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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: LiminaMundi

Miriam Bruni legge “La tentazione” di Nina Cassian

11 giovedì Set 2025

Posted by LiminaMundi in Podcast, POESIA

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Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

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Due Passi e Due Mondi: L’Italia e San Marino di fronte alla sfida famiglia-lavoro

10 mercoledì Set 2025

Posted by LiminaMundi in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

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A volte bastano due passi, letteralmente, per entrare in un mondo diverso. Due passi che separano l’Italia da San Marino, due Paesi che parlano la stessa lingua, condividono la cultura e spesso anche i problemi, ma che offrono risposte molto diverse alle famiglie, soprattutto quando si parla di conciliazione tra lavoro e vita familiare.
Per moltissimi genitori italiani, l’estate si trasforma in un vero e proprio incubo organizzativo. Quando le scuole chiudono a giugno, comincia la lunga stagione in cui le famiglie devono trovare soluzioni, spesso improvvisate e costose, per gestire i figli durante l’orario di lavoro. Ad agosto, il problema raggiunge il culmine: trovare una babysitter disponibile è difficile, e se si riesce, i costi sono altissimi, tanto da mangiarsi una bella fetta dello stipendio. Il sostegno dei nonni, su cui molte famiglie si basavano, oggi non è più scontato: tra chi è ancora al lavoro, chi ha problemi di salute o chi vive lontano, il cosiddetto
“welfare familiare” sta venendo meno. E lo Stato? Resta spesso spettatore. I centri estivi pubblici si fermano a fine luglio o al massimo ai primi di agosto, lasciando scoperti proprio i mesi più critici. Le ferie lavorative sono limitate, e non coprono certo tutta la chiusura scolastica.

Basta varcare il confine per scoprire un’organizzazione più attenta e concreta. A San Marino, i centri estivi restano attivi anche ad agosto e settembre, offrendo alle famiglie diverse opzioni tra strutture pubbliche e iniziative private, come agriturismi, associazioni sportive o cooperative sociali. Questo permette ai genitori di continuare a lavorare senza dover affrontare il panico organizzativo o la spesa esorbitante per una baby sitter. Non si tratta solo di organizzazione pratica, ma anche di una visione più ampia: a San Marino, le istituzioni sembrano aver capito davvero quanto sia difficile, soprattutto per le madri, conciliare lavoro e famiglia. Il supporto è visibile e presente, e permette una maggiore serenità quotidiana.
In Italia, invece, la discussione sulla conciliazione resta spesso a livello teorico. I dati continuano a segnalare le difficoltà delle mamme lavoratrici, che troppo spesso si trovano costrette a scegliere: il lavoro o i figli? Una carriera o la gestione quotidiana della famiglia? Il sistema non offre supporti concreti: mancano sufficienti posti nei nidi pubblici, i costi dei privati sono proibitivi, e i congedi parentali sono spesso troppo brevi o mal retribuiti. Chi sogna di crescere professionalmente lamenta l’assenza di un aiuto istituzionale, sia sul piano economico che emotivo. L’Italia è ancora molto lontana dal garantire pari opportunità reali per le madri. Così, molte donne si vedono costrette a ridurre l’orario lavorativo, a chiedere permessi, a rinunciare a promozioni o addirittura a lasciare il lavoro.
La differenza tra l’Italia e San Marino non è questione di miracoli, ma di priorità. Investire in servizi per l’infanzia, in sostegni concreti per le famiglie, in una rete di assistenza che non si fermi a metà estate, significa costruire un Paese più giusto e produttivo, dove le madri possano lavorare senza sentirsi in colpa, e i padri possano condividere davvero le responsabilità familiari, dove crescere un figlio non sia una corsa a ostacoli, ma una scelta sostenibile.
Nel dibattito ormai cronico sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, l’Italia continua a rispondere con soluzioni tampone e bonus una tantum, che pur facendo notizia, non risolvono il problema strutturale. Perché non è solo una questione economica, ma soprattutto organizzativa e culturale. I genitori, in particolare le madri, si trovano incastrati in un sistema che non regge più il peso della realtà.
Negli ultimi anni sono stati introdotti diversi bonus, per asili nido, baby sitter, rette scolastiche, ma si tratta di misure frammentate, spesso vincolate a requisiti complessi e con una burocrazia scoraggiante. In molti casi coprono solo una parte delle spese reali, lasciando le famiglie in difficoltà nel far fronte a un’intera estate di cura senza supporti continuativi. Un bonus non risolve, per esempio, la mancanza di un centro estivo a portata di mano, o l’impossibilità di trovare una babysitter disponibile ad agosto. E soprattutto non interviene su un problema ben più profondo: l’insufficienza del sistema di congedi.
Il congedo parentale, così come è strutturato oggi in Italia, ha maglie troppo strette. Non solo dura poco, ma viene spesso “mangiato” da un sistema di conteggio penalizzante: i giorni festivi o non lavorativi vengono inclusi nel calcolo se si trovano all’interno di periodi di ferie o altri giorni di assenza, riducendo di fatto il tempo disponibile per prendersi cura dei figli.
Inoltre, il congedo è retribuito solo in parte e spesso in modo simbolico: una madre che guadagna uno stipendio medio-basso difficilmente può permettersi di assentarsi a lungo, pena il rischio concreto di non arrivare a fine mese. E quando il congedo finisce, in molti casi non esistono alternative praticabili.
Un altro nodo critico riguarda le aspettative non retribuite. In teoria, sarebbero una possibilità per chi ha esaurito ferie e congedi, ma in pratica molte aziende si rifiutano di concederle. E possono farlo, perché non sono obbligate. Di fronte a una richiesta, il datore di lavoro può semplicemente rispondere di no. Risultato? I genitori sono costretti a scelte estreme: licenziarsi, lasciare i figli a persone non fidate, o cercare soluzioni precarie e rischiose. Chi paga il prezzo più alto sono, ancora una volta, le madri.
Anche se non ufficialmente single, molte madri si ritrovano a gestire da sole la quasi totalità del carico familiare. Che il partner lavori troppo, sia assente o non coinvolto, poco cambia: l’intera organizzazione familiare — compiti, malattie, vacanze scolastiche, attività extrascolastiche — ricade su di loro. E il sistema non le riconosce né le sostiene in modo adeguato. Non si tratta solo di una fatica quotidiana, ma di una vera e propria esclusione sociale e lavorativa: donne che si vedono costrette a dire no a un incarico, a un trasferimento, a una formazione, perché non hanno alternative nella cura dei figli. Il rischio? Uscire dal mercato del lavoro o restare inchiodate a posizioni sottoqualificate, solo perché compatibili con gli orari scolastici. La realtà è chiara: il sistema italiano non regge più. Servono riforme strutturali, non più
piccoli correttivi, servono congedi più lunghi, meglio retribuiti e più flessibili. Serve un vero diritto all’aspettativa (non) retribuita per motivi familiari, servono politiche che riconoscano il lavoro di cura, che redistribuiscano il carico genitoriale e che non penalizzino chi sceglie di avere figli.

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Treno per Danzica. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano 

03 mercoledì Set 2025

Posted by LiminaMundi in I nostri racconti, PROSA

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Jas Longden

Avevano sbagliato treno. Uno di quegli errori piccoli e apparentemente irrilevanti, quelli che si riducono a una scocciatura e una corsa a piedi tra un binario e l’altro. Ma non fu così, quella volta. Erano partiti da Danzica quella mattina, madre e figlio. Lei, sulla cinquantina, con la vitalità di una ventenne e un’energia quasi incongrua per l’orario; lui, poco più che ventenne, disincantato e curioso, con una mente che saltava dai podcast di filosofia alla politica globale senza soluzione di continuità. Una sosta a Varsavia era prevista, ma l’intercity che avevano preso non li stava portando lì. Un errore di piattaforma, di orario, di lettura affrettata. Fatto sta che si ritrovarono a scendere a Tczew, una stazione di campagna persa nel
vuoto del nord polacco, in mezzo a un gruppo di studenti cinesi e a campi dorati che ondeggiavano sotto il sole del primo pomeriggio.
La fermata era quasi surreale: una panchina, un orologio rotto, e silenzio. Nessun annuncio. Nessuna spiegazione. Poi, un treno arrivò. Sembrava vecchio. I vagoni grigi, le porte
cigolanti, ma era diretto a Danzica, secondo il tabellone arrugginito, doveva essere quello giusto. Salirono.
All’inizio, nulla di strano. Il consueto sobbalzo, il rumore monotono delle ruote sui binari. Ma a poco a poco, qualcosa cambiò. Non saprebbero dire esattamente quando. Forse era la luce più fioca, giallastra o l’odore ferroso, misto a fumo e carta inchiostrata. Forse erano i passeggeri. Uomini e donne con giacche pesanti, sguardi tesi, voci basse. Parlavano in polacco, ma bastava l’espressione dei loro volti per capire che non era una conversazione normale. C’erano tensione e aspettativa nell’aria. E rabbia. Una rabbia antica, contenuta, viva. Qualcuno distribuiva volantini ciclostilati, le mani macchiate di nero, la carta sottile come pelle di cipolla. I due italiani ne ricevettero uno. Non capivano il testo, ma una parola spiccava su tutte, impressa in rosso: Solidarność. Fu allora che la madre capì.
— Siamo finiti in uno dei treni del movimento. Sussurrò al figlio. Questo è un treno diretto ai cantieri di Danzica. Ma non nel nostro tempo.
Era l’agosto del 1980. Era l’estate della rivolta. I due si ritrovarono immersi in un viaggio dentro la storia. I volti nel vagone parlavano da soli: operai, insegnanti, donne con fazzoletti in testa e borse colme di pane e volantini. Gente comune che andava a lottare per qualcosa di straordinario: il diritto di parlare, di dissentire, di non vivere più piegati. Era il cuore pulsante della Polonia che batteva in direzione opposta al potere. Le voci si alzavano. Raccontavano storie vere, dure. Della fame, delle code interminabili per la carne, dei generi razionati, dei figli che sognavano l’Occidente e finivano nei corridoi bui delle fabbriche. Parlavano di censura, di paura, di perquisizioni notturne, ma parlavano anche di coraggio. Di un nome, soprattutto: Lech Wałęsa. Lo evocavano con una riverenza che ricordava i santi, ma senza idolatria. Wałęsa era un elettricista dei cantieri navali di Danzica. Un uomo qualunque, padre di famiglia, ma con un carisma nato dalla verità. Non era un teorico, nemmeno un oratore particolarmente abile, ma parlava come loro. E questo bastava.
Aveva guidato gli scioperi, scalato i cancelli del cantiere per annunciare che la lotta era cominciata. Aveva parlato di dignità, non di rivoluzione. Eppure, ogni sua parola era un atto rivoluzionario, perché rompeva il silenzio che da decenni copriva la vita dei lavoratori polacchi. Wałęsa non prometteva utopie. prometteva solo onestà.
Il figlio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, cominciava a capire. Guardava quei volti e capiva che la storia non era solo nei libri. Non era solo una narrazione. Era carne, sudore, polmoni che gridano contro il muro.
Un uomo nel vagone, con gli occhi chiari e profondi, disse qualcosa in inglese: — We go to shipyard. Lenin’s shipyard. To show them we are not afraid anymore. Poi guardò fuori dal finestrino. Le prime gru cominciavano a profilarsi contro il cielo. Danzica era vicina.

Il treno rallentò. I cancelli dei cantieri apparvero in lontananza, come un sogno fatto di ferro. Davanti, migliaia di persone. Striscioni, canti, bandiere improvvisate. La madre prese la mano del figlio. I due scesero dal vagone insieme agli altri. Non sapevano come fossero finiti lì. Non sapevano se stavano sognando, o se il tempo, per una volta, aveva deciso di cedere al bisogno urgente della memoria. Davanti ai cancelli, tra la folla, qualcuno alzò un megafono. Le parole erano in polacco, ma il messaggio era universale. “Unità. Lavoro. Verità. Libertà.” Ogni parola era seguita da un’ovazione. Non c’era rabbia distruttiva, ma una determinazione feroce e composta. Un popolo che diceva basta.
La madre si girò verso il figlio. — Questo non è solo un viaggio nel passato. È una lezione. Su cosa significa davvero libertà.
— E su quanto costa — rispose lui. Il sole stava calando. Il cielo sopra Danzica si tingeva d’oro e carbone. La madre e il figlio, ancora con i volantini in tasca, ripresero la via del ritorno. Non sapevano come. Forse il treno sarebbe tornato a prenderli. Forse la magia del tempo si sarebbe spezzata nel momento esatto in cui avrebbero lasciato il cantiere. Ma portavano con sé qualcosa che non li avrebbe più abbandonati: l’eco di un popolo che aveva trovato la voce.
Solidarność non era solo un nome. Era un movimento che aveva sfidato l’Impero con le mani vuote e il cuore pieno. Era il primo mattone caduto di un muro che sembrava eterno. E loro, per un giorno, ne erano stati testimoni. Il ritorno fu silenzioso. La madre e il figlio avevano lasciato Danzica come si lascia un sogno troppo intenso per essere raccontato. Non c’erano stati effetti speciali, né dissolvenze temporali. Nessun annuncio. Solo un altro treno, un altro sedile di legno, e l’impressione netta che qualcosa si fosse spezzato dentro. O forse, aperto.
Fu durante quel viaggio di ritorno, mentre i campi della Pomerania scorrevano lentamente fuori dal finestrino, che cominciarono a parlare davvero.
— I polacchi… hanno un senso della nazione fortissimo. — disse lei, guardando i villaggi scivolare via, ordinati e austeri.

— Sì. E ora capisco da dove viene. Da tutta quella sofferenza, da quella resistenza collettiva.
— Certo. Ma attento a idealizzarli troppo — aggiunse lei, voltandosi con lo sguardo di chi ne ha viste tante. — Intendiamoci, anche loro hanno avuto il loro momento di imperialismo.
Il ragazzo la guardò, curioso.
Cioè?
— Quando i polacchi hanno avuto il coltello dalla parte del manico, non sono stati teneri. Né con i russi, né con gli ucraini. Pensa alla Confederazione polacco-lituana. Uno dei più vasti stati d’Europa, prima che tutto crollasse. E dentro quei confini, i popoli non vivevano sempre in armonia. Il figlio annuì lentamente. Aveva letto qualcosa, ma mai in modo così concreto.
Le storie dei grandi popoli oppressi sono spesso raccontate in bianco e nero, ma la realtà, lo stava capendo, è fatta di sfumature molto più dure da accettare.
Hanno avuto un loro “momento imperiale”. — riprese lei — I polacchi sono stati per secoli una potenza. Hanno combattuto i russi per il controllo dell’Ucraina. Spesso li hanno oppressi a loro volta. L’Ucraina occidentale, Leopoli, era polacca. E la memoria di quelle occupazioni ha lasciato ferite profonde, che non si rimarginano facilmente.
Fu in quel momento che lui collegò tutto. Le guerre, i confini che cambiavano. La Seconda guerra mondiale. Il patto Molotov-Ribbentrop. La spartizione della Polonia, prima dai nazisti, poi dai sovietici. La storia era un nastro che si avvolgeva su se stesso, senza mai trovare pace.
— Quindi… — disse, cercando un punto fermo — non c’è mai un innocente, nella storia?
— C’è chi resiste e chi opprime. Ma spesso, chi resiste oggi ha oppresso ieri. È questa la tragica ironia. La nazione diventa rifugio, identità, ma può anche diventare gabbia o arma.
Il treno rallentò. In lontananza si intravedeva Varsavia. La città moderna, piena di vetro e cemento, stava lì come una promessa nuova, ma anche come una città che aveva dovuto seppellire se stessa più volte. I palazzi del centro erano repliche moderne di antichi edifici barocchi spazzati via nel ’44. Ricostruiti con amore, ma anche con disperazione. Guarda questa città — disse la madre. — Ha visto l’inferno più di una volta. I nazisti l’hanno rasa al suolo, i sovietici hanno lasciato le cicatrici. Ma è ancora qui. E ogni volta, i polacchi si sono rialzati. Come popolo, come idea. Poi aggiunse: — Ma proprio per questo, quel senso della nazione diventa totalizzante. A volte esclusivo. Come se solo il dolore polacco contasse. Lo stesso rischio lo viviamo anche noi. Il vittimismo nazionale che diventa identità.
— Sì. Solo che in Polonia, quel senso identitario è quasi sacro. Ha a che fare con la fede, con la lingua, con la sopravvivenza. È una cosa difficile da capire per chi viene da un paese come il nostro, dove la nazione è un’idea, non una religione. Il figlio restò in silenzio. Pensava a tutte le manifestazioni viste nei giorni precedenti: le croci, le bandiere rosso-bianco, le preghiere nei cantieri. Pensava anche a Lech Wałęsa, che non era solo un sindacalista ma un cattolico fervente, capace di unire chiesa e popolo sotto un’unica voce.
Il treno entrò in stazione. Le porte si aprirono con un sibilo. Erano tornati nel presente. Nessun manifesto di Solidarność, nessun corteo, nessun megafono. Solo pendolari, valigie, pubblicità di nuove start-up. Quella sera, nella stanza d’albergo, la madre stese sul letto il volantino che aveva portato via dal treno. Lo aveva conservato con cura, come una reliquia.
Lo guardarono insieme. Il foglio era ingiallito, ma il nome Solidarność brillava ancora in
rosso. Sotto, uno slogan che avevano sentito solo sussurrare sul treno: “Nie ma wolności bez Solidarności” — “Non c’è libertà senza solidarietà”.
Il figlio lo lesse ad alta voce. Poi disse: — Chissà se oggi esiste ancora quella solidarietà. La madre lo guardò. — Forse no. Forse si è trasformata. Ma la memoria di quella parola può ancora salvarci. Se ricordiamo da dove veniamo, possiamo scegliere dove andare. Anche quando sbagliamo treno.

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Natale al Caffè Florian

25 domenica Dic 2022

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

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Tag

Alfonso Gatto, Natale al Caffè Florian

by Keld N

 

La nebbia rosa

e l’aria dei freddi vapori

arrugginiti con la sera,

il fischio del battello che sparve

nel largo delle campane.

Un triste davanzale,

Venezia che abbruna le rose

sul grande canale.

 

Cadute le stelle, cadute le rose

nel vento che porta il Natale.

 

Alfonso Gatto

(da “Il capo sulla neve”, 1949)

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Mi dicono che ero bella. Patrizia Cavalli

26 domenica Giu 2022

Posted by LiminaMundi in Grandi Donne, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Bella lo era davvero Patrizia Cavalli, una delle voci più intense della poesia contemporanea. Se n’è andata nel giorno del solstizio d’estate, una bella data per morire anche se, per chi resta, ogni volta che muore un poeta è un giorno triste. Limina mundi la ricorda così. Una galleria fotografica e alcune sue poesie.

Patrizia Cavalli – Todi, 17 aprile 1947 – Roma, 21 giugno 2022

Mi dicono anche che ero bella
da ragazza ma io non me ne sono mai accorta.
Ecco, forse sono stata felice ma non me ne sono accorta.
Forse è stato un godimento oggettivo, quello della mia bella giovinezza, ma non soggettivo.
Non c’ero e dunque non ho vissuto.
A volte si vivono intere vite senza esserci.

Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

Questa sfusa felicità che assale
Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
E’ tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Ah, ma è evidente, muoio,
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muoio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch’io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l’altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un’immortale.

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“Memorabilia”. Un racconto di Luca Cassarini

17 martedì Mag 2022

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Novelle trasversali

≈ 1 Commento

Tag

Luca Cassarini, Memorabilia, racconto

Su questo blog esiste già da tempo “Versi trasversali”, una rubrica dedicata alla poesia segnalata alla redazione. In questa rubrica, sotto l’egida dello slogan “la poesia è anche incontro”, sono proposte le poesie di autori che incontrano il blog. Mancava un’analoga rubrica per le novelle e, poiché non possiamo trascurare una così antica forma espressiva, ecco la nostra “Novelle trasversali”, dove il blog Limina mundi incontra la forma del racconto.

Wassily Kandinski, Studio di colore: quadrati con cerchi concentrici

Il logo di questa rubrica è il dipinto di Kandinsky Studio sul colore. Nell’opera una serie di cerchi concentrici di svariate cromie sono racchiusi ciascuno in un quadrato. Questa scelta ben rappresenta l’arte del racconto. Ogni racconto, nella sua completezza, fa quadrato a sé, le diverse cromie della narrazione provocano percezioni/emozioni diverse, l’insieme dei racconti forma un quadro antologico nell’articolata geometria degli incontri con gli autori segnalati alla redazione.

Nella rubrica Novelle Trasversali oggi presentiamo un racconto di Luca Cassarini

MEMORABILIA

“Il peso più grande. Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso“

(Friedrich Nietzsche, La gaia scienza)

Quel giorno era uscito presto, per poter battere nuovi sentieri nel bosco subito fuori città. Camminava svelto: aveva avuto sempre fretta nella vita, voglia di bruciare le tappe, emergere, tenere tutti sotto di sé e lui primo in ogni cosa, in ogni dove. L’idea di prendersi una mezza giornata libera da ogni impegno gli era venuta dopo l’ultimo bilancio economico della sua vita. Lo faceva praticamente ogni volta dopo che si era scolato un bicchiere di troppo o aveva litigato con una qualche donna della sua vita. Quando capitava una di queste due condizioni, andava nel suo studio, esaminava l’andamento della borsa oltreoceano, ingollava un altro drink energetico e si dedicava alla masturbazione mentale considerando l’evoluzione degli stock option e dei future sul mercato eurasiatico. Ma quando si era accorto che crollavano i mercati e la sua misera esistenza, tutti e due assieme e in una volta sola, si era dunque deciso a fare una cosa nuova. Di suo, la giudicava diversa e adrenalinica: scappare altrove. Fight, flight or freeze: aveva scelto la seconda opzione, ovvero fuggire.

Aveva cercato sul web “consigli spiccioli per cambiare la propria esistenza in dieci passi”, finché non si era imbattuto in un forum ad hoc, uno di quelli in salsa new age tanto cari ai boomers come lui. Questo sito web dava poche e semplici indicazioni per abbandonarsi il passato alle spalle e staccare dal logorio della vita moderna: una scampagnata in montagna, una gita fuori porta, cosa che nella sua testa equivaleva ad un allontanarsi dagli altri per non trovare più se stesso, ma erano punti di vista, visto che nel forum assicuravano che, così facendo, sarebbe stato possibile riappropriarsi della propria identità, rassicurare il proprio cervello rettiliano, agevolare gli istinti famelici del proprio poppante interiore. Non era proprio scritto così, ma questi ultimi erano stati i propri pensieri, ed aveva ridacchiato ripensando all’espressione “cervello rettiliano” e “infante interiore”.

Tra parentesi, si potrebbe tratteggiare un po’ meglio la figura di quest’uomo, che manterremo anonimo visto che molti potrebbero ritrovarsi in costui e così si eviterà il rischio di esser chiamati con nome e cognome, come a scuola durante l’appello o – peggio ancora – le interrogazioni. Insomma, tornando alla storia: lui, cinquantenne esperto di economia ma meno di gestione domestica, belloccio ma non affascinante, era ancora scapolo per scelta altrui, si era concesso donne bellissime pagando cifre assurde, aveva spesso deciso di vivere al di sopra delle sue possibilità negli anni di mezzo; poiché a tutto c’era un limite, aveva scelto di non superarne troppi, di limiti, e si era infine rassegnato ad una vita solitaria, complice il suo carattere, il suo lavoro, i suoi interessi ereditati da bambino. Ma il suo carattere era il suo destino, ovvero la testardaggine di fare da solo ciò che più desiderava in quel momento. Detto, fatto. Appunto.

***

Lo scarto del terreno era stato fatale. Mettere il piede in fallo, inseguendo chimere e farfalle, scivolare nel dirupo, lanciare un mezzo grido che nessuno raccoglierà, al più verrà sbertucciato dagli animali del bosco o si infrangerà contro le rocce avide di sole. Il sole gli picchia il corpo, gli brucia la fronte, e forse quello gli consente di racimolare i suoi ricordi, quel sole abbacinante lo riportava indietro nel tempo, ad un periodo lontano. Quando stava bene. Si stava meglio quando si stava peggio, insomma.

Doveva avere sette oppure otto anni, l’unica cosa che ricordava con certezza era che sarebbe giunta un’estate davvero calda, preannunciata dal frinire continuo, asfissiante, delle cicale. Notte o giorno, quel loro cicaleccio di comare lo rendeva per un verso felice – per tanti motivi: la scuola finita, gli amici da vedere al mare, il senso di libertà a carezzargli la pelle implume; per l’altra malinconico – per molteplici ragioni: la città che si svuotava, il sudore che appiccicava lenzuola e vestiti alla pelle, la solitudine della canicola o della notte infame. Tuttavia era ancora giovane e presto avrebbe capito che il suo animo non l’avrebbe mai reso poeta. Semplicemente, fuori tempo rispetto agli altri, ma quello scarto minimale, se solo avesse voluto lo avrebbe potuto recuperare in fretta e tutte le sue malinconie e paturnie accantonare nel bidone dei brutti ricordi o dei dettagli insignificanti. Invece aveva deciso di fare altrimenti: abbracciare quel senso di esclusività e farselo pulsare nelle vene, respirarlo appieno, assaporarlo del tutto, fino in fondo, addentando la vita al midollo come altri prima di lui gli avevano consigliato. Ecco tutti soddisfatti: lui, che coltivava pazientemente il suo dolore, gli altri che ciondolavano la testa pensando che era un bambino fragile, sensibile, difficile, tosto, intelligente, sopra le righe, eccetera eccetera.

Poi era arrivata la realtà con tutta la sua durezza. Se crescere, se la stessa adolescenza etimologicamente era una sofferenza, bene: lui aveva risposto appieno a questo mandato; i tiepidi sogni avevano dovuto far posto a cocenti delusioni. Sii concreto, ché la vita è anche lacrime e dolore. Già, proprio vero. Abstine et substine, come dice Seneca o chi per lui. Dagli antichi c’è sempre da imparare qualcosa: è la saggezza di chi ha vissuto ed ha la bisaccia piena di rimpianti. Questi i consigli di qualche vecchio del paese. Non era stato abbastanza, per lui, abbracciare le bonarie rassicurazione di vecchi, ubriachi e saggi: aveva cercato conforto nella religione, affidando i suoi crucci ad un sacerdote dalla faccia severa. Guarda l’immagine di Gesù che sulla Croce distende le sue braccia come dire, “sì, accolgo questo dolore in me, cosicché possa esser cancellato il peccato originario dell’Uomo e portare nuova linfa per coloro che verranno…”, le parole del prelato distratto. Ecco, se n’era andato lasciando il prete sproloquiare sui concetti teologici e la giustificazione del perché ci fosse il male sulla Terra. Applicava ragionamenti più concreti, lui: il male c’era perché le persone non si comportavano bene, si odiavano l’un l’altra, volevano giungere al primo posto quando il posto era uno solamente e i pretendenti milioni di milioni, come le stelle di una famosa pubblicità, e forse era più buono pane e salame che le noiose lezioni di catechismo.

I suoi genitori ad un certo punto lo avevano ritirato dalla Parrocchia, per il semplice motivo che due brutte notizie si affaccendavano all’orizzonte, scure come un temporale: marito e moglie si stavano separando e la famiglia in frantumi cambiava città, un poco come un vaso che cade a terra ed i cocci finiscono sparsi da tutte le parti. Si può dire che le due cose non fossero consequenziali, cioè il divorzio e l’abbandono della città, sarebbero accadute entrambe o una soltanto o nessuna. Sta di fatto che l’ultimo giorno di Catechismo lui non salutò nessuno e nessuno lo salutò, non perché fosse antipatico, ma semplicemente perché non lo si notava, una di quelle persone che in un elenco rimangono sempre dimenticate, o per ultime, o aggiunte infine, ma solo come gesto di cortesia. L’unica cosa che gli sarebbe rimasta impressa sarebbero stati i capelli rossi di una ragazzina della sua stessa età, ma la giovane non era italiana e lui era troppo timido per tentare approcci amichevoli, per cui quell’immagine rossiccia sarebbe svanita dalla sua mente, come rimasuglio un semplice nome, ben altre cose avrebbero occupato i suoi pensieri, negli anni a venire. La vita gli avrebbe imposto un percorso obbligato, come quel sentiero contraddistinto da tanti paletti nel terreno montano che aveva intrapreso malvolentieri. Ligio al dovere, aveva abdicato ai suoi sogni per dare mandato ai bi-sogni: crescere. Guadagnare. Diventare qualcuno. Qualcuno ma chi? Ecco il motivo per cui, ad un certo punto, in un certo qual modo, aveva scelto di uscire dal seminato. Il terreno scosceso, la sorpresa improvvisa, la caduta nel dirupo, la botta, la frattura. E poi, la necessità di aggrapparsi a qualcosa – qualunque cosa – fino a quel gioco di associamenti automatici, per cui….

…ecco ripresentarsi alla sua vista quell’ampia macchia rossa, lungo tutta la gamba, segno tangibile di animale ferito, maschio sulla cinquantina, altezza nella media, leggermente stempiato, amante delle belle donne e delle buone bevute solitarie. Essa occupa tutto lo spazio nello shock del momento, mentre cerca di risolvere il problema alla meno peggio, azzardando una qualche benda, un qualche laccio emostatico. In qualche modo ce la fa, è abbastanza versatile, tutto sommato. Con sollievo, nota che la ferita si è rappresa, scurita. Il dolore lancinante è stato sedato dallo scarico di adrenalina, ma sa che cesserà anche quello e, come dopo una sbornia, soffrirà indicibilmente. Non vede l’ora. Forse ha delle ossa rotte, non riesce a muoversi. Lascia il fardello del suo zaino. Gli torna in mente quella faccia antica, lontana. ”Klara, si chiamava Klara.”, pensa contando gli steli d’erba rinsecchita, le zampe di un insetto morto, immaginandosi tumulato sotto la terra fertile, immobile e crocifisso come quello scarabeo rimasto pancia all’aria. Se fosse notte conterebbe le stelle in cielo, il sole non è ancora calato, teme possa calare il silenzio sulla valle e passare l’ultima notte in balia della fortuna.

Puerilmente, decide di alzare una stupida preghiera alle divinità del cielo. Che tutto questo finisca presto, il suo penultimo desiderio. Non avviene alcuna epifania. Grida, ma nessuno può ascoltarlo. E lui lo sa. Grida più forte. Vuole che per lui quel momento possa essere memorabile, indimenticabile, assoluto: il suo ricordo migliore, dopo una vita passata invano.

Luca Cassarini
https://scrittureartigianali.wordpress.com/

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La Poesia è necessaria.

16 domenica Gen 2022

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

≈ 5 commenti

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Luigia Sorrentino, Rai NewsPoesia

Nicolas Poussin, L’Ispirazione del Poeta, 1628-1629, olio su tela, 184 x 214 cm.            Parigi, Musée du Louvre

 

Molti di noi si saranno accorti che, dal 27 dicembre 2021, il blog Poesia sul sito di Rainews non è più visibile. Non è possibile oscurare o ancor peggio sopprimere un luogo d’incontro per la comunità dei poeti e degli artisti che, dal 2007 ad oggi, ha costituito un archivio rappresentativo per la poesia nazionale e internazionale, sarebbe come chiudere una scuola o una biblioteca o un qualsiasi altro servizio di pubblica utilità. Anche la redazione del blog LIMINA MUNDI, pertanto, esprime la sua solidarietà e auspica la riapertura del blog di divulgazione della cultura poetica e letteraria curato in questi anni da Luigia Sorrentino e dai suoi collaboratori.

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Per la mamma

09 domenica Mag 2021

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA

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Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

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Una madre che dorme
piove in dolcezza dentro di sé
come una grotta
e in fondo al lume ha il suo bambino.
Una madre che dorme
dorme al panneggio ardente d’una fiera
che la guarda mansueta.
È una dolce sera
in mezzo alla pupille
della sua onda quieta.

Alfonso Gatto

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La mamma non è più giovane
e ha già molti capelli
grigi: ma la sua voce è squillante
di ragazzetta e tutto in lei è chiaro
ed energico: il passo, il movimento,
lo sguardo, la parola.

Ada Negri

foto dal web.

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Biglietto d’Auguri

21 lunedì Dic 2020

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Pubblicato da LiminaMundi | Filed under SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Un dono

25 mercoledì Dic 2019

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

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Questi tempi sono difficili, le spaccature sociali si accentuano, la povertà si vive sulla pelle, emigra, diventa palese, lo spirito caritatevole resiste in persone di buona volontà, che spesso remano controcorrente.

In questo momento in cui molti sentono il bisogno di protezione, dilaga la confusione sociale e mentale, la tentazione è di imporre ai deboli, di prevaricare.

In questi giorni è stato da poco diffuso un video che Rai cultura ha prodotto col concorso di 22 cantanti rimasti anonimi, si riconoscono tuttavia le voci di beniamini amati dal pubblico. Nel video le voci si susseguono, senza soluzione di continuità. Una staffetta virtuosa che legge una tra le più belle poesia prodotte dalla letteratura italiana: “L’infinito” di Giacomo Leopardi. Il video contiene nelle immagini evidente il riferimento allo splendido dipinto di Caspar David Friedrich “Viandante sul mare di nebbia” del 1818. Nel dipinto un uomo di spalle su un promontorio sembra dominare dall’alto la visione del paesaggio avvolto nella nebbia dalla quale emergono le cime, ma attraverso la contemplazione della natura, si percepisce ch’egli riflette sulla sua finitudine e il bisogno di soprannaturale. Perciò tende, superando la bassezza propria della natura umana, a Dio. Nel video un perfetto connubio esalta l’arte nelle sue varie forme: la pittura, la parola, la scrittura. I versi scritti su suggeguono nell’animazione comparendo e scomparendo, man mano che avanza la lettura.

Una bella produzione che inneggia alla bellezza, alla riflessione, alla poesia e, perciò, un bel dono che il blog Limina mundi rilancia per augurare ai lettori e a tutti, in questo giorno speciale, che sia sempre una festa di fratellanza, perdono, carità e regali continui di bellezza.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=aXVQgvrRhf4&feature=emb_logo

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Centomila

14 giovedì Nov 2019

Posted by LiminaMundi in Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Limina Mundi ha superato le 100.000 visite e, dal momento che apprezziamo la compagnia, vi ringraziamo. Continuate a seguirci. 

Centomila volti e voli. albe anni sogni e segni. centomila strade ponti percorsi sentieri. centomila finestre porte varchi aperture. centomila reti sostegni tralicci paracadute. intrecci centomila e incontri e parole. centomila vasti orizzonti e mari. onde centomila e preziosi tesori. a noi centomila di questi giorni e molteplici stati di grazia a venire. a voi tutti altrettante grazie in ordine sparso a macchia di leopardo presenti e future.

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Pasqua

21 domenica Apr 2019

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

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La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere pienamente e serenamente la Pasqua, festa di rinascita, speranza e rinnovamento.

Vi proponiamo una poesia di Gozzano che rappresenta la primavera attuale, restia ad arrivare.

 

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Guido Gozzano

 

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Natale altro non è

25 martedì Dic 2018

Posted by LiminaMundi in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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L'incanto di Natale, Maria Luisa Spaziani

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti BUON NATALE.

‘Snowflake’ by Alexey Kljatov

Lettera 1951

Natale altro non è che quest’immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d’oro.

Sono qui, col tuo dono che m’illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra…
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

 

Maria Luisa Spaziani, L’incanto di Natale (Einaudi, 2012)

 

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“Un giorno moriremo, ma il canto viene prima” di Julio Cortàzar

02 venerdì Nov 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Julio Cortazàr

Vecchia contadina, Renato Guttuso, 1949

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
 
Nonna, tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e a ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni
con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a
restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
 
Non dimentico nulla,
io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa
come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare
delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia
che tu lasci libera quando ti alzi,
come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
 
Tu non lo sai, nonna,
però in te finisce il tempo,
la successione dei giorni e delle spiagge,
delle aule e dei pianti,
dell’amore nei suoi mille specchi,
dell’uomo e del bambino che riconciliano
le loro distanze nei tuoi occhi,
oh paese della pace.
 
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io,
e niente impedisce che il piccolo e l’uomo
ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio.
Questi capelli che tu accarezzi
e che pettinasti per la prima volta,
questa fronte che stai baciando
e che lavasti del sudore della nascita,
queste mani che vanno per il mondo
palpando i suoi bei vuoti,
e che guidasti nel primo incontro
con il cucchiaio e la palla,
tornano al porto del riposo,
e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte,
e non se ne vanno, nonna.
 
La nonna spunta con il giorno
a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais,
ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica,
del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa
distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e,
associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie,
sento il tremito dell’acqua sui rampicanti
che bucano i muri
e che la ricevono crepitando
e si riempiono di scintille.
Ho dieci anni,
vivo insieme ai bruchi e alle anatre,
sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo,
ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna,
le arrivò già all’altezza delle spalle,
sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune
dei polli nati durante la notte.
 
Il nostro giardino durò quanto l’infanzia.
Né tu né io lo dimenticheremo, nonnina.
Non dimenticheremo
il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella,
del piacere delle pannocchie
sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra,
con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali
che ordinerai nella credenza.
Io sto lì,
con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti,
sicuro che niente potrà mai accadermi,
che in mezzo al mare o all’assalto del polo
con il capitano Hatteras,
o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te,
vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano
dipinto a lapis.
 
Un giorno moriremo, ma  il canto viene prima.
 
E non solo ieri, nonna.
Ogni volta stai lì,
piccola sotto l’architrave,
imbacuccata nella tua vecchiezza senza macchia,
nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trai da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì.
E che il tuo amore
senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange fra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava
della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre
in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene
sulla soglia la lampada del benvenuto.
 
E il primo che muoia saprà che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
 
Julio Cortàzar

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Proprio quella

13 domenica Mag 2018

Posted by LiminaMundi in Poesie

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Alessandra Fanti, Deborah Mega, Francesco Tontoli, Loredana Semantica, Maria Rita Orlando

Bernardino Luini, Madonna del Roseto, 1510

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,
come hai potuto indovinar da te,
proprio la mamma che volevo io,
proprio la mamma che va ben per me?”

Lina Schwarz

 

Sono madre: il tuo trampolino per il salto

Sono madre: il tuo trampolino per il salto.
Dove tuffarti devi saperlo da te.
Io guarderò il tuo avvitamento
sarà comunque perfetto
anche tra gli schizzi più alti
e insubordinati.
Non farti troppo male, se puoi.
Disinfettante e cerotti
qui per te non mancheranno mai.
Sbagliare, ferirti, fallire
tutto ti è consentito.
Riuscire, centrare il bersaglio, vincere
tutto ti è permesso.
Sono madre, la lettera iniziale è minuscola
e non è un caso.

Alessandra Fanti

Farsi madre è per ali forti

Farsi madre è per ali forti
farsi madre come cagna
o gatta per la salda presa
del collare per la lingua
che al caldo della cuccia
lecca ruvida di spugna
il pelo ai corpicini.

Farsi madre
di mammelle e latte
pancia utero vagina
tra le zampe soffici di piume
per la cova delle uova
nella paglia il guscio rotto
la placenta amniotica
l’albume.

E sono belli i pulcini
vividi di giallo alti snelli
con o senza barba
con gli occhi chiusi sulla strada
prodighi di tempo e sonno
madre ti dico nella conta
di tazze salici staffette
notti innevate transazioni
nell’attesa del decollo
oltre il nido l’ingresso
l’illuminazione.

Loredana Semantica

Io (una) madre
 
Ricordo ancora
 
il torpore del risveglio
 
il riemergere al reale
 
con la mente vuota
 
incapace di pensare
 
voci confuse da lontano
 
attraversano il silenzio
 
di oblìo simile alla morte.
 
 
Dalla cortina di assenza
 
un ricordo inconsistente
 
diviene paura concreta.
 
È viva? È sana?
 
Provo a muovere le membra intorpidite
 
anestetizzate da staticità imposta
 
a lungo protratta.
 
 
Un dolore tagliente
 
mi annebbia la vista.
 
Mi rispondono
 
che sei viva sei sana
 
(Avrò parlato dunque?)
 
sollevata sprofondo
 
ancora nell’oblìo.
 
 
La prima volta che ti ho visto
 
mi sei apparsa
 
un angelo di Dio
 
il miracolo mio
 
di donna.
 
Avevi la pelle di luna
 
le linee di velluto
 
il mio stesso odore.
 
 
Eri il prodotto puro dell’amore.
 
 
Ora il miracolo è svegliarti
 
scoprendo i segni della crescita
 
gioire e piangere con te
 
che sei parte di me
 
(ancora lì dove sei stata concepita)
 
la mia miglior parte
 
il futuro roseo
 
di attese e di speranze.
 
 
Ti accompagnerò
 
finchè sarà concesso
 
non ripeterò gli errori
 
di mia madre
 
ne compirò di nuovi
 
quelli che solo le madri fanno
 
per eccessivo amore.
 
Deborah Mega

Mi hai sottratto presto il tuo corpo

Mi hai sottratto presto il tuo corpo
l’hai sottratto alle mie mani accudenti
hai imparato presto a lavarti, a vestirti
e già mangiavi da sola quando sei nata
nella tua casa nostra.
Era troppo abitare nelle nostre vite
per te abituata ad essere di nessuno?
Credo sia stata una fatica dura
per te bambina forte di mancanze antiche.
Poi sei tornata a me per abbracciarmi
madre bambina di me bambina madre
nonostante gli anni passati a salvarmi
dal non amore con amori santi.
Avevo una lezione da imparare
avevo da scoprire la distanza adatta
per essere vicina senza soffocare.
E tu, nascosto il corpo, ti sei fatta presente
tempo da dove non scappare
materia ad aumentare
respiro spiato la notte
risate e scoperte da far figliare.

Alessandra Fanti

 

M.A.D.R.E. 

Mediatrice
Attenta
Disincantata
Rimani
Essenza.

Io.

Ribelle
Indomita
Troppo
Ancora

Figlia.

Maria Rita Orlando

Lettera a mia madre

Sono arrivato a pensare ai tuoi ricordi e a toccarli

a cosa sarà della tua memoria quando non ci sarai.

Me lo hai fatto capire quando li hai messi in fila

e ancora una volta sei andata più in là nel tempo

arrivando a prima di quando ero bambino

al mondo di prima che io venissi al mondo

-è esistito!- mi hai detto.

Ci sono persone che spingono per farsi ricordare

e bussano alla tua memoria tutte le notti

ti chiedono quell’aiuto che ormai non puoi più dargli.

Mi hai detto che sei andata a cercarle nei vicoli

che hai setacciato i semi che tuo padre comprava

e di un piccolo furto ordito con tua sorella

dove avevate rubato due lire a tua madre.

E io come figlio ho pensato

alle piccole e grandi cose che devo averti rubato.

Ma i tuoi ricordi sono più grandi dei miei

e corrono nella tua testa veloci

ti fanno ritornare nei luoghi dove nessuno può andare

donano una nuova luce ai tuoi occhi ciechi.

Ti sei fatta ascoltare anche sapendo che magari

non ti avrei ascoltato con l’attenzione che richiedevi.

Abbiamo questo tempo consumato e riparatore

che ricuce le diverse trame di tessuti dimenticati

e a incollare il vaso si rischia di vedervi altri disegni

rovistando gli angoli bui che sanno solo i sogni.

Mi hai parlato di almeno un migliaio di scandali

e di cose che si lasciano in deposito

perché le godano gli altri che vengono.

E tutta quella roba che arrivava nella tua testa

io non sapevo dove metterla e cosa farne.

Come sempre e come tutti non ho saputo trarre profitto

della carne delle generazioni venute prima della mia.

E allora devo aver pensato anche a quello che lascerò io

se i miei figli mi ascolteranno quando sarà il momento

se avrò il tempo di farlo e se riuscirò a scandire gli attimi

come hai fatto tu senza aver trovato un interlocutore credibile.

Ma devo aver capito che parlavi più a te stessa che a me

ti confessavi e rimpiangevi amori e morti

e loro ti ripagavano con parole e volti

nella fuga delle storie avvenute o immaginate.

Avevi il bisogno di parlare che solo i vecchi hanno

e che pochi sanno esprimere in pieno.

Sorprende il grande silenzio di non sapere più dire nulla

e il non sapere più farsi ascoltare.

E noi sempre a valutare se poi vale la pena

stare a parlare con qualcuno, fosse pure nostro figlio

sangue del sangue , seme del seme.

Francesco Tontoli

L’immagine della rosa che funge da divisorio tra le poesie è una creazione di Maria Rita Orlando. PER FESTEGGIARE INSIEME LE NOSTRE MAMME, INVITIAMO GLI AMICI POETI A INVIARE ALLA NOSTRA MAIL liminamundi@gmail.com, ENTRO LA MEZZANOTTE DI OGGI, UNA POESIA SUL TEMA DELLA MATERNITA’.

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Natura risvegliata

21 mercoledì Mar 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, SINE LIMINE

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Mariangela Gualtieri

immagine di Loredana Semantica

Natura risvegliata
 
scatena tutte le forme apprese in sogno.
 
Ecco la gemma. Ecco la foglia.
 
Ecco un volo perfetto di ala.
 
Ecco un canto esperto d’uccello.
 
Ben istruita ogni creatura
 
fa la sua parte di fidanzata.
 
S’ingravida e si espande.
 
Ripete l’avventura del venire alla luce
 
la traversata grande – fino alla scomparsa.
 
 
Mariangela Gualtieri da “Bestia di gioia”, Einaudi, 2010

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Versi trasversali

19 lunedì Feb 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Stefania Onidi

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

STEFANIA ONIDI

TEGENARIA
 
Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.
 
Il silenzio convulsione,
annuncia vita.
 
Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.
 
Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.
 
Dire.
 
EOS
 
Penso al mattino,
quando apparve in cielo Aurora dalle dita di rose.
Ti alzasti dal letto.
Rapita, studiavo la geografia del tuo corpo.
Stavi sui miei occhi,
stavi in punta di lingua come un dio
al quale implorare un miracolo.
Cerco di calmare le dita
adesso.
Pensare al quadro
usare il filo.
 
 
I’m waiting here
 
Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.
Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.
 
I GIORNI
 
Ho apparecchiato la tavola,
ho messo un vaso di fiori al centro
e due piatti ai lati, uno per te e uno per me,
poi ho chiamato piano il tuo nome
con la fiducia cieca dei girasoli
e ho aspettato.
A mezzogiorno il sole ha aperto il fuoco,
il caldo mi ha dilatato i vasi sanguigni.
Da allora sono corpo in caduta
canto fine a sé stesso.
Il mare passa dentro la cruna.
La casa svuota nevralgie.
I piatti interrogano la polvere spietatamente.
Ci sono giorni che ho bisogno di smontare il cuore dal resto del corpo,
di lasciarlo là a scolare
come una stoviglia stanca
nel silenzio elegante degli oggetti
in cerca di pace in fuga da tutti quei gorgoglii di sangue
che ubriacano anche il cervello.
 
NOTTURNO
I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.
 
II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

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Shoah

27 sabato Gen 2018

Posted by LiminaMundi in SINE LIMINE

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Il 27 gennaio del 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti.

 

Difficile da riconoscere, ma era qui.

Qui bruciavano la gente.

Molta gente è stata bruciata qui.

Si, questo è il luogo.

Nessuno ripartiva mai di qui.

I camion a gas arrivavano là…

C’erano due immensi forni…

e dopo, gettavano i corpi in quei forni,

e le fiamme salivano fino al cielo.

Fino al cielo?

Si.

Era terribile.

Questo non si può raccontare.

Nessuno può

immaginare quello che è successo qui.

Impossibile. E nessuno può capirlo.

e anche io, oggi…

Non posso credere di essere qui.

No, questo non posso crederlo.

Qui era sempre così tranquillo. Sempre.

Quando bruciavano ogni giorno 2000 persone, ebrei,

era altrettanto tranquillo.

Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.

Era silenzioso. Calmo.

Come ora.

tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann

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Versi trasversali

18 giovedì Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Tag

Anna Maria Dall'Olio

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANNA MARIA DALL’OLIO

 

Angela Fresu in luce d’assenza

& luceluce irrompe             rompe

angela respiri tu mio respiro

dito disteso                                                                             tocca tua manina

& senso          tutto               rotolante

(tocca luce d’assenza)

se l’oro di tutto il mondo

se l’oro più bello più giocondo

se lattemiele luce d’assenzio

 

petto latte vita

*

L’annaspo. L’attacco.

Trovasti l’anima mia sul selciato

candele cadute muro crollato

vasi di tristezza sconvolta.

 

Con mani pazienti d’uomo sapiente

d’improvviso impavido imponente

rovi intricati recidesti.

 

Dall’anima mia potasti la morte:

 

                                                                prima con grida la riconoscesti

      poi la strappasti con disperazione.

*

Arte fabbrile

scintille sprizzate dal tasto

– entropia d’arte febbrile –

catrame si riversa sulla carta

come sangue sull’asfalto

 

piombo s’allenta

dondola a brezza di pinguino

 

oggetti quotidiani

riciclati in strutture 3D

in precipitati dalla stampante

 

come la tassa che ti calca il collo

ti porta in terra di nessuno

ti denuda come continrosso

 

oggetti già ben definiti

– cosa mai la definizione –

già fluidi come ketchup

 

sintetico/organico finemente

finalmente

per nuove essenze

per nuove esistenze

*

Primavera elettrica

Nel giardino sgocciola sporco amore

dal grembo grigiastro gronda magia.

 

Trilli elettrici (prove di cristallo)

brama di folgore                              brama d’altezza

cascate di                 contrappunti                                     confusi

 

musica           di pietre                     discorde danza

                    i fulmini di furia porpora

gocce glaciali                                   lamette d’acciaio.

 

Queste punte di freccia

colate blu-arancio

queste stelle                                    improvvise

 

la morte non corrompe

la guerra non cancella.

L’arcobaleno verzica.

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EPIFANIA

06 sabato Gen 2018

Posted by LiminaMundi in LETTERATURA, Poesie, SINE LIMINE

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Tag

Mario Luzi, Onore del vero

800px-Autun,_Dream_of_Three_Wise_Men 2

Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Il sogno dei Re Magi” Gislebertus, 1130

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.
In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.
Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.
Non più tardi di ieri, ancora oggi.

Mario Luzi
da Onore del vero (1957)

 

800px-Autun,_Flight_into_Egypt

Autum, Cattedrale di Saint Lazare, “Fuga in Egitto” Gislebertus, 1130

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