
Foto di Sandra Hammar (Svezia)
“Ai miei figli”, lettura tratta dalla raccolta ” Bruciaglie” Italic Pequod, 2022
19 mercoledì Giu 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Foto di Sandra Hammar (Svezia)
“Ai miei figli”, lettura tratta dalla raccolta ” Bruciaglie” Italic Pequod, 2022
18 martedì Giu 2024
Posted in ARTI, POESIA, Poesie, Prisma lirico

Mare
Messo dentro tutto
in ordine piegato
la barca i remi il mare
liscio crespo turbato
tinte chiare e cupe
i venti leggeri dell’estate
quelli più pesanti per l’inverno
corri a prendere il treno
spacca in due la folla
arriva issati parti
perdilo
fa lo stesso
siediti a terra
e viaggi lo stesso
è tutto mare
altissimo mare,
te la sogni la terra.
Da “L’osso, l’anima” di Bartolo Cattafi
17 lunedì Giu 2024
Posted in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

“Il marziano innamorato” è un racconto umoristico di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia del marziano innamorato è raccontata dal nano, che, mentre pesca nel fiume di Sompazzo, incontra il marziano Kraputnyk Armadillynk, venuto sulla Terra dal pianeta Becoda per portare un regalo alla sua fidanzata. Il marziano cerca di comprendere le persone che incontra e le loro azioni e, soprattutto, ciò che le donne terrestri desiderano di più. Con grande delusione scopre che le donne sono entusiaste di quazz e trond, probabilmente diamanti, di cui Becoda è ricco. Il marziano scopre che un’altra cosa che tutti vogliono sono i fatti. Qui l’autore allude alla politica attuale ma anche all’eccessiva produzione di rifiuti, vera tragedia dei tempi moderni. Il racconto presenta diversi momenti esilaranti ma che fanno riflettere sulle incoerenze e sulle contraddizioni che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.
15 sabato Giu 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Lamento di Ulisse
(infine
era questo l’approdo
non riposo di ulivi
né carne di sposa,
solo lame, coltelli
ancora la guerra,
ed è già tutto visto)
ho di fronte altro mare
e una barca per salpare
(se schioccassi le mie dita
vele stese, acqua ai remi)
ma dove riva, scoglio,
l’anfratto sconosciuto,
il varco e poi le stelle
e l’immenso che mi accoglie.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)
12 mercoledì Giu 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
10 lunedì Giu 2024
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
LUIGI FINUCCI
Atomi, si muovono
nello spazio imitando
un perpetuo sodalizio.
Il caso vorrà, nell’istante
imprecisato, che si formi
un assioma complesso.
Vita. Senza bisogno alcuno
di definizione.
*
Europa, nei pressi di Giove
C’è un’ Europa lontana
dai nostri fardelli, distante.
L’ acqua è protetta
la vita tenta di proteggersi.
È una mano.
Tende all’universo
invecchia senza farlo.
Grida la sua presenza.
Una solitudine rappresa
da forma liquida, un giorno
senza chiedere il permesso
alle leggi primordiali
diverrà solida.
*
Arba Minch, Etiopia
La vocazione ha il volto scuro,
l’ho vista all’età di dodici anni
scorrere sul vetro, due goccioline
divenire una. Arrivare fino in fondo
veloce, un po’ più grande.
L’ho ritrovata in una scuola etiope
asciugarsi sul mio dito medio.
Stessa molecola, due atomi di idrogeno
e uno di ossigeno.
Acqua, leggermente salata.
Le scapole erano evidenti, contorni
precisi e al tocco, quasi come solchi.
Le mosche non erano fastidiose
come le ricordavo.
Ho moltiplicato le emozioni
le ho divise per il numero di costole
ho sommato il numero di battiti
infine, sottratto i giorni perduti.
Il risultato è stato uno zero.
*
Della gentilezza ho scorto
quattro gradini sotto l’uscio
di una via nascosta. Si è chinata
così in basso da fondersi
con una ciotola colma d’acqua.
Solo un cane si è presentato
ad accogliere il gesto: la vita
è sembrata così lenta
da non ricordare
l’incessante noia
della notte e del giorno.
*
Nel caos della mia mente,
ho assistito a scene da manicomio.
Un giorno ho sputato la medicina
ed è stato lì che ho visto una porta piccola.
Aveva i capelli neri, sembrava ferita dalla vita:
cinque punti di sutura nei pressi del cuore.
Abbiamo provato a fuggire tutte le sere
con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza
dei primi occhi.
Ora, c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti
sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato
a salire sui rami dell’amore.
Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.
Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.
*
Quando muore un figlio,
non si è più soli. Un coltello
piantato nel fianco. Nessuno
che sappia il nome. Un giorno
il dolore diventerà troppo grande,
la caduta inevitabile.
Lì,
si cambia e si smette
di dare risposte.
Le lacrime vengono inghiottite,
entrano nel corpo:
il cammino è un uccello
a cui non è stato insegnato
a muovere le ali.
*
Non sono mai stato in grado
di essere padre. Ho fallito
ogni sera, lontano dai sogni
dalle increspature violate.
La colpa più grave è
che nessuno se ne accorge.
Solo mio figlio porta il peso
delle mancanze, e vive
un incubo che si ripete.
Un giorno sopraggiungerà la morte
il cuore scoppierà, perdendo
il dono più sacro.
Forse, uno specchio
a maledire un’abitudine
che ha relegato a prigione
le possibilità di tenerezza.
Luigi Finucci, testi tratti da La prima notte al mondo, Seri Editore, 2024.
08 sabato Giu 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

18
Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa*
carissimo,
ti scrivo qualche ultima lettera
dal fronte di questa guerra persa
ricordi la fanfara che ci accompagnò
al treno destinato al campo di battaglia?
ricordi i fiori sulla strada, le grida e i fazzoletti
come quando è festa e suonano le campane?
noi credevamo di andare a scrivere le storie
che iniziano col dire c’era una volta
e dovevano finire col vissero per sempre
felici e contenti com’era nei racconti della buonanotte,
sì, c’erano anche gli orchi e le cattive streghe,
i re malvagi e i ladroni con le armi in mano
ma era sempre il buono a vincere la sfida,
e a noi arrivati al fronte cos’è accaduto?
abbiamo visto il cielo accendersi d’argento
ma non erano le stelle di natale, erano bombe,
e poi le case a sgretolarsi, la carne fatta a pezzi,
i morti così tanti che non li conto più
e morire sembra più normale che nascere in una culla,
allora non sapevamo leggere e il mondo ci era raccontato
da chi dicevano maestro e ancora da padri e madri
che ci hanno evitato il brivido di chi già conosceva
il fondo degli abissi, il mondo quello vero,
sapevano che ci sarebbe stato il male dell’amore,
la crudeltà del cielo quand’è disabitato
e la fatica aspra di chi cammina a terra,
l’atrocità di gente che non ha in orrore il sangue
e il vivere e morire è un calcolo indecente di ricavi e perdite
noi che ne sapevamo che s’invecchia e muore,
non contavamo il tempo ed ogni compleanno era una festa
e non ci sembrava strano che sulla nostra torta morivano candele,
non ci diceva nulla il crescere del bianco fra i capelli delle madri,
il passo un po’ più stanco del padre che tornava a sera,
il frutto che marciva, il fiore che appassiva,
non so se sarò vivo quando mi leggerai,
non so se ti troverò sveglio o per sempre addormentato,
ma dobbiamo dircelo che siamo stati traditi
da chi ci ha fatto nascere con l’immenso nella testa,
le stelle dentro agli occhi, l’eterno ai giorni dell’inizio
e l’innocenza azzurra di noi tutti bambini a giocare nei cortili
intanto resistiamo senza aggiungere altro male al male
e arriviamo all’ultimo secondo solo con qualche peccato veniale,
cerchiamo di restare umani,
almeno per il tempo della vita che ancora ci rimane.
(ispirato al romanzo di E. M. Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”)
FRANCESCO PALMIERI
dicembre 2023
07 venerdì Giu 2024
Posted in POESIA, Venerdì dispari

Ci sono, le vedi, le piccole morti
indecise se, e quando
imprecise.
Un po’ s’adeguano alle proroghe
ai rimandi ai sopralluoghi e alle indagini
ma senti che armeggiano sempre lì sotto.
Scavano tane infantili che allargano
ti girano intorno giocando
ti coccolano amandoti.
Sanno che tu sei per loro il balocco, il cibo
l’elemento che alla fine le nutre e le appaga.
Ti eleggono a luogo di un territorio
sul quale tracciare il solco.
C’è tutta una strana fantasia che liberano
nell’idea della falce che recide gli steli.
Loro, in quel piccolo inganno ti stanno addosso
lasciano che il seme abbia il suo corso.
Non importa se e quando e come
nella vita tu abbia imparato ad amare.
Non importa il quanto
ma il perché lo hai faticosamente appreso
in un lungo cammino
o in una breve passeggiata.
A loro importa se hai messo da parte
l’arte dell’attesa
questa difficile impresa
di rassegnarsi all’esito del gioco.
Francesco Tontoli
05 mercoledì Giu 2024
Posted in Monumento al mare, TRADUZIONI

Joyce Kilmer (1886-1918), americano (foto web)
IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA
(Traduzione di Emilio Capaccio)
Il fragile splendore del mare piatto,
Il volto sereno e d’argento velato della luna,
Fanno di questa nave un luogo incantato
Piena di chiara allegria e dorata magia.
Ora, per un po’, la risata spensierata sarà
Mescolata al canto, per dargli più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa infinita,
Daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.
Eppure questa sera, a cento leghe di distanza,
Queste acque arrossano d’uno strano e terribile rosso.
Prima della luna, una nube oscenamente grigia
Sorge da ponti schiantati nel piombo aereo.
E queste stelle sorridono col loro modo immemorabile
Sulle onde che ricadono su mille nuovi morti!
*
MID-OCEAN IN WAR TIME
The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.
And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!
04 martedì Giu 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Testo tratto da” La strada verso il canto” RP Libri, 2023 (Prefazione di Maria Allo)
03 lunedì Giu 2024
Posted in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA

Premessa
Orfeo non era fra i miei miti più frequentati fino a che non ho letto un saggio di Brodskj, dedicato a una poesia di Rilke, un altro autore rispetto al quale mi ero sempre tenuto un po’ a distanza finché non l’ho incontrato in quella straordinaria avventura epistolare a tre – Settimo sogno – su cui ho già scritto nel mio blog un saggio a cui rimando.1 La diffidenza rispetto a Rilke come a Orfeo riguardava più che altro la riproposizione dell’orfismo nel pieno della modernità. Era stato Apollinaire ad annunciare la nascita del cubismo orfico nel 1912. Dell’impresa facevano parte Delauny, il gruppo di pittori del Blaue Reiter, Duchamp e addirittura i futuristi italiani e Léger! Continua a leggere
01 sabato Giu 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Il male nascosto
mai ti mostrerò le mie ferite
(e il piatto da lavare nel lavello
la polvere che cresce già nell’angolo
il libri aperti e chiusi ad uno ad uno
perché non c’è parola che mi salvi)
vedrai con i tuoi occhi il corpo intatto
il nodo fatto bene alla cravatta
il viso che sorride senza barba
ed io che dico in chiaro: tutto bene
(e no, tu non saprai
che sotto alla mia giacca
ho sempre una camicia
con uno squarcio netto in mezzo petto).
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)
30 giovedì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, TRADUZIONI

Foto di Salvatore Matarazzo
Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.
Η ΑΓΑΠΗ ΕΙΣ ΕΑΥΤΟΝ ή ΓΑΤΑ ΜΙΡΑΝΤΑ
Ξαπλωμένη στον ήλιο
πάνω στην αποβάθρα,
γλύφει τα νύχια της
η γάτα Μιράντα.
Νίβει το πρόσωπο
κουλουριάζεται
την ουρά της
δαγκώνει και ασπάζεται.
Τα πόδια σηκώνει ψηλά
σαν δεν ντρέπεται,
την κοιλιά της φιλά
κι όσα έπονται.
Δεν αντιλήφθηκε
πως κατέφθασα
με το flying dolphin
και μάλιστα πως έφθασα
να μισώ τον εαυτό μου
περισσότερο απ’ όλες τις υπάρξεις
περιηγητής φανατικός
στις ομορφιές της πλάσης.
Ξαποσταίνοντας με τον φραπέ
ας ήταν να υπήρχα,
στην επόμενη ζωή
σαν γάτα στην Ύδρα.
L’AMORE DI SÉ O LA GATTA MIRANDA
(Traduzione di Maria Allo)
Sdraiata al sole
sul molo,
si lecca gli artigli
la gatta Miranda.
Lava il viso
si raggomitola,
prende la coda
a morsi e baci.
Piedi in su
da svergognata,
bacia la pancia
e poco più giù.
Non si rende conto
del mio sbarco
dall’aliscafo
e di come sono arrivato
ad odiarmi
più di tutti gli esseri
io viaggiatore incantato
fra le bellezze del creato.
In sesto col frappè
mi auspico di tornare
da gatta a Hydra
nella mia prossima vita.
28 martedì Mag 2024
Posted in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, POESIA
Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)
Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè
di Maria Allo

Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico. La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude? Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.
Maria Allo
Nota
Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.
27 lunedì Mag 2024
Posted in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

“La chitarra magica” è una fiaba di Stefano Benni, tratta da Il bar sotto il mare del 1987. L’incipit non prevede il tradizionale C’era una volta, tipico delle fiabe, ma utilizza un generico C’era che introduce un’ambientazione diversa dal solito perché la storia si svolge in una città dei nostri giorni e trae ispirazione dal mondo della musica rock contemporanea. Il protagonista è un giovane musicista che desidera studiare al Conservatorio e diventare una grande rockstar. Un giorno, mentre Peter si sta esibendo in strada, incontra un vecchio con un mandolino che lo sottopone a tre prove, come in ogni fiaba che si rispetti. Peter, dato il suo buon cuore e la sua generosità, ottiene un premio che però gli si rivelerà fatale. I personaggi sono appena caratterizzati. Anche l’aiutante, Lucifumàndro, è un mago moderno. Nella fiaba manca il lieto fine, non è il giovane buono e di grandi speranze ad avere la meglio ma l’antagonista. La fiaba, infatti, con un sorprendente capovolgimento di ruoli e situazioni, ha un esito imprevedibile e drammatico, non solo non avviene la punizione del malvagio ma si conclude con effetti tragico-caricaturali.
IL RACCONTO DELLA RAGAZZA COL CIUFFO
LA CHITARRA MAGICA
« Ogni ingiustizia ci offende quando non ci procuri direttamente alcun profitto. »
Luc de Vauvenargues
C’era un giovane musicista di nome Peter che suonava la chitarra agli angoli delle strade. Racimolava così i soldi per proseguire gli studi al Conservatorio: voleva diventare una grande rock star. Ma i soldi non bastavano, perché faceva molto freddo e in strada c’erano pochi passanti. Un giorno, mentre Peter stava suonando “Crossroads”, gli si avvicinò un vecchio con un mandolino.
-Potresti cedermi il tuo posto? È sopra un tombino e ci fa più caldo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti per favore prestarmi la tua sciarpa? Ho tanto freddo.
-Certo- disse Peter che era di animo buono.
-Potresti darmi un po’ di soldi? Oggi non c’è gente, ho raggranellato pochi spiccioli e ho fame.
-Certo- disse Peter che eccetera. Aveva solo dieci monete nel cappello e le diede tutte al vecchio. Allora avvenne un miracolo: il vecchio si trasformò in un omone truccato con rimmel e rossetto, una lunga criniera arancione, una palandrana di lamé e zeppe alte dieci centimetri.
L’omone disse: – Io sono Lucifumàndro, il mago degli effetti speciali. Dato che sei stato buono con me ti regalerò una chitarra fatata. Suona da sola qualsiasi pezzo, basta che tu glielo ordini. Ma ricordati: essa può essere usata solo dai puri di cuore. Guai al malvagio che suonerà! Succederebbero cose orribili!
Ciò detto si udì nell’aria un tremendo accordo di mi settima e il mago sparì. A terra restò una chitarra elettrica a forma di freccia, con la cassa di madreperla e le corde d’oro zecchino. Peter la imbracciò e disse:
-Suonami “Ehi Joe”.
La chitarra si mise a eseguire il pezzo come neanche Jimi Hendrix, e Peter non dovette far altro che fingere di suonarla. Si fermò moltissima gente e cominciarono a piovere soldini nel cappello di Peter.
Quando Peter smise di suonare, gli si avvicinò un uomo con un cappotto di caimano. Disse che era un manager discografico e avrebbe fatto di Peter una rock star. Infatti tre mesi dopo Peter era primo in tutte le classifiche americane italiane francesi e malgasce. La sua chitarra a freccia era diventata un simbolo per milioni di giovani e la sua tecnica era invidiata da tutti i chitarristi.
Una notte, dopo uno spettacolo trionfale, Peter credendo di essere solo sul palco, disse alla chitarra di suonargli qualcosa per rilassarsi. La chitarra gli suonò una ninnananna. Ma nascosto tra le quinte del teatro c’era il malvagio Black Martin, un chitarrista invidioso del suo successo. Egli scoprì così che la chitarra era magica.
Scivolò alle spalle di Peter e gli infilò giù per il collo uno spinotto a tremila volt, uccidendolo. Poi rubò la chitarra e la dipinse di rosso.
La sera dopo, gli artisti erano riuniti in concerto per ricordare Peter prematuramente scomparso. Suonarono Prince, Ponce e Parmentier, Sting, Stingsteen e Stronhaim. Poi salì sul palco il malvagio Black Martin.
Sottovoce ordinò alla chitarra:
-Suonami “Satisfaction”. Sapete cosa accadde?
La chitarra suonò meglio di tutti i Rolling Stones insieme. Così il malvagio Black Martin diventò una rock star e in breve nessuno ricordò più il buon Peter.
Era una chitarra magica con un difetto di fabbricazione.
Stefano BENNI, « La chitarra magica », in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 153-155.
25 sabato Mag 2024
Posted in LETTERATURA, POESIA

FRA CIELO E TERRA
inadatto,
come i pesci in aria
i passeri in mare,
come gli angeli sotterra
e i demoni in cielo,
incompiuto,
come una parola taciuta
una frase spezzata
il viaggio affondato
da una furia di vento
(ed era veleggio d’azzurro
verso l’unica spiaggia
che valesse la pena,
una terra promessa
dove latte era l’acqua
ogni frutto di miele)
sfigurato,
in questo corpo di creta
che si spacca nel sole
e il respiro impazzito
che vuol fuggire nell’aria
io mezzo uomo
mezzo figlio bastardo
di un dio voluto e perduto
comunque sbagliato
io di cielo
io a terra.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)
24 venerdì Mag 2024
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Prendo luce, luce di maggio
questa luce accesa del mattino
bagnata da un tempo indeciso
accordata ai suoni degli uccelli.
La luce che scopre gli altarini
i nidi, i rifugi apparecchiati
nella notte. E con la luce le voci
lo scasso dei rumori, lo struscio
delle auto, il trascinarsi dei cammini.
Prendo me, se ancora ci sono.
Mi raccolgo come si fa con qualcosa
di caduto. Prendo la mia scopa, il mio
setaccio, la polvere che sto diventando
quella che brilla se sbattuta con un cencio.
Mi lascio attraversare dal pulviscolo
vagante e luminoso del mio esserci.
Invito il sole che circola per casa
a penetrare nei corpi delle cose
cantando e resuscitando dal silenzio
le parole addormentate sulla lingua
impastate di oscurità e di sonno.
23 giovedì Mag 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Testo tratto dal poemetto ” Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare” di Grazia Procino, peQuod, 2023
21 martedì Mag 2024
Posted in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA


Le domande sono formulate da Patrizia Destro, in corsivo le risposte di Silvio La Corte
Io non ho mai avuto grossi problemi a scrivere. La politica è stata la mia seconda scuola. Scrivere volantini che potessero essere comprensibili per le persone meno istruite è stato per me un esercizio enorme, a cui ho sempre tenuto molto. Ma il romanzo è un’altra cosa. E i dialoghi non sapevo proprio come inventarmeli. Ancora una volta mi è venuta in aiuto la musica. Avevo letto tempo prima un romanzo vero, di Michele Mari, “Rosso Floyd” strutturato in un modo più o meno simile ad “Antropocenere”, con tutte le proporzioni del caso, ovviamente. Insomma ho copiato, sfacciatamente.
Il libro, perlomeno questo, è uscito da dentro di me, cuore, cervello e pancia, poco alla volta. Mi ero ritrovato in mano “La bolla olimpica”, la mia prima opera, quasi senza saperlo. In quel libro facevo i conti con me stesso, con la mia passione, lo sport, che per lungo tempo è diventato anche il mio lavoro. Ho scritto per me. Anche questo l’ho scritto per me, ma facevo i conti con mio padre, lavoratore edile, o meglio, muratore, degli anni ’50 e ’60 qui, nella periferia di Milano. Quando ho iniziato a scrivere non avevo proprio idea di come sarebbe andato a finire. Ho scritto le prime pagine immedesimandomi per due o tre giorni nel protagonista. Andavo in giro pensando ad altro, talvolta insultandomi, umiliandomi, insorgendo, riflettendo, scherzando come fanno i miei personaggi, solo col pensiero, ovviamente. E ho scoperto che pensare al femminile non è impossibile. Mano a mano i personaggi facevano capolino nella mia testa. Onestamente ho cominciato anche a divertirmi, pur scrivendo di situazioni tragiche. E quando proprio ero in difficoltà, sniffavo la musica, mi facevo di musica, letteralmente. Brani che nulla avevano a che fare con quello che stavo scrivendo riuscivano spesso a farmi superare la momentanea difficoltà. Non so perché, ma è così.
Non sono affatto sicuro che questo libro sia necessario e utile. Ho soltanto voluto scrivere le cose come stanno, scrivere la verità, per come la conosco io, senza minimamente calcare la mano, non ce n’è bisogno, purtroppo. Se dire la verità è utile, allora sì, questo libro è utile.
Come scrivevo prima, scelto il personaggio che irrompeva nel dibattito, mi immedesimavo in lui, o lei, e per due o tre giorni. Andavo avanti così. Poi il pezzo ti viene fuori, alcune volte letteralmente l’ho vomitato, è stato quasi un processo fisiologico. A volte mi pareva che la penna, rigorosamente a inchiostro liquido, scrivesse da sola. Mi piace così, cerco di scrivere anche benino da un punto di vista grafico. Quasi sempre scrivevo la sera, dopo le 23. Spesso la notte nel sonno mi arrivavano, non so come, dei suggerimenti che al mattino inserivo nel testo, e poi riportavo il tutto sul computer. Non avevo fretta, non volevo scrivere sciocchezze e quindi ho letto attentamente, quasi studiato in certi casi, una ventina di libri, che stupidamente non ho riportato in fondo al libro. Pazienza.
Sì, mi sono divertito a far dialogare tra loro personaggi che nella vita reale probabilmente non lo hanno mai fatto, forse non si sono neanche conosciuti. Alcuni addirittura erano già morti quando altri non erano ancora nati! Ma il romanzo, non il mio, il romanzo in sé, è meraviglioso da questo punto di vista, bisogna solo stare attenti a non esagerare a meno che non si voglia consapevolmente scivolare nel “fantasy”, e io no, proprio non volevo. E giocare con i brani mi diverte ancora di più. Quanta fantasia e quanta realtà? Lo scopriremo solo vivendo!
Ero in Sardegna, nell’estate del 2021, quando sulla costa occidentale si sviluppò uno degli incendi più impressionanti, per quanto sia abituato, frequentando quella regione da quasi cinquant’anni: la cenere, spinta dal maestrale che aveva soffiato sull’incendio, arrivò anche da noi. Scrissi un post che era solo una foto. Andai a letto e prima di addormentarmi il titolo del post venne fuori. Poi lo trasferii al libro. La copertina, un campo di calcio intriso di petrolio, è opera della casa editrice. Azzeccatissima.
La casa editrice, Mimesis, è la stessa che ha pubblicato “La bolla olimpica”. Mi ha rinnovato la fiducia. Spero di non essermela giocata tutta.
Francamente non lo so. Una sola volta l’ho presentato in una libreria e ne ho vendute sei copie, solo a donne. Non credo dipenda dal mio fascino: il fatto è che entrarono solo donne! Onestamente pensavo che durante i mondiali sarei stato invitato qualche volta a presentarlo, ma non è andata così, o meglio, una sera, in Statale l’ho presentato. Solo quella volta.
Io non promuovo i miei libri. Forse sono orgoglioso, forse non so come fare, forse mi viene il dubbio di farne un’opera commerciale e questo è proprio quello che non voglio. Io sono un autore, non uno scrittore, non vivo delle mie opere, per fortuna.
A pagina 57, un personaggio, Perla, si lascia andare, tant’è che inizia a raccontare con una frase che è tutto un programma: ”Che notte, ragazze!”. E poi va avanti per quattro pagine svelando di come abbia trascorso le ore notturne insieme a John Lennon. Lì mi sono davvero lasciato andare io, e di conseguenza lei, Perla. Mi sono divertito un sacco, lo ammetto. Spesso vado a rileggerlo mentre ascolto in sottofondo il brano che lo intreccia.
Mi aspetto che non passi di moda, che qualcuno continui a farne riferimento, che qualcuno lo riscopra.
Sì, certo, una domanda ce l’ho, ed è la seguente: ma tu, quando è scoppiato lo scandalo della corruzione al Parlamento europeo relativamente al paese ospitante i mondiali di calcio del 2022, già le sapevi quelle cose? Perché a leggere alcuni passaggi, sembra proprio così!
Ora devo fare i conti, mettermi in pace del tutto con mia madre, con la quale ho sempre avuto un rapporto amorevole e senza grandi contrasti. Sto scrivendo qualcosa, per me e per lei. Mia madre ha avuto la fortuna di vivere a lungo, ma aveva sempre a cuore tutti quelli che sono morti in giovane età, tra quelli che lei ed io conoscevamo. Ecco, questo è il centro del progetto, qualcosa ho già scritto, vedremo….

Silvio La Corte, nato a Taranto nel 1954, si è trasferito nei sobborghi milanesi alla fine degli anni cinquanta. Ha conseguito il diploma universitario presso L’Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF), e ha insegnato Educazione Fisica nelle scuole secondarie di primo grado. Ha collaborato per dieci anni con una cooperativa di recupero di persone con disagio. Politicamente attivo, ha curato e contribuito personalmente alla stesura del libro La bolla olimpica (2020)
20 lunedì Mag 2024
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In copertina: Rita Pacilio, fotografia di Lucia Pinto
da Luna stelle… e altri pezzi di cielo, 2003
Si dice che solo il dolore
conosce ciò che non dura
eppure sull’orlo del pozzo
alita la memoria del viaggio
e lentamente mi sorprendi
tra i libri, là dentro mi annusi
da cacciatore insonne
per abitare tempo e anima.
Torniamo spesso nelle cose passate
come si fa con i sogni taciuti
un planare basso sulla terra
per amare le immagini rimaste.
Chi è stato innamorato
sigilla
grandi tempeste e silenzi sapienti
passa piegato, sopporta, si inginocchia.
Chi è stato innamorato dà un senso a ogni cosa
sa tornare, sa rimanere.
*
Vengono e vanno di bocca in bocca
i baci sulla lapide, colpi di unghie
risvegliano inquietudini lente
il sonno e la verità di chi non canta più.
Allora bisogna aprire le braccia
spiegarsi a vela sull’onda dopo la morte.
Un uccello in fuga, sì, una capriola nell’aria
essere testimone assoluto di oblio
e nuvole lattose. Conquistare il coraggio
la forza di vivere oltre l’epigrafe.
da Ciliegio forestiero, 2006
Vedessi come affonda il coltello feroce,
nella carne trasfigurata. Penetra
dietro la pupilla ferisce i desideri
in ombra.
Vedessi come taglia lentamente
la bocca che ribolle gocce sapide e sangue.
Cosa hai udito nella conchiglia,
l’onda che ritorna, il suo odore?
Forse la profonda voce del dio del vento
con la lancia in mano?
*
Non domandarti le foglie che ho riempito i rami
o il succo di ciliegia sulla bocca.
Non importa il tempo
delle radici in terra feconda
non sarà lì che torneremo amanti.
Ha avuto un senso il tronco
e l’intaglio delle parole.
Fino a terra
confessione segreta dell’ultimo atto
nell’incavo delle spalle si è posato
lo sfioramento d’ala
due anime le nostre tra succose ciliegie forestiere.
da Tra sbarre di tulipani, 2008
Lei sta morendo
nel verde del suo sguardo
quanto di pioggia in mare.
Pioggia di fine estate
fuori dal seno pieno.
Tremolante tra le begonie
sul balcone.
Lei sta morendo
nei fili d’erba
quanto dita e fiori di cespugli.
Di lei resteranno le cose cancellate.
da Gli imperfetti sono gente bizzarra, 2012
Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite
è latente lo scontento sulle spalle
gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.
Io mi trovo qui dove non si torna indietro.
*
La prigione di mio fratello
ha le finestre sorde
esala l’anima ancora sbalordita
dalla paura del lampo
suoni di saluti nella campana
a morte
e sul collo il respiro che non vuole finire.
L’ecatombe ogni notte si maschera
impaziente il mormorio nei reparti
è illecito l’omaggio agli dei
si arriva sempre presto sottovento
menzogne e sacrilegi nascosti.
La prigione di mio fratello
è oracolo timido
probabile occhio spia
una pietra desolata
nella recinzione gli uccelli dormono
di là
nessuna barca esiste più.
da Quel grido raggrumato, 2014
Lei è la maschia forza che risorge
dalla morte, sotto il porticato c’è
la festa alle viscere rancide
e la consolazione dalla tenebra.
È faticoso buttare i languori
quel primo seme raggrumato
largo, tornito, ricolmo nella gonna
colpita.
Quella sera erano una folla profanata
un tetto che soccombe molle, senza luce
tumefatto di collera.
Quella che hai amato
io l’ho uccisa
l’ho scucita lungo la schiena
le ho tirato via la carne
succhiato il sangue
l’ho stesa sul lenzuolo:
è lei stessa quel Cristo feroce.
da L’amore casomai, 2018
E ti rispondo dal fulmine nelle nuvole
dalla misura della mano cento metri più su
spingendo il parapetto nelle fughe a tre voci
è qui che gli aquiloni si riavvolgono
di fronte alla lampada sconsolata.
Ricordo l’odore dell’anima emorragica
quando lei e le altre mutarono in frammenti
inghiottite nel bruno solitario.
Ti accoppiasti alla tazza mentre inciampavo
nel rombo verde dell’anello
questo potrebbe essere tutto, invece le forme
delle lodi ebbero colori pallidi e furono dolci
i brandelli del luneggiare.
Così ci addormentiamo nella direzione della terra
a orecchie fredde a scaldare le mani.
da La venatura della viola, 2019
Qualcosa di troppo accresce
l’orgoglio e la colpa di essere nati qui
in questo garbuglio di allarmi profondi
dove porti in rovina e chiusi come porte
rendono l’acqua inutile e il tramonto povero
se esistesse l’origine di una parola
dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie
farlo in segreto, silenziosamente
tracciare una virgola dopo l’apparenza
allargarci sul gambo come fa la viola.
da Quasi madre, 2022
Lasciata nel riflesso come un filo
legato a una vertigine
sfrangiata da piccole pieghe
lei
si adorna di sogni avvampati.
Mia madre riflette cicli di giorni
e notti rimestando dialoghi
platonici, i silenzi del destino.
Se la verità non avesse segreti
avrebbe la tua limpida voce,
giardini fioriti, la porta aperta.
La senti? Ha detto qualcosa?
La divinazione è nel lampo,
nel morso di un ultimo bacio.
Potessi ricordare una carezza
quel poco amore che era tutto
per raggiungerti.
Potessi smettere di sentire l’odio
che agiti nella testa vecchia,
mi chiami tre volte, mai con il mio nome.
Testi tratti da Rita Pacilio, “Come fosse luce”, Macabor, 2023. Poesie e antologia critica con un saggio introduttivo di Mara Venuto.