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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Recensioni

“Variazioni romanzesche sulle istanze di crisi dei mondi narrativi”. Studio di Paolo Landi.

17 lunedì Nov 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Giuseppe Donateo, Il Maestro del Romanzo Vuoto, Paolo Landi, Pierrot e l'asino di Buridano

 

GIUSEPPE DONATEO, Il Maestro del Romanzo Vuoto, Erasmo, Livorno 2017, pp. 265, € 18,00; Pierrot e l’asino di Buridano, Europa, Roma 2021, pp. 238, € 15,90.

Questi due romanzi si basano su una riflessione diretta all’istanza del romanzo stesso, nonché relativa alla crisi della sua composizione; e tale riflessione è un pretesto per rappresentare diverse vicende intrecciate o sovrapposte e alternate fra loro, che riguardano da un lato la circostanza di base, e da un altro lato il romanzo nel romanzo – o il racconto nel racconto.
Da ciò deriva una linea narrativa screziata e provvista di un ritmo variegato, che a partire da questa complicazione di base incorpora nel suo tessuto sia una serie di considerazioni relative alla valenza psicologica ed esistenziale del romanzo – nonché della crisi nella quale quest’ultimo si può imbattere -, sia un insieme di rimandi a mondi narrativi sedimentati nell’immaginario – quali sono quelli dei poemi epici, della visitazione dei contesti storici, o dei fumetti. E in particolare, Il Maestro del Romanzo Vuoto si apre con le amare considerazioni sulla situazione di una crisi nel percorso della scrittura, e si conclude con il recupero di rinnovate energie, che viene raffigurato attraverso la chiamata a correo di una serie di personaggi ed autori che soccorrono l’alter ego dell’autore in questione con un girotondo di felliniana memoria, animato dal supplemento di una giubilazione senza riserve, che lascia emergere i contorni di una festa la quale si libera al di là di ogni legame con il passato della propria esistenza (a differenza di quanto accade in 8½ di F. Fellini); e in modo analogo, Pierrot e l’asino di Buridano inizia con la presa d’atto di una crisi scandita attraverso il monito espresso icasticamente dal numero della pagina che segna l’arresto, e si conclude con una presenza sommessa di una serie di apparizioni in parte reali e in parte immaginarie che hanno animato lo svolgimento precedente; e in entrambi i casi, attraverso la fase intermedia del silenzio, viene preparato lo spazio che rende possibile l’esercizio della scrittura e l’intrapresa creativa.
Per quanto riguarda la struttura di queste opere, si deve sottolineare che la seconda segna uno stadio più complesso, in quanto i contenuti romanzeschi che vengono immaginati hanno un protagonista – Michele -, che nella prima è assente; così, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto il protagonista in qualche modo è comunque l’autore – o meglio, quell’alter ego dell’autore che non viene nominato, ma corrisponde solo al pronome egocentrico -, mentre in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo una tortuosa linea di congiunzione e una serie di rimandi che allacciano la più diretta proiezione dell’autore – corrispondente alla figura dell’io – con quella proiezione ulteriore e di tipo indiretto che è data dal personaggio di Michele; e inoltre, questa maggiore complessità dell’impianto di base in questo romanzo corrisponde alla convocazione di una serie di mondi narrativi che nell’altra opera non può essere riscontrata. Ma ancora, questa minore ricchezza di ingredienti narrativi, scenici e spettacolari ne Il Maestro del Romanzo Vuoto è legata a un andamento riflessivo il quale si inoltra nei tornanti di una regione più profonda e abissale, che lascia intravedere il registro di una solitudine affiorante, la quale in Pierrot e l’asino di Buridano almeno in larga parte sembra superata. E la punta emergente di tale solitudine in questo romanzo è data dal tratteggio del personaggio del signor N, che vive tutta la sua esistenza in una specie di limbo neutrale nel quale non si concede alcun contatto verso l’esterno, lasciandosi alle spalle soltanto la sua giovanile immersione nel mondo dell’astrazione matematica.
D’altra parte, all’interno di una tessitura d’insieme meno stratificata che in quest’ultimo romanzo, il primo inserisce una parte la quale costituisce un motivo più complicato di qualunque ordine della complessità che si trova nell’altra opera. A questo proposito, un personaggio che stabilisce rapporti con l’alter ego dell’autore si riferisce a uno scrittore – appunto il Maestro del Romanzo Vuoto – il quale costruisce un’opera parlando di uno scrittore in crisi, che a un certo punto riempie la sua mancanza di ispirazione – o appunto il suo vuoto più o meno assoluto – inventando la storia di N; e ancora, questo personaggio incarna il vuoto medesimo di una intera esistenza. Dobbiamo allora osservare i seguenti elementi: in primo luogo abbiamo l’autore e il suo alter ego che è dato dallo scrittore in crisi nel quale egli si riflette in modo diretto; in secondo luogo abbiamo questo Maestro, il quale a sua volta è uno scrittore che parla di uno scrittore in crisi – per cui l’autore in seconda istanza si riflette nella figura del Maestro, e in una terza istanza, ma in un modo più stringente perché si tratta di uno scrittore in crisi che replica la condizione del protagonista di base centrato direttamente su di lui, si riflette nel personaggio di questo scrittore -; e infine abbiamo il personaggio di N, che nel cuore annidato dentro la complicazione vertiginosa di questo gioco di scatole cinesi incarna la problematica della crisi e del vuoto nella sua intera esistenza. Ma possiamo dire che questo personaggio, se da un lato viene collocato al culmine dell’artificio concettuale dovuto a questa serie di inclusioni – o di istanze di riflessione – le quali si annodano in una spirale attraversata da una inquietudine e da un tormento che lasciano il segno, da un altro lato introduce nel modo più diretto e vibrante la dimensione esistenziale del romanzo; o ancora, a questo proposito, la distanza che viene apposta nei confronti di una modalità di scrittura di tipo diretto, rende possibile di raggiungere il nucleo più intimo e palpitante di quello che viene narrato – o di cogliere la fisionomia più autentica e disarmante fra quelle rappresentate dalle opere in questione. E si deve anche sottolineare che il pathos rivolto alla figura di questo personaggio così drammatico viene espresso nella tessitura scabra di una serie di notazioni lapidarie, che pervengono a un nitore implacabile della descrizione, il quale non potrà essere raggiunto in altri luoghi di questi due romanzi; e non è un caso che i contorni di questa figura con la loro forza concentrata alludano nel modo più estremo a quella dimensione della crisi e del vuoto, che funge da tema fondamentale di quanto viene narrato.
Sotto un profilo più generale, si deve tenere presente che questi due romanzi attraverso l’espediente di un racconto incentrato sulla problematica della crisi creativa, rappresentano una riflessione su quell’orizzonte di apertura dell’opera che è stato messo tema da svariate indagini filosofiche e semiotiche – e in particolare dalle indagini di U. Eco -; e in questo modo, possiamo dire che la problematica di tale apertura viene sondata non solo attraverso le modalità di una gestazione della scrittura in azione, ma anche sotto le specie delle sembianze che si dispiegano nel corso della formazione di un disegno narrativo; o ancora, potremmo dire che questi romanzi rendono palese come le procedure della interpretazione dei mondi narrativi messi in gioco dai romanzi nella loro fisionomia variegata e priva di una chiusura univoca, corrispondano alle esitazioni, alle incertezze profonde e allo spettro delle alternative che si profilano nel cuore della intrapresa creativa. Così in entrambi i romanzi si verifica questa situazione: da un lato abbiamo una sorta di apertura iniziale, che è comune ad ogni sviluppo narrativo ai suoi esordi, ma in questo caso viene marcata in modo peculiare dal fatto che introduce il problema della sua dimensione, attraverso un elemento di riflessione dovuto al motivo della crisi che incombe sull’autore; e da un altro lato abbiamo quella versione dell’apertura che è data dalla conclusione, nella quale il personaggio dello scrittore si accinge a proseguire il suo sviluppo narrativo. E se nel primo romanzo si tratta del passaggio oltre la fase preliminare di una serie di materiali da utilizzare per l’elaborazione della stesura effettiva, nel secondo – quasi nei termini di un seguito della circostanza precedente – abbiamo invece la prosecuzione di una stesura già inoltrata per una vasta porzione. E sia nel primo che nel secondo caso possiamo dire di avere la messa in scena dell’istanza di apertura di un mondo narrativo che si sta profilando, nonché la congiunzione circolare della conclusione del romanzo effettivo, con l’intrapresa di un romanzo incluso nel suo dominio in termini di finzione.
Stabilito questo, si deve tenere presente che la tematica legata al mondo narrativo del romanzo, in entrambi gli esemplari trova dei riflessi che sono dati dalla intrusione dei contenuti che abitano il mondo della finzione; al che, si deve stabilire quanto segue. In primo luogo, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto abbiamo una dialettica ricorrente e a tratti ossessiva tra l’autore e le varianti dei personaggi che sono sul punto di entrare nella stesura del romanzo, e si animano del gioco ipotetico di una loro interlocuzione problematica con il padrone del loro essere, in modo che viene tracciata una loro esistenza fittizia e invasiva; e in secondo luogo, in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo l’arredamento di una serie di contesti storici e letterari nonché relativi alla storia dell’arte, i quali dilagano nel tessuto di base della vicenda, arricchendo l’impianto con la loro veste appassionata e sontuosa, che in larga parte attinge all’ambito immaginario. E d’altra parte, l’autore dimostra l’esercizio di un rigore ben definito, che governa la sua abbondante materia lasciando l’impronta di un’autentica padronanza, in grado di veicolare una notevole ricchezza di immagini tenute sotto controllo da una profonda istanza di riflessione.

Paolo Landi

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Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

24 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Amén, Ester Guglielmino, Sergio Daniele Donati

 

“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizio – Antologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

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L’animale morente di Philip Roth lettura di Antonella Pizzo

15 mercoledì Gen 2025

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, L'animale morente, Philip Roth, The Dying Animal

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L’animale morente (The Dying Animal) è un romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 2001. Il titolo è tratto da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Il romanzo è ambientato negli anni sessanta, narra della relazione che il sessantaduenne David Kepesh ha avuto con una donna di ventiquattro anni. Terminata la relazione i due  si rincontrano in un capodanno di otto anni più tardi.  

David Kepesh è un professore universitario che tiene per i laureandi un unico corso, un seminario di critica letteraria, che ha chiamato Practical Criticism. Da giovane ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito e durato poco tempo, inoltre ha un figlio che non vede mai. Come critico letterario appare settimanalmente in una trasmissione televisiva, grazie a questa sua attività gode di una certa notorietà nell’ambiente universitario e anche al di fuori di esso. Il suo corso è molto seguito.  David è un uomo che ama la vita e i piaceri del sesso. Sono molte le studentesse che andrebbero volentieri a letto con lui. Di questo ne è consapevole ma la sua posizione accademica gli consente di andare a letto con loro solo alla fine del corso e dopo l’esame finale. Per l’occasione  dà dei festeggiamenti a casa sua dove invita tutti gli studenti che hanno completato il seminario. David non è uno sprovveduto, quella procedura lo tiene lontano dai guai, evita il rischio che possa essere accusato di molestie sessuali nei confronti delle sue studentesse. È un procedura   che gli dà soddisfazione e che svolge sempre nello stesso modo e ogni volta è un successo, ha la garanzia del risultato, alla fine della serata qualcuna delle sue giovani studentesse finisce allegramente nel suo letto.  Lui vive il sesso come piacere e superficialmente, senza  lasciarsi coinvolgere sentimentalmente da questi incontri.  Fino a che non incontra Consuela Castillo, una ragazza cubana di ventiquattro anni. Kepesh ama la vita e la bellezza. Consuela non è come le altre, appartiene a una ricca e nobile famiglia di esiliati cubani, ha nostalgia dell’Avana anche se non ha mai vissuto a Cuba. Ha dei principi un po’ antiquati, vede nel professore la “versione soggiogabile della raffinatezza della sua famiglia”. Consuela ha un corpo statuario, dei seni prorompenti. A tratti li nasconde,  a tratti li mostra sbottonando i tre bottoni della sua camicetta di seta bianca, che indossa sotto una severa giacca blu, simile a quelle che usano le segretarie di uomini importanti. David, così racconta a un interlocutore di cui non sappiamo nulla, ne è soggiogato. Consuela diventa per lui non più un piacere ma un’ossessione, una malattia. Ne è geloso, ha paura di perderla, è malato di desiderio. Consuela non è come le solite studentesse che lui si portava a letto, Consuela lo fa star male, con le altre  non ha mai provato quella smania e quella brama di possesso. Gli incontri sessuali con Consuela sono descritti nei particolari, spesso spregiudicati e inaspettati, come assaggiarne il sangue mestruale. Il romanzo potrebbe sembrare pornografico per certe disgressioni, ma non lo è. David è letteralmente ammaliato dai seni della ragazza, li adora. I seni oltre a essere sessualmente importanti hanno una funzione specifica, la produzione del latte. Il latte è il nutrimento primordiale, è come il sangue, è  vita. Ciò richiama un simbolismo religioso, il Cristo e l’ultima cena, prendete e mangiate questo è il mio corpo. David si nutre del corpo di Consuela, ne beve il suo sangue, adora i suoi seni floridi e turgidi, vuole inglobarla, quasi sostituirsi a lei, prendersi la sua vita, la sua gioventù, la sua bellezza.  È un bisogno primordiale e ancestrale. Il sesso è l’alternativa alla morte?

«Essere casto, vivere senza sesso, be’, come digerirai le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni? Guadagnando di più, guadagnando tutti i soldi che puoi? Facendo tutti i figli che puoi? Questo aiuta, ma è niente rispetto all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticartela mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?» 

È David l’animale morente?   È George, l’amico di Kepesh, che in punto di morte utilizza le sue ultime forze vitali per sfiorare il seno della moglie?

È Consuela che si ammalerà e che vorrà essere fotografata i seni prima di essere operata di cancro?  “Le scattai una trentina di fotografie. Lei sceglieva le pose, e voleva tutto. Voleva avere le mani sotto, che li reggevano. Li voleva mentre se li strizzava, li voleva dal lato sinistro, dal lato destro, li voleva fotografati mentre si chinava”.

È Consuela che ha il rimpianto di non aver potuto vedere L’Avana?  

“… e di momento in momento il suo pianto si fa sempre più forte, – credevo che un giorno avrei visto L’Avana.» «La vedrai.» «No. Oh, David, mio  nonno…» «Si, cosa? Coraggio, dimmi, parla.» «Mio nonno sedeva nel soggiorno…» «Avanti.» La tenevo tra le braccia quando cominciò a parlare di se stessa come  non aveva mai fatto prima, come prima non aveva mai avuto motivo di fare, come, forse, lei stessa non aveva mai saputo. «Mentre andava in onda The News Hour, mentre andava in onda The MacNeil-Lehrer News Hour, e… – disse, tra lacrime copiose, – improvvisamente sospirava: “Pobre Mama”. Che era morta all’Avana senza di lui. Perché la loro generazione, quella generazione, non era andata via.

“Pobre Mama”. “Pobre Papa”. Loro erano rimasti indietro. Aveva solo questa  tristezza, questo rimpianto per loro. Un terribile, terribile rimpianto. Ed è quello che ho io. Ma per me stessa. Per la mia vita, Mi tocco, tocco il mio corpo con le mani, e penso, Questo è il mio corpo! Non può andarsene così! Non può essere  vero! Non può capitarmi una cosa simile! Come può andarsene così? Non voglio morire! David, ho paura di morire!»

Siamo tutti animali morenti. 

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La città e le sue mura incerte di Haruki Murakami lettura di Antonella Pizzo

13 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Haruki Murakami, La città e le sue mura incerte

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La città e le sue mura incerte – Haruki Murakami – Einaudi – Collana: Supercoralli – Traduzione di Antonietta Pastore

Dalla quarta di copertina: «Diciassette anni lui, sedici lei, il primo amore, il tempo di un’indimenticabile estate. Tra passeggiate lungo il fiume o in riva al mare, speranze sussurrate su una panchina e sogni affidati alle righe di una lettera, lei gli racconta di una città circondata da alte mura: i ponti di pietra, la torre di guardia, un orologio senza lancette, una biblioteca. «La vera me stessa è lì che vive», gli dice la ragazza, e in quel luogo lui sarà il Lettore dei sogni. Poi, all’improvviso, lei scompare. La chiave per ritrovarla è quella città. Ma solo chi lo desidera con tutto il cuore potrà superare le sue mura.»

Il romanzo è diviso in tre parti e settanta sezioni. Le parti si ricongiungono come fiumi che si riversano tutti nel mare. La prima parte riguarda la ragazza e la vita di lui, che sarebbe anche il narratore di cui non conosciamo il nome.   Il suo compito dentro la città è quello di leggere i sogni contenuti nelle uova, due/tre al giorno, per farlo ha dovuto rinunciare alla sua ombra  e farsi ferire gli occhi dal guardiano . Nella seconda parte Il narratore, ormai adulto e che ha abbandonato la città dalle alte mura,  lavora come bibliotecario capo della biblioteca della Città rurale Z. sulle montagne di Tohoku. Lì conosce il bibliotecario capo, Tatsuya Koyasu, incontra anche M.  un misterioso ragazzo di 16 anni, lì si innamora di una donna. Nella terza parte tutto si conclude.

Lui ne ha diciassette  e lei sedici, hanno cominciato a frequentarsi e a scriversi dopo essersi conosciuti perché entrambi avevano partecipato a un concorso letterario. Sono due adolescenti che si innamorano, lui l’accompagna a casa risalendo il fiume. “Sei tu che mi hai fatto scoprire la città. Una sera di quell’estate, risalivamo il corso del fiume pervaso dalla fragranza dell’erba. Ogni tanto superavamo piccole cascate, fermandoci a guardare i pesciolini argentati che vi guizzavano.” Lei ha dei sandali rossi che conserva in una borsa di plastica gialla per non bagnarli, le foglie le si appiccicano alle gambe.

La ragazza gli confida che lei non è reale e che la sua vera essenza vive in una città circondata da alte mura, dove fa la bibliotecaria.  Per entrare in quella città bisogna staccarsi dalla propria ombra. In quella città non esiste il tempo, l’orologio della torre è senza lancette. La città è molto fredda, la gente veste con abiti lisi, molte case sembrano abbandonate da tempo,  come una città morta abitata da morti, con un guardiano alla porta, delle mura che non si possono scalfire, ma mutano, in giro transitano degli unicorni. L’unicorno nella cultura giapponese punisce i malvagi con il suo unico corno, protegge i giusti e assicura loro la buona sorte. Solo gli unicorni possono entrare  e uscire dalla città, una città in cui gli abitanti tentano di conservare i sogni di chi lì ha abitato, in un tempo nel quale, forse, la gente era viva e sognava. I sogni sono racchiusi nelle uova, la ragazza bibliotecaria li consegna al lettore  che sembra avere il compito di schiuderli, di  liberarli. In quale dimensione ci troviamo? Luogo di vita o di morte? Ci sono salici e glicini. C’è molto freddo, non ci sono le ombre, sono state strappate via, non esiste il tempo. Sembra  un mondo di morte. Il calore è vita. La ragazza conforta e sostiene il lettore preparandogli ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, una tisana calda con delle erbe speciali. La ragazza, che prima indossava dei sandali rossi, ora veste abiti cupi e grigi, incolori.

Nella seconda parte il narratore ormai adulto e che ha lavorato per anni nel mondo dell’editoria,  cerca e trova un impego nella vecchia biblioteca di un paese sperduto che si chiama Z.  Nella prima biblioteca si leggevano i sogni, in questa invece si leggono libri. Anche in questo paese c’è molto freddo, il ghiaccio ricopre le strade e ogni angolo della città. Qui il narratore incontra un personaggio, estremamente caratteristico e quasi tenero per il suo vissuto doloroso e per la sua sensibilità, il signor Tatsuya Koyasu. È il vecchio bibliotecario andato in pensione,  è un uomo anziano molto particolare,  indossa una gonna scozzese, una sciarpa scozzese, una calzamaglia nera, scarpe di tennis bianche e un basco azzurro. Gli incontri fra i due avvengono in una piccola stanza quadrata, con l’unica stufa a legna presente nel palazzo dove ha sede la biblioteca. La stanza viene riscaldata da questa stufa che viene accesa prima di ogni incontro dal signor Koyasu, il quale, come la bibliotecaria della città dalle alte mura,  gli prepara una bevanda calda, per la precisione un the servito usando delle raffinate porcellane. In questa città il narratore incontra anche un ragazzo che ha la particolarità di saper leggere una enorme quantità di libri e che indossa una felpa con la stampa del Yellow submarine dei Beatles. Quest’ultimo a un certo punto della storia scompare senza lasciare traccia, così come svanisce il signor Koyasu.  

I colori presenti nel romanzo sono il rosso dei sandali della ragazza, il giallo della sua borsa, il giallo del sottomarino del ragazzo, l’azzurro blu del basco, la gonna e la sciarpa scozzese, il glicine, il verde dei salici. Il giallo e il rosso sono colori caldi come il sole, simboleggiano la vita, il glicine nella cultura giapponese simboleggia l’amicizia, l’amore eterno e la longevità, Il Salice simboleggia la grazia e la resistenza. Tutto sembra essere utile per contrastare il freddo e la morte, i colori, il supporto e l’affetto dimostrato nella preparazione delle calde bevande, il conforto e l’importanza della lettura, della storia, del passato, delle testimonianze. Grande importanza hanno Il lettore dei sogni, le biblioteche, i vari bibliotecari, il ragazzo che legge interrottamente.  Leggere il proprio essere, leggere per capire, analizzare il profondo, leggere ciò che è stato scritto o sognato, che forse è irreale o può anche essere vero e reale, nulla deve andare perduto o essere dimenticato.  Attraversare il fiume della vita in un flusso che porta alla fine dell’esistenza, fra realtà e irrealtà, fra sogno e fantasia, fra viventi e fantasmi. Nella città dalle alte mura torna la primavera, il ragazzo Yellow submarine  diviene ciò che vuole essere “Il vero lettore dei sogni”, il narratore incoraggiato dal ragazzo fa il salto e si lancia nel vuoto con fiducia, piomba nel buio, lui che è ombra si ricongiunge al suo corpo.  Qual è la realtà? è quella che stiamo vivendo o stiamo vivendo nei sogni di un altro, stiamo uscendo da un uovo che si sta schiudendo grazie a un lettore a cui la visione della nostra vita gli sta causando un forte dolore agli occhi? La nostra vita vera è dentro o fuori la città, dentro o fuori l’uovo? Il percorso della nostra vita è già scritto o può mutare? Possiamo scegliere di lasciare la nostra ombra o riprendercela? Seguire ciò che crediamo sia vero amore o abbandonare la strada e saltare aldilà del muro.  Risalire il fiume e andare contro corrente come i salmoni? Lasciarci trasportare dalle acque senza sapere la nostra destinazione finale, oppure aiutarci con la mappa della città a forma di rene che ha disegnato il ragazzo? Il rene che nella medicina cinese è l’organo dell’ energia ancestrale, che permette la vita dell’organismo, che è simbolo della potenza procreatrice e della capacità di resistenza dell’organismo. Quella città che sembra città di morte ma che invece è il luogo dove i sogni vengono liberati, dove gli uomini si fortificano, dove mutano e si muovono.  

Le ultime sezioni della terza parte si chiudono con il buio. In questo romanzo niente è stato scritto per caso, ogni parola, ogni simbolo, ogni vicenda, fanno parte di un enorme puzzle che il lettore deve ricostruire per avere una visione chiara dell’insieme. Che io però, mio malgrado, credo di non avere. Anche se penso che a volte la verità sia più semplice di quella che crediamo. Probabile che il protagonista/narratore sia arrivato alla fine della sua vita, che ci abbia semplicemente raccontato il suo percorso, il suo amore adolescenziale, il suo lavoro, l’amore per una donna più matura, il calore dell’amicizia,  la sua passione per la lettura, per la natura, il suo amore per la vita, la sua morte.

Dove sta la verità? resta un mistero, i confini fra il reale e il sogno sono incerti come le mura di quella città, incerti fra il vero e mera rappresentazione del vero. Murakami però è così abile nella costruzione dei personaggi e di quel mondo irreale che mi sembra di conoscere da sempre il signor Koyasu, come fosse realmente esistito, al punto che provo per lui ammirazione e dispiacere per ciò che ha vissuto e per il fatto che si sia dissolto nel nulla diventando evanescente, dispiacere per il fatto che sia svanito in un luogo dove non ha trovato quello che si aspettava, il ricongiungersi con i suoi cari. Penso a lui come fosse un amico scomparso. Murakami ci conduce in un mondo irreale ma dalle sembianze reali, dove tutto si muove e si spostano i confini, dove il tempo scorre lasciando dietro di se i rimpianti e le domande senza risposta ma l’orologio non ha le lancette, come accade viaggiando nello spazio alla velocità della luce, sulla terra il tempo scorre ma nella navicella si è fermato e può anche accadere di essere arrivati ancora prima di partire.

Dove si trova la verità? A questa domanda risponde l’autore nella postfazione del suo romanzo:

“In ultima analisi, la verità non si trova in un’immobilità fissata una volta per tutte, ma nel movimento costante – cioè nelle fasi di spostamento. Non consiste forse in questo il mistero della narrazione? Io ne sono convinto.”

Antonella Pizzo

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Breve studio di Paolo Landi su ‘Arte della navigazione notturna’ di Adriana Gloria Marigo, Caosfera, 2022.

28 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Arte della navigazione notturna, Paolo Landi

 

L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica

Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -,  e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle  eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza  nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare.  Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso  potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a  considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.

                                                                              Paolo Landi

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).

 

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun lettura di Antonella Pizzo

23 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun (Autore) Egi Volterrani (Traduttore) La nave di Teseo, 2022

Un essere umano può dirsi felicemente realizzato quando ha risolto le proprie conflittualità, riconoscendo sé stesso, le proprie fragilità, i propri difetti, i punti deboli, le carenze affettive, i traumi subiti, le proprie mancanze o anche i talenti, le prorie caratteristiche peculiari, la faccia, il naso, il suo corpo disarmonico o armonioso e bello che sia, sano o malato. Quando ha iniziato ad amarsi e accettarsi, così come è. Quando ha smesso di essere come gli altri vogliono che sia, è diventato autentico, non nascondendo le proprie passioni e le proprie aspirazioni, piuttosto coltivandole, affinché i talenti diano dei frutti, non in termini di successo sociale ma di soddisfazione personale. Per essere vero, ascoltando la coscienza, praticando il bene, per essere manifestazione autentica del proprio essere.
Se donna, se uomo, se etero, omo, se bisex, se fluid o queer, che viva e si rapporti con gli altri in armonia con la propria essenza, autentica essenza ed esistenza, senza finzioni. Diversamente lo squilibrio e la dissonanza saranno strada che condurrà all’infelicità, sarà stridio di unghie che grattano sulla lavagna. Occorre vivere nella verità e senza nascondimenti, vivere in armonia con il prossimo e con sé stessi.
Accade, a volte, che circostanze particolari, costrizioni esterne provenienti dal potere o dalla famiglia, portino a reprimere la propria natura senza possibilità di ribellarsi. Ciò sarà causa di dolore ed estrema sofferenza.
Si può essere creatura all’apparenza forte e ben solida ma poi sgretolarsi come creatura effimera, una scultura di sabbia in balia dei venti delle circostanze. È questo il caso di Ahmed, la protagonista del romanzo Creatura di sabbia scritto da Tahar Ben Jelloun e pubblicato per la prima volta nel 1985. Il romanzo è ambientato in un Marocco del secolo scorso. Le atmosfere, gli usi, i costumi, sono nettamente marocchini e non poteva essere altrimenti. La vicenda si svolge fra fiaba e realtà.
Hadj Ahmed avrebbe voluto un maschio al quale lasciare la propria eredità. La moglie era incinta, era stata prolifica partorendogli già sette figlie femmine ma nessun figlio maschio, così l’uomo decise che da quell’ottavo parto, se fosse nata una femmina come le altre, per lui sarebbe stato come se fosse nato un maschio. E così malauguratamente accadde, nacque una femmina. La bambina viene dichiarata maschio. Per continuare l’inganno le viene fintamente tagliato il prepuzio e imposto il nome di Mohamed Ahmed. La bambina viene educata come un bambino, le viene inculcata la mentalità maschile, le si impone di pensare, di vestirsi, di parlare come un uomo, di considerare le donne degli esseri inferiori, prive di ogni diritto e sottomesse all’uomo, in quanto l’uomo è per natura superiore. Segue alla lettera le imposizioni del padre arrivando a fasciarsi il seno e si convince che davvero lei è un uomo nato per errore in un corpo di donna.
Mohamed Ahmed trova sollievo dal dolore dell’esistenza prevaricando il prossimo, approfittando della sua posizione sociale per commettere quanti più abusi possibili. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa.” Si macchia così delle peggiori colpe, diventa cattivo e crudele, quasi perfido. Si sposa con una cugina, che malata muore subito dopo il matrimonio. Dopo la morte della moglie e del padre, venendo meno l’autore della sua forzata trasformazione in ciò che non era. “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita. “
Mohamed Ahmed entra in crisi e inizia a pentirsi, interrogandosi e soffrendo per la sua condizione, si smarrisce nel deserto non riconoscendosi più, né in un uomo e neppure in una donna.
“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna/ ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”
Nella migliore tradizione orale nel secondo capitolo la storia di Ahmed viene raccontata da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco leggendo le pagine del suo diario. Fa parlare il protagonista stesso e nel contempo racconta la sua storia, finché il cantastorie muore con il diario stretto nel petto senza aver rivelato agli uditori la fine. Il romanzo diventa corale e ogni persona che ascoltava il cantastorie racconterà la morte della protagonista avvenuta con diverse modalità. Una donna di nome Fatouma, sembra essere Ahmed stessa che ha attraversato il deserto, superato le dune, fino ad arrivare all’oasi rigogliosa del suo essere autentico.

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La vegetariana di Han Kang lettura di Antonella Pizzo

16 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Recensioni

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“una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.”
“Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.”

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La vegetariana è il romanzo più famoso della scrittrice sud coreana Han Kang, vincitrice del Nobel per la letteratura del 2024. Edito in Italia da Adelphi traduzione di Milena Zemira Ciccimarra.
Il linguaggio del romanzo è netto e non fa sconti, le immagini e le descrizioni sono evocative e intense. Racconta la storia di Yeong-hye che fa un terribile sogno di sangue e di boschi e quel sogno è la linea di demarcazione del suo prima e del suo dopo.

Il prima è la vita apparentemente tranquilla di una donna ordinaria, un matrimonio con un uomo mediocre, il signor Cheong, che l’ha sposata solo perché lei è una donna sui generis, né bella né brutta, quasi un oggetto, lui non è costretto a competere con lei. Lei che passa le sue giornate a leggere nella sua stanza, che ogni tanto sottostà con indifferenza alle voglie sessuali del marito, una brava cuoca che cucina i piatti, rigorosamente con carne, preferiti dal marito. Una donna che è figlia di un padre ex militare, un uomo severo e violento che castigava con percosse Yeong-hye e la sorella In-hye quando erano bambine. La sorella è una donna che si è fatta da sé, possiede un negozio di cosmetici a Seul, dove è ambientato il romanzo, che va abbastanza bene e che dà la possibilità al marito, un anonimo uomo e artista fallito, di non lavorare e di esercitare la sua arte di videomaker.
Il dopo è il rifiuto improvviso e categorico di Yeong-hye di mangiare carne. La sua non è una decisione alimentare ma risponde a un preciso bisogno di trasformazione. Yeong-hye vuole sfuggire alla violenza, quella del padre e quella del marito che si manifesta nella sua indifferenza, che la considera e la utilizza come fosse un oggetto, vuole sfuggire alla violenza della società giudicante.

La famiglia non accetta la sua decisione e cerca di convincerla in molti modi, tutto è inutile, lei continua a rifiutare la carne. Il padre, con rabbia e violenza, durante una cena cerca di infilarle in bocca  un pezzo di carne. Yeong-hye afferra un coltello e si taglia le vene di un polso.
Il cognato la prende in braccio e la conduce in ospedale. I familiari tutti sono sporchi di sangue di Yeong-hye.
Quel cognato sa, perché gli è stato raccontato dalla moglie, che Yeong-hye ha una macchia azzurra a forma di foglia nella schiena. Spesso presente negli asiatici alla nascita, è una macchia mongolica che poi scompare con l’età. Questo pensiero della macchia mongolica della cognata diviene la sua ossessione. Ne è attratto sessualmente e artisticamente, ne è turbato.

Il cognato, fortemente e intensamente attratto dalla macchia mongolica della cognata, sogna di utilizzarla per realizzare un progetto artistico, desidera dipingerla e trasformare il suo corpo in un’opera d’arte. Lui le chiede di denudarsi affinché, come fosse una tela, possa colorare il suo corpo e decorarlo con motivi floreali. La donna accetta. Lui la utilizza come faceva il marito, come  un oggetto. Il cognato in un delirio artistico sessuale dipingerà il suo stesso corpo e avrà un rapporto sessuale con la cognata. Farà delle riprese in tutte le posizioni e angolature. Queste casualmente verranno viste dalla moglie che turbata e arrabbiata li denuncia. L’uomo sarà arrestato per aver abusato della malattia di Yeong-hye, quest’ultima viene rinchiusa in un istituto dove le verrà diagnosticata la schizofrenia.
Yeong-hye inizierà a sentirsi e a comportarsi come un vegetale. La donna vuole diventare una pianta, cammina sulle braccia perché dalle sue mani sgorgano le radici. Si vuole nutrire solo di acqua, anela alla luce come le piante alla fotosintesi clorofilliana. Si rifiuta di mangiare e questa sua ostinazione la potrà portare alla morte, anche se in effetti lei non vuole morire, vuole rivivere come le piante che non muoiono facendo parte di un ciclo vegetativo, che prevede la rinascita durante il ciclo delle stagioni.
Il romanzo può essere visto come una moderna riscrittura dei miti. Il suo desiderio di diventare una pianta non è solo una fuga dalla violenza, ma anche un desiderio di tornare alla purezza originaria, in un mondo privo di brutalità. La macchia mongolica di Yeong-hye, azzurra come l’acqua e a forma di foglia, presenta delle analogie con il mito di Achille nella sua seconda e meno conosciuta versione. Achille si bagnava alla fonte che l’avrebbe reso invulnerabile ma una foglia era caduta dall’albero e si era posata sul suo tallone rendendo quella parte il suo punto debole. Al contrario Yeong-hye è vulnerabile e l’unica parte immortale è nella sua macchia mongolica primordiale, appartenente a un tempo antichissimo, dove esisteva l’ordine e il bene, dove il mondo animale e quello vegetale convivevano in simbiosi, prima ancora della comparsa dell’uomo sulla terra che mangia gli animali, beve il loro sangue e distrugge le piante. Un segno che rappresenta la purezza, uno stato naturale, incontaminato. La scelta di Yeong-hye di lasciare il suo corpo animale per un’esistenza vegetale può essere letta come un modo per rispondere alle domande fondamentali della condizione umana, del conflitto tra la natura umana e quella divina, tra il corpo e l’anima, tra la vita e la morte.
Nella mitologia la trasformazione è spesso una via di fuga da una sofferenza o da una minaccia. Queste trasformazioni rappresentano uno strappo con il mondo umano e una nuova forma di esistenza, proprio come il percorso di Yeong-hye che la porta a rifiutare progressivamente il cibo e le relazioni umane, cercando di identificarsi con una vita vegetale. La storia di Dafne nella mitologia greca è una delle associazioni più immediate. Dafne, per sfuggire ad Apollo, si trasforma in un albero, nel lauro. Abbandona la forma umana per sfuggire alla violenza maschile, come Yeong-hye, che si vuole rifugiare nel mondo vegetale. Entrambe rifiutano la violenza e anelano all’armonia con la natura. La protagonista non parla mai in prima persona; è sempre descritta dagli altri: dal marito, dalla sorella, dal cognato. La ninfa Eco nella mitologia greca è condannata solo a ripetere le parole degli altri. Yeong-hye, come Eco, è una figura silenziosa, la cui storia è sempre raccontata da altri. La sorella è l’unica che si occupa di lei. Il cognato sparisce, lascia che sia la moglie a occuparsi del loro figlio. Il marito si è defilato da tempo, non sa che farsene di una moglie che non cucina e da scandalo con le sue fissazioni.
La descrizione del cognato che dipinge i corpi a motivi floreali per le riprese e i rapporti sessuali che consumano sono quasi scandalose, l’unione di quei corpi è contro ogni ordine, un’unione innaturale fra gli umani e il mondo vegetale. Yeong-hye diventa ogni giorno più magra e fragile, In-hey è sempre più stanca e disillusa, anche lei sta subendo un processo di trasformazione, infatti sussurra all’orecchio della sorella che anche lei fa dei sogni. Il romanzo, disturbante, ha molte chiavi di lettura, esplora mondi diversi, è un viaggio alla Giulio Verne, un viaggio con l’Enterprise, si può scendere nelle profondità degli oceani o della terra o restare in superfice, si può puntare verso l’alto e dirigersi nell’azzurro del cielo, planare, arrivare con i rami in alto ad afferrare la luce, oppure rimanere nel sottobosco e nutrirsi di rugiada. Sta a noi decidere fin dove arrivare.

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Trilogia della città di K. di Agota Kristof lettura di Antonella Pizzo

09 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Agota Kristof

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Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux)  è un romanzo di Ágota Kristóf, scrittrice ungherese che, in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare, nel 1956 con il marito e la figlia si è rifugiata in svizzera, dove vivrà fino alla morte. La trilogia è stata scritta in francese, la sua seconda lingua, che non riuscirà mai a padroneggiare pienamente, tant’è che lei stessa, nella sua opera “L’analfabeta. Racconto autobiografico”, si è definita analfabeta.

Trilogia della città di K., nella versione completa edita da Einaudi nel 2014, si compone di tre parti: Il grande quaderno (Le grand cahier), pubblicato nel 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) pubblicato nel 1991.

Dalla Grande Città alla Piccola Città (nel romanzo in maiuscolo, si immagina quindi  che siano quelli i nomi delle città) una Madre con due figli piccoli, gemelli, di cui non conosciamo il nome, arrivano, con due valigie e uno scatolone, dalla madre di lei, la Nonna, che abita in prossimità del confine, in una terra, probabilmente una terra dell’est,  devastata da una guerra di cui non sappiamo nulla. (Madre e Nonna sono in maiuscolo come i nomi della città) I gemelli vengono affidati alla nonna perché la madre non può nutrirli a causa della troppa povertà. La nonna, dagli abitanti della Piccola Città,  viene chiamata la strega e vive in una casa sporca all’inverosimile, possiede un orto e degli animali da cortile dai quali riesce a procurarsi denaro e  cibo di ogni sorta che nasconde sottochiave in cantina. La prima parte, Il grande quaderno, comincia così, come quelle fiabe nere, dove spesso bambini e ragazzini vengono abbandonati nel bosco da adulti che non possono più occuparsi di loro. I due gemellini, al pari di Pollicino, Hansel e Gretel, Cenerentola, vengono lasciati in balia degli eventi e vengono abbandonati nel bosco. Come tutti personaggi di queste antiche fiabe anche loro sono intelligenti e furbi e alla fine riescono a cavarsela. I nostri sono freddi e calcolatori, crudeli senza cattiveria, incapaci di sentimenti positivi o negativi, quasi disumani, si esercitano a sopportare ogni male e ogni privazione per fortificarsi. Non provano emozioni ma hanno un distorto senso della giustizia, provvedono, infatti,  alle necessità di una vicina, vecchia cieca e sorda e di una ragazzina con il labro leporino che è abituata alle più grandi sconcezze.  Fanno esercizi e si ripetono parole e parole, di odio e di amore,  affinché a furia di ripeterle quelle parole perdano forza e significato. Lavorano l’orto e accudiscono gli animali. Nascondono in soffitta un grande quaderno dove narrano  al plurale ciò che accade loro, narrano la loro verità, narrano i loro fatti.  “Le parola che definiscono i sentimenti sono molto vaghe” meglio attenersi alla descrizione fedele dei fatti.  I fatti sono disturbanti, sono incesti, violenze, pedofilia, aberrazioni sessuali, si immagina che siano raccontati nel grande quaderno con rigore e asetticamente. Alla fine della prima parte uno dei due gemelli riesce a passare la frontiera ingannando il padre, finché il padre non salta sopra una mina e il gemello segue le sue orme passando sopra il suo cadavere. A questo punto mi faccio delle domande: Per quale motivo i gemelli si separano? Come fanno a decidere chi resta e chi parte?

Il linguaggio nella seconda parte cambia, da asciutto e conciso, da descrittivo e asettico, diventa più articolato. Nella seconda storia, dal titolo La prova, i gemelli sono divisi e la narrazione da plurale diviene singolare e in terza persona. Apprendiamo che il gemello rimasto si chiama Lucas. (Il secondo gemello che ha passato la frontiera si chiama Claus, anagramma di Lucas.) In questa seconda parte compare il dolore, del tutto assente nella prima parte. Lucas soffre per la perdita del fratello, resta a letto per mesi mentre il campo della nonna va a male e le bestie nella stalla sopravvivono a stento. Che sia stata quindi necessaria una separazione fra i due affinché i sentimenti repressi cominciassero a venire fuori? Probabile.

Lucas si riprende. Nella sua vita appare Yasmine. Lucas, che ora ha 15 anni, accoglie lei e il figlio Mathias. Il bambino è malformato ed è nato relazione incestuosa della ragazza con il padre. Yasmine lascia il villaggio e il figlio. Nonostante la malformazione fisica Mathias è intelligentissimo, al pari dei gemelli, ma a differenza dei gemelli soffre per la sua condizione e per il suo non essere amato e non accettato dalla società. Lucas lo ama come non ha mai amato nessuno, forse vede in lui il fratello perduto. Neppure l’amore di Lucas riesce a salvare il bambino.

L’importanza della scrittura è il cardine su cui gira il romanzo.  Dei due gemelli uno è  prosatore, l’altro è poeta. I protagonisti sin da bambini fanno provviste di prodotti di cancelleria, carta, matite; Lucas acquista la cartolibreria presente sin dall’inizio nel romanzo. La cartolibreria ha nella storia un ruolo fondamentale, così come la lettura e i libri.  La scrittura per loro è salvifica, scrivendo e  narrando la realtà  mantengono il controllo e il distacco da una realtà diversamente inaccettabile. Lucas seduce una bibliotecaria che nasconde e salva dalla distruzione libri proibiti. La libreria è rifugio e consolazione per molti bambini che non hanno molte possibilità di leggere.  Il libraio Victor che vende la sua libreria a Lucas,  non riesce a scrivere quel libro che ha sognato di scrivere per tutta la vita, e ciò lo porta alla morte, al fallimento della sua vita.

“Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Dopo essere stati convinti d’aver capito tutto o quasi, ci si rende conto di quanto sia labile la realtà e la finzione, la vita e la letteratura. Se è la letteratura che crea una vita accettabile o il suo contrario, se è la vita che nutre la letteratura e tutto è una grande menzogna?

Infatti La terza menzogna, è il terzo libro. Che i primi libri siano due menzogne? Il dubbio è lecito. La terza menzogna è il racconto del secondo gemello Claus o Klaus. Ed è quindi in prima persona singolare. Il terzo libro  ribalta tutto, verità e finzione si aggrovigliano. La matassa è da sbrogliare, ogni nodo è da sciogliere.  Spesso la realtà è più ordinaria e più banale  della letteratura, anche se la realtà, nella sua semplicità,  è molto più dolorosa. Dei due gemelli uno è poeta, come a dire che nella poesia, e non nella prosa, sta  la verità. Ma anche questo non è del tutto vero, come scriveva Pessoa: Il poeta è un fingitore/finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente./E quanti leggono ciò che scrive,/nel dolore letto sentono proprio/non i due che egli ha provato,/ma solo quello che essi non hanno. /E così sui binari in tondo/gira, illudendo la ragione,/questo trenino a molla/che si chiama cuore.

Il libro è da leggere assolutamente, un’esperienza imprescindibile. Il fascino del romanzo sta proprio in questo gioco continuo tra il vero e il falso, la letteratura e la vita, rendendolo un’esperienza letteraria e intellettuale intensa e coinvolgente.

Antonella Pizzo

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“Anfore dal cielo” di AA.VV., Àncora Editrice, 2023. Recensione di Silvio Aman

09 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Anfore dal cielo, Silvio Aman

 

AA.VV., Anfore dal cielo (prefazione di Mons. Giovanni Giudici, postfazione di Giovanni Rossella) Milano, Àncora Editrice, 2023, pp. 110, € 12.

 

Anfore dal cielo (titolo estratto da Save the seed, di Anna Vercesi) forma un grazioso volumetto in cui le brevi raccolte delle Autrici si succedono attraverso le poesie-snodo in funzione di dedica, col risultato di collegarle tutte nello stesso sentimento di amorosa partecipazione alla natura (come creazione in senso biblico) in cui “vi è pure il richiamo all’esperienza cristiana” come nota giustamente Mons. Giovanni Giudici nella sua prefazione. Di fatto, i riferimenti delle Autrici alle virtù teologali di fede, speranza e carità costellano le loro esperienze di donne e madri, e lo fanno in modo corale nei “differenti stili” come indica il postfatore Luciano Rossella. L’anfora, sotto il profilo simbolico è un contenitore totale che riguarda l’aspetto contemplativo della natura e di partecipazione alla realtà, del resto ben espressi a vario titolo dalle quattro Autrici, le quali alternano la misura epigrammatica a tenore mistico all’estensione argomentante, a volte sfiorando le durezze dell’invettiva, come in Lorenza Auguadra, per la quale “Pregare/ è la mistica di un verso”.

 

La parola trova il cuore

da buio a luna piena

la croce lascia un corpo

di luce dalla tenebra.

(Promessa, p. 17)

 

Un tondo

a rassicurare la notte

cielo resuscitato

misura di pienezza

per occhi rinnovati.

(Luna piena, p. 26)

 

La presenza della luna, oltre che della croce, ci riporta ai dipinti di Caspar David Friedrich, come simbolo della luce e di Cristo.

Le poesie di Adriana Rinaldi sono una laude del creato inteso come creazione del Padre fonte di amore, senza incertezza, mentre la scienza, laddove si estranea dalla fede procede nella continua rettifica delle sue ricerche su basi deterministiche.

Sono nata nell’Amore

nel legame serrato

che conduce dalla terra

al cielo

sono nata in divenire, perfettibile

[…]

sono nata Creatura

fatta di carne e di spirito

[…]

sono nata figlia

di un Padre che nutre le stelle

[…]

(Eccomi, p. 36)

 

Il dittico Il figlio alla Madre, la Madre al figlio vuol essere anch’esso una laude della reciprocità (mentre la teoria psicanalitica testimonia l’irreciprocità strutturale dei rapporti) in cui non per nulla troviamo significanti come “riflesso” “specchio” “impronta” “sguardo” nonché l’uso del maiuscolo…

 

Sei il riflesso

del mio esistere.

Sovrano volto,

specchio del mio mondo.

(ivi, p. 39)

 

Le braccia vanno allargate

gli occhi aperti

le bocche devono contemplare

le meraviglie assolute

della Gratuita Esistenza!

(Affidarsi, p. 41)

 

L’Amore è il culmine della gioia

quando all’orizzonte vedi

il corpo dei tuoi pensieri

e il sorriso del sole.

(Amarsi, p. 42)

 

Poesia dell’apertura, della fede e dell’incessante fervore (“Vivo ogni istante/ come dono di eternità”. Eternità, p. 50) anzi dell’ebrezza…

 

la vita geme e sospira –

si ubriaca d’Amore

vive e giace.

Riaffiora il Canto

s’ode in lontananza

il lamento.

(S’ode in lontananza, p. 44)

 

che oltre a Whitman parrebbe ricordarci Baudelaire:

 

Il faut être toujour ivre.

Tout est là:

c’est l’unique question.

Pour ne pas sentir

l’horrible fardeau du Temps

qui brise vos épaules

et vous penche vers la terre,

il faut vous enivrer sans trêve.

Mais de quoi?

De vin, de poésie, d’amour ou de vertu

à votre guise.

Mais enivrez-vous.

 

Anche Teresa Scroccarello parla di eternità e mistero, ma le sue poesie sono maggiormente legate alla sfiducia nelle parole…

 

Impermeabile Eternità

fissa costante, durevole non modificabile.

Tutto assembla Oltre –

neanche più le parole bastano

ma un silenzio duro e forte

mi trascina a Te, Eternità

(Oltre, p. 61)

 

Il suo Dio è oscuro (una sorta di pascaliano Deus absconditus) e raggiungibile solo per via negativa, non come una meta predefinita…

 

Dio,

silenzio che chiami

ad una quiete piena

d’inquietudine –

della Tua presenza

sono inquieta

non so mai cosa vuoi

non sono le mie emozioni

e il tuo volere è così oscuro

[…]

(Questo è il dono del silenzio, p. 62)

 

L’uso dell’ossimoro di “quiete piena/ d’inquietudine” lascia da parte ogni festosa eccitazione: “Qual è la Volontà/ di un Dio pieno di silenzio”. Il suo silenzio fa ammutolire. Qui, benché la Trinità, secondo il dogma, non possa scindere le tre persone, Teresa pare nutrire maggior vicinanza con Gesù, l’uomo che ha vissuto, come si evince dal brano Al volto Santo di Manoppello A.D. 2006 (pp. 63-64) dove, con la personificazione del silenzio, troviamo: “Io non so pregare, il silenzio prega in me”.

In Preghiera (p. 66) parremmo riascoltare la voce di Giobbe:

 

Triste, svuotato d’animo come di pietra

è il mio cuore, ai piedi di questo Altare,

invoco il Tuo richiamo.

Aiuto, cerco Te per trovare me, Signore.

Neppure le parole osano, mi tradiscono

[…]

A che serve un fuoco che brucia

se non accende l’altro?

Un fuoco solitario?

A che serve condivisione, riconoscimento

[…]

Ho una solitudine, riempimi di Te – Oh Signore!

 

La fede nel Dio silenzioso (le parole tradiscono) qui pare intrecciarsi con l’aspetto esistenziale, cioè con la mancanza di amore. Come per le mistiche, le quali parlano dello Sposo divino, è nella solitudine che il Signore può far avvertire la propria presenza, sia tramite le sacre figure intermediarie (ma verso l’oltre, ad esempio tramite l’icona descritta da Florenskij) sia direttamente come nei ratti di Maddalena de’ Pazzi, sia nella nebbia, come qui, sia infine nell’oscurità, come in San Giovanni della Croce, con diverse gradazioni…

 

Nella nebbia appare il dolce Volto

Tu ragione del mio essere

eppure nella mia casa il quotidiano freme

nulla di più importante

mi stringe a queste mura.

(Nazareno, p. 67)

 

Anna Vercesi, le cui poesie sono ora parenetiche ora volte alla laude come in Rosa pulchrissima, alias Regina Cieli, auspica “l’incontro con l’altro” specie se derelitto, seguendo con ciò le parole di Gesù…

 

Cosa saremmo senza l’incontro con l’altro?

L’altro

Cane scalzo nell’ombra

L’altro

[…]

Apri il cuore che ce l’hai

Ritrovati, che il Signore della sera

Fa sbocciare ancora i fiori tardivi

Nell’enigma universale dell’amore

Che ama senza disarmanti aspettative.

(Scalzi, p 82)

 

L’incontro non c’è se non come sogno, mentre pochi metterebbero in dubbio il reale bellum omnium contra omnes, frase ripetuta da Linneo, se anche nei giardini, dove in superficie tutto ci appare armonioso e in pace, domina la cruenta necessità della natura, con i batteri atti a demolire l’humus, gli insetti killer, i bruchi devastatori e via così… Ma appunto per questo sorge l’anelito all’“euneirofrenia” e all’“incontro” come sogno del bello e della pace.

Trovo interessante, il complemento di specificazione “della sera” riferito al Signore nel tempo della kènosis del Cristianesimo. Anna Vercesi chiude così la poesia Shalom, padre, shalom: “Non ho più voce e canto/ Siamo storni nel vento/ Aquiloni, di bianchi e tenui colori” (P.84). Gli storni volgono certi alla meta, mentre nel discorso possono irrompere incertezze, equivoci, atti mancati… A “bianchi e tenui colori” immagino si possa associare un senso di pace in contrasto con “miserie” “chiodi” “lividi e spini” e che col “Signore della sera” potrebbe richiamare il sonetto di Foscolo: “Forse perché della fatal quïete/ tu sei l’immago a me sì cara vieni”.

Ancora ne Shalom, padre, shalom, leggiamo:

 

Voglio una vita senz’ordigni

Senz’ordini di sparizioni

Senza brigate di eliminazioni

 

Certo, se non si mettessero di mezzo i contrasti economici, fomiti di guerre e distruzioni, e fossero davvero assolvibili gli imperativi francescani.

 

Silvio Aman

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Paolo Maria Rocco: “En cada estaciòn del recorrido/A ogni stazione del cammino – Poemas Escogidos 1989/2021”(Spagna) e “Essendo inadeguata ogni parola” (Italia).

22 lunedì Gen 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Paolo Maria Rocco

 

Parlare di Poesia induce a riflettere. È dovuto alla Poesia uno spazio esclusivo. Al cospetto della Poesia si é, volendo usare una immagine intrigante e vera, come di fronte a un quadro: lo osserviamo in silenzio, studiandone -leggendone- il linguaggio, il suo potere evocativo, e i segni, le forme, il significato, consapevoli del fatto che non ci troviamo, però, all’interno di un museo ma nel farsi vivo delle cose, nel loro farsi esperienza. La Poesia prima di scriverla ha bisogno di una lunga e profonda dedizione e disciplina affinché si possano comprendere innanzitutto le ragioni della sua esistenza. In questo senso l’esortazione di Louis F. Celine suona ancor oggi attualissima: “Nella scrittura lo stile è di fondamentale importanza, necessita di tanto lavoro,  ma nessuno oggi vuole faticare, le frasi devono essere scardinate ed è un lavoro durissimo… Bisogna che la cosa tenga sulla pagina. Per tenere su una pagina, serve uno sforzo grandissimo”. Ecco, lontano da certo mainstream che fa del linguaggio della poesia un’espressione troppo spesso verbosa e sciatta, piegata a una mal compresa “ragione del cuore”, le qualità della scrittura poetica di Paolo M. Rocco le rileviamo non solo nei contenuti delle sue liriche ma anche nell’acquisizione di uno stile personalissimo che funziona come la carta d’identità di una esperienza che traccia una strada originale e di sicuro interesse nella formulazione di un pensiero poetico nuovo e suggestivo che, oggi, si è affermato anche oltre i confini nazionali con la pubblicazione di “En cada estacion del recorrido/A ogni stazione del cammino – poemas escogito 1989/2021”, una significativa antologia di sue poesie pubblicata in Spagna, bilingue, da Nautilus Ediciones. E dunque, queste dedizione, disciplina, stile sono attributi che pienamente si addicono alle poesie di Paolo Maria Rocco giunto al suo quarto libro. Oggi rileviamo per queste ragioni una voce di indubbio valore che si distingue per l’universalizzazione del suo dettato, capace peraltro di esprimerlo nella perfetta solitudine che è dovuta alla Poesia, avulsa dalle lusinghe di appartenenze a ‘scuole di pensiero’, ‘tendenze’, gruppi, mode…: «Ora una poesia nuova induce ad ammettere che c’è un tempo ancora per la poesia dell’opposizione aperta e dichiarata al mondo. La lettura delle liriche di Paolo Maria Rocco mostra – ha scritto Al J. Moran – che nel mondo il pensiero poetante risorge come poesia della fine di un mondo (…)».

Continua a leggere →

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“Eliodoro”, i “Quadri di un’esposizione” di Mario Fresa

26 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Eliodoro, Mario Fresa

 

Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder, le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.

Deborah Mega

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

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Tornare dal bosco di Maddalena Vaglio Tanet

08 giovedì Giu 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Maddalena Vaglio Tanet, Premio strega, romanzo, Tornare dal bosco

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In Attenti al lupo scriveva Ron nel 1990 e cantava Lucio Dalla: Questa vita è una catena/Qualche volta fa un po’ male/Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo. Il bosco è nell’immaginario collettivo un luogo pauroso e oscuro dove ci si può perdere facilmente ed è abitato da animali pericolosi come il lupo o l’orso. Occorre stare in guardia, non perdere la strada e lasciare traccia del nostro passaggio, facendo cadere i sassolini come fece Pollicino. Oppure può essere un luogo accogliente dove rifugiarsi, come fece Biancaneve che trovò ospitalità e riparo nella casa dei sette nani. Un luogo dove perdersi e dove ritrovarsi. Il bosco è metafora della vita, è attraversamento e rifugio. Quando la maestra Silvia legge la notizia sul giornale invece di andare a scuola entra nel bosco. La vicenda si svolge negli anni ‘70 in un piccolo paese vicino a Torino, fra le montagne e al limitare del bosco, dove lentamente stanno arrivando i primi segnali della modernità. La notizia che sconvolge Silvia è il suicidio di Giovanna una sua scolara di undici anni. La bambina si è lasciata andare giù nel fiume saltando dalla finestra di casa sua, si è levata le scarpe e si è buttata. Silvia seguiva questa sua alunna con molta attenzione perché la ragazzina, appartenente a una famiglia modesta, aveva problemi a scuola, problemi forse non troppo dissimili a quelli che aveva lei da bambina. La maestra Silvia aveva chiamato il giorno prima la madre per lamentarsi del suo rendimento scolastico. Silvia non è una donna qualunque ma ha una funzione sociale precisa e determinata, un ruolo definito. Silvia è la maestra. Non è una donna qualunque, non è una madre, non è una moglie, non è una fidanzata, non è una figlia, Silvia è la maestra e basta. Alla maestra si chiede un’unica cosa, quella e nessun’altra cosa se non quella di fare la maestra e di saperla far bene. Silvia è cresciuta dalle suore e ha ricevuto un’educazione rigida, della sua infanzia ricorda il bosco nel quale si avventurava con il cugino e con il quale andava con gioia a raccogliere funghi. Il bosco è il luogo dell’infanzia, è in grembo materno che la ri-accoglie. Il senso di colpa e di inadeguatezza a svolgere il suo ruolo di insegnante la porta a rifugiarsi nel bosco e a sparire nel nulla. In paese tutti la cercano e temono una disgrazia. Rifugiatasi in un capanno che conosceva sin da piccola, ormai coperto dalla vegetazione, Silvia passa a ritroso tutta la sua vita, acquista consapevolezza del suo fallimento, si rende conto di non essere mai stata una donna ma un frutto ammuffito prima ancora di avere raggiunto la maturità. Silvia si lascia morire, non mangia e non beve, si vergogna di se stessa. Viene trovata da un bambino asmatico e sofferente, Martino, un alunno proveniente dalla vicina Torino che si è trasferito in paese per quei suoi motivi di salute. Martino non sa nulla della maestra, impara a conoscerla negli incontri segreti che avvengono al capanno. Martino è di parola e non rivelerà a nessuno che ha trovato Silvia. La maestra muta, infreddolita, sporca, disidratata, diventerà parte integrante e viva del bosco, perché il bosco è vivo nelle muffe, nei parassiti, nei vermi, non muore ma si trasforma. Sarà Martino a portarle da bere e da mangiare e la maestra Silvia si fa convincere a mangiare e a bere fino a che Silvia si è trasformata in qualcos’altro. Alla fine qualcosa accade ma resta sempre aperto un interrogativo. C’è qualcosa che nel romanzo non si conclude, il cerchio resta incompleto. Sembra una fiaba all’incontrario, in genere nelle fiabe si perdono i bambini, qui invece è l’adulto che si perde e il bambino è il salvatore che la ritrova. Un adulto la cui esistenza, nel bene e nel male, dipende dalle azioni di due bambini ha qualcosa di inquietante. Nelle fiabe c’è sempre una morale, qui mi sembra ci sia una morale all’incontrario. È un romanzo cupo. Allora in questa atmosfera cupa attraversando il bosco canterò: Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo.
Il romanzo è ispirato a storia vera occorsa a un lontano parente dell’autrice, Maddalena Vaglio Tanet, a Bioglio, un paesino di montagna in provincia di Biella, dove ha trascorso dai nonni tutte le sue vacanze estive. Nata nel 1985, ha studiato letteratura all’Università di Pisa e vive a Maastricht dove svolge la professione di scout letteraria. È stata finalista del premio Strega Ragazzi nel 2021 con il libro Il cavolo di Troia e altri miti sbagliati.

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“L’amore e tutto il resto” di Andrea Temporelli. Una lettura di Loredana Semantica

17 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Andrea Temporelli, L'amore e tutto il resto, Loredana Semantica

C’è analogia tra Andrea Temporelli e – a puro titolo d’ esempio – Cristina Campo, oppure Umberto Saba, Pablo Neruda, Italo Svevo, nel  senso che sono tutti autori che hanno adottato uno pseudonimo.  Gli pseudonimi separano mondi. Di qua il nome, di là gli altri. Da un lato l’essere dall’altro l’invenzione. Si opera la diversificazione, si celebra lo smarrimento,  pulsa la repulsa del limite, mescendo lo scoramento del vivere si varca il transito nell’impossibile. Si travalica la nominazione imposta che opprime e aliena, come un battesimo all’esistenza che incarta e squarta. Nello schermo il  pronunciamento, scevro da condizionamenti, si fa purezza d’inesistenza. L’impresa resta agganciare l’eterno allo scarto, partorire il trapasso, comprendersi fino alle scapole, ai polmoni in un’assurda, mai sazia, impagata ricerca di se stessi. Dentro uno pseudonimo si possono estrarre con l’uncino le ali dalle scapole e volare oltre i mondi. Edificare a parole un monumento d’amore e dolore. Non è poi così difficile per alcuni, nel senso che è simile alla vita. Eminentemente scrivere è un gesto antropico, gli animali non lo fanno, ma non è un gesto naturale, eppure per qualcuno scrivere è un atto di estrema naturalezza. Libera e conduce slancio e impulso,  come guidare una vettura nelle strade deserte senza che gli altri siano d’intralcio: passanti, veicoli, conducenti. Il dolore invece è diverso, spina o croce, è all’opposto gravoso, difficile da reggere, impregna l’essere, lo attraversa e viverlo il dolore dà alla scrittura una consistenza e una compostezza che flette le arterie, le irrora allo spasimo.

I poeti in definitiva non scrivono che d’amore, di dolore e di morte. I poeti degni di questo nome. Se un poeta non scrive di questi temi ha scritto sul ghiaccio.

La silloge di Temporelli edita da interlinea, s’intitola L’amore e tutto il resto, il titolo è sintomatico di un’ordine. Messo l’amore al primo posto cosa resta? Echeggia un anelito dickinsoniano

I argue thee
That love is life –
And life hath Immortality –

Io ti dimostro
che l’amore è vita
e la vita ha l’immortalità

Oppure come non ricordare l’ancor più famoso distico

That Love is all there is,
Is all we know of Love

Che l’amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’amore
.

Persino la morte svanisce a confronto dell’amore. Temuta, sfuggita, implacabile, irrimediabile, invocata nell’agonia per sollievo di sofferenza, la morte, nella lettura di Temporelli, è un “resto” insieme a tutto quanto d’altro c’è. L’amore domina su tutto. O meglio tutto si muove per amore, anche ciò che apparentemente non collega. Esso solo resta, ci sostiene, sopravvive. Quello ricevuto, quello donato, la sua memoria, è come un sigillo sull’anima, la forgia e la modella nella forma che essa ha nel momento in cui la eplichiamo sul foglio, tutta la memoria della nostra storia soccorre a tentare il travaso.

Alcuni dicono che si scriva dopo tante e tante letture, invece dopo tante e tante letture non scrivi, hai sulle spalle un tale peso che sprofondi, si scrive perché devi. E se devi lo fai anche prima di tante e tante letture, lo fai anche dopo, ma dopo i dubbi sono talmente tanti che dell’atto avverti tutta la responsabilità. Ti rendi conto che è un azzardo, che rischi il peccato di presunzione. Cosa puoi dire oltre ciò che è stato detto più e meglio da altri?  Questa consapevolezza, se iniziale, può darsi che paralizzi o inaridisca. Invece quando “devi” non ti fai domande e non hai risposte, continui nel flusso che trascina oltre i dubbi, in una sorta di chiamata necessaria, nostalgica, disperata. A volte filo di voce finissimo altre strido, pianto, volo bianco.

L’amore e tutto il resto è un libretto formato 10 x 15 per centotrenta pagine circa, copertina in carta goffrata color avorio. Il sommario ci informa che il libro si compone di nove sezioni indicate coi numeri romani, ognuna contiene da 5 a 10 poesie, eccetto le sezioni IV e IX, la prima costituita dal poemetto “Terramadre”, l’altra da “Postilla per l’alieno”, da ascoltare qui.

Ciò che trovo impressionante da sempre della scrittura poetica è come essa “ci” scrive, come coliamo filati parola per parola nello stampo della poesia, vi alberghiamo nudi,  per come siamo, spellati sulla pagina, buccia dopo buccia, incolliamo sul foglio le squame, le penne, le piume, ci spogliamo, lettera dopo lettera, verbo dopo verbo e in questo trapasso, evochiamo studi, memorie, attiviamo il nostro “genio”  per vestire il dire di senso, per sostanziare quel denudarsi, in tutta la nostra dolcezza, sdegno, asprezza, razionalità, nel ventaglio amplissimo degli “stati” del nostro essere qui ora e vivi.  Per trasferire al lettore uno scritto che sia denso di pensiero, corpo e non vacuità. Questo processo avviene chiaramente anche nella scrittura di Temporelli. Del resto è autore e critico di ampia esperienza, oltre che specialista della materia letteraria, cioè insegnante.

Il libro ha ricchezza di temi e compiutezza di pensiero. Vi si  legge l’uomo, la storia, le amicizie,  gli avvenimenti, patemi e patologie, la scrittura, l’infanzia, l’insegnamento, la religione, il collegio, gli amici, il calcio, lo studio, la morte e i tortuosi camminamenti riferiti con semplicità perché nodi affrontati e sciolti. Vi si leggono i molti interrogativi, perché, si tratta, lo dice l’autore, di un libro che si sviluppa in un arco temporale ampio di ben 27 anni, che ci sono tutti, si spazia da una A a una Z passando da molte porte, altrettante svolte. Un distillato di tanta vita.

Tutta la raccolta ha un suo tempo metrico percepibile sin dai primi componimenti, brilla in versi di felici illuminazioni, accostamenti originali su un apparecchiamento lessicale piano, scorrevole, appropriato. Il versificare è corredato da segni di interpunzione e talvolta da spaziature e a capo ad arte. E’ presente un sottofondo di sobrietà e vivacità, due fili conduttori dell’opera, per cui mai dire nulla più di quanto è necessario, in omaggio all’esigenza di sfrondare fino all’essenziale, e in secondo luogo non annoiare il lettore. Diversi testi hanno la solennità e l’accoratezza della preghiera. In tutto il libro non è tanto la ricercatezza dei termini che restituisce cultura, ma citazioni e riferimenti. Tra questi spicca l’incipit del commovente omaggio a Simone Cattaneo che riprende il dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io che diventa Ricky, io vorrei che tu, Davide, Massimo, Flavio, Alessandro ed io. L’amicizia è già tutta nella nominazione del consesso.

Lucenti i testi che raccontano la natura  e le memorie, gli smarrimenti, ve ne sono disseminati, belli e limpidi anche i canti d’amore,  intessuti a volte da tensioni sotterranee, sentori d’abbandoni o separazioni. Di altri testi la lettura è meno trasparente, si chiudono nell’ermetismo, talvolta l’oscurità vorrebbe un ausilio a dipanare il senso, ma forse è solo umana curiostà di intromettersi nel ventre ispiratore, aprire squarci di indiscrezione. Così nel poemetto Terramadre, dove si affronta il tema della morte con sviluppo drammatico – teatrale, racconti esperenziali, com-partecipazioni attoriali, essi concorrono al referto dell’ essenza dell’oscura signora, alla narrazione dell’impatto che l’agonia o l’evento producono e le ramificazioni interiori conseguenti alla perdita. E’ un fatto che giunti ad età avanzata abbiamo la vita costellata da mancanze dolorose, tanto più quanto più traumaticamente e precocemente è avvenuto questo invevitabile incontro e per le tante volte che avviene successivamente. Se ne parla qui con la consapevolezza che permea chi sa e può dirne senza apparire un balbettio d’esercizio letterario. Si direbbe che il poeta ha il piglio di chi fronteggia, non arretra e non cede, resiste, come in un corpo a corpo, in una sfida.

Postilla per l’alieno, che chiude il libro, ha un sentore del viaggio di Ulisse, appello rivolto a profani o a viaggiatori d’altri mondi, un messaggio d’onde radio verso porti astrali. Coniuga l’esotico e la citazione, propone destinazioni, ma non si tratta di luoghi qualunque: la Baia di Halong in Vietnam, il palazzo di Taj Mahal in India, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, la cascate del Diablo nell’Iguazù in Argentina, la Grande Muraglia Cinese e infine la quadriga della Basilica di San Marco a Venezia, sono tutti accomunati dall’essere di una stupefacente bellezza, tant’è che sono inseriti nell’elenco delle sette meraviglie del mondo oppure dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Temporelli cita poi l’affresco michelangiolesco de “La creazione di Adamo” nella Cappella Sistina, i poemi epici di Omero, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, ed è nella chiusa che chiarisce come rifiutare tutta questa bellezza significa chiudersi  all’ amore, gesto che darà forse pace, ma svuota.

A cogliere la sostanza di tutta l’opera possiamo dire con Etty Hillesum  “Credo che il senso della vita sia nell’amore, nell’amore per gli altri, nell’amore per la natura, nell’amore per la bellezza, nell’amore per la verità. Credo che l’amore sia la forza più grande che ci sia, la forza che ci fa andare avanti, che ci fa sperare, che ci fa credere che la vita ha un senso.”

Preghiera

Angelo di Dio

                              nell’angolo di gelo

che sei il mio custode

                              e sai chi ci uccide

illumina e custodisci

                              nascondi e ripulisci

reggi e governa me

                              la lama dei perchè

che ti fui affidato

                             e Gesù ha affilato

dalla pietà celeste

                           nel cruore terrestre

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TITANiO di Loredana Semantica, Terra d’ulivi 2023. Una lettura di Antonella Pizzo

18 martedì Apr 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, POESIA, Poesie, Recensioni

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Tag

Antonella Pizzo, Loredana Semantica, POESIA, poesia contemporanea, Terra d'ulivi, titanio

TITANiO

Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia]  edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica,  con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023.  Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.

Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.

La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica,  si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.

Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso,  sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione,  ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.

Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar    “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata…  Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r)  ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.”  Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal  bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno  e la veglia,  fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due  parti contrastanti.

Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette,  dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare,  a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la  nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno  fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico  direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//,  appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.

Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici.  C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto  se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.

Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)

Testi

Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.

10.02.2017

Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.

5.4.2017

Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.

10.01.2020

biografia

Siti dell’autrice

https://liminamundi.com 

https://lunacentrale.wordpress.com/

Loredana Semantica

Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza  di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzo http://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche: 

Silloge minima (7/11/2009) 

Metamorfosi semantica (3.2.2010), 

Ora pro nomi(s) (27.3.2010) 

Parole e cicale (13.8.2010) 

L’informe amniotico (27.2.2011), quest’ultima raccolta  opera selezionata al premio Opera Prima 2012 e finalista al premio Lorenzo Montano 2012” è stata pubblicata nel 2015 da Liminamentis.

Il 4 agosto 2012 ha pubblicato, sempre su issuu, la raccolta di riflessioni e racconti “I sette vizi capitali” e da ultimo una Trilogia poetica, formata dalle tre seguenti raccolte: “Apologia del silenzio“, “Nulla Parola” di 30 poesie ciascuna, e “Poesia delle feste” .

Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale  “Di poche foglie” all’indirizzo https://lunacentrale.wordpress.com/.

antonella pizzo

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Appunti di lettura: Angela Caccia, “L’alveare assopito”, Fara Editore, 2022.

14 venerdì Apr 2023

Posted by Francesco Palmieri in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Angela Caccia, L'alveare assopito

 

Angela Caccia

“L’alveare assopito”

Fara Editore 2022

 

Appunti di lettura

 

Credo che non possa fare meraviglia, l’affermare che la poesia si faccia presente, a chi la scrive, come uno spostamento di tonalità della voce interiore o, ancora di più, come l’insorgere inaspettato di una voce seconda, del dire di un doppio io la cui dimensione esistenziale sembra assumere i contorni di un luogo sacro dalla volta in cui risuonano e rimbombano parole colme di echi, formule portatrici di suoni e significati densi di rimandi a cognizioni e sentimenti che dimoravano in un sottofondo psichico dove i paradigmi dello spazio-tempo non riescono a far valere l’imperatività delle loro regole ferree, ineludibili. Questa è l’impressione subito suscitata dalla lettura della prima lirica de “L’alveare assopito” di Angela Caccia:

 

Lei – io –

mi guarda vispa da una foto

non so chi delle due

sia più curiosa dell’incontro

lei punta le rughe

io tratti di tenerume

e qualcosa fra noi si spariglia

 

Accanto la sua ombra è lei la luce

che si staglia nel tempo che non c’è

verrebbe di voltarla

quella foto da cui sciamano presenze

le voci che da qui non si odono più

[…]

 

Il corsivo è mio, ma solo per sottolineare quanto scritto sopra circa lo sdoppiamento dell’io (“qualcosa fra noi si spariglia”), l’annullamento della dimensione spazio-tempo (“la luce/che si staglia nel tempo che non c’è”) e le suggestioni altre della voce poetante (“quella foto da cui sciamano presenze/le voci che da qui non si odono più”). E ancora più in là, l’evocazione non fraintendibile di quel luogo nascosto dove si va a depositare la memoria personale che, unitamente all’esperire emozionalmente l’esistenza, diventa il fattore generativo del verso (o l’alveare nascosto), il segno indelebile che il trascorrere fecondo dei giorni lascia permanentemente nella nostra anima senziente: “i ricordi non muoiono/s’addormentano vigili”.

Se la poesia rappresenta, così come credo, lo zenit espressivo della nostra comune umanità, quell’insorgere di un linguaggio verticale che riesce a dare profondità, spessore, evocazione, a un dire che altrimenti sarebbe semplicemente strumentale, si può affermare che Angela Caccia riesce a confermarlo, non solo per l’accuratezza della sua scrittura mai oscura, genuinamente metaforica, che si concede prevalentemente  frequenti enjambement e dislocazioni grafiche del verso e della parola, ma soprattutto per quella sua tensione umanissima (“chiamati a non perdere la vocazione/all’umano”) a sottolineare la grazia e la dannazione di essere nati e vivi, di non lasciare al tempo che ci oltrepassa, il piacere di nullificarci nel silenzio dello scorrere di anni ed ere (“…quale tempo/s’accorgerà che ce ne siamo andati?”). Si avverte netta una pretesa di valore, un diritto inviolabile ad esistere e ad esserci, pur nei confini inappellabili di una “condanna del colore”, nella consapevolezza della “fatica di essere rosa”, nella coesistenza di vita/morte, gioia/dolore, ricordo/oblio. Tutto ciò, unitamente ad altro che si potrebbe aggiungere, fa dire che la poesia di Angela Caccia è una poesia che riesce ad abbracciare i momenti apicali dell’accadere individuale o anche di quelle esperienze che si incidono profondamente e fatalmente nel destino di ciascuno di noi, partendo dalla convinzione che ogni soggetto umano nasce col nome di rosa, con la natura di un fiore, ma che sarà proprio quella genesi a costituire la sua stessa condanna:

 

E dopo la neve

l’aria rassodò sui rami

e ascoltammo l’ombra

cadere dagli alberi

mutilati del bordo sicuro

Il po’ di verde sconsolato

annusava ovunque luce

rovistava in sacche di grigio

ed abbandono

la condanna del colore

fu la fatica di nascere rosa

 

Momento apicale fra gli altri, è la cognizione del dolore, non come esito di un’esperienza infausta, elettivamente traumatica, ma come presa di coscienza dell’universale condizione di quel ‘male del vivere’ che la Poesia (da Leopardi a Montale, da Ungaretti a Quasimodo e, prima di loro e dopo di loro, altri ancora) non ha mai smesso di denunciare impotentemente al cospetto della Storia o, più arditamente, alle orecchie di un’entità superiore e nascosta (“all’Angelo colpevole dei veleni di ciò che passa”), dimostrando ancora una volta, e di più, il coraggio della protesta, della resistenza umana, l’ostinazione di uno slancio vitale immanente verso le meraviglie estatiche della vita: “Guardavo il buio impolverare/lenta la campagna quando/una dopo l’altra fiorirono le lucciole/ e fu come uno sconto di pena” e più ampiamente:

La rondine è viaggio

altezze

l’ampio i canti delle terre

che la speziano

le schiarite i tramonti le tempeste

l’immacolato che la contagia

e la chiama a tornare – io che

conosco da sempre il sogno di tutte

le rondini: la casa

col tetto rosso e

le finestre giallo sole che

disegnano i bambini

 

Rondine tra le rondini è Angela Caccia che ne conosce i sogni di tutte, metaforizzati in immagini di un’innocenza antonomastica, quella dei bambini (“…la casa/col tetto rosso e/le finestre giallo sole che/disegnano i bambini), che sa far vibrare la sua interiorità di quella tenerezza cui si fa riferimento in una delle motivazioni del premio Faraexcelsior 2022 (quella di Antonella Giacon) o nelle liriche di Lei madre ai figli, a pag. 33 e a pag. 36, una tenerezza che sembra estendersi all’Umanità intera e a tutto il Creato con occhi sapienti e perciò immancabilmente indulgenti. E tutto ciò nonostante la consapevolezza lucida che il cuore dell’uomo deve imparare a guardare anche a sorella pietra, a sopportare la visione di ciò che non avverrà mai (“Poesia/è ciò che non è accaduto”) e che infine sarà il silenzio l’eloquenza estrema e terminale di chi, dell’essere al mondo, ha cantato la gloria e l’orrore, la meraviglia e il disincanto, la luce smagliante e l’oscurità profonda:

 

n.3

 

Lascia che la parola torni insonne

che il cuore si riconcili alla pietra

 

 

Poesia

è ciò che non è accaduto

e calò il silenzio

come unica forma di eloquenza

 

 

FRANCESCO PALMIERI

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Il secondo piano di Ritanna Armeni

13 giovedì Apr 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

≈ 2 commenti

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Antonella Pizzo, conventi, il secondo piano, Rastrellamenti, Ritanna Armeni, romanzo

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Il secondo piano, di Ritanna Armeni, edito da Ponte delle Grazie, 2023, p. 288

Dopo l’otto settembre del 1943, giorno in cui si comunicò che era stato firmato a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con il quale l’Italia si era arresa senza condizioni alle forze alleate, la speranza di essere liberati crebbe degli abitanti di Roma. In attesa che venisse finalmente sfondata la linea Gustav, i  partigiani lottarono  e resistettero cercando di contrastare i tedeschi con attentati e imboscate.  I   tedeschi però continuarono a occupare la città in un clima di terrore e violenza, facendo pagare ogni atto di ribellione con l’uccisione di civili inermi, aumentando le attività di ricerca e di cattura degli ebrei da deportare e sterminare.  ll 26 settembre il comandante della Gestapo, Herbert Kappler, pena l’arresto di 200 capi di famiglia, chiese agli ebrei 50 chilogrammi d’oro. La comunità ebrea con grande sforzo li raccolse  e li consegnò ai tedeschi sperando così di rabbonirli per un certo periodo. Le loro speranze furono presto deluse, il 16 ottobre del 1943 venne  dato l’ordine di arrestare e deportare gli 8.00 ebrei censiti. Le operazioni di rastrellamento  iniziarono già all’alba, i reparti delle SS  coordinati da Theodor Dannecker arrestarono in poche ore 1259 persone degli 8.000 previste, compresi anziani  e  bambini, il resto con enorme rabbia del comando tedesco sfuggì alla cattura. Il vaticano scelse la  via diplomatica e non prese posizione ufficiale anche se probabilmente agiva all’interno e in silenzio per contrastare gli abusi e le violenze perpetrati dai tedeschi.  Le chiese e i conventi furono perquisiti senza autorizzazione alla ricerca di partigiani, politici ed ebrei che si erano nascosti fra le mura Vaticane.

Il romanzo di Ritanna Armeni inizia proprio il giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto romano. Continua a leggere →

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La malnata di Beatrice Salvioli

30 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Beatrice Salvioli, einaudi, La malnata, romanzo

OIP

La malnata edito da Einaudi stile libero è uscito il 21 marzo in Italia e subito dopo in Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Turchia, Bulgaria. Uscirà a breve anche negli Stati Uniti e in Germania, inoltre è in corso di traduzione in 32 lingue; pare che il romanzo abbia incantato gli editori di tutto il mondo. L’autrice è la giovanissima Beatrice Salvioni, un’esordiente uscita dalla Scuola Holden, così si presenta sul sito della suddetta: https://thewall.scuolaholden.it/allievi/beatrice-salvioni/  Volevo che la mia vita fosse un’avventura. A nove anni ho messo calze e succo di mela in uno zaino e sono scappata. È durata fino al cancello di casa. Ma da allora ho cominciato a scrivere storie. Classe 1995, ho conseguito una laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle dinamiche della scelta nello storytelling interattivo. Frequento il secondo anno del college “Scrivere” presso la Scuola Holden di Torino. Ho vinto l’edizione 2021 del concorso per racconti inediti del premio Calvino con “Il volo notturno delle lingue mozzate”. Ho praticato scherma medioevale e ho scalato il Monte Rosa. Ho sempre pensato che la cosa peggiore della vita sia la sua assenza di senso narrativo. Per questo ho deciso di dedicarmi alle storie, qualsiasi forma decidano di assumere.

Il romanzo ha un inizio forte che inchioda alle pagine il lettore. L’ambientazione è  la riva del fiume Lambro. Tre sono i protagonisti della scena. Due ragazzine, Francesca e Maddalena. Il cadavere di un uomo riverso sopra il corpo di una delle due, è difficile scrollarsi di dosso un morto. Le due con molta fatica ce la fanno, infine cercano di nascondere il cadavere sotto una rete di tronchi  e rami, l’uomo ha sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore.

La storia è ambientata a Monza durante il periodo fascista, fra il 1935  e il 1936, nel periodo della conquista dell’Abissinia. Il romanzo racconta, per  voce di Francesca, l’amicizia indissolubile esistente fra lei e Maddalena Merlini detta la Malnata.  Francesca è un’adolescente di dodici anni  appartenente a una famiglia borghese e conformista, il padre produce berretti di feltro per l’esercito grazie all’interessamento sottaciuto della madre che ha una relazione extraconiugale con un fascista, il signor Colombo.  Maddalena è una ragazzina dal padre assente, appena più grande di Francesca, appartenente  a una famiglia indigente. La Malnata ha altri due fratelli, Edoardo, che per lei è come un padre, e Donatella, fidanzata con il figlio maggiore dei Colombo. Maddalena si sente responsabile delle sciagure occorse alla sua famiglia, come la morte del fratellino Dario, caduto dalla finestra di casa; l’incidente del padre, che ha perso una gamba in un ingranaggio della fabbrica.

Rosario Chiàrchiaro, personaggio nato dalla penna di Luigi Pirandello, è stato scacciato dal banco dei pegni perché era considerato uno Jettatore, al suo passaggio, tutti fanno i più svariati segni scaramantici: toccano il ferro, fanno le corna. Così dato che è considerato tale vuole  un riconoscimento ufficiale, al giudice D’Andrea chiede di volere una patente di iettatore. Rosario Chiàrchiaro era un malnato come Maddalena, come la cooprotagonista,  infatti quando la incontravano le donne dicevano diocenescampi e si facevano un frenetico segno della croce, gli uomini sputavano a terra. La malnata non aveva richiesto a nessuno la patente ma indossava quel soprannome come una corazza. Le accuse della gente diventano il suo senso di colpa ma anche la sua forza.

Francesca passando ogni giorno dal ponte del fiume Lambro vede questa ragazzina che gioca sulla riva del fiume con i maschi che si diverte, e ne è conquistata. I maschi che la seguono sono Matteo e Federico, il figlio della influente famiglia fascista dei Colombo, che con lei giocano sul Lambro e pendono dalle sue labbra.

Maddalena la affascina, vuole diventare sua amica, nonostante la Malnata sia disprezzata da tutti. Grazie alla complicità nata in seguito a un furto di ciliegie, finalmente le due lo diventano.  Tra i personaggi che gravitano attorno a Maddalena e a Francesca, oltre a Matteo e Federico, ci sono anche Tiziano, il fidanzato di Donatella, e Noè, il leale figlio del fruttivendolo. Francesca scoprirà grazie a  Maddalena l’importanza della libertà di opinione e la non sottomissione, l’importanza della verità. Imparerà a combattere gli abusi, il sessismo, l’oppressione,  a far sentire la sua voce. Imparerà a  ribellarsi alle piccole e grandi ingiustizie con cui convive.

La Malnata diventa il suo esempio di vita, il punto di riferimento. Sarà lei a raccontarle quello che accade al quando si diventa donne “ Noi femmine non ci dobbiamo schifare del sangue”. Le due si aiutano reciprocamente, Maddalena grazie a Francesca torna a scuola, sostenuta anche dal fratello Edoardo che ci tiene alla sua istruzione. La famiglia della Malnata avrà anche altre disgrazie oltre a quelle che già hanno l’hanno colpita, ma di tutto ciò la Malnata non ha colpa.

La storia di Maddalena e Francesca è una storia senza tempo. Ricorda per certi versi L’amica geniale di Elena Ferrante.  L’amicizia fra due ragazzine diverse per ceto e carattere, ma in generale anche il sentimento di amicizia e la lealtà di Noè, che supera ogni ostacolo ed è più forte di ogni interesse materiale in confronto a certi  rapporti  malati narrati nel romanzo. Il disagio delle ragazze nei confronti del proprio corpo che cambia con l’arrivo del mestruo, gli sguardi degli uomini che fanno sentire in colpa e che mettono in imbarazzo. Il fascismo sembra preso come spunto per via dell’ideologie  sessiste, la considerazione delle donne pari a zero, buone solo per fare figli, e l’ipocrisia imperante. Dopo l’inizio che fulmina, il romanzo procede pigramente, sembra che non accada nulla, e  quello che accade si svolge  con estrema lentezza. Poi il romanzo ha un balzo, prende il via, come se la parte centrale sia stata scritta in quel modo, affinché Francesca potesse avere la forza per arrivare più velocemente. Insomma il romanzo è un romanzo storico e di formazione, è  bello, avvincente,  veicola un messaggio importante,  mi è molto piaciuto, in pratica l’ho divorato, però, mio limite, non riesco ad afferrarne l’unicità nella storia e nell’impianto narrativo o in altri ambiti, tanto da fare sgomitare le case editrici per accaparrarselo (così almeno si legge in giro vedi ansa),  in libreria ce ne sono tanti di altrettanto ben scritti, ma ben venga anche questo, consiglio di leggerlo.  Antonella Pizzo

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Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone

16 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

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Antonella Pizzo, Maria Grazia Calandrone, romanzo, splendi come vita

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E le parole vanno via da noi, dalla cera impassibile dei nostri volti, e attivano le leve submarine di altri esseri umani, uguali a noi. Che splendono, talvolta, come noi splendiamo. Senza saperlo. (p. 13)

Maria Grazia Calandrone orfana due volte, privata dei genitori biologici, poi di quelli adottivi, nel romanzo Dove non mi hai portata edito da Einaudi nel 2022, proposto da Franco Buffoni al premio strega 2023 “per la tenuta stilistica e la capacità dell’autrice di coinvolgere il lettore in una vicenda storica e umana al calor bianco”, indaga sugli avvenimenti riguardanti la vita e la morte dei suoi genitori biologici. Oltre al succitato Dove non mi hai portata la Calandrone ha scritto nel 2021, edito da Ponte alle Grazie, il romanzo Splendi come vita, che riguarda la sua vita vissuta accanto alla madre adottiva.

Maria Grazia Calandrone, poetessa notevole, ha scritto sotto forma di romanzo una storia autobiografica, da lei definita lettera d’amore alla madre, narrata in prima persona dove racconta, tramite frammenti, immagini e inquadrature, rievocazioni, nel linguaggio poetico a lei congeniale, il complicato e difficile rapporto fra lei e la madre adottiva: Consolazione, detta Ione. Nata nel 1916, era moglie di un parlamentare comunista, insegnante di lettere, colta ed elegante, bionda e bella, così come appare nelle foto e nella copertina del romanzo con la piccola Maria Grazia in braccio. Non ho ancora letto Dove non mi hai portata e, per chi non avesse letto nessuno dei due romanzi, probabilmente è preferibile leggerli entrambi iniziando da Splendi come vita in modo da aderire al tempo della storia e alla stesura della Calandrone.
Un ritaglio di un famoso giornale dell’epoca datato 10 luglio 1965 riporta la notizia che, dopo aver abbandonato nel Parco di Villa Borghese la propria figlia Maria Grazia di 8 mesi, una donna si era tolta la vita buttandosi nelle acque del Tevere assieme al padre naturale della bambina, anche lui annegato. Lei è Lucia, bruna Mamma biologica. Maria Grazia è figlia dell’amore quindi per la società di allora figlia della colpa. La notizia del ritrovamento nel parco della piccola e indifesa Maria Grazia fa scalpore ed emoziona la gente, il giornale di cui sopra scrive in neretto che la bimba NON HA PIU’ NESSUNO. Continua a leggere →

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Appunti di lettura: Francesca Innocenzi, “Formulario per la presenza”, Edizioni Progetto Cultura.

10 venerdì Mar 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Recensioni

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Formulario per la presenza, Francesca Innocenzi

 

 

Francesca Innocenzi

“Formulario per la presenza”

Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2022

Appunti di lettura

Come dichiara l’Autrice nella Postfazione, questa plaquette di venticinque testi (se ho contato con precisione) è un’antologia di versi da lei stessa curata, comprendente poesie comparse nelle tre sillogi pubblicate prima dei quarant’anni e fino al 2019; operazione, questa, non certo dettata da una forma di autocompiacimento narcisistico (o “autocelebrativa” come precisa Lei stessa) bensì come “esigenza di riunire quelle poche liriche” ancora in grado di essere risonanti, ancora rispecchianti e vivide nel loro portato di senso, contesto e causalità. Liriche quindi come recupero del vissuto significante, come permanenza e persistenza di una presenza mai estinta, attimi di esserci che la memoria attualizzante recupera intatti, quasi fossero paradigmi esistenziali, lezioni imprescindibili apprese come epifanie di conoscenza essenziale, pur avvenute nella dominanza di un dolore incancellabile che ancora richiede di essere trasceso, purificato dalla parola poetica conservandone tuttavia integro, testardamente e programmaticamente, il suo valore pedagogico, il marchio a fuoco e indelebile di vita attraversata e vissuta. Ci troviamo quindi nella dimensione del ricordo, di un memorare che non vuole essere una forma di ripetizione mentale e automatica di climax esperienziali ormai depotenziati dal trascorrere del tempo e dalla ormai acquisita distanza emozionale che offre la progressione biografica, bensì nel suo esatto contrario: nel pieno di un flusso di coscienza che sembra aver incastonato in se stesso il miracolo della resurrezione, della ri-comparsa vitale delle atmosfere, dei colori, della luce e delle relazioni da cui sono poi scaturite le parole vive, ora gioiose ora invece, come dice Ungaretti, scavate in un abisso. E, come per darne subito la consistenza e il senso, ecco che il volumetto si apre con una lirica che sembra riferirne subito la peculiarità testuale e tematica:

Un ricordo

 

ombre di gatti

sono strisce di bisce

serpeggianti verso gli orti.

Tutto è passato

ma sento ancora il profumo del sole

su quei drappi abbandonati al vento

(estate 1995)

 

Proprio qui è visibile la chiave ermeneutica della poetica sottesa al memorare della Innocenzi, quando dal quarto verso scrive: “[…] Tutto è passato/ma sento ancora […]”, dove l’espressione passato/ancora assume l’aspetto semantico di un iperossimoro, una conciliazione di opposti, una tesi/antitesi che confluisce con naturalezza nella sintesi del termine indicato già nel secondo nome del titolo dell’opera, “Formulario per la presenza”, ossia un prontuario di poesia presente, un vademecum dell’anima, di quel luogo astratto (avrei potuto dire spirituale) dove le categorie dello spazio-tempo vengono annullate dalla macroscopia del dappertutto e del per sempre. A voler solo accennare ai temi fondanti e fondativi della poetica della Innocenzi, si può sinteticamente dire che essi esprimono una volta ancora – e mai di troppo – quelli che possono essere considerati gli assi portanti, strutturali, dell’antropologia universale, i lasciti sensibili dell’inconscio collettivo e della coscienza comune filtrati ontogeneticamente dalla complessità e profondità dell’anima individuale: essi vanno dall’esperienza della gioia (sempre troppo breve) ai morsi acuti del dolore (sempre troppo lungo), dall’euforia di stare al mondo e nel mondo alla caduta nel baratro della disintegrazione interiore, dalla innocente presunzione di onniscienza – tipica dell’età ingenua che non è solo l’infanzia – fino al sentirsi a posteriori “frodati di risposte”,  in un “dopo [che] è un codice a barre sul nulla”. Un dire poetico in fondo incastonato nei temi e nei motivi della classicità di quel percorso individuale e personale che chiamiamo esistenza ma, del resto, come si potrebbe presumere e pretendere di non essere ciò che ontologicamente e immanentemente siamo: fragili fibre di questo immenso universo. Esseri umani.

………..

è un agosto strano

l’erba del prato non ingiallisce

il fogliame persiste sui toni del verde.

sbirci in altre vite, fai il conto del tempo

ti trovi indietro.

torni a guardare il prato, lui sa da sé

quel che deve diventare

…………

 

cosa tu sei

se non la foglia del gelso appena appesa

se non la mela morsa, triturata

se non la spugna intrisa

d’acqua fatta nera.

sei insieme tutto questo

e ogni cosa insieme è in te divisa.

tu sai il dolore che ti taglia

via dal mondo

come sulla pelle madida ferita.

…………..

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

 

a te che hai ispessito la pelle del cuore

con blasfemie irte d’olio bollente

darei le primizie del bianco

mattino.

detergerei di te l’amaro

come questo panno liso il pavimento

se non ti scorgessi volto multiforme

strati di vuoto e di veleno

su scempi di ferite senza sangue.

 

 

FRANCESCO PALMIERI

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Pedro Eiras, “Bach”, Il ramo e la foglia edizioni, 2022. Nota di lettura di Deborah Mega

06 lunedì Mar 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Bach, Pedro Eiras

 

Pedro Eiras, “Bach”

Il ramo e la foglia edizioni, 2022

Note al testo e alla traduzione di Michela Graziani, Università degli Studi di Firenze

Postfazione di Claudio Trognoni, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

 

Che cos’hanno in comune personaggi come Anna Magdalena Bach, Esther Meynell, Glenn Gould, John Cage, Gottfried Wilhelm Leibniz, solo per citarne alcuni, dal momento che non sono neanche coevi o della stessa nazionalità? Nulla sembrerebbe eppure i rimandi esistono se soltanto ci si lascia coinvolgere dall’appassionante lettura e analisi di un romanzo inconsueto e originale. Attraverso la pubblicazione di “Bach” di Pedro Eiras da parte de Il ramo e la foglia edizioni abbiamo modo di conoscere in Italia, nella traduzione di Michela Graziani, l’autore portoghese e allo stesso tempo di approfondire le connessioni esistenti tra diversi personaggi tutti legati alla figura sapientemente evocata, del grande Johann Sebastian Bach. Si tratta di un’opera a metà tra realtà documentata e finzione che, com’è precisato nella postfazione di Claudio Trognoni, “non è un insieme di racconti, non è un trattato musicale, non è un diario né una biografia” bensì un’opera narrativa composta da quattordici testi, apparentemente disomogenei per genere eppure collegati e connessi tra di loro. Non si tratta di un libro per eruditi, certamente è un libro interdisciplinare, in cui è garantita la compenetrazione tra le arti, non esclude il lettore che non abbia competenze musicali anche perché consente diversi livelli di lettura del testo: letterario, musicologico e filosofico. Ogni testo è connesso in qualche modo al precedente o al successivo, in un sapiente gioco a metà tra il documentarismo erudito e la riscrittura fittizia. Eiras ha fatto riferimento anche al sistema di catalogazione BWV o Bach-Werke, che permette di riferirsi con certezza a una precisa composizione di Bach fra le oltre mille censite da Wolfgang Schmieder, autore del catalogo. Il primo documento, risultato di una mistificazione letteraria riuscita tanto è verosimile e intensa, è una lettera scritta da Anna Magdalena Bach-Wilcke, musicista ella stessa e seconda moglie di Bach. La donna si presenta come vedova del direttore di Musica della città e Kantor della Scuola di San Tommaso, per garantirsi protezione per i figli più piccoli e per quello dall’intelletto rimasto semplice e il diritto sancito dalla tradizione che prevedeva che le vedove dei Kantori godessero per sei mesi del trattamento economico che i mariti ricevevano, come già avvenuto alle vedove di Kuhnau e di Schelle. Anna Magdalena e Johann Sebastian ebbero insieme tredici figli, di cui sette morirono in giovane età. Dopo la morte del compositore, nel 1750, i figli entrarono in contrasto tra loro e ognuno di loro intraprese la propria strada. Anna Magdalena, infatti, visse con le sue due figlie più giovani, Johanna Carolina e Regina Susanna e con Catharina Dorothea, figlia di primo letto del coniuge. Nessun altro familiare la aiutò economicamente, fatta eccezione per le figlie. Con dovizia di particolari biografici, Anna Magdalena informa che i figli sarebbero stati accolti dal loro fratellastro Carl Philipp Emanuel Bach, figlio del suo compianto marito e della sua prima moglie, Maria Barbara Bach, il quale risiedeva a Berlino ed era clavicembalista  al servizio di Federico di Prussia, per il quale aveva composto l’Offerta Musicale, composta “da un ricercare a sei voci e un altro a tre, dieci canoni, e una sonata”. Il genero Altnickol e sua moglie, si sarebbero occupati di Gottfried Heinrich. La ricerca di Pedro Eiras ha consentito di annotare dettagli relativi all’inventario e alla ripartizione dei beni del compositore tra la vedova e i nove figli rimasti in vita. Anna Magdalena, in particolare, lamenta il fatto che i figli Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel si fossero impadroniti degli strumenti e delle partiture inoltre che con il passare del tempo, neanche poi tanto, fossero cambiati la musica e i gusti del pubblico. Contrappunto, fughe e corali per organo, un tempo tanto apprezzati erano ormai considerati pesanti e oscuri. La vedova fa riferimento anche alla querelle intercorsa tra il suo compianto marito e Johann Adolf Scheibe che riteneva le opere troppo abbellite e in contrasto con la semplicità della natura. Rievoca anche i posti in cui il celebre compositore aveva ricoperto ruoli di grande importanza anche se modesti rispetto a quelli rivestiti da Händel. La donna conclude la lettera dicendo di avere quarantanove anni dunque di essere invecchiata e di essere prossima alla morte. Avendo perduto sette dei suoi tredici figli, le sembra di sentirli nella casa vuota così come continua a sentire dei passi e a vedere un’ombra tra le scale, quella di suo marito, il vecchio incorreggibile Johann Sebastian Bach. Il secondo testo è dedicato a Esther Meynell, autrice di The Little Chronicle of Anna Magdalena Bach, pubblicata nel 1925 dalla casa editrice Chatto & Windus, in forma anonima e di cui Eiras possiede l’edizione edita da Chapman & Hall Ltd a Londra nel 1954. Si tratta di una narrazione in prima persona, attribuita alla vedova di Bach, che avrebbe deciso di scrivere le sue memorie dopo la visita di un vecchio alunno del compianto marito. Eiras cita anche altre edizioni oggetto di ricerca come quella portoghese con traduzione di Maria Osswald, edita a Lisbona nel 1945, per la casa editrice Aviz e afferma che certamente tra le fonti delle informazioni va ricordato lo studio dello storico Philipp Spitta, edito a Lipsia tra il 1873 e il 1880. Nel terzo saggio si presentano due cineasti francesi contemporanei, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, creatori di film sperimentali che hanno permesso loro di essere annoverati tra gli autori più originali del cinema del XX secolo. Furono creatori di un lungometraggio dal titolo Cronaca di Anna Magdalena Bach, realizzato nel 1968 ma la cui gestazione risaliva agli anni Cinquanta. Si procede poi con Gustav Leonhardt, clavicembalista, organista e direttore d’orchestra olandese, interprete delle opere di Bach. Partecipò al film di Jean-Marie Straub, sopra menzionato, in qualità di musicista e di attore nel ruolo di Bach. Nell’opera, nel 1973, scrive una lettera all’austriaco Nikolaus Harnoncourt, clavicembalista e direttore d’orchestra anch’egli, con il quale incise tutte le cantate di Bach. Nella lettera descrive lo stato dei lavori di restauro della sua casa, circostanza che lo pone in una condizione di preoccupazione per il fatto che i clavicembali fossero stati trasferiti nelle varie stanze. Informa poi il suo interlocutore di aver completato l’incisione dei ventiquattro preludi e fughe del primo libro e di essere consapevole che potrebbe averli interpretati in modo diverso dalle intenzioni del compositore, anche perché Bach aveva fornito pochissime indicazioni di tempo. Glenn Gould è l’altro musicista a cui è dedicato un saggio, annoverato tra i più grandi pianisti mai vissuti, qui è ricordato per le registrazioni di musiche di Bach. Si parla anche di John Cage e del suo esperimento nella camera anecoica dell’università di Harvard, una stanza insonorizzata e acusticamente trattata, in cui poter “ascoltare il silenzio”, da cui ricava la consapevolezza dell’impossibilità di ottenere il silenzio assoluto. Il saggio successivo ritrae il filosofo Leibniz, sofferente per la gotta e i dolori articolari, mentre si sofferma a pensare al suono infinitesimale di un fiocco di neve. I suoi pensieri lo conducono al ricordo dell’ascolto di una passacaglia e fuga, eseguite con un organo di Arnstadt tre anni prima da un giovane musicista (Bach?), che “sdoppiava un tema semplice in un gioco di figure così inaspettate, in così profonda armonia”.

Maria Gabriela Llansol invece è una scrittrice e traduttrice portoghese contemporanea che, nel 1977 ha scritto O Livro das Comunidades (Il Libro delle Comunità), libro molto caro ad Eiras, dedicato a incontri, dialoghi e reinterpretazioni del pensiero di scrittori, artisti, pensatori e mistici. La potenza della musica è affermata anche da Martin Lutero. Siamo a Wittemberg nel 1528. Lutero, poco prima della dipartita della figlia Elizabeth che ha contratto la peste, riceve la visita di Philipp Melanchton, teologo tedesco e suo amico, protagonista con lui della Riforma protestante. Dopo varie considerazioni sul concetto che un uomo diventi vulnerabile nel momento stesso in cui sia divenuto padre, afferma che “la musica è la nostra seconda scienza, subito dopo la teologia. È un dono di Dio. Allontana le tentazioni e i cattivi pensieri.” È per questo motivo che scrive inni, perché la musica è l’unica consolazione degli uomini. Non dimentichiamo che nella Chiesa di San Tommaso, dove Bach lavorò come direttore musicale per ventisette anni, Martin Lutero vi discusse i meriti della Riforma. Nel saggio dedicato a Jeshua Ben-Josef, cioè all’uomo- rabbino ( Gesù?) che visse e fu crocifisso intorno al 33 d.c. sotto Ponzio Pilato, Eiras ricerca tutte le occorrenze e le citazioni dedicate alla musica e contenute nella Bibbia e i vari riferimenti a molti canti di adorazione e a molti strumenti come flauti, trombette, trombe, corni, cetre, salteri, arpe, lire da dieci corde, tamburelli, cimbali; non va dimenticato che alcuni chiameranno Bach “quinto evangelista” come se l’ultima buona novella fosse stata scritta in musica. Gli ultimi saggi sono dedicati a Esther Hillesum, scrittrice olandese ebrea, vittima dell’Olocausto, che descrive il suo viaggio senza ritorno passando per Lipsia. Lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe la possibilità di salvarsi, ma forte delle sue convinzioni umane e religiose, decise di condividere la sorte del suo popolo. Le pagine dedicate a Ich habe genug BWV 82, (in tedesco, “Ho abbastanza”), cantata di  Bach, scritta a Lipsia per la ricorrenza del 2 febbraio 1727, per basso solista, oboe, archi e basso continuo, sono volutamente bianche come a voler far parlare la musica. Si tratta probabilmente di un silenzio metaforico, ulteriore rimando a Cage o al silenzio della musica durante i viaggi della deportazione e al dramma della Shoah che ancora oggi nessuno è riuscito a spiegare. Il silenzio diviene anche reazione al perenne rumore/inquinamento acustico di fondo della contemporaneità. Si cita a questo proposito José Tolentino de Mendonça, che afferma la necessità di un’iniziazione al silenzio cioè all’ascolto. L’ultimo saggio è dedicato ad Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace, medico, filantropo, musicologo, organista franco-tedesco, appassionato di musica classica e in particolare di quella bachiana. Non a caso pubblicò J. S. Bach, il musicista poeta, in cui raccontò la storia della musica del compositore e dei suoi predecessori e analizzò le sue opere più importanti. Si fece promotore fino alla sua morte di missioni umanitarie in Gabon, dove aveva fondato l’ospedale di Lambaréné e dove curava la popolazione del luogo. In quest’opera monumentale Eiras attraverso l’approccio filologico e gli intrecci intertestuali e di contenuto coinvolge il lettore, lo appassiona e lo trasporta in coordinate spazio-temporali lontane dall’uomo contemporaneo. Viene esaltata la funzione catartica e totalizzante della musica di tutti i tempi e il tema universale della vita e della morte.  Oltre al silenzio di cui si è già ampiamente parlato, l’altro fil rouge che è quello di maggior interesse per me, è quello della genitorialità, già messo in evidenza da Trognoni in Postfazione e ricorrente frequentemente nel libro, quella di Bach e Anna Magdalena, di Martin Lutero, nella parabola del figliol prodigo a cui si fa riferimento nel testo Jeshua Ben-Josef, unico episodio del Nuovo Testamento in cui sia presente la musica. Anche nell’ultimo testo del libro, intitolato 2002, il narratore si rivolge a una bambina che culla sulle note di “Mache dich, mein Herze, rein”, aria tratta dalla Passione secondo Matteo. Concludo questa lunga nota con una significativa citazione dell’autore che ancora una volta spinge il lettore a riflettere e a resistere: “Non si può risuscitare il XVIII secolo, ma inventare il passato in base al nostro desiderio.[…]In ogni parola di questi documenti settecenteschi leggo il passato, il presente e ciò che persiste del passato nel presente.”

© Deborah Mega

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