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LIMINA MUNDI

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Archivi della categoria: Recensioni

Marco Terenzio Varrone, “De lingua Latina”. Traduzione e note di Maria Rosaria De Lucia. Recensione di Raffaele Piazza.

04 venerdì Nov 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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De lingua Latina, Maria Rosaria De Lucia, Raffaele Piazza

Marco Terenzio Varrone

DE LINGUA LATINA

Traduzione e note di Maria Rosaria De Lucia

 

Recensione di Raffaele Piazza

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Giovanni Tavčar, “Tra speranza e angoscia”, Guido Miano Editore, Milano, 2022. Recensione di Maria Elena Mignosi Picone.

21 venerdì Ott 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giovanni Tavčar, Maria Elena Mignosi Picone, Tra speranza e angoscia

Nella silloge di poesie Tra speranza e angoscia di Giovanni Tavčar, troviamo le seguenti parole che ci dovrebbero fare riflettere e dalle quali vogliamo prendere l’avvio nell’esaminare questa opera: «Dovremmo essere più spesso / come i bambini /…/ che vivono / dell’attimo fuggente, / della temporanea contentezza, / dell’inconscia felicità» (Come i bambini). Ecco, i bambini non si angustiano del passato né stanno in tensione verso il futuro. Vivono il momento presente, il qui e ora. Non conoscono né angoscia, né speranza.

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Giuseppe Arrigucci, “Liriche scelte”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

14 venerdì Ott 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Giuseppe Arrigucci, Liriche scelte

Recensione di Raffaele Piazza

Liriche scelte, la raccolta di poesie di Giuseppe Arrigucci che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandita in tre capitoli che sono provvisti tutti e tre di titoli e di prefazioni e sono preceduti da una premessa a cura di Guido Miano.

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Adriana Deminicis, “Da un poemetto alla luna I fiori di Gelsomino”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza

07 venerdì Ott 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna I fiori di Gelsomino, Raffaele Piazza

 Recensione di Raffaele Piazza

La raccolta di poesie di Adriana Deminicis, insegnante di Monte Vidon Corrado, in provincia di Fermo, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Maria Rizzi esauriente e ricca di acribia. Come scrive la prefatrice l’Autrice crea una sorta di romanzo in versi che tocca vette altissime di lirismo e trascina nel suo universo, in apparenza surreale, in realtà quanto mai vicino alla concretezza. Il riferimento Alla luna, l’idillio leopardiano dell’opera I Canti, è inevitabile, tanto più che il poeta di Recanati aveva come tema di fondo il ricordare, ovvero il rimettere nel cuore, per riferirci al significato etimologico del termine.

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“Feriti dall’acqua” di Pietro Romano (peQuod Editrice, 2022). Nota di lettura di Maria Allo

30 venerdì Set 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Feriti dall'acqua, Maria Allo, Pietro Romano, Recensioni

“Uno stormo di rondini che migra
non è ancora. Laggiù il presente
si arena, senza doni
” (p.39)

Dopo il precedente Case sepolte, Pietro Romano, con questo suo nuovo libro, prosegue con un viaggio a ritroso sul confine tra memoria e desiderio e con decisa volontà di dare corpo, voce e sostanza alla condizione dell’uomo nell’universo insidiato costantemente dalla distanza fra l’io e il mondo. La poesia di Feriti dall’acqua sembra nascere da riferimenti alla vicenda biografica dell’autore, che divengono occasioni per dare corpo a tematiche di più ampio respiro in un mondo sempre più multirazziale:” Un turbinio, rumori umani, viali. / Quel che è successo infuria in un tempo/ cristallizzato: l’aria è il passo/ verso la costa, gli occhi che guardano/ sono le case, il corteo, le panche. / Mantenere la vita, sollevarla/ alla bocca, senza occhi a sponda della fine” (p. 7). Il tema, intrecciandosi anche con la sua personale esperienza “Io da bambino, voce di confine, / smembrato nella vita di ogni giorno “(p.17), ritornerà in più di una lirica, ora con il motivo memoriale “Madre, oggi ti colgo nella luce dei vetri/ che istoria gli occhi d’evento e catarsi” o “È nelle sere autunnali la via/ in cui ricordo chi sono. La mente/ oscilla lungo un rivo di fango, / si sporge quanto basta per sentire”(p. 39), ora con il costante anelito all’ innocenza primigenia, intesa come la capacità di sapersi aprire all’ignoto riconoscendolo come parte di sé, giacché l’innocenza unisce gli uomini e fa ritrovare loro quel caldo senso di appartenenza alla condizione umana che costituisce un vincolo più profondo del legame di appartenenza nazionale :“Non esiste innocenza nel giorno: le nostre ombre/ perse tra gli uccelli crollano sulle nuche”(p.61). Domina dunque, come nucleo tematico dell’opera, la tensione della ricerca di un’identità sofferta e complessa e la solitudine spirituale in un mondo che troppe volte ognuno di noi sente estraneo a sé, lontano, irraggiungibile quando ci si accorge di esserci allontanati dalla legge dei nostri desideri. Di essere andati in un’altra direzione: “Così si vive: lentamente il passo/ nell’aria, la scrittura tra nuvole colme di lontananza” (p.65). E tuttavia la poesia deve cercare di ridare significato alle cose (del passato come del presente) e cioè una stabile identità all’individuo, tentativo perso in partenza, eppure mai ricusato. Lo stesso Romano così commenta i suoi versi: “È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare” giacché le radici dell’essere, aggiungo, affondano sotto la superficie dove le acque si fanno così turbolente che incutono paura e come certe immagini aspre possono ferire e imbarazzare. La raffinata architettura dell’opera divisa in quattro sezioni (I Acque di confine, II Dentro la foschia, III Cancelli, IV Sono qui ad attendere riparo), il legame profondo che intercorre tra testi e titoli e il sapiente lavoro di cesello interessa tutti i livelli dei testi, fonico- ritmico, lessicale e sintattico nella costante tensione a una parola che sappia sondare un Io profondamente diviso e che sfiori l’indicibile. L’opera di Pietro Romano canta la separatezza ma si augura di trovare un varco attraverso cui approdare perché nel caos si annida anche il germe della visione che resiste fra un passato di dolore e un presente ancora capace di mantenere uno sguardo oltre la soglia dell’Io: “Luce di dentro, soglia inesausta del passo. / Mi vedo oltre il sentore che a ogni varco o stanza, / come guardi, io per voi ancora non sia” (p.8).

p.20

La notte è a un passo dall’alba,

l’aria una fluorescenza azzurra.
Io mi disseto ancora

p.78

Come vero e sofferto il lido, il sogno
o il volto che trema, fra le acque
la parola si svuota,
ogni casa ritorna.

p.87

È accaduto e si è perso. Traluce
senza più il suo dire, rimemora
gli asfalti bagnati della coscienza.

p.89

Voci quietate nel sonno dei passi,
tra le fredde luci delle parole
è il vostro mattino. Quelle sono
le stanze vuote a cui ritornate

quando nel buio l’assenza sancisce
il suo luogo e sfiora la vita.
È ora di nominarvi:
in voi c’è tutto, la fame e la sete,
gli occhi e le labbra che ancora non siamo.

p.92

Quest’ombra si interra
per dissetare l’impronta a un passo
dalla pietra a cui dicevi viva
la parola. Era forse il seme raggelato
sotto il sole di dicembre, la voce
che si stemperava dentro il dolore
dirsi soli e incompiuti


Maria Allo

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra le quali Fra mani rifiutate (I Quaderni
del Bardo, 2018) e Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020- pref. di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo), quest’ultimo classificatosi tra i libri finalisti del Premio Mauro Prestigiacomo. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом — до молчанья», “La mia casa è prima del silenzio”, Free Poetry, 2019, con pref. e traduz. di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry, 2019, a cura di Paolo Galvagni). “Feriti dall’acqua” (peQuod, 2022, coll. Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto), è il suo ultimo lavoro.

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Raffaele Piazza, “Nel delta della vita”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Marco Zelioli

26 lunedì Set 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marco Zelioli, Nel delta della vita, Raffaele Piazza

Recensione di Marco Zelioli 

 

Lo scrittore e critico letterario napoletano Raffaele Piazza ci offre, per i tipi di Guido Miano Editore, queste cinquanta liriche intitolate Nel delta della vita: una sola ha un titolo, la prima, ed è Prologo; le altre sono semplicemente numerate da 1 a 49; ma l’Editore (che come sempre propone, in appendice, un’utilissima bio-bibliografia dell’autore) ha pensato bene di mettere nell’indice non il solo numero, ma il verso iniziale di ogni lirica, a mo’ di titolo, per non spaesare il lettore.

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Pasquale Ciboddo, “Andar via”, Guido Miano Editore, 2021. Recensione di Fabio Dainotti.

19 lunedì Set 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Andar via, Fabio Dainotti, Pasquale Ciboddo

Recensione di Fabio Dainotti

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare).

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Grazia Procino “E sia” nota di Maria Allo, Ladolfi Editore 2019

13 martedì Set 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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E sia, Grazia Procino, Landolfi Editore, Maria Allo, recensione

“Passiamo una vita intera a cercare il senso”, risponde sdegnata “Io non perdo il mio tempo / d’eternità in ricerche impossibili”, e poi sprezzante aggiunge “Solo gli uomini si ribellano / all’appartenere alla stirpe / di coloro che non sanno”

La poesia non cerca significazioni, ma senso, il senso che c’è a vivere dice Bonnefoy. E sia è il libro a cui Grazia Procino ha affidato il senso della ricerca e della conoscenza. Come Ulisse del nostos, uno dei miti più attuali tra tutti quelli ereditati dalla cultura antica, simbolo dell’umanissimo desiderio di ritorno alla casa e di quiete, l’autrice esprime la ricerca intellettuale che spinge l’uomo a procedere sul cammino della storia o su quello più strettamente individuale dell’esistenza personale come esperienza di sé e come scoperta di nuovi orizzonti umani. Un progetto artistico preciso e coerente che si propone e si sviluppa in tutta la sua complessità sulla spinta di una straordinaria capacità immaginativa e di un personale impulso visionario al senso dell’esplorazione che può e deve vivere dentro di noi, orientato sulla concretezza del presente e sulle dinamiche che inglobano anche valori e i sentimenti privati di tutti. “Siamo uomini in preda all’abisso / dell’angoscia, nuovi Odisseo, che / rinunciamo all’immortalità”(p.17). È incontestabile non solo la singolare capacità dell’autrice di esplorare il mondo antico facendoci penetrare in quel luogo dello spirito dove l’autrice evoca Itaca e personaggi mitici (Penelope, Sirene, Ciclopi, Circe, Nausicaa, Odisseo) tutti rimasti nella memoria della Procino, restituendoci l’andamento musicale anche della lingua di Kavafis in un gioco di interscambio tra passato e presente sul filo comune che salda la vita nel suo insieme. Ma spesso vivere è anche doloroso per le insidie, emblematicamente rappresentate dalle sirene e il viaggio è solitudine dell’individuo in una società alienata dove a molti non è garantita sicurezza e stabilità ma incomunicabilità e immobilismo assoluti rimarcati dal netto contrasto che si stabilisce in chi cura l’interiorità oltre la superficie dei gesti e delle parole. «Non mi ha mai sfiorata/ il desiderio di essere come tutti/ io papavero ai bordi/ di un asfalto al catrame» (v. 11). Non passa sotto silenzio l’amore, una realtà dell’esperienza qui collegata al mito di Orfeo indocile al divieto, che fallirà nella sua prova per la scelta di voltarsi e perdere per sempre Euridice che considera solo “uno squarcio di passato “così la Procino: “La carne sente brividi / di freddo”. / “Non ho più mani. Le ho perdute / stendendo carezze e non sono ritornate” (p. 65), un chiaro intento dell’autrice di affrontare la visione e la cultura dell’amore che ieri come oggi, nonostante le profonde trasformazioni del costume, fa dell’amore l’espressione più autentica dell’individualità. È un lavoro faticoso questo, spesso la parola manca, “è assenza”, ma la parola è restituzione e così deve essere. Una chiave interpretativa che permette una maggiore comprensione della raccolta è quella della ricerca, che l’autrice compie infaticabilmente della struttura rigorosa del libro e questo modo di procedere è ben presente secondo i canoni della tragedia greca. Comprende infatti un prologo, la partitura in “stasimi”, la distonia del Coro (il livello dell’accadere e del riflettere) che dilata la più svariata gamma possibile di tonalità e di accenti corrispondenti alle più diverse connotazioni emotive e infine l’epilogo.

Nessuna catarsi dunque per noi oggi, della tragedia classica. L’ autrice coglie lo smarrimento di un’umanità sempre più povera di certezze e incapace di trovare risposte adeguate ai problemi che più le stanno a cuore, tuttavia “si domanda se sia possibile rinascere. La sua risposta è affermativa, scoprendo la potenza delle divinità ctonie, “Le viscere del Sud”: “Accolgono riti di nascita che non vogliono sparire / – la grazia della resurrezione – / come serpi danzanti / al calar della notte”(p.42). Il che fa del suo libro E sia un’opera estremamente attuale e degna di essere continuamente riscoperta “Lo so. Ci si aggrappa a tutto/pur di non sprofondare/anche alla notte (p-41).

Radici (p.14)
Fortunato chi ha radici.
Un’Itaca e una Penelope dove ritornare.
Le Sirene a impedire il viaggio,
i Ciclopi a mostrare che un altro mondo esiste,
Circe a cospargere di lussuria il corpo
già madido di sudore,
Nausicaa a ricordare il tempo che fu,
i Proci pronti a portar via
quello che è tuo di diritto,
ma tu sei Odisseo, un padre e un marito,
un uomo che sa piangere

Orizzonti (p.66)

Io non so dell’amore che le onde alte
e Odisseo che ritorna
a un’Itaca piena di sassi
sterposa e brulla
il profumo del mare lieve che
intona nostalgie e robusti desideri.

Insegnamenti da Kavafis (p. 24)


Ho vissuto troppo dolore
per non intuirlo negli altri.
Ho dovuto accogliere troppe rinunce e
le ho trangugiate, amare, insieme agli strascichi
di denso fastidio. Ho capito che la tua felicità
può procurare nell’altro dolore,
non puoi farci niente.
Tu puoi solo decidere di viverla o di rinunciarvi.
Se la vivi, guarderai all’altro che è in pena,
se vi riunì, nessuno
avrà cura del tuo nobile gesto.

Amore e mito (p.38)

Ci sono anche quando
sono assente. Mi inchino
mansueta alle tue parole
che sanno addomesticare
la mia anima zingara.
Mi volto come Orfeo
in attesa di squarci nitidi dal passato.
Come Euridice mi inoltro
nel futuro e mi smarrisco
in isole senza pace. Sono qui,
in spazi di compassione
con il vestito a fiori
leggero di vento.
Mi rifugio in libri pesanti di vita
per tessere come Penelope
la trama del giorno che viene.
Perdo l’amore,
lo riconquisto come guerriera ostinata
nell’universo sbandato
trovo anche io confini entro cui lavarmi
dalla polvere che fatica ad andar via.
È tutto uno scendere e un salire
pietre su pietre
nel commercio con la gente.
Amo il mondo anche quando mi viene contro.
Lo devo a te.

Le stagioni dell’amore (p.36)

Di te
ho amato ciò che si vede – lo amano in tanti.
Di te di più
ho amato ciò che non si vede, residui
di irrisolti tormenti e inconfessate ferite.
Le stagioni che passano
con la fretta di chi al mondo sta poco tempo
lasciano sapori di
dolce e amaro miele e fiele.
Hanno concesso lo stupore
di un amore che non sta fermo.

Epilogo (p.78)

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

©Maria Allo

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Tommaso Tommasi, “LAMODECA”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Marcella Mellea.

02 venerdì Set 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Lamodeca, Marcella Mellea, Tommaso Tommasi

Recensione di Marcella Mellea

LAMODECA (Lettere d’amore, Lettere ai genitori, Racconti, Memorie, Poesie), di Tommaso Tommasi  (Guido Miano Editore, Milano, 2022), è un’opera originale e peculiare, poiché l’autore, attraverso forme letterarie diverse – lettere, poesie, pagine di diario, recensioni, articoli di giornale, racconti – esprime il suo caos interiore, il senso di frammentarietà del vivere quotidiano, e tenta di dargli unitarietà e senso. L’opera si potrebbe collocare, come sottolineato da Enzo Concardi nella prefazione, nel filone del Frammentismo, tipico della letteratura italiana dei primi anni del Novecento, che ebbe come espressione caratteristica il frammento, cioè la composizione lirica breve, in versi o in prosa, inconciliabile con ogni forma di letteratura costruita, complessa e oggettiva. Continua a leggere →

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Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscè Fandango Libri, aprile 2022. Una nota di lettura di Maria Allo

28 martedì Giu 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Alessandro Moscè, Le case dai tetti rossi, Maria Allo, recensione

“Non ho mai dimenticato i racconti sventurati, le volte che mi sono avvicinato a quel luogo malfamato con il figlio del giardiniere, il mio amico Luca, il timore di superare il cancello, i rimproveri di mia madre quando fissavo i degenti appoggiati al cancello, le strattonate, le raccomandazioni di girare al largo se fossi uscito da solo per comprare i fumetti incellofanati, a poco prezzo.”
In questo libro scrupolosamente documentato Alessandro Moscè traccia un percorso avvincente, tra memoria e ricerca come un vero e proprio viaggio a ritroso sul filo conduttore del disagio mentale e nell’avventura della soglia si incrocia con le vite dei degenti, ormai scomparsi, dell’ospedale neuropsichiatrico di Ancona ( La Legge 180 del 1978 portò nel 1981, alla chiusura e conseguente trasformazione della struttura in un centro residenziale di assistenza sociosanitaria e, successivamente, in un centro riabilitativo e sanitario). “Me lo ricordo bene il manicomio a pochi passi dalla casa della famiglia di mia madre, ero un bambino che trascorreva l’estate da nonna Altera”. Nel prologo della storia, come un moderno Ulisse, l’autore prova un vero e proprio desiderio di esplorare gli abissi per raccontare e testimoniare la verità della sua esperienza. Ed è così che “Si apre un teatro dove gli attori si spostano con scioltezza guardando dritti o a testa bassa: luci, movimenti, entrate e uscite seguite con un occhio di bue che li avvolge. Prendo confidenza con lo spazio scenico e da un alone giallastro emerge sempre più nitidamente un mondo inabissato”. La singolare tecnica compositiva dell’opera affine a quella del puzzle, di cui l’autore stesso specifica in anticipo obiettivi e nuclei tematici, presenta punti in comune con quella di Georges Perec e si configura come un assemblaggio di microstorie diverse, tenute insieme soltanto da un’immagine unitaria e significativa di un luogo, la struttura manicomiale di Ancona: “Il manicomio di Ancona era una piccola città con centinaia di ospiti. I tetti rossi, del colore del sangue, accoglievano i barboni, i malnutriti, gli ubriaconi, chi era tornato dalla guerra frastornato, con una pallottola conficcata da qualche parte, chi non riusciva ad alzarsi dal letto, chi era nato straccu, stanco […] (p. 13). L’espediente tecnico di una sorta di racconto nel racconto, costruito attraverso le memorie dei degenti, evidenzia l’abilità dell’autore di costruire trame complesse, riducendole però a pagine dense ed elaborate con precisione analitica delle descrizioni: dettagli visivi che vengono inquadrati e ordinati in una prosa senza compiacimenti stilistici ma con un lessico preciso, a volte addirittura specifico, quello dei medici, innestato di dialettismi anconetani. ”Negli anni Sessanta ai piani di sopra del manicomio risiedevano i violenti, gli incontrollabili, gli psicotici. Ancona aveva paura dei suoi matti e chi transitava da quelle parti allungava il passo, non si girava, faceva gli scongiuri, chiudeva gli occhi. Ai bambini si proibiva di guardare i padiglioni e i pazienti che sbirciavano da una sbarra all’altra tra le fessure del cancello d’entrata” così racconta Arduino, il giardiniere che ha svolto un ruolo di ascolto, di accoglienza e di accettazione(come il basagliano professor Lazzari, il primario e Suor Germana) nei confronti dei pazienti internati, corpi che invocano amore per trovare i loro confini, la loro storia. Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e di insidie, ma è un viaggio verso l’amore “il tempo dell’apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio, ampio fin nel cuore della vita, solitudine, più intensa e appassionata, solitamente, per colui che ama, come dice R. M. Rilke e come sembra voler suggerire Alessandro Moscè. Ed è così che lo sguardo dell’autore, oltre il limen, diviene il testimone interiore che vede e con cuore visionario fa risuonare quella corda autentica che occorre all’anima per incontrare gli altri e mettere in moto il motore della storia che coinvolge ed emoziona. Storie di persone sofferenti, (curate con la devastante terapia dell’elettrochoc), spesso finite in manicomio per la loro diversità tanto da non avere più patria o perché abbandonati da bambini come il caso di Adele. “…la follia può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato”. (Da Lei se ne va, storie del disagio mentale, a cura di Gloria Gaetano e Manlio Talamo con prefazione di Don Luigi Ciotti). Fortunatamente l’opera riformatrice che si attua nella legge 180 rende possibile la chiusura dei manicomi e la nascita di una nuova teoria che riconosce la follia come parte della propria realtà, legata a chiare definizioni di scienza, di società civili, di persona. “Le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. È il mondo, la cura.” Alessandro Moscè ha spinto lo sguardo così oltre il limen nelle storie esplorate da far emergere, in un mondo segnato da una mutazione antropologica quale mai si era verificata in passato, nuove aperture verso le marginalità dell’esistenza a partire dall’accettazione e dall’accoglimento.

© Maria Allo

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, 2019). I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, 2012), L’età bianca (Avagliano, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, 2022). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

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Marisa Cossu, “SINTOMI POETICI”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza.

24 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marisa Cossu, Raffaele Piazza, Sintomi poetici

Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Raffaele Piazza

In un panorama come quello della poesia italiana contemporanea che comprende in massima parte autori e autrici che esprimono poetiche di segno pessimistico che si aprono tuttavia alla speranza di varcare le porte della salvezza nell’autocoscienza del valore salvifico della poesia stessa, riprendendo, anche se va detto con cautela, il modello leopardiano, sorprende e fa piacere imbattersi nei Sintomi poetici di Marisa Cossu, che, andando controtendenza nel produrre testi poetici all’insegna dell’ottimismo, ci dà la testimonianza di una Weltanschauung che si traduce in un poiein e una poetica ottimistica, quando la felicità nella vita in versi e non in versi non è più una chimera. La raccolta che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione di Nazario Pardini esauriente e ricca di acribia e di citazioni, prefazione intitolata Una navigazione in un mare di sinestesiche onde peregrine verso l’isola della pace, titolo molto evocativo. Viene in mente l’approdo di Ulisse a Itaca dopo il suo viaggio, approdo rassicurante perché conosciamo il lieto fine della vicenda epica dell’eroe omerico. Del resto come scrive Roberto Mussapi siamo tutti eroi, noi persone gettate nella ressa cristiana del postmoderno occidentale, proprio perché ci troviamo in quella che va definita come epica del quotidiano, una dimensione che nel mondo ipertecnologico di inizio del Terzo Millennio diviene velocissima e nel bene e nel male anche affascinante. La raccolta è scandita nelle sezioni Sentire il tempo, Stanze segrete, e Amo divinamente e per l’unitarietà stilistica, formale e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto. Nella lirica Memoria persa leggiamo «Pane dorato, franto da una lama / di sole, ultimo raggio, è il volto tuo / dai solchi della trebbia / segnato ed appassito / mentre crescevo, esile spiga d’oro, / sotto il tuo sguardo mite; / ma il grano muta in pane, / in te si chiude di parola il suono /…». Magia, sospensione e linearità dell’incanto sembrano essere la cifra distintiva della Maniera della Nostra che si esprime in un modo che può essere considerato neolirico ed elegiaco. «… / Il tuo viso di terra nutre ancora / la mia anima e il corpo: / impallidiscono i confini noti / il vento soffia le morti stagioni, / scaglie impalpabili nel tuo perderti /…» scrive Marisa riferendosi ad un tu del quale ogni riferimento resta taciuto. Anche la religiosità cristiana emerge in questo intrigante libro e a questo proposito sono da citare due passaggi: il primo del quale è detto con urgenza il Figlio del Creatore che dorme in una mangiatoia e il secondo è quello nel quale viene detta con urgenza la madre della poetessa che è morta: «…/ Mi sfiori e non so più da dove viene / il ritorno dell’ombra / se dal mio desiderio è forse nata, / se voce di preghiera ora ascoltata, / dal cielo ti conduce nel mistero. / Madre sei qui, / ma non ti fermi mai / di nuovo in sogno forse mi verrai» (A mia madre). Un esercizio di conoscenza intelligente, armonico ed equilibrato nel confine tra forme e contenuti quando all’insegna del suddetto ottimismo, come scrive Pardini la vita si fa opera d’arte.

Raffaele Piazza

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

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“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021). Una lettura di Rita Bompadre.

17 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Disgregazioni, Marco Antonio Sergi, Rita Bompadre

 

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un’opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d’arte. L’unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell’assenza, indica il percorso intimista dell’inquietudine. Il poeta indaga oltre l’estremità instabile dell’anima, scruta il mistero interiore nell’inconfessato e profondo dolore, ricerca l’enigma velato degli occhi, nell’inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell’indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell’oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l’esperienza sensibile dell’amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell’intelletto con l’incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell’uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell’ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell’equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l’integrità dell’io, scompone l’ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l’intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d’isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L’autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. “Disgregazioni” anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell’assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l’essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l’inizio e ritrovare se stessi.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

SCACCO AL RE

 

Tengo il coltello piantato lì sotto

lo so non si addice

ma è così bello guardare il volto di lui

con occhi rapaci, e sua è la pace

ovattata, di chi sta per pagare lo scotto

in un gioco a un solo finale.

 

CALANTE

 

Rimane a lungo nell’aria

la nota sfiatata di sax

rugginosa e pressante

fino alla fine del fiato

il petto contratto.

Risuona il sospiro

quel vecchio cancello

ancora violato.

 

SFUGGENTE

 

Come un’idea

perfetta

senza confini

senza definizione

senza paragone

 

Sei

 

Come ogni idea

nata da me

illusione.

 

CUORE NERO

 

Mi sono punto

d’inferno

di un veleno

che non comprendo

mentre mi scioglie

le budella come

morto a scroccasole.

 

Mi sono reso infermo

di nuovo

questo male

odio e amore

lo stringo

mano di vecchio amico

da riscoprire.

 

IL MOSTRO

 

Sotto il letto

non c’è bestia

che tenga testa

 

Sotto il sottotetto

non c’è sgorbio

davvero brutto

 

Sotto il sottobosco

non trovo occhi

maligni di folletto

 

Il terrore tutto

sta nascosto nel finale

di uno scritto

che ora è fuori

che ora è tale e quale

al reale.

 

RAFFICHE

 

Come sotto una raffica

di mitra

veloce, che sferza la carne

 

come in balia di tempeste

di sabbia,

che bucano la tenda di notte,

 

Io sono. Solo sotto questa pioggia

ritrovo

la forza di muovere i passi.

 

SPECCHIO SPECCHIO

 

Immersi

e come l’universo

immensi

a fuggir da sé stessi

 

 

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“Dispositivi” di Stefano Guglielmin. Una lettura di Loredana Semantica

15 mercoledì Giu 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Dispositivi, Loredana Semantica, Marco Saya Editore, Recensioni, Stefano Guglielmin

Che possiamo noi realmente sapere
degli altri? chi sono, come sono…
ciò che fanno… perché lo fanno…

Luigi Pirandello

Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe.
Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile da quello che la volpe racconta al Piccolo Principe di Saint Exupery. Potremmo dirlo familiarità o affezione, ma addomesticamento rende meglio l’idea quando si consideri la sua radice etimologica – dal latino domus, casa – preceduta dalla preposizione latina ad che potremmo tradurre come approssimarsi a, contenendo la particella un senso di movimento verso.
Il titolo della raccolta “Dispositivi” potrebbe far pensare al linguaggio tecnologico, e quindi ai devices da collegare ai propri personal, per chi si occupa di sicurezza, sovvengono alla mente i DPI dispositivi di protezione individuale, tra i quali, di recente, balzate in prima linea, le mascherine che tanto hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. In ambito sanitario DM sono i dispositivi medici, una lunga lista dai medicinali alle protesi, ausili e prodotti di ogni genere in materia di sanità e salute. Chi è operatore del diritto intende il dispositivo come contenuto della norma, nelle aule di tribunale dispositivo è la decisione della sentenza.
Un titolo che intercetta vari ambiti di utilizzazione, evocatore e al contempo semanticamente suggestivo. Etimologicamente dispositivo deriva da disporre, verbo composto dalla radice dis, prefisso di origine greca dai molteplici usi: privativo, negativo, rafforzativo…e dal latino ponere, porre, avente quindi il significato, a seconda dei casi transitivo o intransitivo, di ordinare nello spazio, decidere, statuire, poter contare, potersi servire. Dal che dispositivi, plurale di dispositivo, trae dal verbo questa molteplicità di significati che vanno da decisione a congegno o apparecchiatura.
Non c’è dubbio che nessuno può astenersi, vivendo, dal rapportarsi coi dispositivi, salvo vivere come eremita o selvaggio, e basterebbe persino che quest’ultimo inventasse, ad esempio, un congegno che faccia cadere dall’alto l’acqua per lavarsi in una rudimentale doccia e avrebbe già creato un dispositivo. Se dalla singolarità si sposta l’attenzione alla comunità, qualunque forma organizzativa ha la necessità di strutturarsi in organi attribuire poteri, qualunque organo detentore di potere esprime la volontà decisionale appunto attraverso “dispositivi”. Emerge chiaramente l’imprescindibilità dei “dispositivi” nell’esistenza tanto del singolo che della collettività.
Si tratta dunque di un termine pertinente all’umano, che, in ambito filosofico, è stato coniato da Michel Foucalt intorno al 1975 per riferirlo a un insieme eterogeneo di “discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche” applicati alla manipolazione dei rapporti di forze per svilupparle in una certa direzione inibirle o utilizzarle. I dispositivi hanno a che fare con gli ambienti sociali e con il potere. Sono forme o manifestazioni del potere dirette ad indurre i comportamenti dei soggetti. Agamben estende il concetto di dispositivo a qualunque “cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”, non solo quindi in ambiti sociali dove l’esercizio del potere è evidente: scuole, prigioni o fabbriche ecc. “ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi”
Che il titolo della raccolta poetica abbia a riferimento il pensiero filosofico è chiarito dalle due citazioni che Guglielmin premette alla stessa, di Giorgio Agamben e Amos Bianchi tratte dai rispettivi saggi “Che cos’è un dispositivo”. Entrambi i filosofi insistono sul concetto di relazione intercorrente tra i dispositivi e soggetto, l’uno centrando la questione sul processo di “desoggetivizzazione”, cioè di fagocitazione del soggetto nel dispositivo, l’altro sulla “modellazione” comportamentale del soggetto, entrambi pongono dunque il problema del rapporto tra singolo e dispositivo e in definitiva tra dispositivo e libertà.
Dalle premesse non possono che trarsi le chiavi di lettura dei testi poetici: pensiero poetico/filosofico e relazione individuale/collettiva coi dispositivi.
Non si scrive poesia per esprimere l’io, l’uso del primo pronome personale comporta sempre il rischio di essere tacciati di osservare il proprio ombelico, che non è solo ristrettezza di visione, ma ancor peggio contemplazione del sé nello specchio del fiume sulle cui rive ci si sporge cantando, cioè di innamoramento del sé similmente al Narciso mitologico, incapace per “sortilegio” divino di innamorarsi dell’altro. È inevitabile tuttavia che lo scritto poetico conduca un approfondimento interiore, salvo che non si abbia l’intento di raccontare una “storia” facendo ricorso alla forma del verso. Anzi in poesia questa “indagine” deve essere condotta con determinazione impietosa fino a quelle profondità o, se preferite, a quelle altezze, dove l’io si disperde in particelle rarefatte, invisibili, impercettibili, conato umano in cerca di assoluto. Ciò che si è scritto, così depurato, diventa specchio di tutti, ostia di ognuno. Assoluto – e il corrispondente sostantivo assolutezza – hanno la radice etimologica nella parola latina ab solvere, composta dalla preposizione ab “da” e dal verbo solvere – sciogliere -, quindi assoluto è termine evocatore del senso di libertà da ogni peso, laccio, oppressione, non solo da corporeità fisica e quindi assoluto nel senso di metafisico, ma anche da inibizioni che ostacolino il raggiungimento dell’essenza, cioè della verità. L’atto poetico ha nell’assolutezza e nella verità connotazioni imprescindibili, alle quali non può rinunciare specialmente quando si indaga di “dispositivi” più o meno in-accettabili. Smarcare l’espressione dall’io non la depura dalla necessaria sovrapposizione tra io poetico e io autentico e ancora meno sterilizza il seme poetico innervato nella poesia, cioè l’atto politico inteso come ingrediente che penetra nel sociale, per progressivi cunei: osservazione, descrizione, critica, contestazione, sovversione. “Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco” (Edmond Jabes)
Delicatezza, sobrietà, riflessione, denotano e persistono nelle poesie di Guglielmin. L’espressione poetica sorge da un’attenta osservazione del presente, da un vissuto che, introitato dai sensi, trasuda pensiero enucleato da uno stato profondo di meditazione che si trasferisce nei testi in un linguaggio controllato e rifinito. Sovviene nuovamente Jabes “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione.”
Il misurato controllo del dettato, deposto ogni cedimento emotivo o individualista, soppressa ogni animosità o velleità, prese le distante da apologia, invettiva o assertività, ingenera alla lettura una sorta di fiduciosa certezza che il bene misteriosamente, cioè in modi in gran parte sconosciuti, si oppone ancora al male, veicolando sottotraccia – quasi messaggio subliminale – che quest’ultimo, cioè il male, sarà sconfitto, il bene trionferà, gli uomini buoni si riconosceranno tra loro nella rivelazione finale dell’autentica essenza comune.
Un’apocalisse, ma garbata, uno scempio senza dolore, senza vincitori o vinti, ma affratellati in una catarsi collettiva, quasi che si possa sperare per e sulla parola in un mondo rigenerato che riconosciutosi traviato e infetto, ricorre alla cura e splende. E’ una visione celestiale iperbolica, sognante, che investe la poesia di una funzione epica o mitica, tanto più travolgente quanto più è convincente la mano che guida il testo. Questa lettura è lontana dagli intenti dell’autore? Poco importa. E altri lettori è auspicabile decodifichino un simile messaggio? Per questa via potremmo restituire alla poesia la funzione di lettura sociale degli eventi e del mondo. L’avremmo cioè riportata al suo ruolo essenziale, assoluto, “costitutivo”? La poesia interroga, dice ancora al riguardo Edmond Jabes: “Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, … La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio”

Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1918,

Di fronte agli occhi solo il testo e il testo è un orizzonte, come guardare oltre le nuvole dalla cima di un monte, nel gelo delle vette, nel distacco della solitudine, lo spirito è in ascolto, scorre il pensiero sul mondo.

La “vibrazione” che la parola trasmette alle antenne poetiche è luce di candela, fioca luce che brilla di speranza, sgusciante tra le righe di crucifige, occhieggia e non trabocca, suggerisce non grida e perciò, nel sicuro controllo della forza, più forte si dimostra dell’avversione manifesta, dell’urlo o protesta, dell’acuto stridente, dell’invettiva. E’ il volo tremendo in picchiata del falco pellegrino sulla preda senza pena. Implacabile come la natura, senza furia. La calma dello zen. Il colpo del karateka che concentra la potenza nel colpo spaccando di netto tre tavole.

niente. E la gente è fascista: volevo dirlo
anche se non serve, la gente
è feroce. Fascista e feroce, infelice.

Nel libro le poesie sono ripartite in Dispositivi del poetico e in Dispositivi della salute. Appurato che il linguaggio poetico è un dispositivo (vedi sopra Agamben) è del tutto coerente dedicare ad esso i componimenti poetici iniziali, consegna al lettore di una matura e accorta poetica.
Nella fuga della lepre, dis-ponendo insolitamente la parola sul foglio, giocando col termine corsa, sfuggendo l’io, nell’apoteosi degli infiniti sotto l’egida del distinguere, dove pensare è scarto mentre parlare rompe gli indugi e mette a repentaglio la vita. Parlare espone al pericolo. Dire come di fatto è: parla il poeta, pensa.
Il poeta deve il necessario controllo del testo nonostante il canto delle sirene (contaminati linguaggi) ha l’obbligo di scansare il trito e ritrito, l’ovvio e il retorico, di non produrre poesia quotidiana a percussione compulsivamente, ma deve dissenso vero o dispersione, indicando la via per cui “la sfida/ è amare quel buio infetto, rifondare”, raccogliere l’imo, farsene carico, indurre la catarsi: la responsabilità del poeta.
La poesia gronda rimandi, a “Ciao cari” ad esempio (precedente toccante raccolta dello stesso autore) o all’ illuminazione dell’inarrivabile Rimbaud: “io è un altro” fondante in poesia tutta la teoretica dell’alterità dell’io. Troviamo citati poeti, tra gli altri, Sereni, Poe, Baudelaire. Le citazioni contenute sono riportate in un foglio di note alla fine del volumetto.
Dispositivi della salute si apre con un omaggio a Caproni in “L’eterno ritorno” la chiusa “tornare dove non si è mai stati” richiama la chiusa di “Biglietto lasciato prima di (non) andare via” di Caproni. Non credo sia un caso che il poeta rifletta sulla transitorietà dell’essere, non solo perché scrivere poesia è inevitabilmente un continuo confronto con la caducità dell’esistere, ma in “Dispositivi” , ritengo, le recenti vicende di crisi della salute collettiva, la contiguità al pericolo, ai rimedi, alle costrizioni di tutela, non siano state ininfluenti sull’atto creativo poetico, tant’è che non manca una sorta di “ode alla mascherina”.
Scuola (vedi la poesia “Griglie di valutazione”), ospedali, cure mediche, terapie sono tutti oggetto d’attenzione del poeta. Dopamina, serotonina ossitocina elementi chimici che producono anch’essi, inoculati nell’organismo o dallo stesso naturalmente sintetizzati, effetti di condizionamento dei nostri sensi, sentimenti, reazioni, risposte biologiche, per cui l’essere umano è soggetto non solo ai dispositivi (oggetti, comandi, forze) già noti e definiti, ma il poeta rimarca che persino la chimica genera mediatori: proteine, aminoacidi, enzimi, medicinali, vaccini, tutte droghe in senso lato, cioè elementi che introdotti nel corpo ne provocano una modificazione a cui l’essere viene assoggettato, condizionando il suo fisico, le risposte del suo corpo. Input chimici quindi: dispositivi anch’essi?
“Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.” Edmond Jabes
“Incanto”, la terzultima poesia, ha un titolo che è un gioco di parole, e snocciola con perizia una serie di intriganti quartine da marketplace, ma, in verità, corre l’obbligo di dirlo, tutto il linguaggio dei “Dispositivi” è sapiente disposizione sul foglio della parola, uso convincente soprattutto dei punti, a stoppare il respiro, in oculate cadute di ritmo, a rimarcare il senso dei finali. Greppia, infiniti, paronomasie. Magistrale la tenuta del testo. Il finale è ancora un omaggio, stavolta all’insegnamento zen. Breve capolavoro e chiusa d’opera. Come la citazione che segue, ideale prosecuzione della citazione precedente di Jabes.
Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze (Hannah Arendt)

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“Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere nella poesia di Giovanni Tavčar”. Recensione di Floriano Romboli.

13 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Floriano Romboli, Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia

 

Il solido impianto concettuale che sostiene e caratterizza l’elaborazione artistico-letteraria del poeta triestino si obiettiva, nei versi della più recente raccolta significativamente intitolata Tra speranza e angoscia (Guido Miano Editore, Milano 2022), nell’esplicita rivendicazione dell’essenzialità dell’atto del pensare, nella sottolineatura della primarietà della riflessione critico-intellettuale quale tratto qualificante la vicenda storica e morale degli uomini: «Nessun pensiero / che attraversa la nostra mente / lo fa per caso / (…) Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero» (Pensare). I miei corsivi intendono innanzitutto porre in risalto la perizia compositiva di cui l’autore dà prova in un testo dal suggestivo equilibrio circolare e contraddistinto dall’impiego meditato dell’enjambement e dalla predilezione della serie enumerativa, una peculiarità linguistico-espressiva, quest’ultima, ricorrente nella ricerca lirica di Tavčar: «Spesso / ci lasciamo incantare / da chimerici castelli / di cartapesta, / da luccicanti illusioni, / da baluginanti lustrini, / per sfuggire / alle ansie della vita, / ai buchi neri disseminati / dal nostro essere opaco / e stravolto //…» (Illusione); «L’armadio che non si apre, / l’orologio che continua il suo sonoro / e snervante ticchettio, / i tarli che rodono il legno, / il computer che non si accende, / gli appunti illeggibili, / la radio che gracchia, / il rubinetto che perde, / la vicina che strepita e urla, / la lametta consunta del rasoio / che mi regala abrasioni, / l’asciugamano pulito che non si trova /…» (Grigia previsione). Il titolo del libro vale poi l’indicazione “avantestuale” della fondamentale ambivalenza propria di una concezione della realtà intimamente bilicata fra la dura, impietosa constatazione del “mal di vivere” – con le ansie, i dolori, le frustrazioni logoranti, lo sconforto che affligge e costerna -, e, contrastivamente, l’adozione di un atteggiamento fiducioso, l’affermarsi di un animus positivo e persino appagato, nell’alternanza di taedium e di amor vitae. «Stare dentro l’angoscia / è una situazione / che rode e divora. // Un rotolìo furioso / di cieli contrariati, / di venti mordaci, / di perse ragioni. // Singulti di ore / che scompigliano / passi senza domani, / recinti inossidabili. // Un consumarsi continuo / che spegne / i già deboli e rari barbagli / di luce» (Angoscia); e in un rapido moto diadico, in un sorprendente rovesciamento sentimentale e ritmico: «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. // La bellezza m’incanta / e mi fa cantare / all’unisono con i suoni, / mi fa volteggiare / come un albatro / sull’immensa superficie / dei mari, / mi fa riposare sui declivi / della mia sorte. //…» (Sto aspettando), con il correlativo apprezzamento della serenità, della giovinezza, dei momenti di gioia che per “miracolo” scaturiscono dal mistero dell’esistenza: «Sotto la spinta / dei sogni / il risveglio si è rivelato / stamattina / roseo e incantato. // Immagini / colorate e fiorite / mi saltellavano intorno, / (…) // E la mia giornata / si è miracolosamente / rivestita / di insperate gioiosità» (Insperate gioiosità). Risulta pertanto del tutto consequenziale nella struttura dei testi la diffusa formalizzazione dei contenuti etico-culturali attraverso la figura dell’antitesi e agevole sarebbe l’esemplificazione; in questa breve nota mi preme segnalare il nesso oppositivo costrizione/libertà: «…/ Itinerari di passi / senza mète / smembrate fantasie, / echi di nuove paure. // Talvolta smarriamo / la giusta direzione / e ci troviamo impantanati / in limacciosi grigiori / dai quali / è molto difficile uscire» (Talvolta). Nel campo della coazione è la triste esperienza dello spazio chiuso e soffocante, della deiezione spirituale, dell’inaridimento interiore; in quello dell’autonomia sono la spazialità aperta, l’aspirazione all’autenticità e la speranza della felicità: «Rinchiuso / tra le quattro mura / della mia stanza / penso e rimugino sul senso / della vita, / vigilo, fisso lo sguardo / sulle case / e sulle vie che mi / circondano, / ma non aspetto nessuno. // Eppure / so che prima o dopo / qualcuno verrà, / deve venire, / a ristorare le mie pene, / a perdonare / le mie mancanze, / a guarire / le mie ferite / e mi trasporterà / verso orizzonti senza / confini, / verso dimore senza mura. // So che qualcuno verrà. // Sicuramente» (Qualcuno verrà). È arduo, pure per un artista sensibile e generoso come Giovanni Tavčar, raggiungere un punto di stabile sintesi fra tali spinte confliggenti; e la composizione può talora darsi, piuttosto che in una condizione di armonia psicologica e affettiva pienamente realizzata, nella sofferta tensione propositiva, nell’impegno idealmente costruttivo avvertito quale compito storicamente e precipuamente assegnato alla specie umana: «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino, / alimentare / la gioia del nostro sorriso, / affinché si diffonda / e divampi / anche sui volti / di chi ci attornia. // Solo così / porteremo a compimento / il compito / che ci è stato affidato / in questa vita» (Compito).

Floriano Romboli

 

  

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Umberto Piersanti, I luoghi persi e altre poesie inedite, Crocetti Editore 2022 – Nota di Maria Allo

31 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Crocetti Editore, I luoghi persi e altre poesie inedite, Maria Allo, Recensioni, Umberto Piersanti

«la nostra storia è l’ultima vicenda / prima che torni l’autunno, venga l’inverno / era quel giorno l’ultimo che resta / di un’età favolosa quando vagavo / sempre tra i colli con nuove compagne / trasale il sangue nomade che teme / la tiepida dimora che l’attende / che resterà negli anni fissa e immota / e non la muta il tempo e le vicende».
(Dentro le alte nebbie, pp. 21-22)

Umberto Piersanti

Nel libro I Luoghi persi, riedito quest’anno da Crocetti editore, si leva alta la voce autorevole dello scrittore e poeta urbinate Umberto Piersanti, che disegna una linea di ricerca esistenziale ed etica con densità e concentrazione del linguaggio lirico, fondate sulla volontà di restituire all’espressione poetica la sua forza originaria. I luoghi persi diventano dunque l’ambito in cui il poeta vive la sua vita interiore, un tratto di realtà tangibile con immagini e suoni delle sue Cesane, una zona dove può dispiegarsi tutto quello che non trova posto nell’aridità della vita quotidiana, uno spazio per un’esistenza superiore. “Oggi m’inquieta il tempo che m’attende/ le sue opere e i giorni che non vissi/ che non conosco e trovo per la strada/ di questa età di mezzo già sgomenta/ che senza consultarmi mutò il corso/ questa vicenda lunga come la vita/ forse cambia chi viene e non conosco/ io nell’attesa sono come sempre/ in giro sui miei colli nella cerchia/ e poi vado lontano e qui ritorno (p.26). Per Piersanti,” il più importante poeta di natura in circolazione” come scrive con molta cognizione Alessandro Moscè”, pellegrino nell’immensità dell’immaginazione, la parola costituisce l’unica certezza, grazie alla quale è possibile procedere nel percorso di conciliazione con l’universo e dà la misura inequivocabile della perizia dell’avventura poetica che ora si fa emblema di una sofferta realtà interiore, ora parola onesta che nomina le cose e i sentimenti senza timore e vibra di passione, in particolare di quella del poeta per la sua terra, dove ci sono i colli, gli olivi, dove il cielo è azzurro. Così la poesia canta non tanto perché è la forma originaria in cui si esprime il poeta quanto perché nell’armonia della parola lirica consiste il polo medianico dove si concentra e afferma un potere che s’identifica con il ritmo della natura universale. Scrive nella sua accurata e illuminante introduzione Roberto Galaverni: “È attraverso un processo di disincantamento, di messa in prospettiva dell’età favolosa che i luoghi perduti di questo poeta acquistano la loro piena umanità e così il vero incanto”. E infatti nell’accostarci a I luoghi persi non può sfuggire l’intreccio complesso di forme e motivi dissimulato dietro l’accessibilità e la semplicità: il vero significato della poesia di Luoghi persi è altro. Il rapporto privilegiato del poeta con Le Cesane riassume in sé la combinazione di stimoli familiari, punti fissi di riferimento che non sono ovviamente solo geografici ma soprattutto esistenziali e culturali. Non si tratta solo di un tòpos letterario, ma finisce con il rappresentare lo scenario, lo schermo su cui il poeta proietta le proprie angosce, le inquietudini, i fantasmi, i ricordi. Così dalle profondità della memoria riemergono nel poeta sensazioni legate alla sua infanzia con la consapevolezza dell’ impossibilità di ritornare alla condizione originaria e a nonna Fenisa, colta nella sua fierezza, “potente e archetipica figura campeggiante sull’opera come sulla adiacente prova narrativa del nostro, L’uomo delle Cesane (1994) come chiarisce Manuel Cohen : “ tirava il vento gelido che spesso/ attraversasti nonna a primavera/ lunga fu l’orazione con le soste/ come quand’eri in vita che scandiva/ la tua giornata estrema ai Cappuccini/ restano ancora querce alle Cesane/ e crescono le rape di questi giorni/ solo la casa nostra in fondo al fosso/ ho visto ancora più rotta e desolata/ sopra la macchia cresce come sempre/ lì nell’infanzia spesso mi guidavi/ mi resta una tua foto dove sei/ con Jacopo che a un anno era stupito/ per i volti diversi e così i luoghi/ cresce in un altro spazio dove il mare/ si gonfia velenoso di schiuma e olio…”( p.33). Il ritorno alle origini come recupero del tempo passato sotto forma di elemento visivo assume il valore di epifania, in cui si alterna e si fonde la multiforme e sfaccettata poliedricità dell’esperienza umana e l’allargamento di questa tematica a una dimensione universale. Le Cesane preservano il tempo contro l’oblio, attraversano la vita guardando alla terra del poeta e “in terra straniera” come memoria, luogo del genere umano che ristora dal bruciore della esperienza terrena, da incontrare seppure nella grande solitudine, dove luce e cielo sono di conforto e hanno il fulgore della materia in cui sono iscritte: “io non avevo mai capito/ da dove l’anima viene tra gli spini/ ma l’anima è piccola, fatta d’aria, /passa tra gli spini e non si graffia” (p.59).

© Maria Allo

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Massimiliano Damaggio, “Edifici pericolanti”, Dot.com Press, 2017. Nota di lettura di Deborah Mega.

30 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Edifici pericolanti, Massimiliano Damaggio

 

Massimiliano Damaggio

Edifici pericolanti

Dot.com Press 

Postfazione di Fabio Franzin

Nota di lettura di Nino Iacovella

 

La poesia è “una mosca tossica / che depone nel corpo le uova della solitudine” scrive Massimiliano Damaggio in Edifici pericolanti, silloge curata da Giusi Drago per Dot.com Press, ai tempi del compianto Fabrizio Bianchi. Nonostante l’uomo sia un animale sociale è isolato nel mondo, cristallizzato in una condizione di sostanziale incomunicabilità con i suoi simili. L’opera, pubblicata nel 2017, si presenta attuale, originale e compiuta, dalla scelta del formato digitale scaricabile, che mette in evidenza la generosità dell’autore purchè si legga poesia, all’architettura ripartita in sei sezioni di poesia, i cui titoli non compaiono su ogni testo per non interrompere il flusso narrativo ma sono ripresi dalle sei prosette di commento contenute nella seconda parte. A conclusione di ogni sezione appare, come in un refrain, uno slogan pubblicitario dall’effetto straniante e dissonante, con piccole variazioni sul tema. La plastique c’est chic! […] Ti senti spensierata? Immergiti… e poi Lasciati ammaliare! E ancora Sarà easypink o chicblack l’estate?

Le sei parti poetiche recano titoli significativi: Sell-in, sell-out che tratta il tema del lavoro alienante, spersonalizzante, coercitivo, che allontana dalle giuste priorità; Sette tentativi di salvezza che raccontano altrettanti tentativi di resistenza e di dare ordine al caos del reale; Ultime dall’iperghetto su chi assiste impotente allo sfacelo; Sarà la bellezza la nostra vendetta in cui si torna a parlare di resistenza; Cinque simulazioni, in cui si descrivono cinque simulazioni di realtà, infine … E una risposta, in cui si è proiettati in una rassicurante condizione di non tempo. La poesia è potente, caustica, asfittica per chi si pone empaticamente in ascolto. L’uomo vive, lavora, produce, e in questo processo capitalistico di produzione e trasformazione che investe oggetti, persone, sentimenti, emerge il dolore, la pena da cui non è possibile fuggire. Si procede su un terreno insidiosamente minato, costantemente tesi alla ricerca dell’equilibrio mentre si tenta di sopravvivere. La terra è inquinata, defunta, l’Italia, la Grecia, dove vive il nostro autore, non fa alcuna differenza precisare il luogo, perché a causa dell’alienazione a cui ci sottopongono la logica del mercato e le esigenze del processo produttivo, ovunque ci si trovi, siamo vittime di un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione, destinati a perdere la nostra natura umana e ad estinguerci. Siamo uomini dismessi come oggetti in disuso, siamo uomini in affitto, mercificati e in attesa dell’accredito mensile. Questo è quello che resta di ideali, speranze, sogni, illusioni. La società contemporanea è sempre più frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale, invivibile, caotica, e riflette la crisi gravissima dell’uomo e della natura. Gli edifici pericolanti diventano metafora esistenziale della condizione umana, corrispondono alle foglie autunnali di Ungaretti con tutte le loro caratteristiche di precarietà e provvisorietà. L’equilibrio è una condizione interiore, raramente programmabile, scrive Damaggio. Peccato che molto spesso agiscano forze avverse, traumi, dispiaceri che violentano la condizione umana, ne logorano l’armonia e la bellezza e ne compromettono la stabilità. I più compromessi risultano le persone sensibili, senza pelle, troppo permeabili al dolore. Questa è, oltre ad equilibrio, l’altra parola-chiave più ricorrente. Esistono due modi per non soffrire: accettare l’inferno, fingere di non vederlo e accettarlo fino a non vederlo più oppure riconoscere e cogliere persone e sentimenti positivi a cui dare spazio nella propria vita e nel proprio cuore. Fortunatamente, per dirla con Quasimodo, di tanto in tanto appare uno spiraglio di luce, un raggio di sole che rende la condizione umana appena più sopportabile. Ma a volte ci amiamo, nelle pause / piantiamo nel solco un feto ancora, scrive Damaggio. La sua poesia ricava molti elementi d’ispirazione dalla realtà. La osserva, la indaga, la racconta. Per amore di verità il poeta supera il suo isolamento e si mette in contatto con il mondo: il dolore personale diventa compianto universale e la rappresentazione di eventi e stati d’animo si fa sempre più rassegnata, distaccata e obiettiva. L’apertura tematica in direzione civile si accompagna a un linguaggio epico-lirico, il tono diviene disteso, comunicativo, tendente all’oratoria in alcuni punti, ma sempre costantemente pervaso da una incantevole grazia. “Apro le mani, piene di dita inutili / che sanno solo scrivere parole.” Occorre saper osservare e saper raccontare al mondo, con generosità ed empatia. Forse è questa la via di fuga, la soluzione che Damaggio, forse inconsapevolmente,  suggerisce. E non è poco.

 

© Deborah Mega

*

Da Sell in, Sell out:

Le cose con le dita

 

Transitiamo nella zona industriale

su questa terra defunta riposano

nomi di cose in disuso

gonfi di piogge oblique fioriscono

gli uomini dismessi

 

Aspettiamo, alla fermata dell’autobus, la sera

 

Sono piccoli vegetali oscuri

dove immergere la mano

è questo rumore senza forma

sono le cose con le dita

impermeabili fiori all’incontrario

 

corpi scivolati nell’ingorgo

di acque inquinate defluiscono

in esistenze decimate

un nome dopo l’altro, dentro i tabulati, fino all’estinzione

 

In questo modo precipita la notte

Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l’accredito sul conto corrente

 

Poesia della forza vendita

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto

ripiegati in due dentro il contratto nell’atto

di spalancare la bocca

per ingoiare la moneta: Complimenti

mi dice il manager, Lei è in progressione

tuttavia non sa gestire le risorse:

ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

 

Esiste il tempo dei ruminanti

che sanno l’intimo piacere del bastone

il Suo scopo è essere una molla

caricare il significato dei corpi: Lei

deve scavalcare la catasta dei giorni

sopra cui sta un obbiettivo,

che ci segna

 

Il materiale

 

È molto il materiale, che risale

fino alla superficie: del tuo giorno

del passante, di quest’animale

sull’asfalto, aperto in due

all’eccessivo sentimento

per un solo corpo, questo

 

sopravvivere, gravido di cose

da fare, da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine, Guardi

non vedo margini di manovra

 

Eccessivo il materiale

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura

 

Risale il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

nella serra dei corpi

raccolti a fatturare

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi

 

Io non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

tracciare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore

 

Da Otto tentativi di salvezza

Bambino

 

Mi guardi dalla fotografia

ma io non so scrivere nella tua lingua

di ciò che si chiamava bambino

ed era viaggio di vento, irruzione

nel nuovo giorno, al calendario

scandalo

 

Incontrarti oggi in uno specchio di carta

mi ha fatto tremare le mani

perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto

all’uscita di ogni galleria

 

quando insieme per la sorpresa ridiamo

di fronte a un’improvvisa voragine di luce

 

Sulla statale per Killini

 

Ma io alla fine è con l’aria che combatto

e levo in alto le braccia per tradurre

una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro

il cane morto per la strada

 

Se la tua parola era di inciampare nella ruota

e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa

con che grammatica interrotta chiami, ora

quelli che passano, e non si fermano

perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza

 

 

Da Sarà la bellezza la nostra vendetta

Starsailor

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come rifugiati fra due porte

in attesa di un fuoco qualunque

che commuova il calendario

 

In questo venire e andare di corpi

non hai nemmeno il tempo di dargli un nome:

lanciano sul tavolo poche parole, si alzano

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come pieni di linee scure

che potevano essere albero, nuvola: attendiamo

 

nell’apnea delle disattese

è tua la voce a filo d’acqua

che modula una fiamma

per chi, liquido, sta

 

 

Giulia 

 

Ogni cosa mi fa a pezzi

e non basta averti accanto, come hai capito

perché un morso di vita residuo

ritorni al concreto di un sapore

 

Questi i fogli di carta

con il numero del giorno

che ho buttato senza sosta nel cestino

 

Li cerchi, li raccogli, insisti

a vivere, del nostro calendario

la pagina strappata

per lasciarmi quella intatta

 

Testi tratti da Edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio, Dotcom.Press, 2017.

 

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“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022). Una lettura di Rita Bompadre.

28 sabato Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marco Galvagni, Rita Bompadre, Sogno d'amore

 

“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all’infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell’animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell’amore, descrive una eloquente combinazione d’immagini e di sensazioni, coinvolge l’incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l’intonazione della pura adesione all’infatuazione e all’intensità dell’anima, nello stupore e nel calore della complicità. L’occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l’esistenza, coglie l’istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell’illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell’immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l’origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell’attesa, nella ricerca costante dell’universo di senso, nel carattere pulsionale dell’inconscio. L’eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell’orizzonte segreto della volontà amatoria.  “Sogno d’amore” coglie l’intensità vitale nell’ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L’orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l’energia assorta nel balsamo ipnotico dell’immaginazione, sublima l’entusiasmo e la delicatezza dell’ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell’inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d’amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d’amore, traducono la direzione dell’approccio con le tonalità sentimentali dell’essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il poeta

 

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l’onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso

che custodisce i sogni dei gabbiani:

volano nella notte scendendo dalle stelle,

risalgono nell’aurora bruciando il sole.

 

Ho visto te

 

Ho visto un cielo di bolle

colorate di giallo grano,

di verde cespuglio,

di rosso papavero.

Ho visto uno spazio

libero per l’amore.

Ho visto te.

 

Sogno d’amore

 

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

 

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento –

agiterà con desiderio d’ardore le lenzuola.

 

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante –

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d’amore.

 

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi di ogni notte

figlio del mio desiderio d’amarti

facendoti gioire col mio vello.

 

Nell’aurora

 

Ti scorgo nuda e brillante –

un aculeo di paura

irrompe sotto il firmamento –

un fremito nel corpo

il tuo di corallo

orda la spuma dell’erba.

 

Giorni funesti per altre donne

bruciano infuocati,

gioventù s’è infranta,

ora son sorrisi velati

tramati di carezze –

avranno i gemiti del fiore brunito.

 

L’alba libera gli uccelli,

parole dal cuore di marmo,

rettili dagli occhi d’artigli –

costruisco la catena d’un ponte

invisibile come paglia trepida d’aria.

 

Sulla nostra pelle vestita d’amore

 

Potremo respirare

l’odore di stelle del mare

annusando il profumo di muschio della notte

sulla nostra pelle vestita d’amore.

 

Perdermi nella musica d’un arcobaleno

coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga

intinto dei tuoi colori: carbone corvino

come le tracce, ornato – come i nembi del cielo –

da un velo d’ebano come il mare dei tuoi occhi.

 

Volo sognante nella fitta trama dei pensieri

in un’aurora di colori, accarezzato

dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:

saranno sferzate di brezza

sulla nostra pelle vestita d’amore

mentre sarai nuda tra le mie braccia

e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di

desideri.

 

Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,

lascerà una scia di libertà l’impronta dei nostri passi.

 

 

 

 

 

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“Inciampare nella gioia” di Sotirios Pastakas. Introduzione e traduzioni di Maria Allo

24 martedì Mag 2022

Posted by maria allo in Idiomatiche, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

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Inciampare nella gioia, Maria Allo, Soterios Pastakas

Sotirios Pastakas

Da “Παραπάτημα στη χαρά” – “Inciampare nella gioia” (libro secondo) di Sotirios Pastakas

Introduzione e traduzione a cura di Maria Allo.

Il testo proposto, Indaco, tratto da “Canti di misconosciuta gloria”, in preparazione presso la Multimedia Edizioni, è inserito in una sezione di sette componimenti sui sette colori dell’arcobaleno, dal titolo “Inciampare nella gioia”, esempio paradigmatico della cifra espressiva più autentica, ricca di humour di Pastakas. Uno dei sette testi , Rosso, è già noto ai lettori italiani, perché pubblicato nell’ampia antologia del poeta greco dal titolo “ Corpo a corpo”(Multimedia , Salerno 2016) e Blu nella prestigiosa Rivista di poesia Steve di Modena, diretta da Carlo Alberto Sitta ( N. 57 2021) con l’ introduzione di Giancarlo Cavalli, a cui si deve la premessa: “ Vorrei premettere per coloro che non conoscono Soterios Pastakas, che dovranno rapidamente abbandonare gli stereotipi legati all’idea della poesia greca nutrita di miti e archeologia, nel solco della tradizione classica, con sprazzi di paesaggio mediterraneo; se qualcosa di tutto questo, una sorta di grecità, permane in Pastakas, ciò avviene nell’unico modo possibile per un poeta contemporaneo dal respiro internazionale, ossia sovvertendola e demistificandola con le armi corrosive dell’ironia e del disincanto”. In Indaco, colore tra l’azzurro e il viola, associato alla spiritualità e alle facoltà intuitive della psiche, il poeta non denuncia una causa precisa ma dichiara il sentimento dominante della nostalgia di futuro per l’instabilità di tutte le cose: “Non hanno nome le ginocchia. / Sono andate e se ne sono andate/ e non tornano, / come non vanno all’indietro/ il fulmine, l’onda/ gli acini nel mazzo di uva, / Zeus ed Europa sulla spiaggia, / del loro primo amore/. Lo sguardo ironico del poeta sulla realtà, attraverso il gioco della ripetizione, proietta nel futuro un sentimento destinato al passato, quindi assimila il futuro al passato, cioè gli anni ancora da vivere, ignoti e imprevisti, a quelli già vissuti, noti e scontati. Si avverte il desiderio di qualcosa che sottragga all’ ignavia e all’apatia di un personaggio, quasi un doppio del poeta, che contemporaneamente narra la sua vita e vi ragiona sopra: “Dall’indaco il colore diventa cenere,/mare anche lui e non conosce/ il suo nome”. Lo spirito di Pastakas, apparentemente piano e semplice, erotico, mordace e immerso nei “colori” cangianti, scava nel buio dell’inconscio e della memoria. Il potere della sua poesia, con continua alternanza tra realismo e visionarietà al contempo allusiva, non è quello di determinare logicamente la realtà ma di dare forma a una realtà altra che non genera conoscenza ma una nuova coscienza. La poesia crea la vita di Pastakas che non si lascia “confinare nei termini asfittici di una poetica” (G. Cavallo). Certamente il proverbiale incontro con il poeta americano Jack Hirschman si palesa in qualche misura, sia nelle scelte stilistiche che nella formula di poesia “in re” che si faccia corpo, che si faccia vedere e toccare, come dice L. Anceschi. Anche l’interesse del poeta per la letteratura internazionale come per la traduzione di poeti italiani, riesce a far convivere, con assoluta originalità, l’essenza della classicità con le istanze della modernità. Nella chiusa del testo proposto il poeta prende le distanze con la lucida coscienza con la quale fronteggia il negativo e quel fulmen in clausola, battuta amara e autoironica, frequente nella poesia di Pastakas, giustifica la linea programmatica e il dinamismo di un Maestro riconosciuto per le generazioni più giovani.

“l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene”.

L’effetto complessivo è di forte amara ironia.

INDACO

Il Mar Libico
come tutti i mari,
non sa che si chiama Libico,
non conosce il suo nome:
un mare è anche quello,
insieme a tutti gli altri.
Come tutti i mari
cambia colore
di volta in volta,
una volta è pulito
e talvolta pieno di impurità.
Dall’indaco
il colore diventa cenere,
mare anche lui e non conosce
il suo nome.
Come la nave di stanotte
scafo arrugginito “Alekos”
con vernice dipinta di fresco
sulla vecchia lamiera:
«Pacifico», «Monte Carlo»,
nomi che sbiadiscono
sotto la vernice,
non appena le navi
raggiungono il porto, virano
per il prossimo,
cambiano nome,
cambiano carico
e l’equipaggio.
Un mare li accoglie
un mare dice addio,
il Libico non lo sa
il suo nome, come
non conoscono le navi
il loro nome, come non
conosci il corpo
se il tuo nome è Demetra,
Aleka o Calliope.
Il Mar Libico
non conosce il suo nome.
Indaco dall’anima corruttibile
spende nomi
muore ogni giorno.
Molte volte
nello stesso giorno.
La nostra piccola anima lo sa
quanto indaco dreni
ogni ora, ogni momento:
nella necroscopia di oggi
nomi vecchi preferiti
Gavdos, Chrissi, Elafonissos,
Palaiochóra. I mari
stanno cambiando anche i nomi.
Il Libico diventa il mare
di Citera, il mar Ionio,
anche lui è colpito da sciami di venti
del nord e forti venti meridionali.
Il vento cambia nome,
le onde diventano raffiche di onde,
le montagne in fondo
grotte ogni giorno
uccidono la nostra anima,
precedentemente Minosse,
Radamanthis, Sarpidon:
tu mi guardi, io ti guardo
non assomiglio a nessuno,
come la gioia mi condivido
su mille sentieri:
cuori, ferite e interiora fioriti.
Onde nerissime
dalle curve al ciglio della strada,
ho le vene aperte
e la gioia come una gomma forata,
si lascia velocemente
tutto indietro
prima di schiantarsi,
non si cura di noi.
Non hanno nome le ginocchia.
Sono andate e se ne sono andate
e non tornano,
come non vanno all’indietro
il fulmine, l’onda,
gli acini nel mazzo di uva,
Zeus ed Europa
sulla spiaggia,
del loro primo amore,
“Giove” da una lavanderia a secco
è diventato un negozio di kebab,
l “Europa” da salone di bellezza
un’agenzia di viaggi,
i negozi cambiano di mano,
rinnovano le vetrine
ogni giorno, sfitti
rimangono per giorni,
“Philion” viene battezzato
“Dolce”, Via Venizelos
prima di diventare Venizelos,
si chiamava Machis Analatou,
Elias Iliou, il corpo
che si contorce stasera
nelle mie mani ha così tanti
e tanti nomi,
prima e dopo di me,
posso battezzarlo,
la sensazione cambia sempre
gusta quando mordi
la prugna la prima volta
per quest’anno. Il nuovo anno
cambia i numeri.
I corpi dei cuori,
dal sessantasette
in Sud Africa
e fino ad oggi,
reni, fegati.
Cambiano mano i soldi,
nominando i beneficiari
nei libretti di risparmio,
cambiamo portachiavi
marca di sigarette
le nostre abitudini mattutine,
cambiamo playlist.
Stiamo cambiando treni, metropolitane,
autobus, a volte cavalieri
su due ruote, cerchi, pneumatici
nel motore l’olio.
Stiamo cambiando lo shampoo,
il formaggio quotidiano
sulla nostra tavola,
stoviglie, salotti, tende.
Stiamo cambiando colore dei capelli,
smalto alle unghie, opinioni politiche,
hobby, lavori, mogli, amanti,
anime camici da serpente,
prescrizioni mediche
piano in condominio,
taverne, bar, ristoranti,
amici e quartiere, auto, banca
soggiorno, tende.
Stiamo cambiando la lampada,
quattro psichiatri insieme,
sedici poetastri.
Si cambiano le gonne
le ragazze come indossano
la loro nuova anima,
sandali, scarpe, club e canzoni.
Ho cantato con passione
meno le trasformazioni
dell’anima mortale
con più coraggio
l’unica immortalità
che ho incontrato,
quella del corpo
l’unica gioia che mi è stata data
cantare
all’inizio della vecchiaia:
l’irriducibilità del pene.

ΛΟΥΛΑΚΙ

Το Λιβυκό πέλαγος
σαν όλες τις θάλασσες,
δεν ξέρει πως το λένε Λιβυκό,
δεν ξέρει τ’ όνομά του:
μια θάλασσα είναι κι αυτό,
μαζί με όλες τις άλλες.
Σα τις θάλασσες
αλλάζει χρώμα
από στιγμή σε στιγμή,
άλλοτε καθαρή
κι άλλοτε γεμάτη ακαθαρσίες,
περιττώματα, από λουλακί
το χρώμα της να γίνεται σταχτί,
σαν θάλασσα κι αυτή
δεν ξέρει το όνομά της.
Σαν το αποψινό καράβι,
σκουριασμένο σκαρί το «Alekos»
με τη φρεσκοβαμμένη μπογιά
πάνω στην παλιά λαμαρίνα:
«Pacific», «Monte Carlo»,
ονόματα που αχνοφαίνονται
κάτω από το βερνίκι,
καράβια που μόλις
πιάσουν λιμάνι, τραβάνε
για το επόμενο,
αλλάζουν όνομα,
αλλάζουν φορτίο
και πλήρωμα,
μια θάλασσα τα υποδέχεται
μια θάλασσα τ’ αποχαιρετά,
το Λιβυκό δεν γνωρίζει
τ’ όνομά του, όπως
δεν γνωρίζουν τα καράβια
τ’ όνομά τους, όπως δεν
γνωρίζει το σώμα
αν σε λένε Δήμητρα,
Αλέκα, Καλλιόπη.
Το Λιβυκό πέλαγος
δεν ξέρει τ’ όνομά του.
Λουλακί φθαρτής ψυχής
ξοδεύει ονόματα
πεθαίνει κάθε μέρα.
Πολλές φορές
μέσα στην ίδια μέρα.
Η ψυχούλα μας το ξέρει
πόσο λουλακί στραγγίζει
κάθε ώρα, κάθε στιγμή:
στη νεκροφάνεια του σήμερα
ονόματα παλιά αγαπημένα
Γαύδος, Χρυσή, Ελαφόνησος,
Παλαιοχώρα. Οι θάλασσες
αλλάζουν κι αυτές ονόματα.
Το Λιβυκό γίνεται θάλασσα
των Κυθήρων, Ιόνιο,
σαν θάλασσα κι αυτό
το χτυπάν βόρειοι ριπαίοι
άνεμοι, σφοδροί νότιοι άνεμοι.
Αλλάζει ονόματα ο άνεμος,
τα κύματα γίνονται
ριπές κατά κύματα,
τα βουνά στο βυθό
σπηλιάδες κάθε μέρα
σκοτώνουν τη ψυχούλα μας,
άλλοτε Μίνως,
Ραδάμανθυς, Σαρπηδών:
με κοιτάτε, σας κοιτώ
δεν μοιάζω με κανέναν,
σαν τη χαρά μοιράζομαι
σε χίλια μονοπάτια:
καρδιές, πληγές
κι ανθισμένα σπλάχνα.
Κατάμαυρα τα κύματα
απ’ τις στροφές στο οδόστρωμα,
έχω τις φλέβες ανοικτές
και τρύπιο λάστιχο η χαρά,
τ’ αφήνει γρήγορα
όλα πίσω της
προτού να ντεραπάρει,
δεν νοιάζεται για κανέναν.
Δεν έχουν όνομα τα γόνατα.
Φεύγουν και χάνονται
και πίσω δεν γυρνάνε,
όπως πίσω δεν γυρνούν
η αστραπή, το κύμα,
οι ρόγες στο τσαμπί τους,
ο Δίας κι η Ευρώπη
στην αμμουδιά,
του πρώτου έρωτά τους,
ο «Δίας» από καθαριστήριο
έγινε σουβλατζίδικο,
η «Ευρώπη» κομμωτήριο
από γραφείο ταξιδίων,
αλλάζουν χέρια τα μαγαζιά,
ξηλώνουν βιτρίνες
κάθε μέρα, ανοίκιαστα
παραμένουν για μέρες,
σε «Φίλιον» βαφτίζεται
το «Dolce», η Βενιζέλου
πριν γίνει Βενιζέλου,
είναι Μάχης Αναλάτου,
Ηλία Ηλιού, το κορμάκι
που σπαρταράει απόψε
στα χέρια μου έχει τόσα
όσα ονόματα,
πριν και μετά από μένα,
μπορώ να του δώσω,
το συναίσθημα αλλάζει
πάντα γεύση όταν δαγκώνει
δαμάσκηνο πρώτη φορά
για φέτος. Το νέο έτος
αλλάζει νούμερα.
Τα σώματα καρδιές,
απ’ το εξήντα εφτά
στη Νότιο Αφρική
και μέχρι σήμερα,
νεφρά, συκώτια.
Αλλάζουν χέρι τα λεφτά,
όνομα οι δικαιούχοι
στα βιβλιάρια καταθέσεων,
αλλάζουμε μπρελόκ
μάρκα τσιγάρων
τις πρωινές μας συνήθειες,
αλλάζουμε play list.
Αλλάζουμε τρένα, μετρό,
Λεωφορεία, ενίοτε αναβάτες
σε δίκυκλα, ζάντες , ελαστικά
στη μηχανή το λάδι.
Αλλάζουμε το σαμπουάν,
το καθημερινό τυρί
στο τραπέζι μας,
σερβίτσια, καθιστικά, κουρτίνες.
Αλλάζουμε χρώμα μαλλιών,
βαφή νυχιών, πολιτικές απόψεις,
χόμπι, δουλειές,
γυναίκες, γκόμενες,
ψυχές πουκάμισα φιδιού,
φαρμακευτική αγωγή,
όροφο σε πολυκατοικίες,
ταβέρνες, μπαρ, εστιατόρια,
φίλους και συνοικίες,
αυτοκίνητα, τράπεζα
καθιστικό, κουρτίνες.
Τη λάμπα αλλάζουμε,
τέσσερις Ψυχίατροι μαζί,
δεκάξι ποιητάρηδες.
Αλλάζουν φουστάνια
τα κορίτσια σαν να φορούν
ψυχούλα τους καινούργια,
πέδιλα, παπούτσια,
κλαμπ και τραγούδια.
Τραγούδησα με πάθος
λιγότερο τις μεταμορφώσεις
της θνητής ψυχής
και θάρρος περισσό
την μόνη αθανασία
που γνώρισα,
εκείνη του σώματος
τη μόνη χαρά που μου δόθηκε
να τραγουδήσω
μες στο αρχόμενο γήρας:
την αφθαρσία του πέους.

© Maria Allo

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Sul poter dire i contesti. Recensione di Michele Cardinali a “Dizionario minimo” di Silvano Sbarbati, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo, 2022.

20 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Dizionario minimo, Michele Cardinali, Silvano Sbarbati

 

È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso. Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa? Perché è a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce. Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»[1]; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo. Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»[2], e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»[3]. Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi. Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»[4]; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»[5] o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»[6] e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»[7]. Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»[8]. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo? Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole. Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»[9]; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»[10]; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»[11]. Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»[12] – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»[13]. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza. D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare. In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»[14]. Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»[15]. Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario. E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»[16].

 

Bruxelles, Etterbeek,

14 aprile 2022

Michele Cardinali

 

 

[1] S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.

[2] Ivi, p. 12

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Ivi, p. 26.

[7] Ivi, p. 58.

[8] Ivi, p. 51.

[9] Ivi, p. 53

[10] Ivi, p. 28

[11] Ivi, p. 37.

[12] Ivi, p. 40.

[13] Ivi, p. 41.

[14] Ivi, p. 46.

[15] Ivi, p. 37.

[16] Ivi, p. 21.

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“Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti, Quaderno dell’Àcàrya n°55, 2022. Una lettura di Rita Bompadre.

16 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Antonio Bianchetti, Non so se ho scritto troppo sull'amore, Rita Bompadre

 

“Non so se ho scritto troppo sull’amore” – un altro passaggio dai giardini di ponente – di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55, 2022 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d’amare e irradia l’intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l’estensione delle emozioni sono l’incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l’inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell’incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l’efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l’esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l’incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l’elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell’incondizionata meraviglia dell’anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell’innamoramento. Il legame indivisibile con l’universo carezzevole dell’amore avvicina alla necessità fortunata dell’eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell’eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L’assenza subita identifica l’inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull’amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l’affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l’elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell’esistenza, scandite dal dinamismo dell’equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell’intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l’incanto dell’arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

BALCONE VISTA MARE

 

Questo orizzonte ci sorprende

fin dove lo sguardo

incontra il respiro

della vastità

 

e su quello che si avrà

il panorama vissuto

ci rinnova gli auguri

fin dove possiamo vedere

oltre il confine

di un giorno

al di là

dei nostri giorni futuri

 

IL SERVITORE MUTO

 

Ho posato gli occhi

sopra la fine del giorno

che ricomponi piano

insieme al vestito

accarezzato

dolcemente con la mano

insieme alla premura

di fare un po’ di ordine

dentro a queste ore buie

 

Poi ci fermiamo a guardare

come se questo panorama

fosse ancora

un orizzonte da indossare

come se la notte

non volesse mai arrivare

messa da parte

insieme agli ultimi indumenti

 

Lasciata sola nell’eternità

di questi pochi gesti

insieme ai colori

dei nostri movimenti

 

 

EPITAFFIO

 

Parlavamo sempre dell’eternità

ma ora il nostro cielo

ha misure troppo piccole

per ascoltarti

troppo grandi

per cercare di abbracciarti

 

LA VITA È UN’IPOTESI BELLISSIMA

 

Non è la sera

che respira d’ombra

una solitudine diversa

ma luce che non tramonta

dentro

negli angoli di un mondo

dove cercarti è sogno

aria

e altro ancora

E sono tanti i nomi

che daremo al buio

se il nostro sole

non si fosse fermato

per essere nel cuore

un altro mattino da ricostruire

 

La vita è un’ipotesi bellissima

 

tutto il resto

è amore che ci sfugge

e sorge ancora

dentro

 

UNA FORZA MAI ARRESA

 

Qualcuno mi darà da bere

e l’alba mi giudicherà

se il viaggio ricompone

giorno e notte

in questo errare

dentro una certezza

 

La dolcezza sarà

come il bacio del crepuscolo

diviso

nella moltitudine di questa attesa

per ogni aurora che vedrà

un altro andare

 

Insieme ai venti sceglierò i semi

di una forza mai arresa

verso l’aria di levante

per dire al sole

che germoglierò

come ad ogni primavera

 

per dire al tempo

che ritornerò

prima della mia sera

 

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