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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Recensioni

Mi limitavo ad amare te

02 giovedì Mar 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

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Tag

Antonella Pizzo, Narrativa, romanzo, Rosella Postorino

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Il nuovo romanzo di Rosella Postorino, Mi limitavo ad amare te, edito da Feltrinelli nel 2023 p.352, proposto per il Premio Strega 2023 da Nicola Lagioia, è un romanzo ispirato a vicende realmente accadute, così come il precedente e bellissimo Le assaggiatrici  ambientato in Germania durante la seconda guerra mondiale, che trae ispirazione dal racconto di Margot Wölk la quale a 96 anni confessò di essere stata una delle assaggiatrici del cibo di Hitler nella caserma di Karusendorf. Le assaggiatrici edito nel 2018 da Feltrinelli ha venduto, fra l’Italia e l’estero, 300.000 mila copie e ha vinto il Premio Campiello 2018.
Le vicende narrate dal romanzo Mi limitavo ad amare te partono da Sarajevo durante il conflitto della Bosnia – Erzegovina degli anni ‘90. Il racconto inizia nel 1992 e prosegue fino al 2011, durante una guerra combattuta vicino casa nostra ma che forse buona parte degli italiani ha vissuto con un certo distacco, come se gli orrori accadessero  lontano anni luce da noi e non nell’altra sponda dell’Adriatico. I protagonisti del romanzo, Omar, Senadin, Ivo, Danilo e Nada, non sono realmente esistiti ma le loro vicende romanzate sono alquanto verosimili. Nel 1992 Sarajevo era stata posta sotto assedio e veniva bombardata da mesi, mancavano luce, acqua e cibo. Gli educatori e i responsabili dell’orfanotrofio  Ljubica Ivezić dopo lo scoppio di una bomba nell’istituto, che aveva causato il ferimento di due bambini, decisero che i minori ospitati venissero portati in salvo in Italia. Così gli orfani e bambini disagiati, che vivevano nella struttura, furono fatti salire su un pullman per Spalato per essere condotti in un luogo sicuro lontano dalla guerra. Da Spalato furono trasferiti in aereo a Milano e quindi divisi fra Rimini e Monza per trascorrervi le vacanze estive. Continua a leggere →

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“Dappertutto stando fermi” di Luca Masala. Una lettura di Rita Bompadre.

24 venerdì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dappertutto stando fermi, Luca Masala, Rita Bompadre

 

“Dappertutto stando fermi” di Luca Masala (L’Erudita, 2022 pp. 113 € 16.00) è un libro caratterizzato da una combattente espressività e da un’ampia intensità di significato. L’autore inscrive l’intuizione profonda dell’inquietudine attuale, attraversa l’abissale superficie del vuoto spirituale, comprende l’assenza di un principio solido di riferimento, sfida il conflitto ordinario contro l’estraneità emotiva, conosce il disorientamento esistenziale. La poesia di Luca Masala dichiara l’indefinibile disagio nei confronti della frammentata condizione vitale, lacera la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, rilegge la frenetica, contrastante, realistica spinta introspettiva. I testi evidenziano la crisi dei valori, aggiungono il suggestivo incedere dei sentimenti lungo il cammino imprevedibile della vita, confermano la propria autonomia stilistica, continuano a sostenere la spietatezza delle difficoltà e l’accusa dell’incomunicabilità. Il poeta accorda l’impulsiva necessità di orientare un senso poetico alle relazioni umane, alla concezione del mondo, ritrova nel passaggio elegiaco l’interpretazione della memoria e del tempo. “Dappertutto stando fermi” è un suggerimento felice che arriva a destinazione, oltrepassa l’accelerazione delle umane distrazioni istintive, promuove un percorso lungo il senso contemplativo del ritmo interiore, in viaggio intorno alla consapevolezza. Il libro ospita il luogo immutabile dei ricordi, racchiude la fragilità delle illusioni, scopre i frammenti della quiete. Luca Masala cerca la poesia in ogni ispirazione quotidiana, coglie l’essenza della qualità evocativa delle parole, ascolta la rivelazione del sentiero incontaminato dell’anima. Concentra la luce infinita della meraviglia scolpita nella sensazione dell’appartenenza, disegna la prospettiva indistinta della solitudine con immagini offerte al confronto con la realtà, nel precipizio di una distorsione temporale, nella metafora di una visione catartica. Rivolge lo sguardo all’entità romantica e dolorosa della misura etica della lontananza, tenta di ridurre la dilatazione della distanza e della vacuità. “Dappertutto stando fermi” raggiunge la sensibilità del cuore, il territorio stabilito della reciprocità affettiva, regola la frequenza viscerale, tocca il termine di una permanenza dentro la dimora significativa del sentire, nel riflesso contraddittorio tra la continuità e la dimenticanza. I versi circondano la cognizione invisibile del disincanto, l’impulso malinconico e amaro del sogno fatalmente perduto. La corrispondenza della natura umana, in ostinata lotta tra equilibrio e stabilità, orienta l’armonia della poesia, indirizza la simmetria costante della staticità sospesa verso una dinamica empatica delle esperienze, filtra il percorso della semplicità. La sostanza autentica di Luca Masala riflette l’autenticità e la purezza dell’arte poetica, compone l’estratto di ogni promessa di speranza, include la capacità profonda e coraggiosa dell’ascolto, l’efficacia confortante e sorprendente del pensiero. Luca Masala dichiara l’affabile sincerità, apre il solco tracciato della scrittura sulla strada della conoscenza, sulla complessità della dimensione percettiva, avvia la protezione della saggezza nelle tendenze innate dell’uomo.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Arianima

 

Soffocare e guardare indietro

gli occhi negli occhi

a immaginare altezze

mai toccate

e scivolare

lungo la lama del vento

fiato di cristallo

un unico respiro

fino in fondo

nella parte visibile

dell’anima

 

Primavera

 

Alba di vita

piccolo sole che esplode negli occhi

ogni volta che vi guardo, figli miei,

un giorno di musica e luce

da vivere per sempre

mentre la bella giostra del mondo

compie ancora il suo giro

e solo per noi

 

Commiato

 

Passano, queste anime

rapide e terse

nello spazio di una vita

curvilinee e perse

illusorie di una meta

sulle immense strade del tempo.

 

Passano, senza fermarsi

amici e nemici

questi corpi convulsi

ignari del dolore

di non poter restare a lungo

nel miracolo della storia,

a guardarne il bagliore

a viverne il sogno.

 

Nel breve istante,

io con loro

andrò via

a fianco del rimpianto

solerte come un faro

che, indolente,

illumina da lontano

la metà sconosciuta

del niente

 

Frammento IV

 

“…E poi corro.

Per sentire il ritmo dei sogni

per abbracciare la mia solitudine

e tornare a respirare

con l’illusione fugace

che si può vivere per sempre.”

 

 

Frammento VIII

 

“…E nell’ombra

che odora di fresco

il tuo ricordo ritorna

per mescolarsi furtivo

con la notte”.

 

 

Frammento LXX

 

“…Toglierò dai tuoi occhi

i veli spietati del tempo

e tutto ti sarà chiaro.

…

Quel giorno scorgerai

immobile

il mio volto tra le stelle.”

 

 

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Bly di Melania Soriani

23 giovedì Feb 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Antonella Pizzo, bly, disparitadigenere, disparità, femminismo, giornalismo, inchiesta, melaniasoriani, mondadori, romanzo

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Il romanzo Bly di Melania Soriani,  uscito nel 2022 ed edito da Mondadori, narra le vicende della giornalista statunitense Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, vissuta tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, in un periodo in cui alle donne non era consentito esercitare quelle professioni considerate prettamente maschili, secondo la mentalità dell’epoca, ma solo quelle attinenti al cosiddetto “universo femminile”. Pizzi, merletti, ricamo, cura della casa e della famiglia, erano attività alle quali dovevano dedicarsi le donne dei ceti agiati. Operaie in fabbrica, sarte, serve, contadine, braccianti, erano attività proprie delle donne del ceto popolare. Le altre professioni, l’avvocatura, la medicina, il giornalismo, la partecipazione ad attività politiche e molte altre ancora, erano riservate esclusivamente agli  uomini, in quanto le donne erano ritenute incapaci per natura di svolgere compiti intellettivi. Elizabeth Jane, tredicesima dei quindici figli del giudice Michael Cochran, dei quali una diecina nati dall’unione con la precedente e defunta moglie,  nacque a Cochran’s Mill in Pennsylvania nel  maggio del 1864.

Quando la bimba nacque il padre si mostrò  molto orgoglioso di presentare alla famiglia quel fagottino rosa, così  tanto rosa che la bimba fu soprannominata Pink. La famiglia  all’apparenza era benestante, infatti il padre, oltre ad essere un giudice, era anche un discreto uomo d’affari. La piccola Pink cominciò a essere interessata ai libri  ancor prima di saper leggere, disdegnava i giochi  delle bambine e voleva giocare con i fratelli. Ribelle e testarda nascondeva i volumi della biblioteca del giudice per poterli guardare di nascosto. Alla morte improvvisa del capofamiglia i  Cochran caddero in disgrazia, furono costretti  a lasciare la casa dove avevano vissuto fino ad allora. Elizabeth dovette  interrompere gli studi, la madre fu costretta a risposarsi perché serviva lo  stipendio di un marito. L’uomo che sposò però si rivelò essere violento e ubriacone,  la sfruttava, la picchiava costantemente.  In  seguito, grazie alla determinazione della figlia Elizabeth, la madre ebbe il coraggio di divorziare. A seguito della lettura di un articolo di un giornale locale, il Pittsburgh Dispatch, dal titolo A cosa servono le ragazze,  nel quale si invitavano le donne a non lavorare ma a stare  chiuse in casa a badare alla famiglia, Elizabeth presa dall’indignazione e dal furore femminista, dal senso di giustizia che la caratterizzava, secondo il quale tutti gli esseri umani sono uguali e hanno uguali doveri e diritti, siamo essi uomini o donne, inviò una vibrante lettera di protesta al giornale  firmandosi  come Lonely Orphan Girl. Dopo vari abboccamenti e traversie, il direttore riconobbe l’indubbio valore intellettuale e il coraggio di Elizabeth, anche perché il giornale aveva aumentato la tiratura, e  assunse la ragazza. Si decise che Elizabeth avrebbe utilizzato lo pseudonimo di Nellie Bly. Così iniziò la sua fortunata carriera di giornalista investigativa. Coraggiosa e intelligente, fingendosi operaia e facendosi ingaggiare da una fabbrica,  scoprì  e denunciò sul giornale per il quale scriveva gli atti di violenza, gli  abusi e le  condizioni inumane del lavoro a cui erano costrette le operaie delle fabbriche. Questa nuova forma di giornalismo investigativo, inesistente prima di lei, divenne  presto  un modello di riferimento nel mondo del giornalismo che ancora oggi viene praticato. In seguito si trasferì a New York e fu assunta dal New York World di Joseph Pulitzer,  col patto che  conducesse un’inchiesta sulle condizioni del reparto femminile dell’ospedale psichiatrico City Mental Health Hospital di Manhattan. Questa volta Bly si finse una povera donna smemorata. La donna venne internata in manicomio per parecchi giorni, e si rese testimone diretta delle terribili e inumane  condizioni in cui venivano trattate le pazienti recluse. Bly nonostante pensasse di essere indenne da romanticismi e avesse deciso che il matrimonio, così come era considerato all’epoca, non era adatto a lei, si innamorò  di un uomo affascinante che diceva di amarla.  Quando scoprì che era un uomo sposato e con figli, lei ne soffrì molto. Intraprese da sola un viaggio che la portò a visitare il mondo in 72 giorni emulando  Fogg  del giro del mondo in 80 giorni di Giulio Verne, il quale, incuriosito e ammirato,  la volle conoscere durante una tappa del suo  viaggio.

Il libro è molto scorrevole e si legge con piacere, con una scrittura chiara e leggera nonostante la tematica importante, la scrittrice fa parlare Bly in prima persona. Milena Soriani ci racconta la storia di questa donna speciale e moderna, anche se vissuta un secolo fa.  Nellie Bly si racconta e non parla solo del suo coraggio  e la sua determinazione, ma anche  delle sue tante fragilità e delle sue debolezze e delle sue paure.  Nellie non è una wonder woman che indossa un costume sfavillante e sbaraglia in men che non si dica gli avversari, è una donna comune, con pregi  e difetti, ma che ha avuto volontà ferrea.  Indomita e combattiva non è mai arretrata davanti agli ostacoli che inevitabilmente si incontrano nel perseguire le proprie passioni, non  lasciandosi mai sopraffare dallo scoramento. Con intelligenza, con serietà, con fermezza, ha perseguito i propri scopi credendo nella giustizia e nell’uguaglianza. A Nellie Bly noi donne dobbiamo essere  grate, così come a Melania Soriani che ci ha raccontato la sua storia con amore e il rispetto che questa figura merita. Le donne hanno combattuto per decenni per la libertà e per il riconoscimento dei propri diritti, con convinzione, con passione, lottando per l’affermazione. Ma la libertà delle donne viene costantemente  minacciata,  e il pensiero va alle donne iraniane, prigioniere e vittime, e a tutte le donne che subiscono abusi e violenze. Ci sono tante Bly che combattono per la disparità di genere, per la libertà e per i diritti con coraggio, senza arrendersi, pagando spesso con la vita.

Melania Soriani è nata a Roma nel 1965 e vive a Carrara. Ha pubblicato diversi racconti in antologie e riviste. Con il romanzo per ragazzi In viaggio con Amir si è aggiudicata il premio Selezione Bancarellino 2019.

Antonella Pizzo Letture e scritture e noticine di una finta critica 

mpluchi@yahoo.it

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“Un fecondo gioco” – Marco Furia legge “Eliodoro” di Mario Fresa

22 mercoledì Feb 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Eliodoro, Marco Furia, Mario Fresa

Come un gioco verbale sospeso sul suo medesimo linguaggio, “Eliodoro”, romanzo di Mario Fresa, si presenta al lettore quale specchio capace di riflettere non una singola immagine ma una precisa, grottesca, serie di frammentate sequenze.
Del resto, l’autore, nel capitoletto d’appendice “a. Che cos’è Eliodoro. Caratteristiche e posologia”, tiene a dire:

“Eliodoro è un romanzo-gioco di pannelli e di schegge mobili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico, per esempio aiutandosi con l’aiuto di un dado e di una seconda voce femminile o maschile […]”.

Schegge e pannelli, dunque?
A prima vista sì, tuttavia …
Tuttavia, pagina dopo pagina, ci si accorge di come una ben poco lineare trama non si limiti a far emergere personaggi e circostanze, ma, nel farsi acrobatica parola, suggerisca una sua originale visione del mondo.
Non mi riferisco a una sorta di senso della storia che lo stesso Fresa propone, per esempio, indicando i titoli dei singoli capitoli, né ai più o meno ampi funambolici tratti, penso piuttosto a un dinamico quid che sembra superare-costituire il concetto di racconto.
Si tratta, a mio avviso, di un desiderio di vicenda che non s’intende ignorare, di un originale persistere quale espressivo narrante nel suo nemmeno troppo mascherato confessarsi: il Nostro non entra nel romanzo nelle usuali maniere perché è ben cosciente di farne parte, in ogni modo.
Affermazione banale, si dirà: chiunque si esprime per via di scrittura è presente nella scrittura stessa.
Qui, però, qualcosa di diverso si aggiunge, qualcosa in grado di chiamare contemporaneamente dentro e fuori.
Togliere il nome dell’autore dalla copertina o, al contrario, renderlo incancellabile?
Ambedue le cose.
Atteggiamento dalla valenza assai creativa proposto, almeno in apparenza, con noncurante naturalezza: atteggiamento nel cui àmbito il lettore si viene a trovare come per caso, passando da un brano all’altro, da una visione all’altra.
Simile a una roulette che sembra non fermarsi mai, questa scrittura non si preoccupa né di arrestarsi né di proseguire: il suo è moto perpetuo, ma è pure continua fine
d’isolati attimi-tratti, di singole particelle di spazio-tempo-parola.
Si legge, ad esempio, a pagina 71

“E poi, sorpresa amara, soltanto per fregare il destino, Ruggeri che sta per fare, in un momento, il salto salutare vede tutto con un certo anticipo allarmato: vede vicino a quello sbarco, con l’aiuto gentile del principe alato, mosca-radente, comparso sul labbro della tazzina lasciata lì […]”

e a pagina 105

“Il maestro Denise è in bilico solenne, adesso, col suo equilibrio in pezzi, con quel suo piangere ridere, con quel suo tipico urto di potenza, insomma; come un bimbo che non dorme ma che s’incanta mentre sente la TV-giovinezza […]”.

Come si vede, lo sguardo dell’autore nel suo essere acuto, attento al particolare, partecipa d’un non consolante senso del favolistico che porta lontano pur essendo vicino, proprio lì, negli accostamenti di un probabile che evoca realtà anche quotidiane.
Davvero, ci si trova di fronte a uno specchio verbale preciso nel suo rendere evidenti vividi tratteggi di un non racconto che, tuttavia, è anche racconto: mettere in discussione certi nostri schemi significa promuovere feconde riflessioni sugli schemi medesimi e, alla fine, su noi stessi?

                                                                                               Marco Furia

Mario Fresa, “Eliodoro”, Fallone Editore, 2022, pp. 150, euro 22,00

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Un omaggio a Puccini nel cuore di Rapolano 

20 lunedì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in Recensioni, Segnalazioni ed eventi, Teatro

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Kris B. Writer, L'altro Giacomo, Renato Raimo, Sabatina Napolitano

La sera di sabato 18 febbraio sono stata al Teatro del Popolo di Rapolano per lo spettacolo “L’altro Giacomo”, diretto e sceneggiato da Renato Raimo. Puccini è un uomo appassionante e appassionato, sul palco incarnato nel regista che ne ha curato la biografia ricalcando i momenti più frizzanti come gli snodi passionali. Elvira, Corinna, Josephine, Rose: le donne protagoniste della vita del compositore lucchese di cui ricorre il centenario nel 2024. “L’altro Giacomo” scritto a quattro mani da Renato Raimo e Kris B. Writer è uno spettacolo intenso non solo per gli amanti della lirica, attraverso le arie pucciniane il racconto tra narrazione e musica diventa una magia possibile grazie a Carlo Bernini, già direttore musicale di Andrea Bocelli (che però nel nostro caso non c’era perché a New York). Col patrocinio della fondazione Puccini di Lucca, lo spettacolo è una attrattiva interessante e adrenalinica per il pubblico pucciniano. Se quindi la poesia italiana e la storia italiana nell’Opera raggiungono una compiutezza esotica quasi alchemica, è impossibile non considerare che l’Opera con La Boheme, La Tosca, Madame Butterfly, e la Turandot si veste di abiti che non possono essere pensati senza un brivido di inquietudine e di nostalgia. Le dodici opere pucciniane hanno segnato un alone di profondità psicologica e drammaticità tutta italiana nel panorama internazionale, pur richiamando l’opera wagneriana. Lo spettacolo “L’altro Giacomo” restituisce alla storia la memoria dell’uomo Puccini, introverso, solitario, sensibile e profondamente innamorato.

Giampaolo Rugarli autore de “La divina Elvira. L’ideale femminile nella vita e nell’opera di Puccini” (Marsilio, 1999) sostiene che in ogni donna di Puccini c’è in realtà nascosta la figura di Elvira. Il loro è un amore forte e scandaloso nella Lucca di fine Ottocento. Per quasi vent’anni Elvira resta compagna di Puccini e alla morte del marito Narciso, ne diventa la moglie. Elvira non è solo compagna quindi, e poi sposa, ma è anche e soprattutto la musa sotterranea per le ancelle devote e le fate cattive dell’operista, come se tutta la drammatica tensione dell’arte pucciniana non fosse possibile senza il traino e lo slancio di Elvira. Nonostante questo Puccini ama molte donne, ed ogni volta le sue passioni richiamano come una forma di violenza, e probabilmente il pubblico non si sarebbe aspettato diversamente da un genio malinconico e passionale, inevitabilmente mito e simbolo.

Sabatina Napolitano

 

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Appunti di lettura: Sabatina Napolitano,“Nelle sue braccia”, Gian Giacomo Della Porta Edizioni.

17 venerdì Feb 2023

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Recensioni

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Nelle sue braccia, Sabatina Napolitano

 

Sabatina Napolitano

“Nelle sue braccia” – Gian Giacomo Della Porta Edizioni

Appunti di lettura

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Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi

09 giovedì Feb 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

≈ 5 commenti

Tag

Antonella Pizzo, ferroviedelmessico, Gianmarcogriffi, Narrativa

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Gian Marco Griffi è nato in Piemonte  e ha studiato filosofia all’Università di Torino. Ha  pubblicato Più segreti degli angeli sono i suicidi (bookabook, 2017) e Inciampi (Arkadia, 2019).

Ferrovie del Messico è il suo nuovo romanzo, edito nel 2022 da Laurana Editore con le illustrazioni di Silvia Perosino e la post-fazione di Marco Drago, inserito nella collana Fremen diretta da Giulio Mozzi, il quale ha speso molte energie  per la promozione nei social, nonché per la distribuzione del romanzo nelle librerie nelle quali mancava. Mozzi ha avuto ragione nel farlo, il romanzo meritava di essere letto. Ha già vinto il premio Augusto Monti, Città di Leonforte, si è aggiudicato il primo posto classifica di qualità L’indiscreto, ha vinto il premio Libro dell’anno di Fahrenheit Rai 3, il premio Zeno,  il Premio Mastercard 2022 per il quale allo scrittore è andato un riconoscimento di 10 mila euro, ha poi devoluto il premio in solidarietà  di 100 mila euro a Busajo, onlus che opera in Etiopia per il recupero delle bambine e dei bambini di strada, Caritas Italiana, Save the Children e Progetto Rwanda. Fa parte dei primi 15 romanzi candidati al Premio Strega 2023, è stato presentato da  Alessandro Barbero, e ha buone possibilità di essere il vincitore  di quest’anno, perché il romanzo sta ricevendo molte critiche favorevoli da parte dei lettori e dagli addetti ai lavori.

Ferrovie del Messico è un tomo di oltre 800 pagine in carta sottile, è alto quasi 5 centimetri, pesa di 603 grammi. Quando l’ho acquistato, incuriosita   dal tamtàm  dei social, pensavo potesse avere le caratteriste giuste per andare a fare compagnia agli altri miei due tomi di quasi ugual peso e misura che da decenni mi riprometto di finire di leggere, e cioè i cominciati e mai finiti: Ulisse di Joyce  e Orcynus Orca di Stefano D’arrigo. Invece così non è stato, il romanzo l’ho iniziato e finito. Griffi è una penna eccezionale, capace di scrivere un capolavoro di amara ironia ma nel contempo dolce e che  fa sorridere, pagine ricche di divertimento ma anche di profondità. Apparentemente prolisso ma non lo è, infatti non è mai noioso, anzi la scrittura è avvincente e coinvolgente.

Questa la trama del romanzo:

Ad Asti, nel 1944, Francesco Magetti, detto Cesco, soldatino figlio di tabaccai,  giovane  milite nella Guardia Nazionale repubblicana ferroviaria della Repubblica di Salò, soldato ma dentro il suo cuore idealista illuso e  antifascista, arruolato  per necessità e per paura, eroe sfigato, viene incaricato dal suo aiutante capo di redigere, nel termine di una settimana, la mappa delle ferrovie del Messico. Lo strano incarico proviene dalle alte istituzioni naziste e riveste carattere, oltre che di urgenza, anche di rilevante importanza per la Germania. Tutto nasce a Berlino da uno stupido equivoco e sciocca convinzione. Un libro, che racconta delle mirabolanti avventure accadute a Santa Brígida de la Ciénaga, una cittadina del Messico,  nonché lungo le ferrovie messicane, viene donato in cambio della sua gentilezza, da una nobildonna ebrea, a Bardolf, un umile addetto ai suicidi assistiti. Il libro assume un’importanza enorme per le istituzioni naziste, così come la ricerca della mappa delle ferrovie messicane di cui il libro era dotato ma che manca fisicamente. Secondo i nazisti in quella cittadina si nasconde l’arma risolutiva, un’arma diabolica e terrificante, spettrale, una bestia selvaggia e leggendaria. La ricerca di questa mappa è il nodo principale del romanzo e da cui si diramano le altre storie che a loro volta si diramano in altre storie, come il giardino dei sentieri che si biforcano del racconto di Borges, citato nel romanzo più volte. Cesco, che soffre di un forte mal di denti, non ha idea di come procurarsi questa mappa e inoltre ha una paura matta dei dentisti (l’unico dentista di cui non aveva paura era stato arrestato dai fascisti)  il mal di denti lo accompagnerà per tutta la sua avventura, mal di denti che a detta dell’autore in un’intervista alla Gazzetta d’Asti indica un male oltre che fisico anche interiore “…ho provato a trasporre così, con un dolore fisico, il suo male oscuro, il male interiore di Magetti e dell’uomo che non riesce a decidere, che non riesce a trovare la forza per affrontare il male circostante e neppure i problemi, anche piccoli, che gli si presentano. È anche l’emblema dell’uomo di oggi, gettato nel mondo in balia di guerre e tragedie climatiche, paralizzato e incapace di fare anche solo un piccolo gesto in grado di migliorare le cose”. Gazzetta D’Asti 16/09/2022

Quindi un bel mal di denti interiore che, in modo più o meno evidente e consapevole, forse tutti noi abbiamo.  In biblioteca, durante le sue ricerche, conosce Tilde Giordano bella, strana,   folle bibliotecaria, con la passione della fotografia,  della  quale Cesco Magetti, eroe per caso, si innamorerà perdutamente. Cesco scopre tramite Tilde che esiste un’opera dello scrittore messicano Gustavo Adolfo Baz, dal titolo “Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México” con illustrazioni di Edoardo Gallo. Il libro però non si trova in biblioteca, è stato dato in prestito. Comincia così la caccia a  questo fantomatico volume che dovrebbe risolvere i problemi di Cesco  e dei nazisti.

I personaggi descritti  sono personaggi concreti  e vivi, tragici, mangiano, soffrono, amano, ruttano e bestemmiano con bestemmie inventate,  usano termini dialettali desueti e neologismi, ma nel contempo sembrano immaginari, immaginifici, magici, sembrano spettri, delle presenze vaganti, variegate e misteriose: sono poeti frenatori, partigiani, fascisti, viaggiatori, agenti segreti, prostitute, preti, cartografi, becchini e  costruttori di ferrovie.

Si chiamano Epa, cartografo samoano che compila mappe per trovare chiavi, per fare l’amore, per cercare un gelso al cui interno è cresciuto un ciliegio. Angelo Zanon, detto Angelito, detto Lito, che assieme al suo compagno muto e poeta Mario Emilio Camillo Bertone, detto Mec, nel cimitero di San Rocco fanno i becchini addetti alla bollitura dei cadaveri, perlopiù provenienti dalla Germania, con i quali si forma una polvere di ossa che i nazisti in Germania usano per produrre dei colori per dominare il mondo e le masse, inducendo alla felicità, alla disperazione, a seconda del colore si costringe il popolo a comportarsi in un certo modo. Possiedono molti libri,  un distributore di caffè, un organizzatore, un automa, una sorta di computer antesignano, entrambi sono ex costruttori di ferrovie nel Sudamerica e la sanno lunga su Gustavo Baz e Santa Brígida. Ettore e Nicolao, alle costole di Cesco Magetti, Edmondo Bo, poeta frenatore, alcolista e oppiomane, il senza cuore e cinico SS-Obestrumbannführer  Hugo Kraas, giocatore di golf,  che possiede un samovar trovato in una dacia nei pressi di Mosca. Bardolf Graf, collega che Cesco non incontrerà mai. E come non ricordare il bambino Feliciano ucciso e abbandonato sul ciglio di una strada a Saucillo de Guadalupe, il primo cadavere sotterrato dal poeta muto Mec Bertone che con infinito amore gli scava la fossa con le mani e lo adotta come  figlio dopo morto.

Cesco è costretto a darsi da fare per questa fatidica mappa e dopo varie vicissitudini e avventure varie,  su indicazione dell’aiutante capo, colloca casualmente Santa Brígida, cittadina probabilmente mai esistita, in un punto qualsiasi della mappa.

Ferrovie del Messico è un romanzo d’avventura, ironico, epico, idilliaco, orrifico, assurdo, a tratti fantasioso e fantastico, iperrealistico e fantascientifico, comico e drammatico, antico e moderno, utilizza tanti registri, i capitoli sono brevi, si passa da un luogo all’altro, da un personaggio all’altro, da un tempo all’altro, in modo da non annoiarsi mai, ma senza mai perdersi nelle varie diramazioni della storia e nei vari sentieri.   Griffi è un  autore che  non assomiglia  a nessuno degli scrittori italiani, almeno a nessuno di quelli che ho letto. Si dice negli ambienti letterari  che si sia ispirato allo scrittore cileno Roberto Bolaño Ávalos, a Pynchon, Joyce, Borges, ma ogni scrittore che si rispetti porta nella sua scrittura tracce delle letture, che vengono poi elaborate dal proprio sentire  assumendo autonomia e originalità,  diventando altro. La sua scrittura è moderna, libera,  si discosta dal piattume e dall’ordinario a cui ci stiamo assuefacendo. Con le dovute eccezioni e per la maggioranza,  ci sono parecchi scrittori bravi, tutti bravi ma anche tutti simili, così come i poeti e così come i cantanti, quindi, quando si legge una scrittura che si discosta, una voce che emerge e il cui timbro è riconoscibile, per un  lettore comune è una festa.

Griffi attacca i poteri,  nazista e fascista,  lo fa rendendoli ridicoli, facendone una caricatura. L’autore è capace anche di disegnare non solo i tratti grotteschi dei personaggi ma rappresentare anche i loro sentimenti più nobili, quando questi esistono. Mi piace riportare queste due pagine che riguardano il bambino Feliciano. E’ il becchino poeta Mec che parla dopo aver seppellito quel cadavere del bambino abbandonato sul ciglio di una strada. Griffi non è solo ironia, ma è anche poesia. Come egli scrive e come è  riportato sul retro della copertina del romanzo: “Essere lirici e ironici è la solo cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta”.

(da pag 331 e 332)

Sugli appunti per una poesia che intendo scrivere annoterò che il tre giugno millenovecentoventinove ho sollevato il capo di un bambino morto sul ciglio di una strada; annoterò di aver pensato che se esiste un Dio dei poveracci, e se l’anima di Feliciano è in sua compagnia da qualche parte, insomma se Feliciano è ancora qualcosa, in un’altra forma, si stupirebbe se qualcuno si sia preso cura della sua forma precedente, quella corporea. Annoterò che Feliciano non è più, senza forma come le nubi della tempesta; annoterò che Feliciano è vissuto sette anni su questo mondo senza altra ragione se non quella di devastare il mio cuore un giorno di primavera del millenovecentoventinove, in un villaggio sperduto del Messico.

(cut)

Annoterò  che ho scavato fino a farmi sanguinare le mani, e che l’ho fatto per potermi ascrivere al genere umano. Giacché voglio credere che il genere umano non sia ciò di cui parla Lito, quella cieca indifferenza dell’uno per l’altro, quell’odio che sfocia in battaglia e in guerra.  Annoterò che ho scavato una fossa per seppellire tutti i bambini del mondo vissuti senza una ragione, quelli per cui ogni giorno è semplicemente un giorno di agonia in più; che ho scavato una fossa per far sì che contenesse tutti i corpi affamati, annegati, torturati, dimenticati, profanati.

Annoterò che quel giorno avevo le lacrime agli occhi e le parole mi uscivano di bocca come sputi; Annoterò che la terra odorava di piscio, violette e polvere, di merda di mulo e sterpaglie bruciate, annoterò che ho udito il vento tra le colline e ho immaginato che fosse la voce di Feliciano frammentata in mille brevi mormorii; annoterò che quel giorno ho seppellito mio figlio: per questo sulla croce che commemora il luogo della sua sepoltura ho inciso il suo nome, Feliciano, e il mio cognome, Bertone.

Antonella Pizzo letture e scritture e noticine di una finta critica

 

 

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“Atlante delle inquietudini” di Francesco Enia

26 giovedì Gen 2023

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Recensioni

≈ 1 Commento

enia

Pubblicato nel 2022 per le edizioni Ares, “Atlante delle inquietudini” è opera di Francesco Enia, cardiologo palermitano con la passione per la fotografia e la scrittura.
Fotografia e scrittura sono arti sorelle,  entrambe raccontano storie, intendono rappresentare la realtà, la vita, la morte, la sofferenza, la gioia, a volte mostrando ciò che non si vede e nascondendo ciò che si vede, facendosi luce e oscurità, essendo esse negativo e positivo contemporaneamente. Il fotografo Tony Gentile, che ha curato la prefazione del romanzo, cita Luigi Ghirri:

“…nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È il rapporto tra luce buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è vedere e quello che non deve essere visto.”
Gentile è famoso per lo scatto cult che rappresenta, vicini, complici e sorridenti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fotografati appena un paio di mesi prima della strage di Capaci. Continua a leggere →

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Emilio Capaccio legge “Formulario per la presenza” di Francesca Innocenzi

25 mercoledì Gen 2023

Posted by emiliocapaccio in LETTERATURA, Recensioni

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Emilio Capaccio, Francesca Innocenzi

Ci troviamo a un certo punto della scaletta a dover presentare un medley dei nostri quarant’anni: non un revival di nostalgiche serate di qualche esistenza fa: la poesia che abbiamo asperso nel passato non è mai solo il ballo di un madrigale in un lontano “rinascimento”, ma è sempre pure un’inesauribile e ininterrotta danza del momento. Può essere assoggettata a una corrente, non alle sferraglianti meccaniche dell’età.

Ecco allora qualche volta declamarsi un medley di noi stessi: una scelta antologica di versi, il sunto artistico di una donna in costruzione, un’autrice, un’intellettuale, una sempiterna dottoranda delle alchimie poetiche. 

Formulario per la presenza, Edizioni Progetto Cultura, 2022, presentato nella collana “Gemme”, diretta da Cinzia Marulli Ramadori, è un editto con il quale la Innocenzi proclama il suo ideale, uno stato di avanzamento dei lavori con cui dichiara di essere qui, intrisa nell’esistenza, in transito, ma presente, odierna, in trasfigurazione. La metrica è precisa nella costruzione del verso, lo stile, nudo, essenziale, senza fronzoli linguistici, ma oltremodo musicale, esito di continua ricerca e di un’attenta analisi lessicale, come ha imparato da papà Luciano, poeta anch’egli, storico e insegnante, il quale, come dice la Innocenzi, ogni volta, non vede l’ora di farle leggere un nuovo verso; puro amore di padre!

Ed ecco la sequenza, la progressione, la parata, con cui si presenta al lettore, la Innocenzi. 

Penna, un po’gioco d’ombra un po’ colorata, sorriso impercettibilmente malinconico, parola educata ma non edulcorata, vestitino leggero di logli di campi marchigiani. 

Guardandola così, come attraverso una foto, come all’apice di una premonizione, viene da bisbigliarle: 

“Il fiore è dentro di te, Francesca, noi cogliamo i tuoi frutti”.

Emilio Capaccio

il tempo anelato istante eterno

il tempo anelato istante eterno

è caduto come miele sul selciato

il tempo, profumo di pruneto

rifugio e scampo al tuo corpo voluto

la ferrea leggerezza che in te ho accarezzato

stasera serbo

               scherzo di brezza su salice muto

dispersione

ovunque e in ogni tempo il taciuto

imperversa.

scosti lo sguardo dal vacuo della stanza

e chiosi che ogni esistente ha fine.

è sgombro di parole il corridoio

                                     altrove traslate.

giugno senza attese le disperde

come oracolo di foglie indecifrato.

delucidazione

ma io ti dissi solo di voler dormire

quando il tuo silenzio pesava come piombo.

nell’aria si infittiva un tanfo di sciagura

un nuvolo di mosche in me tornava.

ho preso il diazepam, ti scrissi allora.

da sinistra ogni uccello infido

                                  sfrecciava.

un tuono di menzogna mi sfece come pazza

nei gorghi da complotto della sera.

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (Il Filo 2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (Manni 2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (Edizioni Progetto Cultura 2007), Cerimonia del commiato (Edizioni Progetto Cultura 2012), Non chiedere parola (Edizioni Progetto Cultura 2019), Canto del vuoto cavo (Transeuropa 2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (Eum 2011); il romanzo Sole di stagione (Prospettiva 2018). Per Edizioni Progetto Cultura ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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“Nei giorni” di Enza Sanna. Recensione di Enzo Concardi.

20 venerdì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Enza Sanna, Enzo Concardi, Nei giorni

 

Dopo aver letto le pagine della raccolta Nei giorni, della poetessa genovese Enza Sanna, si scopre che la citazione in esergo di Sandra Reberschak – autrice nativa di Venezia – è paradigmatica anche per taluni percorsi esistenziali, psicologici e spirituali che emergono nel libro che stiamo recensendo. Eccola: «Tanti anni sono passati / e io non ho smesso mai / veramente di provare / il vuoto incolmabile / che mi dilaniava bambina, / ma ho dovuto imparare / a cercare altri rifugi, / come quello della gratificante / certezza delle parole». Forse per la nostra poetessa quel “vuoto” non è così radicale, ma esso esiste nonostante che la memoria degli affetti familiari perduri nel suo animo senza fine: «Stempera il tempo il dolore della perdita /…/ ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza / fortissima, ma non ti assolve / dall’incolmabile vuoto che abita il tuo cuore» (La perdita e l’assenza). E così la figura materna suscita in lei sentimenti dolcissimi di gratitudine per il dono della vita e per esserci sempre nei giorni solitari della sua parabola terrestre, nel senso di amarezza che copre anche esperienze e ricchezze esistenziali (Dodici maggio), mentre il ricordo del Natale in famiglia la riporta nel cuore autentico dei legami di sangue. Del resto, in altre liriche, Enza Sanna si fa trasportare nella dimensione memoriale, ricostruendo attimi e momenti del passato nella sua terra d’infanzia con quella forte oniricità e, allo stesso tempo con senso di concretezza, che si rivelano tra le cifre più importanti della sua poetica: e vede la quotidianità nei casolari collinari, il danzare agreste nelle aie contadine, assapora il profumo del pane croccante appena sfornato, ascolta il fruscio del vento fra mandorli, mirti e ginestre e il maestrale che turba la risacca marina.  I “rifugi” della Reberschak potrebbero essere quei quieti angoli di mondo, quelle zone tranquille dello spirito, quel ripiegarsi in sé tipici del crepuscolarismo gozzaniano, così come si possono anche, talvolta, riscontrare nella Sanna che, d’altro canto, possiede inoltre interessanti introspezioni in cui, se il referente di partenza è individuale, indi diviene metamorfosi e sublimazione nell’universale e nel metafisico. Ne è testimonianza – tra le altre – la lirica Certezza di cose vere, dove l’aurora, la luce, la speranza, l’eternità appaiono essenziali per la vita, come necessari sono quei bipolarismi filosofici e comportamentali anch’essi parte importante della sua visione del mondo: qui si tratta dell’incontro fra «mente e cuore», «passione e cautela», «trascendenza e ragione» … e l’immaginazione colma «un vuoto d’amore». Ed anche Sopraggiunge il crepuscolo, dove gli oggetti di casa si trasformano in attaccamento verghiano alla ‘roba’. Il motivo della luce, in tutte le sue valenze e dimensioni, mi sembra tuttavia prevalente e signoreggiante su ogni altro. E non potrebbe esserci testo più esplicito de L’allegria della scrittura per significare la funzione della poesia secondo la poetessa. Di fronte all’inesorabile ‘panta rei’ eracliteo e all’incertezza della condizione umana, i versi finali non lasciano dubbi sul valore catartico della letteratura: «…Soccorre il canto / la parola che può esser pietra o farfalla / ma l’allegria della scrittura è atto di speranza / per l’anima che anela l’infinto / ha fame del mito, voglia d’oceano / a nutrire impalpabili emozioni / come bianche meduse in cresta all’onda».  Lo stile predilige un andamento pieno e corposo, ricco d’immagini sia paesaggistiche (albe, tramonti, terra ligure, atmosfere suggestive) che figurazioni di categorie filosofiche, con presenze di metafore, ossimori, sinestesie ed altre figure retoriche. Il linguaggio è al servizio di quel senso del mistero («l’occulto regista») che aleggia spesso nelle sue dimensioni pneumatiche. I toni sono sempre elevati, sostenuti, essenziali senza cadute di sorta. Diverse liriche sono riedizioni dell’idillio leopardiano tramite contemplazioni della natura associate a riflessioni che sono uno sguardo sul mondo e sulla vita, e un alternarsi di amarezze e speranze, illusioni e delusioni, vanità del tutto e fiducia nel futuro. Ma l’ancora di salvezza ai silenzi, alle solitudini, all’inadeguatezza esistenziale, al vuoto e al nulla del consumismo e della tecnologia… è sempre Dio (Tu che accendi le mie vie) poiché l’uomo non basta a se stesso.

Enzo Concardi

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

 

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La sensibilità decadente di “Ballate nere”. Nota di lettura di Deborah Mega

16 lunedì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Ballate nere, Deborah Mega, Diego Riccobene

Diego Riccobene

Ballate nere

Italic, 2021

Prefazione di Carlo Ragliani

Postfazione di Mario Famularo

 

Ballate nere è il libro di esordio di Diego Riccobene, una preziosa silloge di poesie edita da Italic nel 2021. Il titolo, che accosta qualcosa di positivo e rasserenante come possono essere delle ballate, è associato al nero, ricorrente più e più volte nel corso dell’intera opera anche nelle diverse accezioni di sera, tenebra, ombra quando l’autore scrive Io credo nell’iniqua malasorte, / nel taccuino nero; Laonde appresi il morto magistero / dello sprezzo paziente contro il fermo / giudizio senza appello, il guado nero, / quando menziona il libro del nero Arimane oppure Un solo punto nero / nel lungo imperio sfibrante d’agosto; Prosciolti da ogni vincolo, li vedo / quegli incubi pennati nero notte e ancora L’esilio deve consumarsi adesso, / nel dolio vaporante d’acque nere. Procedendo nella lettura, in esergo compare una citazione tratta dal Faust di Goethe, Nulla c’è che nasca e non meriti di finire disfatto, che sancisce una condizione esistenziale di assoluto disincanto, mentre si vorrebbe a tutti costi raggiungere un infinito che ci è precluso dall’imperfezione della nostra natura umana. Continua a leggere →

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“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi. Una lettura di Rita Bompadre.

13 venerdì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Cronache dalla terra di nessuno, Maria Giovanna Massironi, Rita Bompadre

 

“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi (Albaccara – Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti  al vincolo della speranza. L’autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l’apprensione del proprio stato d’animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall’irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell’anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell’umore, il silenzio nascosto dell’inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell’impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall’affanno della perdizione. “Cronache dalla terra di nessuno” esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all’esperienza delle sensazioni, collega l’ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l’inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell’espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L’occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l’oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l’avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l’importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l’influenza dei versi, disgiunge la frattura dell’anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l’enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l’eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell’individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Notte dieci. Giorno undici.

 

La notte appartiene agli ubriachi

e l’alba conserva

il suo splendore di albicocca.

La rivoluzione resterà un sogno

perduto nelle chiacchiere del mattino.

Voce d’argano e ruggine

viene dal mare e vi si perde.

Non il velluto, ma la ruggine

ha invaso ogni cosa.

Ci ha preso cuore e cervello.

Nervi e sangue.

Al richiamo di quella voce

abbiamo inseguito chimere

e mille volte siamo morte.

 

Nel giorno undici

non c’è posto per noi.

Stiamo come in porto

a tagliare pomodori,

a prua della nostra

piccola casa rosa.

 Solo le zanzare sono tornate.

 

 

 

Notte trentuno. Giorno trentadue

 

Nella notte abbiamo perso un calzino.

Il destro per l’esattezza.

Pensando di fare bene

ci siamo tolti anche il sinistro

e abbiamo sbagliato.

Alle ore 5,28 siamo completamente

svegli con tutta la nostra disperazione

e i piedi gelati.

Sotto le finestre, niente storie

di lupi e di pirati.

 

Il cielo è azzurro e le strade sono deserte.

Niente ci consola.

Il giorno trentadue inizia

pieno di ansie e preoccupazioni.

Spegniamo la radio.

Ci sono cose che

                                non si possono più ascoltare.

 

 

Notte quarantatré. Giorno quarantaquattro

 

Il buio non finisce mai.

Attraversiamo la città,

camminando sotto la pioggia.

I tetti sono lucidi

e noi siamo bagnati fino alle ossa

come le nostre carte

e i libri che portiamo a tracolla.

Sono bagnati i quaderni con le copertine

di cartoncino leggero che si slabbrano

e si abbandonano ad un’onda molle e pendula.

Siamo svegli dalle cinque.

Piove e non fa freddo.

Le nostre scarpe non tengono più la pioggia

e l’acqua arriva fino alle caviglie,

gonfia le calze che resteranno umide per ore.

L’ombrello ci avvolge floscio

e ci rende difficile vedere

dove mettiamo i piedi.

La tracolla ci taglia il respiro.

Tosse e fuoco nel petto.

Torniamo a casa

cercando una fuga

tra i buchi del selciato

che sono piccole voragini

di terra e sassi.

 

Nel giorno quarantaquattro

qualcuno si è preso la sua piccola vendetta.

 

I nani hanno lasciato il giardino

                              e con le scarpe infangate

                              sono entrati in casa

                              sporcando dappertutto.

 

Notte cinquantotto. Giorno cinquantanove.

 

Che parole usare nel giorno più buio?

Tronche? Piane? Sdrucciole? Bisdrucciole?

Piane, con cadenza di adagio.

Rassicuranti e confortevoli parole piane.

Casa. Libro.

No certo caffè oggi.

E neppure gioventù

e meno che meno libertà.

Le parleremo tutte piane.

Sommesse, quasi silenziose.

Piano. Piano. Forte.

Il presente è all’improvviso tronco.

Ricorderò.

Ricorderemo estati perdute.

Le città sul mare. I caffè turchi. I sogni.

I tuoi occhi bellissimi.

Le domeniche a san siro.

Le luci in galleria.

La sabbia umida. Le partire a pallone.

La salita ai bottini. Gli ulivi. I gatti.

Suonare insieme alle vocali.

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ALCYONE 2000.Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

23 venerdì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Alcyone 2000, Raffaele Piazza

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022

 Recensione di Raffaele Piazza

 

La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede, costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude. La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza. Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, una simile opera nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

* * *

A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’ “eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un nomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta e che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in Francese, Inglese, Lituano, Polacco, Portoghese, Romeno, Russo, Spagnolo ed anche Giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nella apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

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Passiamo ora ad un’altra sezione del vol.15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

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“Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferità è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.         C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

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Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

 

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“Se dentro ti guardi” di Ottorino Pendenza, Miano Editore, 2019. Recensione di Raffaele Piazza.

16 venerdì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Ottorino Pendenza, Raffaele Piazza, Se dentro ti guardi

 

Recensione di Raffaele Piazza

 

Se dentro ti guardi, la raccolta di poesie di Ottorino Pendenza che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una premessa di Guido Miano esauriente e ricca di acribia, uno scritto di Nazario Pardini intitolato Si naviga con la fede verso il porto del ristoro nella poetica di Ottorino Pendenza e una prefazione di Enzo Concardi dal nome Il tema della solitudine umana nelle poesie di Ottorino Pendenza e Ivan Krasko. Alle poesie seguono le note biobibliografiche dei prefatori e un’Antologia essenziale della critica. La poetica espressa dall’autore si può definire “tout-court” religiosa e mistica e i versi stessi in questo senso si fanno preghiera nel rivolgersi l’io-poetante di volta in volta alla Madonna, a Dio, a Gesù e anche a Papa Francesco. In un panorama come quello della poesia italiana contemporanea nel quale dominano gli sperimentalismi e i neo orfismi, coglie nel segno della differenza la scrittura di Pendenza limpida e sorgiva nella sua semplicità che non è elementarità ma precipitato di una vena consapevole dei suoi intenti nell’esaltazione di Dio stesso e del creato. D’altra parte l’opera può essere letta come un poemetto per la sua compattezza plasmato da spirito cristiano in una dimensione di creaturalità quando l’essere poi diviene persona. Anche la natura viene ad essere detta con urgenza dal poeta spesso nella sua bellezza e non si deve dimenticare che l’uomo stesso è natura. Centrale per comprendere le intenzioni del poeta la poesia eponima: «Se dentro ti guardi / e il cuore ascolti silente, / la remora tu troverai, che argina e frena / pur le tue scelte assennate. / Percepire anche potrai / la desolante apatia, / che mentre ti offusca la mente, / anche il sorriso ti spegne / e non ti consente / di vivere ore serene / e giorni fecondi di bene. / Se dentro ti guardi / e rimuovi in te la paura / e quel velo opaco / che anche la strada ti oscura / in te scoprirai l’ardore / che renderà la tua vita / felice, serena e sicura…». Programmatici i suddetti versi nel loro ottimismo e da essi s’intende l’assunto del poeta consistente nel credere che proprio da un ripiegarsi su se stessi può scaturire la forza di varcare la soglia della speranza per divenire sereni se non felici nonostante le infinite contraddizioni della vita ed è implicito che la redenzione possa arrivare solo tramite la preghiera e la poesia stessa si fa preghiera, atto catartico per raggiungere la gioia presumibilmente gettando su Dio stesso le angosce e la paura. La felicità stessa può fare paura ma il poeta saggiamente sa dominarla superando lo “streben”, il senso dell’infinito e anche la malinconia dello spleen. E la stessa sicurezza il poeta la ritrova nel confidare direttamente nel Signore al quale il poeta rivolgendoglisi dice che sa che l’ascolta e che Lui accoglie amoroso ogni suo singulto. Nella poesia nella quale Pendenza si rivolge alla Vergine il poeta afferma che senza il suo materno aiuto egli è perduto nel mare magnum della vita e che con lei come alleata supererà le difficoltà non solo proiettandosi in un incerto futuro ma nella vita di ogni giorno. La silloge può essere letta come un inno di lode a Dio nel quale ogni cristiano lettore può identificarsi.

 

Raffaele Piazza

Ottorino Pendenza, Se dentro ti guardi, Prefazioni di Enzo Concardi e Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2019, mianoposta@gmail.com.

   

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Dirottare l’esistenza: “Eliodoro” di Mario Fresa

12 lunedì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Eliodoro, Mario Fresa, Rosa Pierno

 

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Nel romanzo di Mario Fresa Eliodoro (Fallone editore, 2022) la letterarietà è certamente il soggetto-principe, mentre realtà e sogno si palesano come materiali indistinguibili: “certe mosche dalle cinque ali, violente come nei sogni”. È un testo metaletterario in cui il teatro inscena le proprie tecniche rappresentative, i personaggi stanno per gli autori o viceversa, con il coro che interviene, attante fra gli altri; insomma è una letteratura di secondo grado, come dichiarava Genette (in Palinsesti), vale a dire che mette in relazione, segreta o manifesta, un testo con altri testi. Ma è anche un romanzo acustico-visivo, in cui la parola dispiega il proprio desiderio di ingaggiare, con le arti visive e musicali, una gara. Viene in mente il paradosso di Zenone, quello della corsa tra Apollo e la tartaruga, dove il più veloce non raggiunge mai il più lento. Ce lo conferma Mario Fresa stesso, quando scrive “è un susseguirsi di immagini non più sovrapponibili, ciascuna delle quali non è mai identica a ciò che la precede”. Nel testo sui testi tutto si trasforma, non è più simile, ha subito trasformazioni irreversibili, una delle quali è la non ricomponibilità, la misurabilità smarrita. Certamente la coscienza, che dovrebbe reggere le briglie dell’unità, sembra frantumarsi e frammentarsi all’infinito. Quando la coscienza non compie più il suo dovere, le immagini, difatti, si moltiplicano, non vengono scelte in base alla necessità, soprattutto quelle relative a una logica della sussistenza biologica, ma si moltiplicano, quasi ad offrire un florilegio delle possibilità.

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Ritornando alla parola, essa mostra un’invidia nei confronti delle arti plastiche e musicali. Nel senso che la parola, dall’alto della sua astrazione, le tenta tutte per superare, non la mimesi, giacché di mimesi mai vi è traccia nelle arti, ma appunto ciò che deriva dai sensi. Sarebbe mai la parola, già solo per questo, capace di tenere fermo il toro per le corna, di tenere a freno la sua stessa corsa? Intanto, la sintassi mostra un respiro corto; risente della velocità delle associazioni che vengono alla mente. Deve roteare, mitragliare in tutte le direzioni. Il lessico è accuratissimo, penso alle coppie di participi presenti (“guardanti respiranti”), agli aggettivi joyciani e longhiani profusi nel testo, ma soprattutto al linguaggio pirotecnico, capace non solo di tessere, fra le pagliuzze d’oro, alcune escrescenze dialettali, ma di tenere l’acceleratore premuto senza mai consentire che la tensione cada o si allenti! Se non che, per seguire, quanto più metamorficamente, le arti visive, accade che anch’essa si spacchetti in incongruenze: certi aggettivi sorprendenti rispetto al sostantivo che accompagnano denunciano la rincorsa delle parole ai riflessi, anziché alle sorgenti luminose; si disperde in rivoli fluenti di disgressioni locali. Esattamente come il progetto dell’opera pretende. Con la sua forza propulsiva e deragliante, che gli abbiamo visto sfoggiare nelle sue raccolte poetiche, Fresa fa risuonare la grancassa e rilucere il firmamento.  Il lettore non può lasciare nemmeno per un istante la guida al solo sguardo, staccare il cervello e scivolare sui declivi del consueto. La macchina di Fresa lo costringe a seguire con ansia il prossimo svincolo, il luogo ove si produce uno sviamento continuo: “è tempo di rinunciare a capire”. È tempo cioè di abbandonare la logica, di utilizzare gli strumenti della complessità, di abituarci a un nuovo paesaggio, a nuove figure (gli altri, “se li prendi a uno a uno sono gelati misti, mostruosi dorsi pieni di cecità, di fragore indescrivibile”).

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La psicanalisi viene equiparata a un’indagine poliziesca che il paziente vuole depistare (e il pensiero corre subito ai testi di Dürrenmatt, dove sono l’ingiustizia e il sopruso a pretendere che sia impossibile annichilire l’indagine). Eliodoro, dallo psicoterapeuta, costruisce l’inconscio che gli aggrada. Ma ancora altri percorsi riflessivi si dipartono dalla frase “ogni malato ha un talento che non mostrerà mai a nessuno” poiché ci sovviene il ricordo della mostra La ricerca dell’identità di Gianfranco Bruno sulle capacità artistiche di soggetti etichettati come mentalmente disagiati o il lavoro ostinato di Nannetti sul muro dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. Ciò esige che si estirpino certi paletti divisori all’interno della cultura, i quali sono utilizzati come paratie difensive poste dai benpensanti. Inoltre, l’indagine poliziesca è un genere letterario e i pensieri liberi della madre di Eliodoro ci riportano al discorso interiore della Molly di Joyce. Per quanto giriamo nel labirinto letterario, ci ritroviamo allo stesso punto. E dal linguaggio che non si esce: la realtà così come il sogno noi li restituiamo con la parola. Realtà e sogno sono allora cose già altre, già perdute: “o si parla o si ama” o anche “la vita non mentiva, ma era sempre una cosa dipinta”.

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Frequentissimi anche i riferimenti non solo ai quadri della storia dell’arte, ma anche alla musica: il gatto che ha “il passo mahleriano”, l’”operistica spruzzatura”, “in un giro di Suite”, “e poi si mette ritto ritto come l’Eroica”, “andatura diavolesca tartiniana”. Certo, se il desiderio di descrivere la musica è ancora più difficile da raggiungere rispetto a quello di far parlare l’arte, nel testo di Fresa si assapora, non di meno, un rutilante, festosissimo ritmo. Sonorissimo. È un romanzo corale; si direbbe che ci siano tutti, da Clara e Schumann a von Eyck, e gli autori non citati esplicitamente vedono comunque i loro personaggi partecipare all’affresco tratteggiato da Mario Fresa, il quale avvisa che “cercheranno di nuovo di far tacere tutte le voci”. Ecco ciò contro cui si deve combattere. Disseppellirle, renderle attuali con la conoscenza, con lo studio, vuol dire fare largo a un pensiero critico, non omologato: “Lottiamo per trasformarci in un verbo finito” e, invece, dovremmo, per l’autore, restituire alla mente la sua potenza, non spaventarci delle sue risorse. Il sogno ridiventa il luogo del possibile, del rovesciamento. Si dovrà però anche comprendere che la storia è sempre la stessa. Che si è affetti dagli stessi vizi, che si hanno pensieri miseri sempre, che tutti compiono bastardate. Che invece, una posizione bisogna assumerla. La storia, presente nella mente dell’autore, diventa, nella sua totalità, attuale: Napoleone o Lenin sono contemporanei. Sono divenuti materiale esistenziale: Robespierre “schiva le pallonate della storia”: la sala della Pallacorda è produttore di metafore attinenti alla sovrapposizione di passato e presente. L’autore si assume la responsabilità di un resoconto da cui non ha alcun senso espungere qualcosa, ma che è da rivisitare e valutare! L’ironia di Fresa è attingibile ad ogni passo e vale come cartellino abbassato o alzato. Ci viene in mente La Divina Commedia per quella perlustrazione che vale come summa, costruzione di valori, mentre si esecrano gli ingiusti!

 

*

Oltre al mito, che funge da materiale costruttivo al pari delle percezioni e degli oggetti, dei personaggi romanzeschi (Malebolge, Ananke) o biblici (Ester), che sono materiali letterari, i quali appartengono alla nostra esistenza al modo dei materiali esistenziali, sono presenti anche materiali televisivi (previsioni meteorologiche, telegiornale), e poi il cinema, la poesia, le ballate, le canzonette. A ogni nome, da Cacciatore al Rinoceronte, sembra di assistere a un continuo scambio di identità. Ci sono ricordi, nella confessione che Eliodoro fornisce al suo psicoterapeuta, che sono parodie (si pensi alle pagine di Klossowski o di de Sade, di cui vengono restituiti protagonisti e vicende). Diversamente che nel gioco del Domino, i pezzi non cadono in maniera prevedibile, ma si aprono a raggiera, captando nuovi sviluppi testuali. E, d’altronde, non sono forse ascrivibile a ogni personaggio molteplici interpretazioni? Dunque, tutto è aperto. Che sarà mai il romanzo, se non lo sviluppo continuo e imprevedibile di casi, quelli sì, sempre prevedibili e finiti, della violenza sessuale, del predominio, del tradimento, dell’innocenza raggirata, delle speranze disilluse, così come naturalmente dei piaceri della carne e del gusto, della felicità, dell’allegria e dell’ingenuità infantile! Ma forse prevale la denuncia che ci fa riassaporare le pagine di Dickens, contro le sopraffazioni, gli appetiti sessuali, le aberrazioni comportamentali. Eliodoro è un testo che ingloba la morale come condizione necessaria per distinguere il bene dal male: ecco ciò su cui non si nutre mai un dubbio nel leggere il romanzo di Mario Fresa.

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Tutti i materiali collaborano in egual grado alla tessitura dell’arazzo: il filo non si perde. L’associazione è sempre proficua, anzi, la fervida inventiva, la capacità associativa di Mario è strabiliante, oltre che sorprendente, e apre di fatto a nuovi percorsi di senso, di cui uno, particolarmente rorido, è il filone erotico. Nessun materiale letterario è fatto salvo dalla famelica ingordigia citazionista di Fresa. I capolavori che Eliodoro “rivede in mente ovunque” in ogni luogo divengono il nostro inconscio: risalgono, dirottando l’esistenza, il nostro presente. La logica è sopraffatta da codesta immissione continua di materiali testuali ed esistenziali, che passando al vaglio della scrittura, divengono effusiva lava. Non siamo, d’altra parte, lontani dalla Sicilia con Eliodoro, il mago di Catania, invero metamorfico, protagonista del romanzo, ma anche alter ego autoriale. Colpisce, nel romanzo di Mario Fresa, la resa stilistica omogenea capace di tenere testa alle enciclopedie musiliane, la composizione che vale non solo per il presente, ma che si trascina tutto il retaggio culturale messo a segno in tutti i campi dello scibile umano, scienza non esclusa! In questo senso, il romanzo ridiviene strumento efficacissimo che, al di là dell’annuncio sul suo stato di salute, rilancia la questione degli infiniti romanzi che mancano all’appello. Ma vale anche come verifica di ciò che sappiamo e di ciò che non abbiamo ancora imparato. Come se la storia, la narrazione cronologica degli eventi umani, non avanzasse, e per sempre si ritornasse alla favola dei bambini e dell’orco e fosse necessario un pensiero diverso per valutarne possibili origini e probabili esiti.

“La ragione cos’è? “A questa età si crede a tutto…”. “Giganti e fantasmi insieme”.

In un’età in cui sempre più prossima appare la dipartita, non è la ragione, quella ragione che separa e divide, che importa, quanto un accettare qualsiasi cosa, senza preclusione. L’esistenza di tutto e tutto insieme. Soprattutto in riferimento alla seguente questione da non deporre mai come fosse irrilevante: “Perché volere bene se può diventare qualcosa come niente, un breve incidente da cancellare dalla memoria dei più curiosi?”. Non sarà nemmeno una sperata faccenda di metempsicosi: in fondo tutti vivono nella mente degli altri. Certo, negli orti culturali, l’innesto è immediato e inevitabile. Si tratta di qualcosa che invita a non sterminare sensazioni e sentimenti in nome di una logica censurante, spesso scientifica. Se logica non può mancare, a maggior ragione debbono sedere a tavola sensazioni ed emozioni. Leggere Eliodoro è un atto terapeutico, come lo è ogni classico. Sgombra la mente, fa accedere all’intero, accoglie tutte le voci, non più sottoposte ad oblio, soprattutto quando sono una marca del male, consentendo di prendere posizione su una scacchiera finalmente sgombra da rimossi e cancellazioni, macerie di nessuna utilità per la storia.

                                                                                                Rosa Pierno

 

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa (10 luglio 1973) ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali come «Paragone», «il verri», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «Recours au Poème», «Nazione Indiana», «Smerilliana», «La Revue des Archers» e «Poesia». È presente in varie antologie pubblicate sia in Italia sia all’estero, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), Almanacco dello Specchio n. 8 (Mondadori, 2008), Veintidós poetas para un nuevo milenio (in «Zibaldone. Estudios italianos»; Università di Valencia, 2017). Ha pubblicato vari libri. In poesia e in prosa: Liaison (Plectica, 2002, Premio Giusti Opera Prima); Alluminio (2008; tradotto in Francia da Viviane Ciampi); Uno stupore quieto (Stampa2009, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, 2015); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018); Bestia divina (La scuola di Pitagora, 2020). Nel campo saggistico, ha tra l’altro curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola De cura rei familiaris attribuita a Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Ha curato, inoltre, il Dizionario critico della poesia italiana (Società Editrice Fiorentina, 2021). Fa parte del Comitato di redazione del semestrale «La clessidra» e della rivista internazionale «Gradiva» (Università di Stony Brook, New York). Una nuova raccolta poetica, Il mantello di Goya, uscirà nel 2023 a cura di Maurizio Cucchi.

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Floriano Romboli, “Il fascino e la forza della letteratura”, Guido Miano Editore, 2021. Recensione di Raffaele Piazza.

05 lunedì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Floriano Romboli, Il fascino e la forza della letteratura, Raffaele Piazza

Floriano Romboli

 

IL FASCINO E LA FORZA DELLA LETTERATURA

VOL.1

Saggi su Dante, Tasso, Graf, Zola, Fogazzaro, Pardini

Recensione di Raffaele Piazza

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“Tutto è respiro” di Alfredo Alessio Conti, Guido Miano Editore, 2022.Una lettura di Rita Bompadre.

02 venerdì Dic 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Alfredo Alessio Conti, Rita Bompadre, Tutto è respiro

“Tutto è respiro” di Alfredo Alessio Conti (Guido Miano Editore, Milano 2022 pp. 64 € 15.00) racchiude la volontà stilistica dell’autore a distendere lungo l’arco di un nuovo canto poetico, la rinascita quotidiana della meraviglia. Il poeta abbraccia l’universalità di tutti gli elementi umani, riunisce nel ritmo dell’esistenza il rinnovamento emotivo, orienta la relazione interna del tempo, la percezione della realtà, l’essenza del soffio vitale, il principio filosofico di tutte le cose, esteso nello spazio e nel suo legame con la scrittura. Alfredo Alessio Conti percorre il cammino comune verso la partecipazione sensibile all’esperienza biografica, rinnova la sperimentazione espressiva della qualità persuasiva del linguaggio, ricerca una nuova capacità della parola, aderisce alla purezza del verso, mette in evidenza il senso ritrovato delle inquietudini, il lirismo protettivo dei sentimenti, l’energia dei significati impulsivi e le suggestioni morali. Il poeta comprende il complesso legame con l’universo, sottrae all’isolamento e all’angoscia dell’uomo la distinzione del miracolo della vita, indica l’intensità del mistero, intuisce la prospettiva esistenziale nel drammatico e meditativo conflitto tra la contingenza e la necessità nel divenire della materia speculativa, riconquista, attraverso l’esclusiva esperienza dell’insegnamento elegiaco, la fiducia della coscienza.

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“Delle madri” di Marina Minet

01 giovedì Dic 2022

Posted by Loredana Semantica in ARTI, LETTERATURA, Recensioni

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Delle madri, Maria Pina Ciancio, Marina Minet


Leggendo d’un fiato la raccolta “Delle madri” di Marina Minet, si ha come l’impressione di riprodurre sulle labbra le formule di un rito. Un rito che non è soltanto quello dell’accezione classica, ovvero un insieme di gesti codificati e finiti, bensì una nuova iniziazione, un atto “fondativo”. I canali performativi attivati si articolano, grosso modo, in tre nuclei poetici: la nascita (a cui rimandano le immagini del “grembo” e della “culla”, l’appartenenza (descritta talvolta come eredità materna, talvolta come passione corale del Poeta e del mondo), infine l’introspezione, cui tendono, risolvendosi, i due nuclei precedenti. Siete venute nel mio grembo / in questo seno di rovi e di bontà / dove le parole chiedevano di voi (p.23) scrive la Minet, come a tracciare la parabola di un tempo foriero di ri-nascite.
Contribuiscono ad arricchire la raccolta, la riflessione sulla terra d’origine e l’esercizio del ricordo. Versi come questi si ripetono da un capo all’altro della silloge creando un leitmotiv: è il bagliore di quel mare che mi manca / la battigia come abbraccio della sera / e l’odore dei ricordi (p.54).
È nell’esatta congiunzione tra la memoria e i “luoghi” che si espleta la catarsi del poeta, ed è in questo vento informe che occorre ricercare la ricchezza della poesia di Marina Minet.

Pierino Gallo

Alle tue mani

Io ti ricordo, madre
come una fortezza di parole
da espugnare

Non so se sia dei luoghi
la causa del destino
o se sia il sangue, la fonte dei lamenti
che ci portiamo dentro senza nome
come sfortune incolte
Oppure se dovunque sia del sé
la scelta d’ogni singolo paesaggio
che attraversiamo nudi
fino a sfinirci gli anni

Eppure, il grano sotto il sole
dorato e vacillante
somiglia alle tue mani
e mi riporta indietro, vedendolo oscillare
a quando rientravo dalla strada
spaesata come un cuore senza fianchi

*

Eri tu

[L’asfalto coincideva
con i passi svelti del rimpatrio]

Eri tu a sorridere al dolore
col silenzio accanto al pane
e un rigagnolo di fede intorno al cuore
C’erano i santi a piangere le piaghe
mentre bendavi con cura il destino
brindando alla vita

La fierezza uguale ai gigli
è l’esempio che mi hai dato
sorvegliando il mio respiro e l’orizzonte
mentre il mare ti scalfiva le ferite
canzonando la speranza ch’era il cielo

Ti chiedo perdono, madre
per l’attesa che ha composto il mio silenzio
questo osare a malapena le parole come i gesti
quando il tempo ci pioveva nelle mani
concimando le stagioni insieme ai lutti

*

Il nervo che ci scalda

I ricordi
questi baccelli eterni
legati alla coscienza
altro non sono che il passo che ci sposta
e il nervo che ci scalda

Cos’è il domani
se i viali si saziano di foglie
dubitando dell’inverno
Perché il domani è altrove e tutte queste attese
ci stanno sempre accanto

E incoraggiamo gli anni, adesso
cercando in ogni giorno una risposta
o un pianto che sia santo
quanto gli occhi di una madre

*

Madri

Bisogna sentirle le madri per capirle
Vederle all’inverso
-rapaci
quando la sera le infrange prigione
e il mento alle sbarre s’innalza zittito

C’è che il senso del grembo è un cuore imbalsamato
quando al buio la paura non ha nome
e il seno, è un ruvido binario
Un viaggio caldo che fredda all’esperienza
se la meta è la fame da scordare

Bisogna provarle le madri piagate
Contarle le ciocche al perdono
una alla volta, indifese
e capirle autunnali
oltre l’ombra del polso placato

Sono così alterni i momenti segnati
certi al palmo
eppure, s’infiltrano memoria all’ossessione
…
la culla dondolando e un volto
giurando, lo ricordo
ed era cielo e difesa lo sguardo
sospeso all’imbrunire infame

Il tempo è un rovo da curare
stringendolo appuntito
come se del sangue
non conoscesse l’espressione
e d’ogni inizio sapesse la morte.

dalla silloge ‘Delle madri’, con disegni interni e di copertina di Roberto Matarazzo, contributi interni di Maria Pina Ciancio, Mario Fresa, Pierino Gallo, Edizioni L’Arca Felice, 2015

Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso in Sardegna. La sua scrittura rivolge un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle naturali inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Ha pubblicato le seguenti monografie poetiche: “Le frontiere dell’anima” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006), “Il pasto di legno” (Poetilandia, 2009) disponibile su Lulu, l’ e- book “So di mio padre, me” (Clepsydra Edizioni, 2010) scaricabile on line, “Onorano il castigo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2012), il racconto breve “Lo stile di Van Van Gogh” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014), le sillogi poetiche “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015) e “Scritti d’inverno” (a cura del premio Città di Taranto, 2017).
Fra le altre pubblicazioni ricordiamo i romanzi collettivi al femminile “ESTemporanea” (Liberodiscrivere® edizioni, 2005) e “Malta Femmina” (Ed. Zona, 2009), il poemetto in prosa-poetica “Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto” (da Amantidi – Vittime, Magnum Edizioni, 2006).
Una sua fiaba per bambini è stata pubblicata nella raccolta antologica “A mezz’aria” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006).
Il racconto-poema “Metamorfosi nascoste” è apparso nell’antologia “Unanimemente” a cura di Gabriella Gianfelici e Loretta Sebastianelli (Ed. Zona 2011). Recentemente compare nell’Antologia di Poesia Femminile “Voci dell’aria”  (Exosphere PoesiArtEventi Associazione Culturale, 2014), in “Teorema del corpo – Donne scrivono l’eros”  curata da Dona Amati con la prefazione di Beppe Costa (Ed. FusibiliaLibri, 2014) e nella plaquette collettiva “Le trincee del grembo”
(Associazione Culturale LucaniArt, 2014). Da anni si occupa, inoltre, di divulgare la sua passione per la poesia, attraverso l’ideazione e la realizzazione di interessanti “video poetry” che è possibile visionare sul canale http://www.youtube.com/user/movenza

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Marisa Cossu, “Sintomi poetici”, Guido Miano Editore, Milano 2022. Recensione di Giuseppe Ruggeri.

14 lunedì Nov 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giuseppe Ruggeri, Marisa Cossu

 

Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Giuseppe Ruggeri

 

Quali sono i “sintomi” della poesia? Sembra su questo interrogarsi Marisa Cossu alla quale la pratica psicopedagogica ha insegnato la ricerca dei segni arcani della vita in mezzo ai detriti del tempo. Sintomi poetici è, di fatto, un florilegio di versi articolati in soluzioni metriche differenti, tutte puntualmente riportate in calce ai singoli brani. Così scorrono sotto gli occhi di chi ormai, per forza di cose, ne ha smarrito la sana abitudine sonetti, distici elegiaci, asclepiadei e financo acrostici che raccontano la visione poetica della nostra. Una visione ispirata da una Natura onnipresente che assurge la pietra – “corpo ruvido/ cuore inaridito, sempre immobile” a potenziale destinataria “di una speranza, forse, che lo illumini”. Mentre gli uomini, viceversa, quando sono ormai “corpi spogliati/ naufraghi nell’iperbole dell’io” seguono il destino delle nuvole che “salgono chiare in cielo/ iridi senza volto/ accumulate in albe evanescenti”. Uomini entrati ormai “nella notte/ dove giace memoria/ delle cose perdute, spinte nel buio, in angoli di strada,/ da un vortice stellato dove vola/ quel che resta del giorno”. Tra cui, per fortuna, anche la poesia.

 

Giuseppe Ruggeri

 

 

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com

 

 

 

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Maurizio Cinquegrani, I dialoghi dell’arancia, Guido Miano Editore, 2022.Recensione di Raffaele Piazza.

11 venerdì Nov 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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I Dialoghi dell’Arancia, Maurizio Cinquegrani

Maurizio Cinquegrani

 I DIALOGHI DELL’ARANCIA

Appunti di viaggio

 

Recensione di Raffaele Piazza

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