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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Venerdì dispari

21 venerdì Giu 2024

Posted by frantoli in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Tontoli, Giugno

 

GIUGNO

A me piace questo giugno indeciso

se piove d’un tratto e il grano è bagnato

il cielo scuro, preciso si getta sul giallo

enormi, immobili le ruote di fieno

aspettano tranquille i carri dal cielo.

Sul treno che taglia veloce nei campi

ti sento pensare, e riflessa conversi

col finestrino. Fai l’amore coi lampi.

 

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Ronald de Carvalho

20 giovedì Giu 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Ronald de Carvalho, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ronald de Carvalho (1893-1935), brasiliano (foto web)

IL MERCANTE D’ARGENTO, ORO E SMERALDO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Odora il mare! Odora il mare!
Le reti pesanti battono come ali,
le reti umide palpitano nel crepuscolo.
La spiaggia liscia è una scintillazione di scaglie.

Saltellano nere razze nell’oro della sabbia bagnata,
l’acciaio delle muggini luccica in mani d’ebano e di bronzo.

Muscoli, pinne, voci e fragori, tutto si mischia,
tutto si mischia nel crearsi della schiuma che ferve tra gli scogli.

Odora il mare!

Il corno della luna nuova gioca sulla cresta dell’onda.
E tra le alghe molli e i villosi molluschi,
dove si trascinano granchi dalle zampe denticolate
e dove bolle l’olio gelatinoso dei flessili calamari,
nella rete immensa della notte carica di stelle,
nella melodia libera delle acque e dello spazio,
invasa d’aria, profetica, timpanica,
scoppia orgogliosamente la chiacchera d’un piovanello…

*

O MERCADOR DE PRATA, DE OURO E ESMERALDA

Cheira a mar! cheira a mar!
As redes pesadas batem como asas,
as redes úmidas palpitam no crepúsculo.
A praia lisa é uma cintilação de escamas.

Pulam raias negras no ouro da areia molhada,
o aço das tainhas faísca em mãos de ébano e bronze.
Músculos, barbatanas, vozes e estrondos, tudo se mistura,
tudo se mistura no criar da espuma que ferve nas pedras.

Cheira a mar!

O corno da lua nova brinca na crista da onda.
E entre as algas moles e os peludos mariscos,
onde se arrastam caranguejos de patas denticuladas
e onde bole o óleo gelatinoso das lulas flexíveis,
diante de rede imensa na noite carregada de estrelas,
na livre melodia das águas e do espaço,
entupido de ar, profético, timpânico,
estoura orgulhosamente o papo dum baiacu…

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LA POESIA PRENDE VOCE: GABRIELE GRECO

19 mercoledì Giu 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Tag

Gabriele Greco, Maria Allo, Podcast

LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Sandra Hammar (Svezia)

“Ai miei figli”, lettura tratta dalla raccolta ” Bruciaglie” Italic Pequod, 2022

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“Mare” di Bartolo Cattafi

18 martedì Giu 2024

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, Poesie, Prisma lirico

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“Mare” disegno digitale di Loredana Semantica

Mare

Messo dentro tutto
in ordine piegato
la barca i remi il mare
liscio crespo turbato
tinte chiare e cupe
i venti leggeri dell’estate
quelli più pesanti per l’inverno
corri a prendere il treno
spacca in due la folla
arriva issati parti
perdilo
fa lo stesso
siediti a terra
e viaggi lo stesso
è tutto mare
altissimo mare,
te la sogni la terra.

Da “L’osso, l’anima” di Bartolo Cattafi

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“Il marziano innamorato” di Stefano Benni

17 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Il marziano innamorato, racconto umoristico, Stefano Benni

 

“Il marziano innamorato” è un racconto umoristico di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che  riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia del marziano innamorato è raccontata dal nano, che, mentre pesca nel fiume di Sompazzo, incontra il marziano Kraputnyk Armadillynk, venuto sulla Terra dal pianeta Becoda per portare un regalo alla sua fidanzata. Il marziano cerca di comprendere le persone  che incontra e le loro azioni e, soprattutto, ciò che le donne terrestri desiderano di più. Con grande delusione scopre che le donne sono entusiaste di quazz e trond, probabilmente diamanti, di cui Becoda è ricco. Il marziano scopre che un’altra cosa che tutti vogliono sono i fatti. Qui l’autore allude alla politica attuale ma anche all’eccessiva produzione di rifiuti, vera tragedia dei tempi moderni. Il racconto presenta diversi momenti esilaranti ma che fanno riflettere sulle incoerenze e sulle contraddizioni che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.

Continua a leggere →

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Poesia sabbatica: “Lamento di Ulisse”

15 sabato Giu 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri, Lamento di Ulisse

 

Lamento di Ulisse

 

(infine    

era questo l’approdo

 

non riposo di ulivi

né carne di sposa,

solo lame, coltelli

ancora la guerra,

 

ed è già tutto visto)

 

ho di fronte altro mare

e una barca per salpare

(se schioccassi le mie dita

vele stese, acqua ai remi)

 

ma dove riva, scoglio,

l’anfratto sconosciuto,

il varco e poi le stelle

 

e l’immenso che mi accoglie.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)

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LA POESIA PRENDE VOCE: PATRIZIA SARDISCO

12 mercoledì Giu 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Tag

La poesia prende voce, Maria Allo, Patrizia Sardisco, Podcast

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo di Patrizia Sardisco, tratto da “ Autism Spectrum”,  Arcipelago Itaca, 2019

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Versi trasversali: Luigi Finucci

10 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Luigi Finucci, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LUIGI FINUCCI

 

Atomi, si muovono

nello spazio imitando

un perpetuo sodalizio.

 

Il caso vorrà, nell’istante

imprecisato, che si formi

un assioma complesso.

Vita. Senza bisogno alcuno

di definizione.

 

*

Europa, nei pressi di Giove

 

 C’è un’ Europa lontana

dai nostri fardelli, distante.

L’ acqua è protetta

la vita tenta di proteggersi.

È una mano.

 

Tende all’universo

invecchia senza farlo.

Grida la sua presenza.

Una solitudine rappresa

da forma liquida, un giorno

senza chiedere il permesso

alle leggi primordiali

diverrà solida.

*

Arba Minch, Etiopia

  

La vocazione ha il volto scuro,

l’ho vista all’età di dodici anni

scorrere sul vetro, due goccioline

divenire una. Arrivare fino in fondo

veloce, un po’ più grande.

L’ho ritrovata in una scuola etiope

asciugarsi sul mio dito medio.

Stessa molecola, due atomi di idrogeno

e uno di ossigeno.

Acqua, leggermente salata.

Le scapole erano evidenti, contorni

precisi e al tocco, quasi come solchi.

Le mosche non erano fastidiose

come le ricordavo.

 

Ho moltiplicato le emozioni

le ho divise per il numero di costole

ho sommato il numero di battiti

infine, sottratto i giorni perduti.

Il risultato è stato uno zero.

*

Della gentilezza ho scorto

quattro gradini sotto l’uscio

di una via nascosta. Si è chinata

così in basso da fondersi

con una ciotola colma d’acqua.

Solo un cane si è presentato

ad accogliere il gesto: la vita

è sembrata così lenta

da non ricordare

l’incessante noia

della notte e del giorno.

*

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina

ed è stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora, c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

*

Quando muore un figlio,

non si è più soli. Un coltello

piantato nel fianco. Nessuno

che sappia il nome. Un giorno

il dolore diventerà troppo grande,

la caduta inevitabile.

 

Lì,

si cambia e si smette

di dare risposte.

Le lacrime vengono inghiottite,

entrano nel corpo:

il cammino è un uccello

a cui non è stato insegnato

a muovere le ali.

*

Non sono mai stato in grado

di essere padre. Ho fallito

ogni sera, lontano dai sogni

dalle increspature violate.

La colpa più grave è

che nessuno se ne accorge.

Solo mio figlio porta il peso

delle mancanze, e vive

un incubo che si ripete.

 

Un giorno sopraggiungerà la morte

il cuore scoppierà, perdendo

il dono più sacro.

Forse, uno specchio

a maledire un’abitudine

che ha relegato a prigione

le possibilità di tenerezza.

 

Luigi Finucci, testi tratti da La prima notte al mondo, Seri Editore, 2024.

 

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Poesia sabbatica: -18-Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa”

08 sabato Giu 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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-18-Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa, Francesco Palmieri

 

18

Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa*

 

carissimo,

 

ti scrivo qualche ultima lettera

dal fronte di questa guerra persa

 

ricordi la fanfara che ci accompagnò

al treno destinato al campo di battaglia?

ricordi i fiori sulla strada, le grida e i fazzoletti

come quando è festa e suonano le campane?

 

noi credevamo di andare a scrivere le storie

che iniziano col dire c’era una volta

e dovevano finire col vissero per sempre

felici e contenti com’era nei racconti della buonanotte,

 

sì, c’erano anche gli orchi e le cattive streghe,

i re malvagi e i ladroni con le armi in mano

ma era sempre il buono a vincere la sfida,

 

e a noi arrivati al fronte cos’è accaduto?

abbiamo visto il  cielo accendersi d’argento

ma non erano le stelle di natale, erano bombe,

e poi le case a sgretolarsi, la carne fatta a pezzi,

i morti così tanti che non li conto più

e morire sembra più normale che nascere in una culla,

 

allora non sapevamo leggere e il mondo ci era raccontato

da chi dicevano maestro e ancora da padri e madri

che ci hanno evitato il brivido di chi già conosceva

il fondo degli abissi, il mondo quello vero,

 

sapevano che ci sarebbe stato il male dell’amore,

la crudeltà del cielo quand’è disabitato

e la fatica aspra di chi cammina a terra,

l’atrocità di gente che non ha in orrore il sangue

e il vivere e morire è un calcolo indecente di ricavi e perdite

 

noi che ne sapevamo che s’invecchia e muore,

non contavamo il tempo ed ogni compleanno era una festa

e non ci sembrava strano che sulla nostra torta morivano candele,

non ci diceva nulla il crescere del bianco fra i capelli delle madri,

il passo un po’ più stanco del padre che tornava a sera,

il frutto che marciva, il fiore che appassiva,

 

non so se sarò vivo quando mi leggerai,

non so se ti troverò sveglio o per sempre addormentato,

ma dobbiamo dircelo che siamo stati traditi

da chi ci ha fatto nascere con l’immenso nella testa,

le stelle dentro agli occhi, l’eterno ai giorni dell’inizio

e l’innocenza azzurra di noi tutti bambini a giocare nei cortili

 

intanto resistiamo senza aggiungere altro male al male

e arriviamo all’ultimo secondo solo con qualche peccato veniale,

 

cerchiamo di restare umani,

almeno per il tempo della vita che ancora ci rimane.

 

(ispirato al romanzo di E. M. Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”)

 

FRANCESCO PALMIERI

dicembre 2023

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Venerdì dispari

07 venerdì Giu 2024

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

 

Ci sono, le vedi, le piccole morti
indecise se, e quando

imprecise.

Un po’ s’adeguano alle proroghe
ai rimandi ai sopralluoghi e alle indagini
ma senti che armeggiano sempre lì sotto.

Scavano tane infantili che allargano
ti girano intorno giocando
ti coccolano amandoti.

Sanno che tu sei per loro il balocco, il cibo
l’elemento che alla fine le nutre e le appaga.

Ti eleggono a luogo di un territorio
sul quale tracciare il solco.

C’è tutta una strana fantasia che liberano
nell’idea della falce che recide gli steli.

Loro, in quel piccolo inganno ti stanno addosso
lasciano che il seme abbia il suo corso.

Non importa se e quando e come
nella vita tu abbia imparato ad amare.

Non importa il quanto
ma il perché lo hai faticosamente appreso
in un lungo cammino
o in una breve passeggiata.

A loro importa se hai messo da parte
l’arte dell’attesa
questa difficile impresa
di rassegnarsi all’esito del gioco.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Joyce Kilmer

05 mercoledì Giu 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Joyce Kilmer, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Joyce Kilmer (1886-1918), americano (foto web)

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il fragile splendore del mare piatto,
Il volto sereno e d’argento velato della luna,
Fanno di questa nave un luogo incantato
Piena di chiara allegria e dorata magia.
Ora, per un po’, la risata spensierata sarà
Mescolata al canto, per dargli più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa infinita,
Daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Eppure questa sera, a cento leghe di distanza,
Queste acque arrossano d’uno strano e terribile rosso.
Prima della luna, una nube oscenamente grigia
Sorge da ponti schiantati nel piombo aereo.
E queste stelle sorridono col loro modo immemorabile
Sulle onde che ricadono su mille nuovi morti!

*

MID-OCEAN IN WAR TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

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LA POESIA PRENDE VOCE: ROSSANA JEMMA

04 martedì Giu 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da” La strada verso il canto” RP Libri, 2023 (Prefazione di Maria Allo)

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“RILKE – BRODSKJ – ORFEO” di Franco Romanò

03 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA

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Franco Romanò

Premessa

Orfeo non era fra i miei miti più frequentati fino a che non ho letto un saggio di Brodskj, dedicato a una poesia di Rilke, un altro autore rispetto al quale mi ero sempre tenuto un po’ a distanza finché non l’ho incontrato in quella straordinaria avventura epistolare a tre – Settimo sogno –  su cui ho già scritto nel mio blog un saggio a cui rimando.1  La diffidenza rispetto a Rilke come a Orfeo riguardava più che altro la riproposizione dell’orfismo nel pieno della modernità. Era stato Apollinaire ad annunciare la nascita del cubismo orfico nel 1912. Dell’impresa facevano parte Delauny, il gruppo di pittori del Blaue Reiter, Duchamp e addirittura i futuristi italiani e Léger! Continua a leggere →

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Poesia sabbatica: “Il male nascosto”

01 sabato Giu 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, il male nascosto

 

Il male nascosto 

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)

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LA POESIA PRENDE VOCE: SOTIRIOS PASTAKAS (Σωτήρης Παστάκας)

30 giovedì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, TRADUZIONI

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Tag

Maria Allo, Podcast, Sotirios Pastakas

LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Salvatore Matarazzo

Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.

Η ΑΓΑΠΗ ΕΙΣ ΕΑΥΤΟΝ ή ΓΑΤΑ ΜΙΡΑΝΤΑ

Ξαπλωμένη στον ήλιο

πάνω στην αποβάθρα,

γλύφει τα νύχια της

η γάτα Μιράντα.

Νίβει το πρόσωπο

κουλουριάζεται

την ουρά της

δαγκώνει και ασπάζεται.

Τα πόδια σηκώνει ψηλά

σαν δεν ντρέπεται,

την κοιλιά της φιλά

κι όσα έπονται.

Δεν αντιλήφθηκε

πως κατέφθασα

με το flying dolphin

και μάλιστα πως έφθασα

να μισώ τον εαυτό μου

περισσότερο απ’ όλες τις υπάρξεις

περιηγητής φανατικός

στις ομορφιές της πλάσης.

Ξαποσταίνοντας με τον φραπέ

ας ήταν να υπήρχα,

στην επόμενη ζωή

σαν γάτα στην Ύδρα.

L’AMORE DI SÉ O LA GATTA MIRANDA

(Traduzione di Maria Allo)

Sdraiata al sole

sul molo,

si lecca gli artigli

la gatta Miranda.

Lava il viso

si raggomitola,

prende la coda

a morsi e baci.

Piedi in su

da svergognata,

bacia la pancia

e poco più giù.

Non si rende conto

del mio sbarco

dall’aliscafo

e di come sono arrivato

ad odiarmi

più di tutti gli esseri

io viaggiatore incantato

fra le bellezze del creato.

In sesto col frappè

mi auspico di tornare

da gatta a Hydra

nella mia prossima vita.

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Alessandro Moscè, Per sempre vivi

28 martedì Mag 2024

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, POESIA

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Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)

Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè

di Maria Allo

Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico.  La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude?  Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.

Maria Allo

Nota

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.

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“La chitarra magica” di Stefano Benni

27 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

≈ 1 Commento

Tag

fiaba moderna, La chitarra magica, Stefano Benni

 

“La chitarra magica” è una fiaba di Stefano Benni, tratta da Il bar sotto il mare del 1987. L’incipit non prevede il tradizionale C’era una volta, tipico delle fiabe, ma utilizza un generico C’era che introduce un’ambientazione diversa dal solito perché la storia si svolge in una città dei nostri giorni e trae ispirazione dal mondo della musica rock contemporanea. Il protagonista è un giovane musicista che desidera studiare al Conservatorio e diventare una grande rockstar. Un giorno, mentre Peter si sta esibendo in strada, incontra un vecchio con un mandolino che lo sottopone a tre prove, come in ogni fiaba che si rispetti. Peter, dato il suo buon cuore e la sua generosità, ottiene un premio che però gli si rivelerà fatale. I personaggi sono appena caratterizzati. Anche l’aiutante, Lucifumàndro, è un mago moderno. Nella fiaba manca il lieto fine, non è il giovane buono e di grandi speranze ad avere la meglio ma l’antagonista. La fiaba, infatti, con un sorprendente capovolgimento di ruoli e situazioni, ha un esito imprevedibile e drammatico, non solo non avviene la punizione del malvagio ma si conclude con effetti tragico-caricaturali.

 

IL RACCONTO DELLA RAGAZZA COL CIUFFO

 LA CHITARRA MAGICA

« Ogni ingiustizia ci offende quando non ci procuri direttamente alcun profitto. »

Luc de Vauvenargues

 

C’era un giovane musicista di nome Peter che suonava la chitarra agli angoli delle strade. Racimolava così i soldi per proseguire gli studi al Conservatorio: voleva diventare una grande rock star. Ma i soldi non bastavano, perché faceva molto freddo e in strada c’erano pochi passanti. Un giorno, mentre Peter stava suonando “Crossroads”, gli si avvicinò un vecchio con un mandolino.
-Potresti cedermi il tuo posto? È sopra un tombino e ci fa più caldo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti per favore prestarmi la tua sciarpa? Ho tanto freddo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti darmi un po’ di soldi? Oggi non c’è gente, ho raggranellato pochi spiccioli e ho fame.
-Certo- disse Peter che eccetera. Aveva solo dieci monete nel cappello e le diede tutte al vecchio. Allora avvenne un miracolo: il vecchio si trasformò in un omone truccato con rimmel e rossetto, una lunga criniera arancione, una palandrana di lamé e zeppe alte dieci centimetri.
L’omone disse: – Io sono Lucifumàndro, il mago degli effetti speciali. Dato che sei stato buono con me ti regalerò una chitarra fatata. Suona da sola qualsiasi pezzo, basta che tu glielo ordini. Ma ricordati: essa può essere usata solo dai puri di cuore. Guai al malvagio che suonerà! Succederebbero cose orribili!
Ciò detto si udì nell’aria un tremendo accordo di mi settima e il mago sparì. A terra restò una chitarra elettrica a forma di freccia, con la cassa di madreperla e le corde d’oro zecchino. Peter la imbracciò e disse:
-Suonami “Ehi Joe”.
La chitarra si mise a eseguire il pezzo come neanche Jimi Hendrix, e Peter non dovette far altro che fingere di suonarla. Si fermò moltissima gente e cominciarono a piovere soldini nel cappello di Peter.
Quando Peter smise di suonare, gli si avvicinò un uomo con un cappotto di caimano. Disse che era un manager discografico e avrebbe fatto di Peter una rock star. Infatti tre mesi dopo Peter era primo in tutte le classifiche americane italiane francesi e malgasce. La sua chitarra a freccia era diventata un simbolo per milioni di giovani e la sua tecnica era invidiata da tutti i chitarristi.
Una notte, dopo uno spettacolo trionfale, Peter credendo di essere solo sul palco, disse alla chitarra di suonargli qualcosa per rilassarsi. La chitarra gli suonò una ninnananna. Ma nascosto tra le quinte del teatro c’era il malvagio Black Martin, un chitarrista invidioso del suo successo. Egli scoprì così che la chitarra era magica.
Scivolò alle spalle di Peter e gli infilò giù per il collo uno spinotto a tremila volt, uccidendolo. Poi rubò la chitarra e la dipinse di rosso.
La sera dopo, gli artisti erano riuniti in concerto per ricordare Peter prematuramente scomparso. Suonarono Prince, Ponce e Parmentier, Sting, Stingsteen e Stronhaim. Poi salì sul palco il malvagio Black Martin.
Sottovoce ordinò alla chitarra:
-Suonami “Satisfaction”. Sapete cosa accadde?
La chitarra suonò meglio di tutti i Rolling Stones insieme. Così il malvagio Black Martin diventò una rock star e in breve nessuno ricordò più il buon Peter.
Era una chitarra magica con un difetto di fabbricazione.

Stefano BENNI, « La chitarra magica », in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 153-155.

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Poesia sabbatica: “Fra cielo e terra”

25 sabato Mag 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, POESIA

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Francesco Palmieri, il male nascosto

 

FRA CIELO E TERRA

 

inadatto,

come i pesci in aria

i passeri in mare,

come gli angeli sotterra

e i demoni in cielo,

 

incompiuto,

come una parola taciuta

una frase spezzata

il viaggio affondato

da una furia di vento

 

(ed era veleggio d’azzurro

verso l’unica spiaggia

che valesse la pena,

una terra promessa

dove latte era l’acqua

ogni frutto di miele)

 

sfigurato,

in questo corpo di creta

che si spacca nel sole

e il respiro impazzito

che vuol fuggire nell’aria

 

io mezzo uomo

mezzo figlio bastardo

di un dio voluto e perduto

 

comunque sbagliato

 

io di cielo

io a terra.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

 

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Venerdì dispari

24 venerdì Mag 2024

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Prendo luce, luce di maggio
questa luce accesa del mattino
bagnata da un tempo indeciso
accordata ai suoni degli uccelli.

La luce che scopre gli altarini
i nidi, i rifugi apparecchiati
nella notte. E con la luce le voci
lo scasso dei rumori, lo struscio
delle auto, il trascinarsi dei cammini.

Prendo me, se ancora ci sono.
Mi raccolgo come si fa con qualcosa
di caduto. Prendo la mia scopa, il mio
setaccio, la polvere che sto diventando
quella che brilla se sbattuta con un cencio.

Mi lascio attraversare dal pulviscolo
vagante e luminoso del mio esserci.
Invito il sole che circola per casa
a penetrare nei corpi delle cose
cantando e resuscitando dal silenzio
le parole addormentate sulla lingua
impastate di oscurità e di sonno.

 

Francesco Tontoli

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LA POESIA PRENDE VOCE: GRAZIA PROCINO

23 giovedì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto dal poemetto ” Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare” di Grazia Procino, peQuod, 2023

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