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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: I nostri racconti

racconti di autori contemporanei

Anime e animali

27 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Anime e animali, Loredana Semantica, racconto

Camilla amava i gatti. Ne ammirava il corpo proporzionato e flessuoso, la piccola testa triangolare, gli occhi gialli, verdi, azzurri, tutte le fessure oblunghe delle pupille piantate nel buio a scrutare la notte. Bello il loro pelo variopinto, la sua lucentezza briosa, dalle tonalità del bianco, al rosso, al nero, declinato in tutte le molteplici sfumature del marrone, gli ineffabili grigi. Affascinanti i balzi eleganti dei gatti in barba a tutte le leggi della fisica, la disinvolta indifferenza del loro  incedere nel mondo e di contro i picchi di curiosità sfacciata e intrigante. Lo strusciarsi ruffiano contro le gambe, le fusa, le onde positive di vibrazioni che queste  diffondono, il magnetismo animale della presenza, il sicuro piglio del passo sui cornicioni a chilometri dal suolo, la capacità di giocare con un filo di lana, una pagliuzza d’erba, una foglia secca.

Avere davanti agli occhi un piccolo felino, con i pregi di quelli selvaggi e senza i problemi che quelli darebbero, era per Camilla un incomparabile regalo della natura. Guardare giocare due micetti la riconciliava col mondo, come ammirare un albero nel suo rigoglio, un fiore nel suo splendore. Era una sorta di danza, una fusione di tenerezza e bellezza, dove la morbidezza del pelo e i corpicini dai movimenti incerti e goffi si mescolavano nel gioco all’esercizio per la lotta necessaria alla vita futura.

Camilla ne aveva avuti tanti gatti nel suo giardino. Fino ad una ricca colonia di sedici animaletti, molti anni prima. Ancora adesso ne aveva intorno.  Da quando suo marito Oscar aveva montato una tettoia di policarbonato sul gazebo del giardino, i gatti del quartiere avevano deciso che quello era un luogo congeniale. La tettoia non era spiovente, ma piana, come Oscar avesse potuto montare una tettoria piana in un gazebo  progettato col tetto spiovente era un miracolo di inventiva.  Come avesse potuto sormontarla da un telo di polietilene era un mistero ancora più profondo. Il telo risultava praticamente inutile, esteticamente orribile, ed era stato strappato dal vento in più punti.

A dispetto di ciò i gatti avevano eletto quel luogo come prediletto.  Il telo di polietilene era diventato un tiragraffi ideale. C’era un gatto bianco latte pezzato a macchie grigie, con una testa quasi tonda e l’aria soddisfatta di chi non teme nemici, che amava schiacciare un pisolino nell’angolo sinistro della tettoria. Un altro tigrato rosso tutto pelo passava ogni mattina,  calpestando con le zampette guantate una passatoia in ferro  nero di appena otto centimetri. Non mancava di farsi vivo uno splendido gatto nero, lucido di pelo e muscoloso, simile a una pantera in miniatura, con magnetici occhi gialli. Compariva in modo spettacolare, ergendosi statuario in tutto il suo splendore. Almeno altri due o tre felini bazzicavano quel posto tra i quali un elegante persiano grigio polvere, probabilmente non randagio. Era diventato un luogo trafficato come il corso principale di un paese. Non potevano mancare le zuffe animate da soffi, zampate e miagolii che si concludevano con l’allontanamento dell’ultimo invasore. A Camilla non erano chiare le dinamiche degli scontri per cui qualche volta restava alla finestra per studiarle. Il gazebo era antistante alla finestra, la tettoia da quel punto di osservazione appariva come un palcoscenico.

Camilla amava i gatti, ma non solo. L’amore per gli animali le era semplicemente connaturato, pensava che fossero parte del creato e dovessero essere rispettati come abitanti della terra, espressione della natura e, se domestici, come amici.

Per questo motivo Camilla, quando era bambinetta di sette o otto anni non capì perché in quella bella pineta in montagna, con la giostra e l’altalena, le panchine e aiuole, un posto ideale per divertirsi e giocare. Non capì dicevo, perché  quel giorno un gruppetto di tre bambini, appena più grandetti, torturò e uccise un passerotto che aveva avuto la sventura di finire tra le loro mani. Dopo esserselo passato l’un l’altro tirandolo come una palla, l’ultimo del gruppo lo lanciò in aria e gli sferrò un calcio mandandolo a sbattere contro un tronco. Neanche il tempo di un grido. Camilla rimase attonita e sconvolta. Questo episodio si stampò indelebilmente nella memoria, finché fu capace di darsi ragione di questa crudeltà.

Divenne grande. Allora capì che  quei ragazzini si dicono balordi, e più in generale che gli uomini si dividono in due categorie i buoni, che operano per il bene e i cattivi, capaci di gesti simili, non soltanto con le bestie, ma anche con i simili. Capì che c’erano mille sfumature tra questi estremi. Di solito chi era crudele con gli animali non era benevolo nemmeno con le persone, solo che su queste avesse un briciolo di potere. Ne concluse che la vera natura di una persona emerge col potere. Decise che avrebbe imparato a riconoscere gli uomini e avrebbe sempre operato perché il potere fosse dato ai buoni. E così fece.  Indicibile impresa.  

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Sogni

20 sabato Feb 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Loredana Semantica, racconto, sogni

“Balloons girl” Banksy

Giselda sognava ad occhi aperti. Mamma voleva che mettesse in ordine la cucina dopo pranzo. Da un lato le insegnava a rivestire il ruolo di brava donna di casa, dall’altro si faceva aiutare nelle faccende. Giselda comunque non era una cenerentola, aveva due sorelle e insieme si organizzavano. A volte in buon accordo, a volte bisticciando. Una lavava i piatti, di solito Amelia, la maggiore che si sbrigava in venti minuti e filava via. Alice era la più piccola, veniva adibita ad asciugare le stoviglie. Il resto era per Giselda. Vale a dire riporre le stoviglie, riordinare la stanza, spazzare e lavare i pavimenti. Giselda non faceva in fretta come Amelia, era più mogia, cincischiava, perdeva tempo, alla fine restava sola in cucina. Non le piacevano le faccende di casa, forse era pigra, col tempo si rese conto che non era portata, le faceva per dovere e per necessità, non certo perché far brillare la casa fosse la sua vocazione. Se ne rese conto solo quando incontrò qualcuno che l’aveva. La vocazione. Allora realizzò che siamo tutti fatti in modo diverso.

Nella grande cucina luminosa Giselda, rimasta sola, s’immergeva nelle sue peregrinazioni mentali ancora più profondamente, mentre riordinava, passava la spugna sui ripiani o spazzava il pavimento. L’ora assolata in quella stanza era grande abbastanza per i sogni, era perfetta per sognare. Lei entrava in una specie di torpore immaginifico dove s’inventava storie. A volte erano astruse e surreali: il disegno della piastrella, ad esempio, si animava e diventava un aquilone. Altre volte la statua di legno del gatto nero era un gatto vero con cui giocare. Spesso sognava di se stessa. Da grande farò la scrittrice, pensava. Scriverò un romanzo bellissimo, specchio dei tempi e della società, una sorta di Gattopardo, oppure sarò una specie di Emily Bronte di  Cime tempestose, meglio ancora Antoine de Saint-Exupéry. Spesso nei suoi sogni c’entrava la scuola, la ricerca di un successo, un apprezzamento, lodi mai avute da professori indifferenti.

La notte nondimeno Giselda era preda della sua immaginazione. Il sonno sembrava non arrivasse mai. Le ombre, i rumori la tenevano all’erta. Una volta temette che qualcuno dietro la porta d’ingresso strusciasse i piedi in modo sospetto. Lo disse a suo padre, che inaspettatamente non la mise a tacere, ma le diede retta. A sua volta vegliò per scoprire che erano le scope dei netturbini che spazzavano le strade. In fondo anche questa era una fantasia, una storia inventata che il confronto con la realtà trasformò in una cosa banale, routinaria, simile alle pulizie di casa. La nettezza urbana.

Non passò molto tempo che Giselda perse la capacità di sognare ad occhi aperti e visse la sua vita di lavoro e di affetti. Solo molto molto tempo dopo Giselda la recuperò. Capì che quel sognare era come tornare all’infanzia, invecchiare diventando bambini, ma non smise di farlo, come non smise di invecchiare.

Allora il suo sogno più grande diventò di andare a vivere in un casale in campagna, scrivere racconti, romanzi, articoli, poesie. Dipingere, coltivare piante. Per realizzarlo dipinse un unico quadro, un autoritratto e lo mise in vendita ad una cifra esorbitante. Esattamente quella che occorreva. Non dico quanto, nemmeno se riuscì nel suo intento, ma i sogni si realizzano solo se desiderati.

Le stelle aspettano sempre che noi facciamo un balzo e le raggiungiamo. E’ certo che ciò avvenga non sappiamo quando. I sogni li plasmiamo noi stessi con le nostre mani. Sono come bolle di energia che scagliamo nell’ universo.  L’universo le accoglie, a volte rotolano per anni, a volte per secoli, prima di esplodere, ma è certo che a un dato momento quella bolla di energia esploderà, tanto più violentemente quanto più grande il desiderio che la forma. Ci sono bolle che scoppiano in modo fragoroso e le vibrazioni si propagano come onde nello spazio e nel tempo. Bolle che fanno “flop” e si afflosciano in un secondo come palloncini sgonfi. Quelle che implodono ci danno dolore, quelle che esplodono gioia, ma ancora più importante è fabbricarne tante e tante da non poterle contare o tanto grandi da non poterle contenere. Il difficile allora sarà restare ancorati alla terra.

Loredana Semantica

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Solfeggiando…in emergenza. Un racconto di Cinzia Della Ciana

08 domenica Nov 2020

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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“Solfeggiando…in emergenza” è un racconto breve di Cinzia Della Ciana che appartiene alla raccolta “Solfeggi” della stessa autrice. Il racconto suggerisce un possibile antidoto al tempo difficile che stiamo vivendo. Non un rimedio risolutivo, ma che aiuta a superarlo e rende meno cupo il percorso: il sorriso. Consigliatissimo. Il rimedio, certo, ma anche il racconto.

  • Ma pensa te…
  • Che ti passa per la testa Linda stamattina, ti vedo contrariata?
  • Cose da pazzi! Da pa-zzi!
  • Ch’è successo?
  • E’ successo che la nostra Lella non viene più a casa a fare le pulizie!
  • E perché non viene? Non sta bene forse?
  • No no, sta benissimo!
  • Sicura?
  • Sicurissima! É perfettamente lucida e in forma, l’ho appena sentita al telefono.
  • Con questi chiari di luna bisogna esserne sicuri, perché se ci fosse anche un minimo dubbio che non stesse bene, allora… allora sarebbe meglio per tutti che non venisse!
  • Così questa casa chissà chi la pulisce, eh? Ma che discorsi fai?
  • Meglio da soli che male accompagnati!
  • Sentitelo il signorino, lui fa presto a dire meglio “soli”… tanto a strusciare lui non è avvezzo, l’olio di gomito preferisce comprarlo al posto di darlo!
  • Ma insomma non cambiar discorso Linda, piuttosto dimmi un po’… perché la Lella non verrebbe da noi?
  • Questa mattina, è lunedì lo sai, il lunedì arriva presto perché deve fare i terrazzi e anche tutte le vetrate del salone, ecco mi ha telefonato precisamente cinque minuti prima delle otto…, dico ma si può avvertire così a ridosso? Nemmeno in cent’anni una come lei, una con lo stipendio fisso, imparerebbe l’educazione!
  • Insomma non la fare lunga, arriva al sodo, che t’ha detto?
  • Ha cominciato così: “Signora Linda ha sentito il Premier ieri sera?” e io: “Il premier chi?” e lei: “Ma come, il Presidente del Consiglio!”… Capito? Lei, la Lella di “Ponte alla polpetta”, il Capo dello Governo mica lo chiama come noi che poveri cristiani s’è fatto tanti sacrifici per mettere su la fabbrica e per comprarsi l’attico! Lei, senza pensieri, aspetta di riscuotere la fine del mese e a forza di guardare i filmini americani lo chiama il Premier… incredibile!
  • Insomma Linda mi vuoi dire che t’ha detto la Lella?
  • Un attimo che c’arrivo… e diamine fammele mettere in fila tutte le sue paroline perché devi capire quant’è fina quella lì!
  • Ancora, uffa…
  • Dunque dicevo… io le ho risposto che noi s’era andati a cena fuori e che s’era fatto tardi per cui la televisione non s’era guardata. E lei, quella sfrontata, m’ha subito ripreso: “Ma come, ormai di questi tempi, si sa che certi discorsi, i politici, li fanno la domenica sera e tardi e li danno sui social… bisogna essere aggiornati, glielo ricordi al suo caro signor Giovanni: i giornali oggigiorno non bastano più, bisogna esser sempre connessi e non si può aspettare d’andare in edicola il giorno dopo!”
  • Ma senti questa chi si crede d’esser diventata col telefonino sempre in mano! Per me con quel cellulare sui social c’ha trovato anche il “ganzo”, te lo dico io!
  • Ah ecco, ora che ho fatto il tuo nome, m’ascolti eh? Senti allora come è svoltata la faccenda…
  • Dimmi dai…
  • Io alla provocazione del premier non ho risposto e ho lasciato correre, così lei ha continuato dicendo: “Signora Linda i dati del covid sono arrivati a livelli preoccupanti, non si può continuare a uscire come fate voi, …”
  • Pure! Ora c’ha da ridire anche sul fatto che noi si va fuori?
  • Certo! Dice che noi siamo sempre in giro, una sera qui, un giorno là e che si entra a contatto con tanta di quella gente che quando si torna in casa, si porta dentro un po’ di tutto: microbi, virus e … insomma non siamo più sicuri. Anzi lei sostiene che, a dirla tutta, non siamo nemmeno in regola, perché la casa, questa nostra casa, non è una semplice casa, ma è un luogo di lavoro e quindi…
  • E quindi?
  • E quindi lei afferma che per essere in regola andrebbe sanificata!
  • Sanificata? Ma che discorsi sono questi? Prima di far pulire la casa dalla domestica dovrei chiamare un’altra domestica per farle trovare la casa pulita? O che è grulla? O per chi c’ha preso?
  • Che domestica e domestica! La Lella la sanificazione la vuole con l’ozono fatta dalle ditte specializzate!
  • Pure!
  • Secondo lei è il momento di dare un segnale di sicurezza a tutto il mondo del lavoro: noi dobbiamo cominciare a offrire un orizzonte certo, se no…
  • Se no?
  • Se no va seguìta la raccomandazione del governo!
  • In che senso?
  • Nel senso che la legge raccomanda lo smart working!
  • E allora?
  • Per farla corta: da oggi la Lella lavora in smart working!
  • Come sarebbe a dire? E lei che fa? Una domestica in smart working? Stira e lava con il computer?
  • No no… lei ha detto che noi alle 10 le telefoniamo con la video chiamata e quindi lei ci dice, per filo e per segno, quello che va fatto e come va fatto!
  • Sarebbe?
  • Sarebbe che lei sa dove stanno i prodotti e gli strumenti e come si usano, lei sa quel che c’è da fare via via in questa casa… e da casa sua lei ci dirige!
  • Ma che tocca pagarla?
  • Bellino per forza, che pensi che lei stia al cellulare per nulla?
  • A me sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra! Voglio sentire il commercialista…
  • Lascia stare dice che quelli del sindacato… insomma non si scampa.
  • Ma io? Io che c’entro col pulire?
  • L’hai voluto l’attico? E allora pedala anche te, pallino!

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Teiera triste. Un racconto di Cinzia Della Ciana

06 sabato Giu 2020

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Cinzia Della Ciana, Grumi sciolti, racconto

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Teiera triste è un racconto di Cinzia Della Ciana tratto dalla sua ultima pubblicazione “Grumi Sciolti” Helicon, 2020

Un profilo da panciuta teiera montata su una mole di un’altra panciuta teiera, modello Sheffield tardo Ottocento, un vecchio pezzo di un servito da nave non più lucidato, sconvolto da una patina che aveva inciso sulla lamina e fatto affiorare a sparo di proiettile efelidi brune.

Si sedeva al tavolino più esterno del caffè, quello al limitare del grande ombrellone bianco, parallelo al siparietto creato dal bosso rispetto alla piazza salotto della città.

La postazione era perpendicolare all’ingresso del locale e a tutti gli altri tavolini esterni. Era un tavolino quadrato da due, lei occupava la poltroncina di sinistra, mostrando in controluce la silhouette del suo profilo alla platea degli avventori. Fissava con occhi di brace chi non le era seduto di fronte.

 Lo sguardo intenso lustro di rabbia, una teiera bollente protesa a rovesciare improperi. Dalla borsa informe, abbandonata in terra accanto alla gamba del tavolo, pescava con il braccio molle la scatola delle sigarette e una volta raggiunta l’apriva di scatto. Estraeva la sigaretta e con rara abilità accendeva la miccia e aspirava a mantice. Poi rovesciava la nuvola addosso a chi non c’era. Biascicava parole e roteava la mano aggettandosi col petto sconfinando sulla metà del tavolino non di sua competenza. A tratti girava lo sguardo verso la piazza languida, respirando più intensa, scuoteva la testa.

All’arrivo del cameriere ordinava. Poco dopo dal vassoio ondeggiante atterravano sulla tovaglietta bianca una tazzina di caffè e un bicchiere di acqua nell’imbarazzo del cameriere che esitava a disporre le bevande, ma alla fine decideva di appoggiarle davanti a quella bizzarra umana teiera sconvolta da tanta incapacità.

Una volta allontanatosi il pinguino, la donna recuperava una strana calma. Sdraiava l’intera sigaretta sul posacenere e distribuiva quanto ordinato secondo un preciso ordine. L’acqua davanti alla poltroncina vuota. Il caffè sotto al suo bricco. Faceva un cenno quasi di cincìn e blaterando suoni che non arrivavano alla platea trangugiava il caffè in un sorso. Quindi apriva la bustina, la versava dentro la tazzina e girava i granelli allo spasimo, fino a che li raccoglieva a più riprese con il cucchiaino e li gustava deglutendo inquieta quanto in bocca aveva appena sciolto.

E mentre s’addolciva, il parlare defluiva ritmato da pause che nessuno dall’altra parte riempiva, ma che lei rigorosamente rispettava dondolando la testa, a tratti scuotendola per la comprensione che non riceveva. E i minuti diventavano un’ora e anche più. E la gente attraversava incurante la piazza che nell’attardarsi del giorno si andava aranciando. E gli avventori si alternavano agli altri tavolini. Lei ancora lì: non la vedeva nessuno, e nessuno lei vedeva, se non chi davanti a lei non c’era. Poi in un momento incalcolabile, quando le cicche le avevano spento anche l’anima e sfumato ogni desiderio, chiedeva il conto sbandierando minacciosa l’ultima sigaretta a mo’ di marchiatore di bestie. Il cameriere giungeva quasi lanciando il biglietto per il timore di subirne le conseguenze, per il disagio di entrarvi in contatto.

Frugava nel borsello ciondolo le monete che sapevano d’elemosina e maniacale le impilava precise a torre accanto al posacenere. Afferrava il collo alla borsa, raccoglieva le sue curve flaccide e salutava chi non c’era, quasi sputandogli addosso, tanta era la saliva che sporgeva a spuma dal labbro inferiore. Poi scavalcava la siepe nel punto esatto in cui il varco non teneva e s’allontanava sbuffando come una teiera appena messa sul fuoco. La tazzina era vuota, il bicchiere di acqua ancora pieno.

Il cameriere finalmente poteva sparecchiare.

***

“Non ancora, grazie debbo bere.”
“Scusi pensavo la signora fosse sola.”
“Sono arrivata tardi. Posso?”
“Certo, mi scusi si accomodi pure… non avevo capito.”
“Lei non capisce mai!”
“Come scusi?”
“Ogni volta non mi fa finire.”
“In che senso?”
“Porta via tutto senza aspettare.”
“Ma scusi cosa dovrei aspettare?”
“Che io beva.”
“Ma la signora se n’è andata …”
“Il bicchiere è per me e io mi siedo se e quando voglio.”
“Va bene… ma io come facevo a saperlo?”
“Stia più attento nello svolgere il suo lavoro, non deve solo sperare di finirlo presto e di pulire subito. Lei ce l’ha scritto in fronte: fuori uno, uno in meno.”

E solfeggiando con la mano finalmente mi sedetti al tavolino. Con la schiena dritta, come una caffettiera napoletana che aspetta di esser girata appoggiai sul piano la mia borsetta a bauletto. Estrassi gli occhiali, li inforcai e guardai la piazza attraverso la lente di quel vetro pieno. Poi lentamente rovesciai il bicchiere e mi misi a guardare il rigagnolo del liquido che lento si faceva strada sulla tovaglia e s’avviava a affrontare il grande salto verso terra.

“Aspetti, aspetti… asciugo e gliene porto un altro.”

“No! Bere non è la risposta e bevendo dimentichi la domanda. Ha visto come ci si può ridurre a bere? Si parla da soli, come la signora che se n’è appena andata!”

E mentre il cameriere si allontanava, sentii chiaramente le parole dell’ottuso che non aveva capito niente: “Bisogna che smetta di non bere, non vale a nulla essere astemio.”

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BYE (Chapbook) di Giorgio Brunelli

01 lunedì Giu 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, I nostri racconti, LETTERATURA

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Bye, Giorgio Brunelli

 

Gentile narratario,
questo squarcio di vita reale o immaginaria, vede come primattore l’uomo contemporaneo, cui l´io narrante ne ha amaramente edulcorato le gesta.
Un eroe disilluso, esacerbato dalla consapevolezza filosofica e pragmatica di una sconfitta infinita, di uno scacco esistenziale inevitabile; una riedizione aggiornata del topos letterario e, antropologico, della figura del “vinto”. L´attitudine ad assumere un protocollo narrativo decisamente grottesco, drammatizzando parodicamente gli assunti ripescati dal mondo del “banale”, collude con una provocatoria ricercatezza verbale la quale, coniugata a una tendenza dissacratoria del linguaggio stesso, ne sottolinea l’ontologica inadeguatezza a sostenere fino in fondo la tragedia del vivere.

Giorgio Brunelli

*

 

Francesca, in quell’infuocato occaso di maggio, tornava con un Intercity da un convegno sull´arte a Milano. Terminai di guardare la centocinquantesima puntata di Un posto al sole e mi avviai a recuperarla in stazione con la mia automobile nuova: una Saxo immatricolata sedici anni addietro, acquistata per cento euro e salvata dalle capziose rottamazioni con gli incentivi statali. Per eludere reità cagionate da eventuali ritardi, arrivai in anticipo e ne approfittai per recarmi alla toilette di Trenitalia, ma non disponendo di un soldo per il piattino della migrante alla reception, dovetti trattenere nella vescica il giro di shottini consumati al brunch. Frustrato per l’insoluta minzione, mi affrancai verso l’angolo fissato per l’appuntamento.

Mi venne incontro con una falcata da virago e sensuali fianchi basculanti poggiati su dei cuissardes violacei da troia, martellati e inchiodati da un certo Manolo, un illustre calzolaro spagnolo. Il volto, aniconico dalla stanchezza, le sviliva il perfetto maquillage. La minigonna, disegnata per lei in esclusiva da un amico sartino angloturco, le slanciava ancor più il corpo segaligno e flessuoso da patinata gazzella contemporanea. Stringeva sotto al braccio una cartella minimal in pelle primo fiore e, con atavico appeal, indossava sontuosamente, calato sulla fronte, in ossequio ai diktat modaioli, un Borsalino avorio a larga tesa con vezzosa piuma di pavone, che le dissimulava – eccetto le cascate elicoidali dei tirabaci – la mole ondulata e abbacinante della chioma Terra di Siena.

Mi baciò distrattamente le labbra e interpretai al volo la sinossi di quel bacio; un horror vacui a venire non più rilevante di altri passati. La dottoressa Francesca Cinotti, Frenci per tutti, la conobbi in un falansterio dell´arte di firma archistar, all’inaugurazione della mostra
personale di Manlio Cattani, un mediocre e velleitario performer da lei fortemente sostenuto. Titolata esegeta della critica d´arte, Frenci era precipuamente marcata da una prezzolata congerie d’imprenditoria salottiera e smargiassa, e da galleristi parafiliaci d´ordine sagristico. Era peraltro accerchiata da un´organigramma di platidattili di giunta comunale, da propalatori calunniosi, dagli usuali prezzemolisti della gauche caviar, da artisti di scuderia campioni di dressage, e da una fumisteria di checche orbitanti nei dipartimenti modaioli. Infine, concatenati al filo rosso, vi si appellavano pivotanti art advisor sguinzagliati da lungimiranti istituti di credito, demiurghi tassidermizzati da café chantant con ascot al collo, e cuccioli criptociarlieri di critici d´arte, attitudinalmente inclini all´alpinismo curatoriale. Sostanzialmente, in questa vaudeville “coprosociale”, s´infingeva il meglio del portaborsame antropofagico del settore. Tutti peones di un sistema dell´arte divenuto inverecondo, correamente adunato in un anamorfico habitus di perfidi ciangottii.

L´ipertrofica mostra del pupillo di Frenci, così come in ogni altra sponsorizzata esposizione con menù gratuito alla carta, in realtà fungeva per tutti i presenti – me stesso in primis – da sputtanevole alibi per degustare la raffinata nouvelle cuisine proposta dal fastoso catering nel suo immaginifico buffet. Le ambite vettovaglie venivano ineccepibilmente glorificate su una striscia avorio di fine cotone broccato. Nel parapiglia collettivo, scatenato dalla corsa all´approvvigionamento per le dispense domestiche, oltre all’ordito prezioso della tovaglia, venivano pure sbranate le gambe della chilometrica tavola e i sottopiedi in acciaio temperato. E appunto, in questa schizoide temperie, fra il “c’era questo e c’era quello,” c’era anche lei: la storica dell’arte charmant. Nei sibilanti milieu dei gangli artistici nazionali, era arcinoto il suo scrivere d’arte salacemente percettivo e profondamente colto.
Ella, una bobo (Crasi linguistica di bourgeois-boheme. Giovane e colto professionista, dalla vita sociale brillante caratterizzata da comportamenti anticonformistici) dell’high-class lombarda, si era meritocraticamente guadagnata il girocollo d’alloro al DAMS di Bologna, assieme all’altro in smeraldi di Bulgari, prodigioso cadeau di laurea regalatole dall’ inorgoglito padre.

Dopo quel mattino giocondo, per lei fu un pontificato continuum di tripudi professionali. A unanime parere, era per giunta una donna squisitamente esteta e chic, amante di conversazioni ad alto nitore intellettuale, che sosteneva con tonalità di voce incolori. Poteva risultare oscenamente snob e, pur essendolo profondamente, riusciva a declinare la caterva di critiche al vetriolo adottando una verve lemmatica argutamente eresiarca. Comunque, dopo una bottiglia condivisa di prosecco, un cesto di moine picaresche e un paio di intuizioni azzeccate in merito all’opera del suo delfino ammaestrato, vinsi la sua F nella rubrica del cellulare. Seguì l’omologato corteggiamento a ruota di pavone e, al trigesimo della nostra conoscenza, già appendevo la mia gruccia di vita nel sei ante wengé di Frenci.

Gli esordi del rapporto furono intellettualmente vivaci e compulsivamente scoperecci. Ciò mi faceva evincere che, diversamente dalle mie precedenti rovinose convivenze, Frenci fosse la Musa perfetta, da me sempre agognata. Ella, tuttavia, era opportunamente mia moglie per il “do ut des” con l’establishment curiale col quale era reprensibilmente ammanicata, e mia libera compagna con gli estranei e tutta la sua sfera amicale, mia indefessa delatrice. In sintesi, Francesca Cinotti, detto all’ americana, incarnava il perfetto prototipo della “career woman”. Diversamente da me che, grazie alla Legge 180/78 Basaglia, potei scansare una ciclicitá di TSO manicomiali e che, per un singolare gap metempsicotico, nacqui coevo all´inconsolabile trapasso di Marylin. Ero un misantropo patologico e pennivendolo dopolavorista che gravitava nell´iniquo mondo dell´arte figurativa. In sostanza, all´impianto sociale apparivo come umbratile e schivo, avvolto da un´ostica nube anedonica che non di rado precipitava in stati di cupezza a dirotto. Ero peraltro stremato dall’essere strattonato in stereotipati inviti su répondez s’il vous plaît, frivoli happy hour o altre scoglionanti didascalie assoggettate al territorio speculativo del demanio ricreativo.

La Cinotti era bene informata sul fatto di quanto detestassi e demolissi con ferocia talune nomenclature professionali. Saccenti categorie costituite nelle quali vi individuavo, in un cospicuo numero di funtori ad esse accorpate, indizi di caratteri autoencomiastici altamente glicemici. Un nugolo di urticanti fragilitá ascrivibili al paradigma “primi della classe”, cui questa boriosa selezione di narcisismo overt, ne sventolava surrettiziamente il proprio sfilacciato gonfalone da caserma abbandonata. Forse, l´ostracismo connaturato in questo mio rifiuto oltranzista, si fulcra in un retropensiero afferente al mio frottage di un padre, il quale portava in dote una cifra artistica potente di cui egli con modestia, tendeva ad ascondere per un commovente senso di colpa impietosamente addossatogli dalla sua naturale perizia. Era peraltro pienamente conscio dell´innatismo del suo talento, che tuttavia ne adombrava la contezza, grazie a una forma indulgente di rispetto, di cui inconsciamente se ne avvaleva al fine di preservare la dignità della sua falange amicale artisticamente normodotata.

Pertanto, archiviata questa digressione paterna innervante sottotraccia, non potevo altro che desumere che tutto questo sottobosco “barnumizzato”, era il cachettico architrave che sosteneva l´intero mondo cinottiano; un meltin´ pot di opportunistiche relazioni, congiunte a un dopolavorismo tautologico impastato di cardio-frequenzimetri, assaggi di veganismi e bilance al quarzo alla senna, noto estratto di foglia dal devastante effetto waterrea. Come un logoro refrain, il tempus fugit arrivò a rarefare tutti i nostri ardori e candori. Così, ineluttabilmente puntuali, si presentarono al nostro cospetto i primi scazzi preventivati di norma, causati da una sommatoria di mutuali coazioni a ripetere, ormai largamente divenute intollerabili a entrambi. Una sera, speculare di altre, l’automobile rifiutó l´accensione. Frenci sussultò sul sedile e vomitò un´erotica interiezione che un tempo le avrei persino lambito con infinito amore. Poi, impostando la dizione, sbraitó un estetico “diocane!” maledendo l´infausto giorno in cui iniziò a darmi credito. Con la bizzarra alchimia dell´afflizione, convertì il senso di colpa in furore e, come in un ciak di Romero, scatenò l’amok rimastole imploso da mesi. Insorse strillando, invasata come non mai, che avrei dovuto rottamarlo quel fottuto trabiccolo da scalzacani, e che solo a un interdetto come me avrebbero potuto rifilarlo. Cercai anche sotto il tappetino poggiapiedi dell’utilitaria, dove mai poteva essersi imbucata la stupenda apparizione goduta al trasognante incontro all´orribile vernissage.

Con la mente a zonzo per i cazzi suoi, le braccia poggiate di peso sulle razze del volante crocchiando una caramella Rossana, tacqui, rimesso al suo solipsismo giaculatorio. A fine pistolotto il rottame tornò a rombare. Dopo un’ora di sordidi silenzi, segnalatori acustici di bilanci passivi e nebulosi ricordi, giungemmo a casa oramai arrendevolmente fagocitata da entrambi la riottosa querelle. Frenci si riempì la Vuitton di se e di sé e, scaraventandomi addosso le ultime scorie di contumelie, pigiò lo stop sulla nostra animata storia d’amore, lasciandomi con un ammosciante “Bye”.

Ferito a morte dal congedo tranchant, mi defibrillai l´anima segandomi selvaggiamente, finché l’ansia abbandonica si dissolse assieme al nostro paragrafo di ficcante chimica sentimentale.
Oggettivamente, era solo l´equa ripartizione di erotomachie licenziose, il volano che aveva graziato il nostro antinomico rapporto, tuttavia condotto per forza d´inerzia fino a quel topico addio. Riempii tre scatoloni del Billa con le mie suppellettili, e le lasciai le chiavi di casa sopra la consolle shabby chic. Sotto il vaso inflatable di design contenente le sue risibili petunie in feltro, infilai un’ultima succinta missiva che scrissi a mano sul retro di una bolletta del gas, imitando calligraficamente la font Vivaldi:

Oh mia Frenci, ma quanto che ti ho amato, cazzo!

Chissà, forse doveva andar così…o forse boh.

Beh, allora ciao.

 

 

Bye di Giorgio Brunelli, tratto da Inqlatio, Polluzioni patafisiche e non, di un pollo apolide al palo

 

 

Nato a Verona nel 1962, mi formo in Scultura all´Accademia di Belle Arti nella stessa cittá. Artista situazionista, mi occupo di scultura, digital art e grafica industriale. In merito lo scrivere, la mia penna vola notturna, saldamente sorretta da un´insonne passione antispeculativa. Dal 2012 vivo in Brasile fra macumbe, anaconde e, talora, saltuarie gioie minimali.

 

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“Griot in the city”, un racconto di Francesco Tontoli

11 lunedì Mag 2020

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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Francesco Tontoli, Griot in the city

 

Nella sua voce vi sono così tanti armonici che anche quando parla, anche quando non canta, gli si può ascoltare il fruscìo sotterraneo di un mondo di muchi e catarri, un lavorìo di bronchi affaticati, un motore non immobile di ottoni e di archi come un’orchestra asmatica che si accordi con difficoltà.
-Canta, canta!…- gli dicono centrando il cappellaccio in terra con una moneta. E lui con lo sguardo acquoso fa cenno di stringersi il pugno al petto gorgheggiando con un suono simile alla carta vetrata un:
-Grazie!- sonante e soddisfatto, imitando il “parlato” d’operetta.
–Dedicherò questa birretta a te, amore mio sconosciuto!…-
La velocità della massa di uomini e donne che si sposta da un punto all’altro della città come in una clessidra, ogni giorno su quel marciapiede, viene alterata dal suono ruvido e dal tono beffardo che fuoriesce dal suo cavo orale.
Un monito, il richiamo di un sirenetto rauco alla vacuità della fretta. Uomini legati a doppio filo alla schiavitù dell’ora esatta, e del minuto secondo da centrare ad ogni passo, vengono intontiti per un tempo indefinibile da una fonte sonora oscura e cavernosa che li blandisce, rapendoli dalla strada.
La cecità non gli è d’ostacolo. Sa esattamente del rumore dei passi di chi esita e di quanti sono quelli che non resistono al duro impatto della sua voce.
Sa quanti corpi barcollano allo scontro con le onde seghettate delle sue blue-notes. E i piccoli cerchi concentrici umani che gli si formano intorno sono simili a quelli che si allargano nell’acqua quando vi affonda un sasso.
Ode chiaramente le corrispondenze lievi degli sguardi che si incrociano e annuiscono. Le labbra che piano si allargano in un sorriso scavando nella pietra dura. E’ tutta gente uscita a sgomitare per lo spazio vitale dei pochi centimetri quadrati concessi graziosamente ogni giorno dall’Entità Sconosciuta chiamata benevolmente Padreterno, che manifesta tutta la sua gentile ferocia nell’abbrutire e nell’annichilire in un luogo denominato “città” , tutta la vita che gli uomini immaginano abbia creato.
Certo che anche gli uomini stessi, qualcuno sospetterebbe soprattutto loro, partecipano allo scempio con una discreta attitudine emulativa che la dice lunga sulla competizione che stabiliscono con Dio per dividersi le spoglie del pianeta che abitano. L’uno nel Sito Immaginario, l’altro in quello Reale.
Chi sono ad esempio quei due che si tengono per mano mentre ascoltano il Griot metropolitano cieco, fare i gargarismi con l’acido muriatico, tutti compresi nello sforzo di carpirgli il segreto della musica e della sua fascinazione?
E quell’altro tipo un po’ in disparte in grisaglia d’ordinanza che sembra fulminato sulla via di Damasco, con la borsa di pelle nera in una mano ingombra del sangue delle sue vittime finanziarie? Come mai si è fermato anche lui in posa mistica, sguardo perso e bocca aperta?
Forse perché il barbone sfatto di cattiva birra ha toccato i loro tasti dolenti, i loro bottoncini segreti, esposto i loro nervi alla radiazione della sua voce facendo emergere un’umanità dimenticata? E’ come scavare in un sito archeologico affondando strumenti in un terreno cedevole, avendo a disposizione il più potente dei mezzi di scavo: la frenesia dovuta al ricordo di qualcosa di irrimediabilmente perduto.
Ognuno di questi uomini in cerchio insomma, anche se ora si ricompone e ritorna a correre, anzi a rincorrere l’oggetto scuro del suo desiderio, ha subìto l’effetto devastante dell’evocazione di un fantasma prigioniero nella propria mente.
I due amanti questa sera si lasceranno senza una ragione così come aveva cantato il Griot. E l’uomo con la borsa nera, dopo aver visto scorrere e cadere i suoi titoli in borsa, verrà attratto dal cassetto della scrivania dove ha riposto la pistola che ha comprato un giorno, più per esibirla che per usarla. Ma questo il Griot non lo canterà sui marciapiedi di New York o Londra, dove si svolge presumibilmente questa storia di possibilità.
Lui vocalizza solo canzoni d’amore.

Francesco Tontoli

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“Sprechen doich?”Un racconto di Francesco Tontoli

17 giovedì Ott 2019

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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racconto

Hans ripiega la lettera. Me l’ha tradotta puntigliosamente tutta dal tedesco, facendo delle pause lunghissime per sottolinearne i momenti più cupi.
Ha gli occhi lucidi, lo sguardo lontano, le mani con un leggero fremito.
Il piccolo Johannes gioca tra le sue lunghe gambe parlando il suo curioso linguaggio infantile, con quei punti interrogativi che si sentono cantilenare e che non richiedono risposte.
Siamo solo noi tre , gli altri sono in cucina a chiacchierare con Aurelia. Ci hanno lasciato soli col bambino, prevedendo che tra di noi ci sarebbe stata la solita lunga confessione. Ma sono 10 anni che non ci vediamo, e abbiamo diritto a un nostro momento privato.
Il papà gambalunga si scuote da quell’attimo di nostalgia e porge al figlio il nuovo gioco che ha appena tolto dalla confezione provocando tutto quel rumore di carta strappata. Entrambi emettono suoni che esprimono sorpresa e stupore di fronte al regalo.
Johannes sale sul cavalluccio di legno, e faticosamente cerca di spingerlo con l’aiuto dei piedini. Hans sorride e si asciuga gli occhi, non so bene se per la felicità di vedere suo figlio provarci, oppure per il dolore che si è appena procurato ravvivandolo leggendomi la lettera, come quando si tocca il dorso di una vecchia ferita cicatrizzata che non fa più male , ma di cui se ne rammenta il percorso doloroso.

La lettera è sul divano, stropicciata e unta dalle ditate. Penso siano impronte lasciate da mani umide. Letta e riletta chissà quante volte, mandata a memoria e dimenticata, e rimandata a memoria. La voce fuori campo degli incubi, la litania dei giorni tristi col cielo grigio del lungo inverno passati da solo tra i pazienti montanari. Chiuso, murato tra i boschi e le valli.
Johannes si dondola sul cavalluccio di legno, e guarda il padre asciugarsi la lacrima sfuggita ma subito asciugata col dorso della mano. Hans ritorna a sorridere illuminato dal figlio che lo guarda stupito. Il bambino ha puntato il dito all’angolo dell’occhio da dove è spuntata quella goccia, e ha guardato il padre con l’ennesima frase interrogativa…
Fuori dalla finestra vedo i filari ordinati dei meli ancora in fiore, ma già con accenni di verde, perdersi per la collina. In alto, se alzo un po’ lo sguardo, l’abbazia di Sabiona tutta circondata da file ordinate di viti, incombe minacciando l’abitato con la sua ombra merlata. E’ un pomeriggio sereno, ci sentiamo tutti fortunati a goderci un tempo così. Il sole fende la stretta valle con raggi già obliqui e dorati, e tra poco tramonterà dietro la neve delle cime più alte mandando bagliori che rimbalzeranno sul bianco. Juergen mi indica quel paese lassù che si gode la luce più a lungo di qui. Noi siamo appena arrivati dal sud e abbiamo portato il bello mi dice Hans, perché fino alla scorsa settimana è nevicato più volte…
Ora festeggiamo stappando il prosecco conservato per questa occasione:

-E’ da tanto che questa bottiglia vi aspetta, ci dice versandocelo.

Il brindisi è un po’ frettoloso anche se Hans lo vorrebbe solenne. Sta lì pensoso a rimirarsi l’etichetta della bottiglia, il bimbo attorcigliato alle gambe che lo implora di prenderlo su alla sua altezza sconfinata, e quando viene sollevato in braccio non manca di commentare la vertigine dell’ascensione con gridolini di piacere, che ci fanno inebriare tutti. Hans non ha avuto nemmeno il tempo di avvicinare le labbra al flûte. Non ha bevuto un goccio, ma è completamente ubriaco di suo figlio…..
La lettera intanto è stata intercettata da Aurelia che la ripone in una busta quasi distrutta tanto è usurata, e la porta via come se fosse una reliquia, depositandola presumibilmente in uno di quegli angoli oscuri che ci sono in ogni casa, cassetti segreti, oppure tra le copertine dei libri più cari, un tabernacolo occulto, un sancta sanctorum domestico.
Decidiamo di uscire, con il piccolo Johannes che guida il corteo in passeggino, andiamo incontro al paese passando davanti alla vecchia stazione dove c’e’ in bella mostra una vecchia locomotiva a vapore tirata a lucido.
Passiamo in rassegna le case linde e silenziose , fino a un piccolo ponte pedonale sul fiume Isarco. Tutti guardiamo l’acqua che attraversa la città veloce dopo il disgelo. Costeggiamo il lungofiume guardando le papere che stazionano a riposare nelle piccole anse.
Hans mi dice che quegli uccelli qui sono chiamati “le anatre di Koester” dal nome del pittore che le osservava e le dipingeva dal giardino che proprio ora stiamo attraversando, e a cui è stata dedicata quella statua di bronzo che si vede tra gli alberi con lo sguardo rivolto al fiume e con un piccolo pennello in una mano che sembra contare le anatre più che dipingerle.
Tutto sembra pervaso di una perfezione primaverile che ci mostra il movimento della natura nella sua rotazione.
Ci stiamo trasformando, e chi ode le voci nella direzione del nostro crocchio non può far a meno di voltarsi, sorridere, incuriosirsi dall’arrivo degli ospiti tanto attesi dai due dottori.
Aurelia ci porta direttamente nel suo studio, che è al primo piano del vecchio edificio della dogana, subito dopo l’antica porta. Saliamo tutti. Nella sala d’attesa del medico c’è un pianoforte! E degli affreschi antichi recuperati con perizia. E nello studio, proprio dietro la scrivania della dottoressa c’e’ la postazione di lavoro del piccolo Johannes, un box pieno di giocattoli, da cui osserva la mamma visitare i pazienti commentando le patologie riscontrate con grugniti e parole incomprensibili che sembrano simili a sentenze scientifiche su eventuali malattie, come ci riferisce la madre.
Poi tra la sorpresa generale, compresa quella di Hans , Aurelia si siede al piano e ci dà un saggio eccellente della sua bravura, addirittura anche come cantante .
Stiamo lì seduti in sala d’attesa come cinque pazienti incantati a sentire suonare il piano. Händel? Bach? Schubert? Chissà…ma esplode l’applauso liberatorio. Pura musicoterapia!

Hans mi parla di questa città mentre siamo di nuovo in strada. Alla fine dell’800 qui si riunivano molti artisti, pittori, poeti e musicisti che sciamavano nella strada principale riempiendo le osterie e gli alberghi. La ragione per cui arrivavano fin qui era dovuta al fatto che si era diffusa la voce che da queste parti era nato il maggior poeta medievale di lingua tedesca Walther von der Vogelweide, minnesanger, poeta d’amore, mi dice Hans sorridendo e strizzandomi l’occhio. Tra fine ‘800 e inizi ‘900 accorsero qui gli artisti e si moltiplicarono gli alberghi e le taverne. La vita sorrideva allora, l’impero del buon Cecco Beppe era l’esempio del paternalismo asburgico più bonario. Le ostesse servivano birra sorridendo e commuovendosi per le canzoni più belle. Questo dunque è uno dei luoghi sacri del nazionalismo tedesco, e si trova in Italia!
Hans è alto e sottile come un giunco. Enza mi dice che ha un aria di un giullare medievale, e io me lo sono immaginato spesso in questa veste armato di cetra, mentre declama versi d’amore davanti alla piccola corte del castello. Allampanato e con la nuvoletta intorno al collo.
Hans ci ha sempre stupiti per questa sua ingenuità che è così platealmente esibita da sembrare falsa e stucchevole. In realtà non c’e’ nulla di affettato in lui. Dentro credo sia una roccia di granito, non potrebbe sopravvivere altrimenti tra questi monti duri.
Diventa così quando racconta. Perché tutto quello che fa diventa nella sua fantasia un racconto, una parte di una storia. Una storia che narra a sé stesso senza aver bisogno necessariamente di interlocutori. Quando parliamo di lui tra amici non possiamo che riconoscerci in questa immagine: un medico in esilio che non ha scelto l’Africa, ma i monti dell’Alto Adige.
Hans ha voglia di parlare , e come quegli eremiti loquaci che tentano di tradurre anni di silenzio in poche battute, ci presenta la natura che si dispiega ai nostri occhi enumerando i miracoli e i dolori della convivenza qui, terra di confine, oltre le ragioni e i torti, oltre i conflitti.
L’albergo che ci ha prenotato guarda la piazza più bella del paese. E’ la prima serata tiepida di primavera. Lui non ha lasciato niente al caso. Nell’eventualità che volessimo usare la sauna basta dirlo al portiere. Per le escursioni basta chiedere che qualcuno organizza. No, non sfrutteremo niente di questo tipo di ospitalità. Ci guardiamo negli occhi tutti. Naturalmente l’albergo è già stato pagato per quattro, e noi ne siamo stupiti, ma in fondo dovevamo aspettarcelo. Solo Hans può farlo, e la moglie acconsente. Ci guarda curiosando tra i gesti delle nostre reazioni stupite.
Hans.
Poi vanno via salutandoci abbracciati. Li guardiamo avviarsi e spingere il passeggino di Johannes sul selciato. Fino a non vederli più.

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Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

03 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Francesca Varagona, Il tempo sospeso

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Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere →

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (91) di Enrico Cerquiglini

30 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì vi ha tenuto compagnia un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Proponendo l’ultimo di questi racconti brevi, colgo l’occasione per ringraziare di cuore Enrico Cerquiglini di questa sua gradita presenza su Limina mundi.

Risaliva tutte le sere l’unica strada che divideva in due il paese, aspettava che calasse il sole prima di uscire dall’osteria. “Passata la sciatica?”, “Anche questa giornata è finita, signora bella”, “No, grazie, è meglio che non bevo più per oggi. Ma c’è sempre domani!”, “Notizie dalla Svizzera?”, “C’è finita in trappola la volpe?”, “Quando lo facciamo quel lavoro?”. Ogni quattro passi una sosta per un saluto, una battuta, una domanda. Quella in fondo alla via, subito dopo il dosso, era la sua casa, ed era stata la casa del padre e del nonno… e sarebbe stata anche la casa del figlio se la polmonite non se lo fosse portato via poco più che bambino. Ed anche la moglie se n’era andata. Il lavoro nei campi, il dolore per la morte della creatura avevano distrutto il suo esile fisico “non adatto alla terra”, come diceva la povera anima di sua madre. Teneva le due foto sopra la trave del camino e alzando lo sguardo si rattristava a volte, altre veniva preso da un senso di inquietudine, mista a rabbia, che si scioglieva in una reiterata bestemmia. La mattina la passava nell’orto (i campi aveva smesso di coltivarli, la vecchiaia non perdona) o nel pollaio. Poi se ne andava all’osteria, fino a pranzo, non a bere (beveva poco e non sopportava gli ubriachi come quel fesso di Vinovo – lo chiamavano  così perché chiedeva sempe il vino nuovo – che per il vino aveva perso moglie, podere e casa e che dormiva nella stalla del cugino, con le vacche e i vitelli), ma per scambiare qualche parola coi pochi abitanti rimasti.

In realtà nel paese, tranne lui, non c’era più nessuno da anni. Non se n’era voluto andare come aveva fatto suo fratello. Conosceva le pietre di ogni casa ed aveva fermato il tempo. Non c’era più nessuno da anni ma lui continuava a recarsi all’osteria, dove parlava col vecchio oste (era già vecchio quando lui era bambino), con la di lui moglie, ancora giovane e procace, con i vecchi del paese (ridotti a guardare gli ultimi raggi di sole con un mezzo toscano in bocca). E la sera, risalendo verso casa, salutava tutti: la vedova (morta di parto nel ’56, per colpa della neve), il vecchio mulaio (quello che aveva fatto la guerra del ’15-’18), il fabbro (morto d’infarto nel ’75), la ragazza dalle trecce bionde (fatta morire da un maldestro strappadenti), il potatore (morto cadendo da un melo a quasi novant’anni) e tutti gli altri.

Quando fu la sua ora, nel sonno, senza soffrire, non vedendolo passare la mattina per andare all’orto e al pollaio, tutti si fecero sulla porta e cominciarono a gridare il suo nome. A valle, a chilometri dal paese, fu udito distintamente il canto del suo gallo con la cresta a rosa.

 

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (85) di Enrico Cerquiglini

23 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Tagliato tra le due terre, restò per sempre un frutto dall’apparenza selvatica, aspra, scontrosa. Piccolo di statura, nient’affatto armonico nel fisico, dal viso intagliato senza alcuna perizia, fu sempre trattato dalla madre come un anatroccolo che mai sarebbe diventato cigno (e non lo sarebbe davvero mai diventato). Cresceva sgraziato, senza nessuna istruzione che non venisse dai lavori nei campi, più legato alle bestie che alle persone, timido, ma spesso, per reazione, violento. Aveva quindici anni quando la madre, prossima alla morte per un cuore che non reggeva più, gli disse che la natura con lui era stata malvagia, gli aveva dato povertà e bruttezza e che mai nessuna donna l’avrebbe voluto. “Le donne bisogna comprale o con gli averi o con i soldi, o stregarle con le parole e la bellezza, e tu non hai niente di questo”. Non capì subito quello che la madre gli aveva detto, sopraffatta com’era dai dolori. Gli tornarono in mente quelle parole quando vide lei, una ragazza di luce, dai capelli neri, dagli occhi che folgoravano le stelle. “Quanto costerà? Sicuramente tanto. Ci vorranno cento milioni”. Da quel giorno cominciò a non spendere più nulla, a lavorare giorno e notte, a mettere da parte quei quattro soldi della pensione di orfano di guerra: stendeva i biglietti da mille e li riponeva al riparo dai topi. Anni e anni di lavoro, di privazioni (mangiava erba dei campi piuttosto che spendere una lira, niente luce elettrica, niente mobili in casa, si tagliava barba e capelli da solo con le vecchie forbici della madre, indossava vestiti consumati, rattoppati da solo), di risparmi. Ogni tanto andava a vederla di nascosto: era ormai una donna fatta, con un marito e figli, ma aveva quegli occhi…

L’avrebbe comprata, altri 5-6 anni e sarebbe riuscito ad averli questi maledetti cento milioni. Nessuno frequentava la sua casa-porcile, tranne un cugino che, di tanto in tanto, andava a fargli visita. Era l’unico con cui parlasse: un bell’uomo, pieno di donne e di vizi, sempre profumato e azzimato. Gli confidò un giorno il suo segreto. Ci sorrideva il cugino, ma non gli diceva nulla.

Quando lo ritrovarono con la testa fracassata sotto un noce, nessuno si meravigliò di quell’incidente. Non aveva più l’elasticità di un tempo. “Aveva frequenti capogiri”, diceva il cugino. Doveva averne dei soldi, dicevano in giro, ma nessuno riuscì a trovarli. Il cugino, dopo poco, lo si vide girare con una decappottabile americana, nuova, fiammante…

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (82) di Enrico Cerquiglini

16 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Si diceva di lui che avesse attraversato tutti gli oceani, visto tutte le terre del mondo e si fosse macchiato di crimini inenarrabili. A vederlo vecchio, ricurvo, sempre col sorriso pronto, lo si sarebbe detto un simpatico ottuagenario che attende, senza particoli ansie, la fine spettante a tutti. Eppure c’era chi giurava che dietro quella testa canuta, dietro le sigarette senza filtro, dietro il suo amore per gli animali (allevava canarini e tortore) si nascondesse un assassino spietato. Quando passavano davanti alla sua piccola casa i ragazzini facevano scongiuri, gli uomini sputavano catarro e resti masticati di tabacco, bestemmiando ad alta voce. Alla sua morte nessuno volle partecipare al funerale, anche il prete si rifiutò. “Non era un credente, né si è mai pentito dei suoi crimini”. La casa restò chiusa a lungo e fu soggetta alle sassate dei bambini. Un giorno uno di questi ragazzini, più per sfida che per curiosità, entrò nella casa. La porta non aveva mai avuto serratura. Tra ragnatele e scaffali ormai compromessi dai tarli vide tanti libri, tanti fogli scritti, tante lettere. Ne lesse alcuni e rimase sbalordito dalle descrizioni di crimini efferati, di sadismo, di violenza gratuita. Lo sguardo cadde su una busta con una bellissima calligrafia, sicuramente femminile. “Amico carissimo, quanta violenza in questi tuoi racconti! Tu persona così mite, così dolce, incapace di fare del male a qualsiasi essere vivente, vittima di mille persecuzioni e sevizie, trasferisci nel carattere, nel corpo del carnefice i tuoi tratti, il tuo nome. Che ne direbbero i tuoi paesani se leggessero le pagine di questo romanzo in forma di confessione?” In effetti qualcuno aveva letto sul tavolo da cucina l’inizio di quel romanzo: “Signor Giudice, prossimo ormai al giorno estremo, io *** ***, assassino di mia madre, di mio padre, dei fratelli miei tutti, sento il dovere di confessare a Lei, che tanto si è battuto per ricostruire la verità, storica più che giudiziaria, che io sono il solo colpevole. Non le invierò questa confessione né per chiedere perdono (la parola ‘perdono’ non fa parte del mio vocabolario) né per volere espiare quelle che Lei ritiene colpe e delitti. La mia è solo una testimonanzia per restituire verità alla Storia. Il giudizio sul mio operato spetta alla Storia non certo alla mediocre Sua persona, Vostro Onore!”

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (78) di Enrico Cerquiglini

09 mercoledì Ago 2017

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Quanto l’aveva desiderato un figlio! Per anni aveva temuto di dover morire senza lasciare traccia di sé. Gli sembrava inutile la vita senza un’appendice di immortalità. Quando, dopo cure e trattamenti medico-chirurgici, la moglie rimase incinta il sole ricominciò ad illuminare i suoi giorni. Com’era bello quel bambino, pieno di riccioletti biondi, con i lineamenti identici al padre che diventavano ancora più somiglianti con il passare degli anni. Ma dal padre non aveva ripreso la voglia di lavorare, il senso del sacrificarsi per la famiglia e per raggiungere certi obiettivi. Neanche la scuola faceva per lui, “T’insegnano tutte stupidaggini. Che me ne frega di Giolitti o di Pascoli? Andare a scuola è solo una perdita di tempo”, tanto che finì a 16 anni la terza media e decise di non continuare a perdere tempo. Il padre cercò di farlo entrare nella fabbrica dove lavorava da trent’anni, ma lui rifiutò “Io non voglio fare lo schiavo nella vita”. Passava le mattinate a letto e le serate a zonzo per i locali della città: un po’ di birra, qualche pista di neve, qualche amoruccio di strada e si faceva l’alba. Il pomeriggio lo passava al bar a discutere con i pensionati, si faceva offire prosecchini a raffica e quand’era alticcio cominciava ad insultarli perché quelli come loro rubavano il suo futuro e quello degli altri giovani. I giovani come lui dovevano lavorare per pagare le loro pensioni. Anche con gli immigrati ce l’aveva: ci rubano il lavoro, la cultura e le tradizioni. Le poche volte che incrociava il padre pretendeva da questi il denaro che gli serviva per fare una vita dignitosa aspettando l’arrivo di un lavoro. E spesso lo minacciava di rompergli il “muso”. E a pensare a quanto l’aveva desiderato quel figlio, gli veniva un groppo in gola.

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (51) di Enrico Cerquiglini

02 mercoledì Ago 2017

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Ultimo di una covata di figli, nato nella miseria di una campagna-periferia, non desiderato né cercato, con i genitori ormai prossimi alla vecchiaia, imparò a camminare e a parlare piuttosto tardi, al punto di esser bollato dai fratelli e dai parenti come uno stupido. Non era stupido, non più degli altri della famiglia e dei suoi coetanei, ma interiorizzò ben presto questa sua presunta magagna. Fece ridere la maestra che lo rimproverava per non aver scritto bene le letterine, “Sono stupido, signora maestra, lo sanno tutti”. Rise di gusto la maestra e non le restò altro che convenire con la voce popolare. Smise di frequentare la prima elementare appena imparò a fare la firma. Ci mise più degli altri ma, ormai, anche per la maestra era uno stupido. Crebbe con la convinzione di essere stupido e si trovava bene solo con gli animali che non glielo ricordavano ad ogni occasione. Fu riformato alla visita militare. “Chi non è buono per il re neanche per la regina”, gli dicevano ridendo paesani e fratelli, e se ne convinse. Non si sposò, venne utilizzato dai fratelli come uno strumento parlante per i lavori più faticosi e umili. Ma tanto era uno stupido. Tutti glielo dicevano che non capiva nulla, che non ci arrivava a comprendere le cose della vita, che era incapace di organizzarsi la vita da solo. Un nipote, forse meno cinico degli altri, cercò di dimostrargli che stupido non era, che aveva grandi capacità nel lavorare il legno e la creta. Un po’ s’inorgogliva nel sentirsi riconoscere tali qualità, ma un giorno prese il nipote da una parte e glielo disse chiaramente: “Senti, ho quasi sessantanni e sono sempre stato stupido per tutti. Adesso arrivi tu e vuoi farmi credere che non lo sono? Lasciami in pace, lasciami morire da stupido! Tu mi dici che non sono stupido e, ammettiamo che sia vero, significherebbe che mi hanno rubato la vita. Mi getti nell’inferno del tempo sprecato a coltivare la mia stupidità. Non dirmi più certe cose. Sono lo zio stupido, e basta!”

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La signora

09 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Amedeo Modigliani, la signora, Loredana Semantica, racconto

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“Portrait of Madame Survage”, Amedeo Modigliani

Per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, la parola “signora” era tra le più evocative del suo vocabolario. Suscitava nel suo animo una serie concatenata di pensieri ed emozioni. Vorticava nel cervello come una trottola dispettosa, alla quale dare spago e conto.
Oh era ben consapevole che per il vocabolario italiano era soltanto il titolo di cortesia con cui ci si rivolge a una donna sposata, versione di genere femminile del corrispettivo maschile “signore”, ma per lei “signore” e “signora” avevano tutto un corredo di significati, agitavano sentimenti che si allungavano e contorcevano in una scia di tensione e rabbia, sorriso o frustrazione.
Bastava che qualcuno le pronunciasse, perché l’ondata di queste memorie la investisse facendola per un momento, distrarre, sbandare, deconcentrare da qualunque cosa stesse facendo
Come potesse una sola parola avere tanta valenza per Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata era un fatto singolare. Ma se si fosse penetrata la sua mente, se si fossero potuti leggere i suoi pensieri, avrebbe acquistato senso cotanto alto profilo semantico.
A cominciare dal ricordo più antico e incisivo, un regalo al veleno dal padre della sua migliore amica nell’età adolescenziale: Clara. Lui, il padre di Clara, laureato in biologia, una volta, chiamato signor Tarantello dal padre di Luciana, rimarcò “Dottore prego”. “E’ questo il modo tipico di umiliare chi ha cominciato la propria vita andando giovanissimo a lavorare per mantenere la sua famiglia, sig. Tarantello” pensava Luciana “Un laureato della vita mio padre, sig. Tarantello”. Ormai il padre di Luciana era morto, come ormai morto era anche il sig. Tarantello. Che Dio li abbia in gloria. Morti entrambi, signori e non, come livella comanda, nei cieli e in terra.
Questa era una scena a cui Luciana aveva pensato mille volte, lungo il suo tortuoso e faticoso percorso accademico. Certamente tra le cose che per desiderio di riscatto, per dare motivo d’orgoglio al padre, le avevano dato la forza di perseguire l’obiettivo della laurea con la stessa tenacia di un mastino che addenta un osso e non lo molla neanche a morire.
Ma “signore” o “signora” non avevano solo una connotazione negativa per Luciana impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata. Se lei pensava alla parola “signore” le tornavano in mente certi film americani, quelli epici della storia della navigazione, dove “signore” tra gli ufficiali di marina veniva usato ad ogni fine frase con tanta dignità e sussiego, da sembrare l’appellativo di un essere superiore, ultraterreno, potenzialmente chiamato ad un atto d’eroismo che il film stesso grandiosamente celebrava, quando fosse diventato realtà. Qualcosa alla Horatio Hornblower per intenderci, nato dalla penna di Cecil Scott Forester, prototipo dell’uomo perfetto, eroico e tutto d’un pezzo. Da innamorarsene, se mai fosse esistito.
Ma lei, Luciana, ormai era signora da tantissimi anni, ad innamorarsi non ci pensava affatto, invece all’appellativo “signora” ci pensava eccome. Le tornava ad esempio in mente il fotografo del suo matrimonio, che la chiamava “signora” a ripetizione, col sorrisetto compiacente, spiegando che ormai doveva abituarsi. Era chiaramente un refrain tattico per lusingare la cliente.
Invece non fu così. Dopo il matrimonio Luciana continuarono a chiamarla “signorina” per tanti e tanti anni, fino a un momento imprecisato tra i quaranta e i quarantacinque. In un primo momento alcuni smisero di chiamarla “signorina” e passarono al “signora”, altri esitarono per qualche anno tra i due appellativi, infine, passato qualche anno ancora, tutti optarono decisamente per il “signora” in ogni circostanza. Apparve chiaro a Luciana che era diventata: brizzolata, cicciottella e attempata senza rimedio, nemmeno quello della tintura per capelli. Tutti la chiamavano “signora” perché aveva cambiato aspetto, da giovane donna in donna matura, non più giovanile, sbarazzina. Anche qui duro colpo all’autostima. Era proprio finito il tempo delle mele, cominciava quello delle rose avvizzite.
Luciana pensava che fosse un’ingiustizia che una donna dovesse essere chiamata “signorina” o “signora” a seconda del suo stato civile o peggio ancora del suo aspetto esteriore, un appellativo fortemente discriminatorio, giacché invece gli uomini in ogni caso, sposati e non, sono sempre “signore”.
La parola “signore” le faceva tornare in mente la sua collega Valeria, quando doveva chiamare un uomo del quale non conosceva il nome lo appellava con foce ferma “signore, senta signore, aspetti ha dimenticato …”. Quell’appellativo “signore” a voce alta, nel silenzio documentale, tra scrivanie e faldoni, aveva un suono, così estemporaneo, di rispetto e dignità d’altri tempi, che nessun altro avrebbe potuto altrettanto, se non Valeria. Ne sorrideva al ricordo, Luciana. E poi subito dopo si rattristava perché neanche Valeria c’era più. Anche lei aveva raggiunto il Signore. Quello in maiuscolo. Per sempre.
L’esperienza di Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata, in tema di “signore”, “signora” e titoli accademici nel mondo del lavoro non si fermava qui. Nessun altro come lei poteva sapere quante volte era stata chiamata “signora” mentre l’altra collega dei suoi dintorni era la dottoressa Colasanti o il giovanotto dell’altro corridoio era l’ingegnere Saporiti e il Direttore, dottor Cerami o Direttore, facoltativamente. Ora nessun altro poteva sapere quanto il suo titolo universitario Luciana l’avesse sudato palmo a palmo, per ogni lettera che compone la parola, esame per esame, senza aiuti esterni, interni o laterali, solo duro impegno personale. Era un mistero questa collocazione del ceto impiegatizio in impiegati di serie A e di serie B. Perché poi lei dovesse appartenere per forza al ramo B era incomprensibile. Dove fosse la falla, la carenza. L’usurpazione di cosa, quale mancanza avesse commesso per essere etichettata meno di quel che era, frustrantemente posta a confronto con altri, titolati immancabilmente, per chissà quale discesa celeste dell’investitura.
Un mistero che s’era infittito ulteriormente adesso che era diventata impiegata, brizzolata, cicciottella attempata e il più delle volte veniva chiamata Dottoressa. Finalmente anche lei sentiva pronunciare l’appellativo glorioso, conquistato palmo a palmo, per ogni lettera del titolo. Restava oscuro perché, a volte, di colpo, venisse appellata come “signora” nella bocca dei superiori alla prima proposta giudicata sbagliata o frase fuori posto, per un piccolo errore di lavoro o se si opponeva o non capiva al volo, se dava fastidio in ogni modo. Allora veniva subito sul campo immediatamente degradata al rango di “signora” come a dire: impiegatuccia incompetente o insolente. Chiaro come il sole invece che il dott. Colasanti era sempre dottore, e l’ingegnere restava ingegnere anche in mezzo alla sua inefficienza ed ai suoi macroscopici errori.
Poi non mancava il collega che parlando di quella della stanza accanto, per dire quanto fosse altezzosa o sgarbata o montata o per chissà quale altro torto nei suoi confronti, la definiva appunto la “signora”. Dando alla parola un evidente sottolineatura dispregiativa.
E per finire, ciliegina sulla torta, i famosi parenti serpenti di Luciana che la chiamavano “signora” per dire che si sentiva chissà cosa, si dava arie o importanza, che era superba o antipatica.
“L’avreste mai detto che “signora” potesse essere un modo per insultare una persona? Riflettete “signori” e “signore”. Al mondo non vi sono persone di serie A e di serie B. Solo uomini e donne. Aventi pari dignità sociale. E’ difficile questo concetto da imparare? Di sicuro la mia esperienza è che è difficile da mettere in pratica, in questa società ipocrita e graduata per fottutissimi ranghi sociali.”
Così pensava Luciana quel giorno che al lavoro si portò il fucile. Al primo “signora” che uscì dalla bocca al superiore lo inchiodò con un colpo in centro petto. “Ecco” pensò Luciana, impiegata, brizzolata, cicciottella, attempata e laureata. “Giustizia è fatta”.

Loredana Semantica

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