le raccoglievano. Due operazioni complementari. Loro gettano e i rom riutilizzano.

Era una ricerca semplice silenziosa. Un continuo rimpallo di paragoni tra un modo di vivere futile, fatto di eccessi,  effimero e vuoto e un mondo povero, essenziale, ma anche colorato, allegro e creativo.   Anche il mondo femminile apparentemente ricco e libero, in realtà è come un burca creato dalla prigione della bellezza ad ogni costo, mentre l’altro sinceramente maschilista e gerarchico assume il valore dell’autenticità. In un continuo confronto tra il mondo rom e il mondo dei gagè si alternano e si rispecchiano il male e il bene, come quello dell’usuraio Pavol, sudicio e pappone che spaventa la piccola Marika e quello delle banche allo stesso modo usuraie travestite e autorizzate, o quello dello sfruttamento del lavoro. Ognuno aveva il suo inferno in terra, ovunque c’erano i vampiri, che succhiavano il sangue della povera gente. Dove a  un Mangiafuoco Pavol  non si contrappone più l’angelo Marek Geppetto che salva e perdona, e dalla pancia della balena non si esce vivi. Il padre infatti, divorato dal livore e dall’avidità,  si trasforma in un lupo minaccioso, e non sarà mai più  quello dell’infanzia. Era scomparso il padre ragazzo che giocava, che sorrideva. Il padre bambino con cui correva nel cortile, che la lanciava per aria, facendola ridere. In poco tempo era diventato un lupo, suo padre. Un lupo selvatico e ombroso. È con queste figure spaventose che  lei attraverserà, come in una terra di mezzo senza protezioni,  quel momento delicato della sua adolescenza, in cui non senza vergogna si vive la trasformazione del corpo, da neutro a sessuato a desiderabile da uomini cupi e bramosi, con  il terrore di restare anche lei vittima dell’abuso che viene inferto alle donne.

“Sto sanguinando. Che cosa mi sta succedendo?

Marika, stai calma. Sei diventata donna. Ora devi stare più attenta a non strofinarti con i maschi se non vuoi rimanere incinta. Prendi questo e asciugati. Niente di grave. Dura tre giorni e poi passa.

Furono le parole della madre, secche e concise, sbrigative. Marika si andò a lavare. Sentì una strana sensazione di ca­lore al basso ventre. Era una donna. Una donna di dodici anni, con i calzet­toni stropicciati che scendevano alle caviglie, le scarpe da ginnastica, la tuta usata del fratello e ancora lo sterno con due accenni di olive come seni. Eppure sentiva di essere una femmina, per certi sguardi dei maschi sulla sua bocca carnosa, sul sedere piccolo e sodo. Quel lieve torrente rosso tra le gambe era una promessa di piacere, un’eredità nascosta di sofferenza, un marchio di genere. Ma lei non sentiva di appartenere a nessun genere. Era di passaggio anche nella pelle. Pelle di serpente, mutazione di farfalla, trasformazione pri­mitiva della creatura senza nome.

Non toccare niente in questi tre giorni.

Cosa non devo toccare?

Ora : Lei sapeva il rischio di essere tra corpi prossimi.“

Attraverso le peripezie come in una fiaba,  che in effetti incontriamo, l’autrice utilizza tutte le forme dell’universo simbolico per inoltrarci nello spazio interiore di Marika che scoprirà attraverso la fiaba di Pinocchio la possibilità di perdersi e anche quella di ritrovarsi specchiandosi nel suo Alter Ego biondo e  dalla carnagione chiara, contrapposta alla sua capigliatura e pelle  scura, che diventerà la sua Fata Turchina, quella che potremmo anche definire ideale dell’io,  che le permetterà di affrancarsi da quel mondo che la schiaccia e imprigiona. Da lì  verrà fuori portandosi il meglio,   le permetterà infatti, l’unione dei mondi, non senza la sofferenza del tradimento. Si tratta di dire sì a sé stessi, come direbbe Jung, di porsi  dinnanzi a sè stessi come il compito più grave. È questa infatti, la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare, la nostra individualità. Quest’arte del diventare sé stessi non è incoraggiata dal collettivo, volto al mantenimento dell’uniformità, mentre vede nella diversità l’incombere di una minaccia.   Per amarsi bisogna tradire e acquisire la capacità di esser soli, questa la chiave di un appassionato racconto di amore ribelle verso la vita di  chi con audacia sa prendere la sua parte.

Cinzia Caputo

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“Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, Edizioni del foglio clandestino, 2022. Una lettura di Loredana Semantica

27 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Abitare gli abiti, Lina Maria Ugolini

Ho per le mani da qualche settimana “Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, sottotitolo “Bucato in versi”. Edito nel 2022 da “Edizioni del  Foglio Clandestino”. La casa editrice cura un aperiodico “Il foglio clandestino”, appunto, del quale vanta la raffinatezza delle confezioni, oltre che la qualità del contenuto e anche in questo caso non si smentisce. E’ accattivante e al contempo elegante la copertina del libro, anche nella quarta dove il filo dei panni stesi sventola di foulard fiorati e pashmine arabescate. L’opera grafica in copertina s’intitola “Nel vento…” ne è autrice Monica Auriemma. Il libro è di poesia e si caratterizza sin da subito per essere tematico.

Si scrive sempre per ispirazione più o meno guidata, c’è un’ispirazione nascente che gorgoglia dall’esperenziale, esplode nel quotidiano e avvampa in un frustata di parole incontenibili e c’è un’ispirazione più ragionata che costruisce un architettura e traduce il “progetto”. Progetto che poi non è altro che strutturare un’opera con un’idea progettuale iniziale. In questo caso il talento e l’ispirazione son maggiormente controllati con risultati diversi dalla “pollosità” delle manifestazioni simili a raptus che portano l’autore a scrivere con impeto e fragranza. In abitare gli abiti la tematica si manifesta sin dal titolo, è uno scrivere tutto incentrato sull’abbigliarsi, dal vestirsi, al predisporre, lavare, stendere, pulire e riporre gli abiti, all’uso specifico di specifici capi. E noi, leggendo, seguiamo il percorso creativo tra i meandri di armadi, lavatrici, stendini e corpi vestiti e rivestiti. Gli abiti, trattati nel tono tranquillo delle composizioni, sono tuttavia solo un pretesto per “calare” nel contesto, con calma sicurezza il colpo di scena del verso lampante, impudico, consapevole. Scarto di un nitore abbagliante e discinto, che merita una rilettura, spiazza e rende degna d’interesse l’intera composizione. Per esempio ne “il ciclo ricomincia quotidiano”

I vestiti vestono
indossati si lavano
bagnati si asciugano
asciutti si stirano
stirati si ripongono
nell’armadio o nei cassetti.

Il ciclo ricomincia quotidiano
circolare nel cerchio del portello
Il tubo carica l’acqua e la scarica
nella pila provvista di un buon buco.

Singolare analogia tra ciò che s’indossa e si defeca.

L’intero viaggio tra le considerazioni ispirate dal vestiario è disseminato di inserti di saggezza esistenziale, caratterizzati da disincanto, arguzia e ironia, guizzi che suggeriscono un accostamento alle note penne di una Vivien Lamarque o Patrizia Cavalli, quando non della Szymborska. Come nella deliziosa e ironica “reggiseni”

Stesse istruzioni di lavaggio
per le coppe che coprono le mammelle
odorose più che mai di pelle
al gusto di mandorla vanigliata

Bianchi come il confetto
i seni delle fanciulle
croccanti nei capezzoli
schiusi al turbamento

Ceduti dal peso degli anni
quelli delle donne
galline senza più uova
buone però per fare il brodo
nelle notti d’inverno

Pizzi bretelle
ganci imbottiture
per reggere
o sorreggere
più del dovuto poppe
pur sempre lievitate.

Due pesi per varie misure
capesante di merletto
che il sole riscalda e asciuga
bilance per pesare
once di baci.

Linguisticamente l’uso dei termini è appropriato vario e ricco, nonostante il ricorso in gran parte a vocaboli d’uso comune, senza frequenti ricognizioni nel baule di quelli astrusi, come avviene talvolta in testi farciti di una ricercatezza innaturale preferita al gusto del comunicare.

Il verseggiare rifugge ritmi consueti, cantilenanti o rigorosi della metrica classica, la scelta è pienamente di un verso libero che si spinge fino al limite del prosaico. L’autrice indulge a volte nelle paronomasie, ne è un esempio il titolo stesso, questa è – mi sembra – una delle poche concessioni alla musicalità che restituisce un suono accattivante. Priva di ossequio alla tradizione del sonetto, nemmeno gli accapo consentono di ascrivere il verso ad altro canonico scandire e sillabare. Di certo l’ambizione dell’opera non è uno sferruzzare lemmi in endecasillabi. Ciò nulla toglie alla gradevolezza e all’originalità del pensiero ed è inutile discorrere se sia o meno poesia. Si fa leggere senza dubbio, diverte, sorprende, non annoia e sfida pure l’intelligenza del lettore nelle circonlocuzioni di senso e similitudini, che impongono all’occhio una frenata per consentire al cervello di coglierne le sfumature.

Il libro si divide in due sezioni: “lavaggi” e “abitare gli abiti”, preceduti da “stoffe”, sottotitolo “quasi un prologo” e chiusi da “sfilatura del poetabile”, quasi una postfazione. Nel cuore del libretto e all’inizio della sezione abitare gli abiti si trova la poesia che dà il titolo all’intera raccolta e alla sua seconda sezione.

Tornare ad abitare gli abiti
che furono abitati più o meno a lungo
per non dimenticare il proprio guardaroba
seppellito nella cabina armadio
la stanza degli spiriti del nuovo millennio.

Qui si dà ragione del fenomeno modaiolo da un lato, ma dall’altro sintomatico dell’epoca attuale di opposizione al consumismo precedentemente imperante. In barba al pil e in onore all’ecologico è un fatto che da anni si diffonde un processo di recupero di abiti e oggetti dismessi, dimenticati, lasciati in eredità, acquistati nelle bancarelle dell’usato, e, nel contempo, di ritorno alla moda del passato, E’ in auge il termine vintage. Vestire vintage è a la page, lo è anche anche nell’ arredare. E’ il modo delle famiglie e dei singoli di contribuire alla maturazione dei tempi, l’impegno a invertire il processo dell’ inquinamento e contrastare lo spreco. Sovviene poi al riguardo, per chi l’ha già compiuta, quell’opera di smantellamento di armadi e cabine armadio, intere case di coloro che non ci sono più. Abitare gli abiti è un omaggio ai morti che ne testimonia la persistenza del ricordo, è vestire la pelle e il corpo dei vivi, consentendo a camicie, giacche, soprabiti o pantaloni di coloro che ci hanno lasciato di proseguire il viaggio, indossati, gonfiarsi al vento del navigare nella vita, come vele di un’imbarcazione. L’opera si conclude – pare – perchè finisce l’inchiosto, forse invece viene meno l’ispirazione, termina ad ogni modo insistendo sulla fine. Subentra una stanchezza dove i panni vincono la competizione di durevolezza rispetto al corpo che li veste senza merito e ragione al punto da togliere il senso a tutto il da fare che essi comportano. La raccolta, forse desiderando surclassare entrambi – corpi e vesti – approda al foglio col sigillo editoriale.

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Tornare dal bosco di Maddalena Vaglio Tanet

08 giovedì Giu 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Maddalena Vaglio Tanet, Premio strega, romanzo, Tornare dal bosco

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In Attenti al lupo scriveva Ron nel 1990 e cantava Lucio Dalla: Questa vita è una catena/Qualche volta fa un po’ male/Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo. Il bosco è nell’immaginario collettivo un luogo pauroso e oscuro dove ci si può perdere facilmente ed è abitato da animali pericolosi come il lupo o l’orso. Occorre stare in guardia, non perdere la strada e lasciare traccia del nostro passaggio, facendo cadere i sassolini come fece Pollicino. Oppure può essere un luogo accogliente dove rifugiarsi, come fece Biancaneve che trovò ospitalità e riparo nella casa dei sette nani. Un luogo dove perdersi e dove ritrovarsi. Il bosco è metafora della vita, è attraversamento e rifugio. Quando la maestra Silvia legge la notizia sul giornale invece di andare a scuola entra nel bosco. La vicenda si svolge negli anni ‘70 in un piccolo paese vicino a Torino, fra le montagne e al limitare del bosco, dove lentamente stanno arrivando i primi segnali della modernità. La notizia che sconvolge Silvia è il suicidio di Giovanna una sua scolara di undici anni. La bambina si è lasciata andare giù nel fiume saltando dalla finestra di casa sua, si è levata le scarpe e si è buttata. Silvia seguiva questa sua alunna con molta attenzione perché la ragazzina, appartenente a una famiglia modesta, aveva problemi a scuola, problemi forse non troppo dissimili a quelli che aveva lei da bambina. La maestra Silvia aveva chiamato il giorno prima la madre per lamentarsi del suo rendimento scolastico. Silvia non è una donna qualunque ma ha una funzione sociale precisa e determinata, un ruolo definito. Silvia è la maestra. Non è una donna qualunque, non è una madre, non è una moglie, non è una fidanzata, non è una figlia, Silvia è la maestra e basta. Alla maestra si chiede un’unica cosa, quella e nessun’altra cosa se non quella di fare la maestra e di saperla far bene. Silvia è cresciuta dalle suore e ha ricevuto un’educazione rigida, della sua infanzia ricorda il bosco nel quale si avventurava con il cugino e con il quale andava con gioia a raccogliere funghi. Il bosco è il luogo dell’infanzia, è in grembo materno che la ri-accoglie. Il senso di colpa e di inadeguatezza a svolgere il suo ruolo di insegnante la porta a rifugiarsi nel bosco e a sparire nel nulla. In paese tutti la cercano e temono una disgrazia. Rifugiatasi in un capanno che conosceva sin da piccola, ormai coperto dalla vegetazione, Silvia passa a ritroso tutta la sua vita, acquista consapevolezza del suo fallimento, si rende conto di non essere mai stata una donna ma un frutto ammuffito prima ancora di avere raggiunto la maturità. Silvia si lascia morire, non mangia e non beve, si vergogna di se stessa. Viene trovata da un bambino asmatico e sofferente, Martino, un alunno proveniente dalla vicina Torino che si è trasferito in paese per quei suoi motivi di salute. Martino non sa nulla della maestra, impara a conoscerla negli incontri segreti che avvengono al capanno. Martino è di parola e non rivelerà a nessuno che ha trovato Silvia. La maestra muta, infreddolita, sporca, disidratata, diventerà parte integrante e viva del bosco, perché il bosco è vivo nelle muffe, nei parassiti, nei vermi, non muore ma si trasforma. Sarà Martino a portarle da bere e da mangiare e la maestra Silvia si fa convincere a mangiare e a bere fino a che Silvia si è trasformata in qualcos’altro. Alla fine qualcosa accade ma resta sempre aperto un interrogativo. C’è qualcosa che nel romanzo non si conclude, il cerchio resta incompleto. Sembra una fiaba all’incontrario, in genere nelle fiabe si perdono i bambini, qui invece è l’adulto che si perde e il bambino è il salvatore che la ritrova. Un adulto la cui esistenza, nel bene e nel male, dipende dalle azioni di due bambini ha qualcosa di inquietante. Nelle fiabe c’è sempre una morale, qui mi sembra ci sia una morale all’incontrario. È un romanzo cupo. Allora in questa atmosfera cupa attraversando il bosco canterò: Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo.
Il romanzo è ispirato a storia vera occorsa a un lontano parente dell’autrice, Maddalena Vaglio Tanet, a Bioglio, un paesino di montagna in provincia di Biella, dove ha trascorso dai nonni tutte le sue vacanze estive. Nata nel 1985, ha studiato letteratura all’Università di Pisa e vive a Maastricht dove svolge la professione di scout letteraria. È stata finalista del premio Strega Ragazzi nel 2021 con il libro Il cavolo di Troia e altri miti sbagliati.

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“Risacche” di Cipriano Gentilino. Una lettura di Rita Bompadre

01 giovedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Cipriano Gentilino, Risacche, Rita Bompadre

“Risacche” di Cipriano Gentilino (Terra d’Ulivi Edizioni, 2023 pp. 76 € 13.50) è una raccolta poetica che rimanda all’osservazione profonda dei movimenti sensibili, avvolti nello slancio interiore di ritorno di un’onda emotiva. L’autore accoglie le dinamiche esistenziali delle difficoltà umane, si confronta con l’origine delle contingenze, incrocia il vitale flutto della riflessione e si misura con le derive dell’uomo. L’intenso e intimo tracciato dei versi racchiude la consistenza espressiva degli stati d’animo, indica la destinazione filosofica del tempo, lungo le istintive possibilità di resistenza, spiega la determinazione del coraggio, decifra la natura evocativa delle immagini e il segno imperscrutabile delle ispirazioni. Cipriano Gentilino attraversa il sentiero della vita, si scontra con la voce dolorosa delle solitudini, si consegna al solco della scrittura, scolpito nell’immediatezza delle idee, nutre la consapevolezza di una preghiera pagana, custodisce la vocazione emblematica dell’oracolo delle interpretazioni. Espone il commento della realtà attraverso la viva conoscenza dei paesaggi, rintraccia l’eco struggente dei luoghi, ritrova l’epifania autentica dei destinatari, insegue il cammino esegetico di una solidarietà morale, abbraccia la cifra simbolica di ogni legame, conferma il valore ancestrale della poesia, in grado di svelare il significato inconfessato di ogni smarrimento. L’infinita qualità metaforica, tratteggiata nella poesia di Cipriano Gentilino, oltrepassa la vertigine del malessere, illustra la burrasca dei sentimenti, sintetizza l’amarezza dei contrasti, trasforma l’essenza dell’uomo nella dimensione introspettiva dell’empatia, assiste l’immenso dispiegamento delle impetuose increspature. Cipriano Gentilino impiega lo strumento conoscitivo del disincanto, affronta il crudele destino della contemporaneità, fronteggia l’ineluttabile provvisorietà, accorda le lucide inquietudini dell’abisso spirituale con la ricerca confortante di un equilibrio, rafforza, nella efficace motivazione dei versi, l’espressione dell’identità e rinnova l’intuizione dell’appartenenza. “Risacche” dona al lettore un desiderio animoso verso la libertà, mostra con l’accurata corrispondenza delle assonanze poetiche, l’osservazione delle proprie esperienze dentro il sussurro dell’anima. Il fragore ricettivo delle parole annuncia la vibrazione persistente del cuore, immedesima l’oscillazione delle passioni con la frantumazione delle speranze.  Cipriano Gentilino ritrova la percezione della vicinanza affettiva, nella condivisione del dialogo poetico, scioglie la ricorrenza delle mancanze oltre il silenzio dell’estraneità, valica la stagione dell’ambiguità del vuoto, rievoca la densità degli affanni. L’universo psichico del poeta trascende una luminosa tensione che illumina le metamorfosi della moderna realtà, interroga l’inconscio, riemerge dalla simbologia di ogni limite, orienta l’evolversi del sentire, comunica la similitudine ontologica della risacca, estende la peregrinazione dell’umanità. Una sequenza visiva di ricordi e di richiami alimenta l’intervallo ripetitivo della nostalgia e dell’inclinazione elegiaca alla dispersione, trattiene il fondamento di colori e odori legati alla superficie originaria dell’accoglienza.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

In attesa di parola

Siamo pesci rossi
di vergini stantie
tra righe di templi
senza santi
bolle perplesse
d’apnea
per un po’ d’aria
e qualche parola.

Sul tepore

Una fiammella
di lanterna intirizzita
cerca olio anche d’avanzo
per un po’ di inciampo
un tepore
anche assoldato
in versi scandalosi
irriverenti,
prima che ci precipiti la notte.

Accostati

Accosta la tua sedia
chino annuso la terra
che ci riprende
donami un bastone
che mi alzi
per respirarti le labbra
accarezzami che osi
sussurrarti poesia
o così ci sembrerà.

Inquietudine

In questo imbrunire
un’inquietudine
di assenza antica,
scricchiolo di foglia
anonima,
si baratterebbe
per un nome
o solo una parola
adagiata sul fondo.

Frammenti

Scordate litanie d’annata
siamo ombre al muro
nel silenzio di epifanie,
spiragli sparsi
nei frammenti di sonno
allo scandalo del risveglio.

Sera

Due bignè ancora di ieri
e due fiocchi di neve
questa sera,

una videochiamata a sud
e un film di guerra a est,

e a luci spente
due germogli di narcisi
al riparo dal gelo

Dialoghi

Mi dissi
ti voglio in silenzio
poi non ti sentii più.
Portasti arcobaleni
di punti esclamativi
ma ero già distratto.

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I fratelli Ashkenazi di Israel Joshua Singer

24 mercoledì Mag 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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I fratelli Ashkenazi, Israel Joshua Singer

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Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, viene pubblicato nel 1936 negli stati uniti  il romanzo I fratelli Ashkenazi. L’autore è Lo scrittore polacco in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944),  figlio del rabbino Pinchas Mendl Zinger e fratello dello scrittore Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978. Il libro ha più di 700 pagine ma  ciò non mi ha fermata perché avendo già fatto esperienza della scrittura di Singer con il suo bellissimo La Famiglia Karnowski, ero certa che ne sarebbe valsa la pena. Singer ebreo ashkenazita ci racconta il suo mondo, per molti un mondo lontano, estraneo e complicato, multiforme, multiculturale e caotico, un mondo pieno di contraddizioni. Il romanzo narra le vicende immaginarie di due  fratelli inserititi in un contesto di verità storica, fra la metà del XIX secolo fino agli anni trenta del secolo successivo, fra la polonia e la Russia zarista.

Poiché la Polonia era ricca di  filati di lana e di cotone ma mancava di tessitori vennero fatti entrare nel territorio polacco, con la promessa di non pagare le tasse e altri benefici, tessitori provenienti dalla Germania, tedeschi e ebrei ortodossi. Così, dopo la fine delle guerre napoleoniche, una lunga processione di tedeschi ed ebrei percorse le strade polverose della Sassonia e della Slesia fra villaggi già devastati dalle guerre di Napoleone, diretti verso  la cittadina polacca di Lodz, chi nei carri o nei barocci, chi a piedi.  Molti erano individui cenciosi, altri erano ricchi ebrei carichi di masserizie, ma tutti, ricchi e poveri, erano muniti di telai a mano.

La comunità ebraica riesce a inserirsi nel territorio di Lodz e addirittura ad allargarsi costruendo nuove case o ingrandendo le case già esistenti. Alcuni ebrei si mettono in proprio e aprono le loro attività autonome di tessitori.

Uno di questi ebrei, che si era fatto da sé riuscendo a diventare un imprenditore, era Reb Abraham Hirsh Ashkenazi,  ebreo devoto e rispettoso delle tradizioni. La moglie era sul punto di partorire e si era a ridosso della Pasqua, ma lui volle ugualmente recarsi dal rabbino chassidico di Vorka per chiedere una benedizione per il figlio che gli stava per nascere, nonostante le strade  fossero infestate dai ribelli e dai cosacchi. Il rabbino gli aveva predetto che i suoi figli sarebbero diventati ricchi ma non sarebbero mai stati devoti.  Al suo ritorno trova che la moglie ha partorito due gemelli,  Simcha Mayer e Jacob Bunim.

bambini di Lodz primi anni del 1900
bambini di Lodz primi anni del 1900

I due fratelli sono dissimili fra di loro, sia nell’aspetto che caratterialmente, erano come il giorno e la notte. Il più grande è Simcha Mayer, minuto ma sempre triste benché dotato di intelligenza viva, l’altro Jacob Bunim all’apparenza meno intelligente ma più robusto e allegro. Il romanzo narra della rivalità di questi due gemelli, che si manifesta sin dai primi anni di vita. Il minore ama la bella vita, le belle donne e il buon cibo, finge col padre di essere devoto per non creare problemi, si è innamorato sin da piccolo delle bella Dinah, una bambina che gioca spesso con lui mentre il fratello minore, roso dall’invidia, sta  a guardare.  Da adulti si contendono il potere nella città di Łódz. Il  maggiore sposa Dinah la donna  amata dal minore. È furbo e sa operare inganni e astuzie, diventa ricco e si fa chiamare Max, accumula ricchezze su ricchezze, sgobba dalla mattina alla sera senza mai un attimo di riposo, sfrutta i lavoratori della fabbrica come un vero negriero. Odia il fratello minore perché nonostante lui non si dia da fare è come se fosse stato baciato dalla fortuna perché diventa più ricco di lui. Ha sposato, infatti, una donna ricchissima anche se il suo è un matrimonio infelice perché lui ama Dinah la moglie del fratello maggiore. Quasi tutta la seconda parte del romanzo racconta la lotta fra operai e imprenditori, i conflitti fra gli ebrei devoti e i gentili, fra polacchi e russi, fra i nobili e nuovi ricchi, lo sfruttamento dei tessitori considerati alla stregua di schiavi,  la ribellione dei lavoratori, la lotta di classe e la rivoluzione russa. Simcha Mayer che ormai si fa chiamare Max Ashkenazi aveva trasferito molti dei suoi macchinari dalla polonia in Russia, ma a causa  dell’abolizione della proprietà privata, perde tutti i suoi averi e viene  rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica. Pentito del male che aveva causato agli altri in nome della ricchezza e della sua avidità, ormai vecchio e malato, comprende di aver sbagliato tutto costruendo il suo mondo nella sabbia e viene tratto in salvo proprio da quel fratello che lui aveva sempre odiato e invidiato. Così come in quel periodo storico erano gli  ebrei, invidiati e odiati, tant’è che il malcontento e la rabbia della popolazione venivano spesso indirizzati dal governo russo attraverso i pogrom contro di loro, facendone un capro espiatorio. Questo romanzo, così come gli altri dello stesso autore, per chi è lontano dalla cultura del popolo ebreo, può rappresentare un’ottima occasione per comprendere meglio l’animo di questo popolo e le loro tradizioni, in quanto le vicende sono narrate da un vero  scrittore ebreo ashkenazita  di lingua yiddish vissuto a ridosso del periodo storico narrato, quasi fosse un testimone diretto.weavingmill

fonte

In nessuna pagina del romanzo  si può leggere la gioia di vivere o la serenità dei protagonisti. Nessuno dei  personaggi presente nel romanzo sembra riuscire a essere felice, eppure la felicità è contemplata nella loro visione e nella loro tradizione religiosa, ma nel romanzo c’è sempre nelle vite dei personaggi un sottofondo di malinconia.  Tutti, ciascuno per i propri particolari motivi dati dai problemi derivati dalla classe di appartenenza, sia per l’avidità, sia per la povertà, sia per la troppa ricchezza, per non sapersi accontentare mai, sia perché si combatte per la lotta di classe, o per i dettami della religione di appartenenza che a volte pesano come un macigno,  ognuno per il suo ma tutti sono infelici. Molti sono i personaggi presenti nel romanzo e molte le loro vicende personali.  Donne, uomini, figli, mogli, mariti, politici, ministri, nobili, imprenditori, filatori, venditori di scarti, agenti di commercio operai, ricchi, accattoni e straccioni,  tutti vivono la loro infelicità in un mondo dominato dal caos e dalla confusione.  Gli unici che sembrano porsi al di sopra di questo mondo mai felice sono i rabbini, depositari della saggezza e dell’ordine, come se lo studio e l’insegnamento della legge fossero un porto sicuro, un luogo preciso,  e i rabbini, detentori di quella terra promessa, già insediati nella terra dove scorre latte  e miele. Nel  giudaismo  la felicità è un comando, il Talmud dice che rallegrarsi durante una festività è dovere religioso. Sia nel Levitico che nel Deuteronomio si ordina di essere gioiosi, molte delle loro feste sono nel segno della gioia, la gioia della  festa delle capanne, la gioia della Pasqua.  È chiaro così che quasi nessuno dei personaggi del romanzo è un devoto e ciò causa infelicità.  Il romanzo già nel titolo parrebbe avere  come tema principale  la storia di due fratelli e il dualismo esistente fra essi, ma è solo l’occasione per rappresentare i conflitti esistenti nell’animo umano e nei gruppi contrapposti: fra  le diverse etnie, fra gentili ed ebrei, fra chassidin devoti e non osservanti, fra il socialismo e il capitalismo. Ciascuno portatore di  malcontenti e dicotomie,  dove i personaggi cambiano abito di volta in volta, a seconda delle circostanze, una volta sono le vittime e un’altra sono i carnefici assumendo ruoli intercambiabili adattandosi ai padroni e alla situazione storica ai confini territoriali del momento. Il libro appassiona e si legge facilmente  nonostante le sue tante pagine e gli argomenti non molto leggeri perché la scrittura  è fluida e la storia interessante, specialmente per chi ama questo tipo di scritture, cioè le saghe familiari e i romanzi storici in cui le vicende dei protagonisti sono inseriti nella realtà  storica, anche se ho trovato un po’ lunghe la parte delle descrizioni delle lotte di classe e della rivoluzione popolare. Il romanzo mi è piaciuto meno de La famiglia Karnowski  perché un po’ ripetitivo in certe parti e meno dinamico.

Antonella Pizzo

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“Metallo pesante” di Alessandro Angelelli. Una lettura di Rita Bompadre.

15 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Alessandro Angelelli, Metallo pesante, Rita Bompadre

 

“Notte inoltrata, silenzio profondo, rotto di colpo, dal passare di un treno, metallo pesante su fragile legno”. La composizione tra la parola e l’immagine, metafora della vita e del senso dell’interezza, racchiusa in queste righe, appartiene all’autore Alessandro Angelelli nel libro “Metallo pesante” (L’Erudita, 2022 pp. 67 € 16.00). I testi contengono la densità dell’osservazione poetica sul mondo e sulla natura degli uomini, diffondono la consistenza dell’ispirazione, offrono una consapevolezza accogliente, piena di sensibilità e di intensa affettività. Il poeta risiede nella dimora dell’anima, percepisce l’intima relazione tra il proprio peregrinare alla ricerca di una dimensione familiare dove custodire ricordi ed emozioni e l’identità interpretativa delle sensazioni. Alessandro Angelelli indica la regione interiore dalla quale partire per percorrere l’essenza dell’itinerario esistenziale e ampliare l’orizzonte dell’appartenenza. Descrive attraverso l’inquietudine romantica del percorso di vita, lo smarrimento e la frantumazione dell’esperienza, espone la volontà di comunicazione, insegue il desiderio di riacquistare il sentimento perduto. La strada per condividere il viaggio introspettivo rimanda al valore originario dell’essere, incrocia lo svolgimento della memoria e collega l’elaborazione del vissuto con il senso di ogni destinazione. “Metallo pesante” svela una collezione privata di inafferrabili momenti e di sfuggenti impressioni, mostra il vincolo confidenziale tra la malinconia del passato e l’incertezza del presente, avverte il carattere instabile di ogni incognita del futuro, l’inesorabile vulnerabilità del dolore, ma anche la stabilità fiduciosa della speranza. La poesia di Alessandro Angelelli è simbolo di un archetipo del cammino umano, un attraversamento evolutivo tracciato nella necessità di realizzare una direzione per la felicità e rinnovare il proprio itinerario, inoltrandosi nella promessa di raggiungere nuovi approdi di comprensione per sentirsi a proprio agio con se stessi. Rivisita la località ispiratrice del pensiero, analizza il territorio suggestivo della realtà, da corpo all’equilibrio degli impulsi per orientare l’autenticità del discorso. Alessandro Angelelli conosce il modo di rilevare e abbracciare la consistenza sensitiva del proprio territorio di arrivo, oltrepassa il passaggio lucido del dolore e della finitezza dell’assenza, trasmette la propria fermezza creativa con il presentimento immaginario di ogni atmosfera onirica. “Metallo pesante” rinforza l’intento profondo di riconquistare la componente del benessere, illustra l’incantevole cronaca del tempo nel riassunto seducente del quotidiano, congiunto alla contingenza della fugacità, alla tenerezza della memoria e alla commozione dei significati. Indaga sull’accordo dell’intuizione elegiaca e sostiene l’eterna e inevitabile discordanza tra la crudele fragilità e la grazia della serenità. Il libro è il compimento letterario di una coinvolgente resistenza, la fusione naturale immersa nella nostalgia dell’altrove, sperimenta l’incertezza dei legami, assapora l’indugio dell’attimo vissuto, mantiene il radicamento dell’intima necessità di espressione, l’intenzione di ogni luogo in cui sentirsi a casa e ritrovare la beatitudine dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Heimat

 

Heimat è dov’è un ricordo lontano.

Qualcosa di nascosto che avevi scordato sopraffatto da

mille profumi e pensieri dell’oggi.

Heimat è un ginocchio sbucciato, dopo una corsa

per gioco.

Lo sguardo di lei mentre le sfiori la mano.

Quella rete, all’ultimo istante,

giocando per strada con gli altri bambini.

Heimat è una notte d’estate

e quelle campane che suonano i quarti.

Ogni essere umano ha un ricordo di Heimat.

Cercalo a fondo in quel mare di nebbia.

Ricorda quel profumo che avevi oscurato.

Il profumo della tua unica casa,

il tuo porto d’arrivo dove devi tornare.

 

Casa di bambole

 

Viviamo in una casa di bambole.

Delicati come porcellana, osserviamo il mondo, con occhi

di ghiaccio e un eterno sorriso.

La casa di bambole è sfarzosa e felice, ci protegge,

incurante di noi e dei nostri pensieri.

È bello vivere nella casa di bambole, immutabili al tempo,

bambini per sempre.

Seduti sul nostro grazioso dondolo quel lungo sorriso

comincia a mutare.

 

Istanti

 

Istanti, momenti di felicità, riempiono ogni angolo di te.

Compensano la noia del resto,

confortano le ere di dolore che seguono.

Li aspetti come un bimbo a Natale, sai che arriveranno.

Devono.

Istanti, ricordi, lampi di vita, caricano la tua anima e la

stringono.

Non la lasciano andare, la proteggono, sai che senza di

essi, tu non saresti.

Quanto manca

al prossimo istante?

 

Spiragli

 

Spiragli di luce da una porta socchiusa, memorie future

costruite al momento

Qualcosa si muove dietro un fragile muro, mi guardo

intorno e mi sento perduto

Fuggire, scappare, lo spiraglio si allarga; la porta cigola e

la luce mi invade

Il tuo sguardo attraversa le mie molte paure e cancelli ogni

falsa parvenza di uomo costruita nel tempo

 

Nota sbagliata

 

Sono una nota sbagliata,

musica infame e corrotta dal tempo.

Disarmonico e solo

come un mondo perduto.

E ti vedo osservarmi, senza farti notare, diffidente e

bellissima quale luna offuscata.

Poi ti vedo ascoltar le mie inferme canzoni e ti ascolto

parlar del tuo mondo distante.

Irreale e sbagliato è starti vicino, irreale e assurdo

sfiorarti la mano.

Poi mi lascio avvolgere dalla tenue armonia, perché il mio

paradiso è nelle rare parole,

è vedere sparire, alla fine, quella coltre di nebbia.

 

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Navi nel deserto di Luigi Weber

11 giovedì Mag 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, Luigi Weber, Navi nel deserto

navi-del-deserto-di-luigi-weber

Navi nel deserto
di Luigi Weber
Il ramo e la foglia edizioni, gennaio 2023
pp. 376

Se c’era un detto autentico in bocca a quello sputasentenze di Schomberg, era “la mia strada la segnano i fuochi nella notte”.
In un deserto punteggiato di piccole oasi, di rocche fortificate alte su speroni di pietra, tra piste di terra battuta per navi a ruote e città abbandonate che emergono dalle sabbie come relitti, giocano a scacchi con il destino e la morte un giovane capitano inesperto, un traditore, un naufrago, un uomo ossessionato dal desiderio di vendetta, una ragazza inquieta e la sua nutrice.
Naviganti, Pirati, Isolane e Cittadini dividono una terra aspra, inospitale, e se la contendono intrecciando odio, pregiudizi, incomprensioni.
Attorno a loro, da ogni parte, si innalzano lenti nel cielo i sette pilastri della distruzione.
I grandi romanzi e i personaggi di Joseph Conrad, affondati, sbriciolati e dispersi in un mare solido, tornano a incontrarsi e scontrarsi lungo le piste di una storia tutta nuova.
*

«Sulla Kairos dormivano, tutti. Nessuno ancora sapeva dell’arrivo dei Pirati in quelle terre, e la sorveglianza semplicemente non esisteva.
Io non dormivo, invece. Il deserto è piatto, l’aria notturna tersa, e l’incendio dell’infelice vittima ardeva molto sopra le dune, come la porta dell’inferno spalancata. Perfino da terra lo vidi distintamente, e mi si agghiacciò il sangue.»
Luigi Weber è un insegnante di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna. Il Romanzo distopico Navi nel deserto è la sua opera prima. Nato dopo lunga gestazione, come dichiarato dall’autore in interviste apparse sul web, “Navi nel deserto è uno strano indefinibile oggetto, persino per me che ci convivo da un tempo lunghissimo. Un esordio romanzesco attempato, a cinquant’anni, e insieme paradossalmente giovanile, perché mi accompagna da quando ne avevo venti. A prima vista sembrerebbe un prodotto sospeso tra narrativa d’avventura per ragazzi, fantascienza e fantasy, mentre non è niente di tutto ciò. “

***

Non importa come sia potuto accadere e perché, non si sa quando sia accaduto, non si conosce quale sia la catastrofe occorsa, se guerra atomica o spostamento dell’asse terrestre, o la caduta di un meteorite, ma la terra di un tempo non esiste più, i fiumi, i mari, le montagne, le città, tutto è coperto da una spessa coltre di sabbia. Affiora solo qui e là qualche spuntone metallico facente parte di qualche alta costruzione. Il mondo è sotto, è il Downtown, un mondo sommerso, “Indica la parte nevralgica delle antiche città, dove si alzavano tutti i grattacieli. Oh Dio, sapevo che c’era una in questa regione, ma come si fa a crederci…“ I personaggi portano i nomi dei protagonisti dei romanzi di Conrad, a partire dal protagonista principale, il capitano, che porta addirittura il nome dello scrittore Joseph Conrad. Ci sono molte citazioni che riguardano Conrad, ad esempio quando Freya, promessa a Julian Sands il naufrago che abita in una delle oasi, dice di sé che il suo è un cuore di tenebra. A differenza delle atmosfere di Conrad di Cuore di tenebra, che sono volontariamente ombrose e cupe; a differenza  del romanzo la strada di McCartey, dove era accaduto qualcosa di terribile alla terra, dove il paesaggio scena dopo scena, dall’inizio e fino alla fine del romanzo, è sempre grigio, dove tutto è coperto di cenere e anche l’atmosfera e satura di cenere, in questo romanzo c’è sempre un sole abbagliante, potente, infuocato , che brucia “…Uff, il sole! – non ne abbiamo abbastanza di sole, ogni giorno della nostra vita? Se c’è qualcosa che non manca mai, qui, potete giurarci, è proprio il sole.”

Le navi solcano i deserti su grandi ruote che seguono delle strade numerate su dei binari prestabili come una sorta di ferrovia dotata di scambi, come quelle dei treni, per passare da una strada numerata all’altra. Per quanto riguarda la struttura il libro è diviso in dieci interludi  e vari capitoli,  e coesistono diverse voci narranti. Alternando il punto di vista si vorrebbe accrescere il ritmo della narrazione. Notevoli le descrizioni dei paesaggi sabbiosi e dei colori, nonché degli stati d’animo complessi dei protagonisti. Benché l’ambientazione è futurista e post atomica,  a volte si ha l’impressione che i personaggi siano regrediti nel passato e vivano le atmosfere dei regni greco-romano, o egiziano, o minoico.
Questa terra di oggi è abitata da uomini uguali a quelli che abitavano la terra di prima. Gli uomini hanno sempre le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, l’uomo è sempre uguale a se stesso, simile nei difetti e nei pregi. Sotto la cenere della città di Pompei sono state trovati oggetti e suppellettili che anche noi, uomini moderni, avremmo trovato comodi da usare. Sono state trovate iscrizioni nei muri contro certi personaggi politici e pubblicità varie, fontane dove bere e piazze dove incontrarsi e passeggiare. I bisogni dell’uomo saranno sempre uguali, il bisogno di stare in gruppo, di condividere, di amare, di classificare, di odiare e di disprezzare il diverso e di aggregarsi a chi si ritiene sia più simile a noi. I pregiudizi e le discriminazioni accompagneranno sempre gli uomini qualunque sia il mondo abitato. L’umanità abitante questa terra sabbiosa e infuocata è riuscita a trovare una sua organizzazione. La società del romanzo è divisa in due gruppi, stanziali e nomadi. Gli stanziali sono i cittadini cioè gli uomini che hanno preferito arroccarsi nelle fortificazioni, e gli isolani che abitano le oasi in mezzo al deserto dove attraccano le navi. I nomadi sono i naviganti, cioè quelli che in giovane età sono usciti dalle rocche e hanno costruito delle navi nelle quali hanno trascorso insieme tutta la loro vita, e i feroci pirati che in genere sono i fuoriusciti dalle rocche il cui scopo è quello di inseguire i naviganti. Non conta chi sei, da solo non hai identità e dignità, conta solo a quale gruppo appartieni, ed è un’anomalia che il capitano Conrad sia un cittadino diventato navigante.

Si tratta di un romanzo distopico, d’avventura, avveniristico, fantascientifico, ma non solo, questo romanzo parla principalmente di uomini, delle loro paure e dei loro sentimenti. Dello sforzo giornaliero di sopravvivere in un ambiente che è diventato ostile e pieno di pericoli o che ti costringe a vivere murato vivo pur di non perdere la vita. A cambiare faccia e a fingerti altro per non perire. A perire per non cambiare. Un romanzo molto particolare, adatto e consigliato a chi ama il genere distopico e apocalittico.

mpluchi@yahoo.it

Antonella Pizzo 

bio Luigi Weber
Nato nel 1972 a Rimini, ma dall’incontro tra un trentino di Rovereto e una toscana di Marradi, quindi sospeso tra il mare, le Alpi e gli Appennini, Luigi Weber da lungo tempo ormai si è risolto per la pianura, e vive e lavora nella città che più gli è congeniale, Bologna, con la sua famiglia. Qui ha studiato e si è laureato in Lettere Classiche, nel 1998; qui, dopo una pausa di alcuni anni trascorsa come giornalista in Romagna, è tornato definitivamente ad abitare, iniziando una collaborazione ormai più che ventennale con l’Ateneo in cui adesso insegna Letteratura Italiana Contemporanea. Nel frattempo ha vissuto anche nel magico mondo del teatro di ricerca, partecipando a nove indimenticabili edizioni del Festival di Santarcangelo come caporedattore del Quaderno del Festival. Per alcuni anni ha insegnato a scuola, a bambini delle medie di Imola e adulti nelle serali di Vergato, e anche quelli sono stati anni e incontri impossibili da scordare. Dal 2012 è diventato Ricercatore e poi dal 2014 Professore Associato presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica di Bologna. Ha scritti libri e curato edizioni e pubblicato saggi su molti autori e fenomeni letterari dell’Otto e del Novecento, da Manzoni al Gruppo 63, occupandosi di letteratura fantastica, poesia e romanzo sperimentale, letteratura di guerra e di viaggio. Dal 2021 fa parte del Comitato Direttivo della MOD, Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria.

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Il potere evocativo della parola in “Porto franco” di Giuseppe Martella, Arcipelago Itaca edizioni 2022

09 martedì Mag 2023

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Giuseppe Martella, Maria Allo, Porto Franco

In Porto franco di Giuseppe Martella si approda, si trova riparo in una “circolarità“, nello spirito, che intuisce prima il mondo esterno e lo traduce per mezzo del linguaggio dal particolare all’universale, mediante il tratto caratterizzante della tensione sperimentale, aperta a più direzioni. È come se tutta l’opera fosse ispirata dall’idea- guida che la poesia possa e debba ospitare i modi diversi e ogni esperienza di vita. In questa chiave il ritmo è vivacissimo e tutto è affidato al sortilegio della parola, allusiva in apertura dell’opera, a uno dei sonetti più famosi di Dante, rimasto fuori dalla Vita Nova: “Ma sì, ma quando, ma poi,/ se tutti noi/ fossimo presi per incantamento/ e trasportati indietro e poi in avanti…” (p.7, Per ipotesi), un sogno rimasto fuori dalla storia , perché solo in un senza- tempo e in senza- spazio la vita può coincidere con la poesia.  Con questo motivo del plazer, Giuseppe Martella combina originalmente due sezioni: Gran Canaria e L’ora bruna del presentimento.  Il tema del magico incantesimo a Gran Canaria e l’andare senza meta nell’ampia distesa del mare”, isola d’aria persa in mezzo al mare” (p.11) con  la riflessione  del poeta( p. 25), ispirata a valori laici e terreni: “ E prendi la misura, giusta finché ne hai tempo/e prendi il tempo a tua misura/ magari a usura, prendilo a prestito/qui se è il caso – tanto/ tutto è in affitto qui un tanto al mese/ il sole l’aria il mare/ il passeggiare così senza pretese…” , infine “interrogare la luce”   come per riassaporare una rara luce di fronte al rapido trascorrere del tempo, l’unica possibilità  per l’io-poeta di dare un senso al passaggio  degli anni e per riacquistare un’identità. Scrive giustamente nella Postfazione Rosa Pierno: “Come in un aforisma socratiano anche Martella in negativo dichiara  l’incapacità di definirsi (“non so chi sono”).  Si tratta di   un’esplicita presa di distanza dall’immagine tradizionale del poeta detentore di verità o una tecnica espressiva dell’autore  in una rete di significati extra-linguistici che percorre tutta l’ opera e ne crea la sotterranea e coinvolgente complessità? “La valorizzazione semantica è il luogo ove avviene lo scambio con la realtà, ove la macchia diviene senso, staccandosi definitivamente dal reale per andare a sistemarsi nella rete dell’artefatto culturale” (dalla postfazione di Rosa Pierno). Chi legge, infatti, deve decifrare le nascoste allusioni, conoscere particolari biografici, deve ricostruire sottintesi, circostanze e contesto. Dev’essere cioè in qualche modo connivente e un po’ complice con l’autore. Martella tende a crearsi un proprio linguaggio diversificato dalla “lingua della tribù” come si esprime Mallarmé; non solo tende a crearsi un proprio mondo, in qualche modo alternativo rispetto alla realtà quotidiana: “E breve mi ritorna in mente/il ritornello/ però tutto a rovescio che non so/ neppure se sia quello di prima) oppure un altro – o della foglia/ il dolore nel ramo che si incrina/ – sulla soglia dove il rumore/ si trasforma in suono e poi parola/ e poi vola fra me e te –rimane fra di noi – come se/ fosse un arcobaleno, sole/ un effetto di luce nella pioggia/ una lama nel cuore/ un boomerang di ritorno/ un osso di rapace/ scagliato d’improvviso a ciel sereno.” (Canone inverso p.40). La forma dà vita e corpo all’intuizione, ma senza l’intuizione la forma non sussisterebbe. Se la “materia poetica … corre negli animi di tutti, tuttavia solo l’espressione, cioè la forma, fa il poeta”[1], dal che si arguisce, a parere di Croce, che l’eccellenza artistica discende dall’unione di intuizione ed espressione e può nascere solo quando si realizzi tale felice condizione. In Porto franco un sapiente lavoro di cesello interessa tutti i livelli del testo, fonico- ritmico, lessicale e sintattico, ma la cura della forma lascia spazio ai temi meditativi espressi in un tessuto fittissimo di echi e rispondenze  rifioriti nelle risonanze interiori e  nel canto  di Giuseppe Martella.

©Maria Allo


[1] B. Croce, in Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902)

Note bibliografiche

Giuseppe Martella è nato a Messina e risiede a Pianoro (BO). Ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma shakespeariano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online. Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio “Lorenzo Montano” 2020. Altri inediti sonogià apparsi su “Il giardino dei poeti”, “Versante Ripido” e la sezione Instagram di “Poesia Blog Rainews”. Porto franco è la sua opera prima in versi.

Fra le sue altre pubblicazioni a stampa:

• Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, CLUEB 1997;

• Margini dell’interpretazione, Bologna, CLUEB 2006;

• G. Martella, E. Ilardi, History. The rewriting of History in Contemporary Fiction, Napoli, Liguori 2009 (in duplice versione, inglese e italiana);

• Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori 2013;

• Tecnoscienza e cibercultura, Roma, Aracne 2014

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Nostalgia di Ermanno Rea

27 giovedì Apr 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Cinema, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

≈ 4 commenti

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Antonella Pizzo, Ermanno Rea, Favino, Mario Martone, Nostalgia, romanzo

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Dal greco: nostos ritorno a casa e algos dolore. Il dolore del ritorno. Nostalgia, dolore del ritorno, quel malessere che ti prende quando ripensi alle cose del passato, ai luoghi in cui hai abitato, alle persone che hai conosciuto e amato. Il libro racconta la Sanità e le sue bellezze nascoste, visibili solo a chi ama il quartiere, un quartiere ricco di storia e di umanità. Racconta anche della nostalgia provata per Napoli di Felice Lasco, un sessantenne nato e cresciuto al Rione sanità e che ha vissuto per altri quaranta anni all’estero. Il rione della sanità viene descritto in modo particolareggiato e poetico da Ermanno Rea, sono luoghi che amava perché i suoi nonni abitavano nel cuore del rione in quella lunga strada che è Via Cristallini. Frequentando quei luoghi era venuto a conoscenza della vera storia da cui ha tratto il romanzo. Il libro racconta la storia di due ragazzi, Oreste Spasiano, detto Malommo, e Felice Lasco. Sono nati negli anni 50 in quel quartiere che è come fosse un mondo a sé stante, ai piedi di Capodimonte, un quartiere che aveva visto passare principi e re, costruito sulle catacombe, su grotte, su strapiombi di tufo, piena di orti e giardini misteriosi, la chiamavano la valle dei morti per via del cimitero delle Fontanelle e per le spoglie mortali di San Gaudioso e San Severo in quei luoghi custodite. Continua a leggere →

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TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi 2023. Una lettura di Antonella Pizzo

18 martedì Apr 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, POESIA, Poesie, Recensioni

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Antonella Pizzo, Loredana Semantica, POESIA, poesia contemporanea, Terra d'ulivi, titanio

TITANiO

Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia]  edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica,  con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023.  Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.

Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.

La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica,  si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.

Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso,  sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione,  ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.

Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar    “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata…  Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r)  ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.”  Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal  bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno  e la veglia,  fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due  parti contrastanti.

Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette,  dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare,  a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la  nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno  fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico  direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//,  appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.

Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici.  C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto  se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.

Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)

Testi

Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.

10.02.2017

Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.

5.4.2017

Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.

10.01.2020

biografia

Siti dell’autrice

https://liminamundi.com 

https://lunacentrale.wordpress.com/

Loredana Semantica

Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza  di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: 

Silloge minima (7/11/2009) 

Metamorfosi semantica (3.2.2010), 

Ora pro nomi(s) (27.3.2010) 

Parole e cicale (13.8.2010) 

L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta  opera selezionata al premio Opera Prima 2012 e finalista al premio Lorenzo Montano 2012” è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis.

Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” .

Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.

antonella pizzo

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“Quel Lineare Raggelato Azzurro” di Dominica Villa Balbinot

12 mercoledì Apr 2023

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, SINE LIMINE

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Dominica Villa Balbinot, Emilio Capaccio, Quel Lineare Raggelato Azzurro

Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum.
Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria.
È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi.
Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.

Emilio Capaccio

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La malnata di Beatrice Salvioli

30 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Beatrice Salvioli, einaudi, La malnata, romanzo

OIP

La malnata edito da Einaudi stile libero è uscito il 21 marzo in Italia e subito dopo in Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Turchia, Bulgaria. Uscirà a breve anche negli Stati Uniti e in Germania, inoltre è in corso di traduzione in 32 lingue; pare che il romanzo abbia incantato gli editori di tutto il mondo. L’autrice è la giovanissima Beatrice Salvioni, un’esordiente uscita dalla Scuola Holden, così si presenta sul sito della suddetta: https://thewall.scuolaholden.it/allievi/beatrice-salvioni/  Volevo che la mia vita fosse un’avventura. A nove anni ho messo calze e succo di mela in uno zaino e sono scappata. È durata fino al cancello di casa. Ma da allora ho cominciato a scrivere storie. Classe 1995, ho conseguito una laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle dinamiche della scelta nello storytelling interattivo. Frequento il secondo anno del college “Scrivere” presso la Scuola Holden di Torino. Ho vinto l’edizione 2021 del concorso per racconti inediti del premio Calvino con “Il volo notturno delle lingue mozzate”. Ho praticato scherma medioevale e ho scalato il Monte Rosa. Ho sempre pensato che la cosa peggiore della vita sia la sua assenza di senso narrativo. Per questo ho deciso di dedicarmi alle storie, qualsiasi forma decidano di assumere.

Il romanzo ha un inizio forte che inchioda alle pagine il lettore. L’ambientazione è  la riva del fiume Lambro. Tre sono i protagonisti della scena. Due ragazzine, Francesca e Maddalena. Il cadavere di un uomo riverso sopra il corpo di una delle due, è difficile scrollarsi di dosso un morto. Le due con molta fatica ce la fanno, infine cercano di nascondere il cadavere sotto una rete di tronchi  e rami, l’uomo ha sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore.

La storia è ambientata a Monza durante il periodo fascista, fra il 1935  e il 1936, nel periodo della conquista dell’Abissinia. Il romanzo racconta, per  voce di Francesca, l’amicizia indissolubile esistente fra lei e Maddalena Merlini detta la Malnata.  Francesca è un’adolescente di dodici anni  appartenente a una famiglia borghese e conformista, il padre produce berretti di feltro per l’esercito grazie all’interessamento sottaciuto della madre che ha una relazione extraconiugale con un fascista, il signor Colombo.  Maddalena è una ragazzina dal padre assente, appena più grande di Francesca, appartenente  a una famiglia indigente. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Maddalena si sente responsabile delle sciagure occorse alla sua famiglia, come la morte del fratellino Dario, caduto dalla finestra di casa; l’incidente del padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica.

Rosario Chiàrchiaro, personaggio nato dalla penna di Luigi Pirandello, è stato scacciato dal banco dei pegni perché era considerato uno Jettatore, al suo passaggio, tutti fanno i più svariati segni scaramantici: toccano il ferro, fanno le corna. Così dato che è considerato tale vuole  un riconoscimento ufficiale, al giudice D’Andrea chiede di volere una patente di iettatore. Rosario Chiàrchiaro era un malnato come Maddalena, come la cooprotagonista,  infatti quando la incontravano le donne dicevano diocenescampi e si facevano un frenetico segno della croce, gli uomini sputavano a terra. La malnata non aveva richiesto a nessuno la patente ma indossava quel soprannome come una corazza. Le accuse della gente diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza.

Francesca passando ogni giorno dal ponte del fiume Lambro vede questa ragazzina che gioca sulla riva del fiume con i maschi che si diverte, e ne è conquistata. I maschi che la seguono sono Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra.

Maddalena la affascina, vuole diventare sua amica, nonostante la Malnata sia disprezzata da tutti. Grazie alla complicità nata in seguito a un furto di ciliegie, finalmente le due lo diventano.  Tra i personaggi che gravitano attorno a Maddalena e a Francesca, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale figlio del fruttivendolo. Francesca scoprirà grazie a  Maddalena l’importanza della libertà di opinione e la non sottomissione, l’importanza della verità. Imparerà a combattere gli abusi, il sessismo, l’oppressione,  a far sentire la sua voce. Imparerà a  ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.

La Malnata diventa il suo esempio di vita, il punto di riferimento. Sarà lei a raccontarle quello che accade al quando si diventa donne “ Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue”. Le due si aiutano reciprocamente, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, sostenuta anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione. La famiglia della Malnata avrà anche altre disgrazie oltre a quelle che già hanno l’hanno colpita, ma di tutto ciò la Malnata non ha colpa.

La storia di Maddalena e Francesca è una storia senza tempo. Ricorda per certi versi L’amica geniale di Elena Ferrante.  L’amicizia fra due ragazzine diverse per ceto e carattere, ma in generale anche il sentimento di amicizia e la lealtà di Noè, che supera ogni ostacolo ed è più forte di ogni interesse materiale in confronto a certi  rapporti  malati narrati nel romanzo. Il disagio delle ragazze nei confronti del proprio corpo che cambia con l’arrivo del mestruo, gli sguardi degli uomini che fanno sentire in colpa e che mettono in imbarazzo. Il fascismo sembra preso come spunto per via dell’ideologie  sessiste, la considerazione delle donne pari a zero, buone solo per fare figli, e l’ipocrisia imperante. Dopo l’inizio che fulmina, il romanzo procede pigramente, sembra che non accada nulla, e  quello che accade si svolge  con estrema lentezza. Poi il romanzo ha un balzo, prende il via, come se la parte centrale sia stata scritta in quel modo, affinché Francesca potesse avere la forza per arrivare più velocemente. Insomma il romanzo è un romanzo storico e di formazione, è  bello, avvincente,  veicola un messaggio importante,  mi è molto piaciuto, in pratica l’ho divorato, però, mio limite, non riesco ad afferrarne l’unicità nella storia e nell’impianto narrativo o in altri ambiti, tanto da fare sgomitare le case editrici per accaparrarselo (così almeno si legge in giro vedi ansa),  in libreria ce ne sono tanti di altrettanto ben scritti, ma ben venga anche questo, consiglio di leggerlo.  Antonella Pizzo

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