Da “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024, la poesia “Non che il mondo fosse buono”. Una lettura di Antonella Pizzo.
Non che il mondo fosse buono Zanzotto caro ma così nero nefasto violento non l’avevo mai visto così geneticamente votato all’autotutela del vuoto e spinto sull’orlo di un qualche baratro marino o fossa atlantica dove si addensa una piovra gigante il rostro aperto sul cuore che succhia l’energia vitale dal nucleo e genera angoscia sulla sorte dell’uomo.
I secoli avevano promesso una svolta una generazione nuova di zecca una rivoluzione celeste sono queste le doglie del parto da cui nasce il futuro le spinte le controspinte come fischi di treni trasmettono al ventre gli impulsi pulsanti dei tamburi le ere fecondano la volta del cielo innestano in fondo l’amnio del mondo.
La sesta e ultima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo
VI Benché non speri più di ritornare Benché non speri Benché non speri di ritornare A oscillare fra perdita e profitto in questo breve transito dove i sogni si incrociano Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte (Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano Le ali non spezzate E il cuore perduto si rinsalda e allieta Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto S’avviva a ritrovare Il grido della quaglia e il piviere che ruota E l’occhio cieco crea Le vuote forme fra le porte d’avorio E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano Fra rocce azzurre Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono Che l’altro tasso sia scosso e risponda. Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino Non permettere che ci si irrida con la falsità Insegnaci a aver cura e a non curare Insegnaci a starcene quieti Anche fra queste rocce, E’n la Sua volontarie è nostra pace E anche fra queste rocce Sorella, madre E spirito del fiume, spirito del mare, Non sopportare che io sia separato E a Te giunga il mio grido.
La quinta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo
V Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa Se la parola non detta e non udita È non udita e non detta, Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito, Il Verbo senza parola, il Verbo Nel mondo e per il mondo; E la luce brillò nelle tenebre e Il mondo inquieto contro il Verbo ancora Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso . Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto. Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta Non sul mare o sulle isole, né sopra La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia, Per coloro che vanno nella tenebra Durante il giorno e la notte Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce Pregherà la sorella velata per coloro Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata Per i fanciulli al cancello Che non lo varcheranno e non possono pregare: Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto. Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso Per coloro che l’offendono e sono Terrificati e non possono arrendersi E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre Il deserto nel giardino il giardino nel deserto Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela. Oh mio popolo.
La quarta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo
IV Colei che camminò fra viola e viola Che camminò Fra i diversi filari del variato verde In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria, Parlando di cose banali In ignoranza e scienza del dolore eterno Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti
Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia In blu di speronella, blu del colore di anni Maria, Sovegna vos
Ecco gli anni che passano in mezzo, portando Lontano i violini e i flauti, ravvivando Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa
Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta. Passano gli anni nuovi ravvivano Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano La rima antica con un verso nuovo. Redimi Il tempo. Redimi La visione non letta nel sogno più alto Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.
La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino, Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola
Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra Redimi il tempo, redimi il sogno La promessa del verbo non detto e non udito
Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso
La terza strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo
III Là dalla prima rampa della seconda scala Mi volsi e vidi in basso La stessa forma avvinta alla ringhiera Sotto la nebbia nell’aria fetida In lotta col demonio delle scale Dall’ingannevole volto della speranza e della disperazione. Alla seconda rampa della seconda scala Li lasciai avvinghiati, volti in basso; Non v’erano più volti e la scala era oscura, Scheggiata ed umida, come la bocca guasta E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo. Là sulla prima rampa della terza scala Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo Come quello di un fico e al di là Del biancospino in fìore e della scena agreste Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro Affascinava il maggio con un flauto antico. Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca, Lillà e chiome brune; Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala, Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione La forza sale sulla terza scala. Signore, non son degno Signore, non son degno ma di’ una sola parola.
La seconda strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo
II Signora, tre leopardi bianchi sedevano sotto un ginepro Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse Vivranno queste ossa? vivranno Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo Per la bontà di questa Signora E, per la sua grazia, e perché Ella onora la Vergine in meditazione , Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono Qui dismembrato offro all’oblìo le mie gesta, e il mio amore Alla posterità del deserto e al frutto della zucca. E’ questo che ristora Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste. Che la bianchezza dell’ossa espii fino all’oblìo. In esse non c’è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere Dimenticato, così vorrei dimenticare Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse Profetizza al vento, al vento solo perché Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo Col ritornello della cavalletta, dicendo
Signora dei silenzi Quieta e affranta Consunta e più integra Rosa della memoria Rosa della dimenticanza Esausta e feconda Tormentata che doni riposo La Rosa unica Ora è il giardino Dove ogni amore finisce Terminato il tormento Dell’amore insoddisfatto Più grande tormento Dell’amore soddisfatto Fine dell’ínfinito Viaggio verso il nulla Conclusione di tutto ciò Che non può essere concluso Linguaggio senza parola E parola di nessun linguaggio Grazia alla Madre Per il Giardino Dove tutto l’amore finisce.
Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra, Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia, Dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi Spartirete. E né divisione né unione Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.
La prima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri letto dalla nostra Antonella Pizzo
Perch’i’ non spero più di ritornare Perch’i’ non spero Perch’i’ non spero più di ritornare Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo Non posso più sforzarmi di raggiungere Simili cose (perché l’aquila antica Dovrebbe spalancare le sue ali?) Perché dovrei rimpiangere La svanita potenza del regno consueto?
Poi che non spero più di conoscere La gloria incerta dell’ora positiva Poi che non penso più Poi che ormai so di non poter conoscere L’unica vera potenza transitoria Poi che non posso bere Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c’è più nulla
Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio E che ciò che è reale lo è solo per un tempo E per un solo spazio Godo che quelle cose siano come sono E rinuncio a quel viso benedetto E rinuncio alla voce Poi che non posso sperare di tornare ancora Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa Di cui allietarmi
E prego Dio che abbia pietà di noi E prego di poter dimenticare Queste cose che troppo Discuto con me stesso e troppo spiego Poi che non spero più di ritornare Queste parole possano rispondere Di ciò che è fatto e non si farà più Verso di noi il giudizio non sia troppo severo
E poi che queste ali più non sono ali Atte a volare ma soltanto piume Che battono nell’aria L’aria che ora è limitata e secca Più limitata e secca della volontà Insegnaci a aver cura e a non curare Insegnaci a starcene quieti.
Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte Prega per noi ora e nell’ora della nostra morte.
R. BROOKE – Sonnet/Sonetto. Traduzione di Raffaela Fazio
SONNET
Sonnet
I said I splendidly loved you; it’s not true. Such long swift tides stir not a land-locked sea. On gods or fools the high risk falls − on you –
The clean clear bitter-sweet that’s not for me. Love soars from earth to ecstasies unwist. Love is flung Lucifer-like from Heaven to Hell. But − there are wanderers in the middle mist, Who cry for shadows, clutch, and cannot tell Whether they love at all, or, loving, whom: An old song’s lady, a fool in fancy dress, Or phantoms, or their own face on the gloom; For love of Love, or from heart’s loneliness. Pleasure’s not theirs, nor pain. They doubt, and sigh,
And do not love at all. Of these am I.
*
Sonetto
Ti professai, magnifico, il mio amore: era fasullo.
Se chiuso, non è mosso da rapide correnti il mare.
Il grande rischio grava dei o folli – tu tra quelli.
Non fa al caso mio il chiaro e netto dolce-amaro.
S’innalza dalla terra a ignote estasi l’amore,
come Lucifero scagliato dal Cielo all’Inferno.
Ma in mezzo, nella nebbia, ci sono viaggiatori
gementi per un niente; s’aggrappa a ciò che ha intorno
ognun di loro. Se ami oppur chi ami dir non sa:
se un pazzo in costume o dama di vecchia canzone,
se uno spettro o il suo stesso volto nell’oscurità,
per amor di Amore o solitudine del cuore.
Né pena né piacere gli appartiene. Di tutto
è incerto, sospira, non ama affatto. Io son sì fatto.
Raffaela Fazio (Arezzo 1971) risiede a Roma dove lavora come traduttrice. Ha trascorso dieci anni in vari paesi europei, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, ha conseguito un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato alcuni articoli e due guide sull’arte paleocristiana. È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015); “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018); “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019); “Tropaion” (puntoacapo Editrice, 2020); “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020); “Meccanica dei solidi” (puntoacapo Editrice, 2021); “Un’ossatura per il volo” (Raffaelli Editore, 2021); “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti e Vitali, 2023). Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, in “Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore” (Marco Saya Edizioni, 2019), di Edgar Allan Poe, in “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021), di Renèe Vivien in “L’ardente agonia delle rose” (Marco Saya Edizioni, 2023) e di Rupert Brooke in “L’amore è breccia nelle mura” (puntoacapo Editrice, 2025). Nel 2021 è uscito un suo libro di brevi racconti come vincitore del primo premio Narrapoetando 2021: “Next Stop. Racconti tra due fermate” (Fara Editore, 2021).
Un poeta deve lasciare delle tracce del suo passaggio, non delle prove.
Solo le tracce fanno sognare.
René Char
INEDITO
La fiera della vanità
Se penso a qualcosa per cui essere ricordata non penso all’esatto dettaglio. Mi ostino, se mai, a gettare fiori di gentilezza, bellezza antica, che vedo fiorire ai cigli di strade accanto a rifiuti maleodoranti. Mi dissocio dall’insolente profanazione, dai riti malconci che rendono sostanza il futile apparire. La fiera delle vanità -io, io, solo io- scaccio testarda.