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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

“Arrivederci, fratello Mare!” di Nazim Hikmet

01 giovedì Set 2022

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Nâzım Hikmet

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci, fratello mare

mi porto un po’ della tua ghiaia

un po’ del tuo sale azzurro

un po’ della tua infinità

e un pochino della tua luce

e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose

sul tuo destino mare

eccoci con un po’ più di speranza

eccoci con un po’ più di saggezza

e ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci, fratello mare!

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Luigi Finucci, Inediti

27 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Inediti, Luigi Finucci

by Grégoire A. Meyer

 

#1

 

La prima notte al mondo

ho piazzato una tenda al Polo Nord.

 

La luce lunare splendeva ovunque

e il ghiaccio si scioglieva

solo in determinati punti.

 

Ero spoglio e sotto di me

le foche nuotavano aspettando

il mio essere cacciatore.

 

Il silenzio d’altronde

non si può ricordare.

 

#2

 

La percentuale che un meteorite

colpisca la terra è lontana

dal nostro vivere quotidiano.

 

Acqua solida che vaga nello spazio

può essere pericolo e opportunità:

porta con sé vita e morte.

 

L’impatto è la decisione definitiva

che una specie debba smettere

di esistere, e un’altra nascere.

 

Non dovrebbe essere lasciato

al caso. Così la fede è l’unico

appiglio che difende dal caos.

 

#3

 

La gravità è una cosa che fa pensare,

fa compagnia per tutta la vita.

La senti sulle spalle eppure non grida.

 

È un’ombra silente, una catena e una piuma:

lancia uno sguardo o una palla e

prima o poi li troverai a terra. Qualcuno

ha detto che oltre lo spazio si annulla

ma chi può dirlo?

 

Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo

sulla luna non si sente, ma c’è,

così leggera che non fa rumore.

Non lascia soli nessuno

nemmeno una barca alla deriva.

 

#4

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza

come gli elettroni di un atomo.

 

Procedono intatti in tondo

attratti da un nucleo,

senza sentire la disperazione

tutta intorno, buia e infinita.

 

Sulla superficie, la temperatura

arriva a centinaia di gradi

sotto lo zero e la vita

non riesce ad imporsi.

Per fortuna dico,

una solitudine così

non sarebbe sopportabile,

nemmeno da un batterio.

 

Eppure l’occhio umano

reputa questo pianeta

tra i più belli. Solo da lontano

da molto lontano, mi ripeto.

 

#5

 

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina ed è

stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

#6

 

E’ nato un bambino sulla terra,

tutti  hanno descritto

l’evento come consueto.

 

Un essere piccolo scaraventato

su un globo sparso in un

indefinito spazio nero:

una catastrofe vista da fuori

diventa un miracolo.

 

Tutto il senso si racchiude

in una stanza di ospedale.

Il nascituro numero due

del venti aprile duemilasedici

non proviene dalla matematica.

 

L’unico comandamento a cui

appellarsi, è che l’uomo

assomigli ad un fiore.

Il fiore non  reclama il diritto

di possesso, ma di dono.

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Finucci pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018. Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore: L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto. Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.

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Marisa Cossu, “SINTOMI POETICI”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza.

24 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marisa Cossu, Raffaele Piazza, Sintomi poetici

Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Raffaele Piazza

In un panorama come quello della poesia italiana contemporanea che comprende in massima parte autori e autrici che esprimono poetiche di segno pessimistico che si aprono tuttavia alla speranza di varcare le porte della salvezza nell’autocoscienza del valore salvifico della poesia stessa, riprendendo, anche se va detto con cautela, il modello leopardiano, sorprende e fa piacere imbattersi nei Sintomi poetici di Marisa Cossu, che, andando controtendenza nel produrre testi poetici all’insegna dell’ottimismo, ci dà la testimonianza di una Weltanschauung che si traduce in un poiein e una poetica ottimistica, quando la felicità nella vita in versi e non in versi non è più una chimera. La raccolta che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione di Nazario Pardini esauriente e ricca di acribia e di citazioni, prefazione intitolata Una navigazione in un mare di sinestesiche onde peregrine verso l’isola della pace, titolo molto evocativo. Viene in mente l’approdo di Ulisse a Itaca dopo il suo viaggio, approdo rassicurante perché conosciamo il lieto fine della vicenda epica dell’eroe omerico. Del resto come scrive Roberto Mussapi siamo tutti eroi, noi persone gettate nella ressa cristiana del postmoderno occidentale, proprio perché ci troviamo in quella che va definita come epica del quotidiano, una dimensione che nel mondo ipertecnologico di inizio del Terzo Millennio diviene velocissima e nel bene e nel male anche affascinante. La raccolta è scandita nelle sezioni Sentire il tempo, Stanze segrete, e Amo divinamente e per l’unitarietà stilistica, formale e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto. Nella lirica Memoria persa leggiamo «Pane dorato, franto da una lama / di sole, ultimo raggio, è il volto tuo / dai solchi della trebbia / segnato ed appassito / mentre crescevo, esile spiga d’oro, / sotto il tuo sguardo mite; / ma il grano muta in pane, / in te si chiude di parola il suono /…». Magia, sospensione e linearità dell’incanto sembrano essere la cifra distintiva della Maniera della Nostra che si esprime in un modo che può essere considerato neolirico ed elegiaco. «… / Il tuo viso di terra nutre ancora / la mia anima e il corpo: / impallidiscono i confini noti / il vento soffia le morti stagioni, / scaglie impalpabili nel tuo perderti /…» scrive Marisa riferendosi ad un tu del quale ogni riferimento resta taciuto. Anche la religiosità cristiana emerge in questo intrigante libro e a questo proposito sono da citare due passaggi: il primo del quale è detto con urgenza il Figlio del Creatore che dorme in una mangiatoia e il secondo è quello nel quale viene detta con urgenza la madre della poetessa che è morta: «…/ Mi sfiori e non so più da dove viene / il ritorno dell’ombra / se dal mio desiderio è forse nata, / se voce di preghiera ora ascoltata, / dal cielo ti conduce nel mistero. / Madre sei qui, / ma non ti fermi mai / di nuovo in sogno forse mi verrai» (A mia madre). Un esercizio di conoscenza intelligente, armonico ed equilibrato nel confine tra forme e contenuti quando all’insegna del suddetto ottimismo, come scrive Pardini la vita si fa opera d’arte.

Raffaele Piazza

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

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Stefano Colucci, “Abbi cura del tuo infinito”, Wonderlart, 2022.

20 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Abbi cura del tuo infinito, Stefano Colucci

 

Brevi appunti lunari

“Abbi cura del tuo infinito” è un libro di poesie, incantesimi, amuleti, antidoti e miracoli. Una forma di lotta e di difesa allo stesso tempo contro il buio interiore, un libro affollato di ritmi che spingono nella danza della vita, una raccolta di balli e canti. Questo libro si potrebbe quasi definire antropologico nel suo continuo guardarsi dentro e guardarsi attorno. La raccolta è divisa in quattro sezioni tematiche – una per ogni fase della Luna, richiamando così i quattro tipi di magia bianca: Novilunio (incantesimi per rinascere), Luna Crescente (rituali d’amore), Plenilunio (incantesimi per guarire) e Luna Calante (magia contro l’oscurità). È un libro dove tutto si mescola, si annullano i confini, si strappano i calendari, gli orologi impazziscono. Gli amori si inseguono di millennio in millennio, di vita in vita, di dimensione in dimensione, prima ancora d’incontrarsi fisicamente, mentre attorno tutta la storia dell’umanità avviene nello stesso momento. Nella stessa poesia possono coesistere i giganti norreni e la realtà virtuale, Debussy e il reggaeton, i fiori e i vulcani. Ci si orienta cantando come gli aborigeni, si percorre il proprio cammino di Santiago, le canzoni alla radio sono messaggi in codice delle nostre versioni di dimensioni parallele per comunicarci qualcosa di importantissimo, e nel mezzo due anime che si trovano e si stringono fortissimo. Un libro per guarire, che cerca la salvezza senza trovarla, per questo è una festa, una raccolta di inni a ogni elemento di questo universo per festeggiare il fatto di essere ancora vivi e ancora insieme nonostante tutto. Una festa perpetua, una raccolta di poesie per alzare il volume del cuore, con gli occhi di un bambino come strumenti magici per incantare la realtà. Un libro di incanti e canti, un libro di miracoli realmente accaduti, un libro di mantra, un libro per ballare.

 

Archeologia del mare dentro

  

Non temere.

Siamo qui

da un numero preciso di giorni

e ci resteremo

per un tempo indefinito.

Nel mezzo

morti e rinascite interiori.

Tutto ciò che sappiamo

è ciò che siamo stati.

Il resto non ci riguarda,

quando sarà il momento

saremo già cambiati

e ci saremo già dimenticati,

sepolti dalle macerie

delle cattedrali dei noi passati

e dei cuori-alberghi crollati.

Un giorno scaveremo

a mani nude dentro noi stessi

e riporteremo alla luce

ciò che sarà sopravvissuto al tempo:

il timone di una nave, una bussola

che punta solo all’orizzonte e mai alle spalle,

la piuma di un’ala per ricordarci

che se vogliamo siamo capaci di volare.

Un giorno

torneremo in quelle zone abbandonate

a bordo della nostra barca

e incontreremo parti di noi

che credevamo morte

e invece erano solo disperse.

Un giorno riemergeranno soltanto

le parti di noi che ci servono davvero

e perderemo tutto ciò che è superfluo,

tutto ciò che non ci appartiene.

 

Un giorno

ci metteremo in viaggio

e ci dirigeremo verso noi stessi.

Quel giorno ci incontreremo

per la prima volta.

Quel giorno diventeremo

chi siamo davvero.

 

Cerimonia del risveglio

 

Infilo gli occhi

nelle vene del mondo.

Mi piace guardare le strade

e ascoltare

il canto popolare delle risate

sopravvissute alle stelle.

Al mattino

dal letto – osservatorio astronomico

di megaliti, colazioni,

poesie lette appena sveglio e sigarette –

tutto sembra piccolissimo

e contemporaneamente grandissimo.

Come quando ci siamo tenuti la mano

tra le statue colossali

che sfioravano il soffitto

nella villa di Andersen.

Metto le scarpe, scendo le scale.

 

Un gatto ambrato

nel cortile del condominio

fugge via appena apro la porta

portandosi via la notte

e illuminando lo spazio d’alba.

Entrambi siamo soli,

eppure lui sa splendere anche così.

Imparo da tutte le forme di vita

come esistere.

Celebro la cerimonia del risveglio.

Appena si schiudono gli occhi

è primavera.

Accolgo le api

dell’imprevisto quotidiano.

Le punture fanno male

ma sono un bene.

Sarà un giorno di miele.

 

La topologia dello spazio tra il tuo collo e il cuscino

  

La prima volta che hai

detto di amarmi

ho pianto nascondendo la testa

nello spazio tra il tuo collo e il cuscino.

Mi sentivo nello spazio, in un’abitazione

postmoderna sulla Luna, finalmente

a casa.

Sei tu, ho detto.

Sei tu, hai risposto.

 

Oracoli

 

Le mie scarpe preferite

piene di tutte le passeggiate fatte insieme.

La sigaretta che hai lasciato a metà

nel posacenere sopra la finestra

perché eri troppo impegnata ad ascoltarmi.

Un singhiozzo di sole che illumina la cucina

mentre mangiamo la pasta appena svegli.

Il tuo odore nel letto dopo l’amore.

Il tuo primo ricordo, il mio primo ricordo,

chissà se ci saremmo amati anche da bambini.

Il piccolo ragno che abita in camera tua.

La formica che ho trovato in camera mia

mentre parlavamo al telefono.

È nelle cose minuscole

che vedo miracoli.

Nelle tue vene, nelle tue mani,

nei tuoi occhi che venero come oracoli.

 

Sbadiglio

  

Musica

da un’altra stanza.

Corde di pianoforte

nella tua gola.

Ti sento

mentre ti svegli

e risvegli il mondo,

voce del mare

e ruggito di stelle

nel tuo sbadiglio.

Preparo la colazione.

Ti sento.

Buongiorno.

 

Meditazione 

 

Affacciatevi in voi,

andate in cerca

della cosa più innocua

che possedete

e lasciatevi sopraffare

dalla sua ferocia.

Un fiume è solo un fiume

finché non sfocia.

 

Amuleti magici per sconfiggere l’oscurità

  

Amuleti magici

per sconfiggere l’oscurità,

i nostri canti militari di felicità;

psicomagia per guarire dalla malattia

di non riuscire a vedere l’infinito;

stadi di calcio come cattedrali,

pellegrinaggi domenicali

nella speranza di un miracolo;

felicità sotterranee nelle metropolitane,

due persone che viaggiano velocissime

per riabbracciarsi;

fiori sottopelle e primavere interiori;

cuori passaporti per altre dimensioni,

per andare oltre l’altrove;

migrazioni verso nuove terre emerse

tra un battito e l’altro;

meditazioni e mantra

nei ritornelli delle canzoni;

danze primitive per celebrare gli abbandoni,

perché ogni abbandono è un ritorno a casa

e se non trovi più la strada

significa che il posto in cui sei ora è tuo;

souvenir spaziali,

da Marte arrivano delle fotografie;

poesie, incantesimi e profezie nascoste nei baci;

costellazioni di cicatrici

all’altezza del cuore;

sciamani insospettabili,

pericoli benedetti, sbagli perfetti

e cieli stellati indimenticabili.

C’è un’alba in ogni cosa.

Siamo ancora nel mese di gennaio

della storia dell’umanità.

Chissà che bella sarà

l’estate che verrà.

 

Stefano Colucci (22 settembre 1995) nasce ad Avellino e vive a Roma, dove si è laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’università Sapienza. Si fa conoscere come poeta grazie a Youth Symphony – Sinfonia della giovinezza, esordio suddiviso in tre parti tra il 2016 e il 2020 in cui racconta con la poesia l’adolescenza e la post-adolescenza. Dopo varie esperienze come attore sia in teatro che in televisione, nel 2019 debutta come autore teatrale con “Invisibile”, testo drammatico sul bullismo e l’omosessualità tra gli adolescenti che gli permette di farsi notare come drammaturgo dalla critica di settore. Nello stesso anno il suo progetto di visual art Breath, Earth è esposto a New York presso le Nazioni Unite, in occasione del summit giovanile sul cambiamento climatico, e successivamente a Tokyo presso la sede della Soka Gakkai. Collabora negli anni con nomi importanti come Treccani e Roma Pride, ed è inoltre regista di cortometraggi. Nel 2020, in piena pandemia, fonda Wonderlart, cantiere artistico e culturale. Attualmente ricopre il ruolo di art director presso il festival cinematografico Queer Days. Nel 2022 pubblica il suo nuovo libro di poesie intitolato Abbi cura del tuo infinito.

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“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021). Una lettura di Rita Bompadre.

17 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Disgregazioni, Marco Antonio Sergi, Rita Bompadre

 

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un’opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d’arte. L’unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell’assenza, indica il percorso intimista dell’inquietudine. Il poeta indaga oltre l’estremità instabile dell’anima, scruta il mistero interiore nell’inconfessato e profondo dolore, ricerca l’enigma velato degli occhi, nell’inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell’indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell’oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l’esperienza sensibile dell’amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell’intelletto con l’incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell’uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell’ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell’equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l’integrità dell’io, scompone l’ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l’intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d’isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L’autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. “Disgregazioni” anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell’assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l’essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l’inizio e ritrovare se stessi.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

SCACCO AL RE

 

Tengo il coltello piantato lì sotto

lo so non si addice

ma è così bello guardare il volto di lui

con occhi rapaci, e sua è la pace

ovattata, di chi sta per pagare lo scotto

in un gioco a un solo finale.

 

CALANTE

 

Rimane a lungo nell’aria

la nota sfiatata di sax

rugginosa e pressante

fino alla fine del fiato

il petto contratto.

Risuona il sospiro

quel vecchio cancello

ancora violato.

 

SFUGGENTE

 

Come un’idea

perfetta

senza confini

senza definizione

senza paragone

 

Sei

 

Come ogni idea

nata da me

illusione.

 

CUORE NERO

 

Mi sono punto

d’inferno

di un veleno

che non comprendo

mentre mi scioglie

le budella come

morto a scroccasole.

 

Mi sono reso infermo

di nuovo

questo male

odio e amore

lo stringo

mano di vecchio amico

da riscoprire.

 

IL MOSTRO

 

Sotto il letto

non c’è bestia

che tenga testa

 

Sotto il sottotetto

non c’è sgorbio

davvero brutto

 

Sotto il sottobosco

non trovo occhi

maligni di folletto

 

Il terrore tutto

sta nascosto nel finale

di uno scritto

che ora è fuori

che ora è tale e quale

al reale.

 

RAFFICHE

 

Come sotto una raffica

di mitra

veloce, che sferza la carne

 

come in balia di tempeste

di sabbia,

che bucano la tenda di notte,

 

Io sono. Solo sotto questa pioggia

ritrovo

la forza di muovere i passi.

 

SPECCHIO SPECCHIO

 

Immersi

e come l’universo

immensi

a fuggir da sé stessi

 

 

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“Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere nella poesia di Giovanni Tavčar”. Recensione di Floriano Romboli.

13 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Floriano Romboli, Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia

 

Il solido impianto concettuale che sostiene e caratterizza l’elaborazione artistico-letteraria del poeta triestino si obiettiva, nei versi della più recente raccolta significativamente intitolata Tra speranza e angoscia (Guido Miano Editore, Milano 2022), nell’esplicita rivendicazione dell’essenzialità dell’atto del pensare, nella sottolineatura della primarietà della riflessione critico-intellettuale quale tratto qualificante la vicenda storica e morale degli uomini: «Nessun pensiero / che attraversa la nostra mente / lo fa per caso / (…) Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero» (Pensare). I miei corsivi intendono innanzitutto porre in risalto la perizia compositiva di cui l’autore dà prova in un testo dal suggestivo equilibrio circolare e contraddistinto dall’impiego meditato dell’enjambement e dalla predilezione della serie enumerativa, una peculiarità linguistico-espressiva, quest’ultima, ricorrente nella ricerca lirica di Tavčar: «Spesso / ci lasciamo incantare / da chimerici castelli / di cartapesta, / da luccicanti illusioni, / da baluginanti lustrini, / per sfuggire / alle ansie della vita, / ai buchi neri disseminati / dal nostro essere opaco / e stravolto //…» (Illusione); «L’armadio che non si apre, / l’orologio che continua il suo sonoro / e snervante ticchettio, / i tarli che rodono il legno, / il computer che non si accende, / gli appunti illeggibili, / la radio che gracchia, / il rubinetto che perde, / la vicina che strepita e urla, / la lametta consunta del rasoio / che mi regala abrasioni, / l’asciugamano pulito che non si trova /…» (Grigia previsione). Il titolo del libro vale poi l’indicazione “avantestuale” della fondamentale ambivalenza propria di una concezione della realtà intimamente bilicata fra la dura, impietosa constatazione del “mal di vivere” – con le ansie, i dolori, le frustrazioni logoranti, lo sconforto che affligge e costerna -, e, contrastivamente, l’adozione di un atteggiamento fiducioso, l’affermarsi di un animus positivo e persino appagato, nell’alternanza di taedium e di amor vitae. «Stare dentro l’angoscia / è una situazione / che rode e divora. // Un rotolìo furioso / di cieli contrariati, / di venti mordaci, / di perse ragioni. // Singulti di ore / che scompigliano / passi senza domani, / recinti inossidabili. // Un consumarsi continuo / che spegne / i già deboli e rari barbagli / di luce» (Angoscia); e in un rapido moto diadico, in un sorprendente rovesciamento sentimentale e ritmico: «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. // La bellezza m’incanta / e mi fa cantare / all’unisono con i suoni, / mi fa volteggiare / come un albatro / sull’immensa superficie / dei mari, / mi fa riposare sui declivi / della mia sorte. //…» (Sto aspettando), con il correlativo apprezzamento della serenità, della giovinezza, dei momenti di gioia che per “miracolo” scaturiscono dal mistero dell’esistenza: «Sotto la spinta / dei sogni / il risveglio si è rivelato / stamattina / roseo e incantato. // Immagini / colorate e fiorite / mi saltellavano intorno, / (…) // E la mia giornata / si è miracolosamente / rivestita / di insperate gioiosità» (Insperate gioiosità). Risulta pertanto del tutto consequenziale nella struttura dei testi la diffusa formalizzazione dei contenuti etico-culturali attraverso la figura dell’antitesi e agevole sarebbe l’esemplificazione; in questa breve nota mi preme segnalare il nesso oppositivo costrizione/libertà: «…/ Itinerari di passi / senza mète / smembrate fantasie, / echi di nuove paure. // Talvolta smarriamo / la giusta direzione / e ci troviamo impantanati / in limacciosi grigiori / dai quali / è molto difficile uscire» (Talvolta). Nel campo della coazione è la triste esperienza dello spazio chiuso e soffocante, della deiezione spirituale, dell’inaridimento interiore; in quello dell’autonomia sono la spazialità aperta, l’aspirazione all’autenticità e la speranza della felicità: «Rinchiuso / tra le quattro mura / della mia stanza / penso e rimugino sul senso / della vita, / vigilo, fisso lo sguardo / sulle case / e sulle vie che mi / circondano, / ma non aspetto nessuno. // Eppure / so che prima o dopo / qualcuno verrà, / deve venire, / a ristorare le mie pene, / a perdonare / le mie mancanze, / a guarire / le mie ferite / e mi trasporterà / verso orizzonti senza / confini, / verso dimore senza mura. // So che qualcuno verrà. // Sicuramente» (Qualcuno verrà). È arduo, pure per un artista sensibile e generoso come Giovanni Tavčar, raggiungere un punto di stabile sintesi fra tali spinte confliggenti; e la composizione può talora darsi, piuttosto che in una condizione di armonia psicologica e affettiva pienamente realizzata, nella sofferta tensione propositiva, nell’impegno idealmente costruttivo avvertito quale compito storicamente e precipuamente assegnato alla specie umana: «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino, / alimentare / la gioia del nostro sorriso, / affinché si diffonda / e divampi / anche sui volti / di chi ci attornia. // Solo così / porteremo a compimento / il compito / che ci è stato affidato / in questa vita» (Compito).

Floriano Romboli

 

  

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Dianella Bardelli, “Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore”, Compagnia editoriale Aliberti, 2022.

10 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in Eventi e segnalazioni, LETTERATURA

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Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore, Dianella Bardelli, Lenore Kandel

 

Dianella Bardelli

Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore

Lenore Kandel, la musa dell’amore hippy

Compagnia editoriale Aliberti, 2022

 

Lenore Kandel è una figura tutta da scoprire per il pubblico italiano. Il suo libro di poesie The Love Book provocò un terremoto nell’America degli anni Sessanta. Lenore fu tra le protagoniste della Summer of Love di San Francisco nel 1967: la stagione che avrebbe dovuto cambiare il mondo.
Bellezza carismatica, forme rotonde e sensuali, un carattere forte e sereno, Lenore si legò a Bill, un membro della banda degli “Hell’s Angels”. Proprio dal loro incontro comincia questa biografia romanzata, che trova una improvvisa, drammatica svolta nell’incidente in moto della coppia, da cui Lenore uscirà menomata e reclusa in casa per il resto della vita.
Al centro di tutto resta The Love Book, un inno all’eros fra i più espliciti e totali che siano mai stati scritti. Sono passati cinquant’anni e più: ma la sua forza esplosiva, la sua quasi divina energia sensuale scuoteranno ancora le lettrici e i lettori di oggi.

L’autrice racconta Lenore Kandel

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2022/06/lenore-kandel-di-dianella-bardelli.m4a

 

Dianella Bardelli

Ha pubblicato vari romanzi. L’ultimo, nel 2018, dal titolo 1968, è dedicato alla Bologna di quell’anno. Ha insegnato Lettere e scrittura creativa.

 

 

 

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Roberto Crinò, “Verrà ottobre”, Eretica Edizioni, 2021.

06 lunedì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Roberto Crinò, Verrà ottobre

 

“Verrà Ottobre” è una silloge composta prevalentemente, ma non esclusivamente, da liriche scritte durante i tempi della “distanza pandemica”, che pressoché ovunque si è stati chiamati a vivere e che si continua ad esperire da più di un anno a questa parte, con repentine quanto fugaci variazioni sul tema della quarantena o della chiusura (chiusura per carità e non lockdown!) La silloge raccoglie poesie che sono state scritte dall’autore dall’ottobre del 2019, l’ultimo scorcio quindi di vita ante quam, fino a giungere ai tempi attuali per proiettarsi verso un ipotetico post quam individuato nell’autunno prossimo, e più precisamente nel mese di ottobre 2021. Senza possedere una chiara consapevolezza della reale durata di questa condizione di distanziamento collettivo forzato, che va oltre dei semplici termini di legge, poiché ha e avrà delle ricadute psicologiche e culturali, per chissà quanto tempo ancora, l’autore ha scelto questo titolo nella speranza di un dopo, non troppo lontano, in cui sarà possibile riprendere una vita “normale”, con tutto ciò che, forse o di certo utopisticamente, questo termine in positivo veicola e insieme, come opposto, ad esorcizzare tutto ciò che esso significa in senso negativo, laddove “normale” fa rima con “ordinario”, “abituale”, “convenzionale”. L’autore auspica, sotto certi aspetti, l’inizio di una vita nuova. In tal senso la congiuntura pandemica non deve colmare di sé tutto l’orizzonte esistenziale e insieme compositivo. Non è solo la diffusione di un virus patogeno a diventare occasione di ripensamento, ma questa assume un ruolo paradigmatico, poiché la vita è piena di “occasioni palingenetiche”, le quali per loro stessa natura passano dalle “strettoie” del dubbio, della paura o del timore. E così il mese di ottobre, l’autunno diventano il tempo di una seconda opportunità, una “seconda primavera”, una seconda fioritura, stagione di rinascita consapevole e matura, come appunto sono i frutti autunnali. In fondo anche i colori autunnali hanno una loro precipua e inconfondibile bellezza, tenue, lieve e pacificata.

 

Soffro di umanità

 

Ti ho osservata,

quasi tutta la sera,

gli occhi rivolti verso il basso,

non del tutto aperti

– che peccato, che spettacolo

negato al mondo –

come diretti su te stessa,

le tue profondità,

schermata da un velo

di assenza, di altrove.

Il tuo sorriso

alla mia frase

“soffro di umanità!”

è stato un lampo,

un richiamo,

un immediato riconoscersi

e non è vero,

non andavi

solo in avanti,

ma anche indietro,

ondeggiavi,

come in balìa

di spumosa risacca

in una vita di

coste,

approdi,

partenze,

mancanze.

 

 

Verrà ottobre

 

Verrà ottobre

e sarà fragranza

di tempi lenti

e buoni venti,

la cicala ancora canterà,

mentre gli ulivi,

carichi di antichità,

riveleranno

consapevoli verità.

 

Verrà ottobre

e avrà del canto

eburneo manto,

foglie rosse vino

di pace e sincerità

riposeranno,

gravida vitalità,

e la luce lieve

notti afose disperderà.

 

Verrà ottobre

e saprà di quiete,

matura onesta requie,

dopo rancorose

canicole e immobilità

d’onuste stagioni

d’accecante aridità,

ritorneranno

raccolti di nuova intimità.

 

 

Invero volare

 

La strada all’improvviso

mi condusse di notte

nel bosco, luogo inviso,

delle storie interrotte.

 

Una pioggia

di foglie stanche,

manto del sentiero,

rotta soffice di passi

e monumenti di sassi,

ammassi di possibili

trionfi finiti in tonfi.

 

Intonsi giorni

lasciati disadorni

in castelli ghiacciati,

aspettano parole

dimenticate da suole

use alla marcia,

prone al marcio

di spiriti avvelenati.

 

Non è sostanza

l’umbratile parvenza

di fatui fuochi,

di suoni rochi,

l’emozionale paccottiglia

dell’ansia insana figlia.

 

Allontanarsi

dall’inganno

che non è,

non è stato,

 

non sarà,

rivelarsi

in nuovo

dipanarsi,

amarsi,

davvero amare

e così finalmente

invero volare.

 

 

L’essenziale

 

La vita scorre

su lastricati d’azioni

compiute a malincuore

e poi restano porzioni

di rimorso e sordo livore.

 

Sbadiglia solo

quando hai sonno,

che tutto il resto è gioia

scambiata per viziata noia,

capricci di puerile affanno.

 

Di venti in venti

diventi ciò

che t’inventi.

 

Di canti in canti

decanti ciò

che t’incanta.

 

E non rimane che

una sagoma algente,

cristallizzato profilo

di ardore rovente,

di legame potente,

nel cuore trova asilo.

 

 

 Anime guerriere

  

Così è quando spiove,

il cielo s’apre,

le nuvole cedono

il passo ai raggi

d’un sole tenue,

re rosso nel suo trono

blu, siderale sede,

firmata una tregua

tra il buio e la luce,

risplendono d’acqua

atomi di mondo nuovo

e l’eco della tempesta

si placa nella risacca

di anime guerriere.

 

 

Rampa di (s)lancio

 

Oggi nascevi

a vita nuova,

che male non fu

quel dolore

che ti partorì

e vigore ti diede

quel baratro

che ti ghermì.

È lancio alle stelle,

rotte d’asperi astri,

ciò che sembrava caduta.

È ascesa dall’altra parte

del mondo sorgente,

del vagito potente,

inconsapevole sé

nascente,

presente,

nuova-mente.

 

 

Giorni senza ritorni

 

Nostalgia di giorni

appesi su fili di

biancheria al sole,

caldo tepore di

brezze e leggerezze

d’istanti distanti,

nel tempo remoto

d’erose risa rosate,

di vini veri avìti,

effluvi d’ore a venire,

non ancora avute,

come succo spremute.

Resta una sete d’attimi

a colmare arsure di

giorni senza ritorni.

 

 

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Francesca Innocenzi, “Canto del vuoto cavo”, Transeuropa, 2021.

03 venerdì Giu 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Canto del vuoto cavo, Francesca Innocenzi

 

Canto del vuoto cavo è una plaquette di 60 componimenti brevi, che adottano la metrica dello haiku e delle sue varianti; precisamente, 40 haiku doppi (6 versi) e 20 tanka (5 versi). Ma la metrica è un mero contenitore rispetto a svariate tematiche attinenti realtà umane; gli elementi naturali, tradizionalmente in rilievo nello haiku, restano sullo sfondo. L’unico tratto coerente con il genere è l’assenza della prima persona: si evita di dire io e noi e di utilizzare verbi alla prima persona singolare e plurale. Il titolo, incentrato intorno al concetto di vuoto, intende portare l’attenzione sulla bivalenza insita nello stesso: vuoto come lacuna e mancanza, ma anche spazio fertile di nuove possibilità. I vari componimenti possono essere letti come un itinerario in versi, che temporalmente si avvia al compimento dei quarant’anni: si susseguono immagini e ricordi di un vissuto recente o remoto, come pure riflessioni suscitate dalla pandemia e punti di vista sulla società in genere: nel dittico del dio estremo si propone la tematica dello sfruttamento nel mondo capitalista, mentre le tre elegie dell’uomo comune vertono sulle variegate forme della “banalità del male”. Il mito occupa un posto di rilievo per la sua valenza universale, in grado di svelare l’umano di qualsiasi luogo e tempo. Nel trittico per Medea, in particolare, lo sguardo dell’altro si rivela essere una condanna, marchio del pregiudizio che colpisce inesorabilmente chi è «donna, straniera,/ pazza incantatrice». Dal punto di vista lessicale, si rileva una tendenza alla sperimentazione, con l’utilizzo di vocaboli in diverse lingue: il tedesco, l’inglese, il francese, il latino, il greco antico; una trasversalità dei codici linguistici che insegue l’utopia di una lingua poetica, che comprenda tutte le lingue, per una comprensione profonda tra gli esseri umani.

 

[tre elegie dell’uomo comune]

I.

inoculando

banalità del male

l’uomo comune

si dà un senso

il covid non c’è, però

i negri lo hanno

 

*

 

II.

i mantenuti

dallo Stato negli hotel

con cellulari

costosi – gabbie

di sproloqui su mondi

che non si sanno

 

*

 

III.

gli zingari, i rom

pensa che sono ladri

e delinquenti

pensa che sono

cromosomi erranti

alla deriva

 

*

 

quando la pioggia

si frantuma sui coppi

e cade in basso

l’eclissi di te

si inacqua e dona luce

alla grondaia

 

*

 

[dittico della puella]

 

I.

un grande buco

vuoto l’adolescenza.

come perversi

cenni di vita

gli attacchi di panico,

unica nota

 

*

 

II.

il greco antico

fu un amore saggio

e corrisposto.

un miracolo

di aoristi a sanare

solitudini

 

da Cerimonia del commiato, Transeuropa 2021

 

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (2007), Cerimonia del commiato (2012), Non chiedere parola (2019), Canto del vuoto cavo (2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (2011); il romanzo Sole di stagione (2018). Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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Massimiliano Damaggio, “Edifici pericolanti”, Dot.com Press, 2017. Nota di lettura di Deborah Mega.

30 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Edifici pericolanti, Massimiliano Damaggio

 

Massimiliano Damaggio

Edifici pericolanti

Dot.com Press 

Postfazione di Fabio Franzin

Nota di lettura di Nino Iacovella

 

La poesia è “una mosca tossica / che depone nel corpo le uova della solitudine” scrive Massimiliano Damaggio in Edifici pericolanti, silloge curata da Giusi Drago per Dot.com Press, ai tempi del compianto Fabrizio Bianchi. Nonostante l’uomo sia un animale sociale è isolato nel mondo, cristallizzato in una condizione di sostanziale incomunicabilità con i suoi simili. L’opera, pubblicata nel 2017, si presenta attuale, originale e compiuta, dalla scelta del formato digitale scaricabile, che mette in evidenza la generosità dell’autore purchè si legga poesia, all’architettura ripartita in sei sezioni di poesia, i cui titoli non compaiono su ogni testo per non interrompere il flusso narrativo ma sono ripresi dalle sei prosette di commento contenute nella seconda parte. A conclusione di ogni sezione appare, come in un refrain, uno slogan pubblicitario dall’effetto straniante e dissonante, con piccole variazioni sul tema. La plastique c’est chic! […] Ti senti spensierata? Immergiti… e poi Lasciati ammaliare! E ancora Sarà easypink o chicblack l’estate?

Le sei parti poetiche recano titoli significativi: Sell-in, sell-out che tratta il tema del lavoro alienante, spersonalizzante, coercitivo, che allontana dalle giuste priorità; Sette tentativi di salvezza che raccontano altrettanti tentativi di resistenza e di dare ordine al caos del reale; Ultime dall’iperghetto su chi assiste impotente allo sfacelo; Sarà la bellezza la nostra vendetta in cui si torna a parlare di resistenza; Cinque simulazioni, in cui si descrivono cinque simulazioni di realtà, infine … E una risposta, in cui si è proiettati in una rassicurante condizione di non tempo. La poesia è potente, caustica, asfittica per chi si pone empaticamente in ascolto. L’uomo vive, lavora, produce, e in questo processo capitalistico di produzione e trasformazione che investe oggetti, persone, sentimenti, emerge il dolore, la pena da cui non è possibile fuggire. Si procede su un terreno insidiosamente minato, costantemente tesi alla ricerca dell’equilibrio mentre si tenta di sopravvivere. La terra è inquinata, defunta, l’Italia, la Grecia, dove vive il nostro autore, non fa alcuna differenza precisare il luogo, perché a causa dell’alienazione a cui ci sottopongono la logica del mercato e le esigenze del processo produttivo, ovunque ci si trovi, siamo vittime di un processo irrefrenabile, squilibrato e inarrestabile di sovrapproduzione, destinati a perdere la nostra natura umana e ad estinguerci. Siamo uomini dismessi come oggetti in disuso, siamo uomini in affitto, mercificati e in attesa dell’accredito mensile. Questo è quello che resta di ideali, speranze, sogni, illusioni. La società contemporanea è sempre più frenetica nel suo consumare tutto in breve tempo, travolgente perché di forte impatto ambientale, invivibile, caotica, e riflette la crisi gravissima dell’uomo e della natura. Gli edifici pericolanti diventano metafora esistenziale della condizione umana, corrispondono alle foglie autunnali di Ungaretti con tutte le loro caratteristiche di precarietà e provvisorietà. L’equilibrio è una condizione interiore, raramente programmabile, scrive Damaggio. Peccato che molto spesso agiscano forze avverse, traumi, dispiaceri che violentano la condizione umana, ne logorano l’armonia e la bellezza e ne compromettono la stabilità. I più compromessi risultano le persone sensibili, senza pelle, troppo permeabili al dolore. Questa è, oltre ad equilibrio, l’altra parola-chiave più ricorrente. Esistono due modi per non soffrire: accettare l’inferno, fingere di non vederlo e accettarlo fino a non vederlo più oppure riconoscere e cogliere persone e sentimenti positivi a cui dare spazio nella propria vita e nel proprio cuore. Fortunatamente, per dirla con Quasimodo, di tanto in tanto appare uno spiraglio di luce, un raggio di sole che rende la condizione umana appena più sopportabile. Ma a volte ci amiamo, nelle pause / piantiamo nel solco un feto ancora, scrive Damaggio. La sua poesia ricava molti elementi d’ispirazione dalla realtà. La osserva, la indaga, la racconta. Per amore di verità il poeta supera il suo isolamento e si mette in contatto con il mondo: il dolore personale diventa compianto universale e la rappresentazione di eventi e stati d’animo si fa sempre più rassegnata, distaccata e obiettiva. L’apertura tematica in direzione civile si accompagna a un linguaggio epico-lirico, il tono diviene disteso, comunicativo, tendente all’oratoria in alcuni punti, ma sempre costantemente pervaso da una incantevole grazia. “Apro le mani, piene di dita inutili / che sanno solo scrivere parole.” Occorre saper osservare e saper raccontare al mondo, con generosità ed empatia. Forse è questa la via di fuga, la soluzione che Damaggio, forse inconsapevolmente,  suggerisce. E non è poco.

 

© Deborah Mega

*

Da Sell in, Sell out:

Le cose con le dita

 

Transitiamo nella zona industriale

su questa terra defunta riposano

nomi di cose in disuso

gonfi di piogge oblique fioriscono

gli uomini dismessi

 

Aspettiamo, alla fermata dell’autobus, la sera

 

Sono piccoli vegetali oscuri

dove immergere la mano

è questo rumore senza forma

sono le cose con le dita

impermeabili fiori all’incontrario

 

corpi scivolati nell’ingorgo

di acque inquinate defluiscono

in esistenze decimate

un nome dopo l’altro, dentro i tabulati, fino all’estinzione

 

In questo modo precipita la notte

Un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l’accredito sul conto corrente

 

Poesia della forza vendita

 

Esiste il tempo degli uomini in affitto

ripiegati in due dentro il contratto nell’atto

di spalancare la bocca

per ingoiare la moneta: Complimenti

mi dice il manager, Lei è in progressione

tuttavia non sa gestire le risorse:

ci vuole la carota, e ci vuole il bastone

 

Esiste il tempo dei ruminanti

che sanno l’intimo piacere del bastone

il Suo scopo è essere una molla

caricare il significato dei corpi: Lei

deve scavalcare la catasta dei giorni

sopra cui sta un obbiettivo,

che ci segna

 

Il materiale

 

È molto il materiale, che risale

fino alla superficie: del tuo giorno

del passante, di quest’animale

sull’asfalto, aperto in due

all’eccessivo sentimento

per un solo corpo, questo

 

sopravvivere, gravido di cose

da fare, da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine, Guardi

non vedo margini di manovra

 

Eccessivo il materiale

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura

 

Risale il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

nella serra dei corpi

raccolti a fatturare

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi

 

Io non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

tracciare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore

 

Da Otto tentativi di salvezza

Bambino

 

Mi guardi dalla fotografia

ma io non so scrivere nella tua lingua

di ciò che si chiamava bambino

ed era viaggio di vento, irruzione

nel nuovo giorno, al calendario

scandalo

 

Incontrarti oggi in uno specchio di carta

mi ha fatto tremare le mani

perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto

all’uscita di ogni galleria

 

quando insieme per la sorpresa ridiamo

di fronte a un’improvvisa voragine di luce

 

Sulla statale per Killini

 

Ma io alla fine è con l’aria che combatto

e levo in alto le braccia per tradurre

una carne in una frase, un risorgere impossibile

e così torno al volante, così incontro

il cane morto per la strada

 

Se la tua parola era di inciampare nella ruota

e il vuoto che hai lasciato è ignorato da ogni cosa

con che grammatica interrotta chiami, ora

quelli che passano, e non si fermano

perché di te hanno paura

tanto terribilmente presente sei in tutta la tua assenza

 

 

Da Sarà la bellezza la nostra vendetta

Starsailor

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come rifugiati fra due porte

in attesa di un fuoco qualunque

che commuova il calendario

 

In questo venire e andare di corpi

non hai nemmeno il tempo di dargli un nome:

lanciano sul tavolo poche parole, si alzano

 

Siamo qui per la bellezza, ma

come pieni di linee scure

che potevano essere albero, nuvola: attendiamo

 

nell’apnea delle disattese

è tua la voce a filo d’acqua

che modula una fiamma

per chi, liquido, sta

 

 

Giulia 

 

Ogni cosa mi fa a pezzi

e non basta averti accanto, come hai capito

perché un morso di vita residuo

ritorni al concreto di un sapore

 

Questi i fogli di carta

con il numero del giorno

che ho buttato senza sosta nel cestino

 

Li cerchi, li raccogli, insisti

a vivere, del nostro calendario

la pagina strappata

per lasciarmi quella intatta

 

Testi tratti da Edifici pericolanti di Massimiliano Damaggio, Dotcom.Press, 2017.

 

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“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022). Una lettura di Rita Bompadre.

28 sabato Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Marco Galvagni, Rita Bompadre, Sogno d'amore

 

“Sogno d’amore” di Marco Galvagni (Quaderni di poesia – Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all’infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell’animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell’amore, descrive una eloquente combinazione d’immagini e di sensazioni, coinvolge l’incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l’intonazione della pura adesione all’infatuazione e all’intensità dell’anima, nello stupore e nel calore della complicità. L’occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l’esistenza, coglie l’istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell’illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell’immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l’origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell’attesa, nella ricerca costante dell’universo di senso, nel carattere pulsionale dell’inconscio. L’eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell’orizzonte segreto della volontà amatoria.  “Sogno d’amore” coglie l’intensità vitale nell’ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L’orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l’energia assorta nel balsamo ipnotico dell’immaginazione, sublima l’entusiasmo e la delicatezza dell’ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell’inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d’amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d’amore, traducono la direzione dell’approccio con le tonalità sentimentali dell’essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il poeta

 

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l’onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso

che custodisce i sogni dei gabbiani:

volano nella notte scendendo dalle stelle,

risalgono nell’aurora bruciando il sole.

 

Ho visto te

 

Ho visto un cielo di bolle

colorate di giallo grano,

di verde cespuglio,

di rosso papavero.

Ho visto uno spazio

libero per l’amore.

Ho visto te.

 

Sogno d’amore

 

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

 

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento –

agiterà con desiderio d’ardore le lenzuola.

 

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante –

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d’amore.

 

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi di ogni notte

figlio del mio desiderio d’amarti

facendoti gioire col mio vello.

 

Nell’aurora

 

Ti scorgo nuda e brillante –

un aculeo di paura

irrompe sotto il firmamento –

un fremito nel corpo

il tuo di corallo

orda la spuma dell’erba.

 

Giorni funesti per altre donne

bruciano infuocati,

gioventù s’è infranta,

ora son sorrisi velati

tramati di carezze –

avranno i gemiti del fiore brunito.

 

L’alba libera gli uccelli,

parole dal cuore di marmo,

rettili dagli occhi d’artigli –

costruisco la catena d’un ponte

invisibile come paglia trepida d’aria.

 

Sulla nostra pelle vestita d’amore

 

Potremo respirare

l’odore di stelle del mare

annusando il profumo di muschio della notte

sulla nostra pelle vestita d’amore.

 

Perdermi nella musica d’un arcobaleno

coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga

intinto dei tuoi colori: carbone corvino

come le tracce, ornato – come i nembi del cielo –

da un velo d’ebano come il mare dei tuoi occhi.

 

Volo sognante nella fitta trama dei pensieri

in un’aurora di colori, accarezzato

dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:

saranno sferzate di brezza

sulla nostra pelle vestita d’amore

mentre sarai nuda tra le mie braccia

e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di

desideri.

 

Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,

lascerà una scia di libertà l’impronta dei nostri passi.

 

 

 

 

 

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Michela Zanarella, “Recupero dell’essenziale”, Interno Libri, 2022.

27 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Michela Zanarella, Recupero dell'essenziale

 

Dopo il fortunato “Le parole accanto” pubblicato con Interno Poesia nel 2017, a distanza di cinque anni esatti, Michela Zanarella si presenta ai lettori con una nuova e insolita raccolta edita con Interno Libri, progetto editoriale di Interno Editoria, casa editrice che ha fondato e gestisce il marchio Interno Poesia Editore. ‘Recupero dell’essenziale’ prende forma dal mistero delle coincidenze. Il libro è il frutto di un recupero di poesie andate perdute, ritrovate con l’aiuto di alcuni amici dell’autrice. La raccolta, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Anna Santoliquido, è dedicata all’amica Marcella Continanza, voce nota della poesia contemporanea, ideatrice del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno, scomparsa il 29 aprile 2020. Con una scrittura densa e viva, la poetessa ci accompagna nel suo cammino di ricerca e riflessione sui grandi temi dell’esistenza fino a condurci nella dimensione del sogno, della memoria, della bellezza, in piena comunione con l’universo. Attenta scrutatrice del mondo, Zanarella si lascia trasportare dagli elementi della natura che regolano la vita sulla terra, si pone in ascolto rivelando al lettore le infinite voci del cosmo.

 

Cosa resta di un’estate
 
 
 
Cosa resta di un’estate ormai finita
 
il corpo del mare visto di sfuggita
 
la memoria di un sole che non si è mai arreso
 
e l’asprezza delle cose inattese.
 
Ci ha preso alla sprovvista il dolore
 
è sceso a mutare la luce negli occhi
 
a disorientare gli equilibri del tempo.
 
Settembre ha le sembianze di un sudario
 
la cura è la pazienza ardente tra le viti
 
l’amore che resiste a pugni chiusi.
 
 
 
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
 
 
Chiedere riparo alla notte
 
per tutto il dolore vissuto
 
respirare un buio che sa di luce assorta
 
ne scuotono il rumore le stelle
 
ed è come se accadesse un sussulto
 
al cielo di novembre
 
l’autunno prende fiato nei sogni compiuti
 
e la luna pare un segreto di sole
 
rimasto impigliato tra i rami
 
un destino immutabile
 
uguale al colore di albe già viste.
 
 
 
 
 
Da questo tempo
 
 
 
Da questo tempo dove la vita si attorciglia
 
come un’edera che sale sui muri
 
si farà notte come ogni notte
 
e sarà un andare incontro alla luna
 
a colpi di sogno – percorreremo la memoria
 
delle stelle fino a rivederne l’infanzia.
 
È ancora estate e diamo un nome diverso ad ogni cosa:
 
le nuvole si chiamano isole
 
il sole è un pensiero di luce espresso sottovoce,
 
quasi l’amore.
 
 
 
—
 
 
Michela Zanarella 

 

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato diciassette libri. Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Giornalista, autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi, cinese e giapponese. E’ tra gli otto co-autori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM.

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Riccardo Mazzamuto, “Tredici giorni al rifugio”, Eretica Edizioni, 2022.

23 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Riccardo Mazzamuto, Tredici giorni al rifugio

 

sfollamento da livorno e il primo bombardamento a castelnuovo

 

 

livorno città piana

mare distesa

anticipa addii

da sabbia ordigni

di onde alte nel porto

e gente gente

 

il vento porta anglo

americani sbarcati

in sicilia – anzio –

 

sorvolano piccoli aerei

e palle di fuoco

con scopo

d’avvilire verde

la campagna rivale

e fredde rive

senza verdi acque

 

spaventando terrore

grida certezze

di piccoli episodi

a – castelnuovo della misericordia –

paura dei vivi

rabbia dei popoli morti

 

l’avanzata degli anglo – americani e le case in fiamme

 

millenovecentoquarantaquattro

primavera rosicata

infrante le foglie

resistenza tedesca

in combattimento

e\a luglio pian di – vada –

– castelnuovo della misericordia –

retrovia

rilevante per ritardare

l’avanzata

 

iniziano a devastare

il paese

fuoco paglia case

chiome di alberi

dai colori ingannati

semi morti che forse

ri-diventeranno erba

 

successivamente

spento

da noi uomini donne giovani

dal vento che non soffia

con pompe a zaino

da ramato acqua

 

portiamo via

sacchetti farina

bianca gialla

il mugnaio del paese

– marino ciampi- l’aveva occultata

 

in casa

da – giuseppa ceccanti-

per necessità

quella riserva in deposito

che solo i vecchi

antichi sapevano fare

con semplicità

 

il ritorno al rifugio

 

 

se dobbiamo morire

moriremo al rifugio

 

dai campi incolti

vigne uliveti

i miei figli mia moglie

mia nonna – emilia –

e famiglie

l’avevano pensata come noi

 

noi uomini – tordi

dai turni di guardia

per difenderci

da attacchi

 

nascosti tra i cespugli

attigui come insetti

armati muti

di bombe a mano

da fucile modello 91

 

le donne sistemarono

poche vettovaglie

sedie

panche carrozzine

per farvi dormire

i bambini e la magnolia

sembrava spingersi in cielo

con un aereo

da ricognizione da noi

chiamato – la cicogna –

volteggiava

malinconicamente

sulle nostre teste

 

 

le SS a castelvecchio

 

 

vennero a – castelvecchio –

un gruppo di soldati

appartenenti

alle famose SS

armati di mitragliette

bombe a mano

 

incontrate alcune donne

chiesero

loro da mangiare

 

una di queste – gelinda pagliai –

venne al rifugio

a chiedere che qualcuno

andasse a parlare

con quei soldati

 

tutti avevano paura

perché sapevano

che in certi casi

uccidevano

 

decido a malincuore

di parlare con loro

per evitare il peggio

uccido un coniglio

poi cotto

e divorato

dai quattro militari

 

durante il pranzo

parliamo gesti

e al meglio

della guerra in corso

in cambio del mangiare

ci offrirono dei sigari

la natura

non avrebbe voluto questo

 

volevano entrare

in casa per riposarsi

lì indirizziamo

verso la stalla

di proprietà di – sirio morelli-

detto – gigino –

e con grosso respiro

torniamo al riparo

 

viva la libertà

 

 

in festa

abbandoniamo il rifugio

lungo le strade

ad accogliere con gioia soldati

che ci avevano liberati

 

con loro nella piazza

del paese

oltre gli abitanti in festa

partigiani che avevano

operato contro i tedeschi.

 

Ora il rifugio è ancora là

e vi rimarrà per sempre

a testimoniare ai posteri

che lì soffrirono

e sperarono nella pace

e nella libertà gli abitanti

di castelvecchio

 

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Sul poter dire i contesti. Recensione di Michele Cardinali a “Dizionario minimo” di Silvano Sbarbati, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo, 2022.

20 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Dizionario minimo, Michele Cardinali, Silvano Sbarbati

 

È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso. Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa? Perché è a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce. Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»[1]; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo. Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»[2], e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»[3]. Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi. Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»[4]; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»[5] o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»[6] e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»[7]. Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»[8]. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo? Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole. Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»[9]; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»[10]; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»[11]. Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»[12] – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»[13]. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza. D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare. In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»[14]. Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»[15]. Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario. E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»[16].

 

Bruxelles, Etterbeek,

14 aprile 2022

Michele Cardinali

 

 

[1] S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.

[2] Ivi, p. 12

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Ivi, p. 26.

[7] Ivi, p. 58.

[8] Ivi, p. 51.

[9] Ivi, p. 53

[10] Ivi, p. 28

[11] Ivi, p. 37.

[12] Ivi, p. 40.

[13] Ivi, p. 41.

[14] Ivi, p. 46.

[15] Ivi, p. 37.

[16] Ivi, p. 21.

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“Non so se ho scritto troppo sull’amore” di Antonio Bianchetti, Quaderno dell’Àcàrya n°55, 2022. Una lettura di Rita Bompadre.

16 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Antonio Bianchetti, Non so se ho scritto troppo sull'amore, Rita Bompadre

 

“Non so se ho scritto troppo sull’amore” – un altro passaggio dai giardini di ponente – di Antonio Bianchetti (Quaderno dell’Àcàrya n° 55, 2022 pp. 160 € 14.00) è una raccolta poetica che celebra la grande capacità d’amare e irradia l’intensità di una luce infinita e di una visione del mondo in cui la bellezza, la corrispondenza spirituale, l’estensione delle emozioni sono l’incarnazione della prospettiva umana del bene. Antonio Bianchetti condivide la sintonia emotiva e l’inesauribile essenza della poesia, indica la connessione del cuore, oltrepassa le distanze terrene, orienta la sostanza e la radice dell’incisività universale dei sentimenti. Il poeta spiega l’efficacia espressiva della malinconia, concentra nelle pagine l’esposizione esistenziale della nostalgia, traccia l’incessante ritmo della corrente del tempo. La struttura elegiaca dei testi si compone della direzione esclusiva dei punti cardinali, conduce l’elemento simbolico del cammino in una traiettoria sensibile per riportare alla memoria gli scenari di un viaggio interiore, per orientare il passaggio delle contraddizioni impulsive della vita, per osservare e determinare la passionale frequenza della sfera affettiva. La poesia di Antonio Bianchetti declina la validità generatrice della viva dedizione alla ragione del cuore, rinnova la componente metafisica e spirituale della quotidiana intimità, evidenzia la sintonia e la complicità mentale nei confronti dell’incondizionata meraviglia dell’anima, la definizione della magica confidenza della sensualità, il principio decifrabile dell’innamoramento. Il legame indivisibile con l’universo carezzevole dell’amore avvicina alla necessità fortunata dell’eredità romantica, allo sconfinato, imponderabile segreto dell’eternità, traduce il contenuto corporeo delle avversità, affronta gli ostacoli impenetrabili delle incomprensioni e le difficoltà dei silenzi arrendevoli. L’assenza subita identifica l’inevitabile inquietudine e la profondità del disorientamento, ma regala anche lo strumento indispensabile per riconoscere la propria consapevolezza e difendere la propria esperienza nella previsione straordinaria di una sfida individuale, nel sostegno compiuto di un distacco e di una successiva, nuova vicinanza. Antonio Bianchetti non ha scritto troppo sull’amore, ha comunicato il suo inno alla vita, accolto la fragilità pulsante del ricordo, concesso la continuità della presenza amata nello spazio inesauribile della speranza. Non ha mai allontanato l’affermazione del futuro, ha percorso il destino presente per non dimenticare l’elogio della fiducia nella rinascita, la provenienza delle stagioni dell’esistenza, scandite dal dinamismo dell’equilibrio introspettivo dei desideri. Il libro è impreziosito dalle suggestive fotografie del mosaico con la rosa dei venti impresso sul lago di Como, a simbolo dell’intuizione delle coordinate spazio temporali, nel saggio significato della guida e nella protezione della forza di volontà. Nella chiave di lettura del percorso il poeta incontra l’incanto dell’arte elegiaca, percorre la spontaneità, la dolcezza e la gratitudine dell’ascolto, in linea con la gentilezza e la generosità concesse a ogni destinazione della passione.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

BALCONE VISTA MARE

 

Questo orizzonte ci sorprende

fin dove lo sguardo

incontra il respiro

della vastità

 

e su quello che si avrà

il panorama vissuto

ci rinnova gli auguri

fin dove possiamo vedere

oltre il confine

di un giorno

al di là

dei nostri giorni futuri

 

IL SERVITORE MUTO

 

Ho posato gli occhi

sopra la fine del giorno

che ricomponi piano

insieme al vestito

accarezzato

dolcemente con la mano

insieme alla premura

di fare un po’ di ordine

dentro a queste ore buie

 

Poi ci fermiamo a guardare

come se questo panorama

fosse ancora

un orizzonte da indossare

come se la notte

non volesse mai arrivare

messa da parte

insieme agli ultimi indumenti

 

Lasciata sola nell’eternità

di questi pochi gesti

insieme ai colori

dei nostri movimenti

 

 

EPITAFFIO

 

Parlavamo sempre dell’eternità

ma ora il nostro cielo

ha misure troppo piccole

per ascoltarti

troppo grandi

per cercare di abbracciarti

 

LA VITA È UN’IPOTESI BELLISSIMA

 

Non è la sera

che respira d’ombra

una solitudine diversa

ma luce che non tramonta

dentro

negli angoli di un mondo

dove cercarti è sogno

aria

e altro ancora

E sono tanti i nomi

che daremo al buio

se il nostro sole

non si fosse fermato

per essere nel cuore

un altro mattino da ricostruire

 

La vita è un’ipotesi bellissima

 

tutto il resto

è amore che ci sfugge

e sorge ancora

dentro

 

UNA FORZA MAI ARRESA

 

Qualcuno mi darà da bere

e l’alba mi giudicherà

se il viaggio ricompone

giorno e notte

in questo errare

dentro una certezza

 

La dolcezza sarà

come il bacio del crepuscolo

diviso

nella moltitudine di questa attesa

per ogni aurora che vedrà

un altro andare

 

Insieme ai venti sceglierò i semi

di una forza mai arresa

verso l’aria di levante

per dire al sole

che germoglierò

come ad ogni primavera

 

per dire al tempo

che ritornerò

prima della mia sera

 

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Mattia Tarantino, “L’età dell’uva”, Giulio Perrone Editore, 2021.

09 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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L'età dell'uva, Mattia Tarantino

 

Vorrei conoscere il mondo dei morti,

reclamarlo in una lingua senza storia

che non abbia una grammatica, ma possa

avverare tutto ciò che si pronuncia.

 

Mi usano per parlare a chi è rimasto,

vogliono che dica, rovesciandola,

la parola che non hanno mai trovato.

 

*

 

Rovesciata nel sangue una preghiera

indecifrabile rimane nelle vene:

nessuno ha mai saputo pronunciare

la parola con cui inizia: pare venga

dalla lingua dei morti, e rivelata

li farebbe ritornare al nostro mondo.

 

Il segreto è che se bruci

i fiori che ti ho dato troverai

nel fuoco i segni per comporla.

 

*

 

I bambini giocano a intrecciare

le storie dei morti: hanno mille

voci in una sola lingua.

 

Conoscono la linea tra il mondo

e la sua conclusione; intuiscono

che le cose non durano e bisogna

piangere per tutto e per tutto

strillare, agitarsi, poi ridere.

 

*

 

E poi cammini con un cero

sciolto in bocca per ripetere i proverbi

con fatica, e tutti i nomi

comuni delle cose; oppure quelli

che di inverno reciti allo specchio.

 

Sarà che non conosco i segni

né l’Arcano della Luna, e non ho mai

saputo interpretare le stagioni;

 

sarà che ho in gola antichi canti

in una lingua incomprensibile di vento

e di fortuna, tra ostie sparpagliate,

 

ma l’ho stretto il patto con i morti,

esausto nella stanza, con un libro

lasciato sotto al letto, rovinato.

 

*

 

Vedi, non restano che i nostri

frutti sulla tavola:

mia madre che li sbuccia; i loro

nomi che pendono dall’orlo

e cadono tra il pavimento e l’invisibile.

 

Ora all’uva basta un soffio per marcire

in fretta e diventare una preghiera.

 

*

 

Dammi la cenere, la sorte

rovesciata dei morti che ridono

in cerchio attorno al fuoco; che bevono

per varcare ubriachi la soglia.

 

Alla festa non hanno invitato

chi ha sofferto la caduta del cielo;

chi ha corrotto con la lingua la voce

udita alla fine del sabba:

 

un giorno ciò che intendono i morti

a tutti sarà rivelato.

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Alle madri

08 domenica Mag 2022

Posted by Deborah Mega in ARTI, Segnalazioni ed eventi, SINE LIMINE

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Masaccio e Masolino da Panicale, S,Anna Metterza

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio – Dante Alighieri

 

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti si’, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

 

Nel ventre tuo si riaccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’eterna pace

così è germinato questo fiore.

 

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

 

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar senz’ali.

 

Gustav Klimt, Le tre età della donna

 

A Mia Madre – Edmondo De Amicis

 

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni

mia madre ha sessant’anni e più la guardo

e più mi sembra bella.

 

Non ha un accento, un guardo, un riso

che non mi tocchi dolcemente il cuore.

Ah se fossi pittore, farei tutta la vita

il suo ritratto.

 

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

e quando inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio prego in cielo accolto

non chiederei al gran pittore d’Urbino

il pennello divino per coronar di gloria

il suo bel volto.

Vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei

Vorrei veder me vecchio e lei…

dal sacrificio mio ringiovanita!

 

Edward Munch, La madre morta e la bambina

 

A mia madre – Eugenio Montale

 

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce nel sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

(e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto d’una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’eliso

folto d’anime e voci in cui tu vivi;

e la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

 

 

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Guglielmo Aprile, “Sinfonia del mare”, Il Convivio Editore, 2021.

06 venerdì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Guglielmo Aprile, Sinfonia del mare

 

 

 

Mi parlarono le onde

 

Risuonano tra le onde eco disperse di

altre voci, di uomini

vissuti in altre età, boati e gemiti di

Atlantidi dimenticate, il rombo di

uragani e naufragi

anche se per la distanza smorzato si

prolunga nel rantolo

della risacca che cresce dal largo

e che parla alla spiaggia, e le confessa il

remoto martirio di qualcuno

che si annegò, e di cui si ignora il nome; e

brandelli riemergono

di rotoli e di codici, in un vortice

di spume, avvolti dalle alghe, cocci

alla rinfusa, formule sbiadite

da acqua e sale, di rune e di saghe,

e tavole ma infrante tra gli scogli

e pagine di silice ma in pezzi

con sopra incise e quasi cancellate

le prime leggi e stralci del racconto

di come ebbe origine il mondo;

e sull’acqua prendono forma a volte

i tratti di quello che sembra un volto.

Mare, di fronte a te, sulle tue sponde

a lungo siedo, da solo, in ascolto.

 

Soglia

 

Il mare piange un figlio mai tornato:

ascolta, invoca un nome

e lo ripete a vuoto

fino allo sfinimento, tante volte

quante le onde che fanno al suo grido

una ironica eco,

e andare in cerca sembra

anche se esausto, in una via deserta, da

solo e scalzo, sotto il temporale, di

qualcuno, chiamandolo

a piena voce: implorante orfeo

di un volto che le ombre reclamarono,

troppo presto rapito

da un Averno che ha lungo la battigia la

sua soglia vorace.

 

Rapsodia marina

 

Le galassie raccontano

alle conchiglie il proprio lungo viaggio;

e lui, il mare, raccoglie e poi disperde

l’eco di quella lunga confessione:

 

dissipa sillabe d’alghe e di schizzi

sopra la pergamena delle spiagge,

senza posa versifica

perduti amori e la storia del mondo

 

e quella del gigante senza nome

che espia una certa colpa

da quando in tufo si mutò il suo corpo, in

sbraccianti scogliere;

 

mare, ossesso in catene

che sbraita e strepita, voce straniera

che innalza la propria preghiera

e le distanze scavalca e le ere.

 

“Ama celarsi, parla per enigmi…”

 

Metamorfico mare, ha molte maschere

ma una sola anima: suo è il dono

di mutare, di assumere

 

qualunque profilo, a capriccio,

quando l’onda disegna sulla riva

ora un cavallo, o un’idra, o una fanciulla,

 

ma sempre confonde i suoi esegeti

e dei loro pronostici si beffa,

e il suo vero volto non mostra

 

a chi si affacci sul suo specchio; mare, a

ogni nostro bussare il tuo silenzio è la

sola risposta.

 

L’azzurro rotolo della sapienza

 

Quanto per te è dio, per me è il mare;

è il gelsomino che soffoca quasi

chi il suo alito esali, tanto è dolce,

ed è il fabbro operoso delle ere

che lascia su costoni e rupi traccia

della sua mano d’acque e venti e lave,

è il fremito che percorre il fogliame

ed è il boato che stacca le frane,

il ronzio in mezzo agli steli dell’ape

e l’eco montante delle risacche,

la chiocciola che su un tronco o su un muro

impercettibile all’occhio risale,

la lunghissima marcia dei ghiacciai

che il calcare scavò con la sua unghia

tracciando corridoi, gole dai fianchi

a precipizio invase poi dai laghi,

le piste che i capodogli tramandano

alla ricerca di plancton ogni anno

sulle mappe delle correnti oceaniche,

le orbite che gli infuocati globi

attraverso distanze buie battono;

è come una colorata voragine

che sul proprio orlo srotola una danza

di corpi che un solo brivido infiamma,

è quel trasalimento dello sguardo

che allo scoccare del fulmine segue

o quando spiega il suo incendio il tramonto e

allestisce la sua coreografia

fastosa drappeggiando con le nuvole

vascelli in fiamme; è la prima fonte

di meraviglia e di angoscia di fronte

ad ogni epifania dell’esistenza,

è la terribile magnificenza

che non si sa come chiamare, e a cui tu

dai nome di dio, io di mare.

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Johanna Finocchiaro, “Clic”, L’Erudita, 2020.

02 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Tag

Clic, Johanna Finocchiaro

 

Resta lei

 

Non dissi una parola.

Non disse una parola.

Non sapevo.

Non sapeva capire.

Il tempo a grandi passi;

È oggi, o poco fa.

Adesso cosa resta?

La strada, resta. Resta lei.

E noi, che non possiamo sapere.

Luoghi lontani e calmi. Vicini.

Proprio qui.

Stanze da esplorare senza luce.

Pareti di roccia rossa. Oscure.

Pulsano.

Le parole non sempre parlano

e i fatti non sempre gridano.

A volte sì.

Tentano.

 

Alla finestra

 

Appendo le dita alla finestra

L’aria fresca sfonda lo spazio

e arriva placida fin qui

Gli occhi alti, integri

alla notte

di piombo e d’argento

Do le spalle a una camera anonima, alle cose

 

La luna è velata

Nuvole nere ne corrono i confini

Non più sfera, non più luna

Mi sporgo audace e attratta

 

La tocco e lei si sposta

La bramo e lei si mostra

Protendo anche i pensieri, anche quelli

I più celesti

 

E mi lascio trovare

 

Ma si fa tardi e chiudo la finestra sul mondo

Il freddo ha scaldato il mio fiato

Gli occhi meno alti ma più distanti

Un’altra nuvola nera sulla luna.

 

La danza

  

Le stelle filanti danzano,

nuotano libere di vanità.

Sono pesci in una boccia,

un palco antico di verità.

Il vetro si è scheggiato

ma ne riflette ancora l’ego.

Impronte di marmellata;

calco quella terra, incantata.

E lì annego.

Senza sosta e senza veleno

sbattono i piedi le stelle filanti.

La testa si stacca:

voglio danzare con loro

il tempo di un attimo.

 

CLIC

 

Ho una madre. Un padre. Un fratello. Un nipote. Un tetto, un libro in testa, un libro in mano;

ho due mani.

Un gatto, grande e robusto, nero, un letto, tre sogni a dir poco.

Quattro o cinque a dir il vero.

Ho un Dio che mi ha creata a Sua immagine e di cui non ho sembianze.

Ho un tamburo che danza rituale e sbraita meschino di notte.

Ho un mondo. Il più delle volte, le volte buone.

E ricordo a me stessa quel mondo. Dovrei amarlo. Dovrei sentirlo. Dovrei staccarmi da terra,

messaggera alata

e trovarlo.

Il panorama autentico, scevro d’egoismo. Mio. Mitologico.

Volare sopra di me, senza di me, concentrare la vista sul fuoco.

La scintilla: palesemente necessaria.

Ma proprio non può, no, prendersene merito. Della luce.

Che da quella partenza cresce e muta e si

ribella. E va, evaporando.

Io, io non lo posso fare. Non più. Comincio a capire.

E a fuggire dalla luce, lei, mia, che rendo buia perché buia

sono. Ancora senz’ali.

Non sento niente e non so perché.

Umana compassione cercasi.

E le tragedie, anch’esse, non turbano. Non urtano. Le viscere non mi pungono.

Ma neppure son pazza, oggi, non son io quella pazza.

 

Un clic. Qualcosa in me ha fatto clic e non ritorna. Indietro.

Sciolgo i capelli, fili spezzati di un nastro nero alla luce di luna.

Dicembre comincia e prosegue la nenia.

Anemica di cuore, anemica d’amore.

La rima non è originale. La rima non era prevista.

Frugo e scavo e graffio ma non trovo. Quel geniale modo,

il migliore, di confessare. Confessare.

Confessare che non sento niente e so perché.

Clic

 

Tregua

 

Il vento sa di mare, oggi. Sento la salsedine del mare nel vento.

Sto bene, sì.

Mio padre parla e poi pensa.

Faccio così anch’io.

Dice: magari è qualcuno che sala la carne. Nessuna salsedine, bambina.

 

Sorrido amara della sua dolce semplicità.

Me ne rendo conto negli anni, che ci vive.

E forse lo invidio, forse lo sfido.

 

Mi lavo la faccia.

Usciamo?, pensa e poi chiede.

Prendono il ritmo del volere, i movimenti;

è sabato e sono le 10 circa.

S’intrecciano poi le nostre mani,

quelle di mia madre vivace,

quelle della bambina che cerca il rossetto, che possa colpirla.

Quelle dell’uomo che guarda.

 

Tra poco usciremo.

 

Il vento sa di mare oggi. E di pepe.

Va bene, penso e non dico: somiglia a una tregua.

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“Prima della voce” di Paolo Parrini, Samuele Editore, 2021. Una lettura di Rita Bompadre.

29 venerdì Apr 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Tag

Paolo Parrini, Prima della voce, Rita Bompadre

L’opera “Prima della voce” di Paolo Parrini (Samuele Editore – Collana Callisto, 2021 pp. 70 € 12.00) parla al cuore della vibrazione poetica, modula i segni espressivi dello stupore interiore, trasmette l’essenza iniziale delle parole considerando la materia comune della memoria con l’appropriata elezione d’immagini e tradizioni universali. Il poeta concede al linguaggio una diffusione rituale, iniziatica, attribuisce al miracolo incantevole della poesia la traduzione biografica in riflessioni indispensabili, contratte tra l’intuizione di una sensazione provvisoria e la sensibilità permanente, custodisce la rispondenza sonora della vita nell’oscillazione di una devozione pagana con la natura correlativa degli eventi. Prolunga il senso sottile e delicato della relazione estetica con l’unità dell’esperienza sensibile, osserva il presentimento acuto della visione del mondo e dei suoi struggenti accordi, traccia il rilievo emerso delle emozioni, distingue la cavità difensiva dell’ispirazione come il salvifico territorio delle occasioni e della verità. Il percorso elegiaco incrocia la scheggia indicativa nell’intreccio dei ricordi, l’intensità dello sguardo quotidiano sulla consistenza saggia della realtà. “Prima della voce” rintraccia la grammatica e la ricostruzione dei significati affettivi, recupera il dialogo spirituale trasferendo nella rappresentazione delle fotografie artistiche, contenute nel libro, la contemplazione della bellezza, riscatta la percezione delle impressioni che il disincanto ha estinto intorno alla nostra esistenza. Paolo Parrini riacquista la possibilità di vivere i legami con la naturale capacità di ascoltare e capire le proprie passioni, accoglie la cura dei sentimenti, concentra il raccoglimento religioso delle attese nei labirinti dei propri desideri, salvaguarda il sincero legame con le proprie promesse, affermando l’estensione di un’esecuzione lirica obiettiva, l’elevazione di un’epifania meravigliata, in comunione con un equilibrio riportato in  luce oltre la discordanza oscura del vivere. Risana l’intermittente dimensione del tempo e la direzione di appartenenza ai propri versi, ricompone le incertezze nell’esercizio stilistico di conquista dell’amore e di perizia dell’inquietudine, abita il luogo esteso dell’anima, ospita intenzioni e metafore della quiete. Il ritmo dei testi celebra la visione dinamica della pagina, come spazio e corpo degli elementi letterari, il carattere sacro e sensuale di una conversazione insistentemente scampata alla dimenticanza. La poesia di Paolo Parrini riconduce sulla soglia di un avvenimento, traduce il realizzarsi scrupoloso della successione del rumore e della sospensione, nel calpestio dei passi della vita,  definisce una voce segreta e ritrovata, estende la cortina della fragilità nell’infinito riflesso dell’estremità esistenziale, percorre le venature, la condensazione e  l’evaporazione dell’assenza. Fonda la sua dottrina nel respiro del miracolo sacro e familiare della tenerezza, nell’impalpabile sensualità, annoda il tessuto evocativo dei luoghi inattesi, escludendo il debito della parola alla deviazione del silenzio: “La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare.” Octavio Paz

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Il lento schiudersi

della notte nel mattino

il sonno stemperato

in un caffè forte.

La resurrezione di ogni giorno.

Fuori stanotte è caduta la neve.

 

——————–

 

Si scompone la sera.

Ritmico il suono del tergicristallo

intacca il tempo perso

ad aspettare il giorno.

Alla mia sera aggiungi la tua.

Non siamo fatti di certezze.

 

——————-

 

Poi nasce un fiore all’improvviso

là dove tacciono le fronde

ha il nome di una voce ormai passata

persa tra le dune e il temporale.

Stanotte ha raffrescato sopra i tetti

sui vetri già colmi dell’inverno

piccole dita intrise di calore

hanno scolpito i segni del tuo tempo.

Domani risvegliati avremo un altro sole.

 

————————

 

Attraversi la strada a capo chino

svanisci dentro il fiato caldo

e il sorriso che hai lasciato.

Nella nebbia s’appoggia

il rumore del mattino.

 

———————-

 

Altre stanze gridano.

In questo giardino muto

anche le piante assorbono dolore.

Aspettare la luce della sera

il tacere delle voci.

Un calmo lago le dita.

 

——————–

 

Amare una sedia, una mano,

il vuoto dentro un temporale.

Come se fossi nato solo per

questo darmi e avere,

una bilancia, un saliscendi.

Poi una fontana e lo scroscio,

il perdono. Non so

come altro dire amore.

 

——————-

 

Farsi raggio o crepa,

sottile, annidarsi nei concavi

spazi, addormentare la memoria.

Quello che non abbiamo

sono i suoni iniziali dei nomi

che un tempo ebbero un volto.

Sia benedetto

questo spazio fatto altrove.

 

———————–

 

Il cammino si conclude qui

dove era cominciato.

I giorni sono sentinelle stanche

riconosci gli odori e il silenzio.

Forse solo un poco più fondo

questo muoversi piano delle cose

l’emozione sale a cercare il fiore incolto.

Sei partito per tornare a casa

ora è tempo di raccoglimento.

 

 

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