“Piedi grossi” di Luisa Mattia

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Il racconto è tratto da Racconti d’estate, una raccolta di dieci racconti d’amore e d’amicizia attraverso la descrizione di periodi significativi del Novecento, dai primi anni del secolo fino alla caduta delle Torri Gemelle. I protagonisti sono adolescenti che vivono la realtà del loro tempo. Unico filo conduttore: l’estate, che diventa il pretesto per parlare di sentimenti e di modi di manifestarli, che nel corso del tempo sono cambiati nella forma, ma hanno mantenuto la connotazione di scoperta di sé. L’autrice racconta dieci vacanze secondo una successione di periodi estivi che hanno preceduto o seguito momenti significativi del Novecento.

*

 

2001-Stoccolma, Svezia

Ingrid ha i piedi grossi e me ne sono accorta da un bel pezzo. É una cosa che non posso fare a meno di guardare, quando entra in piscina per gli allenamenti. Indossa il costume colorato con le paillettes, i capelli sono raccolti in uno chignon, le spalle sono dritte, le gambe in linea perfetta con le ginocchia, ma i piedi… quelli sono proprio fuori misura.

“Avessi io solamente quel difetto!” mi ha detto Kristina, una mia compagna di nuoto sincronizzato.

È stata l’unica volta che ho parlato dei piedi di Ingrid con qualcuno. Poi non l’ho fatto più perché tutti l’adorano e questa cosa non la sopporto. Vorrei essere come lei? No. Vorrei che mi adorassero come succede a lei? Sì. Siamo nella stessa squadra di nuoto sincronizzato da un bel pezzo e, col passare del tempo, siamo migliorate e adesso siamo parecchio brave nelle gare di gruppo. Nel sincronizzato singolo me la cavo bene, ma Ingrid è più brava di me. Cosi sembrano pensare le giurie. Poco tempo fa si è piazzata al primo posto nei Campionati regionali e io solo quarta.

“Meglio una medaglia di legno che niente” ha commentato mio padre. “La prossima volta ti piazzerai meglio. Allenati di più. Prendi esempio da Ingrid.”

Anche mio padre adora Ingrid, è evidente. Io la detesto e vorrei che sparisse dalla mia vita, dalla mia piscina, dalle mie gare. Invece resta. E vince. Vince su tutta la linea. Infatti, si è presa anche Sven.

Sven abita a due passi da casa mia e ci conosciamo da molto tempo. Io non l’ho mai preso in considerazione quando eravamo piccoli ma, adesso che stiamo per finire la scuola dell’obbligo e siamo cresciuti, lo guardo con altri occhi. Lui guarda Ingrid e lo trovo intollerabile. Quando finisce gli allenamenti, con la scusa di aspettarmi per tornare a casa insieme, si mette a sedere sulle gradinate e dice di voler seguire i nostri esercizi, ma in realtà guarda solo lei. Lo so perché ogni volta che riemergo dall’acqua, punto lo sguardo su di lui e vedo che non mi tiene proprio in considerazione. Detesto anche lui, da un po’. E avrei voglia di chiedergli che cos’ha di speciale Ingrid, ma tanto so bene che se ne uscirebbe con quelle frasette smozzicate che usa lui quando è in imbarazzo, magari balbetterebbe e cambierebbe discorso. Ieri ho provato il costume da gara nuovo. Mi sono messa davanti allo specchio e non mi sono piaciuta. Il costume non ha colpa perché è bellissimo, con i colori dell’arcobaleno, un velo che lo tiene aderente alle spalle e le paillettes che brillano. Sono io che proprio non vado bene perché mi sono vista le gambe e le ho trovate corte e tozze. Ho guardato le spalle e sono parecchio graciline. Il collo… è corto. Avevo i capelli sciolti e, siccome sono lunghi, mi facevano il collo ancora più corto. Mia madre è intervenuta e me li ha raccolti in uno chignon, ma io ho continuato a vedermi per quello che ero: una ragazzina senza niente di bello. A parte i piedi. Perché quelli li ho perfetti e in una <<gara di piedi» surclasserei Ingrid senza problemi. Mi sono tolta il costume e l’ho messo nella borsa, insieme ai sandali e all’accappatoio. Sven mi aspettava, per andare insieme in piscina. Quando ho aperto la porta, me lo sono ritrovata davanti che mi sorrideva e gli ho detto: «Che c’è da ridere?» e lui ha abbassato la testa e non abbiamo scambiato una sola parola fino alla piscina, dove ci siamo separati. Credo che abbia mormorato il suo solito «a più tardi», ma io non gli ho risposto perché alla sola idea di indossare il costume nuovo davanti alle altre mi sentivo male per la vergogna. Sono tutte più belle di me. Sono tutte più brave di me. Ingrid più di tutte. Nello spogliatoio eravamo eccitate perché è giorno di prova di ammissione, cioè facciamo gli esercizi di squadra e di singolo e il coach decide chi gareggerà e chi no. Io sono sempre in bilico tra l’ammissione e l’esclusione. Oggi non andrà bene, me lo sento. Ingrid è concentratissima come sempre, più di sempre. Difatti, non dice una parola e fa stretching in disparte, gli occhi persi a guardare lo specchio d’acqua della piscina, oltre la vetrata. Lei è fatta così: pensa solo agli esercizi e non si lascia distrarre da niente e da nessuno. Quando il coach ci chiama, lo raggiungiamo. Ingrid arriva per ultima e si tuffa dopo tutte noi. È il suo modo di farsi notare, penso. Lei evita di confondersi con noi, penso. L’esercizio a squadra è andato come doveva andare. Cioè bene, con qualche incertezza.

“Si risolveranno” ha detto il coach fiducioso, e ha ragione.

Gareggiare in gruppo rende tutte noi più capaci di concentrazione, più determinate. Nell’esercizio a squadre, io dimentico i miei difetti e mi focalizzo su quello che devo fare e riesco bene, così tanto che mi dimentico perfino di Ingrid. Solo che poi ci sono anche gli esercizi singoli. Il programma che mi ha dato il coach è difficile.

“È segno che ti ritiene in grado di riuscire al meglio” ha commentato mio padre.

Forse ha ragione e io mi sono impegnata moltissimo, ma il fatto che il coach abbia dato lo stesso livello di difficoltà anche al programma per Ingrid mi fa disperare, perché penso che sia un modo per favorirla. Perfino il coach l’adora e con questa serie di esercizi in acqua è sicuro che avrò incertezze e non sarò perfetta come lei. E siccome andrà come prevedo, sarà Ingrid a gareggiare per il nostro club. Sarà lei a indossare il costume arcobaleno con le paillettes e l’applaudiranno tutti, anche Sven. Sono scesa in acqua con questa convinzione e molta rabbia. Ho fatto la mia prova, secondo il programma previsto dal coach. Tutte le ragazze mi guardavano. Ho sentito gli occhi di Ingrid su di me per tutto il tempo e quando sono risalita dalla scaletta me la sono ritrovata davanti, pronta a tuffarsi. Io ho abbassato la testa e mi sono avvolta nell’accappatoio. Lei è scesa in acqua. Il coach non mi ha detto niente. La musica della prova di Ingrid è partita, mentre Sven si sedeva sulle gradinate in tempo per vederla danzare in acqua. Che tempismo! Mi è venuto da piangere e sono corsa nello spogliatoio. Sotto la doccia ho pianto e non so spiegare per che cosa. Per Sven? Per il mio collo corto? Per le mie gambe tozze? Per Ingrid? Il tempo di chiedermelo non ce l’ho avuto, perché tutte le ragazze sono piombate nello spogliatoio gridando ma, lì per lì, ho capito solo «New York». Ce la sogniamo da tempo la Grande Mela per poterci andare a disputare qualche gara, fare un tour negli Stati Uniti se diventiamo brave a fare un bello spettacolo di sport, però le facce erano tristi e qualcuna piangeva. In un attimo, come erano entrate sono uscite, indossando gli accappatoi. Ingrid gocciolava ancora, per il fatto che doveva essere uscita di corsa dalla piscina. lo le ho seguite e ci siamo ritrovate ad accalcarci davanti alla TV che sta nel gabbiotto del custode. Si vedevano le Torri Gemelle di New York bruciare. Ingrid era accanto a me, la faccia pallidissima e mi sono accorta che tremava, ma forse era per il fatto che era ancora bagnata.

“È la guerra?” ha chiesto Kristina.

“Spero di no” ha mormorato il coach.

“E’ un macello” ha commentato il custode.

Sven, che era li, muto come noi, a guardare le immagini della CNN, si è avvicinato e si è messo tra me e Ingrid. Più vicino a Ingrid che a me. Ho pensato che lo stava facendo per poter consolare Ingrid che tremava davvero come una foglia. Poi, Sven mi ha parlato.

“Hai paura?” mi ha detto sottovoce. “Ci sono io” ha aggiunto, mi si è avvicinato e mi ha stretto la mano. Ed è stato in quel momento che ho cominciato a tremare. Le emozioni si mescolavano: avevo paura per quello che vedevo in TV e che mi sembrava così irreale. E provavo una gioia incontenibile perché Sven mi teneva la mano ed era così reale! Il coach ci ha mandate a casa subito. Però, prima ci ha detto che la prova singola l’avrebbe fatta Ingrid. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire il mio nome? Sì. Mi è dispiaciuto che non abbia detto: «La prova singola la farai tu, Wilma»? No.

Improvvisamente, non me ne importava più niente della gara, della prova, dei premi. Niente.

“Wilma…” ha detto Sven, chiamandomi sottovoce.

E m’è sembrato che fosse la prima volta che lo sentivo dire il mio nome, perché me lo ha detto tendendomi la mano e facendomi un cenno lieve con la testa. Chiamava me, proprio me e mi è nato dentro un sentimento nuovo, come se cominciasse a esistere una Wilma che prima di quel momento non c’era. Mi sono venute delle lacrime di allegria, ma non ho pianto. Ho sussurrato un «sì» e sono uscita dalla piscina con Sven. Sulla via del ritorno, io e Sven abbiamo parlato delle Torri, di New York, della paura e delle gare. E di Ingrid.

“È bella Ingrid” ha detto Sven e ho sentito lo stomaco che si annodava per la gelosia.

“È bravissima” ha aggiunto e ho sentito che il nodo di gelosia si stringeva di più e mi mancava il fiato per parlare.

Ho ritirato la mia mano dalla sua e, per un po’, abbiamo camminato vicini, in silenzio. Sentivo il rumore dei nostri passi e il respiro leggero di Sven che, mentre ci avvicinavamo a casa, mi ha preso di nuovo la mano e io istintivamente gliel’ho stretta, attirandolo verso di me. Lui ha fatto una risatina, prima di dire: «Però… io penso che Ingrid…».

Però… che cosa stava per dire? Mi sentivo gelare.

“Però… ha i piedi grossi” ha concluso, ridacchiando.

“Lo amo” ho pensato abbracciandolo. Prima o poi, glielo dirò.

 

Luisa Mattia, da Racconti d’estate, Lapis, 2020

Poesia sabbatica: -150- e -140-

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-150-

 

certo, non è più maglio il pensiero di te,

il chiodo all’improvviso che trapassa da testa a cuore,

 

certo, viene anche l’oblio quando riesco a non pensarti

e il respiro è ritmo regolare e non più affanno

 

ma ancora a volte tremo al terremoto quando la scossa viene

e rade al suolo muraglie e torri, pilastri e ferro,

 

ed io lo so, lo vedo bene cos’è il presente,

io lo so che sotto il crollo io sto vivendo ucciso.

 

 ***

-140-

 

sì, finisce anche l’amore

 

come finisce il giorno

come l’estate smette

con gli ombrelloni chiusi

e le nuvole sul mare

 

come finisce il sonno

che stavi facendo un sogno

ed era un’altra vita

e quella era sì la vita

 

sì, finisce anche l’amore

come sta finendo adesso

che stai andando via

che sto andando via

 

e il cielo ci piove addosso

la lingua non ha parole

e noi non sappiamo più

se stiamo andando a vivere

o se così è il morire.

 

 

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta “Solo parole d’amore” in corso di revisione per eventuale ristampa)

Venerdì dispari

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Pellicole francesi

Son tornato e so che mi aspettavi
ti eri arresa all’attesa e mi dormivi
tutta presa dentro un sogno di divi
che si lasciano e si prendono, e film
dove si morsicano labbra e lenzuola.
Fuori pioveva che dio la mandava
pioggia fatta apposta e vento in quota
con varianti di pellicole francesi.
E tornando sono stato sorpreso
io stesso non ero lo stesso di ieri
e tu stessa attrice fatale.
In fin dei conti i telefoni bianchi
sono messaggeria d’altri tempi.
E nel sogno aspettavi che dicessi
quella cosa che al risveglio si scorda
e che di giorno ci si sforza di dire.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 48: Angelo Maria Ripellino, Loredana Semantica

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ph. Loredana Semantica

Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi con Loredana Semantica

Questo oleandro già pronto a sfiorire mi svela
che il mondo si sbriciola a guardarlo troppo.
Meglio ignorare l’indifferente natura, la gelida,
che puntarvi addosso lo sguardo come il malocchio.
Ogni cosa è imbrattata di ciglia di estranei,
e le nostre pupille curiose ne affrettano
la muffa, lo sfarinìo di farfalla, il dissesto,
il mesto giallore da Presto Giovanni
insomma l’ingresso nel Buio Pesto.
Lo sguardo denuda lo sfarzo mendace del creato,
straccia gli involucri bagattellieri, e l’immagine
non resiste alla nostra inquisizione oculare,
ma il giuoco è reciproco, tu pure sei fragile
e polvere, se ti osserva un oleandro.

ph. Loredana Semantica

Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Sinfonietta”, 1972

fotografia di Loredana Semantica

ph. Loredana Semantica

Annalisa Gozzo Aligò “Girotondo dei pianeti”. Intervista di Patrizia Destro

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Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono cresciuta in una famiglia dove i libri erano considerati preziosi e divertenti. Nei libri mi sono sempre “persa” e forse per questa ragione ho sempre letto e scritto con molto piacere. È un modello comunicativo che ho sempre amato, forse perché mi dava visibilità senza essere pressante.
La scoperta della mia vena poetica è arrivata più tardi, a vent’anni circa, dopo un corso di arte-terapia. È stata una sorpresa: non mi ero mai soffermata su questa mia capacità, abbastanza naturale, di “mettere insieme rime”. Infatti l’utilizzo della poesia all’inizio era al servizio del mio lavoro di educatrice per comunicare con bimbi e genitori i contenuti di un progetto, o al limite un modo per creare messaggi d’auguri ad amici e parenti. Mi sembrava un mezzo più immediato ed emotivo con cui far arrivare il mio pensiero rispetto alla prosa.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzata maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono cresciuta a “pane e Rodari”, l’ho sempre amato per la semplicità e ironia che lo contraddistingue e la leggerezza con cui va a fondo di tematiche importanti in modo accessibile a tutti.
Poi è arrivato Italo Calvino, con i suoi racconti in bilico tra il reale, l’onirico e il filosofico, Asimov con le sue trasposizioni sociali, storiche e metaforiche fantascientifiche e non ultimo Munari, con la sua pedagogia puero-centrica che non poteva che essere piena d’arte (d’altronde lui era un’artista). È stato il primo a capire che l’adulto deve solo portare il bambino a fare esperienze, a ricercare e a dare allo stesso il gusto della scoperta, facendolo riflettere sulle scoperte fatte, meglio se in gruppo. Idea che io appoggio in pieno e che ho cercato di immettere nell’opera attraverso echi di quanto i bimbi mi hanno regalato negli anni… frasi, episodi.
Nella mia parte più “impulsiva” è Ungaretti che mi parla: amo la sua capacità di far “esplodere nella testa” il messaggio con una sola breve frase evocante un’immagine. Trovo le sue poesie fotografie d’impatto, quasi da giornalismo d’assalto tanto colpiscono in pancia con la loro vividità.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura, per come la intendo ora, è nata recentemente e dopo un momento traumatico che mi ha costretto a casa. Infatti ho rischiato la vita a causa di una trombosi cerebellare.
Improvvisamente, durante la convalescenza, i pensieri poetici arrivavano fulminei a dover descrivere gli eventi e gli stati d’animo che più mi colpivano.Anche la richiesta di Mòrin (mia maestra di canto) di scrivere dei testi per sue canzoni è stata esaudita con poesie molto introspettive e legate al momento che stavo vivendo. I temi erano: meditazione e rifugio nel sogno” (per “Sogni Bianchi”) e “ripresa e resilienza” (per “Risvegli”).Forse per questo motivo prevale ciò che mi “rimbalza dentro”, gli eventi sono filtrati dal mio sentire. I luoghi della poetica sono “del ricordo”, spazi emotivi soprattutto di quando ero bambina, o “non luoghi” ma angoli universali che contengono valori comuni e storie condivise (soprattutto nelle poesie “Prigione velata” e “Io sorgo ancora”. I percorsi del quotidiano sono, quasi sempre e purtroppo, strade che mi portano da un luogo all’altro, spesso di corsa.

Ci parli della tua pubblicazione?

“Girotondo dei pianeti” è una poesia illustrata. Pur portando nozioni scientifiche corrette (a parte Plutone che per questioni affettive mi sono rifiutata di declassare), è un pretesto per evidenziare emozioni e comportamenti comuni a tutti noi; del resto i nomi degli astri rimandano a tipologie archetipiche e miti ben precisi. Sempre per Plutone ho fatto un’eccezione non richiamandolo, per motivi di gestione psicologica, al re dell’Ade: mi era molto più utile usare un richiamo all’emotività del bambino, alla sua richiesta di attenzione e al suo sentirsi piccolo rispetto ad un gruppo.
Ero consapevole inoltre che il toccare le “corde emotive” del bambino avrebbe creato un’impronta dove le informazioni sui pianeti si sarebbero fermate nella memoria.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ciò che può essere ritenuto bello e che porta una persona ad uscire da sé, dal quotidiano, che la fa riflettere su ciò che è, che la porta ad un’identificazione con personaggi e a crearle domande e curiosità è sempre utile.
Soprattutto se si tratta di bambini ciò che li possa far uscire da pacchetti standardizzati che tentano di farli diventare piccoli, tristi, adulti consumatori non è utile, è necessario.
L’educazione al bello, alla poesia in materiale tangibile può farli sognare senza farli “divagare”.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La narrazione è nata dalla richiesta di una filastrocca che aiutasse i bambini a memorizzare le caratteristiche degli elementi del nostro sistema solare. Ma i nomi dei pianeti, le loro caratteristiche per composizione e posizione fanno nascere suggestioni molto ricche.
Così mi sono ritrovata a dovermi documentare e più correggevo e “limavo” l’opera, più mi rendevo conto che stava nascendo una “personificazione” degli astri molto riconoscibile negli aspetti comuni a tutti noi; a posteriori questo era prevedibile dato l’aspetto archetipico insito in ogni nome scelto per i corpi celesti, ma è una consapevolezza a cui sono arrivata dopo. Questo aspetto è stato molto utile per entrare in contatto con il pensiero bambino, che tende a personificare gli oggetti o che ama rifugiarsi dentro questo meccanismo anche fino ai sette anni.
Alla fine l’ho trovato così gradevole nella sua semplicità che ho deciso di illustrarlo in autonomia e poi di auto-pubblicarlo.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

La prima bozza di poesia l’ho scritta di getto, dopo essermi documentata sulle caratteristiche rocciose, gassose o liquide di ogni singolo pianeta, poi è cominciato un lentissimo lavoro di revisione e illustrazione del testo nei ritagli di tempo.
Sono i rimandi poetici a fatti di cronaca che mi tengono sveglia la notte finché non mi alzo a scrivere una frase.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?

Avevo chiesto a varie amiche e conoscenti illustratrici (o semplicemente con la passione per il disegno) di collaborare all’illustrazione del libro. Dopo un iniziale entusiasmo e la richiesta conseguente di un mio invio della poesia non ho più avuto riscontri.
Ho quindi deciso di illustrare da sola il mio libro, creando la grafica di pagine e copertina. Fotocopie, matite, acquarelli, pastelli a cera, pennarelli, gessi, tempere e forbici hanno fatto il resto.
Mio marito, a cui devo moltissimo per il sostegno e l’aiuto, ha curato l’impaginazione su un noto portale di vendita on line che si occupa anche di stampa e vendita di libri.

La tua opera è autopubblicata. Vuoi raccontarci qualcosa in merito?

    Ho inviato il libro a quasi cinquanta case editrici per bambini, alcune mi hanno cortesemente risposto: “Il suo libro non interessa al nostro catalogo”, alcune ancora più gentilmente aggiungevano: “ha spunti interessanti” e “le auguriamo fortuna con la sua pubblicazione”.
    Le più scorrette chiedono di far pagare la stampa di molte copie millantando un interesse che in realtà non hanno, per lo meno di investire sull’opera che poi abbandonano.
    A me non andava di pagare centinaia di copie che poi non avrei saputo che impatto avessero sul pubblico, così ho scelto di auto-pubblicarlo sul portale di cui parlo nella precedente risposta.

    A quale pubblico pensi possa essere rivolta la tua pubblicazione?

      Sicuramente ad un pubblico tra i 5 e i 7 anni, momento in cui hanno maggior concentrazione per apprezzare il linguaggio poetico ma ancora gusto per il gioco di “personificazione” dei personaggi.

      In che modo stai promuovendo il tuo libro?
      Sto imparando che il passaparola e il presentarmi personalmente nei luoghi delle presentazioni sta creando un’onda di propagazione forse più efficace dei social.
      Le mail vengono lette con sospetto e i mass media ti procurano qualche like spesso senza seguito. Diciamolo: non ho il “phisique du role” della tiktoker e quindi prediligo il “porta a porta” che mi sta creando soddisfazioni per accoglienza ed apprezzamento del libro.
      Le presentazioni mi hanno sempre aperto successive opportunità di altri eventi.

      Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
      Prediligo la poesia conclusiva, una sorta di morale di Esopo che evidenzia uno dei temi a me più cari: l’inclusività.
      “Nello spazio più profondo nove amici fan girotondo, tutti quanti intorno al sole, queste son le lor parole:
      -Tutti quanti qui danziamo, da tempo infinito un canto intoniamo. Un suono che a noi ricorda all’istante, che dal grande al piccolo tutto è importante -“

      Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
      Devo dire che l’apprezzamento che ho visto nei piccoli lettori e l’affetto con cui si approcciano all’opera, oltre che alla stima dichiarata dai loro genitori, sono già delle aspettative altissime a cui non mi immaginavo di tendere.

      Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Aligò ti sei divertita a scrivere e illustrare questo libro?
      Mi sono divertita tantissimo, mi sono riscoperta bambina: la piccola Annalisa è la parte più creativa di me e quella che mi regala più soddisfazioni dal punto di vista ludico ed estetico.

      Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

      Sto iniziando ad abbozzare un altro libro illustrato per bambini dal titolo “I folletti riordinini”, storia che avevo inventato quando ero un’educatrice, per la comprensione del valore e del significato del riordino. Un gioco successivo, in cui i bambini “diventavano” folletti rendeva più piacevole lo stesso in classe. Stranamente il testo è in prosa (per ora).
      Un altro progetto che amerei molto portare a termine è la catalogazione e la pubblicazione di libri delle mie poesie divise per tema: pedagogico, sociale, affettivo.
      Chissà se riuscirò un giorno a farmelo pubblicare…

      Antonella Sica, “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

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      Prefazione di Camilla Ziglia
      In copertina: una fotografia di Pietro Mari dal titolo Geometrie variabili

       

      da Corpi estranei

      Madre di Luna pietra madre ragnatela
      di capelli sul guanciale madre pallido
      ansimare madre spenta nella parola
      madre impiccata al sorriso
      in bianco e nero madre
      che non ricordo madre
      impastata nel corpo
      madre

      che sei andata via
      come si spegne la luce
      nella stanza di un bambino.

      *

      Era una casa divisa in gabbie
      perimetri di fiato e dolore
      corpi estranei cuciti dal sangue.

      A tavola a ognuno il suo posto
      geometria instabile dei pasti,
      la luce piombava dall’alto
      un ritratto di famiglia elettrico.

      Corpi stretti nella notte alle coperte
      galleggianti nella trama dei respiri
      la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
      spalancate finestre alla fuga.

      *

      Il corpo del fratello
      non faceva rumore
      occhi grandi sgranati laghi
      che ogni sasso poteva colpire

      giocando col fuoco, un giorno
      bruciò le mani
      immobile specchiava le fiamme sui palmi
      dietro gli occhi
      fatue.

      *

      da Ho una bambina sulla schiena

      Ho una bambina sulla schiena
      il suo corpo è nuda cantilena
      mi riempie i capelli di nodi
      per divorare il mio pianto

      la bambina di notte dondola
      cigola come un’altalena
      col suo alito di bosco sussurra
      cristalli di sale sul cuscino

      mentre sogno indossa le mie mani
      disegna una volpe che gioca coi cani
      fuscelli i fremiti del suo respiro
      un nido di parole che scopro al mattino.

      *

      da La condanna alla luce

      Eppure i momenti migliori sono quelli
      in cui annuso il mondo come un cane
      cammino e sono nelle gambe
      in attesa di una gioia conosciuta
      quella svolta che improvvisa s’apre al mare
      col ferro del porto che sale
      in rette e poligoni brillanti.

      Cammino con gli occhi sazi
      come chi non cerca niente
      solo l’occasione di un altro passo avanti.

      *

      da Dove nessuno chiama

      Dall’intrico di foglie la luce
      fa a brandelli il tuo volto
      s’insinua lama nelle pieghe della carne
      forse siamo distesi

      i capelli ondeggiano
      grano sterile sull’erba
      forse ci stringiamo
      una mano a distanza
      stiamo lì ad asciugare le parole
      sento il battito del cuore in un sasso
      che preme sulla schiena

      è più facile così, scomparire.

      Ci siamo addormentati
      senza sprofondare nella terra
      e al risveglio
      ci siamo sentiti inospitali.

      *

      Non è ancora l’alba. Non ancora.
      Il silenzio al di là delle tende
      è uno sciame d’api
      pronto a colpire. Alle spalle il frigorifero,
      col suo reticolo elettrico
      combatte per il freddo interno
      parla da solo come un ventre troppo pieno.
      Sotto una luce pendente
      scrivo con l’ombra
      della mano sul foglio. Briciole
      si attaccano al palmo che scorre
      quasi a chiedere un ultimo gesto d’attenzione
      colonizzando il bianco.

      Mi sono alzata per un sogno, forse.

      Testi di Antonella Sica, tratti da “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

       

      NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

      Antonella Sica, genovese, è laureata in Lettere Moderne. È regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha fondato e codiretto il “Genova Film Festival” dal 1998 al 2015. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi Festival. Tra i suoi lavori: Ballata Trash, cortometraggio con il poeta Edoardo Sanguineti. Nel 2014 vince il premio per la miglior silloge del concorso indetto dalla casa editrice Prospero (opera pubblicata nel 2015 col titolo Fragile al mondo). Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo, pubblicata l’anno seguente da Rayuela Edizioni. Nel 2019 vince – ancora come miglior silloge – il XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne” con la raccolta L’ira notturna di Penelope, uscito nel 2022 per i tipi di Prospero Editore e con la prefazione di Donatella Bisutti.
      Ha partecipato a reading poetici in diverse città d’Italia. I suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi concorsi fra cui “Lorenzo Montano”, “Bologna in Lettere”, “Arcipelagoitaca” e “Guido Gozzano”. Recensioni alle raccolte e suoi inediti sono stati pubblicati su riviste online e blog fra cui “Inverso-Giornale di poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Almapoesia”, “Ex-Libris”, “Carte sensibili”, “La rosa in più”, “Menabò online”, “Poeti Oggi”e “Versante Ripido”, dove cura la rubrica di videopoesia Lanterna magica. È presente in alcune antologie fra cui Singolare, molteplice(puntoacapo2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca 2023).
      Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.

       

      Poesia sabbatica: “Solo un desiderio”

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      Solo un desiderio

       

      avrei voluto darti

      darti vele leggere

      e non il peso di meteorite

      in caduta grave,

      olio e non attrito

      la corsa nella vita

       

      avrei voluto darti l’appiglio

      la sporgenza di parete

      al precipitare a fondovalle

      la stuoia gommapiuma

      del riposo

       

      ma anch’io sono pioggia

      goccia parallela

      in tonfo nel finito.

       

      Francesco Palmieri 

      (dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa ” – edizioni Terra d’ulivi)

      Venerdì dispari

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      Furto di luna

      Ti ho chiamata a vedere la luna tra le case
      sorgeva rotolandosi sui tetti
      piena di luce accecava la notte
      spargeva semi luminosi sulla città
      che l’ha dimenticata.

      Quindi è solo nostra, mi dicevo
      quindi è solo di chi la vede, mi ripetevo.

      Ti ho regalato la luna piena di luce
      questa inutile lanterna tra le strade illuminate
      tra le torri-faro che dirigono le loro torce al cielo
      i pulsanti che accendono le nostre tenebre.

      Ti ho preso la luna rubandola con lo sguardo
      di chi ha rischiato di perderla tra i tetti
      infilzata tra le antenne, entrata e poi uscita
      dalle finestre dei vicini, moneta spesa
      dai bambini sognatori, e dagli spacciatori.

      L’ ho raccolta nella nostra vecchia tenda
      lucidandola, soffiandoci sopra
      come si fa con una lampada
      per far sparire le sue ombre polverose

      i crateri e le meteoriti
      i residui metallici di allunaggi
      e le bandiere piantate
      per cercare venti inesistenti.

      Poi siamo tornati a letto
      come due gatti
      la luna in mezzo ai cuscini,
      i pensieri rarefatti.

      Francesco Tontoli

      “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2024

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      Una selezione di testi da “Kolektivne Nseae” di Ivan Pozzoni

      CARONTE, IN RIVA AL LAGO

      Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente
      macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,
      mi tramortisco col rumore ombroso delle onde
      che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande.
      Cerco un Caronte astioso e ansante,
      che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,
      rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,
      scorbutico maleducato, rude bifronte.
      Cerco un Caronte, un Caronte vero,
      temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere,
      con remi, barba stanca,
      obolo di scorta che difenda all’arma bianca.
      Seduto su una roccia, rinvio a domani
      l’insulsa immaturità delle mie mani.

      SIAMO TIGRI DI CARTA

      L’una di notte non suona mai così spontanea
      dalle mie mani dense di ragadi non battono doloranti filastrocche,
      da anni, oramai, sono vittima collaterale di una metrica troppo risoluta
      schiava di no Tav, no Vax, no tax, no fly zone,
      i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo
      con la digestione impedita da uno stomaco butterato dai buchi del vaiolo.
      Responsabili e irresponsabili allo stesso momento
      rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno,
      non ci fidiamo a essere padri o madri e, con nonchalance,
      adottiamo amori destinati a non sopravvivere un decennio
      non vediamo l’ora, dopo una giornata, che il destino ci scodinzoli alla porta
      e non ci rendiamo conto, allo specchio, di barattarci con tigri di carta.
      Pure va tutto bene e non c’è niente che funziona,
      attento alle calorie in eccesso, col contapassi da asino da soma,
      bulimizzo ogni sentimento, enigmatico come la sfinge di Chefren,
      nessuno saprà mai se sono pago o sto a tre metri dall’overdose d’En,
      ubiquo nell’arena, sotto il drappo rosso, bovino dall’aspetto esangue,
      non si capisce se sono qui o vorrei stare ovunque.

      RIDATEMI I MIEI VERSI

      Se non sono ancora in grado di scrivere versi
      mamma, è perché sono finito tra gli encefali persi,
      mamma, amavo una donna prima che fosse nata
      e la mia serotonina si è trovata abbandonata.
      Ho cantato dei deboli, dei distrutti, i miei scarti di magazzino
      non credevo di diventare anche io flessibile come un manichino,
      della consistenza di un esacerbato Krusty il clown
      detonato senza miccia da giorni up e giorni down.
      E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione,
      mentre tu, con una valigetta rosa, prendevi il largo alla stazione,
      senza nemmeno renderti conto che io ero caduto
      nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto.
      Se mi riuscisse un nodo scorsoio mi appiccherei a un albero
      perché a me non resta l’alternativa tra il suicidio e il ricovero,
      io nel mio fegato so che è cosa mia
      in pubblico continuiamo con la terapia.

      IL NOSTRO BIMBO AVREBBE AVUTO OCCHI BELLI

      Il nostro bimbo avrebbe avuto occhi belli,
      la tua smania di vivere e i miei momenti chiusi
      avrebbe avuto mille diavoli tra i capelli
      guizzanti nei suoi cento Parnasi.
      Il nostro bimbo avrebbe avuto le stigmate,
      e avrebbe intessuto fittissimi dialoghi con gli animali,
      il tuo viso scuro delle cavallerizze sarmate
      il mio amore viscerale di versi e madrigali.
      Il nostro bimbo non sarebbe mai cresciuto,
      imbrigliato di una rete di ragni caramellati
      non avrebbe mai avuto bisogno d’aiuto
      tutelato da buffoni loricati.
      Il nostro bimbo mai nato,
      schiavo d’un qualche Durex lubrificato,
      è un’occasione chiusa nel mio diaframma cardiotoracico,
      immerso, ferito, in una membrana d’arsenico.

      “Un modello integrato per affrontare la violenza di genere: oltre il binarismo e l’intersezionalità” di Yuleisy Cruz Lezcano

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      La violenza di genere è un fenomeno complesso che non può essere ridotto a una semplice questione di aggressione fisica o psicologica, ma è intrinsecamente legato a fattori sociali, culturali, psicologici e biologici. Tradizionalmente, le politiche e gli approcci terapeutici per contrastare la violenza di genere hanno focalizzato l’attenzione sulle dinamiche di potere e controllo tra uomini e donne, spesso ignorando l’ampia gamma di esperienze che riguardano coloro che non si identificano nei rigidi binari di genere maschile o femminile. Un nuovo modello di intervento deve pertanto prendere in considerazione non solo la complessità del fenomeno in sé, ma anche l’ambiente in cui l’atteggiamento violento si sviluppa, integrando visioni più inclusive dell’identità di genere e una comprensione più sfumata della funzione cerebrale in relazione alle dinamiche interpersonali.
      Il binarismo tradizionale maschio-femmina, che vede il genere come una dicotomia netta e rigida, non solo limita le possibilità di comprensione della violenza di genere, ma perpetua anche una visione semplificata della realtà. Le esperienze di violenza e oppressione non sono universali per tutti gli individui all’interno di ciascun genere, e ancor meno per coloro che si identificano come non binari, genderfluid, o transgender. Queste persone, infatti, sperimentano una realtà di violenza che va oltre quella di chi rientra nei tradizionali schemi maschili o femminili. Le violenze che subiscono, siano esse fisiche, psicologiche o istituzionali, spesso sono invisibili o non completamente comprese, sia dalla società che dagli approcci terapeutici esistenti. È quindi fondamentale costruire un modello di intervento che possa includere tutte le identità di genere, riconoscendo la pluralità di esperienze. Contrastare il binarismo di genere non significa solo abbattere le categorie tradizionali di maschio e femmina, ma anche promuovere una comprensione più ampia e inclusiva delle differenze di genere, con l’obiettivo di ridurre la violenza e promuovere relazioni basate sul rispetto, sull’empatia e sull’inclusione.
      Un approccio personalizzato e sensibile alle diversità di genere, che utilizza la poesia come strumento terapeutico e educativo, può rivelarsi un mezzo potente per affrontare e trasformare le dinamiche violente, creando spazi di riflessione e cambiamento per le persone coinvolte.
      Uno degli approcci più potenti per affrontare la violenza di genere è l’intersezionalità, un concetto che prende in considerazione il modo in cui fattori come genere, sesso, etnia, status socioeconomico e differenze culturali si intrecciano e influenzano le esperienze di oppressione. L’intersezionalità ci permette di comprendere che la violenza non si manifesta allo stesso modo per tutti, e che esistono forme specifiche di violenza che colpiscono in modo particolare le persone appartenenti a categorie sociali emarginate o vulnerabili. Ad esempio, una donna di colore appartenente a una classe sociale bassa potrebbe sperimentare una forma di violenza di genere che è diversa, per intensità e modalità, da quella di una donna bianca di classe medio-alta. Le dinamiche strutturali che favoriscono la discriminazione, la segregazione sociale e l’esclusione economica si intrecciano con le disuguaglianze di genere, creando un contesto in cui la violenza può essere esercitata in modo più sistematico e invisibile. Allo stesso modo, una persona non binaria o transgender potrebbe affrontare violenza o discriminazione che è un risultato diretto dell’intolleranza sociale e delle norme di genere rigide, un fenomeno che non può essere spiegato solo attraverso il paradigma maschile-femminile tradizionale.
      Recenti ricerche neuroscientifiche hanno iniziato a esplorare come la funzione cerebrale si colleghi all’identità di genere, evidenziando come il cervello non possa essere compreso come una semplice “divisione binaria” tra maschile e femminile. Le differenze cerebrali tra i sessi, seppur esistenti, sono estremamente più complesse di quanto si pensasse in passato. La plasticità del cervello umano e l’influenza che la socializzazione e le esperienze personali hanno sulla sua configurazione suggeriscono che le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, nella regolazione del comportamento e nell’interazione sociale possano essere modellate dall’identità di genere, dalle esperienze di vita e dalla cultura circostante.
      Inoltre, gli studi sul dimorfismo sessuale cerebrale, che esaminano come le strutture cerebrali differiscano tra i maschi e le femmine, mostrano che tali differenze non determinano necessariamente comportamenti violenti o aggressivi. Piuttosto, è la società che impone norme e aspettative sui comportamenti legati al genere, influenzando come il cervello reagisce a certi stimoli sociali, come la competizione, la dominanza e la sottomissione. In questo contesto, è fondamentale riconoscere che le esperienze di violenza non sono determinate unicamente da fattori biologici, ma sono strettamente legate alle strutture sociali e culturali in cui l’individuo è immerso.
      Il binarismo di genere è alla base di molte strutture di potere e controllo che alimentano la violenza di genere. La divisione netta tra maschile e femminile crea aspettative rigidamente definite su come le persone dovrebbero comportarsi, relazionarsi e sentirsi, a seconda del loro genere. Questo sistema spesso porta a pressioni sociali e culturali che giustificano comportamenti violenti, in particolare nei confronti di chi non si conforma alle aspettative di genere tradizionali. Le donne, ad esempio, sono spesso viste come inferiori o subordinate, mentre gli uomini sono stimolati a percepirsi come dominanti e aggressivi.
      La poesia consente di esplorare il proprio vissuto di violenza e di dolore, ma anche di immaginare nuovi modi di essere e di relazionarsi, al di fuori delle rigide categorie del binarismo di genere. La scrittura poetica diventa così un mezzo di autoconsapevolezza, di liberazione e di empowerment.
      Attraverso la poesia, si dà voce a chi non ha voce, si riconosce e si valida l’esperienza di chi vive l’esclusione e la violenza, e si promuove una cultura che rispetta e celebra le differenze. L’approccio personalizzato attraverso la poesia può essere combinato con altre tecniche di intervento come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), che aiuta a ristrutturare i pensieri disfunzionali, e la “mindfulness”, che promuove la consapevolezza del momento presente. L’integrazione di questi approcci può favorire una visione globale e inclusiva del cambiamento, affrontando la violenza di genere da un punto di vista multidimensionale.

      Fonte
      «The Cognitive Behavioral Therapy Workbook for Personality Disorders», James P. McPartland e John H. McGowan, casa editrice New Harbinger Publications, 2015.

      Poesia sabbatica: -153-

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      -153-

       

      ti ho aspettato

       

      come il grano l’acqua

      come l’infermo il farmaco

      come la grazia

      al condannato a morte

       

      ho aspettato che arrivassi

       

      con l’ultimo treno

      all’ultimo minuto

      gridando il mio nome

      quando già andavo via

       

      ma forse un ritardo

      gli orologi discordi

      un contrattempo imprevisto

      e non ti ho visto arrivare

       

      ora cercami tu (amore)

      sai il nome e cognome

      l’indirizzo di casa

      io abito lì.

      *
      *
      *

      *
      Francesco Palmieri
      *
      (dalla raccolta inedita “Solo parole d’amore”, revisione della raccolta “Studi lirici” edita
      *
      da “La Vita Felice”)

      Venerdì dispari

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      Le donne della mia vita

      Cosa avranno da dirmi le donne della mia vita
      ognuna sfilando una perla alla collana
      ognuna aggiungendo sabbia nel deserto
      ognuna portando
      un chicco di grano al magazzino ?

      Le donne che hanno preso
      il gioco dei miei pensieri
      quelle che si sono lasciate scorrere trapassandomi
      cosa avranno da nascondere tra i denti ?

      E dietro quegli occhi messi in prospettiva
      che mi si perdono in gola e che tutti ho bevuto
      succhiando dagli sguardi il luccichìo della vita
      cosa cercano di consegnarmi,
      quale oggetto oscuro
      quale cartiglio segreto,
      quale gesto incomprensibile?

      Forse vogliono solo rubare
      il filo d’erba che ho in tasca
      che qualche volta stacco
      dal prato che calpesto.
      Forse vogliono solo
      camminarmi a fianco.

      Forse vogliono solo corrermi davanti
      come fanno le bambine
      ognuna inseguendo un palloncino.

      Francesco Tontoli

      Prisma lirico 47: Salvatore Toma, Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele

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      Joaquín Sorolla

      Salvatore Toma nel “Prisma lirico” di oggi con Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele

      Vento leggero che parli
      con voci di foglie
      che apri i germogli
      e li fai trepidare
      nella primavera.

      Vento che asciughi
      i panni, bianchi
      come visi di bambini,
      e a volte con dolcezza
      il sudore della fronte,
      fa che la mia morte
      sia liscia, serena
      come il tuo respiro.

      Salvatore Toma

      Gustave Caillebotte

      Poesia: di Salvatore Toma dalla raccolta “Canzoniere della morte”, 1999

      Opere:

      “Passeggiata in riva al mare” Joaquín Sorolla, 1909

      “Asciugatura del bucato, Petit Gennevilliers”, Gustave Caillebotte, 1888

      “Casa con panni stesi”, Egon Schiele, 1917

      Egon Schiele

      “La muta per amore” di Francesca Canobbio, Terra d’ulivi edizioni, 2024

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      “La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.

      Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come  metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia  è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.

      All’interno del libro tre sezioni,  la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono  titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.

      Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.

      L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.

      Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.

      La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.

      Loredana Semantica

      Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

      Unus Mundus: l’eco dimenticata dell’unità

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      (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

      Sin dai tempi più remoti, l’essere umano si è trovato di fronte alla necessità di distinguere: questo è tale, quello è tal’altro. Ha cercato di dare un nome alle cose, di separarle, di misurarle, di definirle nei loro tratti distintivi. E così ha costruito una realtà fatta di dualismi.
      Secondo la logica del razionalismo occidentale, se due cose sono diverse, non possono essere la stessa cosa. La ragione non tollera che l’opposto sia anche l’identico. Ma altrove, nella sapienza orientale, si è tracciata una via diversa: quella che intuisce che le cose, pur apparendo distinte, sono in fondo espressione della stessa unità insondabile. Il “tale” e il “tal’altro” sono solo manifestazioni superficiali di un’unica realtà profonda. Differiscononelle forme, ma non nella sostanza. E a quell’unità, prima o poi, tutto ritorna.
      Eranos (1) — la corrente culturale e spirituale che ha riunito pensatori come Carl Gustav Jung, Henry Corbin, Mircea Eliade — non si schiera né da una parte né dall’altra. Non afferma una verità assoluta e non nega l’altra. Eranos cerca di comprendere entrambe le visioni del mondo, creando uno spazio in cui l’opposizione diventa relazione, e la differenza, dialogo.
      Propone un Immaginario Simbolico che si muove tra il conscio e l’inconscio, tra l’intelletto e l’intuizione, tra il visibile e l’invisibile. È attraverso il simbolo che questa alleanza può avvenire. Il simbolo è ponte, è relazione vivente tra gli opposti. E il linguaggio che lo esprime è quello dell’arte, della musica, della mitologia. Non è un linguaggio dogmatico, ma un linguaggio mitico, relazionale, che scrive la realtà dentro un contesto significativo. Il senso della vita sta nella relazione, nella partecipazione, nella comunione. Questo è il cuore del pensiero di Eranos.
      Tuttavia, oggi viviamo un’epoca di frattura profonda. Le relazioni umane, soprattutto quelle tradizionali e le dinamiche tra donne, sono attraversate da una crisi che non è solo sociale o affettiva, ma simbolica, archetipica. Si è perso il senso del “mettere in relazione”. Il gesto del mediare — quella sapienza antica del fare da ponte tra differenze, tra corpo e anima, tra spirito e materia — si sta dissolvendo. E con esso, la rete simbolica che dava senso all’esperienza umana si disgrega. Il pensiero dell’Unus Mundus, centrale nella visione junghiana, rappresenta un invito a ricostruire l’unità perduta. Un mondo unificato, in cui l’anima e il corpo, il maschile e il femminile, il pensiero e l’emozione, non siano in opposizione, ma in tensione creativa. Ma la cultura contemporanea sembra invece precipitata in un dualismo sterile, dominato da una visione patriarcale e mascolina fatta di controllo, gerarchia, dominio.
      In questa frattura, il femminile — inteso non solo come identità biologica ma come principio archetipico — è stato marginalizzato, rimosso, persino dalle donne stesse. Il patriarcato non è più soltanto un sistema esterno: è diventato un habitus mentale, un codice interiorizzato. Oggi molte donne, nel raggiungere ruoli di potere, finiscono col riprodurre modelli maschili, dimenticando la fatica del corpo, la ciclicità del sentire, la potenza della maternità psichica, la responsabilità di tenere uno spazio per le altre donne.
      L’archetipo della Magna Mater, figura ancestrale del femminile generativo, guida di civiltà e custode dei ritmi della vita, è oggi silenziato. Ma non dagli uomini: è dimenticato in primis dalle donne, che, nella competizione reciproca, si escludono dalla propria sorgente archetipica. La cultura attuale esalta modelli di potere neutri o androgini, che in realtà portano a una virilizzazione delle donne, non all’integrazione del femminile. Questo squilibrio genera una società che non sa più riconoscere il valore del femminile nella maturazione maschile.
      L’uomo non può completarsi senza l’incontro con la propria Anima, con il femminile interno e con donne reali capaci di incarnare qualità relazionali, ricettive, accoglienti. Ma queste qualità, oggi, vengono svalutate o associate alla debolezza.
      Da qui emerge la necessità di una ermeneutica simbolica, come quella proposta da Eranos: una lettura della realtà che vada oltre la superficie e penetri nei livelli più profondi della psiche collettiva. Le crisi relazionali, le guerre tra i sessi, la frammentazione della coscienza non sono che sintomi di una scissione radicale: quella tra i poli dell’esistenza. Maschile e femminile, spirito e corpo, logos ed eros, non comunicano più. Eppure, senza il principio maternale, non c’è rigenerazione. Non solo maternità biologica, ma cura, accoglienza, presenza relazionale, tempo dato all’altro. Il femminile è ciò che unisce, che tiene insieme, che guarisce la ferita della separazione. Ma per restaurarlo serve un lavoro profondo: simbolico, interiore, politico.
      Occorre restituire dignità alla cura, valore alla vulnerabilità, rispetto all’altro. Rompere la fascinazione per il potere come dominio e riscoprirlo come servizio, custodia, responsabilità.
      Solo così potremo iniziare a risanare la frattura dell’umano, a ricostruire i ponti tra i poli dell’esistenza, e a ritrovare, come ci insegna Eranos, quel Unus Mundus in cui tutto è connesso e nulla è privo di senso.

      1)In greco antico, “Eranos” (ἔρανος) significa “banchetto” o “convivio”, un evento nel quale i commensali contribuiscono liberamente portando cibo, bevande o denaro. Questo termine ha anche un significato più ampio, riferendosi a un luogo di incontro e scambio culturale. Il termine è stato adottato per definire il luogo di incontro e scambio culturale di Eranos fondato ad Ascona nel 1933, che si poneva come un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Eranos indica anche il movimento intellettuale e culturale sviluppatosi a Basilea, in Svizzera, attorno alla figura di Otto Gross e successivamente di altri studiosi, tra cui Carl Jung. La corrente di pensiero Eranos è caratterizzata dall’esplorazione dei temi archetipali, dell’individuo e dei mondi interiori dell’uomo, attraverso l’uso di diverse metodologie scientifiche. 

      Cinque inediti di Jacopo Pignatiello

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      Epitaphium

      il silenzio s’imprime sulla terra
      e tutto si schiaccia col suo peso
      la sera va mi toglie un altro giorno
      nel buio resta il tempo che non vivo

      *

      Asfissia

      la notte sa di ferro e di saliva
      stringe con la morsa un fello fiato
      stritola l’atra pressa punitiva
      la bocca spasma un nome non sfiatato
      la trista ombra strangola ogni promessa
      la vita si contorce e poi si arresta

      (così morì la sua bella voce
      lasciando il silenzio boia feroce)

      *

      Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus

      Mi dirigo sulle strade di marzo.
      Corro finché resisto, l’ombra sfiora
      l’asfalto frantumato dalle attese.
      Resta muta la casa erta sul campo.

      Chiedo alle margherite con le dita
      inquiete. I petali gialli cadono
      vorticando lungo i passi veloci,
      i non deturpano il volto del cielo.

      La primavera si schianta sul mondo:
      fiato di terra che torna a salire.
      Entra nel naso, si avventa sul petto,
      il verde azzanna e lascia il suo vuoto.

      Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
      sento l’eco di un sì mai pronunciato.
      Il fiore di un pesco cade appassito.
      Il sole insiste, ma resta l’inverno.

      *

      Alba rossa, o vento o giozza

      galleggia nel fuoco la laguna
      sui marmi i ricordi si frantumano
      la pelle trova sollievo al buio
      continua a bruciare al sole

      cerco quegli occhi nei visi mascherati
      mentre il vuoto pulsa nelle vene
      e l’abisso mi sorride voluttuoso

      alla stazione corre uno zaino
      sembra il suo quello bordeaux
      è un lampo un battito
      un breve varco nel tempo
      un salto in un cerchio di fumo
      inseguo tra la folla la mia follia
      corro il fiato si spezza
      la sagoma scatta subito via
      e svanisce silenziosa tra i passi

      riprendo il cammino
      con il suo cuore in tasca
      e i pensieri che annegano nel mare
      coperti dalla tenue scia di una gondola

      è stata luce attesa che freme
      la grazia che vizia
      la magia che mai sazia
      ma poi alla sera mestizia e tristizia

      ora è vento che tace

      *

      Alba

      le labbra sfiorano il bordo
      della tazza rossa bollente
      il suo fiato caldo mi bacia
      e gioca come una bimba
      appannandomi gli occhiali
      è il suo buondì

      osservo assonnato
      il vapore danzare lento
      scorrere con garbo
      sfaldarsi informe
      tenue tremula bruma che vagando
      imita la mente intorpidita
      ed evoca l’eco
      di un pensiero che non torna

      forse perché devo destarmi
      ma sento di voler dire
      qualcosa che ho perso
      è come un’ombra che indugia
      con passo esitante sulla porta
      rossa anche quella

      fisso per un po’ un punto nel vuoto
      il nescafé si sta raffreddando
      il velo acqueo si dirada
      assaporo gli ultimi sorsi
      osservo l’immagine sul fondo
      e la trovo indecifrabile

      la luce si affaccia
      bussando piano sui vetri
      prima di stendersi sul tavolo
      e illuminare
      le briciole di ieri sera

      il tempo si piega
      ma il giorno
      seppur senza fretta
      senza scuse
      s’incammina comunque
      prima di me

       

      Nota biografica

      Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Letterature comparate. Attualmente insegna discipline storiche e letterarie nelle scuole superiori. Ha curato contributi di ricerca letteraria e storica pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su delle riviste online e in delle antologie poetiche.

      Poesia sabbatica: -31-

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      -31-

       

       

      mi cerco

      tra una parola e l’altra

      nel pieno di una frase

      sotto la mattonella

      nel foro bruciacchiato

      in mezzo alla tovaglia

      nell’occhio tuo che passa

      e tu che non mi vedi

       

      mi cerco

      nel giallo delle sere di lampadine accese

      nel chiaro dei lampioni di una strada muta

      nel lieve della neve su cancellate e muri

      nel buio dei portoni sprangati quand’è notte

      sulle saracinesche chiuse di quando è già la sera

       

      e lo so che questa è attesa

      soffrendo fame e sete

      lo stare giù bocconi

      al peso di una croce

       

      lo so che si fa notte

      che un altro giorno è andato

      che niente è accaduto

      che così passa la vita.

      *
      *
      Francesco Palmieri
      *
      dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)
      *

      Lettura dell’autore

      Venerdì dispari

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      Intatti

      Non usciremo intatti da tutto questo
      contaminati i nostri corpi
      dalla furia dei tempi e dagli spari
      nei caroselli che sbandierano
      la latitanza della verità perduta
      la sostanza delle cose corrotta.

      Avremo a che fare con fenomeni che accadono
      con il nostro silenzio-assenso
      andremo a sbattere sulla parola amore
      che si dilegua in mille rivoli
      sul senso preciso da
      dare ai nostri precetti
      e i discorsi con i buoni propositi
      si disperderanno come le pagine del vangelo
      sulle bare dei papi.

      I Farisei stanno morendo tutti di stenti
      di bombe guidate da droni simili a mosche
      e si accartocciano davanti alla ferocia del loro cielo
      così che le albe che nasceranno saranno vedove di dio.

      Le madri stanno addestrando I bambini
      a cercare chicchi di riso caduti dal becco
      di uccelli sazi e distratti.

      I padri dicono che vorrebbero
      almeno un piccolo tempio
      anche per adorare
      un solo vitello d’oro.

      Quanto a sacrificare il proprio figlio,
      tutti devono pensare a stento
      che si levi una mano per impedire al coltello
      di affondare senza che vi sia ragione.

      Francesco Tontoli

      Prisma lirico 46: Enzo Mandruzzato, Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer

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      Agnolo Bronzino

      Enzo Mandruzzato nel “Prisma lirico” di oggi con Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer

      Una volta il poeta
      assomigliava al santo.
      V’immaginate un santo
      che dice “sono un santo”?
      un poeta che dice “noi poeti”?
      E’ una parola che non ha plurale.
      Tutt’al più, numerosi singolari.
      E i santi in sindacato, li pensate?
      Ed un santo premiato in un concorso
      con la targa, la coppa, la medaglia?

      Certo, credeva in Dio,
      anche quando era ateo;
      piuttosto non credeva seriamente
      alla propria esistenza.
      Scriveva e dipingeva
      per averne coscienza.
      Non scriveva per vivere,
      ma viveva per scrivere. La vita
      -valori, ideologie e sentimenti-
      non erano che creta alle sue dita.

      Il poeta era un cinico
      che somigliava a Dio .

      Michelangelo Buonarroti

      Poesia: di Enzo Mandruzzato, dalla raccolta “Ti perdono la morte”, 1985

      Opere:

      “Ritratto di Dante Alighieri”, Agnolo Bronzino, 1532

      “La Creazione di Adamo”, Michelangelo Buonarroti, 1511

      “Autoritratto con pelliccia”, Albrecht Dürer, 1500

      Albrecht Dürer