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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

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Grazia Procino “E sia” nota di Maria Allo, Ladolfi Editore 2019

13 martedì Set 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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E sia, Grazia Procino, Landolfi Editore, Maria Allo, recensione

“Passiamo una vita intera a cercare il senso”, risponde sdegnata “Io non perdo il mio tempo / d’eternità in ricerche impossibili”, e poi sprezzante aggiunge “Solo gli uomini si ribellano / all’appartenere alla stirpe / di coloro che non sanno”

La poesia non cerca significazioni, ma senso, il senso che c’è a vivere dice Bonnefoy. E sia è il libro a cui Grazia Procino ha affidato il senso della ricerca e della conoscenza. Come Ulisse del nostos, uno dei miti più attuali tra tutti quelli ereditati dalla cultura antica, simbolo dell’umanissimo desiderio di ritorno alla casa e di quiete, l’autrice esprime la ricerca intellettuale che spinge l’uomo a procedere sul cammino della storia o su quello più strettamente individuale dell’esistenza personale come esperienza di sé e come scoperta di nuovi orizzonti umani. Un progetto artistico preciso e coerente che si propone e si sviluppa in tutta la sua complessità sulla spinta di una straordinaria capacità immaginativa e di un personale impulso visionario al senso dell’esplorazione che può e deve vivere dentro di noi, orientato sulla concretezza del presente e sulle dinamiche che inglobano anche valori e i sentimenti privati di tutti. “Siamo uomini in preda all’abisso / dell’angoscia, nuovi Odisseo, che / rinunciamo all’immortalità”(p.17). È incontestabile non solo la singolare capacità dell’autrice di esplorare il mondo antico facendoci penetrare in quel luogo dello spirito dove l’autrice evoca Itaca e personaggi mitici (Penelope, Sirene, Ciclopi, Circe, Nausicaa, Odisseo) tutti rimasti nella memoria della Procino, restituendoci l’andamento musicale anche della lingua di Kavafis in un gioco di interscambio tra passato e presente sul filo comune che salda la vita nel suo insieme. Ma spesso vivere è anche doloroso per le insidie, emblematicamente rappresentate dalle sirene e il viaggio è solitudine dell’individuo in una società alienata dove a molti non è garantita sicurezza e stabilità ma incomunicabilità e immobilismo assoluti rimarcati dal netto contrasto che si stabilisce in chi cura l’interiorità oltre la superficie dei gesti e delle parole. «Non mi ha mai sfiorata/ il desiderio di essere come tutti/ io papavero ai bordi/ di un asfalto al catrame» (v. 11). Non passa sotto silenzio l’amore, una realtà dell’esperienza qui collegata al mito di Orfeo indocile al divieto, che fallirà nella sua prova per la scelta di voltarsi e perdere per sempre Euridice che considera solo “uno squarcio di passato “così la Procino: “La carne sente brividi / di freddo”. / “Non ho più mani. Le ho perdute / stendendo carezze e non sono ritornate” (p. 65), un chiaro intento dell’autrice di affrontare la visione e la cultura dell’amore che ieri come oggi, nonostante le profonde trasformazioni del costume, fa dell’amore l’espressione più autentica dell’individualità. È un lavoro faticoso questo, spesso la parola manca, “è assenza”, ma la parola è restituzione e così deve essere. Una chiave interpretativa che permette una maggiore comprensione della raccolta è quella della ricerca, che l’autrice compie infaticabilmente della struttura rigorosa del libro e questo modo di procedere è ben presente secondo i canoni della tragedia greca. Comprende infatti un prologo, la partitura in “stasimi”, la distonia del Coro (il livello dell’accadere e del riflettere) che dilata la più svariata gamma possibile di tonalità e di accenti corrispondenti alle più diverse connotazioni emotive e infine l’epilogo.

Nessuna catarsi dunque per noi oggi, della tragedia classica. L’ autrice coglie lo smarrimento di un’umanità sempre più povera di certezze e incapace di trovare risposte adeguate ai problemi che più le stanno a cuore, tuttavia “si domanda se sia possibile rinascere. La sua risposta è affermativa, scoprendo la potenza delle divinità ctonie, “Le viscere del Sud”: “Accolgono riti di nascita che non vogliono sparire / – la grazia della resurrezione – / come serpi danzanti / al calar della notte”(p.42). Il che fa del suo libro E sia un’opera estremamente attuale e degna di essere continuamente riscoperta “Lo so. Ci si aggrappa a tutto/pur di non sprofondare/anche alla notte (p-41).

Radici (p.14)
Fortunato chi ha radici.
Un’Itaca e una Penelope dove ritornare.
Le Sirene a impedire il viaggio,
i Ciclopi a mostrare che un altro mondo esiste,
Circe a cospargere di lussuria il corpo
già madido di sudore,
Nausicaa a ricordare il tempo che fu,
i Proci pronti a portar via
quello che è tuo di diritto,
ma tu sei Odisseo, un padre e un marito,
un uomo che sa piangere

Orizzonti (p.66)

Io non so dell’amore che le onde alte
e Odisseo che ritorna
a un’Itaca piena di sassi
sterposa e brulla
il profumo del mare lieve che
intona nostalgie e robusti desideri.

Insegnamenti da Kavafis (p. 24)


Ho vissuto troppo dolore
per non intuirlo negli altri.
Ho dovuto accogliere troppe rinunce e
le ho trangugiate, amare, insieme agli strascichi
di denso fastidio. Ho capito che la tua felicità
può procurare nell’altro dolore,
non puoi farci niente.
Tu puoi solo decidere di viverla o di rinunciarvi.
Se la vivi, guarderai all’altro che è in pena,
se vi riunì, nessuno
avrà cura del tuo nobile gesto.

Amore e mito (p.38)

Ci sono anche quando
sono assente. Mi inchino
mansueta alle tue parole
che sanno addomesticare
la mia anima zingara.
Mi volto come Orfeo
in attesa di squarci nitidi dal passato.
Come Euridice mi inoltro
nel futuro e mi smarrisco
in isole senza pace. Sono qui,
in spazi di compassione
con il vestito a fiori
leggero di vento.
Mi rifugio in libri pesanti di vita
per tessere come Penelope
la trama del giorno che viene.
Perdo l’amore,
lo riconquisto come guerriera ostinata
nell’universo sbandato
trovo anche io confini entro cui lavarmi
dalla polvere che fatica ad andar via.
È tutto uno scendere e un salire
pietre su pietre
nel commercio con la gente.
Amo il mondo anche quando mi viene contro.
Lo devo a te.

Le stagioni dell’amore (p.36)

Di te
ho amato ciò che si vede – lo amano in tanti.
Di te di più
ho amato ciò che non si vede, residui
di irrisolti tormenti e inconfessate ferite.
Le stagioni che passano
con la fretta di chi al mondo sta poco tempo
lasciano sapori di
dolce e amaro miele e fiele.
Hanno concesso lo stupore
di un amore che non sta fermo.

Epilogo (p.78)

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

©Maria Allo

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Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscè Fandango Libri, aprile 2022. Una nota di lettura di Maria Allo

28 martedì Giu 2022

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

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Alessandro Moscè, Le case dai tetti rossi, Maria Allo, recensione

“Non ho mai dimenticato i racconti sventurati, le volte che mi sono avvicinato a quel luogo malfamato con il figlio del giardiniere, il mio amico Luca, il timore di superare il cancello, i rimproveri di mia madre quando fissavo i degenti appoggiati al cancello, le strattonate, le raccomandazioni di girare al largo se fossi uscito da solo per comprare i fumetti incellofanati, a poco prezzo.”
In questo libro scrupolosamente documentato Alessandro Moscè traccia un percorso avvincente, tra memoria e ricerca come un vero e proprio viaggio a ritroso sul filo conduttore del disagio mentale e nell’avventura della soglia si incrocia con le vite dei degenti, ormai scomparsi, dell’ospedale neuropsichiatrico di Ancona ( La Legge 180 del 1978 portò nel 1981, alla chiusura e conseguente trasformazione della struttura in un centro residenziale di assistenza sociosanitaria e, successivamente, in un centro riabilitativo e sanitario). “Me lo ricordo bene il manicomio a pochi passi dalla casa della famiglia di mia madre, ero un bambino che trascorreva l’estate da nonna Altera”. Nel prologo della storia, come un moderno Ulisse, l’autore prova un vero e proprio desiderio di esplorare gli abissi per raccontare e testimoniare la verità della sua esperienza. Ed è così che “Si apre un teatro dove gli attori si spostano con scioltezza guardando dritti o a testa bassa: luci, movimenti, entrate e uscite seguite con un occhio di bue che li avvolge. Prendo confidenza con lo spazio scenico e da un alone giallastro emerge sempre più nitidamente un mondo inabissato”. La singolare tecnica compositiva dell’opera affine a quella del puzzle, di cui l’autore stesso specifica in anticipo obiettivi e nuclei tematici, presenta punti in comune con quella di Georges Perec e si configura come un assemblaggio di microstorie diverse, tenute insieme soltanto da un’immagine unitaria e significativa di un luogo, la struttura manicomiale di Ancona: “Il manicomio di Ancona era una piccola città con centinaia di ospiti. I tetti rossi, del colore del sangue, accoglievano i barboni, i malnutriti, gli ubriaconi, chi era tornato dalla guerra frastornato, con una pallottola conficcata da qualche parte, chi non riusciva ad alzarsi dal letto, chi era nato straccu, stanco […] (p. 13). L’espediente tecnico di una sorta di racconto nel racconto, costruito attraverso le memorie dei degenti, evidenzia l’abilità dell’autore di costruire trame complesse, riducendole però a pagine dense ed elaborate con precisione analitica delle descrizioni: dettagli visivi che vengono inquadrati e ordinati in una prosa senza compiacimenti stilistici ma con un lessico preciso, a volte addirittura specifico, quello dei medici, innestato di dialettismi anconetani. ”Negli anni Sessanta ai piani di sopra del manicomio risiedevano i violenti, gli incontrollabili, gli psicotici. Ancona aveva paura dei suoi matti e chi transitava da quelle parti allungava il passo, non si girava, faceva gli scongiuri, chiudeva gli occhi. Ai bambini si proibiva di guardare i padiglioni e i pazienti che sbirciavano da una sbarra all’altra tra le fessure del cancello d’entrata” così racconta Arduino, il giardiniere che ha svolto un ruolo di ascolto, di accoglienza e di accettazione(come il basagliano professor Lazzari, il primario e Suor Germana) nei confronti dei pazienti internati, corpi che invocano amore per trovare i loro confini, la loro storia. Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e di insidie, ma è un viaggio verso l’amore “il tempo dell’apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio, ampio fin nel cuore della vita, solitudine, più intensa e appassionata, solitamente, per colui che ama, come dice R. M. Rilke e come sembra voler suggerire Alessandro Moscè. Ed è così che lo sguardo dell’autore, oltre il limen, diviene il testimone interiore che vede e con cuore visionario fa risuonare quella corda autentica che occorre all’anima per incontrare gli altri e mettere in moto il motore della storia che coinvolge ed emoziona. Storie di persone sofferenti, (curate con la devastante terapia dell’elettrochoc), spesso finite in manicomio per la loro diversità tanto da non avere più patria o perché abbandonati da bambini come il caso di Adele. “…la follia può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato”. (Da Lei se ne va, storie del disagio mentale, a cura di Gloria Gaetano e Manlio Talamo con prefazione di Don Luigi Ciotti). Fortunatamente l’opera riformatrice che si attua nella legge 180 rende possibile la chiusura dei manicomi e la nascita di una nuova teoria che riconosce la follia come parte della propria realtà, legata a chiare definizioni di scienza, di società civili, di persona. “Le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. È il mondo, la cura.” Alessandro Moscè ha spinto lo sguardo così oltre il limen nelle storie esplorate da far emergere, in un mondo segnato da una mutazione antropologica quale mai si era verificata in passato, nuove aperture verso le marginalità dell’esistenza a partire dall’accettazione e dall’accoglimento.

© Maria Allo

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, 2019). I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, 2012), L’età bianca (Avagliano, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, 2022). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

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Rethorica novissima di Gualberto Alvino. Una lettura di Loredana Semantica

05 giovedì Mag 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 5 commenti

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Gualberto Alvino, Loredana Semantica, poesia contemporanea, recensione, Rethorica novissima

Rethorica_novissima_Gualberto_Alvino - Irelfe - cop.fronte

Ci sono letture più sfidanti di altre. Non solo da intendere come lettura del testo, riga dopo riga, fino alla sua fine, ma anche nel riferirne impressioni da lettore. L’opera Rethorica Novissima di Gualberto Alvino è tra queste. Si tratta di una raccolta di poesie, pubblicata nel 2021 dalla Casa editrice “Il ramo e la foglia”. Uno scritto che non lascia indifferenti. Impegnativo sarebbe aggettivo adatto, ma non sufficiente per chiarirne corpo e complessità. 
In premessa occorre dire che Gualberto Alvino è noto e stimato filologo e critico letterario. Già per solo questo fatto, è presuntuoso pensare di penetrare pienamente il senso poetico del suo degnissimo lavoro,  questo tuttavia sembrerebbe più un libro destinato agli “studiosi di poesia” che agli “amanti della poesia”. Non per niente in fine è riservata una pagina bianca per le note.
L’opera di Alvino già dal titolo presenta un’inclinazione decisamente colta. “Rethorica” con slittamento della muta nel cuore, piuttosto che con l’ortografia “Rhetorica”, è un chiamare in causa la retorica, cioè, insieme a grammatica e dialettica, una delle discipline d’insegnamento cardine delle scuole antiche medievali. Le origini di questa parola, già presente presso i latini, risale alla civiltà greca e alla sua ῥητορική, tecnica della parola, dalla radice del verbo εἴρω, eírō dico. L’aggettivo “novissima” superlativo dell’aggettivo latino novus declinato al femminile singolare concorda con la parola retorica e non può non riportare alla mente “i Novissimi”, Alfredo Giuliani, gli anni sessanta e lo sforzo delle neoavanguardie di rigenerazione del linguaggio poetico. L’opera s’intitola quindi Retorica nuovissima. Il titolo introduce al contenuto non meno della citazione di Proust posta al principio dell’opera riguardo alla necessità dello scrittore di farsi una propria lingua, similmente al violinista col suono.
“Rethorica novissima” è quadripartita ed ogni partizione raccoglie i testi secondo caratteristiche eminentemente formali espressive, raggruppate da un minimo di 4 componimenti – “Epigrammi” – ad un massimo di 12 componimenti  di “Salvo trasgredir norma”.
Quest’ultima, prima e più sostanziosa sezione, probabilmente è il canto a cui giunge il poeta seguendo il filo degli intenti dichiarati. Più oltre invece sembra che egli esponga il necessario attraversamento – deragliamento per giungere alla propria voce. Il titolo della prima sezione è, ritengo, la dichiarazione consapevole di contrapporsi al canone.
Aliena dal lirismo coltivato da secoli nella poesia, la poesia di Alvino si presenta in controtendenza rispetto al “poetichese” dominante, lo squalificato linguaggio poetico del nostro tempo intriso di sentimentalismi, farcito d’ego, con pretese di liricità, ma più spesso sconsolatamene privo di qualunque barlume di grazia poetica, ripetitivo, noioso, artefatto. L’autore nell’esacalogo per aspiranti poeti precisa “cos’è sbagliato in poesia”. Sono indicazioni che esprimono una critica al modo di far poesia oggi e che lette a contrariis verbis indicano gli elementi innovativi da introdurre nel linguaggio. Obiettivi:
• svincolarsi dalle connotazioni spirituali-auliche-vaticinanti
• sconfessare un ruolo sacro del testo
• eliminare parossismi e verticalizzazione del dettato, concedendo spazio ad asprezze sonore
• spogliarsi dall’enfasi autocelebrativa
• disporre accapo ad arte anche spiazzanti.
L’operazione di creare un proprio suono/lingua, può dirsi riuscita, ma non immediatamente percepibile. Le poesie infatti non poggiano volutamente il proprio dettato sull’”accattivante” del linguaggio: musicalità, nenia, refrain, paronomasia, assonanze ecc. e si delineano con le connotazioni dichiarate nei punti sopra riportati, per cui i tempi e suoni all’orecchio giungono asincroni e dissonanti. 
Riporto la seconda parte della poesia il cui titolo è lo stesso dell’intera raccolta.

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica
i vocaboli diventano specifici quando si applicano
termini generici a oggetti individuali resta il fatto
inoppugnabile che il significato di una parola
è indipendente dal suo etimo inutile dire
ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì
e la poesia celata nelle radici nelle desinenze
a cercare nelle lingue i monumenti
degli abiti remoti e delle credenze
il criterio per distinguere i vocaboli affini
le variazioni di suono e senso
son cosa capitale a conoscere
oh se potessimo scordare le origini tutte”

Singolare leggere lo stesso passo disposto sul foglio come prosa. 

“è indispensabile una conoscenza dell’evoluzione semantica i vocaboli diventano specifici quando si applicano termini generici a oggetti individuali resta il fatto inoppugnabile che il significato di una parola è indipendente dal suo etimo inutile dire ci aiuta a conoscere la sapienza questo sì e la poesia celata nelle radici nelle desinenze a cercare nelle lingue i monumenti degli abiti remoti e delle credenze il criterio per distinguere i vocaboli affini le variazioni di suono e senso son cosa capitale a conoscere oh se potessimo scordare le origini tutte”

Si evidenzia maggiormente che gli accapo sono risultato di una scelta stilistica che mira a frangere il testo, costringendo il lettore a riprendere fiato in modo non consueto, non punteggiato, sfumano i disseminati enjambement spiazzanti. Mi tornano alla mente le esperienze di lettura passate dei testi di Eminia Passannanti e Marco Saya, animati da analoghi intendimenti antilirici, la prima per volere di contrasto alla “poesia dell’anima”. Il secondo per l’orecchio allenato alle sonorità del jazz.
La poesia della raccolta mantiene quanto promette: eminentemente antimelodica, non indulge in sentimentalismi, non conduce alcuna indagine psicologica, nessun scadimento confessionale o incursioni nell’intimismo, non è poesia emozionale come la s’intende spesso ed erroneamente da poeti giovani e meno giovani che animano l’attuale scena letteraria, non si specchia narcisisticamente, non si affligge, non si esalta, non piange, semmai osserva, ricorda, riporta, analizza, squarta. Sperimenta e scarta.
Proseguendo la lettura di “Rethorica novissima”, passando per “Epigrammi” – quattro distillati critico satirici – si giunge alla parte intitolata ”Humanitas”. Qui ci si rende conto che, senza un minimo di studi classici, la lettura si complica, la successione delle poesie, per quanto preminentemente descrittive e scientifiche, decisamente mitraglia la comprensione di chi non ha frequentato Catullo o Cicerone nella lingua originale. Il contenuto è talvolta scabroso, vestirlo di latino non maschera la minuzia dei vestiboli. Approfondisce il senso nella carne, non risparmiando genitali di entrambi i sessi. Sarebbe già sufficiente per qualunque stomaco poetico reggere tanta corporea ostentazione “fisica” e culturale, nel senso che qualunque lettore – o meglio il lettore qualunque – che non sia stato già scoraggiato in precedenza dalla scelta di preferire il latino lo sarebbe adesso per il vestito di perbenismo che molti indossano e del quale non riescono a spogliarsi, se non facendosi violenza. Questi testi raccontano gli organi, i corpi, le porzioni, i vasi, gli arti, essi vengono sezionati come avviene sul tavolo di un esaltato anatomopatologo, come fa Leonardo da Vinci per la conoscenza propria e altrui in preda alla furia di scienziato. Stare chini su ossa e legamenti, liquori e liquami e dire quello che avviene, taglio e ritrazione. Effetti dissoluzioni.
I più probabilmente preferiscono provare tali livelli di emozioni nel genere strappalacrime oppure applicati a youporn o ai film horror. E’ in una parola una lettura “sconvolgente”. C’è da ammettere che dalla poesia, ritenuta dai profani deputata a esprimere emozioni, da meno profani a provocare emozioni, dire (in) poesia qualcosa che riesce a provocare questa risposta ir-razionale è un risultato eccellente.
Metaforicamente, anzi per similitudine, “Humanitas” racconta ciò che avviene con i testi, quando si studiano approfonditamente, quando la filologia o la semantica si applicano a tutte le a, e, i, o, u delle parole. Scarnificandole fino al midollo, cercandone l’etimo e la radice, riconoscendone desinenza e origine. Senso, segno, significato, grafema. Misurando tutte le possibili “geografie” del suono. Affettando consonanti, lemmi, la loro polpa, il fegato, estraendo i loro denti.

“Autopsia”, Enrique Simonet, 1987, noto anche col titolo “Aveva un cuore!”

Infine c’è la quarta sezione “Varianti formali”. In questa parte della “Rethorica novissima” il linguaggio, come comunemente inteso, è stravolto. L’operazione di “interpretazione”, è messa continuamente in scacco, ancor più di quanto non avvenga in precedenza, e il lettore si arrende all’evidenza, che la parola espressa non può essere compresa come avviene solitamente nella comunicazione. Incomunicabilità e rescissione, dissoluzione e frammentazione sono coordinate del  “sorvegliatissimo” testo. La lettura deve avvenire accantonando i normali strumenti di decodificazione del linguaggio parlato e scritto. Gli occhi singhiozzano tra le sconnessioni sintattiche, i salti, le obliterazioni, il verso crolla alla sua fine, il senso affonda appresso, è un groviglio caotico. Al contempo questo magma verbale si intuisce essere come il brodo da cui, per sgrammaticature, segni grafici, numeri, caratteri corsivi, richiami tecnologici e rovi si perviene a estrarre il neonato, appena prima che venga gettato insieme all’acqua sporca, vestito d’amnio, quando non sguazzante nel meconio, senza nessuna camicia. Dentro la lingua, fino al suo cuore, come una dannazione pervicace e disperata insieme.

Perché se è vero che “la poesia può comunicare ancora prima di essere compresa” (Thomas Stearn Elliot), allora sembra di leggere qualcosa espressa dalla mente di qualcuno reso folle. Folle d’amore per la parola. 

“non saprei ma sia chiaro fin d’ora
che lo sconfinato amore per la lingua
rivendico il diritto d’affermare
in piena scienza e coscienza
è il primo movimento d’un percorso
florebat olim
a raggiera in mille direzioni
che ne sarà del ciliegio?”

da “Pepe” in “Varianti formali”

Eppure nell’atto dello scrivere – non meno del leggere –  non si può non riconoscere con Giorgio Caproni che” Nessuno è mai riuscito a dire/cos’è, nella sua essenza, una rosa” senza con ciò intendere che si debba desistere dal tentativo, anzi tutt’altro, e ciò finché permangono l’incanto, il bisogno, l’osservazione, le percezioni, lo  stupore, gli interrogativi. L’ esperienza individuale, il personale orizzonte esistenziale proiettano necessariamente nell’espressione poetica la propria “visione” della lingua (che dice) del mondo. “Io vedo il mondo come un caos e nel centro una rosa” (Julio Cortazar). Nonostante il lucido controllo del dettato, emerge dal conato del dire il parossismo che pervade, se non il singolo testo, comunque nell’insieme un’opera, che, in quanto autenticamente poetica, tenta con ogni mezzo verbale l’impossibile. D’altra parte come non pensare a quanto diceva di sé Pablo Picasso “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.
Deliziosa la dedica iniziale. La piccola pasta di zucchero, con apposizione felice, ne sarà lieta. La benedizione degli affetti, uno spaccato di tenerezza.

 

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“Zebù bambino” di Davide Cortese. Una lettura di Loredana Semantica.

20 giovedì Gen 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Davide Cortese; poesia contemporanea, Loredana Semantica, recensione, Zebù bambino

“Zebù bambino” è una silloge di ventuno poesie scritte da Davide Cortese. La raccolta, appena pubblicata da Terra d’Ulivi Edizioni, inaugura la collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.
Le poesie sono brevi e si leggono tutte d’un fiato con la curiosità di scoprire la successiva avventura del piccolo demonio. Scrivere del diavolo senza scrivere del male non è cosa da tutti, eppure, mi sembra, Davide ci riesca bene. Già dal titolo stesso della raccolta: Zebù, vorrebbe contrapporsi e rivoltare in negativo la parola Gesù, ma ne esce fuori un nome, grazioso anche più del nome ispiratore.
Zebù bambino induce il lettore, se così possiamo dire, in tentazione di compiere la prima cattiva azione, quella di non soffermarsi sulle parole, sui versi della silloge, in altri termini di non meditare e maturare il pensiero poetico espresso, facendo ricorso alla pazienza del pensatore, ma di consumare i testi golosamente, come piccole caramelle frizzanti e intriganti.
Davvero però non direi questo un male, anzi dimostra che l’esposizione dell’infanzia diabolica ha la sua “ac-cattiva-nte” grazia, trasfusa nella leggera malia del ritmo che cattura, nell’assonanza sdrucciola di certe chiuse con echi d’accento speculari ai nomi chiave Gesù e Zebù e altre allitterazioni sparse.
Il demoniaco qui è serpeggiante, non manifesto, si nasconde, è accennato, mascherato, sembra trattenuto sull’orlo della promessa di un futuro che, svincolato dall’es e dal super-io, si farà grande, si manifesterà in azioni più eclatanti, più dichiaratamente malvage. Tuttavia non vi sono certezze di epifania, anzi al contrario molti sono i segni che il piccolo diavolo resterà piccolo in eterno.
Un segno è che Zebù si giustifica, si difende, è avvocato di se stesso nel suo j’accuse verso gli uomini, maestri di cattiveria.

A chi aspramente lo rimprovera
per qualche suo scherzo atroce
“L’ho imparato dagli uomini”
ogni santa volta dice.

C’è un vaglio morale in questa spiegazione. Riconoscere l’azione cattiva, imputarla a responsabili diversi da se stesso, significa prendere consapevolezza che il gesto è letto negativamente dal consesso dei “valutatori”. Coloro che esercitano il loro potere sul piccolo Zebù, rimproverandolo aspramente, si sentono quindi rispondere che sono gli uomini a commettere azioni riprovevoli e nel commetterle le insegnano a chi ingenuo, alle prime armi in fatto di cattiverie, non sa ancora farne. Zebù quindi è bambino, tabula rasa e per questo stesso anche innocente emulatore dei cattivi autentici: gli uomini adulti.
Non so quanto la risposta del piccolo si ascriva alle idee sulla bontà innata dell’uomo di Rosseau, ma, del resto come dargli torto, pensando all’importanza innegabile del cattivo esempio e all’effetto di condizionamento.
Un altro segno che induce a credere che il malvagio resterà eterno infante è il pianto di Zebù. E’ un pianto di tristezza, di infinita solitudine per la malinconia di un pensiero che predomina su tutti gli altri, che può essere il bisogno di amore, la ricerca di conforto o di consolazione, lo scorno di una malefatta malriuscita oppure scoperta. L’acquisita consapevolezza dell’errore, la dannazione pirandelliana dell’essere nato. E allora “nel silenzio che fa spavento”

Lacrima zolfo, il piccolo Zebù
gocce che sfrigolano
cadendo giù.

Tra i pregi della raccolta indubbiamente l’originalità. Chi altri ha indagato l’infanzia del diavolo? Lo stesso autore sottolinea che non è mai stata in precedenza materia poetica. Certo verrebbe di pensare che erroneamente non si è posta sufficiente attenzione in poesia alla radice del male, cioè all’operato del demonio nell’infanzia. Non lo si è chiamato col suo dannato nome. La ragione di molti comportamenti malati o malvagi degli adulti si trova nell’infanzia che essi hanno vissuto, nelle esperienze, insegnamenti, nel rapporto con le fondamentali figure affettive cioè i genitori e, subito dopo gli educatori. E’ di vitale importanza il loro approccio al bambino, il modo in cui affrontano il compito arduo di indirizzarlo, correggerlo, reprimerlo. Eccedere nelle misure di correzione, fargli mancare i gesti di affetto, manifestare freddezza o indifferenza, repulsa, preferenza, disistima. Essere colpevoli di assenza o avere tare nell’equilibrio mentale, son tutti comportamenti che lasciano segni indelebili nella discendenza o negli allievi. Ancora più grave se il bambino abbia subito forme di aggressione morali, fisiche, perverse. E’ lì in quel terreno soffice e tenero dell’animo infantile che il male pone i suoi semi. E il male vorrebbe che radicassero, facessero alberi e frutti approfondendo la breccia nel terreno fertile della mente vergine di un bambino. Questi assorbendo nutrimenti avvelenati a sua volta replicherà gesti e manifestazioni negative, repressive, perverse, in una spirale senza fine.
Osservazione, nascondimento, segreto, ricordo, emersione, esorcizzazione, sono passaggi che caratterizzano il processo attraverso il quale si produce la poesia della memoria, degli eventi dell’infanzia.
La poesia indaga la coscienza, ma non dimentichiamo che il demonio ne è privo, quindi nello Zebù che noi leggiamo vediamo il demonio per tramite dell’operato e delle azioni che, quanto più sono ingiustificate, tanto più sono autenticamente malvage, ispirate cioè dal signore del male.
Il demonio non è capace di scrupoli, non prova invidia, gelosia, amore desiderio di vendetta come un dio malvagio di reminiscenza greca o latina.
Capra, corna, fuoco sono simboli del portatore del male, ma il male realmente non si personifica in un essere, il male agisce attraverso gli uomini che operano nel mondo. Il demonio è un inconsistente manipolatore di coscienze, muove le fila come un burattinaio, combina eventi, suggerisce parole, spinge a gesti, fa in modo che tutto concorra al trionfo del male.
Sono gli uomini in realtà a compiere scelte e scelgono di fare del male, lasciando una scia di effetti che a loro volta diventano cause di altre condotte. Queste scie formano linee malvage, immaginabili come tracce di rotte aeree che si sovrappongono a formare una rete invisibile che s’intreccia. Produrre il male però non può restare senza effetto. Per legami imperscrutabili, misteriosi il male ritorna, in tempi diversi – e chissà, forse anche in mondi diversi – a chi l’ha compiuto. Questo, mi rendo conto, è un assioma e, nel contempo, un atto di fede. Come lo è affermare che solo il bene può spezzare la continuità e l’espansione del male.
Tirare le trecce alle femmine, succhiare il latte da tette di plastica, distruggere i giochi, spiare gli amplessi degli adulti appartengono alla “fedina penale” del piccolo Zebù.
Secondo la classificazione delle tipologie di peccato operati dalla tradizione cattolica, quelli descritti sono peccati “veniali”, ben lontani da quelli “capitali” che “de-capitano” il peccatore, cioè lo alienano dalla grazia celeste perché ne mortificano l’anima. Talvolta nei testi poetici s’alza qualche fiammata infernale di tentazioni mortali.
Tutta la raccolta appare a questo proposito disseminata dei riferimenti tipici degli insegnamenti cristiani, gli stessi personaggi protagonisti: Gesù, Madonna, Giuseppe, Bel-Zebù, sono figure della tradizione tramandata coi Vangeli.
Alla luce di questa analisi le azioni di Zebù bambino non sono demoniache perché giustificate dalla curiosità e dall’imitazione, di per sé sufficienti ad assolvere Zebù. E tutto lo sviluppo di questa breve nota critica vuole assolvere anche noi stessi lettori dal moto di tenerezza che sorge leggendo, che quasi si sarebbe voluto essere lì con Zebù per un abbraccio d’affetto, di consolazione per la comunanza di spirito con la sua indocilità, con la protesta e la disubbidienza, la fuga, il pianto, la disperazione, la ribellione. Tutte cose che ce lo rendono caro, perché tutti siamo Zebù o lo siamo stati o lo vorremmo essere. Ancora adesso. Per dare fuoco al malvagio ad esempio. Mortificare chi ci fa del male. Prima di affogare di rabbia repressa.
L’augurio è che questa silloge prosegua, con altre poesie, le prossime avventure di Zebù, il demonietto che tutti vorremmo per amico.
La raccolta si conclude con una densa postfazione di Mattia Tarantino a cui fa da contraltare la freschezza dei testi poetici preposti.

Loredana Semantica

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia” (Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA”(LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura) , “DARKANA” (LietoColle) e “VIENTU” (Poesie in dialetto eoliano – Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “Inverso”. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” (Firenze Libri), “NUOVA OZ” (Escamontage), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma), della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” ( Progetto Cultura), della fiaba “Piccolo re di un’isola di pietra pomice” (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti”, “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ). . “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni” ( Escamontage ).

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“Sundara” di Mauro De Candia. Ensamble, 2021. Una lettura di Rita Bompadre

09 giovedì Dic 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Mauro De Candia, poesia contemporanea, recensione, Rita Bompadre, Sundara

 

Il libro “Sundara” di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un’originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l’intento satirico di una mitologia contemporanea e l’inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l’equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l’inno evocativo dell’incanto e della grazia, all’entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l’imprevedibilità dell’anima e la sfrenata fantasmagoria dell’immaginazione, delinea il codice significativo con l’enigmatica impenetrabilità delle parole, con l’oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell’uomo disponendo l’esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell’orientamento ispiratore. L’elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L’orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l’immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l’emblema dell’irrealtà. “Sundara” è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell’essenza comunicativa l’intonazione del segnale spirituale e mentale dell’archetipo salvifico della bellezza, congiunge all’accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l’obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell’effetto stilistico. L’estrazione leggendaria della rappresentazione dell’intensità del bene e dell’ostilità del male trascende l’affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l’ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l’entità della ricostruzione nell’estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell’iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell’identità.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

CANTOFABULA (PARTE PRIMA)

Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,
il Sole che annegava nel bromuro
narrato in un Jules Verne, in un Urania.

S’innamorò del buio, un corpo oscuro,
cantando storie, ergendosi più in alto,
sferzando i raggi intrepidi sul muro,

e illuminò così tutto il basalto,
e illuminò così l’intera valle,
e un’ombra pose un daimon in risalto,

e un canto pose il buio alla sue spalle:
spalle di favola, dorso di terra,
ali di indifferenza han le farfalle.

L’indifferenza genera la guerra,
ma io son differente, puoi scoprire
ciò che racconto, l’odio dissotterra

e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.
Sei son le corde, cinque le vocali,
quattro sono le dita da accudire.

Tre sono i versi in bocca agli animali,
due son le mani: aspetta di capire.

CANTOFABULA (PARTE SECONDA)

Un mendicante ursaro era disteso,
toccato fu dal Sole che arpeggiava:
un dito gli mancava, era indifeso

quel giorno in cui una banda lo predava,
quando si avvicinò uno scannapane
e con la lama in mano lo sfregiava.

E accanto al mendicante era il suo cane.
Triunică (era il suo nome), che abbaiò
e in quel “tre” aleggiava un senso immane:

tre voci, tre volteggi in un rondò
compiva la sua lingua; rabbia, pianto
e infine anche la gioia lo guidò.

Il suo padrone diede vita a un canto,
una ghironda prese tra le mani
e con le corde il cielo mosse al vanto:

“Io canto quelle storie degli umani
che mai nessuno ha visto né sentito,
storie che ricordiamo noi zigani,

nei secoli il silenzio hanno subito:
io non potrei lasciarle mai morire”.
Il Sole lo ascoltava incuriosito
e vide tra le nubi comparire
le vite già vissute, e immortali
le colse tra i suoi raggi, vide uscire

da quella gola donne con le ali,
uomini colorati e poi cavalli,
e in sé raccolse tutti gli animali

mentre trascorse un secolo, e poi due,
ma il mendicante e il cane sono lì,
non sono mai invecchiati,
e neanche morti:
contaminando
non si muore
mai.

UN MERCATO

Al mercato di Z.
Una signora in carrozzina.
Un cane sul grembo della signora in carrozzina.
Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in
carrozzina.
Un collare sulla vita della signora in carrozzina.
Accanto strepita di pece
una giovane coppia-chimera.
Un solo collare è sui colli stretti della coppia:
rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali
imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,
come la loro vita,
che è più in carrozzina di quella della signora.
Sorride la signora,
la sua mano alata è libera
e accarezza il cane.

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“Il sentiero del polline” di Guglielmo Aprile. Kanaga edizioni, 2020. Una nota di lettura di Maria Allo

24 mercoledì Nov 2021

Posted by maria allo in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Guglielmo Aprile, Il sentiero del polline, Maria Allo, poesia contemporanea, recensione

Senza-titolo-1

La cultura della società moderna, fondata sulla produttività e il denaro, non lascia spazio all’individuo, al suo bisogno perennemente inappagato di amore, di autenticità nei rapporti con se stesso, con gli altri e la natura. Ne consegue che da poeta autentico, la condizione di Guglielmo Aprile è a volte quella di un esule, in Esilio delle cicale (“… un dio indicò in questi alberi il suo perenne esilio “(pag.6), quasi a sottolineare un percorso poetico, come fondamentale momento di un cammino.
Così il poeta si contrappone al movimento frenetico della città e scopre in sé una tensione alla ricerca della Terra promessa “Siamo anche noi così, inseguiamo/ quellaterra che odora di miele/ quando il sole la sfiora, anche se/ ignoriamo dov’è che sia,e se” (Terra promessa, (pag. 89). Il titolo della raccolta Il sentiero del polline, sembra mettere a frutto, come Baudelaire, le letture del mistico svedese Emanuel Swedenborg, interprete di una forma di “misticismo cosmico” che vede nella natura un insieme di corrispondenze da decifrare. La struttura della raccolta rivela una precisa volontà costruttiva. Infatti Aprile ha inteso organizzare la sua opera poetica in una raccolta organica, che non nasce dalla semplice stratificazione di singoli testi ma è concepita secondo una struttura rigorosa, frutto di un continuo lavoro di labor limae. Il sentiero del polline è suddiviso in sette sezioni che testimoniano una direzione di ricerca in una riflessione sul rapporto tra realtà e di una tendenza all’evasione fantastica in epoche o contesti passati (Creta del tempo)e già dalla prima sezione (L’inquieto mare) è subito evidente il valore polisemico del mare quale emblema di una natura capace di rigenerazione e di rinascita: “Scava il morso dell’onda nella pelle/ della scogliera, ne erode le falde/aprendo grotte ampie come bocche/ di piovre…” ( pag.9).

Il risultato finale è una struttura all’insegna della varietà ma anche di un’intima coerenza e in Ogni cosa è in cammino (pag.71), il poeta dichiara con un costante controllo sulla forma, fedele a un registro ragionativo: “Sonnambuli procediamo ma è presto/ chiedersi verso dove, lo sapremo/ solo una volta arrivati”. È chiaro che Aprile si riferisce alla condizione dell’uomo moderno smarrito, privo di certezze in una situazione esistenziale di alienazione e di incapacità a comunicare, tuttavia alla ricerca del senso profondo di una realtà sempre più labirintica, in cui il poeta non cessa però di ricercare la presenza di un
principio ordinatore. È subito evidente il valore polisemico del percorso nella sezione A piedi, per i campi e in Arabesco (pag. 14) “Camminando decifro/ gli indizi incerti, che dita di luce/ tra gli alberi disseminano:/piste nascoste, fuggevoli tracce/ verso un paese d’oro e di chimera”. Nella descrizione del paesaggio silenzioso e immobile, il poeta si sente a proprio agio, dove gli indizi, gli alberi, le piste e le tracce sono lo scenario in cui egli compie la propria ricerca e dove all’improvviso, può apparire una presenza rivelatrice, ma l’accesso a una rivelazione, non diventa come un sigillo di separatezza, ma qualcosa di intimamente umano, una consapevolezza che diventa una ragione per ricongiungersi con gli altri.

Dietro questa ricerca di poetica dell’umanità c’è dunque l’assoluto bisogno, privato, personale da parte di Aprile di trovare una via di comunicazione con l’altro ma che viene a coincidere con una sofferenza di tutte le cose e con una situazione universale. Così esprime più esplicitamente il leitmotiv del suo progressivo itinerario spirituale e anelito alla terra promessa “Ognuno ha la sua terra promessa/ da cercare, essa è là dove si incontrano/ le rughe che solcano il cielo/ e appena il vento le scioglie svanisce. L’ obiettivo dunque della ricerca di Aprile, in un itinerario continuamente sospeso tra ieri e oggi, diventa occasione per ritrovare il senso dell’esistenza, rivalutare la dimensione della memoria per tentare di vincere la solitudine e inaugurare una comunione più piena con gli altri uomini, anche se il momentaneo trionfo del cielo appare minacciato dall’incombere del vento che dissolve. In Eterna danza appare evidente la presa di coscienza della fragilità dell’uomo, ma anche della necessità di superarla come unica via per restituire quel poco che può dare consolazione all’ anima del poeta: “Le insegne dei bar già accese alle sei del mattino / custodiscono un segreto/ che resterà inviolato da qui a tremila anni;/ l’uomo non si arrende/ alla Sparta dell’erba che si fa polvere…”.

Maria Allo

Creta del tempo( pag.6)
Scava il morso dell’onda nella pelle
della scogliera, ne erode le falde
aprendo grotte ampie come bocche
di piovre, squarci, faglie che si allargano
in forma di neri fiori di roccia;
fino a che un blocco si stacca e dà origine
a un nuovo scoglio, che somiglia a un pugno

chiuso sull’acqua, di tufo; e il tufo era
vivo un tempo, era magma, e dalle viscere
della terra sgorgava, era il suo sangue
poi rappreso e scolpito in varie fogge:
idoli informi, teste di ciclopi
o schiene di odalische: creta arresa
al bulino delle ere, allo scalpello
di venti ed acque, fabbro millenario

Arabesco ( pag.14)
Fogliame dei platani, lune falcate
inventano sull’erba
un mobile arabesco,
il sole filtrando tra i rami
lo tesse e poi disfa, incessante.
Camminando decifro
gli indizi incerti, che dita di luce
tra gli alberi disseminano:
piste nascoste, fuggevoli tracce
verso un paese d’oro e di chimera

Ogni cosa è in cammino (pag. 76)
Anche nei tempi di siccità,

quando il coro dei sassi smentisce ogni promessa d’acqua
ed è unanime l’ingiallire delle stoppie,
tu avanza e non chiederti dove,
segui solo il lampo, laggiù
sui colli turchini che danza;
come gli elefanti che aspettano prima o poi la pioggia,
fedeli ai loro millenari
greti d’ossa.
Sonnambuli procediamo ma è presto
chiedersi verso dove, lo sapremo
solo una volta arrivati

Grido che si alza ovunque (pag.92)

Se anche fosse appurato
che in fondo al pozzo dell’uomo non c’è
nessun oro promesso,
continueremmo a scavare, a stanare
sotto la pelle tracce che conducano
al petrolio di un dio: ombelichi
che attraverso il sangue tortuoso
sbocchino su un relitto
precipitato secoli fa in mare,
custode dei giacimenti di Andromeda.
Ed anche l’erba insorge
contro l’asfalto dall’ingiusto braccio;
e in ogni onda una bestia ferita

si dibatte, ribelle
a un olocausto che gli scogli officiano
sul loro mai sazio altare rombante

g-aprile (1)

G.A. è nato a Napoli nel 1978 e attualmente vive a Verona. È stato autore di diverse raccolte di poesia, tra cui “Primavera indomabile danza”, 2014; “Calypso”, 2016; “Il talento dell’equilibrista”, 2018; “Teatro d’ombre”, 2020; “Il sentiero del polline”, 2020,”Falò di carnevale”, 2021; ha inoltre collaborato con alcune riviste accademiche tramite studi critici su autori e testi della tradizione letteraria italiana.

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“Parabole” di Cipriano Gentilino. Una nota di lettura di Loredana Semantica.

03 mercoledì Nov 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni, SINE LIMINE

≈ 3 commenti

Tag

Cipriano Gentilino, Loredana Semantica, Nulla die, Parabole, poesia contemporanea, recensione

Cipriano Gentilino è affezionato lettore di questo blog e scrittore di poesia. Ci ha inviato la sua ultima pubblicazione “Parabole” che ha appena visto la luce nella Collana “I Canti” della casa editrice “Nulla die”.
La raccolta è un’antologia di cinquanta poesie, aventi ciascuna il proprio titolo, dalla prima “Parabola” all’ultima “E infine”. Parabola non è solo la poesia che apre la silloge, ma anche quella a cui l’autore ha dato al singolare il titolo col quale, ricorrendo al plurale, nomina l’intera opera.
In genere con la parola “parabola” s’intende riferirsi al Vangelo e alla predicazione di Gesù il quale ricorreva appunto alle parabole, cioè alla narrazione di episodi facilmente comprensibili, per spiegare concetti ben più complessi ai quali ammaestrava le folle e gli apostoli che lo seguivano. La parabola è un procedere per similitudini o esemplificazioni. Analogamente potremmo ipotizzare che Cipriano Gentilino abbia fatto ricorso alla poesia come strumento più idoneo – sintetico, catartico, evocativo – per veicolare vicende che, narrate altrimenti, non avrebbero potuto trovare la giusta angolazione di lettura, banalizzate dall’oggettività di un racconto asettico, cronachistico o travisate nell’ipertrofia del romanzo. Non si tratta pertanto di una reale semplificazione, quanto piuttosto di una nobilitazione nella quale il rimando al Vangelo, al cristianesimo, alle parabole di Gesù, potrebbe anche far pensare all’atto caritatevole di raccogliere e metabolizzare. Accogliere e consolare. Ricevere e trasformare. In un abbraccio tanto poetico quanto pudico, ammantato dal velo discreto e scardinante del dire in versi.
La poesia iniziale adombra probabilmente la matrice dell’intera raccolta – la sofferenza – e nel commento in corsivo (Maria, sopravvissuta al manicomio criminale, angosciata mi chiese: “fai parlare queste parole”) – l’intento – che si trasfigura nelle successive poesie diventando una narrazione del travaglio umano, “a cercare parole/ come se ancora ne avessimo”
Far parlare le parole è il mestiere del poeta che trae dall’esperienza quegli incontri, approfondimenti, complessità, che mescolano pensiero, natura, memoria in un mix orchestrato nei suoni, elaborato nelle costruzioni e articolato nei versi in modo da restituire suggestioni, delineare arabeschi verbali e trasmettere un senso che l’autore spera trovi l’attenzione di un lettore, e poi nel lettore quell’ accoglimento che restituisca una risposta “a cercare parole/come se ancora ne avessimo”, giusto come tentano queste righe di commento.
L’intera raccolta è dedicata “Ai migranti”. Cioè alle figure che in questi ultimi decenni rappresentano agli occhi del mondo la deriva umana, la fuga, lo sradicamento, la tragedia, e di contro sono portatori di un desiderio di pace, benessere, felicità e riscatto così brucianti, da spingere intere famiglie, compresi bambini o donne incinte, a rischiosi viaggi per raggiungere mete improbabili, idealizzate come l’Eldorado. Accade, e non proprio di rado, che questi viaggi si trasformino in episodi di disgrazia e lutto, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. Quel mondo che più facilmente che affrontare e risolvere chiude gli occhi. Per alcuni questa indifferenza è più colpevole che per altri, coloro che si muovono e hanno ascolto sulla scena politica nazionale e internazionale certamente dovrebbero e potrebbero impegnarsi maggiormente. I più essendo impotenti e comunque tutti consapevoli che si agitano forze molto grandi e controverse sulle quali il singolo e anche i gruppi, lo stesso potere politico ben poco possono. Per essere più concreti non è semplice pacificare gli stati di guerra, intervenire sul processo decisionale dei leader estremisti, sulle ragioni dei conflitti che nemmeno la diplomazia è in grado di stemperare.
Per tornare al lavoro di Gentilino ben venga dunque questa dedica che mette in risalto, con una sola parola, una piaga del nostro tempo.
Essa illumina di luce drammatica ogni testo poetico contenuto nella raccolta. Diventa la chiave per aprire alla comprensione: l’insufficienza delle parole della prima poesia, l’incontro con l’archetipo della madre generatrice, con la figura femminile, con le lucciole e i clochard, con lo stupro e gli abusi che tanta parte hanno nell’esperienza di creature che fuggono da scenari di guerra, di sfruttamento, di povertà o degrado. Esse echeggiano in “Venere Ericina”, in “Concavi” e già nelle prime composizioni della raccolta: “Notre dame”, “Dictaturae”, “Aironi” “Non abbiamo saputo”.
Quest’ultima in particolare ci inchioda al rammarico per l’incapacità di riconoscere e dare sollievo alla sofferenza.

Non abbiamo saputo
sentire nel vento
il lamento dei cristi
sui golgota,
né le rose selvatiche
sfuggite al tagliaerba,
distratti anche ora
che piove già il rimpianto.

Un testo che flagella il lettore non meno di “Profughi”, che, nel concreto riferimento allo stato d’animo dei profughi, potrebbe d’altra parte anche esprimere la condizione accomunante ogni essere che ha perduto il proprio Eden.

Scrosciati dalla terra,
decimati,
consumati,
degradati,
siamo tornati a casa,
profughi.

L’occhio del poeta si posa ancora sul disagio degli ultimi, disadattati ed esuli sulla terra, in “Concavi”.

Siamo concavi
di silenzio rugoso
stridio di clochard
senza cielo e coperte,
crepe di rimpianti
nel fiato trattenuto
sui vetri all’occaso.

Ultimi e umili ai quali, talvolta, nemmeno coloro che sarebbero deputati a dare conforto, chiusi nei loro “confessionali ipocriti”, sono capaci di dare aiuto. Credo sia questo il senso di “Né padri né madri”.

I titoli delle poesie spesso sono ripetuti nel corpo delle stesse, ma non sempre lo rendono più chiaro, anzi lo arricchiscono di mistero, essendo dettati da reminiscenze che si agganciano al “caso poetico” per vissuto personale o culturale dell’autore. Il lettore quindi è sollecitato alla ricerca dei possibili significati del lemma o della locuzione che costituisce  il titolo in rapporto al testo.
Nel caso specifico ad esempio dire “concavi” i clochard, quando notoriamente concavo si oppone a convesso ben potrebbe esprimere l’opposto dell’impermeabilità in un continuo riempirsi di rifiuti, insaccare umiliazioni, inzaccherarsi d’acqua che piove dal cielo. Il cielo a volte non copre e le coperte non bastano mai.
Le poesie della raccolta posseggono tutte i pregi della brevità e della ricchezza lessicale alle quali si contrappone una certa asciuttezza del testo che non indugia in descrizioni e particolari ma delinea con precisione netta l’argomento, il sentimento; rapidamente giunge al suo cuore e l’inchioda.

La precisione rispecchia probabilmente l’attitudine dell’autore, che è medico psichiatra, e come tale deve esaminare il caso clinico, sfrondandolo di tutto il superfluo per focalizzare l’essenziale e pronunciare una diagnosi, fornire un parere. Centrare l’attenzione al nucleo problematico è la necessaria premessa dell’individuazione del rimedio, cioè della cura, consapevoli – medico e paziente –  che “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione…”, così Franco Basaglia, riportato da Gentilino nella raccolta.

Mi  sovviene, a proposito del peso che ha la professione nell’espressione poetica, Gottfried Benn, poeta tedesco, medico anatomo patologo, che nelle sue poesie offriva al lettore inquietanti e precise visioni del suo tavolo operatorio e della sala circostante, a conferma che la professione non è indifferente nel lessico e nel portato testuale del poeta, anche nella scrittura di Pessoa, che faceva traduttore, ci sono chiari riferimenti al mondo lavorativo, altrettanto per Pavese e ciò per dire solo i primi nomi che mi tornano in mente.

Alla caratteristica di esprimersi con sintesi di Gentilino che, ritengo, come ho detto sopra, scaturisca dall’esperienza professionale, s’affianca un’altra inclinazione, più sotterranea, data dalla sensibilità poetica per la quale l’individuazione dell’indicibile corre parallelo all’evidente e non può essere detto se non poeticamente, cioè solo con la trasfigurazione dell’elemento parola in composizione significante-evocatrice.

Talvolta il filo conduttore della raccolta – che è di attenzione ai disagiati – sembra interrompersi per qualche ben riuscito inserto di composizione che sonda l’intimo e si distende in un gesto di tenerezza verso l’altro.

Vieni,
siediti accanto a me,
verrà presto il buio.

Dormi il filo
del tuo sogno.

Troveremo l’uscita.
Siamo già noi
labirinti.

oppure quando, giocando sul filo dell’ironia o strizzando l’occhio dell’allegria, prospetta una serata in compagnia di illustri scrittori e studiosi della psiche.

A est di Freud,
dietro il vetro
rifratto,
aspetta anche
Jung
ma resto a casa
questa sera,
bevo birra
a Dublino
con Joyce,
domani
scaffale a sud
con Luigi e altri sei
e poi tutto Lacan
a luci spente!

Singolare che spesso si ritrovi nei testi la descrizione di paesaggi tipicamente mediterranei con gli effluvi dei gelsomini, la rugosità argentea degli ulivi, la fragranza dei capperi, quando l’autore vive a Mondovì in Piemonte. Egli però è originario di Erice, l’incantevole borgo in provincia di Trapani, il che tuttavia non ci dice se questi siano lacerti delle memorie proprie o, com’è più probabile, almeno in alcuni casi, il frutto dei racconti d’altri. Convince tuttavia questa natura disseminata nei testi perché concorre con potenza a fare da contraltare alla durezza dei temi trattati, allo sconforto che scaturisce dall’osservazione delle piaghe della condizione umana.
L’ultima poesia “E infine” racconta un posarsi sulla terra, con gli alberi, le rose, un melo rosso in un ritorno a far parte della natura che è la conclusione di un percorso, non solo poetico, non solo proprio.
Devo dire, approssimandomi alla conclusione di questa breve nota di lettura, che mi ha sorpreso che la raccolta “Parabole” mancasse di una prefazione o di una nota di commento. L’introduzione ai testi di un autore costituisce per chi si accinge a leggerli, specialmente se profano, ma anche per chi frequenta la poesia e la critica poetica, un veicolare significato, un ausilio alla comprensione, un sottolineare la specificità dell’autore, le caratteristiche della scrittura, la storia personale, la tematica trattata, il backround dal quale scaturisce la parola. E’ un approfondimento utile in molte direzioni anche, non ultima, quella di esaltare nella giusta luce la poesia, cioè la forma letteraria più profonda e autentica. Ora vero è che si potrebbe obiettare che la poesia parla da sé, che essa sussume tutto quanto l’autore ha da dire nella migliore e più sintetica forma possibile, ma appunto per questo lo sforzo di chi la legge, senza i riferimenti costituiti da una prima lettura compiuta e filtrata da un lettore qualificato, credo sia maggiore e la comprensione rischia d’essere superficiale.
Aggiungo che non solo mi ha sorpreso che per Cipriano Gentilino e per “Parabole” non ci fossero note introduttive e/o postfazioni, ma mi ha sorpreso ancora di più perché la sua scrittura merita attenzione. Sarebbe certo improprio parlare di attesa di una maggiore maturità per Cipriano, non solo per l’età dell’autore, ma anche perché è evidente che egli ha una notevole esperienza dell’esistenza e dell’esistente, una certa padronanza dello strumento poetico e rivolgersi alla poesia risponde a una sentita esigenza che, a mio avviso, dà buoni frutti.
Forse sarebbe stata opportuna una sistemazione delle cinquanta poesie in partizioni ragionate dell’opera, come i paragrafi, titolati opportunamente, in modo da favorire una lettura più organica e articolata delle poesie; un’organizzazione del genere potrebbe comportare un ordine diverso rispetto alla sequenza attualmente proposta.
Concludo con un accenno al dialetto isolano siculo, l’unico palese nella raccolta, e, precisamente, nella poesia “Dumani si viri”, nella quale il primo verso suona: “Dumani si viri soccu agghiorna”, traducibile in “domani all’alba si vedrà cosa succede”. La poesia è preceduta dalla citazione di Leonardo Sciascia “Come volete non essere pessimista in un paese dove il verbo futuro non esiste?”. Ecco probabilmente Cipriano Gentilino, pur essendo vissuto per tanto tempo in provincia di Cuneo, non ha mai perso le stimmate della sicilianità: la riservatezza, l’essenzialità, il pessimismo, la sfiducia, il senso di fratellanza, l’accoglienza, e solo ultima – appena un barlume – la speranza . E quel che è più triste è che ha ragione. Ancora adesso, è così, come dice Sciascia e purtoppo, ormai,  non solo in Sicilia.
E lo vede bene la sua poesia col respiro internazionale degli occhi multietnici. lo vede e lo dice con la consapevolezza di “Ave madre”

Ave madre di ebrei,
tutsi, hutu e twa,
madre delle madri
di curdi, armeni
e schiavi neri
madre che ci hai partorito
senza memoria
solo pelle nuda unta di te.

Biografia

Cipriano Gentilino ( Erice, 1953 ) vive a Mondovì . Dopo il liceo Classico e la laurea in Medicina si è specializzato in Psichiatria.
Operativamente partecipe alla riforma basagliana si è occupato di deistituzionalizzazione, cura e riabilitazione di persone sofferenti per gravi disturbi psichici.
Formatosi in Psicoanalisi di gruppo è stato docente incaricato di Psichiatria – Università Torino e Responsabile di un Centro di Salute Mentale.
Attualmente si occupa di psicoterapia di gruppo.
Interessato sia ai linguaggi del mondo interiore che alle tematiche sociali amministra un blog di poesia.
In tale ambito ha partecipato all’e-book -Soffi di Poesia- curato e pubblicato dalla poetessa Silvia de Angelis e all’e-book -Facciamo due passi incauti -su Libri amArgine curato dal poeta Flavio Almerighi .
Ha pubblicato poesie sulla rivista Ispirazioni e su riviste letterarie on-line.
Ha auto pubblicato l’e-book Pareidolie su Amazon.
Con Oèdipus ha pubblicato -Versi nel retrobottega – ed ha in corso di pubblicazione – In attesa di risacca-
Con Nulla Die nel settembre 2021 ha pubblicato – Parabole.

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Psychodissey di Eleonora Federici: una lettura di Loredana Semantica

26 domenica Set 2021

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Eleonora Federici, Loredana Semantica, poesia contemporanea, Psychodissey, recensione, Terra d'ulivi edizione

La giovane poetessa perugina Eleonora Federici, classe 1995, è l’autrice di “Psychodissey”, una raccolta breve di poesia, appena pubblicata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni.
Il volumetto è prefato da Emidio De Albentiis, la postfazione è di Sergio Pasquandrea.
Il contenuto dell’opera, la seconda pubblicata dell’autrice dopo “Misteri” nel 2016, si rivela nel titolo. Declinato con riferimento alla lingua inglese esso è composto da due termini congiunti, il primo è la radice inglese psych che rimanda alla psicologia, alla psiche, alle situazioni patologiche della mente, l’altro invece è un richiamo all’Odissea, cioè al celeberrimo poema di Omero, che narra le peregrinazioni di Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia alla sua isola Itaca durate dieci anni.
La parola odissea nel linguaggio comune è quindi passata ad indicare le peripezie di un percorso che sembra non avere mai fine, costellato da avventure, incontri, esperienze. Metaforicamente le si attribuisce il senso del viaggiare dell’uomo nel tempo della propria vita fino all’approdo finale che accomuna tutti. La poesia “Itaca” di Costantino Kavafis, che parla di tesori ed esperienza accumulati lungo il percorso, ne è uno splendido paradigma.
Eleonora quindi ci racconta in forma di poesia questa tappa del suo viaggio esistenziale, “i tesori” che ha accumulato, le esperienze che ha vissuto, e lo fa ricorrendo al mito di Ulisse e vestendo le poesie delle nominazioni del poema greco.
L’ elemento autobiografico si intuisce anche dall’epigrafe, dall’aver scelto l’incipit del romanzo “La strada di Swann” di Marcel Proust: “Per molto tempo mi sono coricato presto la sera”, non soltanto perché significa in sé preferire il sonno alla veglia e quindi ricorrere al sonno per avere sollievo dalla coscienza del presente, ma perché tutta l’opera di Proust, nei suoi sette romanzi della “À la recherche du temps perdu”, sono pervasi di autobiografismo, ricordi, analisi interiore.
Ispirarsi all’Odissea significa esprimere la propria conoscenza e ammirazione del mondo letterario classico, ma è anche un modo di trasfigurare la realtà e i luoghi dove si vive disagio psichico. “Qui tutto fa schifo”. è questo il primo verso della raccolta contenuto in “Proemio”, titolo della prima poesia. Un “proemio”, quasi è superfluo dirlo, è premessa imprescindibile in un’opera poetica che si ispira ai poemi greci classici.
“Fango è il mondo” è l’altro verso chiave presente nella poesia, citazione di Leopardi e del suo “e fango è il mondo” della poesia “ A se stesso”. E’ espressione di disgusto invincibile di ciò che si è costretti a vedere o vivere. Il verso finale di “Proemio” “E a me, non resta che tacere” è un’affermazione della necessità del silenzio in un’ora vissuta, subita, comunque non verbalmente scardinabile. Tuttavia è prossima la catarsi, la reazione all’ineluttabile, essa sta appunto nelle ventisette poesie della raccolta che dimostrano come di certo il poeta non tace. Dice ciò che ha da dire, e lo dice quando è giunto il momento di esprimere l’indicibile. A conferma hanno detto poeticamente la  drammatica esperienza di degenza Alda Merini e Maria Marchesi.
Dopo la prima poesia “Proemio” la raccolta è ripartita in tre sezioni. La prima “Benedizione” contiene, tra le altre le poesie “Troia che brucia” e “Il Cavallo di Troia”. Esse contengono l’antefatto dell’Odissea, lo scontro, la vittoria o la sconfitta, le schiere degli opposti, l’inizio del climax, di certo una sofferenza, traumi che infieriscono “tra le bestemmie le urla, gli strepiti, stridono i denti rotti da troppi pugni – della – vita” . C’è la guerra del resto. Uccisioni, ferite e ossa rotte. Dolore al di sopra di tutto.
Le ultime tre parole del lacerto che riporto sono intervallate dal trattino disgiuntivo, esso impone una lettura cadenzata del testo, come a volerne sottolineare ogni termine, quasi fossero scandite, perché il senso sia chiaro, compreso, perché s’imprimano bene nella mente del lettore. Questa particolare forma col trattino lungo inframmezzato alle parole sarà ripresa successivamente anche in altre poesie della raccolta, soprattutto in “Viatico”, che riporto più sotto
L’ultima poesia di questa sezione ha per titolo “Tre volte santo”, un mantra – refrain consolatorio che rallenta una corsa a precipizio, separa la crisi dalla cura, sancisce il raggiungimento di un luogo ch’è ricovero, ma anche il passaggio dal clangore di fuoco e fiamme verso il viaggio dell’Odissea.
La seconda sezione è la vera e propria “Psychodissey”, qui entrano in scena personaggi noti del poema omerico: “Ulisse”, i “Lestrigoni”, “Circe”, i “Proci” e altri che sono titoli di altrettante poesie. Non mancano le “Sirene” e un “Polifemo” che drammaticamente si lancia nel vuoto. La raccolta è dedicata a Elena, Francesca e Marco. Due di questi nomi sono ripresi nel corpo dell’Opera a fianco dei titoli costituiti dai nomi mitici di “Atena” e “Tiresia”.  E’ legittimo pensare che le poesie siano ritratti di compagni d’avventura, flash delle loro essenze, momenti topici dell’interazione. Soprattutto però è Ulisse che catalizza l’attenzione, Ulisse ha lo sguardo all’orizzonte di barlumi, è il ricercatore della conoscenza, è il protagonista, il re, il viaggiatore, il vittorioso, l’errante, il portatore di una visione di speranza che i versi dell’omonima poesia “e qui dimora in noi,/ nella catapecchia del cuore,/la speranza.” rimarcano.

In “Sirene” e “Polifemo” è presente il nome che Ulisse riferì a Polifemo come proprio e cioè: “Nessuno”. Un inganno che contribuì alla salvezza sua e dei suoi compagni, una volta fuggiti dall’antro del Ciclope appena accecato. L’indefinitezza del pronome non consentì a Polifemo di denunciare Ulisse, autore dell’accecamento. In Sirene troviamo il verso “Il mio nome è nessuno,/ come tutti.” e nella poesia Polifemo il verso “Nessuno sei, nemmeno io”. Espressioni che si riferiscono probabilmente a un dialogo. Attribuirsi alla maniera di Ulisse il nome “nessuno” intende sottolineare il senso di annientamento e perdita d’identità dei malati ricoverati in strutture nelle quali l’alienazione è il sentimento più comunemente provato. La spersonalizzazione e lo sradicamento possono essere  alleviati dai momenti in cui si può dichiarare, interagendo con qualcuno, il proprio non nome. In questa stessa dichiarazione affermano di contro la propria essenza, esprimono  la sofferenza del sentirsi annichiliti.
I Lestrigoni,  sono i mitici giganti che nell’Odissea distruggono la flotta di Ulisse a colpi di pietre, uccidendone i compagni con gli spiedi. Nell’omonima poesia i giganti si servono come armi di parole pesanti come pietre. Le pietre nel testo poetico sono virgolettate, locuzioni di un linguaggio colloquiale prevalentemente d’affetto, non si sa se autentico, ma anche di disprezzo “mi fai schifo”, che si altera caricato di elementi negativi incorporati, pesantissimi nel contesto di situazioni parossistiche. Testimonianza di come le parole possano ferire più della spada. Mettere le pietre in bocca a giganti è dare alle figure che le pronunciano un’importanza preponderante, similmente a ciò che accade nei disegni dei bambini, dove le figure disegnate più grandi, sono quelle predominanti.
In tema d’amore alle parole dei Lestrigoni , “non c’è pietà,/ né amore in quelle” si contrappongono nella poesia “Fortuna” i versi “Diciamo di ciò/ che non sappiamo;/ forse questo è l’amore.” Al sapere di Emily Dickison “Che sia l’amore tutto quel che esiste/É ciò che noi sappiamo dell’amore;” si contrappone un sapere similare. L’arte della divinazione alla quale fa riferimento l’incipit  della poesia non è altro che un pretesto per cogliere i desiderata universali, la lettura dell’oroscopo un modo attraverso cui tradurre il sentire comune. L’essere amati, volere e voler vivere l’amore diventa l’altra faccia della disperazione.
Volere che non è sopraffatto dalla sofferenza ma vivo e vitale oltre gli amari calici di “Nausicaa” (perché sono/così gli uomini?), le “pasticche” di “Eolo, il prosaico ” tanfo di ascelle nella metropolitana” dei “Lotofagi”.
La terza sezione è “L’isola della morte”. Essa si apre con “Viatico”, dove ritroviamo i Santi di psichiatria, e amore, vita, morte. La poesia è estrema tra pavimento e asfalto, la si direbbe prostrata, ma la chiusa è d’argento, come le pupille, “Tutto questo è dell’amore; il resto ci sfugge”.  Ne “L’isola della morte”, che dà il titolo alla sezione il ritmo è spezzato e fermo, l’osservazione distaccata espressa è memoria d’infelicità. “Qui i corvi beccano/il cadavere di quello/che siamo stati.” La raccolta si chiude con il componimento “Anno 0”, dove non può che essere ciò che è: vita dopo la morte, coi segni delle ferite sul corpo, la cura del tempo e la parola che cura.

Viatico

Il rosso sull’asfalto,
il nero del pavimento,
l’argento delle mie pupille;
Tutte queste cose abitano
nell’amore – bugiardo.
La morte, la vita – in – viaggio,
la benedizione degli infermi,
i – Tre – Volte – Santi in Psichiatria;
Tutto questo è dell’amore;
il resto ci sfugge

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