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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Francesco Lorusso

Francesco Lorusso, “L’ultimo uomo”, Transeuropa Edizioni, 2026.

19 lunedì Ott 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Francesco Lorusso, L'ultimo uomo

 

da  L’ultimo uomo

1.

È pronto il sibilo di maggio

che tutto nei cenni flette in controtempo,

incombono persino le cose rovistate

e lo specchio che ancora divide

l’altra fetta del tempo scoperto

oltre il passaggio ristretto senza ragione.

 

2.

Si forma il filo oscuro

goccia con goccia

dove langue la lettera scolpita

nel fosso dal nome confuso

 

sulla pietra che si è macchiata

al passaggio insonne delle suole

e alla voce forte dell’assenza

d’ogni singolo calcolo di piede inespressivo.

 

3.

Esiste ancora un riflesso nel salotto

una parola abbandonata col suono

come sorgente di tempo perplesso

che sorride il suo nome parente al nostro.

 

Oltre la porta adesso ci tradisce l’attesa

l’arco buio sorvegliato dalle spalle,

mentre nello squasso perduto dell’onda

si raccoglie luce nel liquido del bicchiere.

 

da Le spore sperse

1.

Scorre il ronzio vuoto dei veicoli

felpati dalla coltre sola della notte

attraverso i vasti capelli rimestati

rimasti con la loro asola scampata

alle dolci attese lunghe della luna

seduta sulle acque amareggiata,

 

dove si scaricano i fervidi lividi

liberati lungo gli ampi schermi

e raccolti con protezioni facili

fra passaggi elettrici sillabanti

sulla ragione dei tanti dati marciti

delle loro povere chiavi di parole.

 

2.

Con una scansione spietata

si accompagna l’ombra

lungo il fresco del muro

proprio vicino alla porta.

 

Adesso che è tornato l’urlo

a svegliare il ramo del giardino

girando cupo e sperduto

attraverso l’afa dell’isolato.

 

3.

La sabbia fluente col perduto

seleziona il bianco a voci sgretolate

poggiando il fianco al greto muto

e restando in pochi gesti liquidi

che pietrificano i lati presenti

con gli spigoli delle cose

perdute nella polvere del tufo.

 

L’AUTORE

Francesco Lorusso (Bari) è poeta e musicista. Sue poesie e interventi critici sono apparsi su riviste quali “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, e su diverse piattaforme online, tra cui “La Recherche”, “Carte Sensibili” e altre. Ha pubblicato le raccolte L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), Il secchio e lo specchio (Manni Editore, 2018), Maceria (Arcipelago Itaca Edizioni, 2020) e Due punto uno (Arcipelago Itaca Edizioni, 2025). Sperimenta forme di scrittura condivisa e interdisciplinare: con Mauro Pierno ha realizzato il volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021); con il musicista Franco Degrassi ha ideato Decodifiche2 (2019), installazione acusmatica che fonde suono e parola poetica.

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“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

15 giovedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Arcipelago Itaca, Francesco Lorusso, POESIA

Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

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