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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Poesie

Poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

14 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Più voci per un poeta, Poesie

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illustrazioni, Loredana Semantica, Nina Cassian, Poesie

LA STORIA

Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice,  partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.

Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi.  Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.

Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.

Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice.  La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul

Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.

LA POETICA

Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva  alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.

La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine “Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”

Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.

Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi  vanamente  alle repressioni totalitarie scrive  “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…

Loredana Semantica

LE POESIE

Di seguito alcune poesie di Nina Cassian illustrate da Loredana Semantica. Qui altre sue poesie illustrate.

Infestazione

Un tappeto di farfalle morte ai piedi,
morte e morbide
(loro non hanno il rigor mortis).
Io godo di ottima salute.
Ho tirato fuori il fegato,
ho estratto i polmoni,
ho estirpato il cuore
e non mi fa più male nulla.
Tramutarsi in fantasma
è una soluzione
che vi raccomando freddamente.

Io sono io

Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quel che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano
gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé,

Io, ovvero Io.

Tappezzeria

Un piede nella fossa
e l’altro sulla tigre impallinata
– così vedo
la mia sconfitta e la mia vittoria
in questa scena venatoria.

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

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Tre poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

10 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Più voci per un poeta, Poesie

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illustrazioni, Loredana Semantica, Nina Cassian, Poesie

Tre poesie di Nina Cassian . Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

Preghiera

Se esisti per davvero – fatti avanti,
sii nuvola, caprone, aviatore,
porta con te occhi, bocca, voce,
– chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi,
prendimi tra le braccia, proteggimi,
nutrimi con la settima parte di un pesce,
fammi un fischio, dissodami le dita,
ricolmami di aromi, di stupore,
– resuscitami.

La tentazione

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

Ermetica

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido
quale potrebbe essere, la roccia o il mare

o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, duro come la pietra,
giallo come la luna?

Ah, tutto è impenetrabile.
E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come la lingua dell’impiccato.

Nina Cassian, poetessa, scrittrice, traduttrice rumena, nata in Romania, a Galati, il 27 novembre 1924, morta a New York il 15 aprile 2014

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Più voci per un poeta: Rocco Scotellaro. Nel centenario della nascita

03 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CRITICA LETTERARIA, Più voci per un poeta

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illustrazioni, Loredana Semantica, Poesie, Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro è nato il 19 aprile di cento anni fa, a questo link la sua storia .

Rosso di capelli e bello (ce lo dice poeticamente la stessa Amelia Rosselli Bello eri ma troppo fino e troppo caro “Cantilena”, 1953) il giovane Rocco, politico e poeta, morto dopo solo trent’anni di vita, ha lasciato tra i suoi la sensazione di un’opera incompiuta e la testimonianza una forza d’animo straordinaria. Questi elementi combinati tra loro hanno fatto di Rocco un mito per alcuni, per altri Rocco Scotellaro è un dimenticato, vittima della stessa indifferenza che affonda nel mare della disattenzione la poesia del Sud. Certamente è alquanto inevitabile sulla misura dell’apprezzamento dell’opera e dell’operato dell’autore il condizionamento della scelta di campo ideologica del lettore.

Scotellaro operò politicamente con azioni e iniziative favore della classe contadina, animato da idee democratiche volte al miglioramento economico, sociale, assistenziale e culturale della gente di Lucania. Egli tuttavia non si impegnò solo sul fronte politico, ma fu anche giovanissimo poeta, iniziò a scrivere nel 1940, poco più che adolescente. La sua prima poesia “Lucania” descrittiva della natura, riporta la ricercatezza verbale dello zirlio dei grilli, si chiude con la nota maliconica riferita al paesetto lucano che nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi. Non dimentichiamo che per proseguire gli studi Rocco dovette abbandonare il paese d’origine Tricarico per trasferirsi a Sicignano degli Aburni a studiare al Collegio dei Padri Cappuccini, questa sua prima poesia esprime la compassione per il disfacimento del paese e il senso di sradicamento dalla propria terra alla quale egli rimase legato per tutta la vita.

Gli anni del liceo classico e l’avvio degli studi in giurisprudenza furono determinanti per la formazione della sue idee e l’emersione della passione sindacale e politica. La sensibilità alle problematiche della società contadina e più in generale per le condizioni degli umili, sfruttati e oppressi, furono all’origine un portato educativo dei genitori, entrambi erano artigiani, l’uno calzolaio, l’altra sarta. La madre però sapeva scrivere e si prestava a fare da scrivano anche agli abitanti del paese. ll padre era una figura di riferimento e di saggezza che sensibilizzò Rocco sullo stato di miseria e sfruttamento in cui vivevano i braccianti del Sud. Rocco era in sostanza un figlio della cultura contadina della sua terra, nato da essa e quindi promanante dall’interno, la conosceva e ne aveva a cuore le problematiche. Una volta giunta a compimento la sua maturazione ideologica, dopo l’incontro con Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, l’iscrizione a partito socialista e l’attivismo sindacale, egli maturò anche la consapevolezza degli strumenti che potevano essere utilizzati per affermare i bisogni popolari ed ottenerne tutela: azione e parola. La cultura è azione, ma soprattutto vita. La parola il veicolo indispensabile col quale comunicare, con le parole è possibile richiedere ciò che concretamente si desidera. Diversamente dalle idee di Rossi Doria che rimarcava l’immobilismo, il culto della memoria e il paganesimo degli abitanti del meridione, da intendersi come incapacità ad essere cittadini, cioè di riconoscere la “deità” dello Stato, Rocco percepiva le istanze di riscatto, la fierezza, le contraddizioni di un mondo che interpretava dal di dentro conoscendolo prodondamente, volendo mantenerlo, quasi cristallizzandolo, per salvarne l’intrinseca bontà, pur nel miglioramento necessario delle condizioni di vita.

L’attenzione al mondo popolare, il linguaggio volutamente diretto e semplice, nonostante Scotellaro fosse un colto intellettuale, un dettato refrattario alla retorica, incline piuttosto a testimoniare con l’evidenza della realtà i fatti e le istanze sociali, inquadrano l’opera di Rocco Scotellaro nella corrente neorealista del secondo dopoguerrra. Per gli scrittori appartenenti a questa corrente la letteratura diventa mezzo d’espressione del bisogno di riscatto e rinascita del popolo, dell’esigenza di affermazione di una cultura pacifista e democratica in contrapposizione a quella fascista.

Era inevitabile che tanto entusiasmo trovasse espressione nei testi del poeta Scotellaro. L’impegno civile incarnato nel poeta, a sua volta s’incarna nel corpo poetico. Le passione riverbera nelle poesie infuocate di lotta e rivolta, dove i deboli sono “morti ammazzati”, gli sfruttati le vittime, i padroni sono, senza mezzi termini, gli sfruttatori, gli amici sono compagni, la falce strumento d’uso dei campi e simbolo di azione politica. La cifra stilistica prevalente di Rocco è descrittiva della natura, sia come succedersi di stagioni e di albe/tramonti, notte/giorno, sia per la frequente menzione di piante e fauna della campagna. Frequente la narrazione di scene agresti e paesane, di vita dei borghi, nella contrapposizione tra duro lavoro dei campi e feste, fiere, mercati, le vesti colorate delle donne, le occasioni di incontro e gioia.

Centrale la figura femminile, forte, consolatoria, rilevanti gli affetti. Non mancano naturalmente l’amore, – sensuale e persino erotico – la morte, il senso di scoramento, la malinconia, la tristezza, l’amicizia, la fatica del vivere e dell’agire. Dopo l’ingiusta vicenda giudiziaria che colpì il poeta egli lasciò Tricarico per andare ad abitare a Portici, nelle poesie di questo periodo i toni si fanno meno accesi e più addolorati. L’affetto speciale che in questi ultimi tre anni gli fu di conforto è con la poetessa Amelia Rosselli, che egli ammirava grandemente.

Nelle poesie che Rocco scrisse a Portici la delusione per il tradimento subito dagli uomini spingono i testi verso un maggiore lirismo e talvolta si sente aleggiare il senso della fine. Ad esempio nella poesia “A Portici” riportata più sotto, ciò si percepisce sia per il ricorso al lemma resurrezione, riferibile tanto a un risveglio da un sonno pesante simile alla morte, che al presentimento di una “resurrezione” post mortem di senso cristiano, sia nel rimarcare la materialità del corpo come a dirne anche la mortalità, la corruttibilità. Sono nota “bucolica” i cavolfiori del carretto che viene da Scafati, nota bucolica che non appare più tanto come vena nostalgica o pittorica che anela alla campagna, quanto a constatare prosaicamente che le taglia la ruota del carretto. I cavolfiori sembrano un insolito omaggio orto-floreale ad una decapitazione.

Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

Vento fila (1944)

A me questa notte
non darà pace:
sono stato scontroso con gli uomini,
sono giù di morale,
il cuore mulinato da rimorsi.
La lampada spesso si smorza.
Fiocca nei vicoli sugli stracci,
la campagna sola.
Vento fila nei baratri
delle lunghe stradette.
Giù nella Rabata*,
chiuse le stentate
porte dei sottani,
e non verranno.
Non verranno i compagni
sotto alla finestra
a suonarmi la canzone di rampogna
questa notte
violenta di Carnevale.

*il centro storico arabo di Tricarico

(1944)

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell’inverno.

Festa alla stazione (1944)

Voci rauche, al sommo dell’estate,
e cortei con stendardi
dei vicini borghi.
Così i prati e così
variopinte le donne.
C’è la trombetta foriera di sussulto
battono i tacchi la terra
e le anime pie son ebbre
e il treno rugge
la gran fiera borbotta
di ragli abbrividenti
le farfalle fan stormo
sull’erbe gialle,
è lungo nel fiume
il lamento del rospo.

Il sole viene dopo (1950)

Sono nate le viole nei tuoi occhi
e una luce viva che prima non era,
se non tornavo quale primavera
accendeva le gemme solitarie?
Vestiti all’alba, amore, l’aria ti accoglie,
il sole viene dopo, tu sei pronta.

A Portici (1952)

Nella resurrezione ogni mattina
portano il tuo nome e il tuo corpo
sopra un ciuffo di canti di gallo,
che le taglia la ruota del carretto,
il carretto che viene da Scafati
a portare cavolfiori ai mercati.

Il porto del Granatello (1953)

L’ondata che viene è furiosa
com’è dolorosa quella che m’abbandona.
Amore che vieni e che vai
che apri la mia bocca e la chiudi,
oggi è secco il mio cuore.
Pescatore
che ti muovi alla festa del vento
la pesca non è ricca
se povero è l’amore.

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Più voci per un poeta: Rocco Scotellaro. Nel centenario della nascita

19 mercoledì Apr 2023

Posted by Loredana Semantica in Più voci per un poeta

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illustrazioni, Loredana Semantica, Poesie, Rocco Scotellaro

Nel 1923, il 19 aprile di cento anni fa, a Tricarico in provincia di Matera nasceva Rocco Scotellaro. Poeta, politico e scrittore italiano. Appena trent’anni dopo Rocco sarebbe morto per un infarto, ma certo la sua non può dirsi una vita sprecata.
Nato da una famiglia di umili origini, il padre calzolaio, la madre sarta, fu indirizzato dalla famiglia agli studi, essendo versato in letteratura, s’iscrisse al Liceo Classico presso i Padri Cappuccini e per permettergli di proseguire gli studi tutta la famiglia si trasferì a Sicignano degli Aburni, in Campania.
Trento, Tivoli, Potenza, Napoli, Bari, Cava dei Tirreni sono città dove ha lo hanno portato i suoi viaggi per l’Italia per studio e lavoro. Al termine del Liceo intraprese gli studi di Giurisprudenza alla Facoltà la Sapienza di Roma, ma in lui si accese la passione politica e, senza giungere a laurearsi, decise di impegnarsi attivamente, iscrivendosi al Comitato di liberazione nazionale prima e successivamente al PSI.
La morte del padre lo induce a ritornare a Tricarico, in Basilicata, o per meglio dire in Lucania, come la Regione si è chiamata fino al 1947. Rocco aveva intuito l’esigenza che per risollevare le situazione l’Italia postbellica si doveva operare nelle realtà locali rurali con una visione chiara di progresso democratico e istituzionale. Egli era sensibile alle problematiche della sua gente così provata dalla miseria, dalla guerra e dall’inattività delle istituzioni, con particolare attenzione al mondo contadino, afflitto da sfruttamento, caporalato impietoso, carenze igienico sanitarie e povertà, mali che ben conosceva essendo stato sensibilizzato dal padre e dallo svolgimento di un’intensa attività sindacale e poi perchè sentiva di provenire da quell’ambiente, tant’è che viene spesso definito “il poeta contadino”.
Nel 1946, a soli 23 anni, diventa sindaco di Tricarico nel partito del Fronte Popolare Repubblicano, nato dalla fusione di PSI e PCI. Conobbe nello stesso anno Carlo Levi, pittore e antifascita, e Manlio Rossi Doria, politico ed economista. Levi a detta dello stesso Scotellaro fu il suo mentore e promotore. In una breve ma dinamica gestione da sindato, Rocco Scotellaro dotò Tricarico di una scuola aperta a tutti – perché i cittadini non dovessero spostarsi per studiare, come lui era stato costretto a fare – istituì le consulte locali per dare voce democratica al volere dei braccianti agricoli, s’impegnò a tutelare il loro diritto a coltivare la propria terra e impedire lo sfruttamento del loro lavoro da parte dei grandi proprietari terrieri. Si mosse anche sul fronte dell’occupazione delle terre, movimento che portò alla riforma agraria sul latifondo del 1950. Nel 1947 Rocco Scotellaro fece aprire a Tricarico, che ne era sprovvista, l’Ospedale civico.
Il suo grande spirito d’iniziativa disturbò evidentemente gli avversari, perchè dal 1948 al 1950, Scotellaro affrontò una traversia giudiziaria. Tutto ebbe inizio con una denuncia anonima e il rapporto di un funzionario di polizia giudiziaria, a seguito dei quali fu accusato di truffa, concussione e associazione a delinquere. L’accusa sembrava a Rocco talmente inverosimile che l’affrontò con una certa leggerezza. Per 45 giorni subì anche la reclusione nel carcere di Matera. Il procedimento si concluse in appello con assoluzione per non aver commesso il fatto, quindi con formula di piena, ma la vita di Rocco ne fu segnata. Abbandonò la politica nello scoramento che prende i sognatori delusi, senza mai cessare la sua dedizione alla Lucania, s’impegnò maggiormente sul fronte letterario. Appena uscito dal carcere si recò a Venezia, dove conobbe Amelia Rosselli, con la quale intrattenne un intenso rapporto di amicizia durato fino alla morte di lui, avvenuto appena tre anni anni dopo. Amelia Rosselli alla sua morte gli dedicò un’accorata “Cantilena, raccolta di poesie per Rocco Scoltellaro”. Una di queste.

Rocco vestito di perla

come il grigiore dei colli vicino al tuo paese

mostrami la via che conduce

non so dove

(Amelia Rosselli)


Rocco fu anche poeta e scrittore. Cominciò a scrivere appena adolescente, del 1940 la sua prima poesia, tra il 1948 e il 1953 pubblicò poesie e racconti sulla rivista “Botteghe oscure”. Scrisse il romanzo “L’uva puttanella”, in gran parte autobiografico, rimasto incompiuto, un’ opera teatrale e svolse un’inchiesta sui “Contadini del Sud”, per incarico di Einaudi, anch’essa rimasta incompiuta per la morte sopraggiunta.

Per sintetizzare lo spirito dei suoi ideali, della sua azione politica e sociologica bastano le sue centrate parole stralciate dalla lettera di presentazione diretta a Luciano Erba con la richiesta di pubblicare sue poesie su “Quarta generazione”. Le poesie furono pubblicate nel 1954 postume, come del resto gran parte della sua produzione.

“Politicamente ho fiducia che cessi la indegna e mortifera divisione del mondo perché l’umanità posa curarsi dei suoi mali: la povertà economica e il decadimento culturale“. (Rocco Scotellaro)

Le sue opere

“È fatto giorno” Mondadori
“Contadini del Sud”, Laterza
“L’uva puttanella” Laterza
“Uno si distrae al bivio” Basilicata
“Margherite e rosolacci” Mondadori
“Giovani soli” Basilicata
“Lettere a Tommaso Pedio” Osanna
“Scuole di Basilicata” RCE
“Tutte le poesie (1940-1953)” Mondadori
“Il prezzo della libertà. Lettere da Portici” Edizioni Giannatelli
“Poesie” RCE
“Tutte le opere” Mondadori

Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

In autunno (1940)

Trasvolano le rondini
i mari e i deserti,
a una dimora certa
lontana tendono,
all’orizzonte forse,
dove sempre il sole
cade in sera.

Lucania (1940)

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano

Traguardo (1941)


Sconfinati deserti
io mi figuro.
Cammino e cammino
ansante
sfinito.
Desolato
la voce sola mi resta.
Una sillaba sola
l’eco non ripete
del mio grido.
Avanzo m’abbatto
mi levo.
In un baleno improvviso
un traguardo ravviso.
E un tuono rimbomba al mio grido.

(1948)

È già notte qui nei valloni
è già notte per le campagne
marine.
Dai paesi corrono piccole
nuvole di fumo verso il cielo.
Continua la vita nel gelo.
L’anima è questo respiro
che ci riempie e ci vuota.
E occorre guardarsi indietro
a vedere il giorno
dove corre.
Corre di fronte
alle luci accese dei pali
dove il Vulture adesso
si vede
sullo specchio rosso
di ponente…
Perché l’ombra è già
morta sui pini.

Al sopportico delle Api il primo amore (1948)

Al sopportico delle Api
affisse ai muri le nostre iniziali
col colore della paglia bruciata.
L’amore nostro crebbe qui
nella stalla vicina.
E io vederti sorgere tenera ombra,
misuravo le parole tue calde
cercandoti le labbra con le dita.
Ombre di noi che siamo in fuga
si allungano, scompaiono
quando la lucerna del mulattiere
mette fremito alle bestie per la biada.

La mia bella Patria (1949)

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Campagna (1949)

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

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Emilio Capaccio traduce Marsden Hartley

06 giovedì Gen 2022

Posted by emiliocapaccio in Idiomatiche, LETTERATURA, Poesie

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Emilio Capaccio, Marsden Hartley, Poesie, TRADUZIONI

Torno a meditare sempre sull’idea della vita,
mentre medito perennemente sull’esistenza del momento.

M. H.

Marsden Hartley

Poesie di Marsden Hartley (1817-1943). Traduzione di Emilio Capaccio

VENDITORE DI PESCE

Ho preso le squame
dalle guance della luna.
Ho fatto le pinne dalle ali della ghiandaia,
gli occhi dai susini nell’ombra.
Ho preso i vermigli dalle labbra del sole.
Da tutto questo ho fatto nascere un pesce nel cielo,
l’ho messo a nuotare per te in un azzurro d’ottobre.
Siedo sulla riva del ruscello e osservo
il prato in visibilio
mentre volge in oro cinerino.
Sono sempre belli i pesci
che vengono a te dall’arcobaleno.
Perché sono stati creati,
perché li ho messi
a nuotare?

FISHMONGER

I have taken scales from off
the cheeks of the moon.
I have made fins from bluejays’ wings,
I have made eyes from damsons in the shadow.
I have taken flushes from the peachlips in the sun.
From all these I have made a fish of heaven for you,
set it swimming on a young October sky.
I sit on the bank of the stream and watch
the grasses in amazement
as they turn to ashy gold.
Are the fishes from the rainbow
still beautiful to you,
for whom they are made,
for whom I have set them,
swimming?

UCCELLI CANORI

Cento uccelli canori al più vicino squarcio dolorante,
sembrava amassero il suo dolore
empito d’iper iconica spogliatezza.
Non m’attendevo sì strabiliante opulenza
d’appressarsi a me celata col far del giorno,
benché la mane sia il momento e la primavera
il modo in cui sa esser migliore l’amore.

Attraverso il fogliame un bruciante
impeto d’ali dorate, leste, vorticose.
Tutti gli uccelli canori del mondo son venuti
a me, e son in me viventi
Io solo fresco ricetto e umile ombra ho dato,
alle mie foglie premute da eccessivo sole.

Ho detto che son venuti cento uccelli canori
per me,
e ora che chiaro m’è tutto, quelli che son stati,
che son stati davvero vicino,
son due solo, o tre,
Ma come m’hanno preso.

WARBLERS

An hundred warblers in the nearest aching gap,
it seems as though it loved its aching
filled with hyper-ikonistic misery.
I did not expect such staggering wealth
to come to me by dawn-delivered stealth,
though morning is the time and spring
the way love knows of its best being.

All through the leaves a burning
rush of gilded, swift, whirling wing.
All warblers of the world have come
to me, and are in me living
I only cool retreat and humble shade giving,
my leaves with excess of sun trampled.

I said an hundred warblers came
to me,
and now that I am clear, what it
was, was very near
it was but two, or three,
But how they fastened me.

L’AQUILA NON VUOLE AMICI

L’aquila non vuole amici,
impiega i suoi pensieri per altri fini –
ha i suoi cerchi da iscrivere
a dodicimila piedi da dove
i pesci setacciano il mare,
trova il suo conforto nell’illesa
immensità,
dove pensano le aquile non c’è bisogno
d’essere soli –
Nell’isolamento
c’è un profondo senso di casa.

THE EAGLE WANTS NO FRIENDS

The eagle wants no friends,
employs his thoughts to other ends –
he has his circles to inscribe
twelve thousand feet from where
the fishes comb the sea,
he finds his solace in unscathed
immensity,
where eagles think, there is no need
of being lonesome –
In isolation
is a deep revealing sense
of home.

FIDUCIA

“Avremo il sole ora”.
dicevano i tremuli gabbiani
“Abbiamo percorso la gamma del mare tuonante,
uno per uno, uno per uno,
e sebbene l’onda sia piena di pane
un’ala è spesso sfinita dai tendini
d’una cosa così varia e vasta;
facciamo la nostra geodetica sorveglianza,
perché le aringhe sono una cosa splendente,
una forma di lucente immaginazione,
una grandiosa circostanza.
Il brivido d’una foglia di frassino e di pino
fa altra musica per la determinazione d’un giorno,
anche i gabbiani amano la forma delle rose
prima che il giorno muoia.”

CONFIDENCE

“We’ll have the sun now,”
the quaking sea gulls said.
“We’ve run the gamut of the thundering sea,
one by one one by one,
and though the wave is full of bread
a wing is often tendon-weary
of a thing so varied-vast;
we do our geodetic surveillance,
for herring are a shining thing,
a shape of sleek imagining,
a pretty circumstance.
The shiver of an ash leaf and of pine
makes other music for a day’s determining,
even sea gulls love the shape of roses
ere day closes.”

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Intervista a Irene Ester Leo: Fuoco bianco

16 lunedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Fuoco bianco, Irene Ester Leo, Poesie

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni. La Redazione ringrazia Irene Ester Leo per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fuoco bianco (Capire Edizioni, CartaCanta < I Passatori, collana a cura di Davide Rondoni, 2019.)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Attraverso la lettura. Ricordo la bambina curiosa di un tempo affamata di parole, pagine, mondi interi, non necessariamente poesia, ma anche narrativa, che crescendo ha affinato lo sguardo in questa maniera. L’amore per la scrittura, come emblema universale non individualista, nasce da lì. Poi ha trovato un tratto d’unione tra ”quel mondo” letto nelle pagine degli altri e quello che intercettavo in me e scalciava in parole e versi, ed ho cominciato a scrivere mescolando in maniera sinestetica ogni cosa.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Rainer Maria Rilke per la luce azzurra, Eugenio Montale per la musica della disarmonia, Cesare Pavese per la bellezza del dolore, Paul Celan per la  polisemia acuminata,  Mario Luzi per la  necessità di vita al quadrato, Davide Rondoni per la libertà del suo respiro poetico, Cristina Campo per la precisione chirurgica delle parole, Michail Bulgakov per l’intensità della  narrazione, Claudia Ruggeri per l’antitesi forte e lucente tra vita e morte,  Giacomo Leopardi  per il contrappunto lunare della sua speranza. Questi i nomi che mi stanno particolarmente a cuore per ragioni differenti, ma potrei elencarne molti altri. Però al di là di quello che può essere un semplice elenco cerco il barbaglio e lo schiocco, qualcosa di simile ad un risveglio, quell’aura che è propria dei maestri, che non mira ad ”insegnare” ma a rimescolare tutte le certezze consone, a spezzarti e poi ricomporti come se fossi di fronte allo stesso orizzonte di ieri, ma oggi con occhi più grandi.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

“Madame Bovary c’est moi”. Inevitabilmente la componente autobiografica calibra l’altezza dell’osservazione, quello della scrittura è un percorso che richiede presenza umana, il solo esercizio estetico mi interessa davvero poco, perchè poi serve a poco. La scrittura per me è selvatica per nulla addomesticabile, come tale nasce in frangenti spesso strani, ma fatti di realtà e del suo contrario. I luoghi che vivo sono geografie, i luoghi che amo sono persone.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

Il fuoco bianco è quello degli inizi, dell’attimo prima di. La pagina attende il fuoco nero della parola, l’ispirazione aleggia in controluce e brucia, così come la presenza dell’Assoluto prima che la parola potesse dar Lui un nome, secondo la Cabala. C’è qualcosa di vivo che chiede ossigeno per la sua combustione. Questa pubblicazione ha cominciato a scalciare e gemmare prima della nascita di mia figlia e poi in parallelo come lei in me, è diventata più vicina, reale. Ed aggiungo rivista, spezzata, rivissuta, riscritta, fino al risultato finale che sfoglio tra le dita. Ora mia figlia ha quattro anni, questi versi sono il risultato di sei, sfidando la dolcezza e il nero del mondo, ricomponendo poi il fuoco e la rosa, di T. S. Eliot, citato da Davide Rondoni nell’introduzione al testo.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Me lo sapranno dire i lettori in un secondo momento. Mi limito a consegnarla alla realtà della poesia contemporanea, senza maschere o congetture. Ho un desiderio, che non ha nulla a che vedere con il senso dell’ambizione, che qualcosa resti. Oltre me.

6.Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Immaginiamo una galleria d’arte. Quadri illuminati dalla luce naturale, sculture e fotografie. Ognuna di queste opere ha in sé il fulcro di un attimo ispirato. Ogni poesia è frutto di una visione, di quell’attimo. Quindi mille scintille, che hanno innescato “quel” fuoco (bianco) condensato in un viaggio di carta. “Naturalmente come le foglie vengono ad un albero” per citare Keats che è in epigrafe nell’antefatto del libro.

7.Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Come ho accennato, è il frutto di anni, un tempo necessario. Senza fretta: che è una cosa che conta se si vuole avanzare o farne tesoro  per la crescita personale, che scava, leva, attraverso le parole ti dice: ascoltati e poi fai cadere la tua pelle, resta in contatto con l’altro, senza difese.

8. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’ho subito amata, mi ricorda le donne di Dante Gabriel Rossetti, nella vaghezza dolce del sembiante. E poi le dita che fiammano, gli occhi chiusi volti all’interiorità, elegante, iconica, secondo me perfetta per il contenuto che rappresenta. Mi è stata proposta dall’editore. L’artista è Elena Miele, che l’ha realizzata appositamente, la cui sensibilità interpretativa è unica, e non posso che essere grata.

9. Come hai trovato un editore?

In realtà non ho cercato un editore, ma un confronto. Davide Rondoni che ho citato su per l’introduzione e che cura appunto questa collana poetica (I Passatori) ha letto ed ha apprezzato i miei versi, ed è stato testimone diretto dell’evoluzione di questo lavoro. Mi sono confrontata in merito spesso con lui, (accostarsi con umiltà ai Maestri è salutare, sia per lo stile e soprattutto per l’anima) e da qui siamo giunti poi in un secondo momento alla proposta vera e propria di pubblicazione con Capire Edizioni, Carta Canta. Renzo Casadei, direttore editoriale che dirige questa splendida realtà indipendente, si è mostrato entusiasta di questo progetto. Tutto quindi nasce da una base solida fatta di incontro, persone, umanità, bellezza, spessore.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Mentirei se dicessi che ho scritto queste poesie indirizzandole mentalmente ad un pubblico specifico. Ci si incontra su di un filo rosso comune. Unico canone indispensabile, presumo, l’amore per la poesia.

11.In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Il libro è fresco di stampa, esordiremo a breve con le presentazioni, gli incontri con i lettori, mescolando in maniera ibrida, musica, parole, multimedialità, attraverso canali convenzionali e non, cercando sempre di far rete. Intanto saremo presenti a Roma alla fiera nazionale della piccola e media editoria:“Più libri più liberi” per dicembre e a gennaio al Fondo Verri di Lecce.

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?

La bambina immagina l’amore

dalla finestra chiama l’aria d’oro,

fiorisce una farfalla e non resta.

Gli occhi rompono piano la visione,

la vita nei suoi pezzi ha radici,

e le radici nascono e fanno nuovi alberi

e la primavera verdi tremori.

La marcia dei risvegli

ha suono e gambe umane,

è dolce nei tuoi sguardi.

Chi non si è perso non possiede

la curva del cielo.

Siamo a pagina 19, è la poesia che apre la prima parte del libro. Ma preferisco tacere sui motivi della scelta, lascio al lettore la grazia del mistero e della scoperta.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Dipende dalle priorità da assumere nelle aspettative che sono molto chiare in me: lasciare qualcosa, un odore, una piccola emozione, un indizio, auspicarsi che ogni cosa diventi ”esperienza di chi legge”.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

E’ la domanda che mi rivolgo ogni volta che scrivo un verso, che pubblico un libro, che mi innamoro di una poesia, e che muovo sulla voce di Nietzsche: “perché questo impulso verso il vero e il reale, perché questo batticuore fosco e impetuoso insegue proprio me” ?

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in mente delle idee, progetti in fase embrionale, sperimentazioni poetiche, magari anche abbracciando la storia dell’arte, materia dei miei studi accademici. Ma come sempre lascio fare al tempo, mi affido alla naturalità delle cose, ai plurali, alla reciprocità della disciplina umana.

Irene Ester Leo

Irene Ester Leo(1980) Laureata in storia dell’arte, critico d’arte e letterario. Ha pubblicato: “Canto Blues alla deriva” Besa 2007; “Sudapest” Besa 2009; ‘Io innalzo fiammiferi” con prefazione di Antonella Anedda, Lietocolle (Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata I^ Edizione 2010  primo classificato) 2010; Una terra che nessuno ha mai detto” con prefazione di Andrea Leone, Edizioni della Sera 2010; ”Cielo” con prefazione di Davide Rondoni, La Vita Felice 2012 (Premio Laurentum 2012  libro edito di Poesia secondo classificato). Nel 2007 ha ricevuto dal Teatro di Musica e Poesia “L’Arciliuto”di Roma un riconoscimento di merito e nel 2019 presso il concorso letterario ” Inedito” di Torino un menzione d’onore. I suoi versi sono stati tradotti in lingua spagnola, per l’America Latina, e in inglese su riviste internazionali.

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Intervista ad Alessandro Porto: A Regular Poem

09 lunedì Dic 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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A Regular Poem, Alessandro Porto, Poesie

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Alessandro Porto per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: A Regular Poem (Ananke Lab, 2019).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

La mia pubblicazione? Un poema, una cosmogonia. Un uomo si innamora di una prostituta e nel tentativo di farla sua moglie si perde a Milano, dove gli capitano assurdi incontri ed esperienze estranianti: orge, sbronze, risse, rapimenti. Durante il viaggio, però, si evolve: la sua metamorfosi si conclude nella sua trasformazione nell’Oltreuomo nietzschiano. Diciamo che è il racconto del passaggio da uomo a Oltreuomo. La cosa strana è che un racconto perfetto per un romanzo si trovi scritto in poesia, nel 2019. Pare una follia, un suicidio editoriale, ma non poteva essere altrimenti. A Regular Poem è il racconto dell’umano che diventa dio, che plasma il cosmo, che crea la realtà. Solo la poesia, con i suoi ritmi e le sue suggestioni, poteva suggerire questa magia.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo che tutto ciò che viene prodotto in una determinata epoca e circostanza non può che essere necessario, in senso stretto. L’arte, credo, nasce da una pulsione collettiva che s’incanala in una mano a nome di più spiriti; solo ciò che viene fabbricato per narcisismo o interesse economico risulterà inutile al panorama letterario. Nel caso di A Regular Poem, be’, si tratta di un poema. Nasce dalla mia necessità di scriverlo, io ne avevo bisogno, lo sentivo, da sempre. Necessitavo di una poesia che divenisse discorso, che si guardasse, dipanasse, fluisse, come di fatto succede tra i canti di ciò che ho scritto. Se un ragazzo di vent’anni sente il bisogno fisiologico di scrivere un poema, evidentemente un qualche scopo, una qualche utilità, in un simile elaborato vi deve pur essere.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

Ho sempre, sempre, immaginato di scrivere un poema. La prima volta che tentai di comporne uno avevo undici anni. Ritentai a quindici anni e poi a diciassette. A diciannove anni finalmente capii come sarebbe dovuto essere. Quando ero bambino una pulsione mi sussurrava di scrivere un poema e nella mia innocenza tentavo di farlo con gli strumenti a mia disposizione. Crescendo e imparando l’arte del verso provai a modellare la mia intuizione su forme più o meno conosciute, ricalcando la Divina Commedia o i poemi classici. A maggio 2018, per puro caso, mi sedetti a scrivere un proemio, anzi, la parodia dei proemi classici, e apparve Romeo, il protagonista, con la sua storia. Da lì lavorai ininterrottamente per un anno. Iniziai convinto di scrivere una parodia e mi ritrovai tra le mani qualcosa di completamente diverso. Avevo capito che nel mondo di oggi un poema non poteva che aprirsi in maniera tragicomica e disillusa, parodistica: questo è il nostro mondo. Mentre Romeo navigava tra i canti del mio poema, però, diventava una persona differente. Cambiava e con lui cambiava lo stile di quello che stavo scrivendo. Il mio protagonista, nel tentativo di dare un senso al mondo moderno, creava il mondo, gli ridava ordine e significato. Di conseguenza il mio poema prendeva il volo, smetteva di essere un giochino letterario e diventava un poema epico, un testo di marmo. Questa la base, la nascita, l’ispirazione. Tra questo primo parto e la pubblicazione ci sono una decina di mani di sistemazione stilistica, metrica e linguistica.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

La copertina è stata realizzata da Giulia Mezzadri, la grafica della mia casa editrice, Ananke LAB. L’idea principale era quella di raffigurare un uomo che puntasse alle stelle, per suggerire l’idea di Oltreuomo, assalto al cielo, resurrezione. Io avevo pensato ad una figura dai tratti rapidi, intricati, abbozzati, come in uno schizzo di Klimt, ma l’editrice, Elisa Santini, preferiva qualcosa più in linea con l’estetica della casa editrice. Dall’incontro tra le nostre due idee è nata la magnifica figuretta di Giulia Mezzadri, quest’uomo bianco e oro che indica una stella.

5. Come hai trovato un editore?

Ho trovato un editore grazie al concorso Parole Aperte – X-Factor Letterario, organizzato dall’Associazione Hemingway & Co. e ideato da Dario Lessa. Un concorso che ha ospitato in giuria personaggi del giornalismo e dello spettacolo, tra cui Massimiliano Rossin, Aldo Baglio, Giancarlo Bozzo e molti altri ancora. In palio c’era il contratto editoriale con Ananke LAB. Il concorso consisteva in una lettura pubblica dei propri testi, durante le tre fasi eliminatorie. Essendo la poesia performativa il mio forte, ho pensato di iscrivermi e in effetti è andata bene.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

All’umanità, con particolare attenzione per quella futura. È un testo a torta, stratificato. Chiunque può leggerlo e divertirsi o emozionarsi con la semplice storia, con il racconto di Romeo e con le storie dei personaggi che incontra. Un pubblico più colto potrà poi cogliere le innumerevoli citazioni, tanto dal mondo dell’arte quanto dalla cultura pop, e riflettere sulla filosofia di fondo che permea il poema. Infine, per esperti di letteratura e poesia, A Regular Poem risulterà un vero e proprio studio di metrica e poetica, in cui ai canti iniziali, caratterizzati dal verso libero e sciolto, tipico dei nostri tempi, seguono canti che riprendono tutte le forme metriche della tradizione poetica italiana per approdare poi a quella neoritmica che si sente sempre più spesso nei Poetry Slam e nella poesia orale. Insomma, il mio poema è letto con gusto tanto dai miei coetanei (ho vent’anni) quanto dagli adulti e gli sfegatati lettori. Quando i contenuti del mio poema saranno più in sintonia con la cultura del tempo, sono certo che A Regular Poem sarà ancor più apprezzato.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

In molti modi. In primis faccio moltissimi eventi, dai Poetry Slam alle letture, dagli show di poesia performativa ai firmacopie nelle librerie. Sono uno strenuo sostenitore della necessità di riportare la poesia nelle piazze, di renderla ascoltabile, declamabile, apprezzabile come musica, per questo amo esibirmi in locali e teatri. Essere molto presente in questo ambito sta portando al mio scritto non poca pubblicità. C’è poi la dimensione socialnetwork, che fosse per me passerebbe in secondo piano, ma è anche vero che molte persone che mi seguono e conoscono solo in virtuale, magari perché distanti, hanno poi realmente acquistato il libro. Infine, essendo anche sceneggiatore e regista, ho pensato di promuovere il libro tramite una sua trasposizione teatrale. Lo spettacolo si terrà il 16 maggio a Binario 7, Monza, grazie ai finanziamenti di La Casa della Poesia di Monza, che ha da subito sostenuto la scrittura del poema. Ho riscritto l’intero testo per adattarlo alla performance teatrale e il risultato pare davvero interessante, credo possa funzionare. Sarà la prima volta che usufruirò di uno dei teatri più importanti della mia città, perciò è per me e per il libro un’occasione non da poco. Confido negli attori con cui sto lavorando, tutti ragazzi davvero bravissimi e talentuosi, un gruppo giovane ed energico, l’ideale per mettere in scena le vicende di Romeo-Zarathustra.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Più riuscito non saprei. Ogni canto è così diverso dagli altri che ognuno di essi pare riuscito e compiuto nel proprio stile e posizione. Allo stesso modo, essendo stato per me questo libro l’esito di una ricerca personale, non ho passi ai quali sia più legato rispetto ad altri. Dovendo citare però qualche verso, credo che i seguenti siano significati:

“La luce, capivo, non me ne facevo niente,

ora che la mia mente se ne stava sveglia e sgombra;

splendevo nel nulla.

Splendevo nell’ombra.”

-A Regular Poem, Canto XXII-

Li cito, perché sono forse una delle rappresentazioni più intime dell’essenza del poema e del suo significato. L’idea di rifiutare ogni luce esterna, ogni finta salvezza, ogni promessa di ricchezza e conquistarsi personalmente il proprio posto nell’universo. Intendo, l’ideale del brillare: viviamo in un cosmo buio e vuoto, siamo sabbia sospesa nel nulla, siamo noi contro al niente più assoluto; dobbiamo splendere così intensamente da soppiantare l’Abisso e diventare il centro, il senso dell’universo intero.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non mi aspetto nulla, le aspettative intaccano il normale fluire delle cose. Non potrei dire di aspettarmi che sopravviva, essendo per sua natura non mortale e al contempo non posso aspettarmi diventi un bestseller, così, su due piedi. È un libro che medita e crea nascosto, che brucia piano le vecchie filosofie che lo circondano. Diventerà una stella, con il tempo che gli è necessario a immagazzinare combustibile. Non prima, non ora. L’unica cosa che mi auguro è che il suo valore venga riconosciuto da chi lo ha tra le mani, esattamente come ho fatto io, ma questo, in effetti, sta già accadendo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Mi chiederei: -Credevi che saresti mai riuscito a scrivere qualcosa del genere?- E mi risponderei di no. La mia produzione è sempre stata frammentaria, sconnessa, a tratti ambigua. Per la prima volta ho scritto qualcosa con una propria coerenza, con un’architettura precisa e meditata, con una formula specifica. Poi che il poema sia comunque pervaso da un senso di inconsistenza della realtà e da un continuo ribaltamento di prospettive sul mondo, questo è un altro discorso. Diciamo che è omogeneo e sensato nella sua eterogeneità e vacuità ontologica.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà non ho in cantiere nulla. Sono completamente assorbito dalla promozione del poema e dalla sua continua limatura. Non riesco a lasciarlo andare. In A Regular Poem ho versato tutte le mie capacità, tutte le mie esperienze, tutta la mia poetica e tutta la mia ispirazione. Ho bisogno di qualche tempo, non so quanto, per recuperare le energie perdute. Eccetto le cose che sto scrivendo per lavoro (articoli, racconti, spettacoli, ecc.) e qualche poesiucola di quando in quando, non sto lavorando a nulla di nuovo. Ho travasato in un solo libro vent’anni di percorso artistico, personale e spirituale, dopo un anno di scrittura e riscrittura dell’opera. Ora non ho le forze per fare nient’altro. Meglio così, ho più tempo per leggere e studiare. Non escludo che A Regular Poem possa un giorno far parte di un trittico di poemi. Vedremo.

Alessandro Porto

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Intervista a Gabriele Galloni: L’estate del mondo

25 lunedì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Gabriele Galloni, L'estate del mondo, Poesie

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Gabriele Galloni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: L’estate del mondo (Saya Edizioni, 2019)

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho sempre scritto. Ma in prosa, principalmente. La poesia è venuta dopo; e ha preso il sopravvento. Era il 2012; all’epoca pubblicavo raccontini su uno di quei siti per scrittori emergenti, siti aperti a tutti, senza restrizioni. Un giorno scrissi un testo che non era né prosa né, per la forma, poesia. Me lo respinsero – primo e unico caso in quel sito. Decisi così di frammentare quel testo in versi, dandogli l’apparenza di una poesia. Una schifezza rara. All’epoca ignoravo, naturalmente, le sottigliezze del verso, la musicalità.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Paul Jean Toulet in primis. È un poeta appartenente al simbolismo minore; ha avuto poca fortuna, qui in Italia, benché tradotto sia da Bufalino che dalla Spaziani: non certo gli ultimi arrivati. Altri riferimenti non saprei dire. Sono arrivato a un punto in cui faccio riferimento solo e unicamente alla mia poesia. Non è immodestia, ma un dato di fatto. Ho amato e amo Savinio, Landolfi, Frederick Rolfe; e poi tutta la poesia primonovecentesca italiana, dai minimi ai pesi massimi come Gozzano.

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Per lungo tempo ho creduto che l’autobiografia non dovesse c’entrare nulla con la letteratura. In questo ultimo periodo mi sto ricredendo. Il mio ultimo libro, “L’estate del mondo”, appena edito da Saya Edizioni, è interamente autobiografico. Non voglio dire che tutto ciò che vi è raccontato sia realmente avvenuto; ma buona parte sì – trasfigurato, sognato, immaginato daccapo.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“L’estate del mondo” è il mio personale atlante emotivo; c’è il quartiere in cui sono nato, il Trullo, la Portuense; la costa laziale che va da Civitavecchia a Nettuno. I luoghi della mia infanzia e dei miei amori. I miei amori, ci sono; le perdite, i ritrovamenti, i viaggi, gli addii.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Se c’è una cosa che ho notato nella poesia a me contemporanea – e sono un forte lettore di poesia contemporanea, almeno per dovere di autore – è la stilizzazione, la frammentazione dell’emotività. Con L’estate del mondo cerco di riportare l’elegia alla sua forma originaria; quella della rievocazione, del sentimento – del sogno.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Poco dopo la pubblicazione di In che luce cadranno (RPlibri, 2018). Quel libro mi aveva distrutto. Era stata una catabasi, un tentativo sfiancante di dialogo con l’Assente. E allora decisi che anche io avrei creato il mio Alcyone, il mio personale inno alla vita; lasciarmi alle spalle la morte, i morti, la Fine. Ritrovare la vita – o almeno il ricordo di essa. Infatti, e ci tengo a specificarlo, L’estate del mondo non è un inno alla vita – bensì un inno al ricordo della vita. Ma cosa possediamo oltre ai ricordi? Io vivo quasi sempre nel passato; o nel non vissuto.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

L’ho scritta senza fretta – infatti ci ho impiegato più di due anni – e quando capitava. Non c’era un piano di scrittura preciso; precisa era solo l’idea. Un libro che avesse come tema centrale l’estate, la vita, l’amore. A costo di rischiare il sentimentalismo. Poi ho lavorato moltissimo sulle diverse stesure; ce ne sono state otto in tutto. Sono un perfezionista.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Fa parte della linea editoriale. Non l’ho scelta io.

  1. Come hai trovato un editore?

La pubblicazione me l’ha proposta il poeta Antonio Bux – che già mi aveva aiutato con In che luce cadranno. Gli è piaciuto il materiale (lui considera il libro la migliore cosa che abbia mai scritto) e me lo ha pubblicato nella collana che dirige per Saya Edizioni.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Spero a tutti. Voglio arrivare a quanta più gente possibile. Sì; L’estate del mondo è un libro per tutti. Tant’è che, finora, è stato apprezzato sia dagli intellettuali che dai profani; da persone non avvezze alla poesia, cioè.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Lo porterò avanti per un anno, un anno e mezzo. O almeno questo è il mio piano. Un gran bel tour in giro per l’Italia.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legato a tutto il libro, senza discriminazioni; è la mia opera più personale.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Alte. Sono ambiziosissimo. Ma, anche se non dovessi raggiungere le mete prefissate, amen. Non me ne farò certo una malattia. So di aver scritto un libro che resterà; che troverà comunque un suo spazio. Il resto è relativo.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

No, non ho domande da farmi. Me le sono poste in tutte le 84 pagine del libro.

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento non ho in progetto nulla. Stavo scrivendo un romanzo su due bambini che lavorano all’interno di un mattatoio durante la guerra; ma il pc si è rotto e il progetto è andato perso. Forse ho scritto troppo, finora; per un po’, basta. Al momento ho detto tutto quello che avevo da dire.

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Gabriele Galloni

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Versi trasversali

18 lunedì Nov 2019

Posted by Deborah Mega in Versi trasversali

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Tag

Guglielmo Aprile, Poesie

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GUGLIELMO APRILE

 

A rilascio lento

La crepa nella diga

all’inizio non fa rumore,

ma si allarga attraverso gli anni,

fino a quell’uomo

a cui il temporale ha rubato

ogni ricordo della strada di casa;

la lingua del ghiacciaio

si fende con lunghi boati,

dall’orlo del crepaccio

enormi blocchi si staccano e crollano in acqua.

 

Quella strana attitudine morbosa

che alcuni spingeva da piccoli

a sezionare pile da quattro volt

si ripresenta a distanza di anni,

in forma di lividi sulle dita,

di auto cappottate nel dormiveglia

e neonati ingoiati dai caimani.

 

Processo di combustione

Un tanfo di bruciato

ristagna nell’aria anche diverse ore

dopo che l’incendio è stato domato.

 

“Tutto finisce”, ripete dopo l’orgasmo

e resta a lungo a guardarsi le mani

piene di graffi,

di biglietti scaduti

o non utilizzati in tempo massimo,

di merce che non trova un compratore.

 

Con un colpo di tosse ieri sera

ho espettorato un grumo

di metallo carbonizzato.

 

Responso
1
Da bambini un po’ tutti giocavamo con le lenti ustorie,

oggi invece la nostra paura più grande

è reincarnarci in un insetto.

 

Viene l’età adulta

con le sue bandiere che infagottano deiezioni,

con le sue campane di allarme che suonano fuori tempo rispetto

all’incendio;

 

nel volo basso

dei pezzi di carta soffiati dal vento e inseguiti inutilmente dai passanti

leggo un responso

di cui non oso trarre la logica conclusione.

2
Si parla spesso di una falla

apertasi da un tempo non definibile

per errore umano o sfortunata casualità

nei depositi di stricnina:

il percolato scivola goccia a goccia nel canto mattutino dei merli,

i dintorni della stazione cosparsi di anelli incrinati;

 

in luogo del vecchio proprietario di queste rendite,

dai polsi massicci e dalla voce che non trema,

 

vedo una distesa di balene spiaggiate,

un parco per bambini cosparso di denti scheggiati.

 

Sotterranei

Si dice che le murene si siano rifugiate tutte

in nascondigli sotterranei,

in cantine buie e senza apparente uscita,

da quando abbiamo iniziato a dare loro questa caccia spietata;

e che ora aspettino, nascoste

in luoghi appartati e dove di rado qualcuno discende,

come in certe gallerie

scavate perché ci passasse la metropolitana

ma poi a distanza di anni

mai completate.

 

Gli esseri delle grotte prima o poi riaffioreranno

ancora più affamati; qualcuno anche

racconta di averli già avvistati

una notte, perlustrare i sobborghi

credendosi inosservati.

 

Ordalia

Da ragazzi, in vacanza, tuffarsi

da qualche altezza un po’ più impegnativa

aveva il brivido di un’ordalia.

Dopo anni sono rimasto

io solo in cima a quello scoglio

ed esito, timoroso o dell’acqua

gelata o di possibili rocce

non visibili che un attimo prima

dello schianto, in agguato su un fondale

basso, torbido. Eppure

il resto dei miei coetanei

ce l’ha fatta, senza apparenti traumi,

e ha riguadagnato riva da tempo,

esaurito il divertimento. E anche

le donne, a lungo andare, sono stufe

di aspettarmi, di incoraggiarmi, quando

è a me che tocca, e vanno via, insieme

a chi mi è passato avanti nel turno.

 

Vivere si fa impossibile, senza

una punta di cauta sfrontatezza

che chiuda gli occhi e conti fino a tre:

non ti abbraccia l’azzurro,

se non ti illudi di poter volare.

 

Nei giardini di Armida

Gli stormi a una certa quota rischiano

di sfracellarsi nel risucchio

di un’elica non avvistata in tempo;

l’arcobaleno assassino dei fiori

dopo averci drogato ci divora;

il porto alla solita ora

allestisce la sua scenografia

di luci basse e ci dobbiamo arrendere

al suo ammiccamento crudele e dolce;

il ricco guardaroba del teatro

ha il potere di esercitare un fascino

sui nostri sensi infantili, e ci alletta

con i suoi giocattoli e le sue maschere;

la maga escogita un trucco

antico come il mondo, ma di sicuro effetto

per catturarci, e ci scopriamo preda

della sua collezione di dionee

dal cromatismo artificiale e vivido;

 

Vivere è assurdo come innamorarsi

ma di una prostituta (assurdo, sì,

ma fino a un certo punto)

 

Testi tratti da Il giardiniere cieco, Transeuropa, 2019

 

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Canto presente 18 : Paola Casulli

19 venerdì Mag 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

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Paola Casulli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

 

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore. Continua a leggere →

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Canto presente 14 : Pier Maria Galli

24 venerdì Mar 2017

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 4 commenti

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l'origine del nudo, Pier Maria Galli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Pier Maria Galli

l’origine del nudo

sarebbe un delitto terreno non dire, e non diffondere
sulle dita rimaste a parlare d’altro
l’orlo tagliente di una poesia.
dovremmo conversare sul modo in cui
i pomeriggi eccetera eccetera, oppure
sul perché in quel film loro fanno all’amore
senza toccarsi e gettandoci nel
panico eccetera eccetera; dovremmo
prepararci separatamente il mio caffè e
le tue foglie e posare le tazze sul tavolo
e metterle in discussione prima che le bocche
le svuotino e disegnino quella forma dell’alba
che hanno le tazze dopo che le abbiamo
scavate con la prima bocca che la mattina
ci ha dato; dovremmo spogliarci in luoghi
che si staccano dai corpi cadendo per terra
insieme a noi, mentre i vestiti restano ad osservarci
dall’alto disordinato di una sedia; dovremmo
passare più tempo ad ascoltare il rumore
delle labbra che si screpolano; dovremmo
abbandonare i tuoi seni ed il mio sesso
sui posti a sedere di un cine abbandonato
sopra la locandina dove 2 corpi siedono
sopra la stessa sedia e si vede solo la sedia
e nel film non c’è nessuno; dovremmo
ripetere mille volte il gesto di entrare in una
vasca vuota e uscirne ripuliti e con la pelle
bagnata da quell’aria che sappiamo inventare;
dovremmo prepararci con meno bianco assoluto
quei frammenti di burrasca che sono i parcheggi
sotterranei di un ipermercato nelle ore deserte
della notte; dovremmo cambiare ogni sera
il corso delle vene sui polsi, rimescolando
l’orientarsi della mappa sui nostri corpi;
dovremmo scambiarci gli specchi del bagno
per scoprire i nostri visi appena svegli e
senza concluderli mai; dovremmo confessare
la pagina nera quando ci asciughiamo gli occhi e
portarci il cibo alla bocca con le mani sotto il tavolo;
dovremmo spiegare a chi ci ha amato o ci ama
la casa che hanno costruito sull’altro lato della strada
dove non ci sono mai state case ma solo un fiume
ed ora l’inizio di un lago e perché nessuno
ci ha mai visto prima di addormentarci affacciati alle finestre
e chiudere le persiane come una tremenda notizia personale;
dovremmo sederci sulle ginocchia e nello stesso istante
io sulle tue e tu sulle mie, e ancora così, e non finire
di salirci sopra, crescendo nei corridoi di quei rami
in un prato dove c’è solo erba che entrano dalla finestra
graffiandoci la pelle e spesso l’impalcatura dove operai
senza un progetto in cima alle dita ci fabbricano il cuore

Continua a leggere →

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Canto presente 13: Marina Raccanelli

10 venerdì Mar 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 7 commenti

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Marina Raccanelli, Poesie

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Marina Raccanelli

Isole sospese, io sono lì
nell’azzurro irreale oltre
la visibile linea liquefatta

sospese isole, io sono qui
sopra la sinuosa
serpentina di schiuma, scia
dietro il vivere

*

Cerco la goccia in fondo al mare
un piolo nel turbinare
dell’umanità disgregata –
cerco le latitudini strane
dei miei pensieri smagliati
i suoni dell’assurdo non percepito
il silenzio sordo del mondo
in fragile disgregazione –
cerco
l’incarnazione di Dio nel minuscolo
fiore, nell’unghietta di un bimbo
neonato, nel soffio dei venti astrali
e trovo te, illogico amore
ritornato bambino

Continua a leggere →

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Canto presente 11: Daniela Raimondi

10 venerdì Feb 2017

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

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Daniela Raimondi, Poesie

Immagine compiuta

Madre

“Forse è qui il nodo di ogni incarnazione.
Nulla è così vicino alla morte
quanto il concepimento: viene da laggiù,
laggiù si è composto.”*

Il diramarsi del suono.
Un piccolo spazio
da riempire nel mondo.
Seme
cromosoma
sangue che affonda radici.

Sono appoggiata al tuo cuore,
madre.
Fino alla caduta nel grido
come un taglio aperto,
come il rosso che arde
e il dolore che pulsa.
Sono il tuo dolore di donna
quando si fa più dolce.

A stento
verso la luce,
acquarello rovesciato
sul contorno delle cose.
Il premere dei ferri sulla testa
e l’aria che brucia,
l’aria
come un rogo nei polmoni.

Dita allargate nel vuoto,
sulla fredda materia del mondo.
Viva
viva
deposta dall’uomo nel solco più profondo. Continua a leggere →

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Forma alchemica 3: Fernando Pessoa

25 mercoledì Gen 2017

Posted by Loredana Semantica in Forma alchemica, LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Fernando Pessoa, Poesie

IMG_3519 bn.jpg

fotografia di Loredana Semantica

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

(Fernando Pessoa)

Questa terza poesia della rubrica Forma alchemica l’ho scelta a caso. Ho aperto un file word della mia raccolta di poesie preferite ed è apparsa questa. La scelta casuale mi è piaciuta molto.

In verità nella mia raccolta non c’è poesia che non mi piaccia, si tratta di mie selezioni, per cui non possono essermi che gradite, ciò che muta invece è la voglia di dire qualcosa su una specifica poesia. Questa tuttavia si è rivelata la scelta giusta per questo particolare momento che direi di significativo lavorio mentale e complessità.

Pessoa infatti è un autore complesso  e multiforme che ha manifestato la sua vena creativa letteraria imputandola a vari eteronimi che rappresentano ben più di uno pseudonimo, essendo ciascuno dei nomi scelti una figura avente una propria storia e biografia autonome da Pessoa stesso che le ha create. Lo scrivere di Pessoa come fosse un altro, realizza la spersonalizzazione psichica dell’autore, della quale egli è perfettamente consapevole, avendola tuttavia resa innocua nella sua vita reale canalizzandola nell’ invenzione di figure creative. Egli ha scritto dissimulato dietro oltre cento pseudonimi, di questi però quelli dotati di un’autonoma storia e personalità sono: Alberto Caeiro, Alvaro de Campo, Ricardo Reis e Bernardo Soares. Quest’ultimo è autore del “Libro dell’inquietudine”, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Alberto Caeiro tuttavia è il principale degli eteronimi, sia perché lo stesso Pessoa lo considerava un maestro, ma soprattutto perché è  per suo tramite Pessoa ha vissuto il giorno trionfale, nel quale in una sorta di trance scrisse oltre trenta poesia in preda all’esaltazione creativa, il giorno liberatorio quindi della sua articolata personalità.

Un esempio della complessità di Pessoa è la famosa strofa sul dolore e l’ambiguità del poeta nella quale Pessoa sviluppa il suo pensiero in periodare circonvoluto e sorprendente.

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente

La poesia che propongo oggi come esempio di forma alchemica presenta a mio avviso una costruzione similmente complessa. Se potessi rappresentarla con un’immagine sarebbe una spirale, se dovessi immaginarla con un’azione penserei al movimento che compie la navetta contenente la spoletta del telaio meccanico. Questa navetta viene lanciata velocissimamente verso un alloggiamento al capo opposto dal quale viene respinta indietro stendendo il filo che si intreccia alla trama e crea il tessuto. Allo stesso modo Pessoa, lancia l’ordito di  affermazioni, negazioni, contraddizioni che si susseguono come lanciati, verso dopo verso, a tessere nell’insieme il tessuto.

Al bussare di un emissario che si dica inviato dall’io poetante il tu interlocutore non deve aprire la porta, fosse anche il poeta stesso. E’ un fatto di orgoglio evidente per cui certo il poeta mai verrà alla “porta del cielo” (la porta topica del componimento) a bussare presentando scuse o elemosinando perdono o richiesta di amore o chiarimento, lavoro, bisogno, compagnia, desiderio.

Cosa mai si può chiedere bussando a una porta? Di tutto si può chiedere, ma principalmente che essa si apra.

Ecco che allora è possibile l’incontro delle volontà in contrasto, non un aprire per un bussare, ma un aprire per caso, per una felice intuizione senza che lui, l’emissario o il poeta, abbiamo mai fatto il gesto di bussare, non l’abbiano mai compiuto interamente per lo meno, mentre è accettabile per la vanità dell’io poetante che l’abitante della casa, senza che mai abbia sentito il tocco alla porta, perché appunto mai compiuto il gesto di bussare, apra per caso, per intuito, per volontà indipendente, per desiderio di correre dall’amico, dall’amante o congiunto o comunque da quell’essere assente e desiderato. Solo in quel caso, in quel felice attimo di incontro, in quell’ incantesimo di una figura alla porta col pugno sollevato nel gesto sospeso di bussare alla porta e dell’altro essere al di qua dell’uscio che in gesto improvviso spalanca la porta, solo allora l’emissario poetico si materializza ed ammette la sua voglia di bussare, ammette questo slancio verso la persona che sta oltre la porta.

Apri a chi non bussa alla tua porta. In quest’ultimo verso io leggo ancora una richiesta di attivare l’attenzione, similmente all’esortazione di prestare attenzione agli altri ben presente nella stella di Rostand commentata nella forma alchemica 1, ma in questo caso è un’attenzione più individualista, più centrata al singolo, più innamorata d’ego che cerca riconoscimenti nel cedimento dell’altro, meno connotata quindi di un’aura caritatevole. Non è un’attenzione configurata come forma più alta di generosità, volendo ricordare il pensiero di Simone Weil sull’attenzione, è più un’ invocazione, una manifestazione di bisogno, un’ esaltazione del sentire e dell’attaccamento all’altro, più una denuncia della propria debolezza, incapace di ammettere l’errore, il pentimento, di chiedere scusa o di dichiarare un sentimento. Ancora più a fondo è la confessione spudorata e sofferta (fingendo che sia dolore il dolore che davvero sente) che si cede al proprio orgoglio e non si ha la forza di muoversi fino a giungere o parlare all’altro in disarmata umiltà, ma che, al massimo possibile sforzo, si ammette il compromesso, l’incontro al centro del ponte che congiunge le sponde.

Un gesto di uomini non propriamente giganti, ma più piccoli, e se anche non propriamente nani, semplicemente di una statura ordinaria, fatta di centimetri che non si comprimono in una scatola, ma si espandono nella parola che scava nella più profonda, nuda, autentica e fragile umanità.

Questa è proprio l’umanità contorta disincantata e antieroica che può essere espressa bene da chi ha mille volti e capacità straordinaria di immedesimazione “trasformista”, come  Fernando Pessoa, prestigiatore del suo ambiguo, complesso, fantasmatico mondo.

Loredana Semantica

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