Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.

Claudio Pagelli

Estratti da Lo Stato Pontificio:

OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO

Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco,
espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco,
scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza,
io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza
di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo,
senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».

Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen,
è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma,
vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen,
e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma
180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio,
la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.

Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto,
Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto,
adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo
so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando,
ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia
senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici,
magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia
dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.

SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO

Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro
ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano
ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro
le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano,
con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk
mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.

Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.

Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate
tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque
e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit
motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue
studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime
io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.

Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018,
lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte,
mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848
i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte
con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori
la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori
abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta
meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.

IL POETA PROSSENETA

Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso
che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,
al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso
e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito
lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato
l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella
acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi
che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella
del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,
tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore
che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo
di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore
assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,
a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione
tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio
chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone
l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi
se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv
non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,
la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.

Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.