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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Arcipelago Itaca

“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025

19 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Stefano Solaro

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.

Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.

È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro

Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.

Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.

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“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

15 giovedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Francesco Lorusso, POESIA

Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

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