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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

LA POESIA PRENDE VOCE: ROSSANA JEMMA

04 martedì Giu 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da” La strada verso il canto” RP Libri, 2023 (Prefazione di Maria Allo)

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Poesia sabbatica: “Il male nascosto”

01 sabato Giu 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, il male nascosto

 

Il male nascosto 

 

mai ti mostrerò le mie ferite

 

(e il piatto da lavare nel lavello

la polvere che cresce già nell’angolo

il libri aperti e chiusi ad uno ad uno

perché non c’è parola che mi salvi)

 

vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto

il nodo fatto bene alla cravatta

il viso che sorride senza barba

ed io che dico in chiaro: tutto bene

 

(e no, tu non saprai

che sotto alla mia giacca

ho sempre una camicia

con uno squarcio netto in mezzo petto).

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)

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LA POESIA PRENDE VOCE: SOTIRIOS PASTAKAS (Σωτήρης Παστάκας)

30 giovedì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, TRADUZIONI

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Tag

Maria Allo, Podcast, Sotirios Pastakas

LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Salvatore Matarazzo

Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.

Η ΑΓΑΠΗ ΕΙΣ ΕΑΥΤΟΝ ή ΓΑΤΑ ΜΙΡΑΝΤΑ

Ξαπλωμένη στον ήλιο

πάνω στην αποβάθρα,

γλύφει τα νύχια της

η γάτα Μιράντα.

Νίβει το πρόσωπο

κουλουριάζεται

την ουρά της

δαγκώνει και ασπάζεται.

Τα πόδια σηκώνει ψηλά

σαν δεν ντρέπεται,

την κοιλιά της φιλά

κι όσα έπονται.

Δεν αντιλήφθηκε

πως κατέφθασα

με το flying dolphin

και μάλιστα πως έφθασα

να μισώ τον εαυτό μου

περισσότερο απ’ όλες τις υπάρξεις

περιηγητής φανατικός

στις ομορφιές της πλάσης.

Ξαποσταίνοντας με τον φραπέ

ας ήταν να υπήρχα,

στην επόμενη ζωή

σαν γάτα στην Ύδρα.

L’AMORE DI SÉ O LA GATTA MIRANDA

(Traduzione di Maria Allo)

Sdraiata al sole

sul molo,

si lecca gli artigli

la gatta Miranda.

Lava il viso

si raggomitola,

prende la coda

a morsi e baci.

Piedi in su

da svergognata,

bacia la pancia

e poco più giù.

Non si rende conto

del mio sbarco

dall’aliscafo

e di come sono arrivato

ad odiarmi

più di tutti gli esseri

io viaggiatore incantato

fra le bellezze del creato.

In sesto col frappè

mi auspico di tornare

da gatta a Hydra

nella mia prossima vita.

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Alessandro Moscè, Per sempre vivi

28 martedì Mag 2024

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, POESIA

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Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)

Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè

di Maria Allo

Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico.  La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude?  Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.

Maria Allo

Nota

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.

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Poesia sabbatica: “Fra cielo e terra”

25 sabato Mag 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, POESIA

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Tag

Francesco Palmieri, il male nascosto

 

FRA CIELO E TERRA

 

inadatto,

come i pesci in aria

i passeri in mare,

come gli angeli sotterra

e i demoni in cielo,

 

incompiuto,

come una parola taciuta

una frase spezzata

il viaggio affondato

da una furia di vento

 

(ed era veleggio d’azzurro

verso l’unica spiaggia

che valesse la pena,

una terra promessa

dove latte era l’acqua

ogni frutto di miele)

 

sfigurato,

in questo corpo di creta

che si spacca nel sole

e il respiro impazzito

che vuol fuggire nell’aria

 

io mezzo uomo

mezzo figlio bastardo

di un dio voluto e perduto

 

comunque sbagliato

 

io di cielo

io a terra.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

 

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Venerdì dispari

24 venerdì Mag 2024

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Tag

Francesco Tontoli

Prendo luce, luce di maggio
questa luce accesa del mattino
bagnata da un tempo indeciso
accordata ai suoni degli uccelli.

La luce che scopre gli altarini
i nidi, i rifugi apparecchiati
nella notte. E con la luce le voci
lo scasso dei rumori, lo struscio
delle auto, il trascinarsi dei cammini.

Prendo me, se ancora ci sono.
Mi raccolgo come si fa con qualcosa
di caduto. Prendo la mia scopa, il mio
setaccio, la polvere che sto diventando
quella che brilla se sbattuta con un cencio.

Mi lascio attraversare dal pulviscolo
vagante e luminoso del mio esserci.
Invito il sole che circola per casa
a penetrare nei corpi delle cose
cantando e resuscitando dal silenzio
le parole addormentate sulla lingua
impastate di oscurità e di sonno.

 

Francesco Tontoli

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LA POESIA PRENDE VOCE: GRAZIA PROCINO

23 giovedì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto dal poemetto ” Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare” di Grazia Procino, peQuod, 2023

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Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023

20 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

poesia contemporanea, Rita Pacilio

In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto

 

da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003

 

Si dice che solo il dolore

conosce ciò che non dura

eppure sull’orlo del pozzo

alita la memoria del viaggio

e lentamente mi sorprendi

tra i libri, là dentro mi annusi

da cacciatore insonne

per abitare tempo e anima.

Torniamo spesso nelle cose passate

come si fa con i sogni taciuti

un planare basso sulla terra

per amare le immagini rimaste.

 

Chi è stato innamorato

sigilla

grandi tempeste e silenzi sapienti

passa piegato, sopporta, si inginocchia.

Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa

sa tornare, sa rimanere.

*

Vengono e vanno di bocca in bocca

i baci sulla lapide, colpi di unghie

risvegliano inquietudini lente

il sonno e la verità di chi non canta più.

Allora bisogna aprire le braccia

spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.

Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria

essere testimone assoluto di oblio

e nuvole lattose. Conquistare il coraggio

la forza di vivere oltre l’epigrafe.

 

da Ciliegio forestiero, 2006

 

Vedessi come affonda il coltello feroce,

nella carne trasfigurata. Penetra

dietro la pupilla ferisce i desideri

in ombra.

Vedessi come taglia lentamente

la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.

 

Cosa hai udito nella conchiglia,

l’onda che ritorna, il suo odore?

Forse la profonda voce del dio del vento

con la lancia in mano?

*

Non domandarti le foglie che ho riempito i rami

o il succo di ciliegia sulla bocca.

Non importa il tempo

delle radici in terra feconda

non sarà lì che torneremo amanti.

Ha avuto un senso il tronco

e l’intaglio delle parole.

 

Fino a terra

confessione segreta dell’ultimo atto

nell’incavo delle spalle si è posato

lo sfioramento d’ala

due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.

 

da Tra sbarre di tulipani, 2008

 

Lei sta morendo

nel verde del suo sguardo

quanto di pioggia in mare.

 

Pioggia di fine estate

fuori dal seno pieno.

Tremolante tra le begonie

sul balcone.

 

Lei sta morendo

nei fili d’erba

quanto dita e fiori di cespugli.

 

Di lei resteranno le cose cancellate.

 

da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012

 

Sputa i suoi drammi

coi colpi di tosse

per gioco, per amore

scorie sottili nelle mani esibite

 

è latente lo scontento sulle spalle

 

gli imperfetti sono gente bizzarra

lasciati nell’arena, non so dire esattamente,

come un silenzio, un ghigno.

Ho pensato che Dio ama l’insicurezza

e le sfumature dei dirupi.

 

Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

*

La prigione di mio fratello

ha le finestre sorde

esala l’anima ancora sbalordita

dalla paura del lampo

suoni di saluti nella campana

a morte

e sul collo il respiro che non vuole finire.

 

L’ecatombe ogni notte si maschera

impaziente il mormorio nei reparti

è illecito l’omaggio agli dei

si arriva sempre presto sottovento

menzogne e sacrilegi nascosti.

 

La prigione di mio fratello

è oracolo timido

probabile occhio spia

una pietra desolata

nella recinzione gli uccelli dormono

di là

nessuna barca esiste più.

 

da Quel grido raggrumato, 2014

 

Lei è la maschia forza che risorge

dalla morte, sotto il porticato c’è

la festa alle viscere rancide

e la consolazione dalla tenebra.

È faticoso buttare i languori

quel primo seme raggrumato

largo, tornito, ricolmo nella gonna

colpita.

Quella sera erano una folla profanata

un tetto che soccombe molle, senza luce

tumefatto di collera.

 

Quella che hai amato

io l’ho uccisa

l’ho scucita lungo la schiena

le ho tirato via la carne

succhiato il sangue

l’ho stesa sul lenzuolo:

è lei stessa quel Cristo feroce.

 

da L’amore casomai, 2018

 

E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole

dalla misura della mano cento metri più su

spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci

è qui che gli aquiloni si riavvolgono

di fronte alla lampada sconsolata.

Ricordo l’odore dell’anima emorragica

quando lei e le altre mutarono in frammenti

inghiottite nel bruno solitario.

Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo

nel rombo verde dell’anello

questo potrebbe essere tutto, invece le forme

delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci

i brandelli del luneggiare.

Così ci addormentiamo nella direzione della terra

a orecchie fredde a scaldare le mani.

 

da La venatura della viola, 2019

 

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

da Quasi madre, 2022

 

Lasciata nel riflesso come un filo

legato a una vertigine

sfrangiata da piccole pieghe

lei

si adorna di sogni avvampati.

Mia madre riflette cicli di giorni

e notti rimestando dialoghi

platonici, i silenzi del destino.

Se la verità non avesse segreti

avrebbe la tua limpida voce,

giardini fioriti, la porta aperta.

La senti? Ha detto qualcosa?

La divinazione è nel lampo,

nel morso di un ultimo bacio.

 

Potessi ricordare una carezza

quel poco amore che era tutto

per raggiungerti.

Potessi smettere di sentire l’odio

che agiti nella testa vecchia,

mi chiami tre volte, mai con il mio nome.

 

Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.

 

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Poesia sabbatica: -27-

18 sabato Mag 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

Tag

-27-, Francesco Palmieri

 

-27-

 

è stato lungo il viaggio

per arrivare a te

(ho avuto contro il vento

ho avuto contro il tempo

e a maledirmi un dio

quando ho spiegato vele)

 

ho attraversato mari

e vuoti siderali,

bevuto fino in fondo

l’abisso nei bicchieri,

provato ad ogni morte

un po’ della mia morte

 

ho disserrato il cuore

per canto di sirene

(era appena gonna

tirata sul ginocchio,

un’ombra di rossetto

e fragole alla bocca)

 

ma ancora il ripartire,

il ritornare al largo

con la parola addio

incisa ad ogni passo

 

è stato lungo il viaggio

per arrivare a te

 

se tu l’àncora, la riva,

la sabbia fine del riposo,

 

non andare

 

resta

che io ti chiami casa.

 

FRANCESCO PALMIERI

in Studi lirici (solo parole d’amore), La Vita Felice, 2012

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LA POESIA PRENDE VOCE: SERGIO DANIELE DONATI

15 mercoledì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Maria Allo, Sergio Daniele Donati

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “Amén” Il Leggìo – libreria editrice, 2024 ( Prefazione di Anna Rita Merico)

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“Per lei” di Giorgio Caproni

12 domenica Mag 2024

Posted by Deborah Mega in ARTI, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Giorgio Caproni, Il seme del piangere

“Per lei”, disegno digitale di Loredana Semantica

Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.

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Poesia sabbatica: “Seconda lettera a mia figlia”

11 sabato Mag 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri, Seconda lettera a mia figlia

 

Seconda lettera a mia figlia

 

ti chiedo perdono, figlia mia,

per il salto mortale

da un altrove a qui

dove non c’è rete

a frenare la caduta

ma ancora non sapevo

che qui spasimo è la sosta,

 

e se pure t’amo

non mi dico fiero

per quel poco di mare

versato nel secchiello,

per il castello

che avrei voluto roccia

a cingere il tuo passo

e non era sasso

ma solo pastafrolla,

 

ti chiedo perdono, figlia mia,

allora non sapevo

che a te non padre e madre

sarebbe stato il mondo

ma strada insidia e bosco

battuto dai predoni,

girone di più inferni

per essere nata un giorno,

 

se fossi stato dio

avresti avuto sfoglio                                    

di un tempo sterminato

e non il brivido di adesso

ad ogni compleanno,

e non ci sarebbe stata serpe

non ci sarebbe stato frutto

a farmi vacillare

per un perdono in più,

 

in ultimo ti prego

di non guardarmi troppo,                                                        

ignora i miei capelli

e il bianco che mi assale,

la pelle che si appanna

nel conto alla rovescia

e vedimi sulle scale

dove anche oggi io

ho vinto la partita

che gioco con la morte,

 

 

perdonami per sempre, figlia mia,

per il salto mortale

da un altrove a qui

dove non c’è rete

a frenare la caduta,

perdonami per sempre

perché un tempo io

ancora non sapevo

che non appena nasci

è già entrare nel morire.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa“,Terra d’ulivi edizioni)

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LA POESIA PRENDE VOCE: GABRIELLA GRASSO

08 mercoledì Mag 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “Sciott “di Gabriella Grasso | Puntoacapo Editrice, 2024( Postfazione di Pietro Russo)

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Poesia sabbatica: -127-

04 sabato Mag 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

-127-, Francesco Palmieri

 

-127-

ho imparato a fare a meno di te
ho imparato a svegliarmi
a vestirmi e pettinarmi
senza pensare a niente
senza pensare a niente

ho imparato a mangiare zitto
ad arrivare al frutto
a sparecchiare in fretta

ho imparato a camminare
senza guardarmi indietro
a dare un occhio al cielo
e dire pioverà
o magari farà bello

ho imparato a far passare giorni
tutti i mesi e gli anni
le ore ad una ad una

e dentro ogni secondo
il ticchettio del nulla.

FRANCESCO PALMIERI

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LA POESIA PRENDE VOCE: DANIELA PERICONE

30 martedì Apr 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Antonio Sollazzo

La poesia è tratta da “La dimora insonne”, Moretti & Vitali, 2020 (Postfazione di Alessandro Quattrone) 

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Poesia sabbatica: “Preghiera”

27 sabato Apr 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Preghiera

 

PREGHIERA

 

chiedo al cosmo

di darmi parole infinite

parole galassie

parole stella

 

chiedo all’aria

il verbo degli angeli

il coro dei santi e dei beati

dei giusti e degli arcangeli

 

chiedo al cielo

il canto delle nubi e del vento

del fulmine e del tuono

dell’acqua e della pioggia

 

chiedo al mare

il grido degli oceani

e l’impeto dell’onda

la schiuma immacolata

la furia dei marosi

 

chiedo alla terra

lo stormire delle foglie

il profondo di radici

scavate negli abissi

il duro della pietra

e le vene del granito

l’oro che brilla al sole

e il puro dell’acquamarina

 

e non più le parole d’uomo

recluso in una cella,

non l’urlo a sprofondare

di un angelo caduto,

non l’afonia di lingua

di chi parlava alto

quando in ogni dove

c’era ancora Dio.

 

FRANCESCO PALMIERI

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LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCA ALAIMO

24 mercoledì Apr 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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LA POESIA PRENDE VOCE

(Foto di Daìta Martinez)

Il testo è tratto da ” 100 poesie” nuova raccolta di poesie di Franca Alaimo, uscita da pochissimo per Italic Pequod in Portosepolto, 2024 (introduzione di Alessandro Fo).

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Poesia sabbatica: “Presa d’atto”

20 sabato Apr 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, il male nascosto

 

PRESA D’ATTO

 

ci si deve far bastare

il luccichio dal cascame,

dal cumulo di foglie

cadute da un altrove

 

(e non dico il cielo

o altro spazio aggiunto

ma un attimo feriale

che speri volga al meglio)

 

ci si deve abituare

a recitare addii,

a sentire i saluti

dei passi morituri

 

(e non guardare indietro

scrostare ogni ricordo

il peso che zavorra

ancora qualche rosa)

 

si deve infine stare

su questo rasoterra,

viaggiare su binari

in piano orizzontale,

lasciare ogni cielo

all’alzo di ali vere

 

(eppure io lo so

che a volte è inevitabile

l’insorgere di violini

in scoppio in fondo al mare)

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)

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LA POESIA PRENDE VOCE: ELISA RUOTOLO

17 mercoledì Apr 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Tag

Elisa Ruotolo, Maria Allo, Podcast, POESIA

LA POESIA PRENDE VOCE

Ph Riccardo Piccirillo

Inverno, da ” Alveare”, Crocetti Editore, 2023

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“Altre Stagioni di morte e di amore” di Ester Guglielmino

16 martedì Apr 2024

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, POESIA, Poesie

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Tag

Altre Stagioni di amore e di morte, Ester Guglielmino, Loredana Semantica, POESIA

Dalla Nota dell’autrice alla raccolta Altre Stagioni di morte e di amore, PlaceBook Publishing, 2024

“Arriveranno altre stagioni, e noi staremo ad aspettarle. Col naso in aria, affacciati alla finestra e con quella voglia continua di cambiare il ritmo di ogni giorno. Torneremo a desiderare la primavera col suo profumo fresco e il taglio sbarazzino, l’opulenza dell’estate con i suoi fianchi larghi e colmi di splendore, ci innamoreremo dell’autunno col suo cappello a cono e il bastone d’ulivo ritorto che batte foglie morte, anche l’inverno infine tornerà a cullarci col suo vento freddo e a baciarci con le sue labbra secche, bruciate dalla neve. Seguiremo il tempo e il suo eterno movimento, perché è così che si stempera l’inganno della vita, perché è così che si compie da sempre il nostro viaggio.”

La raccolta si articola in 4 sezioni intitolate a ciascuna stagione dell’anno, di seguito quattro poesie scelte dalle sezioni “Primavera” e “Autunno”.

Primavera, I e II

Non cantai la mela
ma il morso inciso
nel bianco della polpa,
non la luna piena
ma lo spicchio sottile
nel cielo nero nero,
non cantai il frutto
ma il destino scritto
del fiore appena colto,
non la gioia del saluto
ma ogni partenza
e il suo dolore muto,
e se non cantai mai
la pienezza
è perché la poesia
carezza
il vuoto asciutto
che sta
nella mancanza.
*
Ti porto la parola storta
cresciuta sopra i rami,
il caffè versato caldo
sul bianco del ricamo,
ti porto i piedi nudi
sul ciglio della strada,
l’inciampo irriverente
sul dorso del mio nome,
ti porto nel mio mondo
ch’è poco più di niente,
aperto come un tronco
ch’aspetta un nuovo fiore.

Autunno, IV e IX

Siamo della madre
che non ci ha voluto
del padre distratto
dell’amore sbagliato,
siamo dell’altro.
Di ogni giudice
che ha condannato
il nostro torto,
di ogni prete che
ci ha ascoltato, e poi
non ci ha assolto.
Siamo del maestro
che ci ha ammaestrato,
del figlio sbagliato,
siamo – volto contro volto –
di ogni passante
che ci ha incrociato

-per strada –
ma non ci ha mai
guardato.

*
Ho palpebre spesse, più del sorriso
dell’ultima volta che t’ho visto;
il passo svelto, non cadenzato
sulla lunghezza dello sguardo
e neve sul collo che gela i nervi
e serra gli occhi agli angoli d’intorno.
Mi affaccio ancora alla finestra –
la domenica mattina – e guardo fuori:
c’è un sentiero di parole che fiorisce
sul ramo muto della tua voce.

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