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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: SINE LIMINE

La madre di Cecilia

02 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Il brano che segue è tratto dal capitolo 34 de “I promessi sposi” ed è dedicato all’epidemia di peste che si abbattè su Milano nel 1630. Il racconto è inventato ma esprime con commozione e drammaticità lo strazio che porta il flagello della malattia. In questi giorni di apprensione la meravigliosa pagina del Manzoni appare illuminante e di straordinaria modernità. Nel testo c’è già tutto: la caccia agli untori, le voci incontrollate, l’emergenza sanitaria, la razzia dei beni di prima necessità. Certamente rispetto alle epidemie del Seicento la medicina ha fatto progressi importantissimi e questo già dovrebbe bastare a confortarci, dunque impegniamoci per preservare quello che veramente in questi giorni stiamo rischiando di perdere e di compromettere: la nostra umanità.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, Capitolo XXXIV 

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Numeri e auguri

03 venerdì Gen 2020

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Tag

limina mundi, Numeri e Auguri

Come da tradizione, ormai pluriennale, l’inizio dell’anno è l’occasione di fermarsi un attimo, guardare al lavoro già fatto su questo blog e augurarci di avere sempre forze e desiderio di andare avanti nel nostro navigare, libero da sirene incantatrici e cordate incatenanti.
Nel blog Limina mundi nel corso dell’anno 2019 sono stati pubblicati 101 articoli. Di seguito si approfondiscono brevemente: contenuti, autori, categorie, rubriche, numero degli articoli stessi.
Cominciamo con le rubriche che sono state una novità dell’anno 2019, novità nel senso hanno avuto inizio proprio nel 2019. In particolare a cura di Deborah Mega hanno preso avvio le rubriche:
Epistole d’autore, lettere tra uomini e donne celebri, (5 articoli)
Racconti (8 articoli) uno di questi racconti è di Francesco Tontoli;
a cura di Loredana Semantica  nel 2019 s’è avviata la rubrica Grandi donne, dedicata a donne che hanno lasciato il segno nella storia, società, arte (4 articoli). Continua a leggere →

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Fine d’anno

31 martedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Jorge Luis Borges

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Un dono

25 mercoledì Dic 2019

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

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Questi tempi sono difficili, le spaccature sociali si accentuano, la povertà si vive sulla pelle, emigra, diventa palese, lo spirito caritatevole resiste in persone di buona volontà, che spesso remano controcorrente.

In questo momento in cui molti sentono il bisogno di protezione, dilaga la confusione sociale e mentale, la tentazione è di imporre ai deboli, di prevaricare.

In questi giorni è stato da poco diffuso un video che Rai cultura ha prodotto col concorso di 22 cantanti rimasti anonimi, si riconoscono tuttavia le voci di beniamini amati dal pubblico. Nel video le voci si susseguono, senza soluzione di continuità. Una staffetta virtuosa che legge una tra le più belle poesia prodotte dalla letteratura italiana: “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Il video contiene nelle immagini evidente il riferimento allo splendido dipinto di Caspar David Friedrich “Viandante sul mare di nebbia” del 1818. Nel dipinto un uomo di spalle su un promontorio sembra dominare dall’alto la visione del paesaggio avvolto nella nebbia dalla quale emergono le cime, ma attraverso la contemplazione della natura, si percepisce ch’egli riflette sulla sua finitudine e il bisogno di soprannaturale. Perciò tende, superando la bassezza propria della natura umana, a Dio. Nel video un perfetto connubio esalta l’arte nelle sue varie forme: la pittura, la parola, la scrittura. I versi scritti su suggeguono nell’animazione comparendo e scomparendo, man mano che avanza la lettura.

Una bella produzione che inneggia alla bellezza, alla riflessione, alla poesia e, perciò, un bel dono che il blog Limina mundi rilancia per augurare ai lettori e a tutti, in questo giorno speciale, che sia sempre una festa di fratellanza, perdono, carità e regali continui di bellezza.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=aXVQgvrRhf4&feature=emb_logo

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Prisma lirico 32: Goliarda Sapienza – Ivan Aivazovsky – Maurice de Vlaminck

14 sabato Dic 2019

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico, SINE LIMINE

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Goliarda Sapienza, Ivan Aivazovsky, Maurice de Vlaminck

Contrasti e intensità nel Prisma lirico con Goliarda Sapienza, Ivan Aivazovsky, Maurice de Vlaminck

 

Non sapevo che il buio

non è nero

che il giorno

non è bianco

che la luce

acceca

e il fermarsi è correre

ancora

di più.

Poesia di Goliarda Sapienza (1924 – 1996) da “Ancestrale”, 2013

Opere

Ivan Aivazovsky, Pescatori tornano vicino a Napoli, 1874

Maurice de Vlaminck, Paesaggio con fiume, 1912

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Centomila

14 giovedì Nov 2019

Posted by LiminaMundi in Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Limina Mundi ha superato le 100.000 visite e, dal momento che apprezziamo la compagnia, vi ringraziamo. Continuate a seguirci. 

Centomila volti e voli. albe anni sogni e segni. centomila strade ponti percorsi sentieri. centomila finestre porte varchi aperture. centomila reti sostegni tralicci paracadute. intrecci centomila e incontri e parole. centomila vasti orizzonti e mari. onde centomila e preziosi tesori. a noi centomila di questi giorni e molteplici stati di grazia a venire. a voi tutti altrettante grazie in ordine sparso a macchia di leopardo presenti e future.

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Trittico

02 sabato Nov 2019

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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O cari infinitamente, spariti
 
 
O cari infinitamente, spariti
dal tempo, non dai sogni, precursori
nostri nelle tenebre, voi se fuori
del buio c’è ancora buio o a più miti
 
 
consigli lo riducono i bagliori
senza gloria, gli stenti, intirizziti
aculei d’un’alba (e, ascoltando, arditi
bisbigli) voi soli potreste, a onore
 
 
d’un altro vero, dirci, amate teste,
torsi venerati, e non dite mai,
mai! perché sia intera la libertà
del nostro arbitrio, perché non celeste
 
 
ma cieca e folle e sanguinosa sia
intanto, nell’orto, qui, l’agonia.
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
 
 
Cerco qualche volta di immaginare
la felicità, mia e dei morti, e mi sembra
che sia la vita. Forse perché chiare
nella luce che già un po’ s’insettembra
 
sono adesso le cose e a meno amare
vertigini trascina e tanta assembra
più pazienza, più requie il declinare
del tempo è come se da queste membra
 
arse e dilaniate l’immensa salma
del mondo risorgesse in una calma
radiosa e stesse al cuore assaporare
 
l’infinito dolcissimo ritardo
del bene, e sentire l’Olona e l’Ardo
per come si chiamano risuonare.
 
 
Stare coi morti, preferire i morti
 
 
Stare coi morti, preferire I morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso più nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti
 
dell’assenza, adesso che è sprofondata
la storia… E così tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fioco o forti
i mesti richiami dell’ostinata
 
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce
 
scempio dell’esistente… (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)
 
 
Giovanni Raboni

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Santi e poeti

01 venerdì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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santi-696x380

Bisogna essere santi
per essere anche poeti:
dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.

Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.

Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar “volutamente” buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.

Alda Merini

2 dicembre 1948

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Visioni di poesia

26 sabato Ott 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Visioni di poesia

26 giovedì Set 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Visioni di poesia

21 mercoledì Ago 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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FP

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Visioni di poesia 6

20 sabato Lug 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Visioni di poesia

16 martedì Lug 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Visioni di poesia

12 venerdì Lug 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Visioni di poesia

11 giovedì Lug 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Buona Estate, Buone Vacanze

08 lunedì Lug 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Immagine "Maremonti" di Loredana Semantica

Un’altra estate ha preso avvio e, come ogni anno l’attività del blog rallenta, prende i ritmi del caldo e del riposo, ricarica energia, nuove idee. Queste le attività previste del blog. Non una pausa vera e propria, piuttosto un rallentamento dei ritmi di pubblicazione. Tutto qui. Non parliamo di rubriche, di tempi, di ritorni ma vi lasciamo in compagnia dei post di Francesco Palmieri. Da questo momento a fine agosto, l’augurio che sentiamo di doverci e che desideriamo estendere a tutti coloro che passano di qui, lettori affezionati o semplici passanti è solo questo:

 BUONA ESTATE, BUONE VACANZE

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Visioni di poesia

05 venerdì Lug 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Canto presente 41: Anna Lamberti Bocconi

02 martedì Lug 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ANNA LAMBERTI BOCCONI

Mia giovinezza andata
nella sua qualità di bel mazzetto
regalato ogni sera
come fosse un giochetto da due lire
quei quadrati coi numeri
che mandavi su e giù con un sol dito
nella cornice di plastica
uno era vuoto e quello
determinava le mosse
per metterli tutti in fila.
Ma io avevo il buco inchiodato
tiranno maledetto ed avariato
comandava da immobile.
Io lo credevo l’anima
causa la trasparenza delle lacrime
sul fondo ultravioletto della sera.

*

Vidi due labbra fresche adolescenti
posarsi sull’orrendo volto vecchio
di un dio di morte, e tutti gli spaventi
della mia vita al fondo di uno specchio.

Udii che un desiderio e un dispiacere
sono la stessa cosa, e lo diceva
questa mia voce, e il vino nel bicchiere
era versato ma non si beveva.

*

ANNA SULLA DARSENA

Cercare la mia anima di un tempo
tra vie rifatte che non riconosco.
Solo le case sono sempre loro,
l’acqua, la riga dritta delle vie.
Io ho fatto la fine dei dinosauri:
troppo grandi, non c’era da mangiare,
schiacciati sotto una meteora, il ghiaccio
se li è portati via con sé, le ossa
là, immense nella sala di un museo.
Dico qualcosa a chi mi vuol sentire
poi vado a riguardare quel che fui,
o meglio, dove stavo quando fui.
Anche la solitudine si è estinta.

*

Non sento altro che la tua mancanza,
piccola mamma, nelle foglie tese
verso il loro orizzonte verticale
tu che racconti di bellezza e amore,
spaventi di bambina, il tuo tappeto,
persona eccezionale, madre mia
vedo soltanto che te ne sei andata
la primavera infrange ogni vetrata,
creata e discreata. Ancora esisto
se penso a te, le frange del tappeto
in piena luce, la calligrafia
che si assomiglia, che era tua ed è mia
girano testa e vento nella stanza
vortica il mondo e non è mai abbastanza,
fino a che anch’io diventerò poesia.

*

Io sono il fiore in mano
col fil di ferro in gola
quello che va nel marmo,
l’amore del tuo nome
che sussurrò bellezza
gioia, consolazione
la foto cancellata
dimenticata in acqua,
sono il pigmento rosso
che incarna la tua rosa
alta col fil di ferro
piantato nella gola.

*

Ti amo sul mio mare che lascia il mare
la vela bianca e grigia che sembra nebbia
sul sale che incrosta lento l’amo incagliato
immerso da anni e anni dentro il relitto
dal giorno livoroso della tempesta,
il fiore ombelicale che ignaro nacque
avido, amaro, errato, colmo di pianto
il fiore che viveva come un furore,
ti amo da quella gioia dimenticata
quel vecchio paradiso tinto di sangue
che non ne vuol sapere di tramontare.

*

Sogno di bere una fanta in una bocciofila
poco davanti ad una fontana che gocciola,
dopolavoro di autisti e tranvieri, domenica,
sole d’estate che avvita i suoi raggi nell’anima.
Lì piano piano potresti capire che esisto
sempre, con te, senza te, col cuore di vento,
come la linea più bella che traccia una rondine
quando nel cielo rincorre l’arte di perdere.

*

Perduta e sola con i miei due versi
da quando la parola è intelligente
imito il Sole partendo dal Niente
fianco al silenzio e fronte al grande brodo
cercando sottigliezze e gemme fine
in tutta questa fine senza fine.

 

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Visioni di poesia

28 venerdì Giu 2019

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Canto presente 39: Pasquale Del Giudice

30 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, SINE LIMINE

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Tag

Canto presente, Pasquale Del Giudice, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

PASQUALE DEL GIUDICE

Dal corpo.

Avere un corpo, zampe e zanne, trascinare
in giro un guscio, al guinzaglio
della coscienza, un ordigno in prestito,
oscuro oggetto di studi, provvisorio
intrico, ferraglia che stride
il proprio involucro, ignorato
dall’altezza degli occhi, delle analisi sommarie
indagini sulle superfici, sui paesaggi
terrestri, dal taglio della propria
inconsapevolezza, inconsistenza conoscitiva,
dal corpo scavare il corpo della terra
concentrato di lesioni, assimilate
ferite, cancellazioni e stratificazioni
scendendo con la penna, ribaltare
il progetto degli appezzamenti, la cartina
delle proprietà, delle vene, delle strade
lasciandone emergere il risvolto,
il lavorio sotterraneo di gallerie,
funzioni, formiche, avi che trasportano briciole
ossigeno, monumenti alla debolezza di tutti,
col corpo rinvenire genealogie
verticali e parentele orizzontali,
tra ulivi bisnonni e piante neonate,
essere un corpo é non avere corpo,
l’illusione di un giorno, servire
il destino della storia e l’ordine del discorso,
avvenire nei sensi, consumare il gioco
di stare al mondo, prescritti, urbanizzati
urtando altre parti di mondo,
riproducendolo, nei fraintendimenti,
nei dialoghi della bocca e delle braccia,
desiderando il mistero di un altro corpo,
dall’enigma del proprio, esposti e difesi
nella carne, cartapesta di pori
e vespaio di cellule altrui, con cui
guerreggiare a nome di un altro,
nel solo corpo che hai e che non ti appartiene
a nome tuo e di nessuno che moltiplica i giorni,
le scuse, i passatempi per restare in piedi
tra gli altri, contro gli altri,
avere un corpo, un materasso su cui morire,
deteriorarsi, contando, misurando
parole tra sé e la propria carcassa,
oscurarsi tra le coperte, in nuovi
anfratti, pieghe, lasciando cadere sillabe,
come squame, pelli secche, cicliche mute
come distanze cadute, di pareti e mura di sé
anni, crolli, avvicinandosi alla polvere,
dal corpo sentire i gradi, il calore,
signore crudele al giuramento degli alberi,
col corpo tornarsene a casa, nell’altra gabbia,
torcendo il capo tra gli archivi,
mentre la città muove strumenti, apparecchi
macchine, motori, alla finestra
guardare la pace estiva, le cattedrali,
gli edifici, la miseria, l’asfalto,
le televisioni che parlano a vuoto, i ritagli
di giornale, le scadute politiche del mondo,
dalle vetrate degli occhi, vedere chi vince
più vicino alla morte, la vita di ognuno
una storia di commiati diretti al comune,
all’ultimo congedo, mentre si cerca
invano la particella neutra, il volto dell’altro,
il laccio, l’accordo a quella frequenza monotona
neutra, sottopelle, dove non termina il filo
e una testa, una cellula si lega all’altra,
occhi di tutti i colori, corpo di Dio,
corpo di tutti i corpi, tutto il dolore del mondo
vedere con tutti gli occhi del mondo,
soffrire la sincronia delle piaghe mentre
si diffondono, si ripetono, ognuno
portatore sano di ferite, che arreca agli altri,
disperdendo il primo trauma, dal corpo.

Ipotesi sulle aule studio.

Geometrie che si ripetono
in un’armonia predisposta di sedie
banchi e postazioni computer,
rigidità inflessibile
di architetture razionaliste
composizione minimalista,
patria di zaini, occhiali, matite
occhiate, effetti personali, segreti amori
mondo sottomarino, enorme
acquario di pesci boccheggianti, di pazzi
che parlano da soli, macchine
che borbottano in parallelo, di sottolineature
di sacrifici di parti di testo espunte dal testo,
di testi messi insieme, stuprati e riassunti
passati da una bocca all’altra, fabbrica
di impuniti travisamenti,
le aule studio rivelano l’interesse
la curiosità verso l’altro e il fastidio
l’attrazione e la repulsione del diverso
origliato nel proprio universo,
le biblioteche sono allevamenti
intensivi della specie, in cui la scrittura
passa il testimone filogenetico
mentre si gonfia e si rigonfia il palloncino
solipsistico degli scopi personali,
l’illusione dei propri obiettivi,
la prefigurazione degli esami
mettendosi alla prova
ognuno nutrito dalla benzina del suo fine,
le aule studio sono palestre di boxe
sale d’addestramento
dove ognuno si prepara alla gara
prendendo a pugni il suo sacco, il suo libro,
camere iperbariche, anticamere
d’arrivismo sociale,
in questi luoghi amo i distratti,
chi fissa un punto a caso della stanza,
chi incrocia uno sguardo fuoriuscito
dalla sua bolla d’attenzione
chi è incapace di concentrarsi su di sé,
chi si annoia di sé, chi è innamorato
della fisionomia dei corpi, del mondo
che gli passa vicinissimo nelle sue forme
e sta attento a non approfondirlo,
amante della superficie, del gusto del vedere
divinità innalzatasi a contemplare
l’ansia dei suoi figli sfiniti e contratti dal lavoro
al di sopra o al di sotto dei suoi doveri
del suo debito nei confronti della vita,
in una via di mezzo, nel possibile
tra il conosciuto e lo sconosciuto,
ognuno in attesa dell’evento, dell’impatto
effettivo, eterno riscaldamento
nelle aule studio si fanno ipotesi sui freni
sulla tenuta del motore, officine
in cui si eseguono rituali, prove
sulle gomme, crash test, cercando di coprire
e prevedere le domande, di mangiare
l’intera torta del programma
in vista dell’esame che forse non si terrà mai,
studiare per un esame è un esercizio chirurgico,
un’ossessione della prestazione,
leggere è guidare a caso per le strade del mondo,
conoscere cose per il piacere di farlo,
nelle ore o nei giorni di festa
le aule studio sono ospedali senza pazienti
reparti dormienti, letti vuoti, corridoi spenti.

Volti prismatici di un mocio.

Polipo addomesticato, sbattuto sulla pietra
sulle superfici di casa,
piste d’atterraggio o da pattinaggio
per curling amatoriali
per parrucche di treccine idroassorbenti,
scettro delle signore di casa
migliore amico, fucile delle casalinghe,
alghe redivive a contatto con l’acqua,
teste schiantate da un battiscopa all’altro
maltrattate da donne frustrate, sottomesse
alla gerarchia patriarcale
allo scazzo di badare a figli, mariti e amanti,
futuro strumento di rivolta,
arma con la quale i lavoratori domestici
otterranno l’indipendenza,
un mocio è una lattuga dalla facile usura
un sommozzatore col fiatone
un ragazzetto bullizzato
col cranio nel cesso, torturato,
immerso e strizzato più volte;
dovremmo lasciarlo prosperare
nel suo secchio specifico, in ammollo
come una creatura marina
una medusa di listarelle nel suo acquario,
senza farlo disidratare,
imputridire nel lercio del passato,
ogni tanto versando dell’acqua fresca
della vita nuova o del detersivo
come forma di premio, come dental stick,
come dessert, come bevanda
analcolica bluastra allucinogena,
il mocio è un regalo, un prestito di Zeus
alle faccende domestiche
ballerino provetto, come tutti
inizia a perdere pezzi, a puzzare di marcio,
a soffrire di calvizie, lasciando in giro
ciocche, parti di chioma,
la sua arte è trattenere il fiato
la giusta misura d’acqua
per affrontare le insenature, i rischi
e le strettoie quotidiane della vita,
sapendosi sporcare e ripulire,
rimettendosi nuovamente in gioco;
uno e molteplice, questo straccio sofisticato
è un esemplare di Komondor
tenuto in un angolo o in un ripostiglio
dal temperamento notoriamente
equilibrato, affettuoso, indipendente
gentile e tranquillo, rasta con asta
un mocio non è altro che un omaggio
divino alla testa danzante di Rud Gullit.

La manutenzione.

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre ad ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi,
esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte e i capelli, le pareti,
la manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare il tempo nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima,
bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

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