“Anfore dal cielo” di AA.VV., Àncora Editrice, 2023. Recensione di Silvio Aman

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AA.VV., Anfore dal cielo (prefazione di Mons. Giovanni Giudici, postfazione di Giovanni Rossella) Milano, Àncora Editrice, 2023, pp. 110, € 12.

 

Anfore dal cielo (titolo estratto da Save the seed, di Anna Vercesi) forma un grazioso volumetto in cui le brevi raccolte delle Autrici si succedono attraverso le poesie-snodo in funzione di dedica, col risultato di collegarle tutte nello stesso sentimento di amorosa partecipazione alla natura (come creazione in senso biblico) in cui “vi è pure il richiamo all’esperienza cristiana” come nota giustamente Mons. Giovanni Giudici nella sua prefazione. Di fatto, i riferimenti delle Autrici alle virtù teologali di fede, speranza e carità costellano le loro esperienze di donne e madri, e lo fanno in modo corale nei “differenti stili” come indica il postfatore Luciano Rossella. L’anfora, sotto il profilo simbolico è un contenitore totale che riguarda l’aspetto contemplativo della natura e di partecipazione alla realtà, del resto ben espressi a vario titolo dalle quattro Autrici, le quali alternano la misura epigrammatica a tenore mistico all’estensione argomentante, a volte sfiorando le durezze dell’invettiva, come in Lorenza Auguadra, per la quale “Pregare/ è la mistica di un verso”.

 

La parola trova il cuore

da buio a luna piena

la croce lascia un corpo

di luce dalla tenebra.

(Promessa, p. 17)

 

Un tondo

a rassicurare la notte

cielo resuscitato

misura di pienezza

per occhi rinnovati.

(Luna piena, p. 26)

 

La presenza della luna, oltre che della croce, ci riporta ai dipinti di Caspar David Friedrich, come simbolo della luce e di Cristo.

Le poesie di Adriana Rinaldi sono una laude del creato inteso come creazione del Padre fonte di amore, senza incertezza, mentre la scienza, laddove si estranea dalla fede procede nella continua rettifica delle sue ricerche su basi deterministiche.

Sono nata nell’Amore

nel legame serrato

che conduce dalla terra

al cielo

sono nata in divenire, perfettibile

[…]

sono nata Creatura

fatta di carne e di spirito

[…]

sono nata figlia

di un Padre che nutre le stelle

[…]

(Eccomi, p. 36)

 

Il dittico Il figlio alla Madre, la Madre al figlio vuol essere anch’esso una laude della reciprocità (mentre la teoria psicanalitica testimonia l’irreciprocità strutturale dei rapporti) in cui non per nulla troviamo significanti come “riflesso” “specchio” “impronta” “sguardo” nonché l’uso del maiuscolo…

 

Sei il riflesso

del mio esistere.

Sovrano volto,

specchio del mio mondo.

(ivi, p. 39)

 

Le braccia vanno allargate

gli occhi aperti

le bocche devono contemplare

le meraviglie assolute

della Gratuita Esistenza!

(Affidarsi, p. 41)

 

L’Amore è il culmine della gioia

quando all’orizzonte vedi

il corpo dei tuoi pensieri

e il sorriso del sole.

(Amarsi, p. 42)

 

Poesia dell’apertura, della fede e dell’incessante fervore (“Vivo ogni istante/ come dono di eternità”. Eternità, p. 50) anzi dell’ebrezza…

 

la vita geme e sospira –

si ubriaca d’Amore

vive e giace.

Riaffiora il Canto

s’ode in lontananza

il lamento.

(S’ode in lontananza, p. 44)

 

che oltre a Whitman parrebbe ricordarci Baudelaire:

 

Il faut être toujour ivre.

Tout est là:

c’est l’unique question.

Pour ne pas sentir

l’horrible fardeau du Temps

qui brise vos épaules

et vous penche vers la terre,

il faut vous enivrer sans trêve.

Mais de quoi?

De vin, de poésie, d’amour ou de vertu

à votre guise.

Mais enivrez-vous.

 

Anche Teresa Scroccarello parla di eternità e mistero, ma le sue poesie sono maggiormente legate alla sfiducia nelle parole…

 

Impermeabile Eternità

fissa costante, durevole non modificabile.

Tutto assembla Oltre –

neanche più le parole bastano

ma un silenzio duro e forte

mi trascina a Te, Eternità

(Oltre, p. 61)

 

Il suo Dio è oscuro (una sorta di pascaliano Deus absconditus) e raggiungibile solo per via negativa, non come una meta predefinita…

 

Dio,

silenzio che chiami

ad una quiete piena

d’inquietudine –

della Tua presenza

sono inquieta

non so mai cosa vuoi

non sono le mie emozioni

e il tuo volere è così oscuro

[…]

(Questo è il dono del silenzio, p. 62)

 

L’uso dell’ossimoro di “quiete piena/ d’inquietudine” lascia da parte ogni festosa eccitazione: “Qual è la Volontà/ di un Dio pieno di silenzio”. Il suo silenzio fa ammutolire. Qui, benché la Trinità, secondo il dogma, non possa scindere le tre persone, Teresa pare nutrire maggior vicinanza con Gesù, l’uomo che ha vissuto, come si evince dal brano Al volto Santo di Manoppello A.D. 2006 (pp. 63-64) dove, con la personificazione del silenzio, troviamo: “Io non so pregare, il silenzio prega in me”.

In Preghiera (p. 66) parremmo riascoltare la voce di Giobbe:

 

Triste, svuotato d’animo come di pietra

è il mio cuore, ai piedi di questo Altare,

invoco il Tuo richiamo.

Aiuto, cerco Te per trovare me, Signore.

Neppure le parole osano, mi tradiscono

[…]

A che serve un fuoco che brucia

se non accende l’altro?

Un fuoco solitario?

A che serve condivisione, riconoscimento

[…]

Ho una solitudine, riempimi di Te – Oh Signore!

 

La fede nel Dio silenzioso (le parole tradiscono) qui pare intrecciarsi con l’aspetto esistenziale, cioè con la mancanza di amore. Come per le mistiche, le quali parlano dello Sposo divino, è nella solitudine che il Signore può far avvertire la propria presenza, sia tramite le sacre figure intermediarie (ma verso l’oltre, ad esempio tramite l’icona descritta da Florenskij) sia direttamente come nei ratti di Maddalena de’ Pazzi, sia nella nebbia, come qui, sia infine nell’oscurità, come in San Giovanni della Croce, con diverse gradazioni…

 

Nella nebbia appare il dolce Volto

Tu ragione del mio essere

eppure nella mia casa il quotidiano freme

nulla di più importante

mi stringe a queste mura.

(Nazareno, p. 67)

 

Anna Vercesi, le cui poesie sono ora parenetiche ora volte alla laude come in Rosa pulchrissima, alias Regina Cieli, auspica “l’incontro con l’altro” specie se derelitto, seguendo con ciò le parole di Gesù…

 

Cosa saremmo senza l’incontro con l’altro?

L’altro

Cane scalzo nell’ombra

L’altro

[…]

Apri il cuore che ce l’hai

Ritrovati, che il Signore della sera

Fa sbocciare ancora i fiori tardivi

Nell’enigma universale dell’amore

Che ama senza disarmanti aspettative.

(Scalzi, p 82)

 

L’incontro non c’è se non come sogno, mentre pochi metterebbero in dubbio il reale bellum omnium contra omnes, frase ripetuta da Linneo, se anche nei giardini, dove in superficie tutto ci appare armonioso e in pace, domina la cruenta necessità della natura, con i batteri atti a demolire l’humus, gli insetti killer, i bruchi devastatori e via così… Ma appunto per questo sorge l’anelito all’“euneirofrenia” e all’“incontro” come sogno del bello e della pace.

Trovo interessante, il complemento di specificazione “della sera” riferito al Signore nel tempo della kènosis del Cristianesimo. Anna Vercesi chiude così la poesia Shalom, padre, shalom: “Non ho più voce e canto/ Siamo storni nel vento/ Aquiloni, di bianchi e tenui colori” (P.84). Gli storni volgono certi alla meta, mentre nel discorso possono irrompere incertezze, equivoci, atti mancati… A “bianchi e tenui colori” immagino si possa associare un senso di pace in contrasto con “miserie” “chiodi” “lividi e spini” e che col “Signore della sera” potrebbe richiamare il sonetto di Foscolo: “Forse perché della fatal quïete/ tu sei l’immago a me sì cara vieni”.

Ancora ne Shalom, padre, shalom, leggiamo:

 

Voglio una vita senz’ordigni

Senz’ordini di sparizioni

Senza brigate di eliminazioni

 

Certo, se non si mettessero di mezzo i contrasti economici, fomiti di guerre e distruzioni, e fossero davvero assolvibili gli imperativi francescani.

 

Silvio Aman

Poesia sabbatica: [quando ti troverò]

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[quando ti troverò]

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

a perdifiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti,

 

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili”)

Monumento al mare: John Masefield

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Monumento al mare

John Masefield (1878-1967), inglese (foto web)

FEBBRE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Calarmi ancora nei mari, nel solitario mare e nel cielo,
E tutto ciò che chiedo è un’alta nave e una stella per condurla,
La gioia del timone, la canzone del vento, il tremolio della vela,
Una nebbia grigia sul volto marino e una grigia alba nascente.

Calarmi ancora nei mari, perché il richiamo della corrente
È un chiaro e selvaggio richiamo che non può essere negato;
E tutto ciò che chiedo è un giorno di vento con bianche nubi volanti,
Con spruzzi e spume sollevate e gabbiani che gridano.

Calarmi ancora nei mari, alla vita zingara e vagabonda,
Sulla via di gabbiani e balene, dove il vento è un coltello affilato;
E tutto ciò che chiedo è un’allegra storia da un ridente compagno,
E un sonno tranquillo e un dolce sogno per quando il gioco è finito.

*

SEA FEVER

I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face, and a grey dawn breaking.

I must go down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

Virdimura di Simona Lo Iacono, una lettura di Antonella Pizzo

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Virdimura – Guanda pag. 224

Simona Lo Iacono 

“Ero diavola, dicevano i cristiani. Ero impura, dicevano gli ebrei. Ero perduta, dicevano gli arabi.”

Virdimura non è un personaggio di fantasia ma una donna realmente vissuta, un medico di origine ebrea figlia di medico e moglie di Pasquale de Medico di Catania. Fu la prima donna che, in assoluto, venne autorizzata a esercitare la professione medica. Così si legge in wikipedia:
“La dottoressa Virdimura, che si occupava di “medicina fisica” e specializzata nella cura delle malattie interne, chiese alle autorità di esercitare la professione medica, in un eccezionale periodo nella storia mondiale di pace fra cultura cristiana, islamica ed ebraica, per aiutare i malati indigenti che non avrebbero avuto la possibilità economica di sostenere le spese sanitarie, dal momento che le cure e le assistenze dei medici cristiani erano molto costose. Al tempo recarsi dal medico rappresentava un privilegio per pochi; sicché Virdimura volle rendere il suo mestiere una missione.
Era molto stimata per la sua bravura e conoscenza della pratica medica, ma anche per aver alleggerito il lavoro dei medici cristiani che non riuscivano a gestire tutte le richieste che pervenivano. Il suo operato fu rivolto anche alle donne, in un periodo in cui la maggioranza di esse ricorreva alla chirurgia plastica per nascondere la perdita della verginità, la cui scoperta avrebbe comportato onta e stigma sociale. La presenza di donne medico si rese necessaria allorquando le donne si rifiutarono di essere sottoposte a visite mediche da parte di uomini.”
Simona Lo Iacono ha tratto ispirazione da un documento conservato nell’archivio storico di Palermo, da questo è nata questa biografia storica romanzata. Non si sa molto della vita di Virdimura se non a grandi linee. La scrittrice ha saputo tramite la sua scrittura in siciliano antico riportare in vita Virdimura, una donna fiera e coraggiosa vissuta nel 1300, che non teme la Commissione di giudici, presieduta dal Dienchelele, riunita per decidere se concederle la licencia praticandi in scientia medicine circa curas phisicas corporum humanorum, maxime pauperum.
Virdi-mura, verde come il muschio che affiora dalle mura di Catania che il padre Uria usava raschiare per farne delle medicine. Virdimura fu il nome che le diede il padre. La madre era morta mettendola alla luce e Uria era solito portare la bimba, ancora neonata con sé. Fino a che la bimba cominciò a camminare, allora le fu concesso di camminare fra i letti dei malati, avvicinarsi a loro, imparare a curarli così come faceva il padre Uria, che del suo mestiere aveva fatto una missione.
“Pur essendo esule, mio padre non volle mai sentirsi straniero e imparò ad abitare ogni parte del mondo. Casa non era un luogo, per lui era una relazione. E ovunque potesse svilupparla, con Dio, con gli uomini, con la natura, con gli animali, edificava camere invisibili. Stanze dove soffermarsi. Edifici che non avevano mura ma nomi da pronunciare, corpi da soccorrere, da curare”.
Catania era una città popolosa, multietnica, abitata da cristiani, arabi, ebrei, ma quando fu colpita da epidemie di tifo e pestilenza qualcosa cambiò. Uria, che non era un uomo venale e che aveva un approccio diverso, più legato alla natura, alle piante, ai minerali, che guarisce i corpi e le anime, un approccio più moderno verso i malati, che era portato all’ascolto, in qualche modo ne restò coinvolto. Rimasta sola Virdimura, supportata dalle provviste e altri materiali necessari alla professioni che il padre, che sapeva che sarebbe stato allontanato, aveva provveduto a occultare in una grotta. Virdimura, senza famiglia, sola al mondo, Ebrea, donna, vittima di pregiudizi razziali e di genere, quando le donne che usavano le erbe venivano considerate streghe e quindi perseguitate, a Catania di nascosto inizia a curare i malati. Sono le donne le sue principali clienti, specie quelle che avendo subito violenza da piccole in vista del matrimonio vogliono nascondere al marito la perdita della verginità. Virdimura deve superare pregiudizi e angherie assieme a Pasquale, figlio di medico, che diventa il suo compagno di vita e di mestiere. Organizzano un laboratorio, ospedale, biblioteca, un asilo, curano gratuitamente chi ha bisogno.
Il romanzo è piacevole e interessante perchè in prima persona questa donna si racconta. Una donna vissuta nel 1300 ma moderna per carattere, determinazione, senso etico e di responsabilità, generosa e per certi versi e amorevole e ammirabile. Un’eroina. La scrittura è elevata e intessuta di siciliano antico, è ben equilibrata. Il romanzo è interessante anche perché fa luce in modo molto dettagliato nell’antica medicina, ricostruendo interventi,  e nella cultura ebraica.
Antonella Pizzo

LA POESIA PRENDE VOCE: CRISTINA BOVE

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “La simmetria del vuoto” di Cristina Bove p.19 ( Arcipelago Itaca edizioni, 2018 ), legge la stessa autrice

Di genere

*Abbiamo un modo così particolare

di scriverci la vita addosso

certificati d’esistenza in cui pezzi mancanti

più o meno visibili

ci sottraggono peso  (dimagrimento garantito)

ci squalificano fino a dimostrare

che non siamo più stelle dipinte belle

ma

in quel pugno di niente

e ci si trova un giorno in disavanzi

cambiate  fuori e frammentate dentro

*in quel vuoto che ci faceva donne sconsolate

_ si vive per i figli e per mille altre ragioni_

cicatrici ipertrofiche a ricordo

il corpo in astinenza d’emozioni

la giovinezza estinta prima che fosse tempo 

io scrivo donna

senza cancellature o pentimenti

in lingua femmina

(di maschi è stato scritto per i secoli)

e mi dichiaro fiera

per quanto mi si dica circoscritta

di tanta mia esistenza al femminile

*e sul finire parlo anche in dialetto

recupero i miei geni primordiali

sono che siamo tutte _amate o meno_

rivendico il diritto

a proclamare un cuore poliglotta, uno straniero

che per farsi capire anche dagli uomini

figli fratelli padri amici amanti

dialoga e gesticola più forte

CRISTINA BOVE

“Ora che sale il giorno” di Salvatore Quasimodo

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Con il testo di oggi riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

 

SALVATORE QUASIMODO, Ed è subito sera, Poesie, 1942

 

L’incipit di Ora che sale il giorno descrive il tramonto della luna, in particolare l’attimo prima dell’alba quando la notte sembra sciogliersi nella luce che avanza.
Nella seconda strofa il poeta descrive le verdi pianure della Lombardia, vive come le vallate del Sud in primavera. Settembre diventa canto di nostalgia e solitudine. Il poeta manifesta i suoi sentimenti di esule che vive lontano dalla propria terra e dagli affetti più cari. Il paesaggio si fa simbolo del suo stato d’animo; egli ha abbandonato i compagni per rifugiarsi nella propria solitudine in cui poter rievocare, senza alcuna interferenza, l’immagine della donna amata, più lontana e irraggiungibile della luna stessa, descritta all’inizio della lirica, condannata a svanire, come un sogno, quando sorge l’alba sulle pianure erbose. Lo scalpiccio duro degli zoccoli dei cavalli sulle pietre del selciato segna il rumore sgradevole del risveglio che costringe ad abbandonare l’incanto del sogno. Lo scarto tra sogno e realtà emerge in tutta la sua drammaticità: persino la nostalgia sembra appartenere alla dimensione onirica, che si scontra con l’esistenza fatta di impegni, doveri e concretezza.

 

“Le cicale” di Giosuè Carducci

Emil Nolde, “Tramonto”, 1945

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.

Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.

Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere
solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura
canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…

Buone vacanze, cari

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Con la poesia “Estate” di Herman Hesse e il dipinto di Emil Nolde “Papaveri”, il sito Limina mundi augura ai lettori “Buone vacanze” e chiude l’attività per i prossimi mesi di luglio e agosto.

Arrivederci al primo settembre.

Emil Nolde “Papaveri” 

Estate di Hermann Hesse

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

“La poesia è un lunghissimo addio.” I “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello

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“Dialoghi con Amin”, uscito nel 2022 per i tipi di Crocetti con prefazione di Milo De Angelis, fin dai primi versi, si presenta come un poemetto oracolare e profetico. Per esorcizzare il timore che la poesia renda “soli”, Ibello intitola “Dialoghi” la sua opera come a voler sancire la necessità del colloquio fra due o più persone. Il titolo rimanda alla tradizione filosofica classica dei dialoghi di Platone, in Ione, in particolare, citato da De Angelis, si afferma che il processo poetico non è dovuto alla conoscenza ma all’ispirazione divina, rappresenterebbe, infatti, una forma di pazzia ispirata dalla divinità. Questo è forse il senso dell’addio, di cui parla Ibello, “addio” nel senso di abbandono della vita cosciente, essendo la poesia al tempo stesso dono e condanna, da cui non si guarisce. L’opera è ripartita in quattro sezioni: Yucatan, Teorema dei roghi, Be aware of God, Luce cariata dall’avvenire. Nell’epigrafe iniziale che introduce la prima sezione sono riportati i versi di una delle prime poesie del poeta arabo contemporaneo Adonis, in cui l’universo è ricomposto in noi in modo indissolubile al punto da non riuscire a individuare l’origine di tutto, chi dei due abbia generato l’altro. Amin probabilmente è l’alter ego dell’autore, voce intima che restò nel noncanto, la vita sognata che non ha mai conosciuto l’amore.  Frequenti sono le metafore, sparse per tutto il testo, cimitero della sete, santuario delle nebbie, coltre di spilli, che evocano immagini e riferimenti intertestuali di ampliamento del testo in cui si cerca al tempo stesso di perseguire una sorta di economia espressiva che stimoli la meditazione e lasci spazio al silenzio, vero grande protagonista dell’opera. Segue un altro esergo di grande efficacia, questa volta tratto da Cristina Campo: “Di ogni parola inutile ci sarà chiesto conto”, che invita a celebrare il silenzio inteso come atto meditativo e consapevole. Se vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola  / che sia una, scrive il poeta, la parola taciuta permette l’implosione, la lacerazione che auspica. L’introspezione risuona dal profondo e si apre alla percezione sensoriale della realtà che ci circonda, superandone la frammentazione e interiorizzandola. La dimensione dialogica tra il sé e il proprio doppio appare a tratti irreale e delirante, la poesia si fa lamento, imprecazione, bestemmia fino a giungere al disincanto e alla constatazione amara Amin, noi siamo soli. Nessun verso sconta la primavera, scrive l’autore. “La morte si sconta vivendo”, scriveva Ungaretti, il sollievo della morte si paga con le sofferenze della vita. Qui la liberazione desiderabile è la primavera, il prezzo da pagare è il verso, peccato che nessun verso riesca a scontare la primavera. Ibello, però, sa bene che occorre fare del corpo la misura del tremendo perché il verso sia fecondo. La seconda sezione si conclude con un’altra citazione, questa volta di Alessandro Ceni, tratta da Mattoni per l’altare del fuoco, in cui afferma l’inevitabilità della caduta oltre al fatto che sia eterna e definitiva. Anche il rapporto con Dio è difficile e controverso. A volte è invocato, Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire / poco a poco / insegnaci il dialogo amoroso / tra i picchi delle braci / e l’arpionata notte, a volte deriso, mentre ancora / tiri a sorte la vena / dio anatema, / ti sfiori trasognato le palpebre…, delle cose lontane, dio demente / che scalcia / nel grembo della cancellazione, del fiore nero, dei deserti. Del resto il cifrario di dio è una giostra di tagliola e vento. Frequente è l’utilizzo del tono aforistico-oracolare e di termini mistici che concorrono a creare un approccio immaginifico e numinoso, ai bordi dell’onirismo: occhi crociati, rito, santuario, vergine, crisma, diluvio, alleanze, urlo angelicato, osanna, ali, divinazione, scisma, santi, urlo luciferino, salmodiare, battesimo, sacerdozio, preghiera, luce. Nella terza parte dei Dialoghi Dio è ritrovato nel talento di Maradona, simbolo di genialità e sregolatezza. Seguono alcuni versi di Insana de La clausura, “Vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo”. Svuotarsi del superfluo purchè si scriva, che significa ammettere la colpa, dice Ibello. Infine giungeremo al sonno eterno, assisteremo alla retrospettiva lenta dell’infanzia e alla campionatura degli amori che avremo vissuto. Lo sguardo del poeta indugia frequentemente sugli elementi della natura, il sole è una biglia di benzodiazepine, è infartuato, perfino la gioia nasce incendio e muore sole, la luna è nuova, esiliata, pietraluna, mezzaluna che ricorda la Mesopotamia, talvolta citata insieme alle ziqqurat. Ibello menziona le stagioni ed evoca atmosfere sospese e misteriose ricorrendo all’utilizzo dell’analogia e della sinestesia. In diversi passaggi il poemetto non è esente da elementi simbolisti talvolta di taglio crepuscolare. Il poeta, depositario di illuminazioni improvvise e di rivelazioni, diviene suo malgrado il veggente, custode di arcane verità e, dunque, come tale, il solo in grado di raccontare la sua lacerazione che supera la dimensione intimistica per diventare dolore universale.

Deborah Mega

*

 

Parte prima. Yucatan

 

Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l’ombra di un ago sul fondale,

la panacea di un abbandono.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell’arco cinerino.

È tutto calmo

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepina.

C’è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L’estate,

una valanga di aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola,

non parlare.

Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

 

La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profanato nell’acquaio

agli insetti fulminati nell’insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L’incanto di una teleferica,

l’esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell’assillo di aranceti

che ritorna.

Era l’affanno antico,

l’anemone del giorno

divelto sopra i silos.

 

 

I fiori di tarassaco sulle rotaie

annunciano il disfacimento.

Questo è il cifrario di dio:

una giostra di tagliola e vento.

 

 

sonno pulviscolare

 

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, me- scoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verrà… la chiromante delle ustioni”.

 

 

Verrà la vergine dei falò

verrà la vergine dai seni ulcerati,

un altrove di baci

al kerosene

un altrove di spine e diademi.

Ma noi

dimenticati relitti

ci amiamo nel buio degli hangar

e ripetiamo giaculatorie

dinanzi a un dio demente

che scalcia

nel grembo della cancellazione.

 

Parte seconda. Teorema dei roghi

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro.

E il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Parte terza. Be aware of God

25 novembre

 

3.

 

Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

Per ogni fuoriclasse spento

che accarezza la palla con la suola,

che infila l’incrocio dei pali, e non esulta.

Come una prostituta annoiata da dio

anche tu volevi fare alta la vita.

Cercavi il tuono nelle serrande,

dribblavi fiori, altalene,

elefanti di vetro. Dicevi:

“Sono felice perché non sono qui”.

 

Parte quarta. Luce cariata dall’avvenire

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia,

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme.

 

 

Giovanni Ibello, testi tratti da “Dialoghi con Amin”, Crocetti Editore, 2022

Poesia sabbatica: “14”

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14

 

è caduta così tanta neve

che sono ghiacce le vene

 

e così lungo l’inverno, così lungo,

 

 

è caduta così tanta acqua

che tutta la terra è un mare di sale

 

e non ho che morte colombe

non un’isola, un monte,

un ramo appena che regga

 

ho perduto così tante lettere

(e vocali e respiro)

che non ho più parole

una frase che salvi

un  messaggio d’altrove.

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)

Venerdì dispari

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GIUGNO

A me piace questo giugno indeciso

se piove d’un tratto e il grano è bagnato

il cielo scuro, preciso si getta sul giallo

enormi, immobili le ruote di fieno

aspettano tranquille i carri dal cielo.

Sul treno che taglia veloce nei campi

ti sento pensare, e riflessa conversi

col finestrino. Fai l’amore coi lampi.

 

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Ronald de Carvalho

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Monumento al mare

Ronald de Carvalho (1893-1935), brasiliano (foto web)

IL MERCANTE D’ARGENTO, ORO E SMERALDO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Odora il mare! Odora il mare!
Le reti pesanti battono come ali,
le reti umide palpitano nel crepuscolo.
La spiaggia liscia è una scintillazione di scaglie.

Saltellano nere razze nell’oro della sabbia bagnata,
l’acciaio delle muggini luccica in mani d’ebano e di bronzo.

Muscoli, pinne, voci e fragori, tutto si mischia,
tutto si mischia nel crearsi della schiuma che ferve tra gli scogli.

Odora il mare!

Il corno della luna nuova gioca sulla cresta dell’onda.
E tra le alghe molli e i villosi molluschi,
dove si trascinano granchi dalle zampe denticolate
e dove bolle l’olio gelatinoso dei flessili calamari,
nella rete immensa della notte carica di stelle,
nella melodia libera delle acque e dello spazio,
invasa d’aria, profetica, timpanica,
scoppia orgogliosamente la chiacchera d’un piovanello…

*

O MERCADOR DE PRATA, DE OURO E ESMERALDA

Cheira a mar! cheira a mar!
As redes pesadas batem como asas,
as redes úmidas palpitam no crepúsculo.
A praia lisa é uma cintilação de escamas.

Pulam raias negras no ouro da areia molhada,
o aço das tainhas faísca em mãos de ébano e bronze.
Músculos, barbatanas, vozes e estrondos, tudo se mistura,
tudo se mistura no criar da espuma que ferve nas pedras.

Cheira a mar!

O corno da lua nova brinca na crista da onda.
E entre as algas moles e os peludos mariscos,
onde se arrastam caranguejos de patas denticuladas
e onde bole o óleo gelatinoso das lulas flexíveis,
diante de rede imensa na noite carregada de estrelas,
na livre melodia das águas e do espaço,
entupido de ar, profético, timpânico,
estoura orgulhosamente o papo dum baiacu…

LA POESIA PRENDE VOCE: GABRIELE GRECO

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LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Sandra Hammar (Svezia)

“Ai miei figli”, lettura tratta dalla raccolta ” Bruciaglie” Italic Pequod, 2022

“Mare” di Bartolo Cattafi

“Mare” disegno digitale di Loredana Semantica

Mare

Messo dentro tutto
in ordine piegato
la barca i remi il mare
liscio crespo turbato
tinte chiare e cupe
i venti leggeri dell’estate
quelli più pesanti per l’inverno
corri a prendere il treno
spacca in due la folla
arriva issati parti
perdilo
fa lo stesso
siediti a terra
e viaggi lo stesso
è tutto mare
altissimo mare,
te la sogni la terra.

Da “L’osso, l’anima” di Bartolo Cattafi

“Il marziano innamorato” di Stefano Benni

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“Il marziano innamorato” è un racconto umoristico di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che  riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia del marziano innamorato è raccontata dal nano, che, mentre pesca nel fiume di Sompazzo, incontra il marziano Kraputnyk Armadillynk, venuto sulla Terra dal pianeta Becoda per portare un regalo alla sua fidanzata. Il marziano cerca di comprendere le persone  che incontra e le loro azioni e, soprattutto, ciò che le donne terrestri desiderano di più. Con grande delusione scopre che le donne sono entusiaste di quazz e trond, probabilmente diamanti, di cui Becoda è ricco. Il marziano scopre che un’altra cosa che tutti vogliono sono i fatti. Qui l’autore allude alla politica attuale ma anche all’eccessiva produzione di rifiuti, vera tragedia dei tempi moderni. Il racconto presenta diversi momenti esilaranti ma che fanno riflettere sulle incoerenze e sulle contraddizioni che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.

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Poesia sabbatica: “Lamento di Ulisse”

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Lamento di Ulisse

 

(infine    

era questo l’approdo

 

non riposo di ulivi

né carne di sposa,

solo lame, coltelli

ancora la guerra,

 

ed è già tutto visto)

 

ho di fronte altro mare

e una barca per salpare

(se schioccassi le mie dita

vele stese, acqua ai remi)

 

ma dove riva, scoglio,

l’anfratto sconosciuto,

il varco e poi le stelle

 

e l’immenso che mi accoglie.

 

FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)

LA POESIA PRENDE VOCE: PATRIZIA SARDISCO

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LA POESIA PRENDE VOCE

Testo di Patrizia Sardisco, tratto da “ Autism Spectrum”,  Arcipelago Itaca, 2019

Versi trasversali: Luigi Finucci

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

LUIGI FINUCCI

 

Atomi, si muovono

nello spazio imitando

un perpetuo sodalizio.

 

Il caso vorrà, nell’istante

imprecisato, che si formi

un assioma complesso.

Vita. Senza bisogno alcuno

di definizione.

 

*

Europa, nei pressi di Giove

 

 C’è un’ Europa lontana

dai nostri fardelli, distante.

L’ acqua è protetta

la vita tenta di proteggersi.

È una mano.

 

Tende all’universo

invecchia senza farlo.

Grida la sua presenza.

Una solitudine rappresa

da forma liquida, un giorno

senza chiedere il permesso

alle leggi primordiali

diverrà solida.

*

Arba Minch, Etiopia

  

La vocazione ha il volto scuro,

l’ho vista all’età di dodici anni

scorrere sul vetro, due goccioline

divenire una. Arrivare fino in fondo

veloce, un po’ più grande.

L’ho ritrovata in una scuola etiope

asciugarsi sul mio dito medio.

Stessa molecola, due atomi di idrogeno

e uno di ossigeno.

Acqua, leggermente salata.

Le scapole erano evidenti, contorni

precisi e al tocco, quasi come solchi.

Le mosche non erano fastidiose

come le ricordavo.

 

Ho moltiplicato le emozioni

le ho divise per il numero di costole

ho sommato il numero di battiti

infine, sottratto i giorni perduti.

Il risultato è stato uno zero.

*

Della gentilezza ho scorto

quattro gradini sotto l’uscio

di una via nascosta. Si è chinata

così in basso da fondersi

con una ciotola colma d’acqua.

Solo un cane si è presentato

ad accogliere il gesto: la vita

è sembrata così lenta

da non ricordare

l’incessante noia

della notte e del giorno.

*

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina

ed è stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora, c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

*

Quando muore un figlio,

non si è più soli. Un coltello

piantato nel fianco. Nessuno

che sappia il nome. Un giorno

il dolore diventerà troppo grande,

la caduta inevitabile.

 

Lì,

si cambia e si smette

di dare risposte.

Le lacrime vengono inghiottite,

entrano nel corpo:

il cammino è un uccello

a cui non è stato insegnato

a muovere le ali.

*

Non sono mai stato in grado

di essere padre. Ho fallito

ogni sera, lontano dai sogni

dalle increspature violate.

La colpa più grave è

che nessuno se ne accorge.

Solo mio figlio porta il peso

delle mancanze, e vive

un incubo che si ripete.

 

Un giorno sopraggiungerà la morte

il cuore scoppierà, perdendo

il dono più sacro.

Forse, uno specchio

a maledire un’abitudine

che ha relegato a prigione

le possibilità di tenerezza.

 

Luigi Finucci, testi tratti da La prima notte al mondo, Seri Editore, 2024.

 

Poesia sabbatica: -18-Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa”

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18

Lettere dal fronte occidentale di questa guerra persa*

 

carissimo,

 

ti scrivo qualche ultima lettera

dal fronte di questa guerra persa

 

ricordi la fanfara che ci accompagnò

al treno destinato al campo di battaglia?

ricordi i fiori sulla strada, le grida e i fazzoletti

come quando è festa e suonano le campane?

 

noi credevamo di andare a scrivere le storie

che iniziano col dire c’era una volta

e dovevano finire col vissero per sempre

felici e contenti com’era nei racconti della buonanotte,

 

sì, c’erano anche gli orchi e le cattive streghe,

i re malvagi e i ladroni con le armi in mano

ma era sempre il buono a vincere la sfida,

 

e a noi arrivati al fronte cos’è accaduto?

abbiamo visto il  cielo accendersi d’argento

ma non erano le stelle di natale, erano bombe,

e poi le case a sgretolarsi, la carne fatta a pezzi,

i morti così tanti che non li conto più

e morire sembra più normale che nascere in una culla,

 

allora non sapevamo leggere e il mondo ci era raccontato

da chi dicevano maestro e ancora da padri e madri

che ci hanno evitato il brivido di chi già conosceva

il fondo degli abissi, il mondo quello vero,

 

sapevano che ci sarebbe stato il male dell’amore,

la crudeltà del cielo quand’è disabitato

e la fatica aspra di chi cammina a terra,

l’atrocità di gente che non ha in orrore il sangue

e il vivere e morire è un calcolo indecente di ricavi e perdite

 

noi che ne sapevamo che s’invecchia e muore,

non contavamo il tempo ed ogni compleanno era una festa

e non ci sembrava strano che sulla nostra torta morivano candele,

non ci diceva nulla il crescere del bianco fra i capelli delle madri,

il passo un po’ più stanco del padre che tornava a sera,

il frutto che marciva, il fiore che appassiva,

 

non so se sarò vivo quando mi leggerai,

non so se ti troverò sveglio o per sempre addormentato,

ma dobbiamo dircelo che siamo stati traditi

da chi ci ha fatto nascere con l’immenso nella testa,

le stelle dentro agli occhi, l’eterno ai giorni dell’inizio

e l’innocenza azzurra di noi tutti bambini a giocare nei cortili

 

intanto resistiamo senza aggiungere altro male al male

e arriviamo all’ultimo secondo solo con qualche peccato veniale,

 

cerchiamo di restare umani,

almeno per il tempo della vita che ancora ci rimane.

 

(ispirato al romanzo di E. M. Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”)

 

FRANCESCO PALMIERI

dicembre 2023

Venerdì dispari

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Ci sono, le vedi, le piccole morti
indecise se, e quando

imprecise.

Un po’ s’adeguano alle proroghe
ai rimandi ai sopralluoghi e alle indagini
ma senti che armeggiano sempre lì sotto.

Scavano tane infantili che allargano
ti girano intorno giocando
ti coccolano amandoti.

Sanno che tu sei per loro il balocco, il cibo
l’elemento che alla fine le nutre e le appaga.

Ti eleggono a luogo di un territorio
sul quale tracciare il solco.

C’è tutta una strana fantasia che liberano
nell’idea della falce che recide gli steli.

Loro, in quel piccolo inganno ti stanno addosso
lasciano che il seme abbia il suo corso.

Non importa se e quando e come
nella vita tu abbia imparato ad amare.

Non importa il quanto
ma il perché lo hai faticosamente appreso
in un lungo cammino
o in una breve passeggiata.

A loro importa se hai messo da parte
l’arte dell’attesa
questa difficile impresa
di rassegnarsi all’esito del gioco.

Francesco Tontoli