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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Maduro, l’immagine e il potere: quando la politica diventa spettacolo

28 mercoledì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Image AI generated

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La fotografia diffusa dall’AGI dell’arresto di Nicolás Maduro ha acceso un dibattito che va ben oltre la politica internazionale e la crisi venezuelana. L’immagine mostra il presidente venezuelano circondato da uomini armati, visibilmente sotto il controllo della DEA, un documento visivo potente e immediato. Ma mentre il mondo osserva, una domanda inquietante si insinua: è reale, o è una creazione digitale? Il sospetto che la foto possa essere una fake news generata con l’intelligenza artificiale ha messo in discussione tutto ciò che fino a ieri consideravamo “verità visiva”.
In un’epoca in cui le immagini circolano con la velocità della luce e possono essere manipolate in pochi minuti, persino un’agenzia di stampa storica come l’AGI può trovarsi di fronte a sfide senza precedenti. Il controllo delle fonti, la verifica dei contenuti, la responsabilità giornalistica diventano terreno fragile. Se non possiamo più distinguere il reale dall’artificiale, la politica stessa, l’informazione, l’opinione pubblica si trasformano in uno scenario sospeso tra realtà e illusione. La foto di Maduro diventa allora non solo un documento, ma uno specchio della nostra incredulità collettiva.
Il problema non riguarda solo l’immagine in sé, ma la percezione che ne deriva. La cattura di un leader politico, così presentata, è già di per sé spettacolo: forza simbolica, messaggio politico, arma di legittimazione internazionale. Se l’immagine fosse artificiale, il rischio è moltiplicato: non solo la politica diventa teatro, ma anche la nostra fiducia nelle notizie, nelle istituzioni e nei fatti storici si sgretola. Tutto diventa un gioco di simulazioni, una sceneggiatura in cui il confine tra reale e virtuale si dissolve. Filosoficamente, questa crisi richiama le riflessioni di Baudrillard sul simulacro e la simulazione: quando il segno sostituisce la realtà, l’immagine non rappresenta più un evento, ma crea un mondo proprio, indipendente dai fatti. Il rischio è che la politica internazionale si trasformi in uno spettacolo costruito, in cui le decisioni e gli arresti diventano narrative digitali da consumare piuttosto che eventi concreti da analizzare.
Sociologicamente, la diffusione di immagini potenzialmente ingannevoli mina il tessuto della fiducia sociale. La democrazia stessa si fonda sulla capacità dei cittadini di distinguere tra informazione e propaganda, tra prova e spettacolo. Se la percezione del reale diventa incerta, il consenso e il dissenso si costruiscono su illusioni. Ci troviamo davanti a un paradosso: più gli strumenti tecnologici ci promettono trasparenza e immediatezza, più rischiamo di perdere il senso del verificabile. Il sospetto di fake news sull’arresto di Maduro non è quindi solo un episodio venezuelano: è un campanello d’allarme globale. Ci costringe a interrogare la natura della realtà che consumiamo ogni giorno, i limiti della tecnologia e la fragilità del nostro giudizio. Se una fotografia, un tempo simbolo di prova, può essere messa in dubbio, cosa rimane della nostra capacità di credere, di agire, di reagire?
Il mondo sembra dirigersi verso una nuova era in cui la verità non è più ciò che accade, ma ciò che appare credibile. E mentre lo spettacolo digitale prende il posto dei fatti, ci troviamo sospesi tra incredulità e fascinazione, tra libertà di pensiero e manipolazione. La foto di Maduro diventa così un simbolo inquietante: l’illusione di controllo, il potere della rappresentazione, e la fragile linea che separa ciò che è reale da ciò che ci viene mostrato come tale.
Anche ammesso che la fotografia di Nicolás Maduro circondato dagli agenti della DEA fosse manipolata o creata artificialmente, ciò non cambia la sostanza politica dell’azione americana: il messaggio è chiaro, deliberato e coerente con la mentalità del presidente Donald Trump. Fonti ufficiali, tra cui comunicati del Dipartimento di Stato e dichiarazioni del presidente stesso sulla sua piattaforma Truth Social, confermano che l’operazione contro il leader venezuelano è stata pianificata come un colpo simbolico e strategico, un atto di pressione sull’America Latina e di consolidamento del consenso interno.
L’uso dell’immagine come arma politica non è un’innovazione digitale isolata. L’amministrazione Trump ha più volte dimostrato come la rappresentazione mediatica diventi parte integrante della strategia di potere. Non è solo ciò che viene fatto, ma come viene mostrato a cittadini, media e opinione internazionale. La fotografia, reale o artificiale, serve a tradurre la politica in narrazione visibile, a trasformare l’azione militare in simbolo di efficacia e forza. L’obiettivo è duplice: intimidire gli avversari e rassicurare il pubblico domestico, mostrando che gli Stati Uniti agiscono senza chiedere permesso, secondo una logica di pura deterrenza e dominio.
Analisti internazionali riportano come Trump abbia sempre privilegiato il linguaggio diretto della potenza rispetto a quello complesso della diplomazia multilaterale. In un briefing ufficiale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del 2025, si sottolineava come il presidente consideri il rispetto formale delle organizzazioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, subordinato alla convenienza immediata degli interessi statunitensi. Non è sorprendente quindi che la comunicazione dell’operazione verso il Venezuela sia stata accompagnata da immagini capaci di impressionare e modellare la percezione pubblica, indipendentemente dalla loro autenticità.
Il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan osservava che “il medium è il messaggio”: nel caso di Trump, il medium dell’immagine digitale, della fotografia e dei social media diventa parte stessa dell’azione politica. Anche se la foto fosse una simulazione artificiale, essa rispecchia perfettamente la filosofia di governo trumpiana, in cui ciò che conta è la percezione di forza, la dimostrazione di controllo, la capacità di stabilire gerarchie globali e di proiettare il potere. L’immagine, vera o falsa, diventa quindi strumento di geopolitica e non semplice documento giornalistico.
In questo senso, la vicenda conferma un tratto costante della mentalità americana sotto Trump: la politica internazionale come negoziazione di interessi concreti e come esercizio di pressione diretta, più che come rispetto di regole universali. La spettacolarizzazione dell’arresto di Maduro, reale o costruita, è coerente con un approccio in cui la visibilità della forza e la gestione dell’opinione pubblica sono strumenti essenziali del potere.
Il nodo della questione non è quindi se la foto sia vera o meno, ma quale modello di politica e di realtà essa riflette. In un mondo in cui l’immagine diventa politica, la sostanza resta la mentalità del leader, la logica che guida le decisioni e i limiti morali o legali che si decide di ignorare. Trump ha sempre agito secondo la convinzione che l’interesse americano e la percezione di forza prevalgano su norme multilaterali, diritto internazionale o opinione pubblica esterna. La fotografia, reale o artificiale, non fa che rendere visibile questa filosofia di dominio e di spettacolarizzazione globale.

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“Sortilegio” di Czesław Miłosz

27 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE

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Czesław Miłosz

Per la giornata della Memoria

ph. Loredana Semantica

Sortilegio

Bello e invincibile è l’intelletto umano.
Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero,
Né verdetto di bando possono niente contro di lui.
Egli stabilisce nella lingua le idee generali
E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola
Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa.
Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere.
Nemico della disperazione, amico della speranza.
Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore,
Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo
Dall’immondo strepito di parole slabbrate
Salva frasi austere e chiare.
Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole.
Apre la mano rappresa di ciò che è già stato.
Bella e giovane assai è Filo-Sofìa
E la poesia sua alleata al servizio del Bene.
Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita.
Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco.
Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini.
I loro nemici si sono condannati alla distruzione.

Berkeley, 1968

Czesław Miłosz

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Blue Monday: cinque modi per sopravvivere al giorno più triste dell’anno

20 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Arriva puntuale ogni gennaio, come le bollette e i buoni propositi già falliti: il Blue Monday, il presunto giorno più triste dell’anno. Non è una festività, nemmeno una ricorrenza storica. È, più semplicemente, un’idea nata nel 2005 per una campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi, ma talmente ben riuscita da aver convinto mezzo pianeta che la tristezza possa essere messa in agenda, possibilmente di lunedì. Il terzo lunedì di gennaio, per essere precisi.
Perché se devi deprimerti, fallo con metodo!
Eppure, se c’è qualcosa che l’umorismo ci insegna – e la psicologia lo conferma – è che ridere non è solo una distrazione, ma un modo sofisticato per affrontare l’assurdità dell’esistenza. Siamo, dopotutto, un ammasso casuale di polvere cosmica che ha sviluppato coscienza, linguaggio e la straordinaria capacità di prendersi molto sul serio. Il Blue Monday, in questo senso, è un capolavoro involontario: ci ricorda quanto siamo vulnerabili alle narrazioni, soprattutto quando sono confezionate bene. E allora, per onorare la giornata, ecco cinque passaggi ironicamente utili per superarla.
Il primo passo è accettare l’insignificanza cosmica. Nell’universo stanno collidendo buchi neri, nascono stelle e si disintegrano galassie, e tu ti senti giù perché è lunedì e piove. Ridimensionare aiuta. Non annulla il malumore, ma lo mette nella giusta scala: infinitesimale. Se al cosmo non importa nulla del tuo umore, forse puoi permetterti di non farne una tragedia greca.
Il secondo passaggio consiste nell’usare le parole, ma senza paura. Le parole non sono cattive, lo è il loro uso. “Sono stanco”, “sono annoiato”, “non ho voglia di lavorare”: dirlo non peggiora la situazione, anzi la rende condivisibile. Pensiamo attraverso il linguaggio e, se dobbiamo raccontare una caduta sulla buccia di mandarino, possiamo farlo come una tragedia o come una scena comica. Il fatto resta lo stesso, ma l’effetto cambia.
Terzo passaggio: concedersi il diritto di ridere del peggio. Anche delle giornate storte, delle scadenze, del conto in banca che piange. La storia ci insegna che perfino nei contesti più estremi – sì, anche quelli che non si nominano alla leggera – la risata è esistita come gesto di resistenza.
Il quarto passo è diffidare delle formule magiche. Se qualcuno ti dice che oggi devi essere triste, chiediti il perché. Il Blue Monday è il trionfo della tristezza programmata: ti dicono che stai male per venderti qualcosa che ti farà stare meglio. Un viaggio, un oggetto, un’illusione. Sentirsi bene, oggi, è un piccolo atto di ribellione.
Il quinto e ultimo passaggio è il più semplice e il più sovversivo: ridere insieme a qualcuno. L’umorismo “affiliativo”, direbbero gli psicologi, quello che serve a creare legami, a rassicurare, a ricordarci che non siamo soli nella nostra lieve, quotidiana, umanissima fatica di esistere. Una battuta, un meme, un caffè condiviso. Non salverà il mondo, ma renderà il lunedì un po’ meno blu.
Alla fine, il Blue Monday è una grande barzelletta raccontata molto seriamente. Sta a noi decidere se riderne o prenderla sul serio. E considerando che tra cent’anni nessuno ricorderà questo lunedì, forse vale la pena fare ciò che ci riesce meglio come esseri umani: ridere del fatto di esserci, anche quando il calendario dice che non dovremmo.


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“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

15 giovedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Arcipelago Itaca, Francesco Lorusso, POESIA

Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

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Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse

13 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Image AI generated


In Italia la patologia delle cure rappresenta una delle forme di maltrattamento infantile più difficili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più sottovalutate. Non si tratta di un’anomalia clinica né di un tema marginale, ma di un fenomeno reale, complesso e storicamente poco studiato, che attraversa silenziosamente il sistema sanitario e sociale. La letteratura accademica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano nel collocarla a pieno titolo tra le forme di maltrattamento, pur riconoscendone la rarità relativa rispetto ad altre tipologie più note come la violenza fisica o la trascuratezza grave.
Con il termine patologia delle cure si indicano situazioni in cui i bisogni di salute, sviluppo e protezione del bambino vengono compromessi non tanto dall’assenza di cure, quanto da cure inappropriate, distorte o eccessive. In questa categoria rientrano l’incuria, la discuria e l’ipercuria. Quest’ultima, nelle sue forme più estreme, comprende il cosiddetto medical child abuse, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, in cui il caregiver provoca, simula o amplifica sintomi nel bambino, esponendolo a esami, trattamenti e ospedalizzazioni non necessarie.
Dal punto di vista numerico, i dati disponibili in Italia sono frammentari e derivano soprattutto da studi ospedalieri e casistiche cliniche locali. Le ricerche condotte in grandi ospedali pediatrici indicano che i casi riconducibili a medical child abuse rappresentano meno dell’1% dei maltrattamenti intercettati, una percentuale apparentemente bassa ma coerente con le stime internazionali, che parlano di un’incidenza annua compresa tra 0,5 e 2 casi ogni 100.000 minori. Questi numeri, tuttavia, non fotografano il sommerso. Le stesse fonti sottolineano che la patologia delle cure è ampiamente sottodiagnosticata e che l’assenza di sistemi di sorveglianza epidemiologica strutturati impedisce una stima reale della sua diffusione.
La sottovalutazione del fenomeno dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la difficoltà diagnostica: i quadri clinici spesso imitano patologie genuine, croniche o rare, rendendo complesso distinguere tra malattia reale ed abuso. In secondo luogo, il contesto relazionale in cui avviene il maltrattamento: il caregiver appare frequentemente attento, collaborante, iper-presente, generando nei professionisti sanitari un bias di fiducia che può ritardare o bloccare il sospetto. A questo si aggiunge la mancanza di formazione specifica nei percorsi universitari e di aggiornamento continuo, soprattutto per il personale sanitario non specializzato in ambito di tutela minorile.
In ambito sanitario se ne parla poco anche per ragioni culturali e organizzative. La medicina è strutturalmente orientata a curare la malattia, non a interrogarsi sulla relazione di cura come possibile fonte di danno. Inoltre, l’assenza di criteri diagnostici operativi chiari e condivisi, unita al timore di errore o di contenzioso legale, rende molti professionisti esitanti nel segnalare situazioni sospette. Il risultato è una forma di collusione involontaria del sistema, che finisce per perpetuare l’esposizione del bambino a procedure invasive e a un danno evolutivo cumulativo.
Riconoscere il sommerso significa spostare lo sguardo dal singolo sintomo alla traiettoria complessiva del bambino. La letteratura indica come segnali di allarme la discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, la frequenza anomala di accessi sanitari, il peggioramento dei quadri clinici in presenza del caregiver e il miglioramento in sua assenza, così come l’uso reiterato di strutture sanitarie diverse senza una reale continuità di cura. Fondamentale è anche la lettura evolutiva: bambini sottoposti a medicalizzazione eccessiva mostrano spesso ritardi nello sviluppo, difficoltà di autonomia, ansia e costruzione di un’identità centrata sul ruolo di paziente.
Aiutare questi bambini significa intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturale, e contemporaneamente riconoscere la fragilità delle famiglie coinvolte. La patologia delle cure non nasce nel vuoto, ma si inserisce spesso in contesti di vulnerabilità psicologica, isolamento sociale e bisogni di riconoscimento non elaborati. Per questo le linee guida internazionali raccomandano un approccio multidisciplinare, che integri competenze pediatriche, psicologiche, sociali e giuridiche, e una documentazione clinica accurata e condivisa.
In conclusione, la patologia delle cure in Italia non è un fenomeno marginale né irrilevante, ma una zona d’ombra del maltrattamento infantile. È rara nei numeri ufficiali, ma probabilmente molto più presente nella pratica clinica quotidiana di quanto emerga dalle statistiche. Renderla visibile significa investire in formazione, ricerca, integrazione dei servizi e, soprattutto, in una cultura della tutela dell’infanzia che sappia interrogare anche la cura quando diventa, paradossalmente, fonte di danno.

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Buon Anno Nuovo

31 mercoledì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE

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Con una lettura di Miriam Bruni e le fotografie di Loredana Semantica.

La lettura di Miriam Bruni è di una poesia di Karin Boye

ph. Loredana Semantica

Poesia di Karin Boye

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

(Traduzione di Valeria Maricheschi)

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Buone feste

23 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE

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Limina mundi per il periodo delle festività natalizie, Capodanno, Epifania sospende le attività ordinarie di pubblicazione. Questa sospensione è una consuetudine consolidata. Corrisponde al bisogno di una pausa di raccoglimento e riflessione, consona alle feste religiose, di accoglimento in gioia di un Nuovo Anno, di riserva di tempo da dedicare alla famiglia e agli affetti.

Con l’occasione porgiamo a tutti i lettori che hanno dato senso e ragione di esistenza a questo spazio i migliori Auguri di Buon Natale, Felice Anno Nuovo e Buona Epifania.

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Prisma lirico 54: Rainer Maria Rilke – Edward Hopper

18 giovedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Prisma lirico

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Edward Hopper, Rainer Maria Rilke

Edward Hopper

La notte prende in segreto dai tuoi capelli dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda. Guarda, desidero soltanto le tue mani tra le mie e quiete e silenzio e in me profonda pace.
Così la mia anima s’accresce e spezza in mille schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa:
sul suo molo al chiarore dell’alba muoiono le prime onde dell’eternità.

Edward Hopper

Poesia di Rainer Maria Rilke, 1896

Opere:

Edward Hopper “Room in New York”, 1940

Edward Hopper “Sun an empty room”, 1964

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Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

16 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.

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Il fallimento rieducativo delle carceri

09 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

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Buona festa dell’Immacolata

08 lunedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE

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Oggi, 8 dicembre, è festa. Si festeggia Maria, madre di Gesù, nella sua esclusiva dote di purezza che la rende, sin dal concepimento, libera dal peccato originale, cioè dalla colpa che affligge invece tutti gli altri uomini e donne sin dalla nascita. E’ una festa religiosa, tra le poche rimaste dopo la soppressione di altre festività religiose avvenuta con la L. 54 del 1977. Sono rimaste nel calendario civile come feste religiose, oltre alla Festa dell’Immacolata, anche Natale, Pasqua e l’Epifania, quest’ultima ripristinata nel 1987. Soppresse il Corpus Domini, l’Ascensione, la festa dei Santi Pietro e Paolo e la festa di San Giuseppe. La festa del padre putativo di Gesù collocata il 19 marzo di ogni anno è stata convertita nella festa laica del papà, senza che sia considerata giorno di assenza dalle attività lavorative. La permanenza della festa dell’Immacolata Concezione nel calendario delle festività religiose-civili evidenzia l’importanza che la Chiesta cattolica riconnette alla figura della Madre del Salvatore, al suo concepimento immacolato, il che ne permette, più tardi, al termine dell’esistenza terrena di Maria, sempre secondo la tradizione cattolica, l’assunzione in cielo in corpo e spirito.

L’immacolata concezione di Maria è un dogma cattolico, una verità alla quale bisogna credere, senza che possa essere messa in discussione. L’intangibilità della figura di Maria nel suo corredo di purezza ha in sè un’aura di fascino, mistero e devozione che ha ispirato il mondo artistico nei secoli. Molti pittori si sono cimentati nel rappresentare la Madonna come Immacolata, tra questi spicca Bartolomé Esteban Murillo, un pittore spagnolo vissuto tra il 1618 e il 1682. Nell’arco cronologico in cui fu attivo egli ha rappresentato circa due dozzine di volte il mistero dell’Immacolata Concezione e più in generale si dedicò in gran parte a temi religiosi per i quali fu molto apprezzato, ma anche molto imitato dai contemporanei e successori nell’arte.

Auguriamo a tutti Buona festa dell’Immacolata con una galleria di dipinti a tema di Bartolomé Esteban Murillo.

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Prisma lirico 53: Bartolo Cattafi, Edward Hopper, Caspar David Friedrich

04 giovedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Prisma lirico

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Anna Achmatova, Giovanni Boldini, Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

Edward Hopper

“Niente” di Bartolo Cattafi

È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri.
Niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre contrabbando.

Caspar David Friedrich

Poesia di Bartolo Cattafi “Niente” dalla raccolta “L’osso e l’anima“, 1963

Opere:

Edward Hopper “Domenica mattina presto“, 1930

Caspar David Friedrich “Watzmann“, 1924-1925

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Il prezzo della poltrona: stress che scivola dall’alto

02 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

image AI generated

Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere.
Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante.
Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette.
La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali.
Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe.
Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene.
Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.

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Bellezza nel mirino: Progetto Alberi trasfigurati

27 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Qui il “Progetto ragnatele”, primo post d’introduzione alla Mostra fotografica on line “Bellezza nel mirino”, ideata e realizzata da Miriam Bruni.

Quanto è lento
il buio
della notte?
E se il sole
è il polmone
del cielo,
ne è il mare,
ne è il mare il respiro.

Quante sono per noi
le possibili rotte?

Vedo gli alberi sempre
nell’atto di abbracciare.
Mi muovo circolare
e rivivo ogni stagione
non potendo utilizzare
quella prima, quella dopo.

Sono come te, Natura,
mi rivedo in ogni foto
di paesaggi o di animali:
nelle luci, negli sguardi
di chi vola sopra l’acqua
o del sole che tramonta
e riscalda ogni colore.

di Miriam Bruni, tratta dalla raccolta “Così”

Eri un seme minuto
sepolto nella terra
germogli nel suo ventre
per vivere rigoglioso.

Le tue radici avide
bevono nutrimento
come guerriero antico
domini il mondo.

Rami fasciati d’azzurro
braccia protese al cielo
accese di luce cambiano abito
ad ogni stagione.

Generoso figlio della terra
porgi ombra al viandante
rifugio ai nidi
alleanza all’uomo.

Custode di antichi segreti
tu resti ancorato
io vado cadùca
come le foglie d’autunno.

di Deborah Mega

Ormai il bisogno si spoglia
di ricchezze tralasciate e donate
ecco l’inno all’essenziale della vita
un corpo elastico governato
da muscoli e neuroni
cibo per nutrire
anche gli abiti rispondono
all’esigenza semplice di coprire
senza impedire il movimento
esclusi lacci inutili tacchi sottili.
Attorno il mondo sembra sbandato
ma gli alberi sono solidi
le radici piantate al suolo
dicono siamo vivi e noi con loro
ci aspettano ci benedicono
finché esistono non c’è da temere
le foglie vibrano di speranza
indicano la strada del vaccino.

di Loredana Semantica dalla raccolta “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

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Lavoro e rischio, la legge non basta: l’anima chiede attenzione

25 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Roma, 13 novembre 2025 – Il lavoro in Italia continua a mietere vittime, spesso in silenzio. Antonio Tomassetti, 58 anni, piccolo imprenditore edile di Rieti, è morto martedì 11 novembre al Policlinico Gemelli, dopo il cedimento di una copertura durante un sopralluogo a Roma. Lo stesso giorno, Daniele Giordano, 61 anni, operaio manutentore della Sirti, ha perso la vita in un incidente stradale con il furgone aziendale ad Alessandria. Poche ore prima, Giuseppe Patisso, 47 anni, titolare di una paninoteca in Puglia, si è spento improvvisamente nel suo locale. Tre storie diverse, un filo comune: il lavoro che uccide, spesso quando meno ce lo si aspetta. I numeri sono tragicamente eloquenti. Solo a novembre 2025 si registrano 34 morti sul lavoro (30 in sede, 4 in itinere), con una media giornaliera di 2,8 vittime. L’anno corrente conta 992 morti (791 in sede, 201 in itinere), con punte più alte in Lombardia (119), Veneto (107) e Campania (98). La sicurezza resta una priorità in tutta Italia, ma le statistiche mostrano quanto la legge da sola non basti.
La Legge 81/2008 e le sue successive integrazioni hanno creato un quadro normativo completo: formazione obbligatoria, valutazione dei rischi, dispositivi di protezione e figure dedicate alla sicurezza. Eppure, nella realtà quotidiana, essere “formati sulla carta” non è sufficiente. Molti lavoratori, per fretta, abitudine o distrazione, non percepiscono il pericolo fino a quando non è troppo tardi. Un corso di sicurezza non può sostituire lo sguardo vigile sul cantiere, la capacità di leggere i segnali del rischio, di intervenire prima che accada la tragedia. È qui che entrano in gioco arte ed emozione. Non basta compilare moduli o seguire protocolli: per cambiare davvero i valori di chi lavora, occorre colpire l’animo, stimolare la sensibilità. La tragedia, il dolore, la memoria delle vite spezzate possono diventare strumenti di coscienza, capaci di far percepire la fragilità del corpo e l’importanza della sicurezza. Solo toccando le emozioni, solo rendendo il rischio visibile nel cuore, è possibile formare lavoratori che non si limitino a eseguire procedure, ma sappiano agire con attenzione e responsabilità.
Le famiglie rimaste senza i propri cari, come Monica Michielin per il figlio Mattia Battistetti, 23 anni, morto in cantiere a Montebelluna, sono il monito più concreto: la vita non è sostituibile. Ogni numero, ogni statistica, nasconde volti e storie. Ogni incidente è una ferita sociale che ci ricorda che la sicurezza non è un obbligo da rispettare solo per legge, ma un valore da interiorizzare. Di fronte alla fretta, alla distrazione e alla superficialità, la formazione tecnica deve incontrare la sensibilità dell’anima, solo così sarà possibile fare un passo verso un mondo del lavoro più sicuro, dove la vita ha peso reale e dove ogni gesto, ogni attenzione, può salvare un’esistenza.
La legge 81 del 2008 rappresenta una pietra miliare nella tutela della sicurezza sul lavoro in Italia, raccogliendo norme su formazione, valutazione dei rischi e responsabilità dei datori di lavoro. Tuttavia, l’esperienza quotidiana e i dati tragici lo confermano: avere la legge non basta. Nel 2025, quasi mille morti sul lavoro in Italia testimoniano quanto la norma, da sola, non possa salvare vite. Molti lavoratori seguono corsi e partecipano a formazione, ma la vera difficoltà sta nel trasformare la conoscenza teorica in percezione concreta del pericolo. Sapere cosa fare su carta non significa vedere il rischio davanti a sé, sentire il tremito di un ponte instabile o percepire l’ombra di un carico che può cedere da un momento all’altro. Qui entra in gioco la cultura, intesa come esperienza emotiva e artistica. L’arte ha il potere di far vibrare le corde dell’animo, di trasformare il rischio astratto in esperienza sentita, visibile e memorabile. Storie di chi ha perso la vita, installazioni visive, performance teatrali nei cantieri, fotografie che raccontano la fragilità del corpo umano al lavoro: tutto questo può agire come leva profonda nella coscienza del lavoratore, creando una percezione del rischio più autentica e duratura. Quando il pericolo smette di essere un numero su un foglio e diventa un volto, una storia, un gesto sospeso nel tempo, la normativa trova terreno fertile per essere rispettata.
Le imprese che limitano la sicurezza alla consegna dei moduli e all’uso dei dispositivi rischiano di ignorare il cuore del problema. Turni lunghi, stanchezza, abitudine e pressioni produttive fanno sì che il rischio venga spesso sottovalutato, anche da lavoratori esperti. In questo contesto, la cultura diventa strumento di prevenzione attiva: chi percepisce emotivamente il pericolo è più pronto a intervenire, a fermarsi, a rispettare procedure che altrimenti sembrerebbero astratte.
Esperienze immersive, come simulazioni in realtà virtuale o workshop artistici nei cantieri, hanno dimostrato come sia possibile aumentare la consapevolezza del rischio con modalità sensoriali ed emotive. Le emozioni attivano una memoria più profonda dei dati tecnici, e il rispetto della legge non rimane un obbligo burocratico, ma diventa un gesto consapevole, radicato in valori interiorizzati. In altre parole, arte e cultura preparano il terreno su cui la normativa può attecchire, trasformando la conoscenza in responsabilità.
La sicurezza sul lavoro, dunque, non è solo un insieme di regole o dispositivi, ma un terreno di esperienza condivisa tra legge, percezione e valori culturali. Solo se il lavoratore sente, vede e comprende il rischio, e se la società valorizza queste esperienze, la normativa può davvero salvare vite. In questo senso, le tragedie recenti, come quelle di Antonio, Daniele e Giuseppe, diventano moniti viventi, spingendo a considerare la prevenzione non solo come un obbligo legale, ma come un atto culturale ed etico che attraversa la vita quotidiana dei cantieri e dei luoghi di lavoro.

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Dal silenzio alla rinascita: il metodo integrato che restituisce voce alle sopravvissute

20 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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violenza di genere

image AI generated


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Nella realtà quotidiana, spesso attraversata da forme sottili e manifeste di violenza di genere, il lavoro di chi accompagna le donne dopo un trauma diventa un atto profondamente politico e umano. La violenza non è mai un episodio isolato: modifica la percezione di sé, incrina la fiducia nel corpo, disarticola la continuità della vita. Le ricerche sociologiche degli ultimi anni, come quelle della studiosa statunitense Paige L. Sweet sulle dinamiche del gaslighting, mostrano come molte sopravvissute assorbano sensi di colpa e dubbi che in realtà appartengono all’abuso subito. Per questo motivo i percorsi di cura devono essere pensati non solo per riparare, ma per restituire significato.
Gli studi sul trauma, compresi quelli dell’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, spiegano che molte reazioni osservate nelle vittime — immobilità, confusione, assenza emotiva — sono risposte biologiche di difesa, attivate automaticamente dal sistema nervoso per garantire la sopravvivenza. Gli operatori dei centri antiviolenza, consapevoli di queste dinamiche, sanno che offrire rifugio fisico non basta: occorre un intervento capace di leggere le reazioni neurofisiologiche e accompagnare la donna nella ri-regolazione del proprio corpo e delle proprie emozioni. Tra gli strumenti clinici basati su evidenze scientifiche, la desensibilizzazione e rielaborazione del trauma attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sulla ristrutturazione dei pensieri traumatici si sono rivelate efficaci nel ridurre ricordi intrusivi, paure persistenti e convinzioni autodistruttive. Studi internazionali condotti su donne che hanno subito abusi in età infantile hanno confermato risultati significativi su disturbi post-traumatici e difficoltà emotive.
Ma la guarigione non si gioca soltanto nella stanza dello psicoterapeuta. Il primo passo è quasi sempre la relazione: un ambiente in cui la donna possa parlare o tacere senza sentirsi interrogata, giudicata o spinta a raccontare ciò che non è ancora pronta a condividere. La presenza dell’operatore, fatta di voce calma, ascolto attento e gesti misurati, diventa un primo approdo sicuro. Molte sopravvissute raccontano che il momento in cui qualcuno le ha credute è stato più importante di qualsiasi trattamento successivo, perché ha trasformato una ferita muta in una storia legittimata.
A partire da questa base, il corpo può essere nuovamente coinvolto. La respirazione lenta e diaframmatica è spesso il primo strumento che permette alla donna di tornare a percepire il proprio ritmo interno: espirazioni più lunghe delle inspirazioni producono un effetto calmante, riducono l’attivazione fisiologica del trauma e favoriscono un senso di stabilità. Accanto alla respirazione si inseriscono le tecniche di radicamento, utilissime quando compaiono flashback o sensazioni di distacco dalla realtà. Sentire il contatto dei piedi a terra, accarezzare un oggetto dalla consistenza familiare, nominare gli elementi visibili nella stanza: sono piccoli gesti che riportano il presente al centro dell’esperienza e spezzano l’ondata di ricordi.
Quando il corpo inizia a ritrovare sicurezza, diventa possibile introdurre pratiche di consapevolezza adattate al trauma. Non si tratta di meditazioni profonde, che potrebbero riattivare stati di allarme, ma di brevi momenti a occhi aperti in cui la donna impara a osservare il respiro, il peso del corpo sulla sedia, i suoni attorno a sé. È una consapevolezza gentile, che non forza l’introspezione ma educa alla presenza.
In questo percorso, anche la scrittura diventa un atto terapeutico. Nei centri antiviolenza molte operatrici propongono diari delle piccole conquiste quotidiane, lettere non destinate alla spedizione o testi liberi senza struttura. Una tecnica particolarmente significativa è il caviardage: partendo da una pagina stampata, si anneriscono parole superflue per far emergere una breve frase o un verso nascosto. È un processo creativo che permette di sottrarre il caos e conservare solo ciò che merita di rimanere, una sorta di poesia involontaria che diventa specchio della trasformazione interiore. La scrittura permette di riconoscere emozioni difficili senza esserne travolte.
In parallelo, il corpo trova un linguaggio nuovo attraverso movimenti lenti e controllati. Rotazioni delle spalle, allungamenti del collo, lievi colpetti su braccia e torace sono esercizi che aiutano a percepire il corpo come un luogo abitabile e non come teatro della violenza. In molti centri, questi esercizi vengono integrati con il teatro sociale e lo psicodramma. In questi contesti, la donna non è spettatrice del proprio trauma ma soggetto attivo della propria storia. Camminare nello spazio scenico, scegliere un gesto che rappresenti la rinascita, immaginare una nuova postura: sono azioni che molti progetti internazionali hanno dimostrato capaci di restituire agency e presenza.
Quando la donna si sente sostenuta e stabilizzata, può intraprendere percorsi clinici specialistici in cui il trattamento del trauma diventa più profondo: la rielaborazione dei ricordi attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sui pensieri disfunzionali. Questi metodi permettono di diminuire l’intensità emotiva legata ai ricordi traumatici e di trasformare convinzioni interiorizzate come «È colpa mia» o «Non merito cura». Gli operatori non clinici svolgono il ruolo di ponte, preparano il terreno, orientano la donna verso professionisti qualificati quando necessario, garantendo continuità e protezione.
Gli studi sociologici di ricercatrici come Elisa Bellotti e Susanne Boethius hanno mostrato che la rete sociale intorno a una sopravvissuta può funzionare come una risorsa o come un ostacolo. Reti coerenti, supportive e non giudicanti favoriscono l’uscita dalla violenza; al contrario, legami ambivalenti possono riprodurre condizionamenti e colpevolizzazioni. Per gli operatori è fondamentale riconoscere queste dinamiche per prevenire la rivittimizzazione secondaria, quella forma di violenza simbolica che si manifesta quando la donna non viene creduta o viene interrogata in modo pressante.
Accanto agli aspetti psicologici e sociali, alcune ricerche italiane hanno evidenziato persino tracce biologiche del trauma attraverso modificazioni epigenetiche legate allo stress cronico. Comprendere la profondità di questi processi non significa medicalizzare l’esperienza, ma riconoscere che il trauma attraversa la persona in ogni sua dimensione, rendendo necessari percorsi multidisciplinari.
Questo metodo integrato non è un insieme di tecniche giustapposte: è un modo armonico di accompagnare una donna nel suo ritorno alla vita. La respirazione prepara il terreno emotivo; il grounding ancora il presente; la scrittura costruisce significato; il teatro restituisce il corpo; la terapia psicologica rielabora il passato; la relazione tiene insieme tutto. È un processo che richiede sensibilità, formazione e la capacità di rispettare i tempi della donna, senza fretta, senza pressioni.
La rinascita non procede in linea retta. È un cammino di andate e ritorni, di silenzi e nuove parole, di piccoli gesti che un giorno, quasi all’improvviso, diventano trasformazione.

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Dieci riots tardoletterari di Ivan Pozzoni con un commento di Enzo Bacca

13 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Prosa poetica

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Giorgio Bacca, Ivan Pozzoni, Riots

Paul Klee, Kettledrummer, 1940

Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.

Di seguito un file scaricabile contenente il commento di Enzo Bacca riportato qui sopra e dieci riots di Ivan Pozzoni

Limina mundi – Ivan PozzoniDownload

Biografia dell’autore

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

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Prisma lirico 52: Aleksandr Blok, Natan Isaevič Altman, Giovanni Boldini

12 mercoledì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Prisma lirico

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Tag

Anna Achmatova, Giovanni Boldini, Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

Natan Isaevič Altman, Ritratto di Anna Achmatova, 1914

Poesia di Aleksandr Blok

Ad Anna Achmatova

“La bellezza è terribile” – Vi diranno –
Voi getterete svogliatamente
lo scialle spagnolo sulle spalle,
una rosa rossa – nei capelli.

“La bellezza è semplice” – Vi diranno –
con lo scialle variopinto goffamente
coprirete il bambino
la rosa rossa – sul pavimento.

Ma, ascoltando distrattamente
tutte le parole che risuonano attorno,
Voi diventerete tristemente pensosa
e ripeterete tra voi:

“Non sono né terribile né semplice;
non sono così terribile da uccidere
semplicemente; non sono così semplice
da non sapere com’ è terribile la vita”.


16 dicembre 1913

Giovanni Boldini, Ritratto di signora, 1912, particolare

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Morandi e l’arte dell’attesa silenziosa

11 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', Pensiero

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Di Yuleisy Cruz Lezcano

“Natura morta”, Giorgio Morandi


“Devi fare cose nuove. Questo si è già visto. Se non cambi ogni anno esci dai giri”.
A questo suggerimento, che spesso mi viene rivolto, rispondo con un fermo disappunto. Giorgio Morandi ha dipinto le stesse, poche cose per una vita intera, non muovendosi quasi mai dal proprio studio e dalla sua finestra. Come lui, molti altri hanno saputo creare e mantenere una poetica ed uno stile che, a dispetto delle mode, sono rimasti eloquenti e cristallini nel tempo. Ecco, io penso che un artista dovrebbe fare esattamente questo: restare sordo alle brezze leggere di gusti dettati da logiche commerciali e da valutazioni che poco hanno a che fare con un’idea seria di coerenza, di ricerca, di pensiero. Starsene isolati non si deve, ma nemmeno lasciarsi travolgere dal chiasso del mondo. Bisognerebbe piuttosto capire, come scrisse Baudelaire, che “la modernità è solo la metà dell’arte. L’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Immutabile che fa pensare a quanta polvere restava in attesa nello studio di Giorgio Morandi, e, sicuramente, non era trascuratezza, ma custodia. Morandi amava conservarla, come un velo sacro, un deposito silenzioso del tempo. Non la rimuoveva mai dagli oggetti, anzi: in quella patina leggera ritrovava la verità delle cose, la loro lenta sedimentazione nel mondo. Pensando a lui, rivedo quell’immagine potente: Morandi assorto, intento a osservare i suoi oggetti: bottiglie, vasi, scatolette, alcuni trovati, altri costruiti con pazienza. Ogni elemento era disposto sul tavolo da lavoro come su una scacchiera. Studiava la mossa, il minimo spostamento. Un cilindro ruotato, un’ombra che cade diversamente, e tutto si trasformava.
La polvere rimaneva. Si posava come una luce opaca. Nessuna brillantezza, nessuna pretesa, solo materia, umiltà, silenzio. Per controllare la luce, Morandi aveva creato un sistema di tende nel suo studio di via Fondazza. Per lui tutto doveva essere calibrato, ridotto, essenziale. Amava la campagna, ma col tempo la sua pittura si ritirò verso l’interno. I paesaggi si fecero scorci del cortile. Il mondo esterno si restrinse, ma proprio così diventò infinito.
Quanta polvere, dunque e in essa, Morandi trovava il respiro delle cose. Se vuoi rispettare quello che non comprendi, non soffiare! Lascia depositare il tempo sull’oggetto. Non soffiare! Perché in tutta quella polvere, c’è un pezzo d’anima, che cambia la forma e dona morbidezza alla proiezione delle ombre.

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Miriam Bruni legge una poesia di Silvana Stremiz

06 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Miriam Bruni, Podcast, Silvana Stremiz

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ANIMA

A volte sento di non appartenere a questo mondo;

l’anima mia vaga senza posa tra deserti vasti

e praterie.

Il tempo trascorre e vola via senza spazio

per i sogni,

e scorre sulle mie stagioni ingiallite

così come la mia mano su questi versi

inutili.

Di fronte a me la città illuminata a giorno,

nella notte.

Le infrastrutture d’acciaio,

le auto

veloci e scintillanti, come dardi di fuoco,

nella notte.

Le insegne dei bar, la gente che passa nella sua gelida indifferenza

milioni di anime che passano lentamente

nella notte.

Ma i miei occhi vedono il passo furtivo di un gatto

randagio.

Ed il mio cuore sente un fiore che sboccia in una piccola aiuola.

Forse per questo mi sembra d’essere

un poeta.

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