
Testo tratto da” La strada verso il canto” RP Libri, 2023 (Prefazione di Maria Allo)
04 martedì Giu 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Testo tratto da” La strada verso il canto” RP Libri, 2023 (Prefazione di Maria Allo)
01 sabato Giu 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Il male nascosto
mai ti mostrerò le mie ferite
(e il piatto da lavare nel lavello
la polvere che cresce già nell’angolo
il libri aperti e chiusi ad uno ad uno
perché non c’è parola che mi salvi)
vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto
il nodo fatto bene alla cravatta
il viso che sorride senza barba
ed io che dico in chiaro: tutto bene
(e no, tu non saprai
che sotto alla mia giacca
ho sempre una camicia
con uno squarcio netto in mezzo petto).
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)
30 giovedì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, TRADUZIONI

Foto di Salvatore Matarazzo
Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.
Η ΑΓΑΠΗ ΕΙΣ ΕΑΥΤΟΝ ή ΓΑΤΑ ΜΙΡΑΝΤΑ
Ξαπλωμένη στον ήλιο
πάνω στην αποβάθρα,
γλύφει τα νύχια της
η γάτα Μιράντα.
Νίβει το πρόσωπο
κουλουριάζεται
την ουρά της
δαγκώνει και ασπάζεται.
Τα πόδια σηκώνει ψηλά
σαν δεν ντρέπεται,
την κοιλιά της φιλά
κι όσα έπονται.
Δεν αντιλήφθηκε
πως κατέφθασα
με το flying dolphin
και μάλιστα πως έφθασα
να μισώ τον εαυτό μου
περισσότερο απ’ όλες τις υπάρξεις
περιηγητής φανατικός
στις ομορφιές της πλάσης.
Ξαποσταίνοντας με τον φραπέ
ας ήταν να υπήρχα,
στην επόμενη ζωή
σαν γάτα στην Ύδρα.
L’AMORE DI SÉ O LA GATTA MIRANDA
(Traduzione di Maria Allo)
Sdraiata al sole
sul molo,
si lecca gli artigli
la gatta Miranda.
Lava il viso
si raggomitola,
prende la coda
a morsi e baci.
Piedi in su
da svergognata,
bacia la pancia
e poco più giù.
Non si rende conto
del mio sbarco
dall’aliscafo
e di come sono arrivato
ad odiarmi
più di tutti gli esseri
io viaggiatore incantato
fra le bellezze del creato.
In sesto col frappè
mi auspico di tornare
da gatta a Hydra
nella mia prossima vita.
28 martedì Mag 2024
Posted in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, POESIA
Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)
Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè
di Maria Allo

Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico. La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude? Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.
Maria Allo
Nota
Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.
25 sabato Mag 2024
Posted in LETTERATURA, POESIA

FRA CIELO E TERRA
inadatto,
come i pesci in aria
i passeri in mare,
come gli angeli sotterra
e i demoni in cielo,
incompiuto,
come una parola taciuta
una frase spezzata
il viaggio affondato
da una furia di vento
(ed era veleggio d’azzurro
verso l’unica spiaggia
che valesse la pena,
una terra promessa
dove latte era l’acqua
ogni frutto di miele)
sfigurato,
in questo corpo di creta
che si spacca nel sole
e il respiro impazzito
che vuol fuggire nell’aria
io mezzo uomo
mezzo figlio bastardo
di un dio voluto e perduto
comunque sbagliato
io di cielo
io a terra.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)
24 venerdì Mag 2024
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Prendo luce, luce di maggio
questa luce accesa del mattino
bagnata da un tempo indeciso
accordata ai suoni degli uccelli.
La luce che scopre gli altarini
i nidi, i rifugi apparecchiati
nella notte. E con la luce le voci
lo scasso dei rumori, lo struscio
delle auto, il trascinarsi dei cammini.
Prendo me, se ancora ci sono.
Mi raccolgo come si fa con qualcosa
di caduto. Prendo la mia scopa, il mio
setaccio, la polvere che sto diventando
quella che brilla se sbattuta con un cencio.
Mi lascio attraversare dal pulviscolo
vagante e luminoso del mio esserci.
Invito il sole che circola per casa
a penetrare nei corpi delle cose
cantando e resuscitando dal silenzio
le parole addormentate sulla lingua
impastate di oscurità e di sonno.
23 giovedì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Testo tratto dal poemetto ” Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare” di Grazia Procino, peQuod, 2023
20 lunedì Mag 2024
Posted in POESIA, Segnalazioni ed eventi

In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto
da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003
Si dice che solo il dolore
conosce ciò che non dura
eppure sull’orlo del pozzo
alita la memoria del viaggio
e lentamente mi sorprendi
tra i libri, là dentro mi annusi
da cacciatore insonne
per abitare tempo e anima.
Torniamo spesso nelle cose passate
come si fa con i sogni taciuti
un planare basso sulla terra
per amare le immagini rimaste.
Chi è stato innamorato
sigilla
grandi tempeste e silenzi sapienti
passa piegato, sopporta, si inginocchia.
Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa
sa tornare, sa rimanere.
*
Vengono e vanno di bocca in bocca
i baci sulla lapide, colpi di unghie
risvegliano inquietudini lente
il sonno e la verità di chi non canta più.
Allora bisogna aprire le braccia
spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.
Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria
essere testimone assoluto di oblio
e nuvole lattose. Conquistare il coraggio
la forza di vivere oltre l’epigrafe.
da Ciliegio forestiero, 2006
Vedessi come affonda il coltello feroce,
nella carne trasfigurata. Penetra
dietro la pupilla ferisce i desideri
in ombra.
Vedessi come taglia lentamente
la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.
Cosa hai udito nella conchiglia,
l’onda che ritorna, il suo odore?
Forse la profonda voce del dio del vento
con la lancia in mano?
*
Non domandarti le foglie che ho riempito i rami
o il succo di ciliegia sulla bocca.
Non importa il tempo
delle radici in terra feconda
non sarà lì che torneremo amanti.
Ha avuto un senso il tronco
e l’intaglio delle parole.
Fino a terra
confessione segreta dell’ultimo atto
nell’incavo delle spalle si è posato
lo sfioramento d’ala
due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.
da Tra sbarre di tulipani, 2008
Lei sta morendo
nel verde del suo sguardo
quanto di pioggia in mare.
Pioggia di fine estate
fuori dal seno pieno.
Tremolante tra le begonie
sul balcone.
Lei sta morendo
nei fili d’erba
quanto dita e fiori di cespugli.
Di lei resteranno le cose cancellate.
da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012
Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite
è latente lo scontento sulle spalle
gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.
Io mi trovo qui dove non si torna indietro.
*
La prigione di mio fratello
ha le finestre sorde
esala l’anima ancora sbalordita
dalla paura del lampo
suoni di saluti nella campana
a morte
e sul collo il respiro che non vuole finire.
L’ecatombe ogni notte si maschera
impaziente il mormorio nei reparti
è illecito l’omaggio agli dei
si arriva sempre presto sottovento
menzogne e sacrilegi nascosti.
La prigione di mio fratello
è oracolo timido
probabile occhio spia
una pietra desolata
nella recinzione gli uccelli dormono
di là
nessuna barca esiste più.
da Quel grido raggrumato, 2014
Lei è la maschia forza che risorge
dalla morte, sotto il porticato c’è
la festa alle viscere rancide
e la consolazione dalla tenebra.
È faticoso buttare i languori
quel primo seme raggrumato
largo, tornito, ricolmo nella gonna
colpita.
Quella sera erano una folla profanata
un tetto che soccombe molle, senza luce
tumefatto di collera.
Quella che hai amato
io l’ho uccisa
l’ho scucita lungo la schiena
le ho tirato via la carne
succhiato il sangue
l’ho stesa sul lenzuolo:
è lei stessa quel Cristo feroce.
da L’amore casomai, 2018
E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole
dalla misura della mano cento metri più su
spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci
è qui che gli aquiloni si riavvolgono
di fronte alla lampada sconsolata.
Ricordo l’odore dell’anima emorragica
quando lei e le altre mutarono in frammenti
inghiottite nel bruno solitario.
Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo
nel rombo verde dell’anello
questo potrebbe essere tutto, invece le forme
delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci
i brandelli del luneggiare.
Così ci addormentiamo nella direzione della terra
a orecchie fredde a scaldare le mani.
da La venatura della viola, 2019
Qualcosa di troppo accresce
l’orgoglio e la colpa di essere nati qui
in questo garbuglio di allarmi profondi
dove porti in rovina e chiusi come porte
rendono l’acqua inutile e il tramonto povero
se esistesse l’origine di una parola
dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie
farlo in segreto, silenziosamente
tracciare una virgola dopo l’apparenza
allargarci sul gambo come fa la viola.
da Quasi madre, 2022
Lasciata nel riflesso come un filo
legato a una vertigine
sfrangiata da piccole pieghe
lei
si adorna di sogni avvampati.
Mia madre riflette cicli di giorni
e notti rimestando dialoghi
platonici, i silenzi del destino.
Se la verità non avesse segreti
avrebbe la tua limpida voce,
giardini fioriti, la porta aperta.
La senti? Ha detto qualcosa?
La divinazione è nel lampo,
nel morso di un ultimo bacio.
Potessi ricordare una carezza
quel poco amore che era tutto
per raggiungerti.
Potessi smettere di sentire l’odio
che agiti nella testa vecchia,
mi chiami tre volte, mai con il mio nome.
Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.
18 sabato Mag 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

-27-
è stato lungo il viaggio
per arrivare a te
(ho avuto contro il vento
ho avuto contro il tempo
e a maledirmi un dio
quando ho spiegato vele)
ho attraversato mari
e vuoti siderali,
bevuto fino in fondo
l’abisso nei bicchieri,
provato ad ogni morte
un po’ della mia morte
ho disserrato il cuore
per canto di sirene
(era appena gonna
tirata sul ginocchio,
un’ombra di rossetto
e fragole alla bocca)
ma ancora il ripartire,
il ritornare al largo
con la parola addio
incisa ad ogni passo
è stato lungo il viaggio
per arrivare a te
se tu l’àncora, la riva,
la sabbia fine del riposo,
non andare
resta
che io ti chiami casa.
FRANCESCO PALMIERI
in Studi lirici (solo parole d’amore), La Vita Felice, 2012
15 mercoledì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
12 domenica Mag 2024
Posted in ARTI, POESIA, Segnalazioni ed eventi

“Per lei”, disegno digitale di Loredana Semantica
Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.
11 sabato Mag 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Seconda lettera a mia figlia
ti chiedo perdono, figlia mia,
per il salto mortale
da un altrove a qui
dove non c’è rete
a frenare la caduta
ma ancora non sapevo
che qui spasimo è la sosta,
e se pure t’amo
non mi dico fiero
per quel poco di mare
versato nel secchiello,
per il castello
che avrei voluto roccia
a cingere il tuo passo
e non era sasso
ma solo pastafrolla,
ti chiedo perdono, figlia mia,
allora non sapevo
che a te non padre e madre
sarebbe stato il mondo
ma strada insidia e bosco
battuto dai predoni,
girone di più inferni
per essere nata un giorno,
se fossi stato dio
avresti avuto sfoglio
di un tempo sterminato
e non il brivido di adesso
ad ogni compleanno,
e non ci sarebbe stata serpe
non ci sarebbe stato frutto
a farmi vacillare
per un perdono in più,
in ultimo ti prego
di non guardarmi troppo,
ignora i miei capelli
e il bianco che mi assale,
la pelle che si appanna
nel conto alla rovescia
e vedimi sulle scale
dove anche oggi io
ho vinto la partita
che gioco con la morte,
perdonami per sempre, figlia mia,
per il salto mortale
da un altrove a qui
dove non c’è rete
a frenare la caduta,
perdonami per sempre
perché un tempo io
ancora non sapevo
che non appena nasci
è già entrare nel morire.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa“,Terra d’ulivi edizioni)
08 mercoledì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Testo tratto da “Sciott “di Gabriella Grasso | Puntoacapo Editrice, 2024( Postfazione di Pietro Russo)
04 sabato Mag 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

ho imparato a fare a meno di te
ho imparato a svegliarmi
a vestirmi e pettinarmi
senza pensare a niente
senza pensare a niente
ho imparato a mangiare zitto
ad arrivare al frutto
a sparecchiare in fretta
ho imparato a camminare
senza guardarmi indietro
a dare un occhio al cielo
e dire pioverà
o magari farà bello
ho imparato a far passare giorni
tutti i mesi e gli anni
le ore ad una ad una
e dentro ogni secondo
il ticchettio del nulla.
FRANCESCO PALMIERI
30 martedì Apr 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Foto di Antonio Sollazzo
La poesia è tratta da “La dimora insonne”, Moretti & Vitali, 2020 (Postfazione di Alessandro Quattrone)
27 sabato Apr 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

PREGHIERA
chiedo al cosmo
di darmi parole infinite
parole galassie
parole stella
chiedo all’aria
il verbo degli angeli
il coro dei santi e dei beati
dei giusti e degli arcangeli
chiedo al cielo
il canto delle nubi e del vento
del fulmine e del tuono
dell’acqua e della pioggia
chiedo al mare
il grido degli oceani
e l’impeto dell’onda
la schiuma immacolata
la furia dei marosi
chiedo alla terra
lo stormire delle foglie
il profondo di radici
scavate negli abissi
il duro della pietra
e le vene del granito
l’oro che brilla al sole
e il puro dell’acquamarina
e non più le parole d’uomo
recluso in una cella,
non l’urlo a sprofondare
di un angelo caduto,
non l’afonia di lingua
di chi parlava alto
quando in ogni dove
c’era ancora Dio.
FRANCESCO PALMIERI
24 mercoledì Apr 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
(Foto di Daìta Martinez)

Il testo è tratto da ” 100 poesie” nuova raccolta di poesie di Franca Alaimo, uscita da pochissimo per Italic Pequod in Portosepolto, 2024 (introduzione di Alessandro Fo).
20 sabato Apr 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

PRESA D’ATTO
ci si deve far bastare
il luccichio dal cascame,
dal cumulo di foglie
cadute da un altrove
(e non dico il cielo
o altro spazio aggiunto
ma un attimo feriale
che speri volga al meglio)
ci si deve abituare
a recitare addii,
a sentire i saluti
dei passi morituri
(e non guardare indietro
scrostare ogni ricordo
il peso che zavorra
ancora qualche rosa)
si deve infine stare
su questo rasoterra,
viaggiare su binari
in piano orizzontale,
lasciare ogni cielo
all’alzo di ali vere
(eppure io lo so
che a volte è inevitabile
l’insorgere di violini
in scoppio in fondo al mare)
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)
17 mercoledì Apr 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
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16 martedì Apr 2024
Posted in LETTERATURA, POESIA, Poesie

Dalla Nota dell’autrice alla raccolta Altre Stagioni di morte e di amore, PlaceBook Publishing, 2024
“Arriveranno altre stagioni, e noi staremo ad aspettarle. Col naso in aria, affacciati alla finestra e con quella voglia continua di cambiare il ritmo di ogni giorno. Torneremo a desiderare la primavera col suo profumo fresco e il taglio sbarazzino, l’opulenza dell’estate con i suoi fianchi larghi e colmi di splendore, ci innamoreremo dell’autunno col suo cappello a cono e il bastone d’ulivo ritorto che batte foglie morte, anche l’inverno infine tornerà a cullarci col suo vento freddo e a baciarci con le sue labbra secche, bruciate dalla neve. Seguiremo il tempo e il suo eterno movimento, perché è così che si stempera l’inganno della vita, perché è così che si compie da sempre il nostro viaggio.”
La raccolta si articola in 4 sezioni intitolate a ciascuna stagione dell’anno, di seguito quattro poesie scelte dalle sezioni “Primavera” e “Autunno”.
Primavera, I e II
Non cantai la mela
ma il morso inciso
nel bianco della polpa,
non la luna piena
ma lo spicchio sottile
nel cielo nero nero,
non cantai il frutto
ma il destino scritto
del fiore appena colto,
non la gioia del saluto
ma ogni partenza
e il suo dolore muto,
e se non cantai mai
la pienezza
è perché la poesia
carezza
il vuoto asciutto
che sta
nella mancanza.
*
Ti porto la parola storta
cresciuta sopra i rami,
il caffè versato caldo
sul bianco del ricamo,
ti porto i piedi nudi
sul ciglio della strada,
l’inciampo irriverente
sul dorso del mio nome,
ti porto nel mio mondo
ch’è poco più di niente,
aperto come un tronco
ch’aspetta un nuovo fiore.
Autunno, IV e IX
Siamo della madre
che non ci ha voluto
del padre distratto
dell’amore sbagliato,
siamo dell’altro.
Di ogni giudice
che ha condannato
il nostro torto,
di ogni prete che
ci ha ascoltato, e poi
non ci ha assolto.
Siamo del maestro
che ci ha ammaestrato,
del figlio sbagliato,
siamo – volto contro volto –
di ogni passante
che ci ha incrociato
-per strada –
ma non ci ha mai
guardato.
*
Ho palpebre spesse, più del sorriso
dell’ultima volta che t’ho visto;
il passo svelto, non cadenzato
sulla lunghezza dello sguardo
e neve sul collo che gela i nervi
e serra gli occhi agli angoli d’intorno.
Mi affaccio ancora alla finestra –
la domenica mattina – e guardo fuori:
c’è un sentiero di parole che fiorisce
sul ramo muto della tua voce.