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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi Mensili: marzo 2020

Nota critica su “Fiori estinti” di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

30 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

≈ 1 Commento

Tag

Fiori estinti, Mattia Tarantino

Fin dalla lettura dei primi versi, incisivi e visionari, ci si rende conto della qualità della scrittura, della veemenza tutta giovanile e della intertestualità delle liriche di Fiori estinti, seconda silloge di Mattia Tarantino per i tipi di Terra d’ulivi edizioni. Già il primo verso di Renè Char, riportato come epigrafe, assimila i fiori alle parole, che sbocciano, fioriscono, sfregiano, si estinguono. Il titolo della raccolta riporta alla mente un’altra celebre opera, Les Fleurs du mal di Baudelaire, anche qui, come in quella, affiora frequentemente un’atmosfera surreale, visionaria e vagamente sinistra.

La critica, a volte in modo frettoloso e banale, non manca di indicare percorsi e riferimenti della formazione: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Thomas citato dallo stesso autore come suo maestro di riferimento. Al di là del rischio, in questo caso calcolato e sapientemente aggirato, di incorrere nell’epigonismo, la visione del mondo appare sofferta e dolorosa, la poesia è per l’autore un modo per cogliere l’essenza profonda delle cose. L’approccio appare quasi mistico con il ricorrente richiamo di termini come terra santa, genesi, croce, benedire, comunione, ostia, vino, salvezza, grazia, stella, epifania, preghiera, cilicio, perfino azzimo, riferito non al pane ma al fiore.

Poesia aulica, ricca di figure criptiche e di commistioni, immaginifica, ai bordi dell’onirismo, poesia caratterizzata da una tecnica compositiva ammirevole per un giovanissimo autore per la fusione di registri, stili, sottocodici diversi. Eppure appare inquieta, insoddisfatta, ossessiva, a tratti dissacrante e irriverente. Ci sono delle parole chiave che ricorrono molto frequentemente nella raccolta, angelo (ricorrente per un’ottantina di volte con il suo plurale), fiore/fiori (67), cielo (58), luce (53), nome (40), lingua (33), verbo (17). C’è anche un altro aspetto da approfondire. Procedendo nella lettura di ogni poesia è come se da ciascuna emergessero in controluce immagini, dipinti antichi e moderni, secondo una vocazione, neanche troppo celata, a concepire pittoricamente la scrittura. Viene spontaneo il confronto con Campana e il suo rapporto con le arti visive, quando annotava nel Taccuinetto faentino  “Ad ogni poesia fare il quadro”. Nella poesia di Tarantino il colore ha valore onirico, emblematico, allusivo, come è possibile notare nei versi “tutta la distanza è capovolta / nell’origine del bianco”, “c’è sempre / una fune fra luce e precipizio”, non v’è trama / che scomponga tutto il bianco della sfera o ancora Venga un volo bianco / in quest’acqua che collassa”, “troppa luce / squarcia il nero e lo redime”, “tacerò per sempre la sillaba / che ci lega al colore e ci strappa / alla terra promessa: qui è altrove”, “Questo verso è patire tutto il cielo, / discordia rosa che fa luce nel mio Sud.” L’aggettivo nerissimo, ad es., di volta in volta, è accostato a talento, oracolo, Cristo, amico, fiocco, astro. Allo stesso modo il silenzio e il suo ascolto iniziatico permette di cogliere e riscoprire religioni dell’antichità, miti pagani, tutto ciò che è sospeso fra il mondo degli uomini e quello soprannaturale, quest’erba ci accoglie, rimette / al silenzio il verbo / obliquo, la traccia / che resiste alla voce.

Fra i temi più ricorrenti occorre ricordare il potere salvifico della parola, “la parola è una percossa / al vento, la parola / ci salva e ci deride, ci trattiene”, “risorga / da Ponente la vocale e sia salvezza”, la sua ricerca fino al parossismo, “Cerco un distico che chiuda / i miei versi o li sbaragli.” Poi il presagio, il viaggio iniziatico e di purificazione, “Sarò il verbo custode / di ogni avvenire, la fiamma / che purifica il fiore /, il dolore “indago la violenza / del verbo, il dolore / delle sillabe compiute.” La figura della madre, non proprio esaltata, ricorre molto frequentemente assumendo connotazioni negative:

“vorrei / morire nel cuore di una madre / orfana, sapere / come ridere dei versi e scompigliarli”, “Ero sbronzo del sangue / di mia madre”, “credevo all’inganno / che ha nome di madre”,” C’è una luce per scavare il grembo / di ogni madre / che divora sangue e ossa del fanciullo: ricorda alla madre / quel canto lontano, perché / il fanciullo è orfanello, e mai / che abbia una voce”. “Ma mia madre è un temporale: lei conosce / il mistero che si scorge / in bocca al cielo, scaraventa / una bufera sulla casa e tutto trema”, “mia madre inghiotte cento fiori, / poi rimette dalle vene”.

Il poeta, nonostante le difficoltà e il desiderio di autodistruzione, “ora inverto questi versi e mi impicco alle vocali”, resta il depositario di verità assolute, un’anima alla Rimbaud, che vorrebbe inebriarsi d’assoluto, è il poète maudit, il veggente custode di arcane verità e, come tale, il solo in grado di rivelare realtà sconosciute. È come se le parole scaturissero dal ritmo incessante della mente, dal suo percorso fatto di lacerazioni, gioie improvvise, cadute rovinose, tentazioni, trasfigurazioni. In definitiva è una poesia criptica, misteriosa, esoterica, divinatoria, nel suo esplorare la natura più antica e pura delle cose.

© Deborah Mega

 

Fiorire 

Dolore di fiorire questo cardo

che collassa nella luce.

 

Nella torre 

Nella torre la lingua mi respinge

al precipizio della sillaba e fa polvere

del nome, sbriciolando

l’inverno che abitò la terra santa.

 

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

 

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi

il cerchio e la croce. Non temete

questa parola che nasce

in altri mondi, dove nerissimi

gigli affliggono e azzannano.

 

Amate anche il canto

finale del passero; le astuzie

che nutrono i morti. Altrove

è la terra del verme, ma solo

al di qua può regnare col cuore.

 

Prima che carne nient’altro

che carne nutrì il fiore ossuto.

Prima che acqua nient’altro

che acqua devastò la mancanza

di forma: tutta loro è la colpa.

 

Ecco, amate

ostinati la grazia, le impervie

vie della sorte e mai, mai

la sciagura dello stare.

 

Testi di Mattia Tarantino, Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

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3 #cronacheincoronate

26 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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Questa quarta, quinta e sesta cronaca, precedute da prima seconda e terza cronaca, già pubblicate qui lo scorso giovedì, danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog con questo post. 

Siracusa 16 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA CENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Crescono poco i casi in Sicilia. È un sollievo. La sanità siciliana non reggerebbe un impatto analogo a quello lombardo. È forse già un segno dell’efficacia del contenimento. Questo mi permette di dedicarmi alla cena più serenamente. I miei ragazzi sono a casa. In altri tempi spesso, per non dire sempre, sono fuori tra studio e amici. Stasera per cena avevo in mente di sfruttare cinque morbidoni che occhieggiano dalla busta del pane. Soffici, fragranti, cosparsi di sesamo, mi hanno ispirato il mio panino top. Pomodoro, uova sode a fette, maionese e cipolletta fresca a pezzetti. Semplice e godurioso. Poi ho ricordato che in frigo c’era qualche fetta di pollo ed ho diversificato. Pollo arrosto a pezzetti, provola e provolone fusi, ketchup, maionese. La ricetta è copiata dai paninari. Il formaggio dovrebbe essere lo svizzero, ma i supermercati chiudono alle 18, non c’è modo di comprarlo. I panini a cena hanno successo. Mio figlio maggiore “però però mamma, niente male” ed io ” sono meglio dei paninari?” risponde il minore ” insomma, mamma, adesso non esageriamo” . Cari paninari, sono a buon punto per il sorpasso. Intanto mi godo i miei figli a tavola. Si parla. Si sta bene insieme. Al tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene

Siracusa, 18 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

CUCITO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi ho avuto poco tempo per qualunque cosa. Sono stata impegnata a cucire dieci mascherine protettive. Le mascherine ormai sono una merce rara e costosa. Qualche paese ce le sequestra, qualche paese ce le regala, ma quelle che arrivano sono destinate ai sanitari. Intanto le scorte di casa nostra si stanno esaurendo. Mio figlio ha provato ad acquistarle in internet. Provenivano dalla Cina e i tempi di consegna erano lunghissimi. Ho deciso di cucirle io. Per modello ho usato una mascherina chirurgica usa e getta, per tessuto una tela riciclata. La tela di cotone doppio e fitto era stata confezionata in una federa di cuscino che per anni e anni ha contenuto piume. Qualche mese fa in una gigantesca opera di riordino degli armadi le piume sono state trasferite in altri cuscini e la federa, lavata a temperatura di 90°, era stata messa tra i tessuti disponibili per migliori usi. Questo è il tempo in cui serve. Ho ricavato dalla federa otto quadrati di circa ventidue centimetri per lato. A destra e sinistra, dopo una passata di punto zig zag, ho rimboccato l’orlo e l’ho fissato col punto dritto. In alto e in basso ho rimboccato il lembo per mezzo millimetro e poi, in basso l’ho rimboccato nuovamente per un altro mezzo millimetro, fissando l’orlino così creato col punto dritto, in alto invece, ho rimboccato il lembo ancora per circa un centimetro creando così un orlo più alto, fissato sempre a punto dritto. A questo punto ho formato tre pieghe nella parte centrale della mascherina, e fissato le tre pieghe a destra e a sinistra con un tratto di punto dritto. Le pieghe sono cucite solo agli estremi perché al momento che si indossa la mascherina devono potersi aprire per accogliere la sporgenza del naso e della bocca. Dentro l’orlo alto con l’aiuto di una spilla da balia, ho passato un elastico, circa 55 centimetri di lunghezza, lasciandolo pendere a destra e sinistra. Questi estremi vanno fissati con punti forti a mano agli estremi dell’orlo in basso. Si formano degli anelli che indossando la mascherina vanno posizionati dietro le orecchie, trattenendo la mascherina aderente al viso. L’orlo in alto sta sul naso, l’orlo più sottile in basso sta sotto il mento. Finite le mascherine ho bollito l’acqua e le ho messe a bagno nell’acqua bollente con un po’ di detersivo. Adesso devo andare a sciacquarle e stendere perché si asciughino. Domani le stiro. Domani devono essere pronte. Domani è ancora il tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene.

ps. le altre 2 mascherine delle 10 cucite oggi le ho confezionate in altro modo

Siracusa, 20 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LO SMART WORKING AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La mia azienda in tutta fretta ha messo su un bell’apparato per lo smart working. Con lo smart working o lavoro agile un po’ si lavora a casa, un po’ in azienda. Di questi tempi a casa e basta. Io sono stata resa operativa ieri sera. Ovviamente ho rinviato a stamani ogni connessione. Quando ho provato stamattina tutto ha funzionato perfettamente. Oh meraviglia! In remoto sul mio affollatissimo desktop. Come sempre, nelle cose che mi piacciono e mi sorprendono, mi ci sono buttata a capofitto. Dopo 5 ore di lavoro avevo un freddo cane e la schiena a pezzi. Non mi ha salvata neppure il the caldo che avevo sorseggiato mentre lavoravo. Ho dovuto far ricorso alla mitica vestaglia turchese supercalda. Preparando il pranzo la situazione è migliorata. Dopo pranzo ho realizzato che non era un fatto di immobilità, mancanza di riscaldamento o primi segni del contagio, bensì un cattivo rapporto sedia piano di lavoro. Come un bravo datore di lavoro di me stessa ho migliorato l’ergonomia della postazione. Ho preso una sedia più alta e con i braccioli, l’ho rialzata fino a che seduta il gomito fosse in linea con la tastiera. Sotto i piedi una bella pedana di fortuna: una solida scatola di legno grezzo. In verità, anche se dico di aver fatto tutto io, si è premurato mio figlio minore, ma mi piaceva spacciarmi per autocrate autosufficiente. Insomma una bella esperienza, entusiasmante, non ho ancora deciso se preferibile al lavoro sul posto. Intanto sono potuta andare in bagno ben tre volte. Nel mio bagno. Anche questo è un vantaggio dello smart working.

Tutto andrà bene

Loredana Semantica

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Nota critica di Carlo Di Legge su “La venatura della viola” di Rita Pacilio, Ladolfi, 2019

23 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Carlo Di Legge, La venatura della viola, Rita Pacilio

Cara Rita, riesco, in questi giorni di calma un po’ irreale, a rileggere il tuo ultimo libro La venatura della viola – Ladolfi, 2019: un bel titolo, tanto per cominciare, inventato nel contesto di quell’infinito immaginario che tutti ci muove, facendo sì che troviamo senso alla vita. Comincio a leggere, e vengo diretto in modo assai favorevole e anche a me congeniale dalla tua Lettera introduttiva. Vi si avverte un tono pacato, rasserenato e rasserenante, che forse non c’era in molti tuoi lavori visti.

Le prime poesie, per la verità, sembrano contraddire ciò che ho appena scritto. E avviene che, nonostante la presenza, sovente, del senso compiuto – ricordo bene la tua scrittura precedente, che certamente corrispondeva a una visione del mondo – , s’incontri il tu : tu, “che mi vuoi archiviare” e lo fai “interrompendo il nostro discorso”, “nella nebbia rancorosa e scura” (p. 10). Non sto a domandarmi il chi; ma subito, a p. 11, prosegui con menzione dell’ “ultimo litigio/uscito dalla bile” e accenni alla “fossa” e “al timore di saperci morti”; eppoi  (per un esempio), “Mani agitate sconvolgono ricordi/il nome; la data di nascita schiamazza/per terra” (p. 14) – efficace, certo – in un mondo in cui “tutte le persone … muoiono senza compassione,/come se il peccato fosse l’amore” (p. 16): allora non resta che “l’alloggio della rassegnazione” ma, a un mondo del genere, scomposto, non certo allegro, non felice, si adegua solo il linguaggio spezzato, lacerato, il mutamento non proprio gradevole al/del soggetto. Messo in dubbio anche il soggetto? Non so. Ma “Il mondo è un corpo devastato” (p. 17) e questo incipit è davvero un simbolo per i tuoi libri, quelli che avevo già letto, e pare che anche la tua poesia non possa risultare diversa, se la visione del mondo sarà questa: così “Qualcuno dice che non puoi farci niente”. Ma qui, proprio qui nel cuore dell’immagine della tua Waste Land, cominci a tener fede alla Lettera introduttiva, perché quel “qualcuno dice …” sottintende anche “ma …”: l’eccezione dell’ottimismo, la presenza di un alcunché di positivo, che arriva, con le linee dell’ “allora coglierò tutte le viole/le terrò insieme …/abbandonata alla saggezza del necessario” (p. 17). Ed è la saggezza che parla, con la viola. Da questo momento, il mondo e il libro, è vero, non sono affatto pacificati – già a fine p. 18 s’affaccia l’assurdo (da sotto terra guardare la luna e fare una piroetta “per vederti sorridere”?); tuttavia, nei momenti che ritieni di sutura, affacci questa immagine gentile, che giova al libro e alle cose, fin dal titolo: l’essenza (di violetta?) nel fazzoletto e di nuovo, con il ricordo della nonna, la narrazione dell’infanzia; certo che anche un’essenza – si direbbe, figura metonimica –  oppure consuetudine per “spirito” – si apparenta strettamente con la trasparenza della venatura e, volendo, di lì alle “albe e l’universo” intero, se in ogni monade si raccoglie il caos ordinato; ed è vero, questa gentile venatura-per-violetta-per-kosmos dice, o è come dicesse, “manca sempre una parola se mi nascondi” (p. 19); violetta è figura associata al perdono e all’ancora una volta (p. 20); le immagini di pacificazione (p. 21) sono collegate, suppongo, a quelle della natura; e così alla natura “del poco” (p. 22) che può essere tutto ciò che serve, alle “venature della viola” (p. 26) che occorrerà ringraziare di tutto ciò che si trova, e d’essersi lasciate trovare; al “vorrei essere un albero” ai piedi del quale “le violette” (p. 28).

Un altro cuore del libro, credo, a p. 23: “Ci si ammala. Per eccesso di fiducia”. Ma poi, meglio, “Ci si ammala per avidità”. Ancora saggezza.

Credo si tratti qui di un libro importante, dove, alla visione-diagnosi del male del mondo e dell’anima, si presenta spessissimo un simbolo d’infanzia, o più simboli della natura ritrovata (ancora bella, nitida, “Ho tre alberi in cima agli occhi” p. 40); uno o più promettenti ritorni.

Ed ecco un incontro in cui diventa estraneo una persona che ben si conosce, e sarà meglio così, forse? O no? (p. 26); ancora i pensieri tristi “Se dovessi scriverti da morta” aggiustarsi come pacate “parole dette/risposte giuste, cortesi” (p. 33):; “viola” sarà ultima parola del libro (p. 44), e, nel silenzio, da cui infine sappiamo “di essere sorretti” (p. 36), campeggia il “batticuore che guarda in alto/guizzo estremo e gentile/senza disperazione”, ancora “Quella venatura della viola/… già compiuta nella sua totalità”. In fondo, nulla. Ma, volendo, si trova che sia tutto.

Grazie per il regalo, hai trovato un bel simbolo grazioso e potente.

Carlo Di Legge

 

***

Vorrei essere un albero

raspato nelle croste dai fulmini

contare le formiche sul ceppo

al vento sbattere la mia testa matta.

Se hai paura non tornare indietro:

vedi la confidenza dell’inverno?

Lungo il tronco si appuntisce il bosco

si piega a terra con le violette in mano.

***

Come noi, i pomeriggi di marzo assottigliano

continuiamo a non saperci dire che ci amiamo.

Nessuno, te compreso, ha visto in controluce

la combinazione per consolare le cellule perse

tra un atto e l’aria blu. Le parole, una dopo l’altra

mentre spaiamo calzini e prudenti teorie.

Se unissimo i punti

troveremmo l’infinito lasciato incompiuto

il bacio a tradurre il reale e l’altra faccia.

***

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi,Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

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2 #cronacheincoronate

19 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

≈ 1 Commento

Questa prima, seconda e terza cronaca danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog qui.

Siracusa 14 marzo 2020

LA SPESA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata a fare la spesa. Da sola. All’ingresso breve fila di pochi minuti. Un uomo con la mascherina dava l’ok per entrare. Decido d’essere veloce. Prendo ciò che so che ci piace, un’occhiata rapida alla data di scadenza, nessuna al risparmio.
Nei corridoi tutti ci teniamo lontani gli uni dagli altri, se il corridoio è occupato, giriamo al largo, se qualcuno perde tempo a scegliere andiamo altrove.
Due vecchiacci che facevano la spesa, un uomo e una donna, senza mascherina e senza paura, mi tampinavano. Sorvolavano a meno di un metro dal mio passo, incrociavano la mia traiettoria, spingevano i carrelli ad intralciarmi. C’è mancato poco che li falcidiassi. Alla salumeria una linea teneva distanti gli acquirenti dal bancone, la fila era coi numeri e sparpagliata. I salumieri raccomandavano “distanziatevi, siete troppo vicini”. Ho rinunciato all’affettato fresco, tutto preconfezionato. Alla cassa la cassiera aveva la mascherina. Mi sono sentita sollevata. Starnutisce. Ho insaccato tutto sono uscita con due buste. Le più pesanti che abbia mai portato. Arrivo a casa. La maglia è zuppa. Stamani spalla sfilata.

Tutto andrà bene.

Siracusa sempre 14 marzo 2020

GLI SMARRIMENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata al lavoro. Al rientro cerco in borsa le chiavi per aprire la porta di casa. Non trovo le chiavi. Suono al citofono e mi faccio aprire. A casa nei posti dove le lascio di consueto nessuna traccia di chiavi. Non sul tavolo, non sul “buzzolo” di marmo vicino alla finestra, nemmeno negli svuotatasche dell’ingresso soggiorno. Vuote le tasche di giacca e giubbotto usati in questi giorni. Chiamo il collega, mi controlli se nella stanza ho lasciato le chiavi. Non ci sono sulla sedia, non nell’armadio nemmeno sulla scrivania. Verifica telefonica fallita. Quale ghiotta occasione per i miei di infierire col gusto di sparare sulla perfezione. Il miglior commento quello di mio marito “ti dovrò togliere le chiavi di casa”. Come un flash mi torna alla memoria che in centro parcheggio ho fermato la macchina, aperto lo sportello e mi sono tolta la giacca per il caldo, la primavera sta arrivando. Vuoi vedere che in quel momento dalla tasca della giacca sono cadute le chiavi ? Afferro borsa giubbotto e chiavi della macchina, ritorno al lavoro. Il pensiero ondeggia tra “dove ho perduto ‘ste chiavi?” e “che caspita racconto a un controllo della polizia?” Il dubbio che perdere le chiavi sia uno stato di necessità. Per me lo è: quando perdo le chiavi, sto perdendo la testa. Mi fermo al parcheggio. Passo in rassegna ogni metro quadrato. Ripercorro la strada che ho percorso uscendo dal lavoro, con gli occhi fissi all’asfalto. Nessuno sbrilluccichio di conforto. Chiavi smarrite. Mi arrendo. Torno a casa. Entro in camera da letto. La maglia zuppa. Prendo la vestaglia turchese di ciniglia supercalda . Nella tasca c’è un peso. Forse…vuoi vedere. Le chiavi, nella tasca destra, ce le avevo messe ieri.

Tutto andrà bene.

Siracusa 15 marzo 2020

LE PULIZIE DI CASA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Domenica a casa. Di mattina sono piena di energia. Dopo colazione decido di fare pulizie. La veranda chiusa a vetri è inguardabile. Tutta appannata. Mi armo di un bastone telescopico che avevo comprato in tempi migliori proprio allo scopo. È dotato di un terminale largo e piatto, molto snodabile. Nel secchio circa cinque litri di acqua . Scarto l’alcool denaturato come prodotto per la pulizia. L’alcool è prezioso. Sebbene lo usi abitualmente, preferisco riservarlo a migliori impieghi. La disinfezione delle superfici o delle mani ad esempio. Scelgo un prodotto fortemente sgrassante a base di ammoniaca. Chissa l’ammoniaca che effetto fa ai virus. Dovrebbe essere dirompente. Ciò che sgrassa li distrugge. Uso un panno in microfibra blu. Lo bagno nell’acqua saponata, lo strizzo, lo appoggio al terminale piatto del bastone telescopico e pulisco le vetrate. Il panno tende a cadere. Lo fisso alla base piatta del bastone con due elastici. Il sistema risulta ingegnoso. Funziona. Cambio l’acqua quando si intorbidisce. Sono molto soddisfatta di come procedono i lavori. Ad un tratto spingendo più in alto lo sguardo mi accorgo che sul lato esterno della vetrata c’è una chiocciola. Lo sapevo già ch’era lì. C’è da tempo. Ha scelto quel luogo per svernare. Il suo letargo si compie tre metri sopra il disimpegno che da sempre fa da cuccia al cane. Due esseri viventi in un parallelepipedo con pareti in vetro e muratura e un lato aperto sul giardino. Si fanno compagnia. Probabilmente la notte hanno un respiro armonico. Decido che quando arriverò a quel punto, circumnavighero’ col panno blu la chiocciola. La lascerò al suo posto. A dormire finché vuole. La primavera è vicina. La pulizia può aspettare. Penso che il premier inglese non sarebbe d’accordo. Dobbiamo abituarci a dire addio ai nostri cari. Ad una chiocciolina il minimo che dovremmo fare è fracassarle il guscio e pestarla sotto i piedi. Non sarei una buona inglese. Viva l’Italia.

Tutto andrà bene.

Loredana Semantica

la chiocciolina in letargo. F.to Loredana Semantica

“la chiocciola in letargo” foto di Loredana Semantica

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Il mito del tango nella poesia di Borges

18 mercoledì Mar 2020

Posted by marian2643 in Consigli e percorsi di lettura

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Anna Maria Bonfiglio, argentina, buenos aires, gaucho, Jorge Luis Borges, tango

Colin Staples 1959 – Argentine Figurative and Portrait painter

 

Nell’universo letterario borghesiano il tango è lo specchio della popolazione argentina, un simbolo che la identifica. “Identità” è infatti la parola chiave nei testi che il poeta argentino compone per il tango. Egli ha vissuto nel periodo in cui la popolazione del suo Paese era costituita da un coacervo di etnie e di culture e dunque alla ricerca di un’unità costituita; il tango, in quanto espressione di una tradizione secolare che univa molti popoli, era il mito che poteva identificarli. Il tango e il sainete, un componimento teatrale di origine spagnola che in un solo atto rappresentava in modo giocoso aspetti e costumi della vita popolare, sono le due voci a cui Borges assegnerà la valenza archetipa degli abitanti di Buenos Aires. La figura dell’eroe che iniziò il mito del tango è secondo Borges il Gaucho. Così egli lo descrive in una sua poesia:

“Figlio di qualche confine della pianura

Aperta, elementare, quasi segreta,

gettava il saldo laccio che trattiene

il saldo toro dalla cervice scura.

Si battè con l’indiano e lo spagnolo,

morì in alterchi di taverna e di gioco;

diede alla patria, che ignorava, la vita,

finché a forza di perdere, perse tutto.

Nomi non restano, ma il nome è rimasto.”

Da questa poesia, di cui ho citato solo l’incipit, comprendiamo che il gaucho era un elemento marginale della società, viveva nelle pampas, era allevatore o mandriano e, avendo combattuto su vari fronti, il coraggio e l’onore erano la sua fede. Gli elementi distintivi del carattere gauchesco che vengono citate nelle poesie del tango sono l’orgoglio dell’uomo che vive libero e fiero in mezzo alla natura e la sua abilità magistrale di maneggiare i coltelli. Il gaucho non riesce a riconoscersi con e nella città che cambia e si industrializza e perciò vive isolato, anche a costo di rimanere emarginato o di essere sfruttato.

La seconda figura-mito di questa tranche di poesie borghesiane è il compadre e più ancora il compadrito. Il compadre, che abita nei sobborghi della capitale, è il capo del quartiere, simbolo di autorità e coraggio, ricco d’orgoglio e pronto alla vendetta,  vive una gerarchia dove lui è il massimo esponente, sotto di lui vi sono i compadritos. Evoluzione del gaucho che va mutando veste per inserirsi nella nuova società urbana, egli è un soggetto ribelle, alla ricerca di libertà e di una terra senza leggi, l’unico valore a cui si attiene è l’amicizia e per essa è disposto a combattere fino ad uccidere o ad essere ucciso. Il compadrito è colui che trasforma in passi di danza il gioco di coltelli di cui è maestro e con cui esprime la propria virilità. L’immagine del coltello assieme al tema della morte si trova in tutte le milonghe scritte da Borges e pubblicate nella raccolta “Poesie per le sei corde”, ciascuna di esse è un documento di fatti di cronaca nera, di eventi storici o di vicende realmente accadute, “Dietro le pareti sospettose il Sud custodisce un pugnale e una chitarra”, scrive nel poemetto Il tango.

Nella poesia “Milonga de dos hermanos” è raccontata la tragica storia dei fratelli Iberra: entrambi maestri nel gioco del duello si sfidano coi coltelli ma uno dei due tradisce l’etica della competizione uccidendo l’altro con la pistola. Metafora delle lotte fratricide iniziate con la vicenda biblica di Caino e Abele, nel testo è sottesa l’accusa di tradimento e di vigliaccheria, perché nel codice morale del barrìo è il coltello l’unica arma prescritta per i duelli. Nella “Milonga di Don Nicanor Parades” viene tracciato il ritratto di un compadrito del rione Palermo, suo feudo, dove egli brilla per il suo aspetto elegante e per l’uso dei modi duri con cui risolve i contrasti, ucciso nell’anno ‘90 dell’Ottocento per mano di un altro capo. Così lo descrive Borges:

“Lisci e duri i capelli

E quell’aspetto da toro;

mantellina sulla spalla

e sfarzoso anello d’oro”.

Tutti i personaggi cantati nelle milonghe di Borges hanno in comune la lotta e la morte, la chitarra e il coltello. I testi sono racconti di storie individuali che si tramandano nel tempo, leggende a cui l’autore assegna un codice epico per caratterizzare la natura dell’uomo argentino. Il teatro in cui prendono vita i fatti narrati sono i luoghi più nascosti di Buenos Aires, l’arrabal, i suburbi, i luoghi della memoria, unici e straordinari, scaturigine dell’opera borghesiana.

Raccontando in poesia i miti e le leggende di una terra il cui popolo si è costituito dall’amalgama di civiltà e culture diverse fra loro, Borges ha creato un epos, una teoria sulla quale appoggiarsi per identificare nell’eroe del tango la figura che porta la matrice genetica degli argentini. Alcuni studiosi negano che Borges abbia creduto veramente a questa idea di identificazione, mentre altre voci sostengono che egli stesso, sentendo dentro di sé la necessità di trovare una radice comune con il suo popolo, si sia autoconvinto che all’origine della nuova popolazione argentina ci fosse questo eroe del tango, ruvido, smargiasso e sentimentale, pronto ad amare e a uccidere ma sempre fedele ai valori dell’onore e della solidarietà. La Buenos Aires dell’arrabal e del quartiere Palermo sarà sempre per lo scrittore il fulcro creatore dei miti leggendari del suo Paese e del suo popolo.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

 

 

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Versi trasversali

16 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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L'istinto altrove, Michela Zanarella

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MICHELA ZANARELLA

 

Dal cuore faccio uscire

il colore di una terra

che mi manca come l’aria

e tutto il silenzio di un amore

che cresce come le spighe del grano.

Sono viva in quell’odore di luce

che raduna il mio tempo

intorno a te

e nella memoria che mai allontana

i nostri sguardi.

*

Siamo liberi di sentire

con le vene e con gli occhi

come si muove in silenzio l’amore.

Ci capiterà di non fermarci

tra uno sguardo ed un respiro.

Proveremo a scavalcarci le labbra

nell’armonia perfetta di un bacio.

Ci capiterà forse di non vergognarci

se ci esplode la vita.

Non rinunceremo mai

a ripetere il senso

del nostro avvicinarci all’infinito.

*

Ti verrei ad abbracciare

come fa il sole quando sorge

sulla terra

e ti darei le mie parole

per unirle al tuo silenzio.

L’amore che ho per te

fatto di luce e di pazienza

si moltiplica come fa la vita

quando arriva come pioggia improvvisa

a risvegliare l’erba o a riempire i pozzi.

 

Testi tratti da L’istinto altrove, Giuliano Ladolfi Editore, 2019

 

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1 #cronacheincoronate #andràtuttobene

14 sabato Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

≈ 9 commenti

by Kamil Vojnar

Cari amici, è tempo di Coronavirus. “Una cosa seria” come dice il governo, che non solo oggi rischia di ucciderci o mandarci in terapia intensiva, ma che è probabile, dico io, domani inciderà sugli equilibri politici e l’economia mondiali. Questi momenti, in cui un intero Paese, vivo e produttivo come l’Italia, si ferma, resteranno nella storia, i nostri scritti di oggi potrebbero testimoniarli domani. Che ne dite di inviare alla redazione del blog i vostri racconti, pagine di diario, lettere, immagini, cronache su ciò che stiamo vivendo? Raccontate un episodio di questi giorni vissuti tra: “io resto a casa”, strade deserte e famiglie riunite. Con un po’ di humor se vi riesce, quel tanto che basta ad alleggerire lo spirito. Le potremmo chiamare Cronache incoronate. Mandate i vostri contributi alla casella liminamundi@gmail.com oppure postateli nei commenti al post, sotto gli hashtag   #cronacheincoronate #andràtuttobene.

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L’intervista a Viviana Viviani: Se mi ami sopravvalutami

12 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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poesia contemporanea, Se mi ami sopravvalutami, Viviana Viviani

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Viviana Viviani, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Se mi ami sopravvalutami, Controluna, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho imparato a leggere e scrivere a tre anni, grazie a una madre maestra, e a scuola ero tra i pochi ad essere felice quando c’era il tema in classe. Poi, quando ho scelto di studiare ingegneria, ho smesso di scrivere (ma non di leggere) per un lungo periodo. Credo fosse il mio modo per non sentire troppo il peso di quella rinuncia: renderla definitiva. Ma la passione è rimasta, mi ha seguita come un fiume sotterraneo, e alla fine è riemersa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Per quanto riguarda la poesia, due autrici in particolare: Wislawa Szymborska e Viviane Lamarque. Credo che dalla sintesi tra la grande intelligenza, la razionalità chirurgica ma densa di emozione della prima, e l’apparente ingenuità infantile, in realtà ricca di consapevolezza, della seconda, potrebbe nascere la poesia perfetta. Ma le tre più belle poesie d’amore in assoluto per me sono state scritte da uomini: “Il minacciato” di Borges, l’amore feroce e ossessivo, “Ho sceso dandoti il braccio” di Montale, l’amore quotidiano e compiuto, e “Scrivo a te donna” di Salvatore Fiume, l’amore segreto, forse solo immaginato.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica è di certo importante, ma cerco di nasconderla: si rischia sempre di essere noiosi quando si parla troppo di sé. Mi reputo invece una buona osservatrice, soprattutto delle contraddizioni umane. Lavorare in un ambito esterno alla letteratura, quello aziendale, in un certo senso mi aiuta a stare vicino alla realtà quotidiana.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

“Se mi ami sopravvalutami” è una silloge poetica, prosastica ma non troppo. Alcuni componimenti usano un linguaggio anche crudo, altri sono più leggeri e non disdegnano rime e assonanze. Parlo spesso di amore, ma anche amicizia, lavoro, tecnologia, vecchiaia, con un occhio particolare alle nuove forme di comunicazione, le chat, i social. Il testo più noto, “Non mandarmi il tuo cazzo in chat”, ne è esempio. Nella prefazione, Franz Krauspenhaar dice che colpisco “i vizi del cuore con un po’ di perfidia tutta femminile”, e trovo sia un grande complimento.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo sia utile, se non necessaria – ma cosa è necessario? La poesia in generale è quanto di più deliziosamente inutile – in quanto a detta di molti offre uno sguardo nuovo sulla realtà. Nuovo in cosa, non saprei dirlo. Non si inventa mai nulla. Semplicemente è la mia voce, che prima taceva. Molti poeti contemporanei tendono, a mio parere, a far prevalere il suono sul senso, accostando le parole a prescindere dal significato, alla ricerca di una musicalità un po’ fine a se stessa. Io cerco invece di fare una poesia che racconti, se non una storia, almeno una situazione, un’idea. Al tempo stesso rifuggo ogni istinto morale o pedagogico. Mi piace che la poesia abbia qualcosa da dire, senza però la pretesa di insegnare nulla.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho iniziato a pubblicare su Facebook qualche poesia, alcune le avevo lì da tempo, ma la maggior parte sono recenti. Ho visto reazioni positive e ho continuato. Credo che i social siano un grande laboratorio culturale, e un’immensa risorsa di confronto e libertà. Insomma credo che su questo Umberto Eco, pur essendo un grande, avesse torto. Avranno pur dato voce a legioni di imbecilli, ma anche a falangi e testuggini di creativi, spesso di valore, a volte anche geniali.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Giorno per giorno, ispirandomi alla vita quotidiana, fuori e dentro i social. Di solito le idee mi vengono di notte, poi butto giù la prima bozza in pausa pranzo e la rielaboro alla sera. Ma perché mi viene spontaneo così. In realtà sono abbastanza pigra e indisciplinata, purtroppo.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è lo stesso di una delle poesie, l’ho proposto io all’editore ed è piaciuto. La copertina è invece completamente dell’editore.

9. Come hai trovato un editore?
Naturalmente su Facebook! Mi hanno contattato loro, non ho dovuto nemmeno propormi. Credevo fossero leggende, invece succede davvero.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Molto eterogeneo, con un picco forse per le donne tra i 30 e i 50, ma ricevo apprezzamenti da entrambi i sessi e da tutte le età.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Principalmente sul web. Stavo organizzando una serie di presentazioni, quando è arrivato il Coronavirus che ha congelato tutto. Spero torneremo presto alla normalità, nel frattempo credo sia il momento ideale per leggere tutti di più. Non solo il mio libro, eh!

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono molto affezionata a tutte le poesie della silloge, faccio fatica a scegliere. Ripropongo quella più nota, Non mandarmi il tuo cazzo in chat, e un’altra che amo molto, Il mendicante ha un dobermann

NON MANDARMI IL TUO C@ZZO IN CHAT
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.
Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.
Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.
Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.
Non conosco le risse
dietro le tue cicatrici
e non so se odori più di bosco
di biblioteca o di autogrill.
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
o finirà tra i tanti c@zzi senza storia
che vivono nelle chat
spade di pixel sguainate nel nulla
non voglio sapere la sua solitudine
prima di conoscere la tua.

Il mendicante ha un dobermann

Il mendicante ha un dobermann,
mi guarda mentre dorme
cammino più veloce
sulla strada dell’ufficio.

La collega lavora bene
tra le gambe del direttore,
avrà un contratto migliore
io più lavoro arretrato.

Lui dice che non mi ama
ne ha una più felice
ma cedo alle sue urgenze
quando è stanco di allegria.

La mia amica è buona
mi odia se non piango
per chi annega e brucia
nel TG del pomeriggio.

Il mendicante è un dobermann,
se solo mi avvicino
mi sbrana di pietà.

Un euro a un lavavetri
colpo di straccio al cuore
pulisce anche le colpe
di cui sono innocente.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Più che un’aspettativa una speranza, forse persino eccessiva: che scrivere diventi il mio mestiere.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ne ho ben due!

“A che lettore vorresti arrivare?”

A quello che non ha mai amato la poesia, che dice di non capirla, che la ricorda dai tempi della scuola come qualcosa di pesante. Quello che lavora troppo, che non ha tempo, che non ha voglia, che ha fretta, che però viene catturato casualmente da una parola, un verso, un’idea. Quello che non sa chi sia la Szymborska, ma magari dopo aver letto questa intervista si va a cercare le sue poesie su Google. Vorrei essere un seme.

“E qual è il tuo grande timore?”

Fermarmi qui, come quei cantanti di una sola canzone. E passare alla “storia” come la “poetessa del cazzo”. Il che comunque non sarebbe poco.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in lavorazione una seconda silloge e anche un romanzo. Vi regalo volentieri un inedito. C’è chi dice io sia ossessionata dalla vecchiaia, in realtà trovo sia un tema affascinante e poco trattato, nella poesia e nella letterature in generale.

DA VECCHIA

Da vecchia non ballerò il liscio,
non l’ho saputo fare mai,
non giocherò a carte, non cucirò,
da vecchia mi farò
di botox come eroina,
truccata da vecchia gallina,
da giovane ero bella, dirò.
Da vecchia, mentirò.

Viviana Viviani è nata a Ferrara nel 1974 e vive a Bologna. È ingegnere. Ha pubblicato racconti su varie antologie. Giornalista pubblicista, ha scritto sulla rivista on line LucidaMente e oggi scrive su Pangea News e Hic Rhodus. Nel 2012 è stata finalista del premio Giallo Mensa di Mondadori e nel 2013 ha pubblicato il romanzo “Il canto dell’anatroccolo”, con Corbo Editore, nella collana di Roberto Pazzi. Nel 2018 il suo progetto di scrittura multimediale “Penitenziagite – Un cadavere nella rete”, scritto a quattro mani con l’amico Stefano Machera, è arrivato in finale al Macchianera Awards tra i siti letterari. Ha appena pubblicato la silloge poetica “Se mi ami sopravvalutami” con Controluna – Il seme bianco.

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L’intervista a Sergio Sichenze: Tutto è uno

09 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

≈ 1 Commento

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intervista, Sergio Sichenze, Tutto è uno

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Sergio Sichenze per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Tutto è uno”, Terra d’ulivi edizioni, 2020.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Una casa dove i libri costituiscono le pareti portanti è un buon inizio: così è accaduto. Non erano organizzati per autore o per genere: erano lì, a disposizione. Quello è stato il primissimo amore per la scrittura. La fascinazione derivante dal profumo della carta, toccare le copertine che percepivo fossero custodi di mondi e paesaggi sconfinati, e poi le parole. Il transfert emotivo sono state e sono le parole: forma e suono. Cardini sui quali scivola la porta che spalanca a epifanie. Leggere e quindi leggere, poi leggere e rileggere: la più concreta forma di scrittura, un flusso ininterrotto che ancora mi percorre.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

I primi vagiti di passione letteraria: Salgari e Verne. Sono autori che ti conducono magicamente nelle storie…e Kipling. Ricordo che quando vidi al cinema il mio primo film della Disney rimasi deluso, lo trovai sottotono rispetto alla magnificenza dei libri che in quel periodo maneggiavo. Fino al liceo sono stato bulimico, vorace, caotico: afferravo ciò che trovavo. Un libro, tra i tanti, mi scosse: “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, soprattutto l’incipit: la caccia alla spigola nel mare di una Napoli che non avevo conosciuto. Poi i grandi classici latini e greci, l’epica omerica: irripetibile caleidoscopio di miti, dei, uomini e sentimenti verticali. Gli autori italiani che hanno avuto e continuano ad avere una notevole influenza sono tanti: Pavese, Fenoglio, Piovene, Pasolini, Arpino, Bernari, Carlo Levi, Primo Levi, Ortese, Nigro, Tobino, Silone, Tabucchi e altri. Un posto del cuore lo riservo a tre scrittrici: Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza ed Elsa Morante. Ma sono gli scrittori siciliani che mi hanno conquistato e decisamente orientato: Pirandello, Verga, Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Vittorini, Brancati, Sciascia, Consolo e, con un sentimento di amore incondizionato, Gesualdo Bufalino: un uso della lingua incomparabile. Altri due autori rappresentano una luce costante: Gadda e Calvino. Quest’ultimo supera qualsiasi genere letterario, per affermarsi in uno spazio del pensiero e della riflessione attualissimo: non ha eguali. Da Calvino il passaggio a Borges è immediato, la magnificenza dei labirinti della mente, la rete inestricabile di storie: unico. Quindi Pessoa con i suoi eteronimi, nonché gli scrittori della letteratura ispanoamericana: Reyes, Paz, Cortázar, Vargas Llosa, Márques, Allende, Sèpulveda, Galeano, Mutis e altri. Degli autori transalpini contemporanei mi affascina Annie Ernaux. Ho richiamato solo alcuni scrittori che hanno incrociato la mia vita; alcuni di essi hanno intrattenuto un rapporto anche con la poesia (si veda Borges). È la poesia, però, l’amore di sempre, d’altro canto è il genere che sperimento. Qui si apre un discorso vastissimo, che circoscriverei così: la poesia classica greca e latina (Esiodo, Saffo, Virgilio, Catullo, Orazio); quella mistica araba e quella europea (includendo anche l’area russofona). La poesia italiana costituisce un ecosistema a sé, soprattutto perché non richiede traduzioni, ed è, a mio avviso, la vera palestra sull’uso della lingua: gli amatissimi Leopardi e Montale, due autori di formazione imprescindibili. Poetesse cruciali: Pozzi e Rosselli. Quasimodo, Sereni, Rebora, Campana, Cavacchioli, Luzi, Penna, Caproni, Gatto: in ordine sparso. Ungaretti: una sorta di trasfusione materna. Un salto all’estero richiederebbe un viaggio. Mi limito a Neruda e Hikmet, Zagajewski e Brodskij, Carver, Celan ed Éluard. Un posto speciale nella mia libreria l’ho riservato a Ritsos, Kavafis, Seferis ed Elitis. Le meravigliose Mistral e Plath. Fortemente Rilke. Desidero qui rammentare tre scrittori poco noti ai più: Dolci, Piccolo, Buttitta. Il primo libro di poesie che comprai con la mia “paghetta” fu “I fiori del male” di Baudelaire. Mi fermo!

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura nasce dall’urgenza irrefrenabile di mettere su carta il sé profondo, che nel mio caso si manifesta con la poesia: so cose di lui solo scrivendo! È sempre un ospite inatteso: arriva e si piazza in soggiorno, o in qualsiasi altro luogo che frequento, soprattutto durante i viaggi, negli spostamenti in treno: mezzo che frequento assiduamente. Pertanto, ciò che scrivo non può che non essere autobiografico. Parlo di una autobiografia emotiva, del mistero che in modo permanente mi abita. I luoghi hanno una grandissima influenza, sono segnatamente evocativi: scatenano un sistema complesso e intrecciato di stati d’animo e richiami mentali. Nonostante sono quasi quarant’anni che vivo in Italia del Nord, sono un uomo forgiato nel Sud del Mediterraneo: direi nelle sue acque. Vuol dire che la mia matrice, non solo biologica, ma soprattutto culturale, proviene da quell’ecosistema. Porto in me l’impronta della Storia che l’ha generato. La Sicilia, anche se nato a Napoli, è, senza alcuna incertezza, la mia terra d’origine. Più ciò che è, che è stata, il lunghissimo processo naturale e culturale che l’ha prodotta, è il suo inestricabile arcano che catalizza la mia passione. La terra che mi ospita da così lungo tempo è meravigliosamente boreale. Vi ho costruito un legame fortissimo, anche se non mi ha generato; intendendo con generare molto più e molto altro dell’esito biologico che determina la vita, mi riferisco all’ignoto di cui sono intriso. Mi sento a casa lì dove posso ascoltare la sua voce.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“Tutto è uno” è un libro che viene da lontano. Lo considero un approdo, potrei dire che incarna il mito di Ulisse. L’epica omerica ci restituisce un eroe e, al tempo stesso, una figura umanissima che sferza i suoi compagni e sfida l’universo deiforme in quanto in lui agisce la nostos. Il ritorno a casa, nella mia epica, è il ricongiungersi al mistero dell’esistenza, cui prima ho fatto cenno. Il titolo richiama Rilke ed Eraclito. Rilke, di cui riporto in introduzione una quartina, sviluppa nel corso della sua poetica la dimensione olistica dell’esistenza, propria di Eraclito. L’unità è matrice di diversità, ma non smarrisce mai la sua natura spirituale. Non intendo attribuire a ciò un significato religioso, semmai mistico, che dal verbo greco “myein” significa celato, intimo, nascosto. L’essenza. È una riflessione che ha richiesto un lungo processo di consapevolezza e di maturazione, che inevitabilmente proseguirà. Anche se in questa silloge poetica c’è completezza di pensiero. Tutto ciò ha trovato compimento in un momento preciso della mia vita, un’epifania che ha fatto emergere un codice sacro che si è palesato nei versi.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il contemporaneo ci mostra un mondo frammentato, parcellizzato, carico di timori e confuse aspettative: seppur inneggiato come globale. Assistiamo inermi, spesso sopraffatti, a eventi planetari che non siamo in grado di decodificare. Immersi in un flusso che sembra trascinarci verso l’ineluttabile, senza avere la possibilità di esercitare la nostra scelta individuale. Una bufera nella quale smarriamo i punti di riferimento. Il mio libro può offrire una sosta, contribuire a riappropriarsi del senso spirituale dell’unità. Rimarco che si tratta di una silloge profondamente laica, che non cede alla semplificazione dogmatica, ovvero a un pensiero che tende all’unificazione del vero e alla separazione dei credi. Il tempo dedicato al consumo ha di molto superato il tempo del sacro, all’inclinare lo sguardo verso i valori fondativi dell’umano, della consapevolezza dell’esistenza. Proverei gratitudine verso coloro che volessero leggermi, tenendo a mente le argomentazioni fino a qui espresse.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Alcune idee le ho già tratteggiate: è un libro che affonda le sue radici in uno spazio temporale indefinibile. Concretamente fogli e penna si sono incrociati nel mese di luglio del 2019. Non poteva che essere così: l’estate è per me stagione rigogliosa. La metà di quel mese l’ho trascorsa nel Salento, che mi ha offerto doni che hanno contribuito a chiarificare le acque che mi attraversavano. Molti versi hanno trovato forza e linfa proprio lì.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Diciamo che il movimento tellurico ha avuto un’attività effusiva copiosa e ininterrotta, anche se la lava scorreva sottostante da chissà quanto tempo. I versi non si presentano però come rocce magmatiche, ovvero non sono una massa amorfa, nera e inospitale, a seguito di un raffreddamento rapido a contatto con l’aria, semmai sono rocce sedimentarie, con precisa stratificazione che consente la lettura della Storia che le ha formate. In generale, e anche in questo caso, non ho orari, o momenti della giornata in cui prediligo scrivere. La mia modalità percettiva dominante è la vista. In quanto soggetto visivo, immagazzino frammenti di immagini che continuamente si ricompongono, fino a formare la parola. È un processo inarrestabile. Poi c’è la fase lenta del tramonto, dove tutto si stempera e lentamente si focalizza ciò che trasferisco nei versi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’immagine di copertina, la carta, il formato, sono opera di Elio Scarciglia: editore e grafico eccelso. Ha colto l’essenza, e di questo gliene sono molto grato. Forma e contenuto costituiscono un unicum che ha un valore simbolico ed evocativo determinante. Quando accade ciò, si conferma l’assoluta insostituibilità del libro: oggetto di intensa fascinazione.

  1. Come hai trovato un editore?

La mia collaborazione con Terra d’ulivi edizioni è iniziata nel 2018, allorquando Elio Scarciglia mi ha coinvolto, in fase ancora embrionale, nell’avventura di Menabò: quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria. Lo scambio continuo di idee e la condivisione d’intenti, di progetti e obiettivi comuni, hanno prodotto l’humus ideale per creare un libro assieme. Ritengo, infatti, che un libro non è un prodotto commerciale, semmai uno strumento culturale che diventa, una volta lasciato il porto sicuro, un messaggero di princìpi e valori, un contenitore di mondi da indagare. In questo lavoro sperimentale, autore ed editore concorrono paritariamente a imprimere la propria visione. La dimensione finita appartiene ai lettori nella loro difformità. È quello che accade durante il viaggio che ha valore.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

La poesia, meno della narrativa, è ed è stata oggetto di classificazioni di genere, e risente degli orientamenti dei diversi periodi storici. Tale aspetto, questa volta rimarcando una sostanziale differenza con la narrativa, difficilmente la registro nel pubblico al quale presento i miei libri: la poesia è la poesia. Noto posizioni dicotomiche, che si identificano talvolta con il gusto: mi piace o non mi piace. Bella o brutta. Molto spesso: mi ha fatto emozionare e quindi pensare. Nelle librerie, inoltre, lo scaffale (uso non caso il singolare: ahimè!) dedicato alla poesia si presenta in modo caotico, qualche volta organizzato per autore, mai per genere. Nell’epoca dei social, però, leggo molte più citazioni poetiche che di narrativa. È uno spaccato che mi incuriosisce. Mi rivolgo a chiunque abbia voglia di aprire un libro e leggere dei versi, portarseli a casa, farli viaggiare, riporli e magari rileggerli dopo molti anni, farne dono. Sono convinto che la poesia non si consuma, non perde di attualità e continua a mordere la vita, o a baciarla.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Questo è un aspetto che denota fragilità. La mia natura riservata, la scarsa propensione a essere un animale da social media, sicuramente penalizza la promozione. Devo dire però che, anche se lentamente, riesco a veicolare i miei libri attraverso micro reti territoriali e sociali. Sto scoprendo strati di realtà a forte connotazione partecipativa: ciò mi rassicura. Il rapporto diretto con le persone mi vivifica, è un antidoto alla sciatteria e brutalità dei luoghi comuni, alla masticazione ripetitiva e seriale degli stereotipi. Anche questa intervista s’inscrive nel solco delle relazioni vivificanti, così come l’apprezzamento di amici scrittori e poeti ai quali l’ho inviato.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa).

La silloge è stata costruita in modo evolutivo. Segue un flusso non temporale ma di elaborazione di pensieri che via via si sono dipanati. La potrei definire un tappeto, dove l’intreccio dei fili, la mescolanza dei colori, l’attenta scelta dell’orditura, ha consentito l’emersione di una raffigurazione complessa. Le chiavi di lettura sono molteplici, segnatamente soggettive. Ciascuno può costruire la propria realtà, la quale potrà mutare al mutare delle percezioni. In tal senso l’ultima poesia che s’intitola “Origine” fornisce il senso di circolarità della silloge. I versi di chiusura sono per me rappresentativi di questo lavoro: “Alcuna legge ha luogo in sé / Essere noi, adesso, / è origine”.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

La raccolta costituisce un elemento di cambiamento e di conferma del mio percorso letterario. Di cambiamento in riferimento alla struttura e alla maturazione poetica, di conferma in quanto è da qui che desidero ripartire. La percezione è quella di aver costruito un setaccio con nuove maglie, che spero mi aiuteranno a filtrare e selezionare in modo diverso il divenire esistenziale. L’aspettativa verso l’esterno, quella a cui tengo maggiormente, è che diventi uno strumento di confronto e discussione, non tanto e non solo sull’opera, quanto sul contributo che spero potrà fornire alla riflessione sul nostro tempo. La poesia ha svolto sempre una funzione nelle società, non contemplativa o accademica, semmai di presa di coscienza della condizione umana. Poeti quali Hikmet, hanno subito il carcere, o sono stati uccisi o fatti sparire: quando un regime cerca di tappare la bocca a qualcuno, una delle prime voci a cui si rivolge è quella dei poeti. Scriveva Pablo Neruda, sulla cui morte c’è ancora un fitto mistero in merito al coinvolgimento del regime instaurato in Cile da Augusto Pinochet nel 1973: “Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia!”

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Apporre un punto interrogativo al titolo di quest’opera: Tutto è uno?

Siamo stati forgiati per esprimere complessità, eppure assistiamo a una linearizzazione del pensiero, all’affermarsi di visioni assertive, dove le certezze soppiantano l’indefinito, lo sfuggente senso dell’esistere. Se da un lato sostengo che “Tutto è uno”, dall’altro il senso di tale unità si cela. Ne “La Repubblica”, Platone parte dal principio che la conoscenza sia proporzionale all’essere: è perfettamente conoscibile ciò che è massimamente essere, al contrario, è assolutamente inconoscibile il non-essere. Tra essere e non-essere, esiste una realtà intermedia, il sensibile. Porrei, dunque, sempre il mistero quale antidoto all’irrimediabile realtà. Italo Calvino, avvertiva i lettori di essere diffidenti della sua biografia, soprattutto se redatta da lui. Un modo mirabile per dubitare anche dei fatti che costellavano la sua vita, quali immagini vaghe, pronte a disparire sotto i colpi della bufera.

15.Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto poetico che cerca significato e senso in merito a un tema a me molto caro: le isole. C’è un’isola reale in questo lavoro che assurge a paradigma universale. L’isola però è anche il poeta. Nel discorso di premiazione tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Wislawa Szymborska, disse «fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava però sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perché, a dire il vero, solo questo conta». Esseri isolati è una condizione duale, perennemente oscillante tra il sé e l’altro, e come altro intendo le molteplici dimensioni dell’esistere che rimandano al sé: una ricorsività pregnante. Le isole sono paradigmi di tale condizione. Corrispondono a una delle forme che può assumere il mito. Il poeta, dunque, si trova a suo agio a sperimentare tale materia, sempre in bilico tra indefinito e realtà, senza mai avere la tensione a risolvere l’enigma, anzi a rafforzarlo.

Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche, tra cui “Nero Mediterraneo” (Campanotto Editore, 2008), “BOBBIO Y MOSTAR” in “La natura dell’acqua: almanacco di letteratura rinnovabile 2011” (Marcos y Marcos Editore, 2011), “Nei chiaroscuri del tango” con Elisabetta Salvador (Campanotto Editore, 2018), “Il futuro cede al ritorno” (Convivio Editore, 2019), “Tutto è uno” (Terra d’ulivi edizioni, 2020). Sue poesie compaiono in alcune raccolte. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Dal 2019 è membro della giuria Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Fa parte del comitato di redazione del quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria “Menabò” (Terra d’ulivi edizioni) per il quale cura la rubrica “Pi greco”.

 

 

 

 

 

 

 

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8 MARZO, UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE

08 domenica Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, CULTURA E SOCIETA'

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Anna Maria Bonfiglio

by Elif Sanem Karacoc

by Elif Sanem Karacoc

Succede a volte che seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usiamo senza soffermarci più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta accade che venga uccisa una donna per mano dell’uomo che le è affettivamente e sentimentalmente più vicino. Femminicidio è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. Nel n.28 del Bollettino Archivio Pace Diritti Umani del 2004 è riportato testualmente: “Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne, storicamente diseguali, che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne”. A questa sorta di “scellerata categoria” vanno ascritti crimini di varie specie: stupri, stalking, percosse, omicidi, vessazioni, abusi sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici, prostituzione coatta; e possiamo anche aggiungere escissione ed infibulazione, pratiche ancora in uso in alcune popolazioni. In paesi come India e Cina il femminicidio si è concretizzato addirittura con gli aborti selettivi, impedendo alle donne di partorire figlie femmine. E’ una violenza che intacca i diritti umani, un impressionante segno patologico della civiltà contemporanea che si manifesta tanto nei paesi industrializzati  che nelle zone in via di sviluppo e che investe tutte le classi sociali e culturali e tutti i ceti economici. E nonostante il problema sia stato ed è affrontato attraverso interventi di varia natura, la società e la cultura si trovano ancora davanti ad un lungo cammino i cui esiti sono ancora molto deboli. Tuttavia bisogna perseverare a parlarne e a scriverne, per continuare ad incidere sulla società e sulle istituzioni, perché la violenza maschile sulle donne non è solo una questione privata ma anche sociale e politica, un fenomeno pericoloso in quanto espressione estrema di potere e di prevaricazione. A tutta la società civile è dunque demandato il compito di intervenire per non rischiare di abbassare la soglia di attenzione verso una piaga che sta diventando sempre più virulenta. Nella politica, nell’economia, nella cultura, nella scuola, metta ciascuno anche un piccolo mattoncino perché possa crescere e radicarsi l’idea di un Genere Umano svincolato dalle differenze. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Siamo consapevoli che un libro di poesia non fermerà  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo, significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. Noi, donne e uomini, abbiamo il dovere e il diritto di prendere posizione, ciascuno con le proprie competenze. I poeti hanno la parola e di questa si servono per fare sentire la voce del loro dissenso. Ascoltiamoli. L’antologia Cuore di preda,  nata per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, intellettuale impegnato civilmente a denunciare e combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come autoaffermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lasciata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio, una delle poetesse inserite nell’antologia. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo anche se confessano, come leggiamo nei versi di Marinella Polidori,  “il dovere coniugale fu la vera sofferenza, accettata con devota ripugnanza”. Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti: “Io merce in tuo possesso, io cosa per editto maledetta, finto monile, silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio, che zagara sfiorita nel giardino…” E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile. La donna confessa: “La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre, violenza non codificata per detenzione a vita. Incapace di cattura il predatore muore e condanna la preda alla solitudine della sicurezza.” E’ proprio dalle madri e dalla famiglia che inizia il percorso verso l’annientamento di sé; con il silenzio, con le giustificazioni, lasciando al più forte il potere di tenere sotto scacco la parte debole del nucleo affettivo si permette che si radicalizzi una condotta immorale e corrotta. “Come un ragno le teneva otto zampe sul suo corpo di bambina (…) Chiuse gli occhi che luce non vedesse la vergogna della tenera carne…” Così scrive Narda Fattori. Della crudeltà esercitata sulle donne bambine nei paesi arabi leggiamo nella poesia di Paola Turroni: “Quasi quindici anni e la stanchezza di essere già stata donna (…) bambina una volta…mia nonna mi ha preso di nascosto…mi portava dall’altra parte del villaggio. Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia dice che ora sono aggiustata…” Aggiustata con la violenza per essere consegnata al marito, per diventare “vecchia senza pietà e rabbia, il tempo di fare un bambino se hai spazio per un feto”. “Lo so tu vuoi farmi affondare e temi la mia forza mi spingi giù per la china con i tuoi pregiudizi non ascolti non vedi non sopporti i miei NO”, sono i versi di Anna Zoli che sintetizzano ogni realtà di violenza, la verità ultima della questione: l’affermazione del potere maschile.

Anna Maria Bonfiglio

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

07 sabato Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Ancora Emily Dickinson

Al peggio non resta che pregare
questo ci resta di pregare
oh Gesù che sei in ogni luogo
non so dove tu sia
sto bussando ad ogni porta.

Tu che a Sud scateni terremoti
e nel mare tempeste
dimmi Gesù Cristo di Nazareth
non hai un abbraccio per me?

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La madre di Cecilia

02 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Il brano che segue è tratto dal capitolo 34 de “I promessi sposi” ed è dedicato all’epidemia di peste che si abbattè su Milano nel 1630. Il racconto è inventato ma esprime con commozione e drammaticità lo strazio che porta il flagello della malattia. In questi giorni di apprensione la meravigliosa pagina del Manzoni appare illuminante e di straordinaria modernità. Nel testo c’è già tutto: la caccia agli untori, le voci incontrollate, l’emergenza sanitaria, la razzia dei beni di prima necessità. Certamente rispetto alle epidemie del Seicento la medicina ha fatto progressi importantissimi e questo già dovrebbe bastare a confortarci, dunque impegniamoci per preservare quello che veramente in questi giorni stiamo rischiando di perdere e di compromettere: la nostra umanità.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, Capitolo XXXIV 

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