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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Fine del ’68. Eugenio Montale

31 venerdì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in Poesie

≈ 1 Commento

Tag

Eugenio Montale, Fine del '68, POESIA

La Redazione di Limina mundi augura Buon Anno Nuovo

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Eugenio Montale

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“Sundara” di Mauro De Candia. Ensamble, 2021. Una lettura di Rita Bompadre

09 giovedì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Mauro De Candia, poesia contemporanea, recensione, Rita Bompadre, Sundara

 

Il libro “Sundara” di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un’originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l’intento satirico di una mitologia contemporanea e l’inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l’equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l’inno evocativo dell’incanto e della grazia, all’entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l’imprevedibilità dell’anima e la sfrenata fantasmagoria dell’immaginazione, delinea il codice significativo con l’enigmatica impenetrabilità delle parole, con l’oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell’uomo disponendo l’esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell’orientamento ispiratore. L’elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L’orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l’immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l’emblema dell’irrealtà. “Sundara” è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell’essenza comunicativa l’intonazione del segnale spirituale e mentale dell’archetipo salvifico della bellezza, congiunge all’accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l’obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell’effetto stilistico. L’estrazione leggendaria della rappresentazione dell’intensità del bene e dell’ostilità del male trascende l’affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l’ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l’entità della ricostruzione nell’estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell’iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell’identità.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

CANTOFABULA (PARTE PRIMA)

Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,
il Sole che annegava nel bromuro
narrato in un Jules Verne, in un Urania.

S’innamorò del buio, un corpo oscuro,
cantando storie, ergendosi più in alto,
sferzando i raggi intrepidi sul muro,

e illuminò così tutto il basalto,
e illuminò così l’intera valle,
e un’ombra pose un daimon in risalto,

e un canto pose il buio alla sue spalle:
spalle di favola, dorso di terra,
ali di indifferenza han le farfalle.

L’indifferenza genera la guerra,
ma io son differente, puoi scoprire
ciò che racconto, l’odio dissotterra

e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.
Sei son le corde, cinque le vocali,
quattro sono le dita da accudire.

Tre sono i versi in bocca agli animali,
due son le mani: aspetta di capire.

CANTOFABULA (PARTE SECONDA)

Un mendicante ursaro era disteso,
toccato fu dal Sole che arpeggiava:
un dito gli mancava, era indifeso

quel giorno in cui una banda lo predava,
quando si avvicinò uno scannapane
e con la lama in mano lo sfregiava.

E accanto al mendicante era il suo cane.
Triunică (era il suo nome), che abbaiò
e in quel “tre” aleggiava un senso immane:

tre voci, tre volteggi in un rondò
compiva la sua lingua; rabbia, pianto
e infine anche la gioia lo guidò.

Il suo padrone diede vita a un canto,
una ghironda prese tra le mani
e con le corde il cielo mosse al vanto:

“Io canto quelle storie degli umani
che mai nessuno ha visto né sentito,
storie che ricordiamo noi zigani,

nei secoli il silenzio hanno subito:
io non potrei lasciarle mai morire”.
Il Sole lo ascoltava incuriosito
e vide tra le nubi comparire
le vite già vissute, e immortali
le colse tra i suoi raggi, vide uscire

da quella gola donne con le ali,
uomini colorati e poi cavalli,
e in sé raccolse tutti gli animali

mentre trascorse un secolo, e poi due,
ma il mendicante e il cane sono lì,
non sono mai invecchiati,
e neanche morti:
contaminando
non si muore
mai.

UN MERCATO

Al mercato di Z.
Una signora in carrozzina.
Un cane sul grembo della signora in carrozzina.
Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in
carrozzina.
Un collare sulla vita della signora in carrozzina.
Accanto strepita di pece
una giovane coppia-chimera.
Un solo collare è sui colli stretti della coppia:
rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali
imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,
come la loro vita,
che è più in carrozzina di quella della signora.
Sorride la signora,
la sua mano alata è libera
e accarezza il cane.

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Novembre di zucchero. Un racconto di Loredana Semantica

10 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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Tag

2 novembre, commemorazione dei defunti, Loredana Semantica, novembre di zucchero, racconto

zucchero_filato

Benedetta il primo di novembre sentiva che si avvicinava la festa. L’aria frizzantina all’imbrunire si riempiva di fumo e dell’odore di caldarroste. Spuntavano le bancarelle dei giocattoli e caramelle. C’erano luci, musica, tutta un’animazione nelle strade, un viavai di gente con i pacchi e i cartocci di frutta secca: a simenza, a calia, i favi sicchi, a nucidda americana, i pastigghie *. I bambini passavano tenuti stretti per mano dalla mamma o dal papà, altrimenti nella confusione si perdevano. Nell’altra mano tenevano uno stecco di legno attorno al quale in cima era avvolta una nuvola bianca di zucchero filato. Mangiavano la nuvola, affondando il naso nel biancore e spalancando la bocca per accogliere la matassa dello zucchero, che, prima si addensava dove avevano dato il morso in grumo dolce, poi si scioglieva in bocca mentre naso, bocca e mani diventavano appiccicosi di zucchero, quando non subivano la stessa sorte i vestiti propri o i soprabiti dei passanti. Uno spettacolo era vedere quando preparavano lo zucchero filato. Di solito lo facevano presso le bancarelle che vendevano dolci, torroni, caramelle. Si servivano di una specie di pentola gigante a forma di tortiera per ciambelle, nel supporto centrale, rialzato rispetto al fondo, versavano lo zucchero che, riscaldato, cominciava a filare e si raccoglieva mano mano sul bastoncino di legno a formare la matassa sempre più grande, più grande fino a sembrare una nuvola di cotone. Anche il resto della bancarella era un piacere per gli occhi: l’ossa e motti**, i biscotti di miele, durissimi cilindretti lunghi arrotolati in due spirali opposte, i totò al cioccolato e quelli bianchi, col cuore morbido e fragrante, le ghirlande cellophanate di caramelle, i leccalecca, le caramelle sfuse di tutti i colori, gommose o dure, le gelatine di frutta, il torrone bianco, il torrone scuro di mandorle, quello di nocciole, ricoperto di glassa ai vari gusti, i torroncini avvolti nella carta luccicante, cioccolata a tavolette più o meno grandi, il nocciolato spezzato a grossi tranci, le meringhe dai colori pastello che sormontavano i coni di cialda croccante a imitare i gelati, i marron glacé, i ceci e le mandorle ricoperti di zucchero, le caldarroste, la frutta secca. Una festa della gola e dell’abbondanza. Le bancarelle più attraenti però erano sempre quelle dei giocattoli. Il mistero era che papà e mamma tirassero sempre via Benedetta  senza comprarle niente, lei perciò si doveva accontentare di guardare l’esposizione e i bambini coi loro giocattoli in mano.
L’indomani era il giorno dei morti, la festa cominciava già la mattina. Il papà e la mamma di Benedetta immancabilmente andavano al cimitero portando con sé le figlie Eleonora, la maggiore, e Benedetta, la più piccola. Per le bimbe il cimitero non era un luogo triste. Affollato di piante, alberi e persone, lo vedevano più simile a un parco che a un luogo di silenzio e commemorazione. Tutt’intorno il cimitero era delimitato da un muro alto in antica muratura, si entrava da un ingresso imponente con tre archi, ma quello era l’ingresso principale, ce n’erano altri secondari e nel giorno dei morti li aprivano tutti. Da quale entrare dipendeva da dove si trovava parcheggio.
Posteggiare la fiat 600 blu era un’impresa, ma in qualche modo un buco lo trovavano, tra lo strombazzare delle auto e i pedoni a frotte. Prima di entrare al cimitero c’erano tante bancarelle di fiori di tutti i tipi e colori. Il papà di Benedetta prendeva sempre sei garofani rossi per la sua mamma. Poi, camminando di fretta per i viali del cimitero, si recava al colombaio dove c’erano i loculi di suo padre e sua madre. Vicini, ma non troppo. Benedetta lo seguiva, ma nel frattempo aveva modo di osservare ai lati dei viali le cappelle dei defunti. Alcune modeste, altre grandiose, tutte guglie, cupole, cuspidi, come piccole chiese. Poi i decori, i vetri colorati, gli stucchi, le inferriate. Le statue soprattutto erano affascinanti. Quelle degli angeli in tutte le pose e dimensioni, così ieratici e bianchi, le madonne a mani giunte, bellissimi bimbi che sembrava dormissero un loro sonno di pietra, adagiata la testa su cuscini ornati dalle nappe, la malata nel suo letto con le coperte poggiate fino ai fianchi, il busto eretto e le braccia protese ad abbracciare la morte, le statue dei soldati caduti con la divisa le armi, l’elmetto. Le tombe nella terra erano quelle che maggiormente la inquietavano. Pensava ai corpi abbandonati all’umido, al freddo degli inverni, coperti da implacabili lapidi di marmo sulle quali si leggevano dediche struggenti.
C’erano tombe curate coi fiori freschi, le piante, la teca di vetro che conteneva la Madonna benedicente, un Cristo pietoso o sofferente. C’erano tombe trascurate, il marmo spezzato, le lettere della lapide staccate, la costruzione cadente. Similmente le cappelle.
Giunti al loculo della nonna, Eleonora, Benedetta e la mamma dicevano le preghiere. Tre “L’Eterno riposo” e poi si concludeva “Anime sante, anime purganti, pregate Dio per noi che noi pregheremo per voi affinché Dio vi dia presto la grazia del Santo Paradiso”. Papà pregava mormorando a fior di labbra, un po’ in disparte, da solo. I colombai erano a più piani e si accedeva salendo le scale. Nei vari piani e per le scale era tutto un andirivieni di visitatori.
Poi si tornava a casa e veniva il bello. C’erano i doni che avevano portato i morti. Non mancava mai qualcosa per Benedetta ed Eleonora che fosse vestiario, giocattoli o dolci. La volta che Benedetta fu sopraffatta dalla sorpresa fu quando ricevette una bambola bionda, vestita di verde e ornata di pizzi, corredata di carrozzina per portarla a spasso. La carrozzina con la capote color turchese era perfettamente dimensionata alla statura di una bambina. Anche Eleonora ricevette una bambola, la sua però aveva i capelli neri, il vestito rosso. La capote era blu. Giocarono tutto il giorno, divertendosi. I cugini maschi nel frattempo, si sparavano per finta coi i botti veri delle caps* nelle pistole di latta e nei fucili argentati. Anche loro felici, schiamazzanti, accaldati.
Tutti i bimbi di quegli anni pensavano che i morti fossero buoni, portavano dolciumi e giocattoli, anzi che i defunti fossero persone care, alle quali volere bene perché loro si ricordavano dei vivi e lo dimostravano portando loro doni.
Benedetta, diventando grande, vide sbiadire queste tradizioni e sorgerne altre che mettevano i cari defunti sullo sfondo, ricollegandoli più alla perdita e al dolore che al ricordo e ai regali, per questi ultimi si preferivano figure più colorate, allegre, fantasiose o pittoresche come Babbo Natale o la Befana.
Poi si diffuse anche la festa di Halloween che nella notte del 31 ottobre impazzava tra i giovani con tutto il corredo dei simboli suoi propri: le zucche, i dolcetti o gli scherzetti, le mascherate da creature della notte.
Benedetta ebbe due figli: Francesco e Nicolò, detto Nico. Cercò di trasmettere loro un’idea positiva dei defunti facendo dei doni nel giorno del due novembre, dicendo “Questi sono regali da parte del nonno Vito e della nonna Pina”, ma non c’erano più le bancarelle e la festa, non c’era il cimitero monumentale, perché la famiglia aveva cambiato città, non c’erano i viali, le panchine, le statue. I ragazzi non si recavano volentieri al cimitero e tendevano a defilarsi, tutti presi dagli impegni tra giovani: serate e amici.
Il due novembre divenne sempre più un’incombenza per adulti. Una visita al cimitero, fiori sulle lapidi, la tristezza del ricordo e la solitudine della mancanza. Benedetta si rendeva conto che di quella festa del due novembre di quand’era bambina s’era perso tutto il fascino, s’era spenta la magia.

* semi di zucca salati, ceci tostati, fave secche, noccioline americane, castagne secche
** ossa dei morti, dolci tipici che si preparano nel periodo della commemorazione dei defunti in Sicilia, come anche i biscotti al miele e i totò
*** munizioni per armi giocattolo

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“Parabole” di Cipriano Gentilino. Una nota di lettura di Loredana Semantica.

03 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni, SINE LIMINE

≈ 3 commenti

Tag

Cipriano Gentilino, Loredana Semantica, Nulla die, Parabole, poesia contemporanea, recensione

Cipriano Gentilino è affezionato lettore di questo blog e scrittore di poesia. Ci ha inviato la sua ultima pubblicazione “Parabole” che ha appena visto la luce nella Collana “I Canti” della casa editrice “Nulla die”.
La raccolta è un’antologia di cinquanta poesie, aventi ciascuna il proprio titolo, dalla prima “Parabola” all’ultima “E infine”. Parabola non è solo la poesia che apre la silloge, ma anche quella a cui l’autore ha dato al singolare il titolo col quale, ricorrendo al plurale, nomina l’intera opera.
In genere con la parola “parabola” s’intende riferirsi al Vangelo e alla predicazione di Gesù il quale ricorreva appunto alle parabole, cioè alla narrazione di episodi facilmente comprensibili, per spiegare concetti ben più complessi ai quali ammaestrava le folle e gli apostoli che lo seguivano. La parabola è un procedere per similitudini o esemplificazioni. Analogamente potremmo ipotizzare che Cipriano Gentilino abbia fatto ricorso alla poesia come strumento più idoneo – sintetico, catartico, evocativo – per veicolare vicende che, narrate altrimenti, non avrebbero potuto trovare la giusta angolazione di lettura, banalizzate dall’oggettività di un racconto asettico, cronachistico o travisate nell’ipertrofia del romanzo. Non si tratta pertanto di una reale semplificazione, quanto piuttosto di una nobilitazione nella quale il rimando al Vangelo, al cristianesimo, alle parabole di Gesù, potrebbe anche far pensare all’atto caritatevole di raccogliere e metabolizzare. Accogliere e consolare. Ricevere e trasformare. In un abbraccio tanto poetico quanto pudico, ammantato dal velo discreto e scardinante del dire in versi.
La poesia iniziale adombra probabilmente la matrice dell’intera raccolta – la sofferenza – e nel commento in corsivo (Maria, sopravvissuta al manicomio criminale, angosciata mi chiese: “fai parlare queste parole”) – l’intento – che si trasfigura nelle successive poesie diventando una narrazione del travaglio umano, “a cercare parole/ come se ancora ne avessimo”
Far parlare le parole è il mestiere del poeta che trae dall’esperienza quegli incontri, approfondimenti, complessità, che mescolano pensiero, natura, memoria in un mix orchestrato nei suoni, elaborato nelle costruzioni e articolato nei versi in modo da restituire suggestioni, delineare arabeschi verbali e trasmettere un senso che l’autore spera trovi l’attenzione di un lettore, e poi nel lettore quell’ accoglimento che restituisca una risposta “a cercare parole/come se ancora ne avessimo”, giusto come tentano queste righe di commento.
L’intera raccolta è dedicata “Ai migranti”. Cioè alle figure che in questi ultimi decenni rappresentano agli occhi del mondo la deriva umana, la fuga, lo sradicamento, la tragedia, e di contro sono portatori di un desiderio di pace, benessere, felicità e riscatto così brucianti, da spingere intere famiglie, compresi bambini o donne incinte, a rischiosi viaggi per raggiungere mete improbabili, idealizzate come l’Eldorado. Accade, e non proprio di rado, che questi viaggi si trasformino in episodi di disgrazia e lutto, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. Quel mondo che più facilmente che affrontare e risolvere chiude gli occhi. Per alcuni questa indifferenza è più colpevole che per altri, coloro che si muovono e hanno ascolto sulla scena politica nazionale e internazionale certamente dovrebbero e potrebbero impegnarsi maggiormente. I più essendo impotenti e comunque tutti consapevoli che si agitano forze molto grandi e controverse sulle quali il singolo e anche i gruppi, lo stesso potere politico ben poco possono. Per essere più concreti non è semplice pacificare gli stati di guerra, intervenire sul processo decisionale dei leader estremisti, sulle ragioni dei conflitti che nemmeno la diplomazia è in grado di stemperare.
Per tornare al lavoro di Gentilino ben venga dunque questa dedica che mette in risalto, con una sola parola, una piaga del nostro tempo.
Essa illumina di luce drammatica ogni testo poetico contenuto nella raccolta. Diventa la chiave per aprire alla comprensione: l’insufficienza delle parole della prima poesia, l’incontro con l’archetipo della madre generatrice, con la figura femminile, con le lucciole e i clochard, con lo stupro e gli abusi che tanta parte hanno nell’esperienza di creature che fuggono da scenari di guerra, di sfruttamento, di povertà o degrado. Esse echeggiano in “Venere Ericina”, in “Concavi” e già nelle prime composizioni della raccolta: “Notre dame”, “Dictaturae”, “Aironi” “Non abbiamo saputo”.
Quest’ultima in particolare ci inchioda al rammarico per l’incapacità di riconoscere e dare sollievo alla sofferenza.

Non abbiamo saputo
sentire nel vento
il lamento dei cristi
sui golgota,
né le rose selvatiche
sfuggite al tagliaerba,
distratti anche ora
che piove già il rimpianto.

Un testo che flagella il lettore non meno di “Profughi”, che, nel concreto riferimento allo stato d’animo dei profughi, potrebbe d’altra parte anche esprimere la condizione accomunante ogni essere che ha perduto il proprio Eden.

Scrosciati dalla terra,
decimati,
consumati,
degradati,
siamo tornati a casa,
profughi.

L’occhio del poeta si posa ancora sul disagio degli ultimi, disadattati ed esuli sulla terra, in “Concavi”.

Siamo concavi
di silenzio rugoso
stridio di clochard
senza cielo e coperte,
crepe di rimpianti
nel fiato trattenuto
sui vetri all’occaso.

Ultimi e umili ai quali, talvolta, nemmeno coloro che sarebbero deputati a dare conforto, chiusi nei loro “confessionali ipocriti”, sono capaci di dare aiuto. Credo sia questo il senso di “Né padri né madri”.

I titoli delle poesie spesso sono ripetuti nel corpo delle stesse, ma non sempre lo rendono più chiaro, anzi lo arricchiscono di mistero, essendo dettati da reminiscenze che si agganciano al “caso poetico” per vissuto personale o culturale dell’autore. Il lettore quindi è sollecitato alla ricerca dei possibili significati del lemma o della locuzione che costituisce  il titolo in rapporto al testo.
Nel caso specifico ad esempio dire “concavi” i clochard, quando notoriamente concavo si oppone a convesso ben potrebbe esprimere l’opposto dell’impermeabilità in un continuo riempirsi di rifiuti, insaccare umiliazioni, inzaccherarsi d’acqua che piove dal cielo. Il cielo a volte non copre e le coperte non bastano mai.
Le poesie della raccolta posseggono tutte i pregi della brevità e della ricchezza lessicale alle quali si contrappone una certa asciuttezza del testo che non indugia in descrizioni e particolari ma delinea con precisione netta l’argomento, il sentimento; rapidamente giunge al suo cuore e l’inchioda.

La precisione rispecchia probabilmente l’attitudine dell’autore, che è medico psichiatra, e come tale deve esaminare il caso clinico, sfrondandolo di tutto il superfluo per focalizzare l’essenziale e pronunciare una diagnosi, fornire un parere. Centrare l’attenzione al nucleo problematico è la necessaria premessa dell’individuazione del rimedio, cioè della cura, consapevoli – medico e paziente –  che “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione…”, così Franco Basaglia, riportato da Gentilino nella raccolta.

Mi  sovviene, a proposito del peso che ha la professione nell’espressione poetica, Gottfried Benn, poeta tedesco, medico anatomo patologo, che nelle sue poesie offriva al lettore inquietanti e precise visioni del suo tavolo operatorio e della sala circostante, a conferma che la professione non è indifferente nel lessico e nel portato testuale del poeta, anche nella scrittura di Pessoa, che faceva traduttore, ci sono chiari riferimenti al mondo lavorativo, altrettanto per Pavese e ciò per dire solo i primi nomi che mi tornano in mente.

Alla caratteristica di esprimersi con sintesi di Gentilino che, ritengo, come ho detto sopra, scaturisca dall’esperienza professionale, s’affianca un’altra inclinazione, più sotterranea, data dalla sensibilità poetica per la quale l’individuazione dell’indicibile corre parallelo all’evidente e non può essere detto se non poeticamente, cioè solo con la trasfigurazione dell’elemento parola in composizione significante-evocatrice.

Talvolta il filo conduttore della raccolta – che è di attenzione ai disagiati – sembra interrompersi per qualche ben riuscito inserto di composizione che sonda l’intimo e si distende in un gesto di tenerezza verso l’altro.

Vieni,
siediti accanto a me,
verrà presto il buio.

Dormi il filo
del tuo sogno.

Troveremo l’uscita.
Siamo già noi
labirinti.

oppure quando, giocando sul filo dell’ironia o strizzando l’occhio dell’allegria, prospetta una serata in compagnia di illustri scrittori e studiosi della psiche.

A est di Freud,
dietro il vetro
rifratto,
aspetta anche
Jung
ma resto a casa
questa sera,
bevo birra
a Dublino
con Joyce,
domani
scaffale a sud
con Luigi e altri sei
e poi tutto Lacan
a luci spente!

Singolare che spesso si ritrovi nei testi la descrizione di paesaggi tipicamente mediterranei con gli effluvi dei gelsomini, la rugosità argentea degli ulivi, la fragranza dei capperi, quando l’autore vive a Mondovì in Piemonte. Egli però è originario di Erice, l’incantevole borgo in provincia di Trapani, il che tuttavia non ci dice se questi siano lacerti delle memorie proprie o, com’è più probabile, almeno in alcuni casi, il frutto dei racconti d’altri. Convince tuttavia questa natura disseminata nei testi perché concorre con potenza a fare da contraltare alla durezza dei temi trattati, allo sconforto che scaturisce dall’osservazione delle piaghe della condizione umana.
L’ultima poesia “E infine” racconta un posarsi sulla terra, con gli alberi, le rose, un melo rosso in un ritorno a far parte della natura che è la conclusione di un percorso, non solo poetico, non solo proprio.
Devo dire, approssimandomi alla conclusione di questa breve nota di lettura, che mi ha sorpreso che la raccolta “Parabole” mancasse di una prefazione o di una nota di commento. L’introduzione ai testi di un autore costituisce per chi si accinge a leggerli, specialmente se profano, ma anche per chi frequenta la poesia e la critica poetica, un veicolare significato, un ausilio alla comprensione, un sottolineare la specificità dell’autore, le caratteristiche della scrittura, la storia personale, la tematica trattata, il backround dal quale scaturisce la parola. E’ un approfondimento utile in molte direzioni anche, non ultima, quella di esaltare nella giusta luce la poesia, cioè la forma letteraria più profonda e autentica. Ora vero è che si potrebbe obiettare che la poesia parla da sé, che essa sussume tutto quanto l’autore ha da dire nella migliore e più sintetica forma possibile, ma appunto per questo lo sforzo di chi la legge, senza i riferimenti costituiti da una prima lettura compiuta e filtrata da un lettore qualificato, credo sia maggiore e la comprensione rischia d’essere superficiale.
Aggiungo che non solo mi ha sorpreso che per Cipriano Gentilino e per “Parabole” non ci fossero note introduttive e/o postfazioni, ma mi ha sorpreso ancora di più perché la sua scrittura merita attenzione. Sarebbe certo improprio parlare di attesa di una maggiore maturità per Cipriano, non solo per l’età dell’autore, ma anche perché è evidente che egli ha una notevole esperienza dell’esistenza e dell’esistente, una certa padronanza dello strumento poetico e rivolgersi alla poesia risponde a una sentita esigenza che, a mio avviso, dà buoni frutti.
Forse sarebbe stata opportuna una sistemazione delle cinquanta poesie in partizioni ragionate dell’opera, come i paragrafi, titolati opportunamente, in modo da favorire una lettura più organica e articolata delle poesie; un’organizzazione del genere potrebbe comportare un ordine diverso rispetto alla sequenza attualmente proposta.
Concludo con un accenno al dialetto isolano siculo, l’unico palese nella raccolta, e, precisamente, nella poesia “Dumani si viri”, nella quale il primo verso suona: “Dumani si viri soccu agghiorna”, traducibile in “domani all’alba si vedrà cosa succede”. La poesia è preceduta dalla citazione di Leonardo Sciascia “Come volete non essere pessimista in un paese dove il verbo futuro non esiste?”. Ecco probabilmente Cipriano Gentilino, pur essendo vissuto per tanto tempo in provincia di Cuneo, non ha mai perso le stimmate della sicilianità: la riservatezza, l’essenzialità, il pessimismo, la sfiducia, il senso di fratellanza, l’accoglienza, e solo ultima – appena un barlume – la speranza . E quel che è più triste è che ha ragione. Ancora adesso, è così, come dice Sciascia e purtoppo, ormai,  non solo in Sicilia.
E lo vede bene la sua poesia col respiro internazionale degli occhi multietnici. lo vede e lo dice con la consapevolezza di “Ave madre”

Ave madre di ebrei,
tutsi, hutu e twa,
madre delle madri
di curdi, armeni
e schiavi neri
madre che ci hai partorito
senza memoria
solo pelle nuda unta di te.

Biografia

Cipriano Gentilino ( Erice, 1953 ) vive a Mondovì . Dopo il liceo Classico e la laurea in Medicina si è specializzato in Psichiatria.
Operativamente partecipe alla riforma basagliana si è occupato di deistituzionalizzazione, cura e riabilitazione di persone sofferenti per gravi disturbi psichici.
Formatosi in Psicoanalisi di gruppo è stato docente incaricato di Psichiatria – Università Torino e Responsabile di un Centro di Salute Mentale.
Attualmente si occupa di psicoterapia di gruppo.
Interessato sia ai linguaggi del mondo interiore che alle tematiche sociali amministra un blog di poesia.
In tale ambito ha partecipato all’e-book -Soffi di Poesia- curato e pubblicato dalla poetessa Silvia de Angelis e all’e-book -Facciamo due passi incauti -su Libri amArgine curato dal poeta Flavio Almerighi .
Ha pubblicato poesie sulla rivista Ispirazioni e su riviste letterarie on-line.
Ha auto pubblicato l’e-book Pareidolie su Amazon.
Con Oèdipus ha pubblicato -Versi nel retrobottega – ed ha in corso di pubblicazione – In attesa di risacca-
Con Nulla Die nel settembre 2021 ha pubblicato – Parabole.

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Irene nel Paese delle Meraviglie

17 domenica Ott 2021

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA

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irene nel paese delle meraviglie, Loredana Semantica, racconto

Liberamente ispirato al capolavoro di Lewis Carroll, un racconto surreale di Loredana Semantica

Irene aveva cominciato a lavorare piuttosto giovane. Nel senso che con i suoi quasi ventiquattro anni  d’età, non che fosse giovanissima, ma, vista  la fame di lavoro che c’era, poteva ben considerarsi fortunata.

Giunto il grande giorno di partire per recarsi al luogo di lavoro, il Bianconiglio l’accompagnò alla stazione. Lui era commosso, lei stranita. Bianconiglio le regalò un pennapugnale, un pallottoliere, una museruola. Lei li conservò nella sua grande borsa alla Mary Poppins. Quando Irene iniziò il viaggio erano più o meno le sette di sera. Passò attraverso lo specchio, prese un treno al binario ventisette, cenò su uno scomodo sedile, poi si ritirò nella cuccetta sospesa a mezz’aria. Man mano che si approfondiva la notte, le sembrò che gli altri viaggiatori diventassero zombie. Il Bianconiglio le aveva consigliato: “Se ti dovessero aggredire, sfodera il pennapugnale” Irene si addormentò pensando: “ Per questo ne uccide più la penna che la spada.” E sognò nel sogno che li avrebbe uccisi tutti e che, prima o poi, sarebbe tornata a casa.

Albeggiò  ch’era ancora intera. Solo allora si accorse che gli zombie non potevano vederla. La sera prima aveva mangiato un panino col prosciutto avvolto in una carta argentata dove c’era scritto: “Mangiami” e si era fatta piccola piccola, fin  quasi all’invisibile. Bevve l’acqua dell’accrescimento da una bottiglietta di plastica dove c’era scritto: “Bevimi”. Ripose il pennapugnale nella borsa tra il pallottoliere e la museruola. Dopo un giorno e una notte di viaggio giunse al luogo di lavoro. Era tutto scale da scendere e salire. Bisognava sorridere sempre, chiedere tanti permessi, inchinarsi nei corridoi, mangiare caffè e brioches. Irene ben presto si accorse di essere stata assunta nel Paese delle meraviglie. Nel Paese delle meraviglie c’era sempre qualche guerra da combattere o partita da giocare. All’inizio la sua squadra era quella dei Naningenui, formata da undici neoassunti, Irene inclusa; erano tutti bravi ragazzi. Gli altri, gli avversari, erano la squadra dei Tantomatti, tra questi s’erano infiltrati i Poconesti, che avevano un’aria furtiva e la faccia di piombo. Dopo una conversazione tra il Re di Picche e il Granpapà, una delle neoassunte fu trasferita ai Pianialti. Irene non capì cosa avesse potuto dire il Granpapà al Re di Picche, fatto sta che Irene assieme agli altri del gruppo continuarono a incidere la pietra a mani nude,  l’altra andò dove si usavano i guanti. Irene imparò che nel Paese delle meraviglie le conversazioni a quattr’occhi tra Re e Granpapà producono frutti.

Dopo molti anni e molto impegno e dopo aver inciso tante e tante tavole di pietra, Irene riuscì a farsi trasferire ad Altrove, più vicino a casa. Per farlo dovette compiere una giravolta e battere i tacchi. Un po’ come Dorothy nel Mago di Oz, ma con più pathos. Nel luogo dove giunse avevano un modo antiquato di lavorare e lei cercò di proporre delle innovazioni. Aveva nuovamente bevuto l’acqua dell’accrescimento e questo l’aveva fatta ridiventare grande grande. “Capovolgiamo i fogli” disse Irene a Teresa, la collega anziana, “così devono leggere a testa in giù, il sangue gli andrà alla testa e tutti penseranno meglio.”

Il giorno dopo il Re di Fiori emise un editto che faceva Teresa Gran governante, Irene l’ultima addetta. Irene pensò bene di mangiare un panino col prosciutto. Ridiventò di nuovo piccola piccola, quasi invisibile, tirò fuori dalla borsa la museruola, la indossò e tacque. Aveva capito che nel Paese delle Meraviglie era meglio tacere.  Tacere e annuire poteva portare buoni frutti. Non passò molto tempo che la chiamarono al Pianodisopra, c’era bisogno di una testa e la sua sembrava piuttosto grossa. “Purché non me la taglino” pensò Irene. In effetti non volevano tagliarla ma usarla, la misero in un bel posto tutto di legno lucido e scuro, ma non come una bara, piuttosto come una stanza da pranzo. Ci misero la testa ancora attaccata al tronco. Insomma Irene tutta intera, che lì, in pace, passò molti anni lavorando con gusto, mangiando panini, bevendo tanta acqua.

Poi avvenne che il Mondodiqua e il Mondodilà si riunirono. Adesso al comando c’era il Re di Quadri e a lui serviva una che sapesse contare. Irene non era brava a farlo, ma aveva il pallottoliere e lo sapeva usare. La misero sulla scacchiera a fare il cavallo e lei saltava tra un quadretto e l’altro, in diagonale, poi segnava i punti col pallottoliere e dava ordini ai Pedoni.

In quel periodo apprese che nel Paese delle meraviglie i Pedoni hanno due facce. Una a vista, l’altra nascosta. Che Giano in confronto era un principiante. E Duefacce di Batman un essere angelico. I pedoni praticavano spesso la menzogna, ancora più spesso l’ipocrisia, entrambe dirette a trarre tutti i possibili vantaggi per se stessi. Intanto i mondi che si erano riuniti presero un nuovo nome:  Unicomondo. Dove, a questo punto, arrivò il Cappellaio Matto.  Lui, spronando Pedoni, Cavalli e Alfieri, vinse ogni battaglia. Fece stragi di preferenze, lo acclamavano tutti, ma presto dovette andar via. Nuove battaglie e nuove avventure lo attendevano. Ad Unicomondo la scacchiera fu messa da parte e contare non ebbe più importanza. Irene, afflitta, subì la stessa sorte. Allora cambiò vestito. Mise quello della determinazione. Era stanca di ingigantire e rimpicciolire. Le girava terribilmente la testa. Chiese al Nuovore  di Unicomondo di nominarla Ciambellano, ma i Pedoni non furono d’accordo. Si mossero tutte le Torri  insieme, la accerchiarono per farla precipitare. Dietro di loro, nascosti e maldicenti, i Pedoni a due facce. Nuovore però fu presto rimosso e Lunicoverore, giunto al suo posto, non si lasciò intimidire. Questi era un grande condottiero e andò dritto per la sua strada, riportando Unicomondo, scosso da tante tempeste, sulla retta via. Pacificò le squadre, mise tutti al lavoro come un unico coro. Solo pensò di lasciare il compito della nomina del Ciambellano alla sopraggiunta Donnadicoppe che non era tanto forte. Perciò nominarono Irene, ma solo Mezzociambellano e l’altro mezzo arrivò dopo, quasi inavvertitamente.

Sembrava che per Irene adesso tutto andasse bene, ma il viaggio non era ancora finito e nemmeno il lavoro. Ancora battaglie, ancora ferite. All’orizzonte un’altra avventura. Quella in cui Unicomondo fu sopraffatto da Altromondo, non tanto per una guerra, ma per un terremoto. Quelli di Altromondo piombarono su Unicomondo, erano rapaci e privi di scrupoli, come Orchi del Signore degli Anelli. La stessa bocca schifosa, piena di bava e di denti, la loro voce era gutturale, la gola profonda emetteva suoni inumani. Irene fu rimossa da Ciambellano per occuparsi delle Cucine. Divenne Gran Cuciniere e sfornava piatti su piatti, alcuni perfetti, altri un po’ cotti, altri un po’ crudi. A Irene non piaceva cucinare, preferiva altri lavori, chiedeva a gran voce che la mettessero al sole e non la lasciassero nel buio degli scantinati, ma nessuno la ascoltava. Languiva, si accorse di fare sempre più fatica nel lavoro, come se spingesse una montagna, finché, sfinita, non bruciò una frittata. Allora la Falsaregina, che in quel momento aveva il potere, dispose che le tagliassero la testa. La Falsaregina, Irene lo sapeva, era solo un Pedone travestito, ma non se ne accorgeva nessuno. Tutti i Pedoni obbedivano e gli Orchi ringhiavano vendetta. Irene provò a gridare che la Regina era falsa,  che aveva il sorriso ipocrita dell’impostore, ch’era stata messa sul trono dai Granpapà senza nessun merito, nessuna nobiltà, ma il cuore le batteva all’impazzata, il respiro era mozzato, la voce non le usciva.

Nella piazza principale di Altromondo s’era riunita una piccola folla di Orchi e di Pedoni curiosi di vedere l’esecuzione. Al centro della piazza c’era una fontana grandiosa, tutta statue, marmi e giochi d’acqua. Fu letta  la sentenza che disponeva  le tagliassero la testa. Irene chinò il capo e solo allora vide se stessa. Si rese conto che a bruciare non era la frittata, ma il suo vestito e tutto il suo corpo, corse verso la fontana per spegnere il fuoco e si accorse che tra le statue di marmo, nascosta dai veli d’acqua, c’era una porta. La aprì, ne oltrepassò la soglia, poi chiuse la porta dietro di sé e questa, come d’incanto, si dissolse.

Altromondo era sparito, sparito il Paese delle meraviglie, i Pedoni, gli Orchi, la Falsaregina.

Irene si guardò intorno, si accasciò sul pavimento e pianse, il viso tra le mani: finalmente era tornata a casa.

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Simone Corvasce, “Algoritmi di scacchi e passi d’angeli”, Nulladie Edizioni, 2021. Recensione di Rita Bompadre.

10 domenica Ott 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Algoritmi di scacchi e passi d'angeli, Simone Corvasce

“Algoritmi di scacchi e passi d’angeli” di Simone Corvasce (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro interessante e un efficace strumento intellettivo, prodotto con sincera padronanza nell’inquadratura progressiva del tempo, delimitato dallo spazio emozionale del poeta. L’autore mette in risalto, attraverso uno stile solido e profondo, il principio sconfinato di simboli e immagini incarnati nelle sue poesie, riveste la transitorietà del genere umano di resistenza benevola, realizza il disegno elegiaco dell’ispirazione, disponendo l’accordo delle reazioni dell’inconscio esistenziale nello spirito della misura primitiva e dimostrativa della riflessione interiore. I testi insegnano il proposito sapiente della comunicazione con il fondamento dinamico dei quesiti filosofici e delle meditazioni religiose, manifestano la rivelazione spontanea dell’intelletto, esprimono nella direzione immaginativa del pensiero la vocazione creativa, l’avvicendamento analogico ed emblematico delle parole accostate alla forma di un divenire spirituale, rintracciando nell’osservazione delle esperienze l’adesione alle nascoste significazioni delle atmosfere archetipali. Simone Corvasce presenta una poesia lirica, classicista, procede lungo i sentieri tortuosi dell’uomo per identificare il segno della soggettività interpretativa, la sostanza primaria dei contenuti colti, l’intuizione dell’appiglio poetico come assoluta e visibile realtà esegetica. Coglie i frammenti di una esistenza frantumata dal disorientamento delle incertezze e dalla mancanza di una linearità permanente, riceve l’influenza della vulnerabilità e della consapevolezza delle reminiscenze biografiche, la consistenza quotidiana della solitudine, le risposte all’abbandono desolato, la paura suscettibile, il senso angoscioso del nulla. “Algoritmi di scacchi e passi d’angeli” ha il nobile carattere dell’essenzialità dialettica, restituisce alla compassione degli incontri la metafora delle sensazioni immediate, il corrispettivo ontologico della condizione drammatica dell’uomo, la rivelazione dolorosa della vita, il riflesso degli instabili volti dell’anima. Il poeta è messaggero del valore culturale, sostiene la funzione speculativa nella difesa della misericordia umana, replicando alla precarietà dei comportamenti l’intensa forza morale. La ricercata dilatazione dei fantasmi introspettivi attenua l’estensione della sottile malinconia, corregge l’equilibrio del tempo presente, compensa la condensazione della passione rinnovata oltre l’oblio dell’impulso affettivo. La sensazione inconfondibilmente tragica e tradizionale del destino concretizza, nell’orientamento sincero dei versi l’inquietudine moderna, nelle oscurità enigmatiche delle condanne la rassegnata lucidità, coniugando andamenti tormentati di contemporanea sofferenza. L’entità della realtà poetica trae ispirazione dall’esortazione della coscienza e dalle questioni funzionali della saggezza, dal significato sensibile e romantico della congiunzione inscindibile con la natura e l’armonia della conoscenza umana. Simone Corvasce dipinge una spiegazione della finitezza, delineando l’esposizione delle possibilità, la dottrina e la ragione della sensibilità, attraverso il rammarico e la continua analisi della consapevolezza, per oltrepassare la peregrinazione affannosa e disperata dei sentimenti.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

Dialettica Trascendentale

Per sfuggire ai diluvi la colomba

s’è inoltrata più in alto d’ogni cielo.

Ho temuto per lei, ma ecco che torna:

non reca il ramoscello

d’un’altra metafisica.

——————————-

Non è la vita a concedere meno

di quello che promette. Anzi concede

molto più del dovuto. Per tortura.

——————————-

Un orologio rotto segna l’ora

giusta due volte al giorno.

Gli altri, al contrario, sbagliano

di secondi, o minuti, ogni momento.

Siamo sicuri di cosa vogliamo?

—————————-

Un pensiero scambiato a mezzanotte.

Un attimo che vale l’universo.

La tenerezza d’esser soli in due.

——————————

Letteratura

Il treno, all’alba, ripete stazioni

di ieri: all’infinito, necessarie.

Ero me stesso. Adesso?

—————————-

Ed essa inquieta chiede la tempesta,

come nelle tempeste fosse pace!

  1. Lermontov, La vela, trad. T. Landolfi, Adelphi

La tempesta è passata. Quale cuore

paventa un mare placido?, e la brezza

che accarezza i capelli non sarà

dolce da sciogliere un pianto sincero?

Ecco che a me è preclusa questa gioia

vana, il riso d’un uomo sollevato:

dammi tempesta, e un senso, anche se duole!

——————————

Un turbine, un delirio,

fuoco che gonfia il petto

e che vorrebbe esplodere…

Perciò è giusto destino

vivere a patto d’essere schiacciati,

oppressi da chilometri di cielo,

forse troppo lontano.

———————-

Congedo

Mi domando da tempo

se questa mia inquietudine,

se questa mia poesia

gioverà mai a qualcuno.

Bramo una verità

che non ho. E quel che posso

cantare è solo il dubbio.

Io non sono la luce.

Neanche posso indicarla.

Posso solo gridare nel deserto:

“Preparate la via

a colui che verrà

additando le stelle”.

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Psychodissey di Eleonora Federici: una lettura di Loredana Semantica

26 domenica Set 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Eleonora Federici, Loredana Semantica, poesia contemporanea, Psychodissey, recensione, Terra d'ulivi edizione

La giovane poetessa perugina Eleonora Federici, classe 1995, è l’autrice di “Psychodissey”, una raccolta breve di poesia, appena pubblicata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni.
Il volumetto è prefato da Emidio De Albentiis, la postfazione è di Sergio Pasquandrea.
Il contenuto dell’opera, la seconda pubblicata dell’autrice dopo “Misteri” nel 2016, si rivela nel titolo. Declinato con riferimento alla lingua inglese esso è composto da due termini congiunti, il primo è la radice inglese psych che rimanda alla psicologia, alla psiche, alle situazioni patologiche della mente, l’altro invece è un richiamo all’Odissea, cioè al celeberrimo poema di Omero, che narra le peregrinazioni di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia alla sua isola Itaca durate dieci anni.
La parola odissea nel linguaggio comune è quindi passata ad indicare le peripezie di un percorso che sembra non avere mai fine, costellato da avventure, incontri, esperienze. Metaforicamente le si attribuisce il senso del viaggiare dell’uomo nel tempo della propria vita fino all’approdo finale che accomuna tutti. La poesia “Itaca” di Costantino Kavafis, che parla di tesori ed esperienza accumulati lungo il percorso, ne è uno splendido paradigma.
Eleonora quindi ci racconta in forma di poesia questa tappa del suo viaggio esistenziale, “i tesori” che ha accumulato, le esperienze che ha vissuto, e lo fa ricorrendo al mito di Ulisse e vestendo le poesie delle nominazioni del poema greco.
L’ elemento autobiografico si intuisce anche dall’epigrafe, dall’aver scelto l’incipit del romanzo “La strada di Swann” di Marcel Proust: “Per molto tempo mi sono coricato presto la sera”, non soltanto perché significa in sé preferire il sonno alla veglia e quindi ricorrere al sonno per avere sollievo dalla coscienza del presente, ma perché tutta l’opera di Proust, nei suoi sette romanzi della “À la recherche du temps perdu”, sono pervasi di autobiografismo, ricordi, analisi interiore.
Ispirarsi all’Odissea significa esprimere la propria conoscenza e ammirazione del mondo letterario classico, ma è anche un modo di trasfigurare la realtà e i luoghi dove si vive disagio psichico. “Qui tutto fa schifo”. è questo il primo verso della raccolta contenuto in “Proemio”, titolo della prima poesia. Un “proemio”, quasi è superfluo dirlo, è premessa imprescindibile in un’opera poetica che si ispira ai poemi greci classici.
“Fango è il mondo” è l’altro verso chiave presente nella poesia, citazione di Leopardi e del suo “e fango è il mondo” della poesia “ A se stesso”. E’ espressione di disgusto invincibile di ciò che si è costretti a vedere o vivere. Il verso finale di “Proemio” “E a me, non resta che tacere” è un’affermazione della necessità del silenzio in un’ora vissuta, subita, comunque non verbalmente scardinabile. Tuttavia è prossima la catarsi, la reazione all’ineluttabile, essa sta appunto nelle ventisette poesie della raccolta che dimostrano come di certo il poeta non tace. Dice ciò che ha da dire, e lo dice quando è giunto il momento di esprimere l’indicibile. A conferma hanno detto poeticamente la  drammatica esperienza di degenza Alda Merini e Maria Marchesi.
Dopo la prima poesia “Proemio” la raccolta è ripartita in tre sezioni. La prima “Benedizione” contiene, tra le altre le poesie “Troia che brucia” e “Il Cavallo di Troia”. Esse contengono l’antefatto dell’Odissea, lo scontro, la vittoria o la sconfitta, le schiere degli opposti, l’inizio del climax, di certo una sofferenza, traumi che infieriscono “tra le bestemmie le urla, gli strepiti, stridono i denti rotti da troppi pugni – della – vita” . C’è la guerra del resto. Uccisioni, ferite e ossa rotte. Dolore al di sopra di tutto.
Le ultime tre parole del lacerto che riporto sono intervallate dal trattino disgiuntivo, esso impone una lettura cadenzata del testo, come a volerne sottolineare ogni termine, quasi fossero scandite, perché il senso sia chiaro, compreso, perché s’imprimano bene nella mente del lettore. Questa particolare forma col trattino lungo inframmezzato alle parole sarà ripresa successivamente anche in altre poesie della raccolta, soprattutto in “Viatico”, che riporto più sotto
L’ultima poesia di questa sezione ha per titolo “Tre volte santo”, un mantra – refrain consolatorio che rallenta una corsa a precipizio, separa la crisi dalla cura, sancisce il raggiungimento di un luogo ch’è ricovero, ma anche il passaggio dal clangore di fuoco e fiamme verso il viaggio dell’Odissea.
La seconda sezione è la vera e propria “Psychodissey”, qui entrano in scena personaggi noti del poema omerico: “Ulisse”, i “Lestrigoni”, “Circe”, i “Proci” e altri che sono titoli di altrettante poesie. Non mancano le “Sirene” e un “Polifemo” che drammaticamente si lancia nel vuoto. La raccolta è dedicata a Elena, Francesca e Marco. Due di questi nomi sono ripresi nel corpo dell’Opera a fianco dei titoli costituiti dai nomi mitici di “Atena” e “Tiresia”.  E’ legittimo pensare che le poesie siano ritratti di compagni d’avventura, flash delle loro essenze, momenti topici dell’interazione. Soprattutto però è Ulisse che catalizza l’attenzione, Ulisse ha lo sguardo all’orizzonte di barlumi, è il ricercatore della conoscenza, è il protagonista, il re, il viaggiatore, il vittorioso, l’errante, il portatore di una visione di speranza che i versi dell’omonima poesia “e qui dimora in noi,/ nella catapecchia del cuore,/la speranza.” rimarcano.

In “Sirene” e “Polifemo” è presente il nome che Ulisse riferì a Polifemo come proprio e cioè: “Nessuno”. Un inganno che contribuì alla salvezza sua e dei suoi compagni, una volta fuggiti dall’antro del Ciclope appena accecato. L’indefinitezza del pronome non consentì a Polifemo di denunciare Ulisse, autore dell’accecamento. In Sirene troviamo il verso “Il mio nome è nessuno,/ come tutti.” e nella poesia Polifemo il verso “Nessuno sei, nemmeno io”. Espressioni che si riferiscono probabilmente a un dialogo. Attribuirsi alla maniera di Ulisse il nome “nessuno” intende sottolineare il senso di annientamento e perdita d’identità dei malati ricoverati in strutture nelle quali l’alienazione è il sentimento più comunemente provato. La spersonalizzazione e lo sradicamento possono essere  alleviati dai momenti in cui si può dichiarare, interagendo con qualcuno, il proprio non nome. In questa stessa dichiarazione affermano di contro la propria essenza, esprimono  la sofferenza del sentirsi annichiliti.
I Lestrigoni,  sono i mitici giganti che nell’Odissea distruggono la flotta di Ulisse a colpi di pietre, uccidendone i compagni con gli spiedi. Nell’omonima poesia i giganti si servono come armi di parole pesanti come pietre. Le pietre nel testo poetico sono virgolettate, locuzioni di un linguaggio colloquiale prevalentemente d’affetto, non si sa se autentico, ma anche di disprezzo “mi fai schifo”, che si altera caricato di elementi negativi incorporati, pesantissimi nel contesto di situazioni parossistiche. Testimonianza di come le parole possano ferire più della spada. Mettere le pietre in bocca a giganti è dare alle figure che le pronunciano un’importanza preponderante, similmente a ciò che accade nei disegni dei bambini, dove le figure disegnate più grandi, sono quelle predominanti.
In tema d’amore alle parole dei Lestrigoni , “non c’è pietà,/ né amore in quelle” si contrappongono nella poesia “Fortuna” i versi “Diciamo di ciò/ che non sappiamo;/ forse questo è l’amore.” Al sapere di Emily Dickison “Che sia l’amore tutto quel che esiste/É ciò che noi sappiamo dell’amore;” si contrappone un sapere similare. L’arte della divinazione alla quale fa riferimento l’incipit  della poesia non è altro che un pretesto per cogliere i desiderata universali, la lettura dell’oroscopo un modo attraverso cui tradurre il sentire comune. L’essere amati, volere e voler vivere l’amore diventa l’altra faccia della disperazione.
Volere che non è sopraffatto dalla sofferenza ma vivo e vitale oltre gli amari calici di “Nausicaa” (perché sono/così gli uomini?), le “pasticche” di “Eolo, il prosaico ” tanfo di ascelle nella metropolitana” dei “Lotofagi”.
La terza sezione è “L’isola della morte”. Essa si apre con “Viatico”, dove ritroviamo i Santi di psichiatria, e amore, vita, morte. La poesia è estrema tra pavimento e asfalto, la si direbbe prostrata, ma la chiusa è d’argento, come le pupille, “Tutto questo è dell’amore; il resto ci sfugge”.  Ne “L’isola della morte”, che dà il titolo alla sezione il ritmo è spezzato e fermo, l’osservazione distaccata espressa è memoria d’infelicità. “Qui i corvi beccano/il cadavere di quello/che siamo stati.” La raccolta si chiude con il componimento “Anno 0”, dove non può che essere ciò che è: vita dopo la morte, coi segni delle ferite sul corpo, la cura del tempo e la parola che cura.

Viatico

Il rosso sull’asfalto,
il nero del pavimento,
l’argento delle mie pupille;
Tutte queste cose abitano
nell’amore – bugiardo.
La morte, la vita – in – viaggio,
la benedizione degli infermi,
i – Tre – Volte – Santi in Psichiatria;
Tutto questo è dell’amore;
il resto ci sfugge

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Forma alchemica 26: Emily Dickinson

18 sabato Set 2021

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA

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EMILY DICKINSON

Poiché non potevo fermarmi per la morte

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

Andavamo lentamente – Lei non aveva fretta
Ed io avevo messo da parte
Il mio lavoro e anche il mio tempo libero,
per la sua cortesia –

Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo i campi del Grano che ci fissava –
Oltrepassammo il Sole al tramonto –

O piuttosto – Lui ci oltrepassò –
La Rugiada tracciò tremante e gelida –
Il mio Vestito di Tessuto leggero
La mia Stola – solo un velo –

Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un rigonfiamento del suolo –
Il Tetto era appena visibile –
Il Cornicione – nel Tumulo –

Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto ciascuno più brevi del Giorno
In cui per prima intuii che le Teste dei Cavalli
erano rivolte verso l’Eternità.

(traduzione di Loredana Semantica)

Because i could not stop for death

Because I could not stop for Death –
He kindly stopped for me –
The Carriage held but just Ourselves –
And Immortality.

We slowly drove – He knew no haste
And I had put away
My labor and my leisure too,
For His Civility –

We passed the School, where Children strove
At Recess – in the Ring –
We passed the Fields of Gazing Grain –
We passed the Setting Sun –

Or rather – He passed Us –
The Dews drew quivering and Chill –
For only Gossamer, my Gown –
My Tippet – only Tulle –

We paused before a House that seemed
A Swelling of the Ground –
The Roof was scarcely visible –
The Cornice – in the Ground –

Since then – ‘tis Centuries – and yet
Feels shorter than the Day
I first surmised the Horses’ Heads
Were toward Eternity –

Questa poesia di Emily Dickinson è tra quelle sue citata più spesso, specialmente nella sua prima strofa che già forma una poesia a sé. E’ citata spesso perché considerata dai critici un capolavoro di composizione, in termini di rime, assonanze, costruzione retorica; ciò naturalmente si apprezza maggiormente nel testo in lingua originale.
Nel testo la morte è personificata nel pronome “He” letteralmente “Egli” che accompagna il passeggero (io) in un viaggio dentro una carrozza. “Chariot” “carrozza” è appunto il titolo col quale la poesia fu pubblicata postuma nel 1890.
Postuma perché Emily in vita pubblicò solo 15 poesie e la sua raccolta di 1775 poesie, su foglietti di minuta scrittura, cuciti a mano, fu scoperta dalla sorella Lavinia alla morte, avvenuta nel 1886.
Nella poesia l’io poetico e il fantomatico “He” compiono un tragitto in carrozza. Il percorso si snoda nello spazio e passa oltre i bambini che giocano a scuola durante la ricreazione, oltre i campi col grano occhieggiante, oltre il sole che tramonta. Questo scorrere di immagini della realtà regalano al testo un’aura di serenità, nonostante l’argomento sia alquanto tetro. L’ineluttabilità della sorte umana è accompagnata nell’espressione poetica dal senso di accettazione che il viaggio ultimo è inevitabile. Lo scorrere degli scenari fa pensare a quelle visioni che si dice accompagnino gli ultimi momenti di vita, nei quali scorrono i frames della propria esistenza come in un film.
L’insistenza sul concetto di immortalità nella prima strofa e di eternità nell’ultima adombra forse la possibilità di un’esistenza ultraterrena, di uno stato “di morte” che rende eterno il riposo dell’uomo, ma non escluderei anche la presenza nella poesia di un lampo di consapevolezza dell’autrice che, con la sua opera scrittoria, si accinge ad edificare il suo mausoleo di parole. Un magnifico edificio che l’avrebbe resa nota ben oltre la morte. In altri termini viene espressa la preveggenza dell’alto ruolo a cui il destino l’aveva chiamata: la morte nell’anima e per converso la gloria dell’immortalità
Cronologicamente la produzione del testo della poesia viene collocato nell’anno 1863.
Nonostante Emily abbia solo 33 anni ha già incontrato più volte l’oscura signora. Ad appena quattrodici anni aveva perso Sophia Holland, sua amica e cugina, ammalatasi di tifo. Nel 1850 la lasciò, sopraffatto dalla tubercolosi, Benjamin Franklin Newton, un giovane avvocato, suo amico e mentore. Benjamin le scrisse che avrebbe voluto vivere ancora per poterla vedere raggiungere la fama e il successo. Indubbiamente un suo ammiratore. Successivamente e all’improvviso venne a mancare anche l’amico Leonard Humphrey, preside dell’Accademia di Hamherst, dove lei aveva studiato.
Queste morti devastano la poetessa, la gettano in uno stato di sconforto e malinconia che si riflette nei suoi scritti. Un poeta non può che tradurre in poesia l’esito di profonde ricerche interiori dirette alla comprensione della morte, non meno che della vita.
E’ molto probabile inoltre che Emily si fosse già innamorata. Non sappiamo delle liasons con gli amici scomparsi, ma molti studiosi concordano che nel 1855, durante un suo viaggio a Washington, conobbe e si invaghì del reverendo Charles Wadsworth. Egli era sposato con figli perciò il sentimento d’amore sbocciato nella giovane non poté trovare sbocco, rimase platonico.
Con Wadsworth la poetessa intrattenne una relazione epistolare dal 1855 al 1858. Nelle lettere lei lo chiama “Master” cioè Maestro. Non si sa se a sua volta egli la corrispondesse sentimentalmente: queste lettere sono andate distrutte. Nel 1858 Wadsworth accetta un incarico di presbitero a San Francisco e ciò pone fine alla corrispondenza con Emily.
I temi del dolore, separazione, morte delle poesie della Dickinson probabilmente traggono fondamento da questa esperienza traumatizzante, non meno che dai lutti che l’avevano colpita.
Sebbene non si sappia con certezza quando Emily cominci a scrivere le prime poesie è certo che l’esplosione della sua creatività avvenne proprio in questi anni: 1855 – 1863. Durante questo periodo scrisse anche le “Master Letters” Lettere al maestro firmandosi “Daisy”, Margherita. Resta il dubbio che potessero essere destinate al reverendo Wadsworth, ma più probabilmente sono dirette a un Master che è trasfigurazione di un personaggio reale, e, quindi, un essere immaginario cui indirizzare confidenze poetiche, amorose, sensuali.
Nella vita di Emily tra le figure femminili è di fondamentale importanza Susan Gilbert per la quale la poetessa prova un trasporto affettivo intenso, al punto che qualche biografo ipotizza che lei possa essere il “Master” delle famose lettere. Susan diventa cognata di Emily nel 1856, sposandone il fratello Austin, ed Emily, pur amando entrambi, percepisce Austin come un intruso nel rapporto con la sua amica prediletta. Pare quasi che rischi di impazzire quando i coniugi pensano di trasferirsi altrove, lasciando la casa dove vivono adiacente a quella paterna di Dickinson, dove abita la poetessa. Essi si rendono conto della profonda crisi in cui era sprofondata Emily e rinunciano al progetto. Il matrimonio comunque non fu dei più felici, funestato tra l’altro anni dopo dalla perdita del figlio generato.

Questa vicenda a conferma ulteriore che l’equilibrio e la serenità di Emily furono sconvolti proprio in questi anni da perdite, dolori, traumi esistenziali che ne segnano l’esistenza, facendo esplodere incontenibile il potenziale poetico dell’autrice.
Nel 1865 Emily decide di vestire sempre di bianco. Questa scelta è il segno di un’accettazione del proprio destino, la quiete che segue l’agitazione, la volontà di dedizione al suo genio. Sa che la sua vita scorrerà per sempre tra le quattro mura della casa paterna perché questa è una sua decisione e, al contempo, gli abiti bianchi che indossa sono manifestazione esteriore di una raggiunta consapevolezza.

Non aveva paura della morte Emily tuttavia, lo dice chiaramente lei stessa nel corpo di una poesia

“Paura! Di chi ho paura?
Non della Morte – perché chi è Costei?”

Pensa che essa sia ricongiungimento ai cari, raggiungimento della quiete, pensa che l’amore è l’antidoto alla morte, non meno della promessa di resurrezione cristiana.

Chi è amato non conosce morte,
perché l’amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.

Chi ama non conosce morte,
perché l’amore fa rinascere la vita
nella divinità.

E infine sul perché vestisse di bianco, anche qui troviamo la risposta nella sua stessa poesia.

Non può essere l'”Estate”!
Quella – è passata!
È presto – ancora – per la “Primavera”!
C’è quella lunga città di Bianco – da traversare –
Prima che i Merli cantino!
Non può essere la “Morte”!
È troppo Rosso –
I Morti vestono di Bianco –
Così il Tramonto tronca il mio dubbio
A Colpi di Crisolito!

(traduzione di Giuseppe Ierolli)

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Canto presente 51: Enrico Cerquiglini

05 domenica Set 2021

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Enrico Cerquiglini

Li vedi i colori che fanno della collina
la festa dei gabbiani? È una collina
che si alimenta ogni giorno
dei nostri sogni dismessi,
del cibo che non sazia,
delle mode ora derise,
archiviate nel ridicolo dell’anima,
dell’orgoglio d’essere
figli dell’occaso
destinati alla gloria eterna,
promessa da divinità
e mercanti del tempio.
Lo vedi il bosco delle case
come si espande sulla pianura,
sulla collina, sul pianoro
cacciando il verde variabile
di un bosco senza camere
e sale d’intrattenimento?
Lo vedi il fumo nero
che a volte oscura il sole?
È il padre della luce,
delle macchine che vanno
da sole, che vanno ovunque,
che parlano e pensano per noi.
Lo vedi quel serpente che va
rasentando la montagna
portando con sé
il colore della nostra pelle
e il pudore del corpo puliti,
tutto ciò che non osiamo mostrare.
Vedi laggiù, sempre più vicine,
nuvole di fuoco che si nutrono
di vita? Sono i nostri fiati
infernali, le nostre gole fameliche,
le nostre fantasie illogiche.
Dall’altra parte vedi le acque salire
acque salate e calde,
acque che strappano argini
e sommergono i boschi
di cemento, le strade
dei viaggiatori del nulla.

Vedi, figlio mio,
un giorno non lontano
tutta questa distruzione
sarà tua.

*
Ti scriverò un giorno una lettera,
magari in brutti versi,
per dirti in quale modo scorre il tempo
alla periferia della Storia,
in questo angolo di terra
coperto di viti, ulivi e solitudine.
Ti scriverò, senza prentendere risposta
– so che dove sei o non sei
non si è usi alla scrittura –
magari con una patina d’ironia
o con la scrittura asciutta
che preferivi all’incedere barocco
di certe confidenze infauste.
Ti scriverò per dirmi
cose che non mi son mai detto
rimandando di giorno in giorno
il conto da saldare
e le finestre da aprire
per dare aria a questo universo
di parole su carta.

*
nessuno arse con Giordano Bruno
– “quello scelerato frate domenichino de Nola” –
i più scesero a patti con gli aguzzini
con compromessi generando stirpi abiuranti
altri corsero a procurarsi fascine
per approntare il rogo per lo “heretico ostinatissimo”
ignari di eresie e di speculazioni
spinti dal desiderio di vedere tra le fiamme
“nudo e legato a un palo” un frate
da altri frati “abbruggiato vivo”
e raccontar per anni
– con nauseata soddisfazione –
testimonianza di carne umana arrostita
del dolce nauseabondo fetore
– oh l’odore del napalm al mattino
colonnello Kilgore! –

anche la mordacchia per tacitare
prima della morte lo “eretico impenitente
et ostinato” e lordarne di sangue
il volto e il cencioso vestito
da additare come cane al volgo
imprecante orante e soddisfatto
cantando “letanie”
mentre torvo disprezzava la croce
in nome della quale lo si straziava

“e così arrostito miseramente morì
andando ad annunciare io penso
a quegli altri mondi da lui immaginati
in che modo gli uomini blasfemi
ed empi sogliono essere trattati dai Romani” (Kaspar Schoppe)

e nella plebe soddisfatta
della giustizia trionfante
nuove abiure covavano
nuovi roghi nuovi strazi

*

qui la gente è triste
ha paura dei propri pensieri
rinuncia a pensare
per non rischiare di turbare
il passo solenne delle parate

qui la gente è triste e cattiva
si uniforma e non s’informa
urla sbraita maledice
ma in privato nelle sere di gala
piega le jenou e fa il baciamano
come dovuto omaggio di vassallo

qui la gente è triste cattiva e violenta
desidera il sangue nelle strade
odia la gioia che sboccia a volte
sui visi di alcuni bambini e padri
venuti da mitiche terre lontane
dove spontanei nascono i giorni

qui la gente compra il niente
per vederselo svanire tra le dita
e si nutre di un veleno dolcissimo
per morire per qualche ora
ma al risveglio ha la bocca amara
e abbaia randagia alla vita

*
Quando il sole è basso sull’orizzonte,
crescono a dismisura le ombre
di uomini piccoli piccoli.
Sembrano giganti
e sono granuli di polvere
che il sole, al ritorno, schiaccerà.

*
Allenare le parole,
domare gli ulivi,
addestrare le mani al lavoro,
rubare le briciole dalla mensa,
calpestare le foreste di simboli,
farci spiegare i nostri pensieri,
acquistare alimenti a km zero o poco più,
inquinare i torrenti di sudore,
dissetarsi con le parole della messa,
rubare la fantasia ai fanciulli,
invecchiare col cervello in mano,
dissodare i pensieri,
disboscare i desideri,
delocalizzare i cimiteri…

fatto questo puoi anche fermati
ad ammirare lo spettacolo
del tramonto dell’universo.

*
Questa è la mia terra:
aspre mani di gente che insiste
tra pietre e ulivi
a vegliare ciò che va o resta;
assetata, arida, riarsa
fino a spaccarsi d’estate
aprendo abissi d’infinito,
fino a separare radice da radice,
zolla da zolla,
prima di richiudersi
avvolgendo misteri insondabili.
Questa è la mia terra:
violenta, respingente,
dura, avara, avida di sudore,
distesa di stoppie e cardi,
di istrici, cinghiali, lupi e volpi,
di uccelli di rapina,
di inquietanti canti notturni…
Questa è la mia terra:
inclemente, spietata a volte,
senza rimorsi…
ma quando s’accende di verde,
quando gli ulivi danzano al vento,
quando la macchia respira
e tutte le voci
si fondono in un coro di secoli,
quando la quercia ti avvolge
con la densa sua ombra,
il vino ti scivola in gola
– sangue di oscure radici –,
allora, solo allora ti accorgi
che questa terra nutre
la tua vita, la tua morte
dal tempo in cui le rughe
divennero calanchi
impressi nei gesti.

*

poi sentivi sul calar della sera
ronzare le api – come una preghiera

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Prisma lirico 36: Buone vacanze e Arrivederci a settembre

04 domenica Lug 2021

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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David James, Laura Knight, Marina Cvetaeva

Con una poesia di Marina Cvetaeva e le marine di David James e Laura Knight la redazione del blog Limina mundi augura:

BUONE VACANZE E ARRIVEDERCI A SETTEMBRE

David James

Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla –
Io invece sono fatta d’argento e brillo!
La mia occupazione – è il tradimento, il mio nome – Marina,
io – sono l’effimera spuma del mare.
Chi è fatto d’argilla, chi è fatto di carne –
a costoro la bara e le lastre tombali …
-battezzata nella fonte marina – e nel mio
volo continuamente infranta!
Attraverso ogni cuore, attraverso ogni rete
batte il mio arbitrio.
Io – vedi questi ricci scomposti? –
non sono fatta del sale della terra.
Mi frango sulle vostre granitiche ginocchia
e da ogni onda – risuscito!
Evviva la schiuma – l’allegra schiuma –
l’alta schiuma del mare!

Laura Knight

Poesia: Marina Ivanovna Cvetaeva, Spuma di Mare, 1920

opere:

David James, Morning Tilde, 1898

Laura Knight, Lamorna Cove, 1915

 

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

27 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

Mi rinchiudono nella Prosa
Come quando da Ragazzina
Mi mettevano nello Sgabuzzino
Perché mi volevano “tranquilla”

Tranquilla! Avessero potuto spiare
E vedere il mio Cervello andarsene in giro
Era come se avessero confinato un Uccello
A Tradimento in un Recinto

A lui basta volerlo
E con la disinvoltura di una Stella
Dà un’occhiata alla Prigione
E ride. Lo stesso faccio io

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Avete voluto la parità

19 sabato Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in Essere donna

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Un breve video tratto da “Processo per stupro” un film documentario del 1979 del quale si può leggere più diffusamente qui

NB. Il video, di appena un paio di minuti, ci mette un po’ a caricare, abbiate pazienza.

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Essere donna: intro

13 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna

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Oggi dedico questo post  all’introduzione di una nuova rubrica, il nome della rubrica, come potete leggere anche nel titolo è Essere donna il contenuto della rubrica è già tutto nel suo nome. La parola “essere” del nome della rubrica è da intendersi nel doppio senso di verbo e sostantivo. Non solo quindi come esistenza vita e presenza nel mondo, che è il significato del verbo “essere”, qui usato nel suo significato proprio e non come ausiliario, ma anche nel senso di sostantivo “essere”, come “creatura” che sta nel mondo, esiste, è viva. Il focus è la donna. La rubrica è inserita nella più ampia categoria del blog “Costume e società”

In questo blog talvolta è stata affrontata esplicitamente la problematica della condizione femminile. Ricordo tra gli altri il mio post su Franca Viola nella rubrica “Grandi donne”, il post di Deborah Mega sulla discriminazione di genere nel linguaggio e, più di recente, credo proprio l’otto marzo scorso, il post di Anna Maria Bonfiglio sulla condizione della donna. I tre i post sono quelli che ricordo a memoria, ma sono certa ve ne siano altri disseminati. La loro presenza chiaramente evidenzia l’interesse al tema da parte della redazione di questo blog, che, non mi sembra secondario rimarcarlo, al momento  è tutta femminile. 

Riprendendo il filo del discorso, mi sono resa conto però che, nonostante l’attenzione al tema della condizione femminile, non avevamo dato abbastanza risalto a questa tipologia di post inserendoli in una rubrica a sé. Ho acquisito questa consapevolezza al termine della visione di un video che circola in rete da maggio dello scorso anno, che ha per titolo “Le spose bambine”. Il video è una produzione del 1965 di Rai storia pubblicato su youtube dal canale Cronacavera. Ve lo propongo.

https://www.raiplay.it/video/2021/04/Come-eravamo—16042021-311f7a53-73d3-47fb-a18c-176daf2e41c7.html

E’ costituito principalmente da interviste a donne del paese di Ispica in provincia di Ragusa. Colpisce il titolo del video anche per il gran parlare che si fa oggi sulle spose bambine di paesi diversi dal nostro un po’ più sud di qui. Dice com’eravamo noi donne in quella terra quasi cinquant’anni fa, dice nel contempo la naturalezza di certe scelte e la forzatura dei tempi, dove si matura al sole di bisogni essenziali. 

Desideravo condividere il video perché è una spaccato indubbiamente interessante e problematico della condizione femminile qualche decennio fa e mi sono accorta che mancava lo spazio giusto dove inserirlo L’ho creato stasera. Uno spazio dove dire della condizione femminile ieri, oggi, domani. Per sapere com’eravamo, capire come siamo e immaginare come vogliamo diventare.

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Omaggio a Sebastiano

06 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA

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Tag

omaggio, POESIA, ricordo, Sebastiano A. Patanè Ferro

Recentemente è scomparso il mio amico poeta Sebastiano A. Patanè Ferro. Il 15 maggio scorso aveva scritto un messaggio sulla bacheca di fb comunicando che doveva assentarsi per ragioni di salute che tuttavia era ottimista sul suo rapido ritorno. Ho avuto modo di leggerlo, pur nel mio accedere saltuario alla rete,  per poi scoprire, inaspettatamente e dolorosamente, circa dieci giorni dopo, sempre attraverso la rete, che Sebastiano è venuto a mancare.

L’amicizia con Sebastiano su facebook risale al lontano 11 agosto 2010, così mi comunica la funzione “vedi dettagli amicizia” del social. Non sono pochi dieci anni. Il tempo di conoscere una persona, almeno un po’, anche se frequentandola solo virtualmente, solo saltuariamente. Ed io Sebastiano l’ho conosciuto  come persona sincera, generosa e disponibile, alla quale il destino ha riservato, secondo la mia percezione,  prove di resistenza e di coraggio, inducendolo in ogni modo all’esercizio  della resilienza, a sondare le profondità. Raccontava le sue storie, scriveva poesia, e per la poesia ha fondato “Nuova Arcadia”, organizzando reading, incontri, video, sviluppando una rete di contatti nell’ambiente poetico soprattutto siciliano, scosso dalla sua improvvisa scomparsa. Sciaranera era il nome del blog che curava su internet. Risuona ancora l’assonanza, gli stessi luoghi, nomi e scenari della mia esperienza. Sciara a Catania è la lava del vulcano Etna dopo che si è solidificata. E’ nera, durissima, cupa. Ci accomunava la città di nascita, ma anche l’incandescenza della lava, la durezza spigolosa, l’oscurità della roccia vulcanica. Io sono nata nel nero, in una casa, ormai abbattuta, costruita sulla sciara.

La poesia di Sebastiano era vissuta ed intensa, come era lui stesso, come deve essere la scrittura poetica, specchio della nostra essenza, espressione dell’anima del poeta.

La volta che l’ho invitato a partecipare  al “Canto presente” di questo blog mi ha messo a disposizione “L’amore al tempo delle scimmie”, Poemetti collezione, Catania 2015 e “Lazzaro”, Estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione.

Da questa sua offerta sono nati tre post un Canto presente e Prisma lirico 5 e 7, quest’ultimo in sostanza una collaborazione, con mie foto.

Riporto di seguito i link ai post.

Canto presente 17

Prisma lirico 5

Prisma lirico 7

Significativo che il 28 maggio scorso, giorno in cui è stata diffusa la notizia del decesso, pochi minuti prima di apprenderla, io abbia scritto questo testo che riporto più sotto. E’ la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che siamo connessi, e non solamente per via della rete, ma in modo più invisibile e misterioso. Un mistero che per Sebastiano non è più tale. Nel suo passare dall’altro lato si è dissolto, è stato rivelato.

Non mi coordino più con la mia specie
tutti hanno una forma aliena del corpo
una bocca sbagliata un’anca storta
la pelle trasuda lacrime e sebo
il battito ha un ritmo sfasciato
come note stonate nel silenzio.

Se penso al passato mi sembra
che abbiamo avuto passi da gigante
un volteggio elegante e parole
da spendere infinite.

Ora mi sembra di sentire
talvolta disfarsi tra le dita
il presente similmente alle ceneri
di un fuoco spento che lascia supporre
lenta una forma che langue e poi
all’improvviso si estingue
senza lamento o preavviso
negli occhi lo sgomento di chi
non s’era accorto
di come tutto corresse
verso l’ultimo spavento.

Loredana Semantica

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Un fiore per Franco

23 domenica Mag 2021

Posted by Loredana Semantica in MUSICA, Uomini eccellenti

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Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni ottanta sorge la stella di Franco Battiato. Nel panorama musicale di allora comparve come qualcosa d’insolito, non definibile, non etichettabile. E proseguì in ascesa la sua opera musicale negli anni a venire. Colpivano i testi di poche frasi, termini inusuali, evocativi di scenari e terre lontane, di ricerche interiori spirituali, mistiche, filosofiche. Battiato nel sentire dei giovani fruitori di musica rispondeva al desiderio di contrastare l’insulsaggine dei testi che farcivano le canzoni italiane dell’epoca e l’invasione della musica di provenienza estera e lingua inglese. Battiato era la risposta, non solo era italiano, ma aveva anche ai miei occhi l’ulteriore pregio di essere siciliano di Catania (Ionia, il paese di nascita nel 1945 è l’attuale Riposto), era cioè isolano e conterraneo. Non occorreva leggere la biografia per capirlo, il suo cognome è di origine siciliana, anzi è una parola del dialetto siciliano che in italiano si traduce “battezzato”. Quindi il canto di Franco il battezzato, che porta nel volto le sue reminiscenze arabe, e gli occhi grandi e malinconici di certi siciliani, tristi e profondi, arrivò alle (mie) orecchie come liberatore.
Prima di quell’inizio, c’era stata tra le altre la canzone La torre, mentore Giorgio Gaber, che ebbe un certo successo, un testo provocatore ma musicalmente ancora troppo influenzato dai ritmi e gusti della canzone italiana dell’epoca. Pollution e Fetus tra i primi album, furono apripista per i concerti, verso i quali Battiato provò tuttavia ben presto un’autentica repulsa, non era soddisfatto di queste esperienze, le definì schizofreniche. Attraversò allora una crisi non solo musicale, ma più profonda, esistenziale, che lo portò allo studio e alla ricerca. Nella seconda metà degli anni settanta imparò a suonare il violino, la notazione classica, l’armonia, il solfeggio l’arabo, la mistica orientale e scoprì Gurdjieff e il suo pensiero, restandone entusiasta.
Nel 1979 avviene la svolta, è l’anno nel quale emerge la sua personalissima e accattivante cifra pop, che si evolverà in spirituale e filosofica, echeggiante musiche orientali, classiche, rock, synth pop e si caratterizzerà per i cambi di registro sia testuali sia musicali e la frammentazione di un periodare breve, ricercato e misterioso, apparentemente disconnesso, inframmezzato da refrain simili a mantra, un mix che s’intreccia alla musica, intrattiene l’ascoltatore e lo conquista
L’era del cinghiale bianco il singolo inserito nell’omonimo album, rese Battiato noto al grande pubblico. Il pezzo nacque per scommessa con i giornalisti di Muzak, rivista musicale, ai quali Battiato volle dimostrare come fosse facile elaborare pezzi di successo, esso inizia infatti con un travolgente assolo di violino che avvince l’ascoltatore
I versi “Pieni gli alberghi a Tunisi” e “Un uomo di una certa età/Mi offriva spesso sigarette turche” “Studenti di Damasco/Vestiti tutti uguali” costituiscono con ogni probabilità riferimenti ai paesi che Franco Battiato ha visitato negli anni precedenti. Egli racconta infatti che talvolta prendeva una corriera per l’India, scendeva in Turchia e, con la compagnia di due vecchi suonatori e la tastiera, girava avventurosamente quel paese.
Il refrain “Spero che ritorni presto/L’era del cinghiale bianco” è inserito nel testo della canzone in modo alquanto inaspettato e spiazzante, il senso possiamo intenderlo dai chiarimenti che seguono presenti sul sito dell’autore.
“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”.

Singolare che di recente qualcuno abbia definito insulsi i testi di Battiato. A leggerli non sembra affatto, dentro sparsi qui e lì ci sono sostantivi e aggettivi ricercati, costruzioni verbali intriganti, originali, quando non persino poetiche. Qui di seguito una serie di citazioni dai singoli più noti.

“E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” da Prospettiva Nevski
“Traiettorie impercettibili/ Codici di geometrie esistenziali” “Voli imprevedibili ed ascese velocissime/Traiettorie impercettibili/Codici di geometrie esistenziali” e “Giochi di aperture alari/Che nascondono segreti/Di questo sistema solare” da Gli uccelli
“Una vecchia bretone/Con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù/Capitani coraggiosi/Furbi contrabbandieri macedoni/Gesuiti euclidei/Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/Della dinastia dei Ming” da Cerco un centro di gravità permanente, contenente, tra l’altro uno stralcio della poetica dell’autore “Non sopporto i cori russi/La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/Neanche la nera africana”.
“E per un istante ritorna la voglia di vivere/ A un’altra velocità” da I Treni di Tozeur
“Voglio vederti danzare/Come i dervishes turners che girano/Sulle spine dorsali/O al suono di cavigliere del Katakali” da Voglio vederti danzare
“In silenzio soffro i danni del tempo/le aquile non volano a stormi” da Le aquile non volano a stormi
“C’è chi si mette degli occhiali da sole/Per avere più carisma e sintomatico mistero/Uh com’è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme /Imbiancano/ Quante squallide figure che/attraversano il paese/Com’è misera la vita negli abusi di potere.” da Bandiera Bianca
“Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera/Avevo già la Luna e Urano nel Leone” da Cuccurucucù.

Battiato ha raccontato che, ancora ragazzo, suonò sui carri in maschera al Carnevale di Acireale, venne pagato con 13000 lire che all’epoca erano una cifra ragguardevole, ciò però scatenò le ire del padre che voleva Franco applicato agli studi e gli vietò perciò di proseguire con la musica.
Arrivato all’università, iscritto alla facoltà di lingue, morto nel frattempo il padre, Battiato decise di partire per Milano volendo inseguire il suo desiderio di fare musica.
Gli inizi furono difficili, dovette fare il magazziniere per mantenersi, suonare la sera nei locali, ma il suo sogno non si rivelò fallimentare. Dall’era del cinghiale bianco in poi i suoi dischi furono sempre successi, un album dopo l’altro giungendo a pubblicarne ben 42. Ha composto anche opere e colonne sonore ed è stato anche regista di film. Inoltre dipingeva, ma la pittura tuttavia non era professionale, era un modo attraverso il quale esprimeva ancora l’anelito a svolgere la personale ricerca mistico spirituale. Ne è un esempio la copertina dell’album Fleur “Derviscio con rosa” , inserito al principio di questo post.

Si sa pochissimo della vita privata di Battiato. Se provate a cercare alla voce biografia sul suo sito trovate la sua dettagliata storia professionale, la produzione, le collaborazioni con Giusto Pio, Manlio Sgalambro ecc.. Su wikipedia invece alla voce “vita privata” ci sono esattamente tre righe che in parte riporto “Legatissimo alla madre Grazia, scomparsa nel 1994, Battiato non ha mai amato la vita mondana, preferendo il suo eremo siciliano di Milo alle pendici dell’Etna.”
Infatti Franco Battiato, mi pare nel 1989, tornò in Sicilia stabilendosi a Milo, dove poi è morto il 18 maggio scorso. Di quale male non è dato sapere. La famiglia, lui stesso, gli amici hanno mantenuto uno stretto riserbo su questa malattia. Qualcosa alla testa del cantautore ne ha minato la memoria e l’intelletto, il declino è avvenuto a cominciare da una caduta dal palco di un concerto tenuto a Bari. E poi Franco, a quanto pare, non voleva indagare, del resto ciò è in linea col suo pensiero della morte come un passaggio, col suo pensiero della vita come preparazione, trasformazione di se stessi in senso migliore.
Bello il modo in cui lo ricorda Travaglio su Il fatto quotidiano, con qualche aneddoto e una sequenza di aggettivi che tentano di descriverlo (leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naif), ne fa in sostanza il protagonista de “La cura”, cioè un essere speciale.
Tra gli aneddoti Travaglio racconta come Battiato gli inviò appena pronta Inneres auge, scritta nel 2009 pensando all’Italia resa più di quanto non lo sia mai stata bordello. Inneres Auge in tedesco significa terzo occhio, l’occhio col quale si vede l’aura delle persone. E’ in sostanza un’invettiva contro i politici di quell’epoca corrotti e goderecci fino al disgusto. Egli dice nel testo “La giustizia non è altro che una pubblica merce/Di cosa vivrebbero/Ciarlatani e truffatori/Se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente” Questa non è la prima volta che attraverso la canzone Battiato esprime una denuncia politico sociale di corruzione e rovina del Paese. Nell 1991 aveva già scritto “Povera patria” e molto tempo prima, ai suoi esordi nel 1967, cantava la poco conosciuta “Il mondo va così” nella quale, con un respiro più ampio, si prendeva pena per la guerra la fame e l’analfabetismo mondiali.
Tornando alla riservatezza di Battiato. Credo che la riservatezza e una certa repulsa del successo e della vita mondana appartenga alla “sicilianità” più autentica. Giuni Russo, siciliana anche lei, amica di Battiato e voce straordinaria era sulle stesse coordinate. Franco ha scritto per Giuni il pezzo Un’estate al mare, resa indimenticabile dall’interpretazione straordinaria di Giuni, con acuti finali inarrivabili a imitare i gabbiani. Battiato ha scritto brani di grande successo per Milva e Alice, rispettivamente Alexander Platz e per Elisa, queste ultime in collaborazione con Giusto Pio.

Dunque, a quanto ci dice la stringatissima biografia, Franco Battiato non si è sposato e non pare abbia avuto figli, ciò potrebbe far pensare che abbia vissuto una vita senza amore, ma ritengo che sarebbe un errore crederlo. Come ho dimostrato più sopra in alcuni nei suoi testi le frasi sparse non sono “insensate” ma a volte biografiche, a volte citazioni culturali, pensiero, convincimenti. Non manca una produzione di Franco Battiato che parla d’amore, ciò consente la relazione transitiva seguente: se A (produzione non in tema d’amore) è uguale a C (esperienza) anche B (produzione in tema d’amore) è uguale a C (esperienza)
Sono sul tema: la metafisica “E ti vengo a cercare” la filosofica “Tutto l’universo obbedisce all’amore” la spirituale “La cura”, le nostalgiche “Le nostre anime” e “Le stagioni dell’amore” e infine la poco celebrata, ma intrigante “L’animale”
E’ un’elencazione non esaustiva, ma testimonia la delicatezza e versatilità con la quale Franco Battiato sapeva esprimere il tema dell’amore. E non posso fare a meno anche qui di riportare alcuni passi.
Questa citazione che segue ad esempio, è una definizione limpida e struggente dell’amore “Questo sentimento popolare/Nasce da meccaniche divine/Un rapimento mistico e sensuale/Mi imprigiona a te” da E ti vengo a cercare

“Bisogna muoversi/Come ospiti pieni di premure/Con delicata attenzione” “Come possiamo/Tenere nascosta/La nostra intesa” Tutto l’universo obbedisce all’amore/Come puoi tenere nascosto un amore/Ed è così che ci trattiene nelle sue catene” da Tutto l’universo obbedisce all’amore
“Le nostre anime/Cercano altri corpi/In altri mondi/Dove non c’è dolore/Ma solamente/Pace” da Le nostre anime
“Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore” da Le stagioni dell’amore
“Vagavo per i campi del Tennessee/Come vi ero arrivato, chissà/Non hai fiori bianchi per me?/Più veloci di aquile i miei sogni/Attraversano il mare”
“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/Supererò le correnti gravitazionali/Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”
“E guarirai da tutte le malattie/Perché sei un essere speciale/Ed io, avrò cura di te” da La cura
“Ma l’animale che mi porto dentro/Non mi fa vivere felice mai/Si prende tutto anche il caffè/Mi rende schiavo delle mie passioni/E non si arrende mai e non sa attendere/E l’animale che mi porto dentro vuole te” da L’animale, nella quale l’ironia del verso “si prende tutto anche il caffè” scopre un aspetto più volte rimarcato da amici e intervistatori del cantautore: l’ironia di Franco Battiato. Del resto cos’è poi l’ironia se non l’arma con la quale gli intelligenti e indulgenti combattono la propria battaglia nel mondo.
Tra le eredità Franco Battiato ci lascia la raccomandazione di avere uno sguardo feroce e indulgente, è un’espressione contenuta in uno dei suoi testi più recenti e concludo così il mio omaggio al cantautore della mia giovinezza che ha accompagnato anche la mia vita.
Con un saluto a Franco Battiato, la speranza di rivederlo, l’augurio a me e a tutti di raccogliere la sua eredità.
“Lascio agli eredi l’imparzialità/La volontà di crescere e capire/Uno sguardo feroce e indulgente/Per non offendere inutilmente” da Testamento

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25 aprile Celebration

25 domenica Apr 2021

Posted by Loredana Semantica in La società, Pensiero, SINE LIMINE

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Il 25 aprile 1945 il CLNAI ordina l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluiscono nelle città , si uniscono ai combattenti locali e liberano il Nord Italia (tratto da qui)

Il manifesto dell’ANPI per il 25 aprile 2021, realizzato da Lucamaleonte

Qui la storia della Resistenza italiana.

“25 aprile” una poesia di Alfonso Gatto

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

https://www.ilsole24ore.com/art/25-aprile-1945-liberazione-e-tutti-AEy3WPC

https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/17/25-aprile-il-video-memoriale-della-resistenza_ecce828b-d4fd-4d6d-b708-76672f65ffd3.html?fbclid=IwAR3Lj8q9guToVB5FBpKmKH9VMR13RKQ85fnMpPuX06OlVqVAIjAjgRjmm8o

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

18 domenica Apr 2021

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Ho vissuto molto o poco?
Mi è impossibile a dirlo.
Camminando sono caduto col viso a terra,
ho perso qualche cosa nella polvere.
Ero albero, ero mare.
I miei usignoli erano in gabbia, non lo sapevo.
I miei pesci erano nella rete.
E così, mia rosa,
la tristezza, come una pietra bianca che lava la pioggia.
E così, mia rosa,
scrivo quel che mi attraversa
e nessuno legge, nessuno ascolta…

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Emilio Capaccio traduce Randall Jarrell

11 domenica Apr 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA

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Tag

POESIA, Randall Jarrell. Emilio Capaccio. traduzioni

Un poeta è un uomo che riesce,
durante tutta la vita trascorsa sotto il temporale,
a farsi colpire dal fulmine cinque o sei volte.

Randall Jarrell (1914-1965), traduzioni di Emilio Capaccio

 
O TUTTI O NESSUNO

Ogni anno, al tempo dell’arresa
dei fiori e delle gemme che s’aggrinzano sui rami,
sento dal cielo una voce stupita:
l’uccello ambrato che sonnecchia
per tutto l’anno sulla casa in agitazione
ha sentito nelle vene, un’altra volta
un verde inizio: un brivido di trepidazione
correre in lui — nuova vita
che giunge dalla primavera, eccetto nelle nostre vite.
Dalla loro scena di gusci d’uovo, gli uccellini
stridono ferocemente a un cielo
che piove benedizioni, come piovono ore,
al tendere il becco: vivere, morire.
O tutti o nessuno: è tutt’uno.
“Il vero sole
è l’occhio di chi guarda”,
dice chi guarda, voltando pagina
che un giorno o l’altro sarà voltata dal vento;
“Ogni anno sono un anno più vecchio
e la gente per strada un anno più giovane”.
Ha sempre la stessa età il mondo.
 

ALL OR NONE

Each year, just as the blossoms
Fall, and the buds curl from the boughs,
I hear from the sky a wondering voice:
The brass bird that drowses
All year on the turning house
Has felt in his veins, once more, a green
Start: a shudder of awe
Runs through him — the new life
That comes, in the spring, to everything but our lives.
From their setting of eggshells, the nestlings
Call fiercely up to a sky
That rains, like the hours, blessings
Into their straining bills: to live, to die.
All or none: it is all one.
“The real sun
Is the eye of the beholder,”
Says the beholder, turning the page
That will someday be turned by the wind;
“Each year I am a year older
And the people in the street are a year younger.”
The world is always the same age.
 
VIENI ALLA PIETRA

Il bambino ha visto il bombardiere scorrere come pietra per i campi
mentre si trascinava sulle strade l’estate s’è diffusa
con le sue foglie riluttanti; quante rose
giganti, intraviste giù e svanite, sul sentiero
le formiche hanno sparso le loro briciole e sono morte.

“Quell’uomo è bianco e rosso come il mio clown di pezza”,
dice a sua madre che se n’è andata.
“Io non ho pianto, non ho pianto.”
Nel cielo gli aerei sono rabbiosi come il vento.
La gente sta punendo altra gente — perché?

Risponde facilmente, i suoi occhi tonti
a rischiarare quella lunga similitudine, il mondo.
Gli angeli ondeggiano sulla sua storia come palloncini.
Un bambino crea ogni cosa — eccetto la sua morte —.
Vieni alla pietra e dimmi perché sono morto.
 
COME TO THE STONE

The child saw the bombers skate like stones across the fields
As he trudged down the ways the summer strewed
With its reluctant foliage; how many giants
Rose and peered down and vanished, by the road
The ants had littered with their crumbs and dead.

“That man is white and red like my clown doll,”
He says to his mother, who has gone away.
“I didn’t cry, I didn’t cry.”
In the sky the planes are angry like the wind.
The people are punishing the people — why?

He answers easily, his foolish eyes
Brightening at that long simile, the world.
The angels sway about his story like balloons.
A child makes everything — except his death — a child’s.
Come to the stone and tell me why I died.
 
L’ALITO DELLA NOTTE

Sorge la luna. I cuccioli rossi rotolano
nelle felci dalla quercia marcita
con lo sguardo fisso su un pantano e un prato
al bianco fil di fumo della fattoria.
Una scintilla brucia, in alto nel cielo.
I cervi infilano i rigogliosi filari
del vecchio frutteto, i conigli
saltellano dal cordolo del pozzo. I galli
cantano dall’albero del belvedere;
due stelle intrappolate negli alberi
a occidente, e il tenero verso di un gufo
corre come un alito per la foresta.
Anche qui, benché la morte sia fatta tacere, benché
la gioia oscuri, come la notte, le loro guerre,
gli esseri di questo mondo sono spazzati
dal conflitto che muovono le stelle.
 
THE BREATH OF NIGHT

The moon rises. The red cubs rolling
In the ferns by the rotten oak
Stare over a marsh and a meadow
To the farm’s white wisp of smoke.
A spark burns, high in heaven.
Deer thread the blossoming rows
Of the old orchard, rabbits
Hop by the well-curb. The cock crows
From the tree by the widow’s walk;
Two stars in the trees to the west,
Are snared, and an owl’s soft cry
Runs like a breath through the forest.
Here too, though death is hushed, though joy
Obscures, like night, their wars,
The beings of this world are swept
By the Strife that moves the stars.

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uNa PoESia A cAsO: Nazim Hikmet

28 domenica Mar 2021

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Nazim Hikmet

Su questa riva di mare
come preso in una rete
sono racchiuso nelle piogge.
La bandiera bianca sull’albero.
Morire è facile
in queste piogge, mia rosa,
e anche attendere la morte…

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Quando le donne…

08 lunedì Mar 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Pensiero

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Tag

discriminazioni di genere, festa della donna, otto marzo

Quest’anno il blog Limina mundi celebra l’otto marzo riportando alcuni significativi accadimenti che riguardano o hanno riguardato le donne e facendo infine riferimento ad alcune figure femminili rappresentative.

(Le scritte in colore bordeaux contengono link da cui sono tratti i frammenti riportati in grassetto o virgolettati)

Quando le donne combattono…

donne della resistenza italiana

Tante furono le donne che combatterono al fianco dei partigiani contro il nazifascismo.”

“Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata.

le guerriere curde

Una combattente ha dichiarato: “Dobbiamo controllare l’area da soli senza bisogno di dipendere [dal governo]… Non possono proteggerci dall’ISIS, dobbiamo proteggerci da soli [e] difendere tutti… senza tenere conto della loro razza e della loro religione

le infermiere e il covid

Addio ad Antonietta Patrone, infermiera in prima linea al Cardarelli di Napoli, uccisa dal virus, ennesima vittima di una lista che si allunga inesorabilmente

Quando le donne muoiono…

femminicidio osservatorio

Clara Ceccarelli uccisa il 19 febbraio del 2021 dal suo ex compagno con 110 coltellate, si era già pagata il funerale pochi giorni prima. E’ la nona vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno 2021.

lapidazione

Somalia: la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza tredicenne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte.

ragazze fantasma o le ragazze del radio

Le ragazze del radio (in inglese: Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice radioluminescente utilizzata come pittura per quadranti nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation nella cittadina di Orange, nel New Jersey (Stati Uniti), intorno al 1917…

l’incendio dell’8 marzo non è avvenuto l’8 marzo

Era il 25 marzo del 1911 e cinquecento ragazze e donne giovani (tra i 15 e i 25 anni), più un centinaio di uomini, stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York. La fabbrica di camicie si chiamava “Triangle Waist Company” e occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.

«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda, cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».

Quando le donne soffrono…

mutilazioni genitali femminili

Danneggiano in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolore lancinante, traumi emotivi, complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto. Sono le Mutilazioni Genitali Femminili.

violenza

stupro o violenza sessuale

Apollo e Dafne, Bernini

La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà. 

condizione della donna nei paesi arabi

Negli Stati più tradizionalisti e in quelli che mirano alla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, dove le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa, le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo.

divario retributivo

In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.

manicomio

A finire in manicomio infatti erano quelle donne che non si adeguavano alla morale del tempo, spesso vittime di un trauma o di un abuso sessuale. Loquace, euforica, lasciva, smorfiosa, impertinente, piacente… questi erano gli aggettivi atti a descrivere la sintomatologia delle donne che venivano rinchiuse nei manicomi.

Quando le donne lottano…

il diritto di voto

Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani. 

Rosa Parks

Fu figura-simbolo del movimento per i diritti civili, divenuta famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Nove mesi prima anche Claudette Colvin fu protagonista di un episodio analogo, che non ebbe uguale risonanza mediatica.

Franca Viola

E’ la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Diviene simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Quando le donne fioriscono…

Ipazia, matematica, astronoma e filosofa 

Ipazia fu barbaramente uccisa e smembrata

Artemisia Gentileschi, pittrice

Artemisia fu vittima di stupro

Camille Claudel, scultrice

Camille fu rinchiusa in manicomio fino alla morte

Marie Curie, chimica, fisica e matematica

Marie dovette trasferirsi a Parigi perché in Polonia la donna non era ammessa a studi superiori

Emily Dickinson, poetessa

Emily visse volontariamente da reclusa per gran parte della sua vita

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