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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Parole di donna 2 : MARIANGELA GUALTIERI

13 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, Mariangela Gualtieri, Sii dolce con me. Sii gentile.

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Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

MARIANGELA GUALTIERI, da Bestia di gioia, “Mio vero”

Il tempo dei compagni d’amore è un tempo finito, che dura poco. E’ breve il tempo che resta, scrive Gualtieri, dunque va vissuto appieno, con serenità, dolcezza e gentilezza. Non dobbiamo aver fretta né strafare per ansia di vivere o di concludere il nostro percorso. Dopo saremo scie luminose, fotoni lucenti e avremo una grande nostalgia di tornare umani nonostante da umani, si sia imperfetti, eppure dopo, in un’altra dimensione, avremo “nostalgia d’imperfetto”. Non potremo infatti sfiorarci, accarezzarci, perché non avremo l’organo deputato a farlo, le nostre mani.

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Incipit 2: Sostiene Pereira

06 lunedì Feb 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Antonio Tabucchi, romanzo, Sostiene Pereira

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Continua a leggere →

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Parole di donna 1 : SYLVIA PLATH

30 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Deborah Mega, I am vertical, Sylvia Plath

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I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

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Parole di donna_Intro

23 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Parole di donna

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Rita Levi Montalcini, scrittura femminile, Sylvia Plath

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Projection Lauren, by cbanck

Parole di donna é l’altra rubrica che vorrei curare per LIMINA MUNDI. Negli ultimi tempi é aumentata incredibilmente l’attenzione nei confronti della scrittura femminile, simbolo di un’identità sessuale differente e di un differente immaginario. La scrittura femminile, forse più di quella maschile, appare costruita sulla ricerca della verità, é frutto di una riflessione, di un ripiegamento su se stesse. Rappresenta inoltre per la donna l’identificazione e la conferma di sé come individuo e come genere. In secoli di storia della letteratura infatti, la donna è sempre stata raccontata dall’uomo come se la sua voce potesse farsi intendere solo attraverso la parola maschile: da sempre oggetto dell’ispirazione raramente è stata soggetto del processo creativo. Continua a leggere →

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Incipit 1: La metamorfosi

16 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Franz Kafka, La metamorfosi, realismo magico

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Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.

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DAVID BOWIE, UN ANNO DOPO

10 martedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, Eventi e segnalazioni, MUSICA

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David Bowie, Deborah Mega

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Il 10 gennaio del 2016 quando appresi la notizia della scomparsa di David Bowie ero troppo sconvolta per scrivere qualcosa che anche lontanamente lo riguardasse. Lo faccio ora con la consapevolezza che non è possibile raccontare una personalità così istrionica e carismatica e avere anche la pretesa di risultare completi ed esaustivi. Bowie si spense a New York dopo il suo sessantanovesimo compleanno e  dopo aver pubblicato Blackstar, il suo ultimo album in studio.

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Incipit_Intro

09 lunedì Gen 2017

Posted by Deborah Mega in Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Francesco Severini, Incipit, Vagabolario

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Francesco Severini, Vagabolario – Capolettera “I” (2015)
Tempera e gouache su carta

“Incipit” è il titolo di una nuova rubrica che intendo curare quest’anno su LIMINA MUNDI. Si tratta di una voce latina che viene dal verbo incipĕre, “incominciare” e che allude alla formula d’esordio di un’opera, alle parole iniziali di un testo letterario e per estensione di uno spettacolo o di un programma televisivo. Per incipit si intende l’intera parte iniziale di un testo che può avere lunghezza diversa e rappresenta la fase d’avvio di un testo. Permette di intuire lo sviluppo futuro nel senso che fin dalle prime dieci o venti righe è possibile presagire il percorso che sarà sviluppato successivamente. A questo proposito la retorica classica parlava di exordium, che aveva il compito di ben disporre l’ascoltatore o il lettore innescando il processo comunicativo e avviando quella complicità che auspicava Baudelaire tra scrittore e lettore di un romanzo. La diegesi cioè l’organizzazione della materia narrativa, attraverso analogie, simmetrie, contrapposizioni, si mette in moto solo se l’autore nel suo esordio ha catturato l’attenzione del lettore. Non si dice forse che chi ben comincia è a metà dell’opera?

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Natale

25 domenica Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Maria Luisa Spaziani, Natale

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Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici

che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.

Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli

in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci

e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:

una voce che smuove e turba anche il cristallo,

il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

 
MARIA LUISA SPAZIANI

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Nota critica su “Apologia del silenzio” di Loredana Semantica

21 mercoledì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Apologia del silenzio, Deborah Mega, Loredana Semantica, POESIA

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Giacomo Balla, La Pazza, 1905, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

                                             “Quando una poesia è scritta è terminata,

                                                      ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia

                                                          in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

                                                                                                                                                                                              Pedro Salinas Continua a leggere →

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Fantasticheria

16 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Fantasticheria, Giovanni Verga

In questa novella tratta da Vita dei campi del 1880, Giovanni Verga fingendo di rivolgersi ad una raffinata donna cittadina di cui è innamorato, spiega le ragioni che lo spingono all’osservazione e al racconto delle vicende delle classi sociali più umili e disagiate. La loro filosofia di vita viene definita “ideale dell’ostrica” per il tenace attaccamento nei confronti della propria terra e delle proprie radici.

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Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci—Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: — Vorrei starci un mese laggiù! —

Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci—Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba ci sorprese in cima al fariglione — un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. — Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: — Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita —.

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta, perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli. È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così — per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di toga», i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano — quando ne mangiano — giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti… Nelle sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio per chi non ha desinato. In quei giorni c’è folla sull’uscio dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo.

Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca, vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, che davvero si crederebbe non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché. Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamentte il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. — Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; — ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà. Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? à quoi bon? come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son rammentato del vostro capriccio, un giorno che ho rivisto quella povera donna cui solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue arance messe in fila sul panchettino dinanzi all’uscio. Ora il panchettino non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio Posto della guardia nazionale; ed io, girellando, col sigaro in bocca, ho pensato che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e superba.

Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo, e a questo proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove — forse alcuni son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti — e nel guazzabuglio che facevano nella mia mente, mentre io passava per quella viuzza dove son passate tante cose liete e dolorose, la mantellina di quella donnicciola freddolosa, accoccolata, poneva un non so che di triste, e mi faceva pensare a voi, sazia di tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi spesso in capo alla cronaca elegante — sazia così, da inventare il capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro. Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi che vi mando, così lontani da voi, in ogni senso, da voi inebbriata di feste e di fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pur vi ritornerete, e siederemo accanto un’altra volta, a spinger sassi col piede, e fantasie col pensiero, parleremo forse di quelle altre ebbrezze che ha la vita altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero siasi raccolto in quel cantuccio ignorato del mondo, perché il vostro piede vi si è posato, — o per distogliere i miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia di gemme o di febbri — oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui come al teatro! Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro. Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia «sotto le sue tegole», tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i vecchi. Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore, col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole» accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in quelli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere s’inchinano a farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche. La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi potete godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a modo vostro. Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia, sorrideva come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, cogli occhi intenti in quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lagrime amare, là, nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non fosse morto all’ospedale, e suo padre non si fosse annegato, e tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra — un colpo di vento funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli fin nelle carceri di Pantelleria — «nei guai!» come dicono laggiù.

Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno, il più grande, quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e grosso com’era, si faceva di brace anch’esso quando gli fissaste in volto i vostri occhi arditi; nondimeno è morto da buon marinaio, sulla verga di trinchetto, fermo al sartiame, levando in alto il berretto, e salutando un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido d’isolano; l’altro, quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso ai conigli, nel quale v’eravate impigliata da stordita che siete, si perdé in una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la barca e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste potuto immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del vostro calzolaio. Meglio per loro che son morti, e non «mangiano il pane del re», come quel poveretto che è rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che mangia la sorella, e non vanno attorno come la donna delle arance, a viver della grazia di Dio — una grazia assai magra ad Aci—Trezza.

Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale per chieder del vecchio e portargli di nascosto di quelle chiocciole stufate che son così buone a succiare per chi non ha più denti, e trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, sicché sgattaiolando nella corte, andò a piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartacce, sbirciando dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un lenzuolo, greve e rigido. E pensando che quelli là almeno non avevano più bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole che non servivano più, per passare il tempo. Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero vecchio.

Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arance; rimangono a ronzare attorno alla mendica, e brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, bucce d’arance e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche valore, poiché c’è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci—Trezza di altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

— Insomma l’ideale dell’ostrica! — direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi —.

Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano — forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Sembrami che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. — Sembrami che potrei vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnìo allegro dei loro finimenti e salutarvi tranquillamente. Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: — che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. — E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.  

***

Il titolo sembra alludere ad una rêverie nostalgica e fiabesca in cui Verga anticipa la trama, i temi e i personaggi dei Malavoglia inoltre riflette sulla sua arte e fornisce alcune importanti indicazioni di poetica. L’autore ricorda un viaggio immaginario in Sicilia ad Aci Trezza e il dialogo ideale con una nobildonna francese, forse identificabile con Paolina Greppi, cui si rivolge direttamente e con cui Verga ebbe una relazione. Le coordinate spazio-temporali e il contrasto tra la città e le aree rurali, nel corso della novella, assumono grande rilevanza. All’inizio tutto appare romantico, la descrizione dei faraglioni, dell’alba pallida, delle casucce, mentre ci si sofferma ad osservare le bellezze del mare e del paesaggio. Gli ambienti descritti presentano un cromatismo simbolico: il verde, l’azzurro, il viola trasmettono l’idea del paesaggio romantico; il nero del paese è segno di vita misera, di difficoltà e di morte.

La donna all’inizio vorrebbe fermarvisi un mese ma dopo soli due giorni, si rende conto della monotonia della vita di paese da cui subito riparte. L’autore cerca di spiegarle le caratteristiche della vita di Aci Trezza, le difficoltà quotidiane degli abitanti, la miseria, la necessità di avere l’appoggio dei compaesani per sopravvivere. La società del paese è organizzata secondo regole e ruoli precisi e definiti, le stesse che governano la vita sociale delle formiche. Ecco la necessità di farsi piccoli come le formiche, di immedesimarsi per capire la realtà plebea alludendo così all’artificio della regressione. Si tratta del principio dell’impersonalità secondo cui il narratore deve eclissarsi e divenire un personaggio interno al mondo rappresentato. Di contro la donna, che proviene da una realtà cittadina completamente diversa, sazia di tutto e inebriata di feste e di fiori, é impossibilitata a comprendere. Com’è nello stile di Verga, spesso si utilizzano espressioni popolari o proverbiali. La gente di Aci Trezza viene spiegata con l’uso di metafore e similitudini come quelle dell’ostrica e della formica. Come le ostriche i paesani si aggrappano caparbiamente allo scoglio e resistono alla violenza delle onde anche grazie al loro attaccamento e alla solidarietà reciproca. A volte alcuni personaggi si staccano dallo “scoglio” del loro paese di loro spontanea volontà, alla ricerca di un miglioramento, di un’evoluzione che non riusciranno ad ottenere, il mondo infatti per loro, i vinti,  si trasformerà in un pesce vorace. I personaggi non hanno ancora né volto né nome ma in quelli abbozzati qui sono da ravvisare Maruzza mentre vende arance sull’uscio e guarda la donna bianca e superba, Padron ‘Ntoni vicino al cantuccio nero del focolare, Mena, rappresentata dietro i vasi di basilico e così via. Come gli animali, sono rappresentati in perpetua lotta con la natura per la sopravvivenza. Verga però è dalla loro parte, mentre osserva il reale e lo descrive, ci dona, come disse Sciascia, «la più vera e profonda dichiarazione di poetica che abbia mai scritto».

Deborah Mega

 

 

 

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Il cerchio e la botte: SILVIA CALZOLARI

12 lunedì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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intervista, POESIA, Silvia Calzolari

Proseguiamo con la rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti; le interviste sono pubblicate qui su LIMINA MUNDI in linea di massima il lunedì.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

L’autrice intervistata oggi è SILVIA CALZOLARI.

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  1. Che cos’è per te la poesia e che cosa é in grado di esprimere?

La poesia è modo d’essere, uno stato mentale. I versi tentano di esprimere l’essenza del micro e del macrocosmo, attraverso l’incessante ricerca e sperimentazione della parola.

  1. Quando e in che modo ti sei avvicinata alla poesia?

Quando l’occhio interiore ha iniziato a muovere i suoi primi segni liberi su un foglio, ho sentito “poesia”. Era il bisogno naturale di una bambina di giocare, catturare ed esaltare colori-forme-suoni, cercando e creando fantasie, soprattutto nei momenti più bui e dolorosi.

  1. Chi sono stati i tuoi maestri o meglio i tuoi punti di riferimento?

Madre Natura è stata ed è sempre maestra ispiratrice. Durante gli studi liceali, determinante fu l’incontro con il mio professore di lettere Adriano Menegoi, grande Maestro, estroso ed umanamente appassionato. Da allora, oltre alla lettura dei grandi classici italiani (Dante, Leopardi, Montale, Ungaretti…) e stranieri (Baudelaire, Éluard, Plath, Dickinson..), è nata la forte spinta di una ricerca personale.

  1. Ricordi il tuo primo verso?

Sì e posso affermarlo con certezza, non tanto grazie alla mia memoria o per la sua rilevanza, ma perché lo conservo ancora. Ridendo di me stessa eccolo: “Raggi d’albero le mie dita” (3 maggio 1971).

  1. A chi si rivolge la tua poesia?

Credo che nello scavo e nel proprio catarsi non si pensi assolutamente a chi sia destinato il proprio verso, pur sentendo e cercando sempre quel filo universale che a tutti appartiene. Se poi il proprio scritto arriva emotivamente ed emozionalmente al lettore è gratificazione. Nelle liriche a carattere sociale, l’intenzione diviene invece più mirata e razionale, sostenuta da quel desiderio di lotta per comuni intenti: l’urlo di libertà, l’ascolto di fragilità  e la forza dell’utopia contro quel sistema di diseguaglianza ed ingiustizia che soffoca ed opprime così pesantemente l’essere umano.

  1. E’ stata dichiarata la morte della poesia  e la sua marginalità nell’età della tecnica. In libreria i libri dei poeti contemporanei sono poco presenti e spesso relegati in un angolo, solo i classici godono ancora di un certo prestigio. Di contro c’è un fiorire di readings, di concorsi letterari e di premi. Tu cosa pensi di tutto questo?

Non credo assolutamente che la poesia sia morta, la sua marginalità e/o eccessiva diffusione in rete sono effetto della contemporaneità, generatrice spesso di dispersione e confusione. La tecnologia è un mezzo che concede visibilità e condivisione, nella consapevole illusione che la poesia arrivi ovunque. Le esperienze di concorsi, readings e quant’altro, penso appartengano a quasi tutti gli scrittori. Solo affrontandole si può comprendere quanto, se pur ingenuamente gratificanti, siano troppo spesso solo uno spettacolo d’apparenza, ove domina la superficialità narcisistica e una ridicola competitività che è l’antitesi stessa della poesia. Sono percorsi (in)evitabili che distraggono quasi sempre dall’essenza, poche volte arricchiscono profondamente. Per questo partecipo raramente e solo ove sento empatia e coinvolgimento emotivo.

  1. C’è chi tenta un coinvolgimento nei fatti sociali del suo tempo, chi invece ritrova la verità della poesia e della vita nella sua Arcadia più o meno felice. Tu dove trovi ispirazione? E come nascono le tue poesie?

L’ispirazione può nascere dal buio o dalla luce dei nostri strati interiori (tra conscio e inconscio), come ovunque quando il “terzo occhio” coglie immagini, angoli, visi, situazioni e spazi. Si scrive ciò che si vive, ciò che si percepisce, ciò che si è nel mutamento del proprio essere.

  1. Secondo te i giovani di oggi amano ancora la poesia?

Pur essendo un settore di nicchia, sono più che mai convinta dell’amore dei giovani per la poesia (nella sua più ampia accezione). La poetica giovanile si esprime spesso attraverso interazioni artistiche di vario genere nel superamento della classicità e degli stereotipi. Questa loro ricerca è seme d’evoluzione.

  1. Che importanza è attribuita oggi alla poesia dal nostro sistema d’istruzione?

Il nostro sistema d’istruzione purtroppo rimane quello di sempre, si potrebbe fare molto di più. Spesso vengono proposti esclusivamente classici e molto poco poetiche recenti. Vi sono comunque insegnanti che, per abilità e volontà personale, trovano il modo di percorrere insieme ai propri studenti cammini poetici alternativi.

  1. Ci sono degli orientamenti prevalenti nella poesia italiana ed europea?

La poesia deve fare i conti con un panorama caratterizzato da un numero mai così elevato di “poeti” in attività e dalle più variegate espressioni e tendenze. Il rapporto con le altre discipline creative sembra l’orientamento più evidente e più che mai sperimentato. C’è nella poesia contemporanea anche una bella spinta ad un confronto e dialogo tra culture diverse.

11.La poesia è in grado di influenzare il linguaggio?

La poesia ha sempre influenzato il linguaggio e viceversa.

  1. Può avere un ruolo politico?

La storia è ricca di esempi: Dante Alighieri e Neruda, per citarne due tra i più conosciuti. La forza politica della poesia si è sempre manifestata. Il poeta-politico ha pagato molte volte a caro prezzo le sue scelte. Credo sia importante, nel momento storico attuale, una presenza attiva della poesia.

  1. E’ cambiato il “mestiere” del poeta nel tempo?

Non credo sia cambiato il “mestiere”: la passione è la spinta primaria che ignora e si disinteressa di un eventuale guadagno. La realizzazione di una silloge è mutata,  questo sì,  grazie alle tecnologie.

  1. Alfonso Berardinelli ha sostenuto che oggi chi scrive versi non dovrebbe considerare valido nessun testo se non regge il confronto con un articolo di giornale o con una canzone. Intendeva probabilmente dire che i poeti contemporanei non sono capaci di comunicare con il lettore. Tu cosa ne pensi?

Direi a Berardinelli che, se il testo di una canzone può essere poesia, un articolo di giornale è prosa. Ogni espressione può avere la sua validità in sé e/o (in)utilità comunicativa con o senza comparazioni. Ogni critica è soggettiva, come ogni libertà critica è fondamentale.

15.Attualmente in che stato di salute versa la cultura italiana ed in particolare la poesia?

Siamo la culla della cultura, ma tutta l’arte è in grande difficoltà, in un contesto di globalizzazione priva di scrupoli. Stiamo attraversando un’epoca buia, in cui vige un atteggiamento scarsamente meritocratico, legato ad opportunismi e ad esclusive finalità commerciali. La poesia (come ogni arte) sa comunque vivere ad altre altezze.

  1. Il nome di un autore poco noto che meriterebbe di essere rivalutato.

Ne ho vari in mente, ma non vorrei dimenticare nessuno.

  1. C’è ancora bisogno della poesia oggi e perché?

La poesia è essenziale ed essenza, lo spirito umano morirebbe senza di essa. Personalmente non ne posso fare a meno. In ogni caso, c’è bisogno di autenticità poetica. Spesso c’è troppa finzione… e non mi riferisco di certo all’atteggiamento del fingitore di Pessoa.  

 

BIOGRAFIA – SILVIA CALZOLARI: è nata a Bergamo nel 1965. Si dedica da sempre alla poesia e, dopo la realizzazione della silloge “Specchio” (2009), nel 2010 pubblica “Suonetti in No Minore” (Aletti Editore), “Gioia del dubbio” nel 2011, “Infinire” (Feltrinelli.it) nel 2012, “Ho-oH” (Feltrinelli.it) nel 2013. E’ presente in numerose antologie. Nel dicembre 2014 pubblica “Free Lemon T(h)ree” con le Ed. N.O.S.M. che arriva alla seconda edizione nel maggio 2015. Le sue liriche sono inserite in numerose raccolte antologiche. Collabora con artisti del panorama contemporaneo, in riviste, blog ed associazioni (partecipando sia come organizzatrice che come giurata di concorsi). Partecipa al programma radiofonico “Musica e Parole” di Tony Esposito da Bruxelles (Radio Emozioni Live.). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi. E’ collaboratrice di “Deliri Progressivi” (Progetto Magazine-online; di carattere artistico-culturale; www.deliriprogressivi.com).

INFINIRE – poesiarte di Silvia  silviacalzolaripoeta.blogspot.com/

https://www.facebook.com/Silvia–Calzolari-poesia-358051357551820/ – SOF(F)IAVANGUARDIA –https://www.facebook.com/groups/3304391965

suonetti10@gmail.com

 

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Canto presente 8: Marisa Guagliardito

09 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Canto presente, Marisa Guagliardito, poesia attuale, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Marisa Guagliardito

*

il corpo addosso non ha voce del tempo futuro

se non alita inchiostro e climi

di pioggia o sereno sulle spalle

se concavo non raccoglie nel giro di una pagina

tutto il forse

tutto il certo invisibile

che sente arrivare alle braccia come

l’erba mossa come

un bimbo come

la stretta del sole

quando sale la poesia e ci alziamo

per tenerci in piedi

*

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Il cerchio e la botte: RITA PACILIO

05 lunedì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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POESIA, Rita Pacilio

 

Proseguono le interviste del lunedì di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano. Attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

L’autore intervistato oggi è RITA PACILIO, la quale è stata interpellata anche in un’altra occasione per Sette domande sulla poesia.

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Una rosa rossa

02 venerdì Dic 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Deborah Mega, La grammatica di Dio, racconto psicologico, Stefano Benni

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Uno dei grandi meriti della scrittura in genere é fungere da strumento di impietosa e indiscussa critica dei costumi. Nella raccolta di racconti La grammatica di Dio del 2007, lo scrittore Stefano Benni rappresenta la realtà italiana dei nostri giorni, riflette sull’egoismo e sul cinismo di affaristi privi di scrupoli per i quali predominano le leggi di mercato e nulla contano gli altri.

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Sette domande sulla poesia : CRISTINA BOVE

28 lunedì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Cristina Bove, intervista, POESIA

Un altro appuntamento dedicato alle interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera. Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è CRISTINA BOVE.

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Il cerchio e la botte: ALESSANDRO ASSIRI

21 lunedì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Alessandro Assiri, intervista, POESIA

Proseguiamo con la rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti; le interviste sono pubblicate qui su LIMINA MUNDI in linea di massima il lunedì (non è un’indicazione rigida, ma orientativa).

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

Questa è un’intervista “tipo” che sarà sottoposta anche ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è ALESSANDRO ASSIRI.

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Notturno

18 venerdì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Deborah Mega, Gabriele D'Annunzio, Notturno

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E’ tempo che ogni falsa imagine di me cada.

Aegri somnia. 

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v′è posata. Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. 

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Il cerchio e la botte: CLAUDIA PICCINNO

07 lunedì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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Claudia Piccinno, intervista, POESIA

Continua la nostra rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate qui su LIMINA MUNDI il lunedì. Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia. Questa è un’intervista “tipo” che sarà sottoposta anche ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è CLAUDIA PICCINNO.

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Io penso ai morti

02 mercoledì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Poesie

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Alfonso Gatto, Edgar Lee Masters, Mario Luzi, Ugo Foscolo

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Io penso ai morti

Nella pioggia che batte e scioglie i cieli
– i grandi cieli all’improvviso soli –
io penso ai morti. Udranno a lungo i treni
chiamare in sogno le città perdute
e dare ai nomi dell’addio la voce
che resta della sera.
Sei, a chiamarti, il nome delle sere
che non risponde, ma potresti avere
bisogno del racconto, d’una voce,
per questa pioggia che ti fa più sola
dei lumi senza requie.
Tornerai
dalle musiche morte, dalle gronde
dei tuoi mattini, amore che riprendi
dal naufragio l’ala del tuo volo.

Alfonso Gatto

***

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Sette domande sulla poesia : ELISABETTA MALTESE

31 lunedì Ott 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 2 commenti

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Elisabetta Maltese, intervista, POESIA

Proseguiamo con le interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì. Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera.

Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è ELISABETTA MALTESE.

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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