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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: SINE LIMINE

Semplice

03 domenica Set 2017

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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Se ciò che scegli ti nutre

non sarò io a dirti di cambiarlo

tu quindi fai lo stesso

con me, con tutti gli altri

Se scegli del veleno

io non ti seguirò

questa è la mia regola

non la puoi cambiare

Cerco di vivere bene

senza fare del male – se posso –

ma i nomi, i nomi delle cose

sono importanti

a volte più di tutto.

Se metto un punto

è un fatto

ma domani…

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POESIA SABBATICA

02 sabato Set 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Souvenir d’estate

01 venerdì Set 2017

Posted by LiminaMundi in Ispirazioni e divagazioni, LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Tag

Alessandra Fanti, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Loredana Semantica

L’estate sta finendo e Limina mundi torna con il mese di settembre alla sua programmazione ordinaria con nuove e vecchie rubriche per spaziare senza limiti nel mondo e nell’arte in tutte le sue espressioni.

Iniziamo l’attività di quest’ultimo quadrimestre dell’anno quindi, ma non senza prima dare un saluto all’estate, una specie di souvenir della bella stagione, celebrata con le parole poetiche di alcuni autori del blog che le offrono come dono propiziatore di nuove estati a venire ancora insieme qui su Limina mundi.

sole per limina 1

Chi sono io
nell’infuocato pomeriggio d’estate
dentro l’alito rovente che brucia lo sguardo
nell’isola di silenzio
quando il vento scava nell’inquietudine
e l’ora contraria intreccia i corpi madidi e ardenti.
Chi sono io
dentro la spaccatura della pietra focaia
nella sospensione del lapillo nell’aria
nel migrare del granello di sabbia sopra il mare
nella cenere vulcanica che rapprende i fossili di conchiglia.
Chi sono io
dentro la chiglia del barcone che mi culla
nella pensione vista mare che mi annulla
nella tensione di due uomini che si contendono l’amante
nella costruzione delle filastrocche che i bambini tentano
mentre gli adulti accaldati dormono
per uccidere il tempo che precipita come una lama
sulle loro teste, e non li ama.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

Per tre volte ha dentro la radice o la parola morte
il mantra estivo che sorge dalla bocca
al ghibli impietoso che soffia caldo asciutto
il sole fa violenza coi suoi raggi sulle cose esposte della terra
quelle vive stimano i margini di sopravvivenza
le carcasse invece senza esalare si fanno cosa secca.

C’è un’aria intorno ch’ è deserto vivo
come il respiro caldo del tuo corpo
la pelle abbacinata al morso dei raggi
riarso il bianco dentro gli occhi
appena poche ore è la risposta
oltre non c’è speranza
la natura è torrida di sete
torna il refrain del principio
un fuoco senza pena purifica e uccide.

Loredana Semantica

sole per limina 1

Forma idrodinamica
spinta slancio
guizzo propulsione
fendente che divide il corpo
l’acqua al suo passaggio.

Vita non pullula
nel mondo sottoposto
ondeggiano alghe mute
irreali senza tempo
distese ovattate
di ombre e di silenzio.

Penetrano i raggi obliqui
negli anfratti misteriosi
rivelano anemoni
e corpuscoli sospesi
geometrie caleidoscopiche
di luci e di colori.

Mi mimetizzo mare
nella tua trasparenza
nell’acqua che è sorgente
di vita e di purezza
ormai ricordo antico
di ere primordiali.

Mi sfioro con le dita
le squame iridescenti
e poi riemergo ancora
acquamarina fluida
a respirare il cielo.

Deborah Mega

sole per limina 1

Il ferro d’agosto

L’Agosto siderurgico
ribatte a martello il suo ferro di sole
il gong di rame sonoro
nel cielo d’acciaio rovente

disperde fumaglia e acque reflue
ammorba l’aria di burrofuso
spalmando corpi su spiagge
arrampicando sui monti vecchietti e filosofi.

Tutto qui è greve e mi pesa sul petto
davanti allo schermo di questo similmondo
sto appollaiato e sudaticcio
come un animale in cattività
nella sua gabbia ardente .

Mi rigiro tra le mani lettere di fuoco
vocali incandescenti
e foto carbonizzate agli angoli.

Francesco Tontoli

sole per limina 1

29 luglio 2010
senza metafora. proprio nel mare. partorisco l’aforisma mio del giorno. le ossessioni rovinano. le passioni invece. salvano gli uomini. lo regalo a mio figlio. per salvagente tra le onde.

1 agosto 2010
ieri il sole splendeva. così vicino nei raggi. da infuocare la ringhiera. la sabbia tra la riva e la salvezza. bruciava le piante. ardendo sotto i piedi. da sempre fallisco l’obiettivo di un grande avvenire da fachiro.

6 agosto 2010
da giorni osservo uno spicchio di mare tra il pino e le palme. il suo colore cangiante. a seconda del vento. blu intenso a scirocco. al tramonto più chiaro. al crepuscolo è di un grigio. azzurro quasi polvere. che si fonde con il cielo. due centimetri al grandagolo che annegano il respiro.

9 agosto 2010
ultimo giorno. raccolgo i pezzi. ciabatte. teli mare. sparse magliette. anche i bagagli di alcune cose belle. che avrei voluto fare. messe da parte. alla fine non è poi così lontana l’altra riva. un’altra vita. ancora poche ore. poi si parte.

da ” Parole e cicale, Diario poetico di una vacanza”, issuu, 13/10/2010

Loredana Semantica

sole per limina 1

Luglio

Lusingata dagli sguardi sul bronzo
Uscivo dal guscio d’inverno danzando.
Grate alla pelle per la cortese collaborazione
Le ciglia facevano ombra alla paura dei no.
Indossavo sguardi e movenze seduttive.
Osavo ogni giorno un nuovo passo falso.

Agosto

Ancorate sotto vetro museo
Galleggiano impressioni d’agosto
Ora sembrano d’altri e non mie.
So tutto quello che c’è da sapere
Tutto, al riguardo, sui baci sprecati
O sull’essere giovani insicuri.

Settembre

Sembrava lontanissimo
Erano solo
Tre mesi fa
Tutta l’estate ci aspettava
Estasi di libertà obbligate
Misura di bellezza esposta
Brivido calpestato dal cotone leggero.
Ritorna, settembre, carico di noiosa serietà
E ogni anno sembra avere più fretta.

Fresco

Fresco colore
rosa caramellata
marmellata sbocciata
dolcezza di polpa fiorita
non ho più anni da contare
se mi baci con i tuoi occhi belli.

Alessandra Fanti

sole per limina 1

(il “quadretto” divisorio tra le poesie è una creazione digitale di Loredana Semantica)

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POESIA SABBATICA

20 domenica Ago 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Oscar Wilde

Se noi non avessimo amato,
Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l’ape
Nel suo grembo dorato,
Se quella pianta di rose avrebbe ornato
Di lampade rosse i suoi rami!
Io credo non spunterebbe una foglia
In primavera, non fosse per le labbra degli amanti
Che baciano. Non fosse per le labbra dei poeti
Che cantano.

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POESIA SABBATICA: -3-

12 sabato Ago 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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-3-

ti ho detto bla bla bla

pescando parole nei fondali

rischiando di morire per l’apnea

e ti ho imperlato i lobi

come a una madonna

ti ho cantato salmi

il mantra dei devoti

ti ho mostrato il cuore

e tu in ogni piaga,

insomma, o mia madonna,

non vedi che sragiono?

se sto nella tua testa

ti freme un po’ la pelle

apriti

fammi entrare

prendimi

fammi morire dentro.

Francesco Palmieri (da “Exsperimenta” )

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Agosto di saggezza

06 domenica Ago 2017

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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Essere viva e quieta

curiosa e serena

amante senza pretesa

in attesa senza agitazione.

Un miracolo.

Sarà il caldo insopportabile

l’artefice di questa mutazione?

Sarà che stare immobili è la sola soluzione?

Agosto di saggezza mi stupisci.

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POESIA SABBATICA

05 sabato Ago 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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Ultimo brindisi 

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

 

– Anna Achmatova-

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Discussione sulla poesia

31 lunedì Lug 2017

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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OCEAN HORIZON di Richard Diebenkorn (1859)

Sedevamo sulla riva del giorno – due poeti,
presi dalla discussione sulla vera poesia,
ed io, che li ascoltavo in silenzio.
– La poesia- affermava l’uno senza ombra di dubbio, –
è semplicità. Dobbiamo sradicarla dai vortici
della complessità! Basta con le nebbie!
– Al contrario!- replicava l’altro, non meno
convinto.- La poesia è affogata nei bassifondi
dell’elementare. Dobbiamo estrarla verso le profondità
del pensiero complesso! Basta scorza masticata!
La discussione batteva ora contro una riva ora contro
quella opposta e diventava sempre più spumosa.
Una libellula si mise a volare tra i due. Le sue ali
recavano il vago sorriso del giorno dall’occhio solare,
l’ultimo per lei disponibile. E sfrecciò dritta
verso l’abbraccio d’addio della sera.
La libellula non era affatto semplicità, nemmeno però
complessità.
Era poesia.

Blaga Dimitrova

 

E con questo testo di discussione su come debba essere la poesia, se elementare o complessa,  auguriamo  BUONE VACANZE.

Per il mese di agosto la programmazione del blog prosegue con le proposte poetiche di Alessandra Fanti e di Francesco Palmieri ed il mercoledì con i racconti brevi di Enrico Cerquiglini della serie “Del terzo millennio: strascichi post-umani”.

Ci ritroveremo il 1° settembre con consuete e con nuove rubriche, idee nuove e nuovi propositi.

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

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ESTEMPORANEA…

30 domenica Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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-142 – Buongiorno

è già giorno amore
ed io ti amo ancora

ha provato la notte
a stendere il suo velo,
il suo mantello nero
che acceca occhi e fiori,

ci ha provato come morte breve
a farti inesistenza,
appena un sogno fatuo
che non ricordi più

ed io ho nuotato amore
nelle sue acque scure,
ho resistito ai venti
schivato le correnti,

ho stretto intorno ai fianchi
le sillabe di un nome
ed eri tu quel fuoco
acceso sulla spiaggia

ci ha provato, la notte,
a farti inesistenza,
un giorno mai contato
un vivere mai nato

ed ora io la vedo
svanire alla finestra,
allontanarsi in fretta
con la sua faccia scura

è già giorno amore
ed io ti amo ancora.

FRANCESCO PALMIERI

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POESIA SABBATICA

30 domenica Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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-130-

per non lasciarti andare
stanotte ti ho chiamata in sogno

e sei venuta

con ali grandi e bianche
un velo intorno al seno
ai fianchi una corona

e gli occhi tutta luce
le labbra rosso acceso
il ventre con le perle

e no, non era angelo
non era un angelo

eri tu che sei venuta.

 

FRANCESCO PALMIERI

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Mutazioni

30 domenica Lug 2017

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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In India dicono – pare –
che solo ciò che non muta
è davvero reale.
Io ho amato sopra tutto
la libertà del cambiamento.
La ricchezza del poter diventare ciò che voglio
ha sempre vinto sulla miseria della coerenza.
Resta solo a contraddirmi un paradosso
quello di non smettere di amare
chi volendo o meno
ha reso eterno il mio amore
colorandolo di possibilità.
Vedo tutto sempre cambiare
e nulla è uguale a ieri
o solo a un’ora fa.
Eppure l’amore che ho per te
e tutti gli altri che come il nostro
non nutrono il germe del possesso
durano nella bellezza che non passa.

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Poi, appari tu

26 mercoledì Lug 2017

Posted by Francesco Palmieri in SINE LIMINE

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non ci sei tu
e un giorno senza te
non è un giorno come tanti
e nemmeno un giorno come gli altri,
non ci sei tu
e un giorno senza te
non è giorno
né so che sia
o forse è solo niente

non ci sei tu
e all’improvviso sulla terra
non c’è più nessuno per me
e nemmeno qualcun altro
che può diventare te

non ci sei tu
e non ho più un posto dove andare,
non ho più qualcosa da fare
e buio buio buio

poi
appari tu
e una freccia di luce
trapassa il mio cuore.

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Il fiume

16 domenica Lug 2017

Posted by alefanti in Poesie, SINE LIMINE

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Ci sono momenti – felici e difficili –

in cui l’intero corso del fiume vedo scorrere

la sorgente all’inizio come uno scherzo d’acqua

allegro ma poco convincente sul saper andare oltre

la discesa disordinata fino al primo salto

le corse, le anse, le velocità mutevoli con le pendenze

da vicino colgo turbinii sabbiosi e trasparenze

a distanza mi appare il tratto netto di una matita

azzurra naturalmente come nelle cartine che usavo a scuola

dove i fiumi erano elenchi di nomi da mandare a memoria

e non storie di rapide e guadi

la foce è un respiro che si fa lento ma profondo

il sapore del sale, inaspettato sempre

si mischia a quello di erbe e terra e alberi visti da lontano

guardiani seri e silenziosi

almeno fino a quando non si alza il vento

L’intero corso, ho detto, ma è un poco una bugia

perché mi manca in tutto il mio guardare

un breve tratto che resta fuori vista

di cui nessuno sa l’andare.

Mi prende per mano un dolce dispiacere

di questo faticoso non sapere mi agita il sapore

eppure ne sono grata come di un dono

come di sorpresa immeritata che commuove

Due lacrime concede la visione

e io ne ignoro il senso

non so se siano per una mia partenza generosa

che mi eviti dolori più cocenti

o gioia di sentire che il percorso è molto più di un’occasione

che la vita rivela a chi la accoglie

Sono momenti

Poi – come tutti – fingo di incespicare e rido

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Canto presente 21: Francesca Pellegrino

30 venerdì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 2 commenti

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesca Pellegrino

Cronache di un Autunno

Sono successe cose, piccole cose
la linea storta sugli occhi
il traffico bloccato, i panni sporchi,
la spia rossa, il buco nero.
Si è anche fulminata una lampadina
ma me l’hanno dovuto dire.
Sono successe cose, sono successe anche se
ho respirato il giusto, senza esagerare
ho parlato pochissimo, lo giuro, quasi niente.
ma sono successe.
E ci sono anche novità, tipo
chiudere il sorriso per inventario
riparare la crepa delle notti, ché qui piove spesso
e sempre da dentro.
E infine, provare a scrivere il mio nome
sulla lista delle cose urgenti da sistemare
sul post-it del frigo.

Adamo ancora nega

Ancora neghi che la terra sia rotonda
soltanto perché non vedi che il tuo passo
distante anni luce dall’orizzonte .
E a me non resta che osservare impotente
il tempo che impiega una fronte
a corrugarsi.

Una vetrina

Ho messo in vetrina
un sorriso che sta fermo e zoppo
sulle sue gambe. L’ho messo in vetrina
nella sua posa migliore, s’intende:
quella dalla quale si vede il mediterraneo. Tutto.
E qualcuno che si fermi e lo guardi, c’è sempre
e mai per acquistarlo – soltanto possederlo
per quel solo unico attimo.
Come è anche solito che qualcuno
non veda che una pozzanghera
di quando piove poco e male – fuliggine e indolenza.
L’ho messo in vetrina perché così
non barcolla più e, piuttosto che
continuamente precipitare nuvole
di incanto, piuttosto, piuttosto muore.
Ma non come qualcosa che dimentico.
Come qualcosa che ho perso.

Roubasienne

Certe madonne hanno il verme in bocca.
Le ho viste sedere a riva, infilzare
l’Amo nella lacrima intelligente,
attendendo
tutti i pesci grossi ad abboccare.

Borotalco

Non resta che la prevenzione:
fugare l’indelebile altro addio
prima che sia tardi.
Prima che sia macchia.
Perché è finito il borotalco
(spallucce).

 

 

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Prisma lirico 7: Sebastiano A. Patanè Ferro – fotografia di Loredana Semantica

28 mercoledì Giu 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro e la fotografia di Loredana Semantica. In calce una breve biografia e/o link degli autori.

IMG_6988 copia2

Il controcanto dei papaveri

non essere riusciti a cambiare il mondo
dovrebbe essere il solo rimpianto di ogni uomo
la stupidità oppone resistenza al flusso
e infine ne gode solo la gendarmeria

c’è un momento che scorre lungo cloache
e sarebbe meglio non impedire al gelo
di trasformarsi in musica non pronunciata
che rimanga vortice nel pensiero rotante
e da lì vada pure a sbattere contro porte chiuse

c’è anche il coraggio dell’assassinio che risolve
e normalmente chi uccide è un balordo
che non conosce il gioco della mente
quando inventa persino i perché giustificando
quella stirpe che è rimasta meno che scimmia

ti hanno sparato, amico mio, si hai un buco
da dove si vedono parole bruciacchiate
anche a Piero spararono per essere gentile
e a vegliarlo sono solamente i papaveri
che ne avrebbero di cose da raccontare

nel loro controcanto

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

fotografia di Loredana Semantica

IMG_6977 copia CHIARA

Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

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Novità attese

25 domenica Giu 2017

Posted by alefanti in SINE LIMINE

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Chi si nascondeva giaceva dormiva
nel letargo del mio inverno mentale
tra le pieghe del mollusco sanguigno?
Nei giorni deputati alla quiete
trovo sentieri inascoltati
dove il canto rivela visioni di altri mondi.

Spalanco la bocca perché entrino i raggi di una lingua adatta.

Le dimensioni dell’onda sono il tesoro.

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Ed ora ammazzateci tutti

23 martedì Mag 2017

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Capaci, 23 maggio 1992

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Ludovica, 10 anni

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Flavio Almerighi intervista Loredana Semantica

12 venerdì Mag 2017

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Su sito Neobar è stata recentemente pubblicata l’intervista senza domande a Loredana Semantica.

L’intervista senza domande è una forma originale di intervista nella quale non sono poste delle domande all’autore,  ma proposti al suo commento versi che Flavio Almerighi seleziona da una pubblicazione dell’autore stesso, tranne l’ultimo verso lasciato alla scelta dell’intervistato.

L’intervista a Loredana Semantica riguarda la raccolta “L’informe Amnionico” (Limina mentis 2015) ed è preceduta dal breve commento critico di Flavio Almerighi che riportiamo di seguito.

L’intero articolo (commento più intervista) potete leggerlo qui.

L’informe amniotico di Loredana Semantica

Ho letto molto volentieri L’informe amniotico di Loredana Semantica (Limina Mentis), senza formalizzarmi su alcunché, come chi guada un fiume senza vederne la sponda opposta, e magari incappando in qualche mulinello.  Questo bel libro, si può sintetizzare in una frase sola: “lo partorì dopo un travaglio di orologi”, senza ombra di dubbio è stato così. Il libro si snoda in un flash back che parte dall’ultimo frammento o appunto numerato, fino ad arrivare al primo, allo zero, ma non è certo detto che la sequenza temporale sia rispettata.  Alcuni di questi, pochi per la verità, sono spezzati in versi, sorta di poesie tradizionali, come più comunemente letto e accettato. Non mi formalizzerei troppo sulla forma comunque. Credo che nemmeno Loredana Semantica, nome di penna dell’autrice, lo abbia pensato e preso in considerazione. Quello che appassiona e che rende “robusto” questo libro, è proprio quello che qualcuno potrebbe additare come il suo punto debole, l’estrema frammentazione. Alcune decine di brandelli di presente, di cosidetti appunti, discontinui, di mille umori e argomenti, tutti pronti a retrocedere verso il più vecchio (non ne sono certo), a un punto tale che ti chiedi chi sia o cosa sia, di chi siano quegli occhi che hanno scritto e soprattutto se siano sempre gli stessi. Ogni appunto celebra al proprio interno il suo numero di matricola (tredici secondi al numero 13, dodici luoghi al 12 e così via, avanti e indietro) sì che il già accaduto, il passato, diventa interscambiabile con tutti i presenti che è stato e con il futuro anteriore. C’è bellezza in questo libro, c’è la luna, c’è l’ansia, la contusione, c’è la sconosciuta che lo ha scritto e ha raccolto tutti i post it e che ha saputo truccare molto bene le carte dello spazio tempo. In fin dei conti se lo spazio è paragonabile a una coperta, se la stessa viene ripiegata i punti rimangono gli stessi, variano le distanze, tempo e spazio si contraggono, e questo a parer mio è saper voler bene al lettore imboccandolo di riconoscibile bellezza. Ed è anche un ottimo inizio per una partita a carte, perché queste sono state rimescolate benissimo, ma senza barare.

 Flavio Almerighi

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Fiori di primavera

17 lunedì Apr 2017

Posted by LiminaMundi in Eventi e segnalazioni, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Il 21 marzo di quest’anno il blog Liminamundi ha compiuto un anno di attività. Per festeggiare, a partire dal 21 marzo scorso e fino a ieri, giorno di Pasqua, abbiamo invitato poeti e non poeti ad inviare una poesia sui temi della rinascita, primavera, risveglio, natura, Pasqua. Una festa di primavera e di poesia.
Hanno partecipato: Liliana Zinetti, Clara Chiariello, Pier Franco Uliana, Silvia Rosa, Marisa Guagliardito, Maria Allo, Federico Preziosi, Leopoldo Attolico, Giovanni Baldaccini, Emma Istrini, Daìta Martinez, Loredana Semantica, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Rita Pacilio, Francesco Palmieri, che ringraziamo di cuore per essere stati con noi con questi fiori di primavera. L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando.

Di regola tutte le poesie sulla primavera vengono automaticamente cestinate. Questo tema ha cessato di esistere in poesia, Nella vita ovviamente continua a esistere. Ma si tratta di due faccende diverse. (Szymborska, Posta letteraria, Scheiwiller 2002)

Chi ha visto primavera? Era la poesia
ancora da scrivere, un suono di nuvole,
il foglio dove il vento
tra soffi di anemoni si sarebbe posato

L’hanno vista, dicono, i bambini
che sono stati bambini nei cortili,
l’hanno vista in tutti gli azzurri
e nei verdi dell’erba cantare.

Ho perso la primavera.
È andata con la luce dei prati
e le corse dei bambini.

Guardavo le case, gli alberi
stretti, in un silenzio di cose
finite molto prima di adesso:

l’acqua senza le ninfee di Monet
i fiori di bosco che il babbo
più non porterà alla mamma.

Mi fermavo davanti al bianco delle betulle
che mangiava la luce
e alla riga scura della pioggia
che fa triste la poesia e i giorni.
E mi pareva un assurdo scherzo la vita,
come chi dice ridendo vado via
e scompare per sempre.

da Nel solo ordine riconosciuto, Gianfranco Fabbri editore

Liliana Zinetti

Cambiare

Il vagito della primavera
ha portato via il mantello del gelo.
Gli animali cambiano
piumaggio,
pelle,
manto.
Gli alberi
colore,
fogliame,
frutti.
E io?
Io posso cambiare
aria alla casa,
coperte al letto,
abbigliamento,
colore e taglio dei capelli
e poi …
Il mondo
si chiude sempre a ombrello.
Il rumore
di ieri è sempre vita di un giorno.
Un giro di anime
segna sempre un vissuto.
Il tempo
nasce età
e muore sempre in eterno.
I ricordi
riposti sempre in stanze chiuse
con muri senza finestre.
I rancori
s’imprigionano in scrigni
in fondo al mare
ma emergono sempre
dal fango melmoso.
Sempre!
Sempre!
Sempre!
Ho capito.
Devo cambiare
sole,
pelle,
viso.
Essere amore.
Un amore
che ti fa odorare
la pelle del tuo uomo.
Il suo profumo di maschio.
Ti togli la maschera.
Ti presenti nuda nell’anima.
Vestita con le tue fragilità.
Un segreto …
Non murarti dentro
con l’ultimo respiro
devi  …  cambiare!

Clara Chiariello

Vèrta in Canséi*

A pas lidier la va la cerva piena
incontra a l’orìvo ndove i saléz
i met i primi but, la bat al trói
de la nef de la vèrta, ognequaltrato
la trà, squasi a assar indrìo la mòrt
che la ghe mòrz le cadìce, al so vèrs
l’é ’n reciamo che ’l sgorla in cao al bosch
al costà dei faghèr, na ora la val
n’altra stajon intiera, na nassesta
che la fà del futur tut al presente,
la se met prèssa, al so òcio l’é ’n mondo
che ’l sogna na ciarèla che la sìe
cesura de erba, co ’n ùltemo sfòrz
la salta ’l fil spinà, vers un tenp novo.

Primavera in Cansiglio

A passo leggero la cerva gravida va / incontro al limitare (del bosco) dove i salici / mettono i primi germogli, batte il sentiero / della neve primaverile, ogni tanto / scalcia, quasi a lasciare indietro la morte / che le morde le caviglie, il suo bramito / è un richiamo che scuote in fondo al bosco / il costato dei faggi, un’ora vale / un’altra stagione intera, una nascita / che fa del futuro tutto il presente, / si mette fretta, il suo occhio è un mondo / che sogna una radura che sia / recinto d’erba, con un ultimo sforzo / salta il filo spinato, verso un tempo nuovo.

* Dialetto veneto della Foresta del Cansiglio

Pier Franco Uliana 

Primavera altra

Il giovane corpo d’albero robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro a un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove,
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

Silvia Rosa

maiuscole di vita

dove sporgono le rapide del sogno
come visioni su rasoi di luce
dove guardano i bambini che scoprono
in un gambo di prato
maiuscole di vita
nel piccolo largo delle loro mani

in fondo al bianco delle scale sole
le voci
i bambini che pedalano l’aria
e il pasto del cielo che vola
è musica il suono di piccole mani
il giallo a stento delle loro ali
è un passo largo tra gli spigoli delle ombre
l’odore è buono
una stanza di pane e di domenica
l’azzurro del bucato

Marisa Guagliardito 

Stamane, all’improvviso …

C’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli nei limoneti
in fondo alle valli intrecciate di ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche finocchi selvatici
menta e rucola.
C’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre,  sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso…
Tendo l’orecchio a inseguire voci
che invadono segni  consonanze
di parole lievi librate nelle crepe
dei muri sconnessi tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe.
C’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo della vecchia casa
nella speranza che tende la mano.
Inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
E c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi come le mie ciglia,
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti.
Ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è  silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia arde seguendo tracce
di odori suoni e colori…
Ma non ti ho detto che  la pietà
ha grosse ali di viva carne e linfa nuova
a foglia di mandorlo
come segreto albero radicato nell’aria
impastato di lava e  comprensione  radiosa
nelle braccia gigantesche di perdono.
Cresce stamane all’improvviso  l’universo
tra solchi e semi come ininterrotti fiori
nel vorticare di memorie salde a questa terra.
Lentamente  torna  più calda
la fragranza  di essenze mutevoli
ma immortali lungo questo fiume.
Persefone s’imperla come il suono
di ogni voce in un ciliegio.

Maria Allo

Prima Vera

La bella stagione zufola Zefiro
pollini ed erba, tutto sospeso
lo scoppio del canto
la coltre del chiaro discanto
dischiuso il sereno passeggia
con la pace benigna
in un ciondolo al seno
falene di notti ancora insonni
affanno di brame contuse
al cuscino d’incudine e cotone sogno
e rapace possesso
notturno cinereo infetto
domani il sole nuovo
scaccerà altre nubi
evaporando inutili scuse
sul prato in cui rinasco
ingoiando foglie secche
per poi ritornare verde

Federico Preziosi

 

 Primavera a Piazza di Spagna

Passioncella canuta, mio fiore nero (ti sei tinta?)
chi (cosa) ti alimenta
ti accudisce e ti accredita
oltre la circostanza di un sorriso?

Maggio è tornato.
Alla mattina dipinta dai suoi colori forti
sottentra una controra di smog che non lo onora…

Tu rovesci in questo cielo
la tua vecchia cartolina in bianco e nero
e dribblando il nepente del benzene
mi fai subito planare
in un terso mattinale annicinquanta.

Da “Siamo alle solite”, Fermenti Editrice, 2001

Leopoldo Attolico

 

  

I giorni dell’acqua e delle rose

I giorni dell’acqua e delle rose
quando la prima pioggia sa di vino
e il tuo stelo è un istante
se ti amo.

 Giovanni Baldaccini

 

  

(Primavera)

fa carezza, dove Amore ha scordato la viola nei silenzi
le nascono fiori fragranze distribuite ai vari sensi
quando la Vita sospende nei fuori corso
c’era una volta e c’è
la scultrice del sogno che non perde la musa
di bellezza senza dannazione
nell’anima in lirica..
non osa morire, non osa il dolore
non ama dice…
e s’ inganna nel continuo

©Emmaistrini

l’attesa leggera  il tonfo
dondolìo  d’un immenso
istante dal vento scende

sai d’acqua a maggio  le
ciglia  di bianco silenzio
la mano quasi un odore

il girotondo accucciato i
tuoi gesti  nel soave dire
fammi di niente  domani

la casa  la margherita di
un bambino e il sole giù
dal tetto al mio petto un

saremo nudità anteriore
andando e stando inizio
nel cavo come arreso di

una mora addormentata
e d’innocenza accesa la
vertigine così all’infinito

s’è fiorita al nido la ferita
dall’alba bagna doralisa                                                                            

( daìta martinez, 2017 )

Non si pente l’incedere
di sempre si ripete
uguale nei secoli
mantiene la promessa
atavica alla vita
tornerò nella cadenza della terra
tornerò eterna nel tempo
più d’ogni virgulto
d’ogni vagito avrò le vene
mosse dall’impulso
che segue il germoglio
il piacere del gemizio
che spreme linfa agli atomi
alle cellule ai versi di tutti
gli animali allo sbocciare
d’inni e magnificat
al vortice di pollini
di odori a tutta questa
grazia pompata nei polmoni
d’api di chimica d’ormoni
s’inchina implacabile e commossa
alla bellezza indicibile dei fiori.

Loredana Semantica

E’ un canto senza voce
un grido represso inespresso
il turbinio di emozioni
vigili ma contenute
fili di seta che si aggrovigliano
annodati ma vitali
vibrazioni gravi che si fanno strada
in questa primavera
un’altra delle tante
ma non trovano il varco
il passaggio naturale ed obbligato
la soluzione che dal corpo cassarmonica
risuoni e si innalzi
libera.

Deborah Mega

 

Se ci pensi potrebbe anche essere primavera
ma le cose sembra siano andate tutte storte.
Potrebbe per esempio, esser fiorito aprile
col caldo e sudati, staremmo a fare le salite
dei sentieri che conoscevamo da ragazzi
oppure ad ascoltare le rane nelle pozze
gracidare, e noi imitarle e tirar sassi.
Suonare tutti i campanelli dei palazzi
fare le squadre con nessuno in porta
e le ragazze tiferebbero per noi
e proprio a quello timido che segna
andrebbe forse un bacio o un cenno d’occhi.
Se ci pensi si sta qui a sperar di maggio
e per molti versi credimi, inutilmente.
E il tepore che ora proviene dal riverbero
d’asfalto, oppure dagli schermi azzurri
delle case tutte divise dal tessuto connettivo
che ci rende eremiti societari, non ci scalda
e non ci asciuga. Come la mano delle mamme
quando tornavamo dentro tutti sporchi
a prendere la dose santa degli schiaffi.

Francesco Tontoli

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

Rita Pacilio

Dis/lirica

il pesco era rosa
nella stagione dell’amore,
poi venne il vento
di rasoi e lame
(ma chi l’aveva chiamato?
da dov’era venuto?)

freddo era il fiato
sulle corolle aperte
(oh fiori innocenti
oh petali ardenti)

e si vive l’aprile
come il mese più vile.

Francesco Palmieri 

 

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Anniversario del blog: Primavera senza limiti

21 martedì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie, Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

≈ 2 commenti

Un anno fa abbiamo inaugurato il blog Limina Mundi. Al momento del varo non abbiamo scelto un giorno a caso, ma volutamente abbiamo deciso che l’avvio avvenisse il 21 marzo. Questo perché il 21 marzo:

  • è l’equinozio di primavera,
  • in primavera si festeggia la Pasqua
  • è risveglio della natura
  • si festeggia la giornata mondiale della poesia e, per finire,
  • è il giorno in cui è nata Alda Merini.

Per celebrare degnamente un anno di attività di questo blog abbiamo pensato ad un’iniziativa che coinvolgesse anche i lettori. Una specie di festa di primavera. Le abbiamo dato il nome di “Primavera senza limiti”, e consiste in un invito rivolto a poeti (e non) a proporre una poesia su uno di questi temi: Rinascita, Risveglio, Natura, Primavera, Pasqua.

La poesia dovrà essere inviata all’indirizzo mail del blog liminamundi@gmail.com

L’iniziativa si avvia oggi 21 marzo 2017 e si concluderà il giorno di Pasqua: 16 aprile 2017.

Tutte le poesie pervenute saranno pubblicate in questo stesso post, di seguito a questo annuncio.

Buona poesia a tutti e buona festa di primavera.

 ***
Cominciamo ad inserire i testi inviatici in ordine di arrivo. Saranno pubblicati in gruppi di cinque poesie per volta. Continuate ad inviare i vostri testi sulla Primavera.Grazie. 

Il logo della rosa che separa i testi è stato disegnato da Maria Rita Orlando.

 

Di regola tutte le poesie sulla primavera vengono automaticamente cestinate. Questo tema ha cessato di esistere in poesia, Nella vita ovviamente continua a esistere. Ma si tratta di due faccende diverse. (Szymborska, Posta letteraria, Scheiwiller 2002)

Chi ha visto primavera? Era la poesia
ancora da scrivere, un suono di nuvole,
il foglio dove il vento
tra soffi di anemoni si sarebbe posato

L’hanno vista, dicono, i bambini
che sono stati bambini nei cortili,
l’hanno vista in tutti gli azzurri
e nei verdi dell’erba cantare.

Ho perso la primavera.
È andata con la luce dei prati
e le corse dei bambini.

Guardavo le case, gli alberi
stretti, in un silenzio di cose
finite molto prima di adesso:

l’acqua senza le ninfee di Monet
i fiori di bosco che il babbo
più non porterà alla mamma.

Mi fermavo davanti al bianco delle betulle
che mangiava la luce
e alla riga scura della pioggia
che fa triste la poesia e i giorni.
E mi pareva un assurdo scherzo la vita,
come chi dice ridendo vado via
e scompare per sempre.

da Nel solo ordine riconosciuto, Gianfranco Fabbri editore

Liliana Zinetti

Cambiare

Il vagito della primavera
ha portato via il mantello del gelo.
Gli animali cambiano
piumaggio,
pelle,
manto.
Gli alberi
colore,
fogliame,
frutti.
E io?
Io posso cambiare
aria alla casa,
coperte al letto,
abbigliamento,
colore e taglio dei capelli
e poi …
Il mondo
si chiude sempre a ombrello.
Il rumore
di ieri è sempre vita di un giorno.
Un giro di anime
segna sempre un vissuto.
Il tempo
nasce età
e muore sempre in eterno.
I ricordi
riposti sempre in stanze chiuse
con muri senza finestre.
I rancori
s’imprigionano in scrigni
in fondo al mare
ma emergono sempre
dal fango melmoso.
Sempre!
Sempre!
Sempre!
Ho capito.
Devo cambiare
sole,
pelle,
viso.
Essere amore.
Un amore
che ti fa odorare
la pelle del tuo uomo.
Il suo profumo di maschio.
Ti togli la maschera.
Ti presenti nuda nell’anima.
Vestita con le tue fragilità.
Un segreto …
Non murarti dentro
con l’ultimo respiro
devi  …  cambiare!

Clara Chiariello

Vèrta in Canséi*

A pas lidier la va la cerva piena
incontra a l’orìvo ndove i saléz
i met i primi but, la bat al trói
de la nef de la vèrta, ognequaltrato
la trà, squasi a assar indrìo la mòrt
che la ghe mòrz le cadìce, al so vèrs
l’é ’n reciamo che ’l sgorla in cao al bosch
al costà dei faghèr, na ora la val
n’altra stajon intiera, na nassesta
che la fà del futur tut al presente,
la se met prèssa, al so òcio l’é ’n mondo
che ’l sogna na ciarèla che la sìe
cesura de erba, co ’n ùltemo sfòrz
la salta ’l fil spinà, vers un tenp novo.

Primavera in Cansiglio

A passo leggero la cerva gravida va / incontro al limitare (del bosco) dove i salici / mettono i primi germogli, batte il sentiero / della neve primaverile, ogni tanto / scalcia, quasi a lasciare indietro la morte / che le morde le caviglie, il suo bramito / è un richiamo che scuote in fondo al bosco / il costato dei faggi, un’ora vale / un’altra stagione intera, una nascita / che fa del futuro tutto il presente, / si mette fretta, il suo occhio è un mondo / che sogna una radura che sia / recinto d’erba, con un ultimo sforzo / salta il filo spinato, verso un tempo nuovo.

* Dialetto veneto della Foresta del Cansiglio

Pier Franco Uliana 

Primavera altra

Il giovane corpo d’albero robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro a un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove,
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

Silvia Rosa

maiuscole di vita

dove sporgono le rapide del sogno
come visioni su rasoi di luce
dove guardano i bambini che scoprono
in un gambo di prato
maiuscole di vita
nel piccolo largo delle loro mani

in fondo al bianco delle scale sole
le voci
i bambini che pedalano l’aria
e il pasto del cielo che vola
è musica il suono di piccole mani
il giallo a stento delle loro ali
è un passo largo tra gli spigoli delle ombre
l’odore è buono
una stanza di pane e di domenica
l’azzurro del bucato

Marisa Guagliardito 

Stamane , all’improvviso …

C’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli nei limoneti
in fondo alle valli intrecciate di ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche finocchi selvatici
menta e rucola.
C’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre,  sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso…
Tendo l’orecchio a inseguire voci
che invadono segni  consonanze
di parole lievi librate nelle crepe
dei muri sconnessi tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe.
C’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo della vecchia casa
nella speranza che tende la mano.
Inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
E c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi come le mie ciglia,
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti.
Ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è  silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia arde seguendo tracce
di odori suoni e colori…
Ma non ti ho detto che  la pietà
ha grosse ali di viva carne e linfa nuova
a foglia di mandorlo
come segreto albero radicato nell’aria
impastato di lava e  comprensione  radiosa
nelle braccia gigantesche di perdono.
Cresce stamane all’improvviso  l’universo
tra solchi e semi come ininterrotti fiori
nel vorticare di memorie salde a questa terra.
Lentamente  torna  più calda
la fragranza  di essenze mutevoli
ma immortali lungo questo fiume.
Persefone s’imperla come il suono
di ogni voce in un ciliegio.

Maria Allo

Prima Vera

La bella stagione zufola Zefiro
pollini ed erba, tutto sospeso
lo scoppio del canto
la coltre del chiaro discanto
dischiuso il sereno passeggia
con la pace benigna
in un ciondolo al seno
falene di notti ancora insonni
affanno di brame contuse
al cuscino d’incudine e cotone sogno
e rapace possesso
notturno cinereo infetto
domani il sole nuovo
scaccerà altre nubi
evaporando inutili scuse
sul prato in cui rinasco
ingoiando foglie secche
per poi ritornare verde

Federico Preziosi

 

 Primavera a Piazza di Spagna

Passioncella canuta, mio fiore nero (ti sei tinta?)
chi (cosa) ti alimenta
ti accudisce e ti accredita
oltre la circostanza di un sorriso?

Maggio è tornato.
Alla mattina dipinta dai suoi colori forti
sottentra una controra di smog che non lo onora…

Tu rovesci in questo cielo
la tua vecchia cartolina in bianco e nero
e dribblando il nepente del benzene
mi fai subito planare
in un terso mattinale annicinquanta.

Da “Siamo alle solite”, Fermenti Editrice, 2001

 Leopoldo Attolico

 

  

I giorni dell’acqua e delle rose

I giorni dell’acqua e delle rose
quando la prima pioggia sa di vino
e il tuo stelo è un istante
se ti amo.

 Giovanni Baldaccini

 

  

(Primavera)

fa carezza, dove Amore ha scordato la viola nei silenzi
le nascono fiori fragranze distribuite ai vari sensi
quando la Vita sospende nei fuori corso
c’era una volta e c’è
la scultrice del sogno che non perde la musa
di bellezza senza dannazione
nell’anima in lirica..
non osa morire, non osa il dolore
non ama dice…
e s’ inganna nel continuo

©Emmaistrini

l’attesa leggera  il tonfo
dondolìo  d’un immenso
istante dal vento scende

sai d’acqua a maggio  le
ciglia  di bianco silenzio
la mano quasi un odore

il girotondo accucciato i
tuoi gesti  nel soave dire
fammi di niente  domani

la casa  la margherita di
un bambino e il sole giù
dal tetto al mio petto un

saremo nudità anteriore
andando e stando inizio
nel cavo come arreso di

una mora addormentata
e d’innocenza accesa la
vertigine così all’infinito

s’è fiorita al nido la ferita
dall’alba bagna doralisa                                                                            

( daìta martinez, 2017 )

Non si pente l’incedere
di sempre si ripete
uguale nei secoli
mantiene la promessa
atavica alla vita
tornerò nella cadenza della terra
tornerò eterna nel tempo
più d’ogni virgulto
d’ogni vagito avrò le vene
mosse dall’impulso
che segue il germoglio
il piacere del gemizio
che spreme linfa agli atomi
alle cellule ai versi di tutti
gli animali allo sbocciare
d’inni e magnificat
al vortice di pollini
di odori a tutta questa
grazia pompata nei polmoni
d’api di chimica d’ormoni
s’inchina implacabile e commossa
alla bellezza indicibile dei fiori.

Loredana Semantica

 E’ un canto senza voce
un grido represso inespresso
il turbinio di emozioni
vigili ma contenute
fili di seta che si aggrovigliano
annodati ma vitali
vibrazioni gravi che si fanno strada
in questa primavera
un’altra delle tante
ma non trovano il varco
il passaggio naturale ed obbligato
la soluzione che dal corpo cassarmonica
risuoni e si innalzi
libera.

Deborah Mega

 

Se ci pensi potrebbe anche essere primavera
ma le cose sembra siano andate tutte storte.
Potrebbe per esempio, esser fiorito aprile
col caldo e sudati, staremmo a fare le salite
dei sentieri che conoscevamo da ragazzi
oppure ad ascoltare le rane nelle pozze
gracidare, e noi imitarle e tirar sassi.
Suonare tutti i campanelli dei palazzi
fare le squadre con nessuno in porta
e le ragazze tiferebbero per noi
e proprio a quello timido che segna
andrebbe forse un bacio o un cenno d’occhi.
Se ci pensi si sta qui a sperar di maggio
e per molti versi credimi, inutilmente.
E il tepore che ora proviene dal riverbero
d’asfalto, oppure dagli schermi azzurri
delle case tutte divise dal tessuto connettivo
che ci rende eremiti societari, non ci scalda
e non ci asciuga. Come la mano delle mamme
quando tornavamo dentro tutti sporchi
a prendere la dose santa degli schiaffi.

Francesco Tontoli

 

In fondo l’aveva sempre saputo
che sarebbe accaduto il cambio
anatomico del saluto a mascelle
tese per evitare l’affanno dell’addio
durato quattro anni e mezzo
la ripetizione sovrabbondante
della chiusura. In fondo già
conosceva la sbattuta del portone
le parole che sarebbero tornate
quel tono negativo di cui preoccuparsi.
Vecchia storia suggerita dalla forza
gravitazionale nell’aria immobile
in cui tutto il mondo va alla deriva.

Rita Pacilio

Dis/lirica

il pesco era rosa
nella stagione dell’amore,
poi venne il vento
di rasoi e lame
(ma chi l’aveva chiamato?
da dov’era venuto?)

freddo era il fiato
sulle corolle aperte
(oh fiori innocenti
oh petali ardenti)

e si vive l’aprile
come il mese più vile.

Francesco Palmieri 

 

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