NOSTALGIA DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
A mille miglia oltre questo muro inondato di sole Da qualche parte le onde strisciano fresche lungo la sabbia, La bassa marea abbandona la terra indolente Con l’antico mormorio, lungo e musicale; Grevi di vento s’ergono le onde, si curvano, ricadono, E attorno agli scogli la schiuma esplode come neve — Ma benché lontana nell’entroterra, sento e riconosco, Perché sono nata eterna schiava del mare. Lì vorrei essere e rotolarmi addosso La fredda insistenza della marea, A spegnere questa cosa ardente che chiamano anima — Dopo con la risacca trascinarmi alla deriva Essere meno del più piccolo guscio lungo la secca, Meno dei gabbiani che strillano al mare.
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SEA LONGING
A thousand miles beyond this sun-steeped wall Somewhere the waves creep cool along the sand, The ebbing tide forsakes the listless land With the old murmur, long and musical; The windy waves mount up and curve and fall, And round the rocks the foam blows up like snow, — Tho’ I am inland far, I hear and know, For I was born the sea’s eternal thrall. I would that I were there and over me The cold insistence of the tide would roll, Quenching this burning thing men call the soul, — Then with the ebbing I should drift and be Less than the smallest shell along the shoal, Less than the sea-gulls calling to the sea.
Solitude è il titolo. Solitude è il sentimento dentro questo viaggio tortuoso nelle strettoie del verso? Versi tranciati quasi a metà dal voler dire qualcosa oltre a quanto cominciato; ma è per solitudine che finiscono in una scarpata dell’immaginario? Non è un’abbottonata arrendevolezza, non una malleabilità al volere di questo male sottile, ma un’alienazione che si contorce nella presa coscienza del proprio stato, un violento dibattersi in fondo al buio tra l’essere che soffre le sue metamorfosi e l’essere a cui è stata data una faccia sola per il mondo della luce. Allora questa raccolta è una battaglia di identità, una guerra di molteplici mondi verso cui allineiamo le nostre apparenze per ogni scossa d’amore, dolore, felicità che prendiamo dall’esistenza. In questo ecosistema che ci fa cresce nella mutabilità si consuma il delitto della Raffin di voler stendere i suoi versi sulla nostra condizione di sordi sconosciuti. La raccolta si intitola Solitude, Eretica edizioni, 2022.
Emilio Capaccio
* Uccidimi ti prego Ho fatto la guerra Con pentole
Mestolo e coperchi C’è anche chi mi ha sequestrata Di domenica Sul divano Col mio vestito azzurro Mi sono ricordata Del carro siciliano della nonna Coi cavalli bianchi Volevo fosse vero E mi avrebbe portato fino in piazza Uccidimi ti prego Non ne ho colpa O tienimi nell’ombra Se ho voluto danzare Con le perle della mamma
* Tutte le parole Che non mi hai mai detto Le ho cercate sulle bocche Di qualche sconosciuto Così si rompe un orologio Così va riparato Tutto il movimento Del mio tempo interiore La nube voragine e rivolta Scandiva la mia natura Scandito dalla tua identità Si vive ritmici Sai Si vive di ritmi primordiali E io ero sorda Non sentivo il mio Dov’è? Perché non sento? Tu non mi hai parlato Aspettavo una parola Per riconoscermi Al di fuori di me Così muto Mi è parso tutto il mondo Dopo Mi è parso vuoto Tutto il mio mondo Dentro
* Nel silenzio Di un pensiero denso Di un altro sospeso silenzio Il piede
Salendo un gradino Piantava coltelli d’argento Il mio amore se n’era andato Piantava coltelli d’argento Non sfiorito Non appassito Se n’era andato Prima c’era poi Nemmeno una traccia E me ne sono accorta Mentre arrotolavo Corde di cotone Il mio amore Per dire amore Sentendo amore Intorno al collo Piantava coltelli d’argento E mi liberava E a me felice Interessava solo Della primavera Intorno al collo Del calore sul viso Di quel sole Che all’improvviso Riconosceva Persino me
Alessandra Raffin è psicologa esperta in neuropsicologia clinica e terapia autogena. Vive e lavora tra Italia e UK. La poesia è parte integrante della sua vita da sempre. Solitude è la sua prima pubblicazione.
L’esordio poetico la prof. Di Schiena lo fa con l’Amore. Declama all’Amore, pacatamente e solennemente, con un timbro seducente di vestale delle Murge, spesso in forma sintetica e simbolica. Ma è Lui il grand’ospite della sala cerimonia del cuore dell’autrice. È lui che ha la pelle odorosa di pietra carsica e una corporeità sublime e dolorosa, come la carnalità di certi cladodi pungenti, di certi frutti tumidi e lacrimosi. È lui che ha le labbra morbide del bacio e l’unghia tagliente del graffio. È lui che è doppia pozione: antidoto di solitudine e fiele di disperazione. La raccolta si intitola: “Un bacio e un graffio”, Edizioni Ensemble, 2023, postfazione di Pasquale Vitagliano.
Emilio Capaccio
Magma dei sentimenti
C’è molto da tremare per riportare a galla Il magma dei sentimenti. E dire fuori dai denti che non si può amare senza armi pari. A cosa giova vivere in pena quando i corpi vogliono luce e brezza di primavera? Ho scelto il tormento, il filo spinato per adorare chi non è nato dentro me.
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Irrisolto
L’amore mio per te è il solito irrisolto. La fuga, la rincorsa verso l’inafferrabile. Storia di cardi spinosi, nuvole bianche, crepe e vento scomposto. Troverò pace quando incrocerò le braccia supina e rigida non pulserò più
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Ti amerò in silenzio. Non busserò non lo dirò a nessuno. Ti chiuderò a chiave nel mio cuore E mi addormenterò. Passeranno i morti a ferrare la serratura.
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Cambio pelle tutte le volte che striscio di dolore
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Ti restituirò l’attesa le caramelle alla menta forte e i chili di troppo. Tratterrò le chiavi dell’aorta principale la meraviglia e la premura. Mi vedrai in copertina o su un altare a dispensare baci come ti piace.
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Conto i minuti nell’attesa di vederti. Sempre nuovo è il giorno con le tue mani sui miei fianchi. Porti ossigeno rozzo e primitivo io luce filtrata, avamposto dell’amore.
Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti poetici.
Sopra di me è la notte, E sopra la notte, la notte. Il mare accanto a me geme, o è quieto. La terra come una sonnambula si trascina Per uno strano sonno… Stride un uccello marino. E il garrulo risveglia in me fiocamente, Il popolo morto del mare, i miei antenati — Coloro che più di me sono in me, Coloro che si sedettero lunghe notti fa da sponde bagnate E videro il mare nei suoi silenzi; E lo dannarono o lo implorarono; O lo sfidarono con un crocifisso; E poi calarono giù con le loro barche.
Sopra di me è la notte… E sopra la notte, la notte. Le rocce mi circondano e più in là, la sabbia … E la riluttante bassa marea Che si getta all’indietro per dare l’ultimo saluto Ai relitti portati da così tempo nel suo seno. Rocce… Ma la marea arretra E il limo è nudo, come una cosa vergognosa Che non ha nascondiglio. E l’uccello marino tace — L’uccello e ogni altro grido lontano nel mio sangue — E la terra come una sonnambula si trascina.
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SOMNAMBULISM
Night is above me, And Night is above the night. The sea is beside me soughing, or is still. The earth as a somnambulist moves on In a strange sleep… A sea-bird cries. And the cry wakes in me Dim, dead sea-folk, my sires — Who more than myself are me. Who sat on their beach long nights ago and saw The sea in its silence; And cursed it or implored; Or with the Cross defied; Then on the morrow in their boats went down.
Night is above me… And Night is above the night. Rocks are about me, and, beyond, the sand … And the low reluctant tide, That rushes back to ebb a last farewell To the flotsam borne so long upon its breast. Rocks… But the tide is out, And the slime lies naked, like a thing ashamed That has no hiding-place. And the sea-bird hushes — The bird and all far cries within my blood — And earth as a somnambulist moves on.
Stasera il cielo cupo e il mare si confondono; per tutto il giorno ha fatto molto caldo; le onde urtandosi nell’ombra si danno voci, prigioniere d’una stessa cella.
Il cielo è largo e nero come un panno funebre, e gli orizzonti incerti formano come un immenso e oscuro santuario dove tutti i ceri sono spenti.
Ma ecco che il mare diventa fosforescente e lungo la sabbia cangiante nella distanza s’apre superbo e abbagliante, con i suoi lustrini d’argento.
Non astri nel cielo, non vele nel vento, si direbbe che l’onda amara così rivolti impietosa cadaveri di stelle che sarebbero cadute nel mare.
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PHOSPORESCENCE
Ce soir le ciel obscur et la mer se confondent; tout le jour il a fait très chaud; les flots entrechoqués dans l’ombre se répondent, captifs dans un même cachot.
Le ciel est large et noir comme un drap mortuaire, et les horizons incertains forment comme un immense et sombre sanctuaire où tous les cierges sont éteints.
Mais voici que la mer devient phosphorescente, et le long du sable changeant elle s’étale au loin superbe, éblouissante avec ses paillettes d’argent.
Pas d’astres dans le ciel; dans le vent pas de voiles; on dirait que le flot amer roule ainsi sans pitié des cadavres d’étoiles qui seraient tombés dans la mer!
William Vaughn Moody (1869-1910), americano (foto web)
UN GIORNO GRIGIO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nebbie grigie e piovigginose drappeggiano le brughiere, la pioggia sbianca il mare morto, dal tetro promontorio all’accigliato capo vele plumbee vanno stancamente. Non so come quel mercantile abbia trovato coraggio; ma è il suo piano verso il mare il suo corso sconfinato da solcare.
Irreali come insetti che atterriscono il cervello irritabile d’un ubriacone, sul grigio abisso strisciano le imbarcazioni a quattro zampe, con due rematori: minimi, i più piccoli della terra, attraverso la vasta circonferenza del vecchio oceano nello sforzo eroico, ridicolo.
Mi chiedo come l’equipaggio di quel mercantile abbia trovato la volontà. Mi chiedo come i pescatori facciano per continuare ancora a sfiancarli. Mi chiedo come il cuore dell’uomo abbia pazienza di vivere oltre la sua spanna o d’attendere che i suoi sogni s’avverino.
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A GREY DAY
Grey drizzling mists the moorlands drape, rain whitens the dead sea, from headland dim to sullen cape grey sails creep wearily. I know not how that merchantman has found the heart; but ‘tis her plan seaward her endless course to shape.
Unreal as insects that appall a drunkard’s peevish brain, o’er the grey deep the dories crawl, four-legged, with rowers twain: midgets and minims of the earth, across old ocean’s vasty girth toiling-heroic, comical!
I wonder how that merchant’s crew have ever found the will! I wonder what the fishers do to keep them toiling still! I wonder how the heart of man has patience to live out its span, or wait until its dreams come true.
S’immagini un giorno di brezza primaverile che cammina pigro nelle ore. I piedi nudi scivolano sul manto mattutino di camomilla selvatica e rosolacci. S’immagini l’orchestra policromatica degli uccelli dei boschi maceratesi dipanare la sua armonica quiete sonora. S’immagini la fanciulla sdraiata sul fianco nell’erba; la fanciulla dai riccioli sediziosi sotto il cappello col nastro annodato; la fanciulla che parla come dipinge, che scrive come colora. La poesia della Luzi è una lentissima giornata primaverile. Un’interminabile confessione d’amore agli elementi più irriducibili che ammobiliano la vita umana; un’invocazione ai numeri primi della natura: la fresca terra, la luce divina, la luna nuda, con la sua corte di ammiratori celesti, il garrulo popolo dei fiori e quello soprelevato degli uccelli; e più su, su tutto e dentro ogni riparo, Dio sereno e mattiniero, nella poesia della Luzi. La raccolta s’intitola: “Come un fiore in un crepaccio”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023, con prefazione di Maurizio Minnucci; ed è così che viene a prendermi; ed è così che viene agli occhi, per farmi deliziare le evasioni, per portarmi tutto pieno di vergogna e raffazzonato accanto alla fanciulla dal cappello col nastro annodato.
Emilio Capaccio
La tenerezza delle mani
Sembrano così lontani adesso i giorni dei fiordalisi gli occhi fermi come laghi sussurravano parole l’amore sembrava un gioco inconsapevoli e leggeri si assaggiava l’infinito.
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Il silenzio dei primi uomini
Il mattino ha profumo di fiori sconosciuti alla notte. Una formica cammina portando il suo peso i gatti si scambiano il cibo le lavande occhieggiano dai loro viola. Qualcuno ha tagliato i rami per il fuoco di domani. Gli uccelli cantano dai loro alberi intorno c’è il silenzio dei primi uomini. Un bocciolo rosso fa capolino fra l’erba
– come gli batte forte il cuore.
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Nel silenzio ottobrino
cammino nell’erba bagnata e fredda il gatto la lecca la prima luce è già piena di Dio è la forza inascoltata che abbiamo dentro da sempre
la morte è un principio di sonno o viceversa dormiamo quando non abbiamo null’altro da fare
– prendimi adesso, ma concedimi ancora un sogno
mi scaldo le mani col fiato passo il calore alle guance, sorrido più divertita o commossa, non so
quei gesti imparati da bambini selvaggi o veri uomini sono sempre stati lì, proprio come la luce a salvarci.
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Siamo io e te
a guardarci in questa notte che allinea i brividi quante memorie e sospiri – Luna – custoditi nelle sembianze di un candido viso. Le nuvole ti sono damigelle, Marte timido amante, lontano. Come donna mi specchio nelle tue fasi e rotondità
– arcana complicità che ammicca nel silenzio inviolato.
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Non aspettarsi niente è un fiore
aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano una speranza che sa di latte ingenuo desiderio una conferma
un limite
quando abbiamo smesso di credere nell’impossibile? Guardare il cielo e affidarci all’Universo al viso sorridente di un bambino di un fiore.
Luciana Luzi, maceratese, classe 1967, è artista poliedrica e appassionata; fin dall’infanzia ama l’arte in tutte le sue manifestazioni. Nell’età adulta sperimenta in modo più impegnativo non solo le arti pittoriche e il fumetto, frequentando corsi professionali (in particolare la Summer School di Illustrazione Editoriale Ars in Fabula di Macerata), ma anche la scrittura, in particolare di poesie, per le quali riceve segnalazioni di merito per la “Poesia in Lingua” in diversi concorsi letterari “Città di Grottammare”, indetti dall’Associazione “Pelasgo 968”. Alcune sue composizioni sono recensite in blog e riviste letterarie online e cartacee. Attualmente si sta dedicando al ruolo di assistente d’infanzia.
L’amabile poetessa Bellini ha un pennino dall’inchiostro un po’ magico e un po’ amaro. Coll’ombrello di Mary Poppins, il guardo vispo e un gesto svagato di saluto, svolazza di qua e di là per i climi delle stanze che si fanno in questa scorreria di versi. Scaffali illuminati dal volto falotico della luna; libri e giocattoli dentro bauli di pelle alla rinfusa nel sottoscala; dimore assettate di vecchi professori; ricordi che vanno ad accoccolarsi tra le stelle; sua altezza, la Talpa, col consorte, il Leprotto; i cugini reali, il Gatto, e sua maestà, la Gazza, e tutta la simbolica fauna del bosco. Favole che s’animano a imperitura levità, ma non con frivolezza, dalla bacchetta di briosa bibliotecaria di mirabilia. La sua wunderkammer è quest’opera, e apre le porte ai visitatori appena per il tempo fatato della lettura. La sua wunderkammer si chiama: “Stanza d’inverno e altre poesie”, Book Editore, 2021, con una nota di Alfredo Luzi.
Emilio Capaccio
Antico compleanno
La mamma aveva gli occhi neri e neri i suoi capelli, docili soltanto al vento. Scrutava con quegli occhi i visi dei suoi piccoli alunni, sorrideva a mio padre nelle feste, contemplava laghi, monti, panorami e talvolta anche il mare. E mi restava accanto, quel suo sguardo lucente d’ossidiana, silente compagnia quando non c’era.
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Le case dei vecchi professori
Le case dei vecchi professori, con i libri ordinati sopra gli scaffali, con i libri in punta di piedi al davanzale, con i libri in poltrona a occupare gli spazî del tempo senza ore, i giorni lunghi come le stagioni, le alterne apparizioni di luce e buio alle finestre, all’ospite tendono la mano. Le case dei vecchi professori hanno l’odore dell’inchiostro anche quando dalla scrivania ammicca l’occhio di ghiaccio del computer. Le case dei vecchi professori taciturne reclinano il capo lentamente, come fiori sorpresi dal vento della sera.
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Notte
La notte è stanca perché ha perduto il buio, il misericordioso margine d’ombra sparso sul velluto dell’oblio. Ma non pensate, bambini, alla luna, né al latte di stelle o alle comete. Non pensate alle luci. Questo chiarore di polvere rossa arroventata s’innalza dal vicino HUB. E il boato che s’ode non è tuono, ma scoppio di motori (lo sa perfino il gatto che ronfa ben nascosto sotto un telo).
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Due
I vecchi giocattoli, quelli del baule in fondo alle scale, fremono. Sentono che è giunta la stagione delle notti lunghe, dei sogni già accesi all’uscita di scuola, del pane, burro e zucchero. I vecchi giocattoli vorrebbero alzare il coperchio e dire a tutti che i bambini sono sempre buoni.
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I lupi
Dicono che da queste parti, tra il Ticino, l’Agogna e la baraggia, siano tornati i lupi, forse dal medioevo, forse dall’altro mondo. Pare che la gente qui, dura e selvaggia, li tema e già s’appresti a un’offensiva (la stessa che inferocisce i rivali umani). E tuttavia il traffico scorre, gli aerei decollano come dure raffiche sul cielo, le ruspe scavano e nei condotti oscuri si riversano i consueti veleni. Tutto va bene per gli umani, tutto tranne i lupi.
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Eleonora Bellini, bibliotecaria di lungo corso, scrittrice e traduttrice, vive nel Piemonte Orientale. Per la sua biblioteca ha ideato e curato, negli anni, progetti di invito alla lettura, mostre d’arte, didattiche e documentarie, itinerari multiculturali tra i libri, incontri con scrittori. Segretaria e organizzatrice del premio nazionale di Poesia e Traduzione Poetica “Achille Marazza” (1982-2018); componente di giuria dei concorsi letterari “La casa della Fantasia” (2003-2018) e “Antonio Cerruti – Ariodante Marianni” (2008-2017). Collabora e ha collaborato a periodici e riviste (tra gli altri “Quinta Generazione”, “L’immaginazione”, “Verbanus”, “Fermenti”, “Capoverso”, “Il Ponte”, “Il Sempione”, “Pagine giovani”, “5Xché”) e a siti letterari (tra gli altri “Le letture di don Chisciotte”, “Mangialibri”). Ha pubblicato opere di genere diverso:
Poesia: Metadizionario, Lalli 1980; Note a Margine, Premio Albisola Giovani – Seledizioni 1980; Tracce, con prefazione di Vico Faggi, Sabatelli – Quaderni di Resine 1993; Agenda feriale, Premio Rhegium Julii 1997; I nemici svegli, con presentazione di Ariodante Marianni, ArtEuropa, 2004; Il rumore dei treni, con nota di Ariodante Marianni, Book Editore 2007; Le ceneri del poeta, Orizzonti Meridionali 2011; Stanze d’inverno. Non solo liriche, La Parada 2012; ριζώματα radici. Poesie sui 4 elementi, Youcanprint/ Mimesis.me 2014; Prove d’autunno, con presentazione di Fabio Scotto, Puntoacapo editrice 2018; Legno estivo, Youcanprint/ Mimesis.me 2019.
Narrativa: Con il motore al minimo, EOS 1999; Il calendario dell’avvento, R. Vecchi 1999; La stella sul tetto, Creativi Associati 2017; La casa dei libri, Creativi Associati 2017.
Traduzioni: J. Daniélou, Diari spirituali, Piemme 1998; L. M. Sinistrari, Sortilegium, in “Quaderni Borgomaneresi/2–1999”; A. de Lamartine, Ditemi il vostro segreto. Carteggio con Giulia di Barolo, San Paolo 2000; A. Cerruti, Tre poesie, Borgo Ticino 2000 e Poesie religiose in “Quaderni Borgomaneresi/4-2001”; W. A. Stuart, Sketches, in “Quaderni Borgomaneresi/8-2005”; L. Basset, Il desiderio di voltare pagina, San Paolo 2008; M. Quesnel, La saggezza cristiana, San Paolo 2008; R. Stainville, Grande male – Medz Yeghern: Turchia 1909, un testimone del massacro degli Armeni. San Paolo 2008; L. Basset, La morte fa paura agli uomini non a Dio, San Paolo 2009.
Altri testi: I bambini e la poesia, Borgomanero 1986; Finché ci sia respiro, Interlinea 1996; Laboratorio per Rodari, Fondazione Marazza 1991; La Madonna della Bocciola e i culti mariani del lago d’Orta, con Carlo Carena, Comune di Ameno 1993; Borgo Ticino e Divignano. Storie di gente, luoghi di memoria, E. Bellini/D. Tessari, EOS 1996; Pagina picta. Il caso, l’allegoria, la volontà nella pittura di Ariodante Marianni, Colophon Libri 2005; Dialogo a colori. Rodari e Maulini in biblioteca, Fondazione Marazza 2010; La poesia e la vita. Ariodante Marianni dieci anni dopo, Fermenti 2017.
Bambini e ragazzi: Piccoli Libri, Fondazione Marazza 2000; I sei giorni del sole. La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel racconto di un bambino, Laser 2000; Piccole Rime, Fondazione Marazza 2001; La Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2002; Una scatola piena di treni, margherite, triangoli, Edizioni I fiori di campo 2002; Un anno nella casa della fantasia, Fondazione Marazza 2003; Un anno nella casa della fantasia 2, Fondazione Marazza 2004; I laboratori della fantasia, Fondazione Marazza 2005; Pensieri Rime Colori per la Casa della Fantasia, Fondazione Marazza 2006; I laboratori della Fantasia 2 , Fondazione Marazza 2007; Un sacco di libri e altre cose colorate, Fondazione Marazza 2008; Vivilibro, Fondazione Marazza 2009; Ninna nanna per una pecorella, Topipittori 2009 (tradotto in corso, francese e spagnolo e in simboli WLS per Uovonero Edizioni 2019); La storia che non c’era in Unduetrestella 3/2009; Là nel bosco in Unduetrestella 1/2010; La capra, la cicala e l’usignolo, in Unduetrestella 2/2010; Specchiarsi, Fondazione Marazza 2010; Fuori dal nido, Nonsoloparole 2003; L’elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, Nonsoloparole 2016; Adalgiso e il mistero del maniero, La Ruota Edizioni 2018; La casa in riva al mare, Fabbrica dei segni 2019; Casa di luna, Edizioni Il Ciliegio 2019; Il quaderno di Lisa, Antipodes edizioni 2021; Non dire il tuo nome, Edizioni Il Ciliegio 2021.
Francis Ledwidge (1887-1917), irlandese (foto web)
SU UN SOGNO D’ACQUA (Traduzione di Emilio Capaccio)
E così, per molte leghe del mare Cantammo di chi avevamo lasciato indietro. La nostra nave ruppe il fosforo selvaggio, Le bianche vele pregne di vento, E nella mente mi domandavo Quanti si sarebbero ricordati di me.
Dopo, l’alba orlata di rosso larga si stese, Un fronte roccioso s’allungava, E punte di terre addensate alla marea Custodivano tante piccole e confortevoli cale. O gioia di vivere per sempre, laggiù, O Anima tanto cercata!
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ON DREAM WATER
And so, o’er many a league of sea We sang of those we left behind. Our ship split thro’ the phosphor free, Her white sails pregnant with the wind, And I was wondering in my mind How many would remember me.
Then red-edged dawn expanded wide, A stony foreland stretched away, And bowed capes gathering round the tide Kept many a little homely bay. O joy of living there for aye, O Soul so often tried!
Oltre l’est l’aurora, oltre l’ovest il mare, e a est e a ovest la sete di viaggiare che non mi lascia; agisce in me come una pazzia, cara, incitandomi a dare l’addio; perché i mari chiamano e le stelle chiamano e oh! la chiamata del cielo!
Non so dove corra la bianca strada, né cosa siano le colline azzurre; ma un uomo può avere per amico il sole e per guida una stella; e non c’è fine nel viaggio una volta che si sente la voce, perché i fiumi chiamano e le strade chiamano, e oh! la chiamata degli uccelli!
Laggiù si trova il lungo orizzonte, e lì di notte e di giorno le vecchie navi volgono di nuovo a casa e le giovani vanno via; e io potrei tornare, ma devo andare, e se gli uomini ti chiedono perché, puoi dare la colpa alle stelle e al sole e alla strada bianca e al cielo.
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WANDER-THIRST
Beyond the East the sunrise, beyond the West the sea, And East and West the wander-thirst that will not let me be; It works in me like madness, dear, to bid me say good-bye; For the seas call, and the stars call, and oh! the call of the sky!
I know not where the white road runs, nor what the blue hills are; But a man can have the sun for a friend, and for his guide a star; And there’s no end of voyaging when once the voice is heard, For the rivers call, and the roads call, and oh! the call of the bird!
Yonder the long horizon lies, and there by night and day The old ships draw to home again, the young ships sail away; And come I may, but go I must, and, if men ask you why, You may put the blame on the stars and the sun and the white road and the sky.
Pace sulla costellazione cantante delle acque Incrinata come le spalle della moltitudine Pace sul mare alle onde di buona volontà Pace sulla lapide dei naufragi Pace sui tamburi dell’orgoglio e delle pupille tenebrose E se io sono il traduttore delle onde Pace anche su di me…
MONUMENTO AL MARE Vicente Huidobro
“E che cos’è il mare?” “Il mare!” esclamò il mugnaio. “Che Dio ci aiuti: è la cosa più grandiosa creata da Dio! È dove tutta l’acqua del mondo finisce in un grande lago salato. E lì rimane, piatta come la mia mano e innocente come un bambino, ma, dicono, quando soffia il vento si alza in montagne d’acqua più alte delle nostre e inghiotte navi più alte del nostro mulino, e sulla terra il suo ruggito si sente a miglia di distanza. Dentro ci sono pesci cinque volte più grandi di un toro, e un vecchio serpente lungo quanto il nostro fiume e vecchio come il mondo, con i mustacchi di un uomo e una corona d’argento sulla testa.”
WILL DEL MULINO Robert Louis Stevenson
Il mare è sempre stato mare è mare il giorno fu mare l’assenza del giorno l’interludio che balenò tra oscurità e presagio di vita già fu mare in principio fu mare e prima del principio fu il suo fragore fu un tremito di conchiglia fu mare la prima alba la prima preghiera sul mondo il primo bacio degli esseri fu mare sarà mare la resa del sole marinaio orbo sul vascello di fuoco è mare l’estasi di Dio e lo spazio che svuoteremo sarà mare Il mare è sempre stato mare
Questa figlia delle “due dimore” mi appare un giorno da un campo con una margherita sopra l’orecchio, guardandomi con occhi neri e fondi come la crosta di quella isolana terra che gli indigeni chiamavano amorosamente Cubanacan. Lei si protende e mi soffia un bacio dal palmo aperto della sua mano, in cui è racchiusa come in una bolla di sapone, e s’incoraggia in volo, la sua poesia, intima ed essenziale, bella come solo le cose semplici sanno essere; voce cristallina tra il son e l’habanera a dispiegare timori e interrogativi sull’esistenza nostra di farfalla che brancola nel buio quotidiano anche quando c’è il sole ed è estate; voce che vortica nell’aria come un retino agitato dalla mano di un bambino; voce che perpetra l’incanto delle cose naturali, spesso trascurate, perché così immensamente sotto il nostro naso da apparire sempre del tutto invisibili. La raccolta, inedita in Italia, si intitola Doble acento para un naufragio/Duplo sotaque para um náufrágio (Doppio accento per un naufragio). È stata pubblicata esclusivamente in Spagna e in Portogallo, versione bilingue spagnolo/portoghese, dall’editore “Edições Fantasma”, 2023. La versione in lingua portoghese è stata tradotta da Carlos Ramos. Con l’auspicio che possa essere pubblicata al più presto anche in Italia, si riportano, tradotti dal sottoscritto, il proemio scritto da María Calle Bajo, l’introduzione dell’autrice, e una selezione di testi della raccolta.
Emilio Capaccio
PROEMIO
Il titolo apre la poetica dell’autrice con una fragranza di tempesta. La poetessa si muove come una chiglia tra le nebbie della memoria. I suoi versi sono bozzetti della più anelata infanzia cubana, le sue strofe attenuano le pulsioni della giovinezza e nella sua nota dominante di maturità si erge la fragilità del tempo prezioso. In Doble acento para un naufragio, (Doppio accento per un naufragio), Yuleisy fonde la sua protesta di rivendicare se stessa alla luce vitalistica della vita quotidiana con il sogno divino di recuperare l’indomito ricordo del suo ancestrale anelito. Un viaggio i cui remi presagiscono significati di incessante portata, una traiettoria marina che indirizza l’anima vocativa, e con essa la sua elevazione al ceruleo: «Penso che Dio mi abbia benedetta».
Della costante invocazione della sua fede è testimone il suo devoto declamare grafico. Cruz Lezcano mostra la fragilità dell’essere come un rifugio dove tutti ci riconosciamo; ci invita a navigare nelle perdite piene di speranze del ritorno; nel fluire della confessione che tormenta la nostra possibilità di farci indietro; ma anche nel sontuoso dispiegarsi di presagi razionalizzati basati sulla nostra latente realtà.
Analogia, (Analogia), è il testo che apre la silloge e avverte il lettore sul tono della raccolta, in cui l’autrice evidenzia l’imperdonabile retorica di un «tempus fugit irreparable». Si susseguono sequenze che gravitano intorno alla natura animosa: “esili in trappola”, “regala un’aurora”, “dove canta il grillo”. Si percepiscono in Más allá, (Oltre), succulenti sfide per attribuire coraggio ai propri simili. Sebbene nella voce lirica la poetessa riveli condizionali di rassegnazione e naufragi passionali, un buon resoconto di ciò è offerto da alcuni versi di Presagio, (Presagio): “penso che anch’io mi sotterrerei/ e piangerei per giorni e giorni”, “se tu morissi prima di me,/io rimarrei nel nulla”, perché nell’effusione anaforica del testo non è contemplata una sopravvivenza in solitudine.
L’autrice si inclina al transito della percezione, manifesta l’importanza dei sensi, del tangibile, dell’esplorazione e dell’espressione del corpo: “i miei occhi caduti”, “Ho chiuso molti occhi, molte bocche”, “che mi abbraccia e abbraccio”.
Nella lettura di poesie come Libro olvidado, (Libro dimenticato), le dislocazioni offrono una potente e inaspettata immagine: “il mondo abortisce il suo ventre”, la poetessa esplora attraverso versi ricostruttivisti, dove la sofisticatezza emana da un canale di personificazione terraquea: “la marea mente”, una prosopopea che dinamizza il vertice della finzione poetica. Sortisce anche un effetto inverso, la voce lirica si spoglia di animazione per muoversi in un caldo simbolismo metaforico: “mi faccio ampia coperta”.
Ida y regreso, (Andata e ritorno), è una poesia che si rifà ad alcuni elementi della poesia di Juan Ramón Jiménez, il cui campo lessicale ruota attorno a motivi simbolici (uccello, notte, fiore, rugiada, erba, riva, pietra, vento, alba, freddo, ecc,) e mette in evidenza la semplicità del verso libero con la rima intenzionale nella coda sillabica di alcuni versi.
Senza ulteriori indugi, si richiede l’attenzione di un lettore impegnato, perché ci sono cinquanta poesie a cuore aperto, cinquanta vascelli attraverso le ingovernabili arterie dell’essere umano; dove si dondola l’effusione e l’impresa indocile della resa fatua: “Dato il cielo delle cadute”; dove rigurgita il germe della nostalgia come un rifugio intangibile: “Vorrei che mio padre, accanto a me, mi dicesse: «tutto passa!»”; dove si contesta con apprensione l’estranea fiacchezza: “Rumori di viscere, un altro giorno migra/ nel pallore del sangue”, così Yuleisy Cruz Lezcano, con il testo Los pobres (I poveri), tesse la jarcha della poesia umanizzata…
Giacché con la sua voce lirica, di fronte a un mare insondabile, pronuncia:
«Imparo la legge del calore umano»
María Calle Bajo, Salamanca (Spagna), 2023
PROEMIO
El título abre la poética de la autora con una fragancia de tempestades. La poeta transita como quilla por la bruma de la memoria. Sus versos son esbozos de la más anhelada infancia cubana, sus estrofas desdibujan las pulsiones de juventud y en su nota dominante de madurez se erige la fragilidad del atesorado tiempo. En Doble acento para un naufragio Yuleisy amalgama su protesta de reivindicarse por la luz vitalista del día a día y la ensoñación divina de recuperar el indómito recuerdo de su ancestral anhelo. Un viaje cuyos remos presagian significados de incesante alcance, un trayecto marítimo que encauza el vocativo alma, y con él su elevación a lo cerúleo: «Pienso que Dios me bendijo».
De la invocación constante de su fe es testigo su devoto declamar gráfico. Cruz Lezcano muestra la fragilidad del ser como un refugio donde todos nos reconocemos; nos invita a navegar por las esperanzadoras pérdidas del regreso; por la huida de la confesión que atormenta nuestra posibilidad de retroceder; pero, también, por el suntuoso despliegue de presagios racionalizados en base a nuestra latente realidad.
Analogía es el texto que encabeza y advierte al lector sobre la tónica del poemario, donde la artífice resalta el retoricismo inexcusable de un «tempus fugit irreparable». Se suceden secuencias que gravitan en torno a la naturaleza animosa: ‘destellos acorralados’, ‘regala una aurora’, ‘donde canta el grillo’. Se perciben en “Más allá” suculentos desafíos por atribuir coraje a los semejantes. Aunque también, en la voz lírica, la poeta revele condicionales de resignación y naufragios pasionales, buena cuenta de ello ofrecen algunos versos de Presagio: ‘Creo que yo también me enterraría/ y lloraría días y días’, ‘si tú te mueres antes que yo,/me quedaría en la nada’, pues en la efusión anafórica del texto no se contempla una supervivencia en soledad.
La escritora se inclina hacia el tránsito de la percepción, manifiesta la importancia de los sentidos, de lo tangible, de la exploración y expresión del cuerpo: ‘mis ojos caídos’, ‘He cerrado muchos ojos, muchas bocas’, ‘que me abraza y abrazo’.
En la lectura de poemas como Libro olvidado, las dislocaciones ofrecen una potente e inesperada imagen: ‘el mundo aborta su vientre’, la poeta explora a través de versos reconstructivistas, donde la sofisticación emana por un cauce de personificación terráquea: ‘la marea miente’, una prosopopeya que dinamiza el vértice de la ficción poética. También surte de un efecto inverso, la voz lírica se despoja de animación para desplazarse en un cálido simbolismo metafórico: ‘me vuelvo holgada manta’.
Ida y regreso, es ese poema que remite a ciertos elementos de la poesía juanramoniana, cuyo campo léxico gira en torno a motivos simbólicos (pájaro, noche, flor, rocío, hierbas, orillas, piedra, viento, alba, frío, etc.), destaca la sencillez del verso libre con la intencionada rima en la coda silábica de algunos versos.
Sin más dilación, se reclama la atención de un comprometido lector, pues son cincuenta poemas a corazón abierto, cincuenta navíos por las ingobernables arterias del ser humano; donde se mece la efusión y díscola hazaña de la entrega fatua: ‘Dado el cielo de las caídas’; donde regurgita el germen de añoranza como refugio intangible: ‘¡Ojalá que mi padre, junto a mí, me dijera “todo pasa!”’; donde se clama con aprehensión hacia el debilitamiento ajeno: ‘Rumores de tripas, otro día migra/ en la palidez de la sangre’, es así, como Yuleisy Cruz Lezcano con el texto Los pobres teje la jarcha del humanizado poemario…
Pues en su voz lírica, frente a un mar insondable, ella pronuncia:
«Aprendo la ley de la calidez humana»
María Calle Bajo, Salamanca (España), 2023.
La poesia è l’anima del pensiero
Come memorie di un naufragio, questo libro può contenere due significati per lo stesso viaggio o un significato per viaggi diversi. Il mare raccoglie evocazioni della mia stessa storia e uno sguardo sull’altro, fatto con occhio “testimone o investigatore”.
Questo libro parla di naufragi e ricordi, di povertà, di violenza, di perdita e di speranza.
La poesia si fa rifugio, ambito di sogni, uno spazio di desideri, di nostalgia, di denuncia.
I versi sono simboli e l’inchiostro è schiuma che raccoglie un’amara coscienza sulla fugacità della vita, ogni parola è un marchio lasciato da un avatar interiore, che orienta verso il ritorno a un idealismo ontologico.
E lì, nei ricordi, succede… ritorno all’infanzia, alla casa, alla mia casa, che non è altro che una cassa di risonanza, un recinto d’ombre che conserva le vestigia delle esistenze anteriori e in cui l’anima occulta delle cose grida per essere ascoltata.
La porta del libro si apre…
Benvenuti!
La poesía es el alma del pensamiento
Como memorias de un naufragio en este libro se pueden recoger dos significados para un mismo viaje o un significado para distintos viajes. El mar recoge evocaciones de mi misma historia y una mirada sobre el otro, hecha con ojo “testimonio o investigador”.
Este libro habla de naufragios y recuerdos, de pobreza, de violencia, de pérdidas y de esperanzas.
La poesía se hace refugio, ámbito de sueños, una zona de anhelos, de añoranza, de denuncia.
Los versos son símbolos y la tinta es espuma que recoge una amarga conciencia sobre la fugacidad de la vida, cada palabra es una marca dejada por un avatar interior, que orienta hacia el regreso a un idealismo ontológico.
Y ahí en los recuerdos sucede… regreso a la infancia, a la casa, a mi casa, que no es otra cosa que una caja de resonancia, un recinto de sombras que conserva los vestigios de existencias anteriores y en la que el alma oculta de las cosas clama por ser escuchada.
La puerta del libro se abre…
Bienvenidos!
PROFONDITÀ
Frugo nel fondo di me stessa silenzi che mi danno una risposta, ombre che conservano le impronte dei miei passi. La mia immagine s’appanna nello specchio, tra i riflessi scorrono via i miei occhi, non ho vita da riempire il tempo dove s’accumulano le spoglie del corpo, che grida senza voce sul cammino che mi porta al luogo dove le sillabe del mio fantasma si nascondono nel corpo.
*
PROFUNDIDADES
Hurgo en el fondo de mí misma silencios que me den respuestas, sombras que conserven las huellas de mis pasos. Mi imagen se desdibuja en el espejo, entre reflejos se escurren mis ojos, no tengo vida para llenar el tiempo donde se acumulan los despojos del cuerpo, que grita sin voz en el camino que me lleva al lugar donde las sílabas de mi fantasma se esconden en mi cuerpo
*
PROFUNDIDADES
Remexo no fundo de mim mesma silêncios que me dêem respostas, sombras que conservem as pegadas dos meus passos. A minha imagem desvanece-se no espelho, entre reflexos escorrem os meus olhos, não tenho vida para preencher o tempo em que se acumulam os despojos do corpo, que grita sem voz no caminho que me leva ao lugar onde as sílabas do meu fantasma se escondem no meu corpo
FIORE MALTRATTATO
Come un fiore maltrattato dalla pioggia, ci sono anime che rispondono alla violenza con un’aggiunta di luce. Nel nome delle costellazioni e dei venti, tra queste anime, Tu, tra mille morti colorate, fai festa di stelle, danzi e celebri l’ora dei rumori tra fantasmi e defunti confusi dopo la morte. Tu, con i timori della ragione d’essere vittima della perversione, tenti di sopravvivere, di uscire dalla bolla mentre la tua anima è stretta in un velo che non vuole mostrare il suo volto dopo l’aggressione di un mostro che diceva di amarti. Tu, che cerchi di rialzarti, di scrollarti l’inerzia e cancellare l’odio, sciogliendo il ricordo dei colpi che fuggono dal tuo corpo verso il corpo vuoto della notte.
*
FLOR MALTRATADA
Como una flor maltratada de la lluvia, hay almas que responden a la violencia con una añadidura de luz. En nombre de las constelaciones y de los vientos, entre estas almas, Tú, entre mil muertes coloradas, haces fiesta de luceros, danzas y festejas la hora de los ruidos entre fantasmas y difuntos confundidos después de la muerte. Tú, con los temores de la razón de ser víctima de la perversión, intentas sobrevivir, salir de la burbuja mientras tu alma se estruja en un velo que no quiere mostrar el rostro después de la agresión de un monstruo que decía amarte. Tú, que intentas levantarte, sacudes la inercia y borras el odio, deshilando el recuerdo de los golpes que huyen de tu cuerpo hacia el cuerpo de la noche vacía.
*
FLOR MALTRATADA
Como uma flor maltratada pela chuva, há almas que respondem à violência com um aumento de luz. Em nome das constelações e dos ventos, entre estas almas, Tu, entre mil mortes vermelhas, fazes uma festa de estrelas, danças e celebras a hora dos ruídos entre fantasmas e defuntos confusos depois da morte. Tu, com os medos da razão de ser vítima da perversão, tentas sobreviver, sair da bolha enquanto a tua alma se aperta num véu que não quer mostrar o rosto depois da agressão de um monstro que dizia amar-te. Tu, que tentas levantar-te, sacodes a inércia, e apagas o ódio, desvelando a lembrança dos golpes que se afastam do teu corpo em direcção ao corpo da noite vazia.
DESIDERIO
Voglio adottare un cane per andare in questa città inerte, per evitare di confondermi con la folla, che non sa d’essere folla. Voglio adottare un cane che sia solo mio, perché non sia di nessuno, di nessuna razza, di nessun padrone. Un bastardo come me per abbaiare alle ombre. Voglio adottare un cane e vedermi insieme a lui, all’ombra del ponte, per decifrare il mio nord, quando muove la coda e fluttuare col vento e tutte le sue correnti
*
DESEO
Quiero adoptar un perro para pasear por esta ciudad inerte, para evitar confundirme con la muchedumbre, que no sabe ser muchedumbre. Quiero adoptar un perro que sea solo mío, para no ser de nadie, de ninguna raza, de ningún dueño. Un bastardo como yo para ladrar a las sombras. Quiero adoptar un perro para verme con él, en la sombra del puente, para descifrar mi norte, cuando él mueve la cola y flotar junto al viento y todas sus corrientes.
*
DESEJO
Quero adoptar um cão para passear por esta cidade inerte, para evitar confundir-me com a multidão, que não sabe ser multidão. Quero adoptar um cão que seja só meu, para não ser de ninguém, de qualquer raça, de nenhum dono. Um rafeiro como eu para ladrar às sombras. Quero adoptar um cão para ver-me com ele, na sombra da ponte, para decifrar o meu norte, quando abanar a cauda e flutuar ao vento e todas as suas correntes.
QUELLO CHE SALVO
Salvo questa dimora d’echi tra le corolle intimorite, salvo la culla di petali caduti, il fiore pallido che non arriva agli sguardi. Salvo questo ristagno di tempo che s’apre per sentire il sole, senza curarsi dei piedi frettolosi della gente nervosa che porta la rabbia nei parchi. Salvo la mancanza di filo logico che abita tra cigni e tulipani. Salvo ciò che unisce i fili d’alchimia, tra il vento che soffia e il cappotto che m’accompagna contro i cattivi presagi della bocca che violenta la città con le parole. Salvo questo luogo dove crescono le cose non costruite, rimuovo le foglie danneggiate e salvo la pianta, salvo la vita.
*
LO QUE SALVO
Salvo esta morada de ecos entre las corolas intimidadas, salvo la cuna de los pétalos caídos, la flor pálida que no alcanza las miradas. Salvo este remanso de tiempo que se abre para sentir el sol, sin importarle de los pies apresurados de la gente nerviosa que lleva la rabia en los parques. Salvo la falta de hilo lógico que habita entre los cisnes y los tulipanes. Salvo lo que no une los hilos de alquimia, entre el viento que sopla y el abrigo que me acompaña contra los malos augurios de la boca que violenta la ciudad con las palabras. Salvo este lugar donde crecen cosas no construidas, quito las hojas dañadas y salvo la planta, salvo la vida.
*
O QUE SALVO
Salvo esta morada de ecos entre as corolas intimidadas, salvo o berço das pétalas caídas, a flor pálida que não alcança os olhares. Salvo este refúgio de tempo que se abre para sentir o sol, sem se importar com os passos apressados da gente nervosa que leva a raiva aos parques. Salvo a falta de lógica que habita entre os cisnes e as tulipas. Salvo o que não une os fios de alquimia, entre o vento que sopra e o casaco que me acompanha contra os maus presságios da boca que violenta a cidade com as palavras. Salvo este lugar onde crescem coisas não construídas, retiro as folhas danificadas e salvo a planta, salvo a vida.
UN PICCOLO ISTANTE
Mi sento come un piccolo angolo dell’universo, un cantuccio che fa delle cose e poi muore. Mi sento come una sciatta stria dorata che lascia una stella quando cade dal cielo. Il mio corpo è un paese senza gente, così poco evidente che arriva a essere sacro. La mia anima è ciò che resta dell’istante in cui premo il bottone e spengo il mondo, la radio, la televisione per ascoltare la voce dell’albero solo in mezzo a un campo arato. Sento il seno della madre che chiude gli occhi e non dorme perché deve nutrire un piccolo mondo che non chiede altro che una gioia solenne, un giorno che attende l’innocenza, una storia che sia un luogo da dove inviare una lettera d’amore o di ringraziamento.
*
UN PEQUEÑO INSTANTE
Me siento una pequeña esquina del universo, un rincón que hace cosas y después muere. Me siento como el dorado chapucero dejado de un lucero cuando cae del cielo. Mi cuerpo es un país sin gente, tan poco evidente que llega a ser sacro. Mi alma es lo que resta del instante cuando presiono el botón y apago el mundo, la radio, la televisión para escuchar la voz del árbol solo en medio de un campo arado. Me siento el seno de la madre que cierra los ojos y no duerme porque debe alimentar un pequeño mundo que no pide otra cosa que una alegría solemne, un día que espera la inocencia, una historia que sea un lugar de donde enviar una carta de amor o de agradecimiento.
*
UM PEQUENO INSTANTE
Sinto-me como um pequeno canto do universo, um canto que faz coisas e depois morre. Sinto-me como o descuidado dourado, abandonado por uma estrela quando cai do céu. O meu corpo é um país sem gente, tão pouco evidente que chega a ser sagrado. A minha alma é o que resta do instante quando aperto o botão e apago o mundo, a rádio, a televisão para ouvir a voz da árvore solitária no meio de um campo lavrado. Sinto-me o seio da mãe que fecha os olhos e não dorme porque deve alimentar um pequeno mundo que não pede outra coisa que não uma alegria solene, um dia que espera a inocência, uma história que seja um lugar de onde enviar uma carta de amor ou de agradecimento.
MARE DEI RITORNI
Mare, restituiscimi al mare tra onde e orizzonti, senza usare i desideri del naufragio. Voglio usare il mio mondo interiore che ascolta l’isola appoggiarsi in oceani macchiati di distanze. Voglio sentire il sale col suo bianco nudo sulla mia pelle, Voglio che ardano i tatuaggi addormentati. Il mio cuore ha bisogno di battiti nuovi, correnti di sospiri che mi portino lontano, da questo specchio di silenzio. Silenzio che ritorna, oggetto animato come una razione di pace, dove la parola s’imputridisce. Voglio sentire il mare che parla con i fari sperduti, con le conchiglie rotte, con i desideri affogati, con la guerra della mente e con la sua sconfitta. Apri le tue braccia, mare! Concedimi un trancio d’orizzonte dove serbare le parole che mi riporteranno al grido del libro, che ancora non ho scritto in questo silenzio di gabbiano ammutolito. Mare, liberami da quest’isola immaginata, dall’umano che il silenzio racchiude. Non sono una creatura di terra, sono delle tempeste, sono dei naufragi.
*
MAR DE REGRESOS
Mar, devuélveme al mar entre olas y horizontes, sin usar los deseos del naufragio. Quiero usar mi mundo interior que escucha la isla que se apoya en océanos manchados de distancias. Quiero sentir la sal con su blanco descubierto en la piel, quiero que ardan los tatuajes dormidos. Mi corazón necesita nuevos latidos, corrientes de suspiros que me lleven lejos, de este espejo de silencio. Silencio que regresa, objeto animado como una ración de paz, donde se pudre la palabra. Yo quiero sentir el mar que habla con los faros extraviados, con las conchas rotas, con los deseos ahogados, con la guerra de la mente y con su derrota. ¡Abre tus brazos, mar! Concédeme, un trozo de horizonte donde guardar las palabras que me devuelvan al grito del libro, que todavía no he escrito en este silencio de gaviota callada. Mar, libérame de esta isla imaginada, del humano que el silencio encierra. Yo no soy una criatura de tierra, soy de tormentas, soy de naufragios.
*
MAR DE REGRESSOS
Mar, devolve-me ao mar entre ondas e horizontes, sem usar os desejos do naufrágio. Quero usar o meu mundo interior que escuta a ilha que se apoia nos oceanos manchados de distâncias. Quero sentir o sal com o seu branco descoberto na pele, quero que queimem as tatuagens adormecidas. O meu coração precisa de novos batimentos, correntes de desesperos que me levem longe, deste espelho de silêncio. Silêncio regressa, objecto animado como uma ração de paz, onde a palavra apodrece. Quero sentir o mar que fala com os faróis perdidos, com as conchas partidas, com os desejos afogados, com a guerra da mente e com a sua derrota. Abre os teus braços, mar! Concede-me um pedaço de horizonte onde guardar as palavras que me devolvam ao grito do livro, que ainda não escrevi neste silêncio de gaivota calada. Mar, liberta-me desta ilha imaginária, do humano que o silêncio encerra. Eu não sou uma criatura de terra, sou de tempestades, sou de naufrágios.
DATI BIOGRAFICI
Yuleisy Cruz Lezcano è nata a Cuba il 13 marzo del 1973, vive a Marzabotto in provincia di Bologna. È emigrata in Italia, all’età di 18 anni, ha frequentato l’università di Bologna e ha conseguito la laurea in “Infermeria e Ostetricia” e una seconda una laurea in “Scienze biologiche”. Lavora nella sanità pubblica. Nel tempo libero ama dedicarsi alla scrittura di poesie e racconti, alla pittura e alla scrittura. Numerosi sono i premi letterari dove ha ottenuto importanti riconoscimenti.
Politico, scrittore e militare, ritenuto uno dei più importanti fautori della novella storica. La sua opera, nondimeno, spazia attraverso una moltitudine di generi differenti: poesia, drammaturgia, racconti brevi,“folletines” satirici, saggistica. Fu diplomatico, membro del Congresso, governatore e guerrigliero durante l’invasione francese (1862-1867). È considerato una delle figure più emblematiche del XX secolo in Messico. La sua opera si contraddistingue per l’uso di un linguaggio semplice e preciso, con tratti umoristici e sarcastici. Il lavoro giornalistico, invece, spicca per essere assai critico e per dare una rappresentazione veritiera della situazione politica del suo paese, rimanendo fermo sulle sue posizioni liberali.
— Mi volete dire – disse Delfina — perché continuate a prendervi cura di quella povera gatta zoppa?
— È una storia – rispose sorridendo — che ora vi racconto, sebbene non sia né lunga né allegra.
Io e la Pepa la portammo da Siviglia; la compagnia teatrale che ci aveva condotti fin lì finì per litigare pochi giorni dopo. Avevamo un bel contratto, sette pesetas, spostamenti pagati e un guadagno libero per il coro delle signore. L’impresario era un uomo di grande impegno ma di poche risorse. Sarà stato circa tre anni fa. Era estate, speravamo di ricrearci un po’ e di approfittare dell’opportunità di visitare le province.
Avevamo portato un buon repertorio: da Getafe a Paraíso, La canzone della Lola, Los bandos de Villafrita, La Gran Vía, …e, di corsa, al mare. Ma come diceva, e diceva bene, l’impresario, la compagnia pone e il pubblico dispone. E perché la soprano non era bella ed era stonata, o perché quello con la barba tartagliava, o per la caratteristica bizzarra dell’occhio destro, o perché Dio solo lo sa, fatto è che la compagnia non andò bene a Siviglia, e già dalla prima rappresentazione il pubblico cominciò a prendersela con noi, con il pretesto che il tenore aveva fatto una gaffe andando avanti a cantare quando non toccava più a lui. Nelle prime esibizioni non c’erano pezzi che non suscitassero prese a pedate; in seguito non fu più così, perché, non essendoci rimasti più di tre duros nell’armadietto, non c’era neanche il pubblico pagante che se la prendesse con noi. Non si trovava altra soluzione: la compagnia non poteva pagarci e noi dovemmo accontentarci di ricevere un biglietto di terza classe sul treno diretto per Madrid. Con quello, e cinque duros che aveva la Pepa, più altri quattro che avevo risparmiato, arrivammo qui, prendemmo un alloggio e ci mettemmo a cercare una parte; macché! Visto che l’estate era inoltrata, tutti i teatri avevano più attori di quanto ce ne sarebbe stato bisogno: né al Felipe, né al Recoletos, né al Principe Alfonso, né al Tívoli, che era stato inaugurato in quei giorni, riuscimmo a trovare un posto, i nove duros finirono presto, e i bagagli scivolarono sul banco dei pegni, e le rogne abbondarono più frequentemente del copione di una commedia.
Ho trascurato di dirvi che, quando prendemmo l’alloggio, avevamo trovato quella gattina, magra e affamata, ma così affettuosa che, come disse la Pepa, avremmo dovuto tenere con noi perché Dio ci aiutasse, e la povera bestiola faceva proprio simpatia, perché mangiava il baccalà con le patate avanzato dal pranzo con lo stesso piacere con cui mandava giù le briciole sulla tovaglia della colazione. Potrei giurare, addirittura, che fu lei a mangiare il guanto di capretto della Pepa, che non riuscimmo più a trovare.
Ci alzavamo molto tardi, dopo mezzogiorno, e andavamo a letto molto presto per non dover fare più di un pasto al giorno; non avevamo soldi, ma il nostro buonumore non ci lasciava mai e tutto quello che capitava ci faceva ridere, perché prendere sul serio ogni cosa era come suicidarsi.
Una mattina scoprimmo che la situazione era più grave del solito, non avevamo più niente da impegnare e dovevamo mangiare. Pensando e ripensando, alla Pepa venne in mente di vendere la sedia che il vicino di casa ci aveva prestato perché avessimo un posto dove sederci. L’idea non era male e mi ripromisi di toglierci da quella situazione.
Per fortuna il vicino non c’era, faceva il macchinista del tranvia e non sarebbe ritornato che alla sera. Aprii la porta, assicurandomi che le scale fossero deserte; afferrai la sedia, corsi al piano di sotto e non mi fermai fino a quando non arrivai alla casa di un vecchio commerciante di mobili, che mi diede due pesetas. Immediatamente andai a comprare pane, vino, carbone e due braciole che mi ballavano in mano.
Con quale piacere mi accolse la Pepa. Misi la spesa sul braciere e penetrai nella sala per togliermi lo scialle e lavarmi le mani, raccontando alla Pepa le mie peripezie. Ma tutti i mali vengono dalla lingua; ci mettemmo a parlare come se non avessimo avuto fame, e quando tornammo in cucina…non c’è bisogno che vi racconti come mi sentii quando vidi la gatta mangiare l’ultimo pezzo di braciola.
Vi dico solo che fu tale il colpo che tirai alla povera gatta, che da allora si trascina zoppa.
Critico letterario, scrittore, cronista e diplomatico. Conosciuto anche per la sua vita mondana, frenetica e avventuriera, e per i suoi matrimoni chiacchierati con le scrittrici Aurora Cáceres, Raquel Meller e Consuelo Suncín. Trascorse gran parte della sua vita a Parigi. Molti aneddoti si raccontano sulla sua vita, il più importante dei quali lo vede coinvolto nel tradimento della spia Mata Hari, catturata di rientro a Parigi, nella sua camera dell’albergo Elysée Palace, dalla polizia francese e giustiziata il 15 ottobre del 1917. La sua fama letteraria deriva soprattutto dal lavoro di cronista e corrispondente di guerra durante la Prima Guetta Mondiale, guadagnandosi l’appellativo di “Principe dei croinisti” e l’ammirazione di molti intellettuali europei, tra i quali: Leopoldo Alas, Maurice Maeterlinck, Jean Moreas, Vicente Blasco Ibáñez.
Stremato e triste, Paolo lasciò il salone in cui si ballava e andò a cercare una nicchia profumata sotto le immense palme del parco, dove le note dell’orchestra arrivavano raddolcite e deterse dalla calda atmosfera della notte.
— Qui – pensò sistemandosi su una panca rustica — le mie instancabili cugine non mi troveranno.
Il ragazzo aveva 18 anni. Era biondo come un paggio del rinascimento veneziano; grave come un abitante della leggendaria Tebaide; malinconico come una castellana di una fiaba medioevale. I suoi occhi dal taglio allungato, di velluto chiaro e indolenti, attiravano senza cercare di dominare. Le sue guance pallide e lisce, quasi cristalline, sembravano illuminate dall’interno da una luce rosata.
Era giovane e molto bello e per di più nobile e ricco.
Ma non era felice.
Mosso da straordinarie fantasticherie, era arrivato a perdere la nozione di vita reale e soffriva la monotona volgarità di possibili piaceri, come gli altri soffrono i dolori materiali.
Si chiamava Paolo del Monte.
Le sue cugine lo chiamavano “Il selvaggio” per via del suo carattere restio e per tirarlo su di morale lo obbligavano ad accompagnarle ai festini nei palazzi degli amici.
— Ti portiamo a civilizzarti – mormoravano sorridendo.
In realtà, lo portavano per ballare con lui, per stringerlo nelle loro braccia sensuali e stordirlo con il profumo dei loro seni scollati, e anche sfiorarlo furtivamente, qualche volta, con la bocca, nel vortice propizio della danza.
La cugina più grande, in particolare, sembrava avere un interesse speciale nel far vibrare la carne statuaria del ragazzo. Quando ballava lo afferrava freneticamente e spesso cercava di immobilizzarlo in un abbraccio, accanto a un muro discreto, nel buio dei corridoi, appannandogli il viso con il soffio di fuoco della sua bocca socchiusa e palpitante.
— Penso che tu sia innamorata di me — le diceva lui ironicamente in quei momenti.
E lei, i cui occhi aveva improvvisamente serrati con profonde occhiate bluastre, non poteva rispondere che per mezzo di scuse incoerenti e balbettanti, fatte di suoni più che di parole, intervallate da rapidi sospiri, vezzeggiativi incomprensibili, gemiti ansimanti.
Quella notte sua cugina non era riuscita a condurlo in un luogo appartato.
— Qui non mi troverà – mormorò Paolo, accarezzando meccanicamente i petali flosci e freddi di un’iride gigantesca. — Qui non mi troverà.
Il suo sguardo si perdeva nell’infinito dell’orizzonte, alla ricerca della torre che un leggero e lontano suono di campana faceva percepire, oltre i confini del parco, nelle profondità della grande città sonnolenta.
Il cielo, di una tonalità quasi verde, un misto di intenso chiaro di luna e azzurro glauco, il cielo basso e pesante di quella notte d’estate, somigliava a una pianura aurorale popolata di nubi dalle forme voluttuose, tonde e bianche come ninfe discinte. Tutto, sotto le palme, respirava un’ardente mollizia. La stella che dà consigli amorosi luceva ancora solitaria e augusta nel firmamento.
Paolo pensò ad un altro cielo meno bello ma più amato, visto qualche anno prima dal giardino del collegio, nel momento in cui la campanella del dormitorio gli faceva alzare gli occhi a contemplare, per l’ultima volta nella giornata, qualcosa di libero, lontano e splendido, come le nuvole stesse, e le stelle.
— Il collegio!… L’alcova comune!… L’orrore dei letti vicini!
Paolo ricordava tristemente le sue notti di insonnia solitaria, ormai lontane. Improvvisamente, come spinto da una molla, ritrasse la mano che aveva accarezzato il fiore e cominciò a pulirla nervosamente con il fazzoletto. Gli sembrava che la carne del fiore si fosse tramutata in carne umana, marcita, gelata, quasi morta… E un’infinita ripugnanza per la materia molle dei corpi invecchiati gli ispirava idee di castità.
— Cugino! – si sentì chiamare. Un passo leggero calpestava la sabbia finissima dei sentieri. Tra le fronde di palma scivolava un’ombra biancastra, curvandosi su ogni panca, scrutando nella boscaglia, ondulandosi leggermente con movenze feline. — Cuginetto! – L’ombra si fermò ai piedi di un’acacia in fiore, sotto un arco di lanterne giapponesi. Immobile. Paolo la esaminò incuriosito. Alla luce delle lanterne rosate, il suo petto nudo si tingeva di un soave carminio che accentuava le mirabili curve dei suoi seni. I capelli neri brillavano come un casco d’oro rossastro. I grandi occhi scuri brillavano, nel biancore del viso, come due scintille fisse. La linea del corpo, così perfetta. — È una tentazione — si disse mentalmente Paolo. Poi si rivolse a lei: — Cugina! La chiamò senza sapere perché, senza rendersi conto che la stava chiamando, senza pensarci, senza volerlo e senza sentirlo. La chiamò nonostante il desiderio di non vederla, di non farsi accarezzare da lei, di fuggire da tutto quello che potesse macchiare la sua anima. La chiamò e non capì di aver sbagliato a chiamarla finché lei non fu al suo fianco. — Cugina!… Seduto sullo stesso scanno accogliente, sotto le palme coprenti, nello sfondo silenzioso del parco, i due cugini si guardavano sorridendo. Lui, con bontà quasi ironica, tra rassegnato e contento, in attesa. Lei, con labbra tirate e palpitanti. — Sai a cosa stavo pensando? – disse Paolo. — Se non era a me, preferisco non saperlo. — Ero a me stesso. Aveva appena finito di pronunciare quella frase inopportuna, quando già la cugina prendeva la sua testa tra le braccia e gli mordeva le labbra con superbia rabbia amorosa, in un bacio che era allo stesso tempo una ferita. Le foglie sparse cantarono la loro canzone epitalamica, scricchiolando ritmicamente, con allegrie pagane e con giovani malizie, come duemila anni prima nell’Arcadia, quando le ninfe e i satiri facevano dei boschi sacri un vasto letto di amori. Un’ora dopo, seduti entrambi su un sofà del salone, apparivano gravi e silenziosi, senza osare parlare, né avere voglia di sorridere. E mentre nell’anima di lei tutto era luce, gioia e apoteosi, nell’anima di lui, era caligine e grigiore.
Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum. Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria. È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi. Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.
Nella vichinga e impronunciabile Örnsköldsvik, fiamma un piccolo, piccolissimo, italico, cuore, duplice padre dall’ occhione che s’appollaia benigno, insegnante di lingue e diuturno artiere di ars poetica. Porta in tasca la sua radice, come una zampa di coniglio, e un verso breve e asciutto, frettoloso nell’urgenza di condurre dirozzata la parola, come un fare preciso di sgorbia, e di sopraggiungere ratto ratto all’emozione. Lo stile spinge le pedivelle di un biciclo romantico con la cesta di paglia intrecciata e il fiocco sul davanti, dove sono adunati i temi cari e discari dell’uomo: la vita, l’amore, la speranza, i giorni avanti. La scrittura è sobria, matura, appartenente a un’anima di mezz’età coltivata bene con olio e sole di Toscana, permeante di solida consapevolezza: non decanta sconvolgimenti e cataclismi, non cade in adulazione dell’enfasi teatrica, né cede a solennità nel lirismo. Porta un vento teso e letizioso dalle antiche leccine e moraiole dei colli fiorentini e tanta promessa di nuova scrittura.
Emilio Capaccio
La raccolta di Gabriele Greco si intitola Bruciaglie, peQuod, Ancona, 2022, eccone una sinossi.
“Bruciaglie” è una raccolta costituita di sessanta poesie inedite scritte durante l’arco di quest’ultimo decennio tra Firenze, città d’origine e di formazione dell’autore e Örnsköldsvik, cittadina svedese nella quale egli vive e lavora da otto anni. La raccolta si apre con una riflessione metapoetica sul senso e sulla necessità dello scrivere speculari al mistero della poesia stessa e dei suoi simboli. Su questo tema cardine, s’innestano poi, rivisitati e reinterpretati, alcuni classici tópoi della poesia, quali ad esempio: la meditazione sul senso della vita, sul dolore del vivere, sul tempo, sulla memoria e sulla morte; ed altri temi chiave quali: la rinascita, la partenza, il ritorno, il viaggio, la paternità, l’infanzia e le stagioni. Alcune delle immagini ricorrenti sono spesso soltanto lievemente accennate da un tenue e acquerellato cromatismo: il biancore delle nevi e dei ghiacci dei lunghi inverni svedesi, le afose e solitarie estati fiorentine, le domeniche azzurre di mare, fino ai contrasti più accesi tra il buio e la luce, tra un io poetico dissolto e un tu muto e distante, o tra il quotidiano rarefatto esistere e l’anelito d’infinito e di bellezza. Due ulteriori nuclei tematici significativi della raccolta sono infine quello relativo alla sfera dell’amore, della sensualità, del mistero e del sogno in stretto dialogo, e talora intercambiandosi e quasi confondendosi fra loro, con il nucleo complementare relativo alla sfera del disamore, della perdita, dell’abbandono, della distanza, dell’inganno, dello sradicamento e dell’oblio. Il linguaggio di Bruciaglie è teso alla ricerca di un’essenzialità estrema. Il dettato è stilisticamente scabro, diafano, talvolta quasi arido, vòlto a mostrare i nervi e l’ossatura del corpo della poesia.
Senza posa è questa vita così preziosa e inafferrabile che tu quasi la divori.
E non trattieni l’inconsulta voglia di un bacio al mattino
mentre riparte il treno dalla stazioncina assopita sulla costa degli Etruschi.
La necropoli ci attende assolata.
E la serpe che in sogno t’apparve.
Fra le felci non falciate da nessuno
– tu sola anima viva sei –
fra tutti i morti della necropoli,
me compreso.
*
Non importa se il tuo cuore abbia taciuto o si sia voltato dalla parte sbagliata, sognando lune da afferrare o stelline di carta da desiderare.
È l’amore forse che vince.
Addosso hai una croce senza chiodi
perciò sei libera.
*
Un mare di pietra lassù mi attendeva. Sudario di ricordi.
Quell’ossaia affastellata cantava di giorni disfatti per sempre.
E forse anche dei miei.
Poi un volo senza ali.
Solo ‒ sospinto da un vento di terra e di mare.
Altro non sapevo.
Infine un silenzio di polveri
*
Qui termina il nostro cammino di attese inespresse e di parole tagliate legate mute.
Lacci soffocano stretti i cuori.
Cartevetrate stridono.
Tutto assurdo e vita niente.
*
Sera trafelata rauca: vermiglia cruda piaga.
Grumo di vita in un’acre fiala.
Cera viva, che di mestizia t’arrossi, stammi dentro ora che io son restio e più non veglio:
quasi stelo divagato e sghembo del tuo adombrato senso.
Gabriele Greco nasce nel 1978 a Fucecchio (Firenze). Dopo il diploma di maturità classica al Liceo Ginnasio Statale Virgilio di Empoli, pubblica le sue prime due raccolte di poesie: Lieve, stelle in processione (Titivillus, 1998) e Petali notturni (Titivillus, 1999). Frequenta la Facoltà di Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze, laureandosi in Teoria e Critica della Letteratura con una tesi sul poeta e pittore francese Henri Michaux. Dal 2015 vive in Svezia, a Örnsköldsvik, dove insegna italiano, francese, spagnolo e arti visive in un liceo. Nel 2020 pubblica quattro sue poesie inedite in Affluenti. Nuova poesia fiorentina. Vol. 2 (Ensemble) e nel 2022 esce la sua ultima raccolta di poesie Bruciaglie (peQuod). Nel giugno 2022 ad Ancona, partecipa a La punta della lingua, Festival Internazionale Poesia (17° edizione). Nel settembre 2022 è finalista con la poesia inedita Cardeto al Concorso “Se vuoi la pace prepara la pace” indetto dall’Università per la Pace, dalla Regione Marche e dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona e a Spoleto riceve il Premio Internazionale Menotti Art Festival per la Letteratura 2022. Nel dicembre 2022 una sua poesia inedita, Labirinti perpetui, è selezionata e pubblicata nell’Agenda poetica 2023 (Ensemble).
Può essere considerata come la prima scrittrice di racconti nel suo paese. È stata anche poetessa e giornalista, allieva di Victoria Magaña de Fortín, prima scrittrice femminista e attivista dei diritti delle donne a El Salvador. Pubblicò in breve tempo, dal 1928 al 1930, tre volumi: “Esbozos”, raccolta di saggi e riflessioni; “Surtidores”, miscellanea di aforismi, prosa e poesia; “Caja de Pandora”, raccolta di racconti. Le tematiche trattate fanno ritenere l’autrice come una delle pioniere del femminismo sudamericano. Nei suoi racconti spesso l’ambiente familiare si trasforma in uno spazio di conflittualità in cui l’uomo opprime la donna attraverso la violenza domestica e una continua emarginazione da tutte le attività sociali, considerate tipicamente maschili per l’epoca.
Lesbia era giunta a trovare impiego in quella scuola. Perché? Solamente per capriccio. Non per urgente necessità. Era un’anima sensibile e fine. Brillantemente colta, capace di percepire anche le più vaghe sensazioni e di imprimerle nelle sue pagine predilette. Militava nella legione degli scrittori; non propriamente legione, perché gli scrittori votati a quest’arte si contano sulle dite della mano. Ma quella era la sua bandiera: la suprema idealità della bellezza conquistata dalla parola.
In breve tempo, giunse sotto la lente di quel crocchio di donnicciole volgari della scuola che la esaminavano dalla testa ai piedi e bisbigliavano alle sue spalle. “Pedante, altezzosa.” Ma Lesbia non era né pedante né altezzosa, aveva semplicemente un merito concreto e un valore intrinseco, e questa circostanza mandava le altre fuori dai gangheri. Inoltre, con il suo carattere schivo e ombroso, si teneva sempre a rispettosa distanza, cosa che quelle non gradivano. A questi spiriti gretti che si ritrovavano, scambiandosi sciocchezze e battute volgari, sembrava riprovevole il riserbo altero e dignitoso di Lesbia.
“Chi sei, veramente?” le sussurrava una voce interiore, come per metterla in guardia dalle maldicenze nella scuola. Lesbia si rispondeva: “Chi sono? Una che è molto al di sopra delle loro sciocchezze e delle loro volgarità. Uno spirito che non arriveranno mai a comprendere”.
Taceva, consapevole e fiera, già più volte ferita nel suo amor proprio e nella sua delicatezza.
Un pomeriggio quando andò, come di consueto, per consultare l’orologio, prima di iniziare il suo lavoro, era anche fumettista e caricaturista, si ritrovò con lo stupido mucchietto di carne umana, come sempre, a dire sciocchezze. Salutò educatamente e cercò con lo sguardo l’orologio. Una di loro, forse d’accordo con le altre, le disse:
— Lesbia, di voi dicono che scrivete anche, e che i vostri scritti siano molto belli. Mi piacerebbe leggere un racconto che mi hanno riferito s’intitola: “Attraverso la serratura”, che si deve alla vostra penna magistrale.
Lesbia si pose davanti a quella figura, negli occhi spuntò lo sguardo scrutatore delle sue nere pupille. Dietro il desiderio goffamente espresso si nascondeva un intento malvagio. Lesbia era come un punto luce attorno al quale si raccoglievano tutte le sue compagne, tutti gli artisti. Questo, in luoghi piccoli e calunniosi, suscita pettegolezzi, soprattutto quando la persona che si giudica ha talento e qualità tali da poter essere intaccata dalle coscienze altrui. Ma Lesbia sapeva anche essere perfettamente accattivante. Sapeva farsi lusingare senza mutare di una virgola la sua dignità. Era cresciuta in fretta nei circoli artistici e intellettuali della sua terra natale e la sua casa era sempre apparsa come un cenacolo dove tutti gli iniziati si radunavano per scambiarsi le proprie idee. Lesbia aveva la dote di saper vivere.
Ma quelle anime zuppe di fango cercavano di umiliarla, senza ricordare a loro stesse che tutti noi abbiamo minuscoli recessi nella nostra coscienza che sono molto poco illuminati. Perché se non fosse così, saremmo creature perfette, e dov’è la perfezione? Lesbia con spigliatezza rispose:
— Dite bene, Eleonora. Ho un bel racconto intitolato “Attraverso la serratura”. Non so se vi piacerà. Avevo il ritaglio del giornale da qualche parte ma l’ho perso. Tuttavia, poiché non voglio che rimaniate con il desiderio di conoscerlo, ve lo narrerò a grandi linee.
Così Lesbia iniziò a raccontare una piccola storiella sulla vita intima di Eleonora.
“Lei era una giovane carina e attraente che aveva viaggiato un po’ e per questo credeva di avere illuminazione e finezza, cosa molto difficile. Ebbene, la finezza si eredita, viene dall’anima e dai sentimenti, e l’illuminazione si ottiene quando si ha uno spirito esplorativo assetato di sapere, e quando si viaggia con la mente in talune circostanze. Ma Ifigenia, che è la protagonista della mia storia, non aveva viaggiato in tal modo: aveva semplicemente svolto mansioni gravose, umilianti, futili. Meglio, non aveva perpetrato i costumi generosi della sua gente, ma aveva messo in pratica solo quelli volgari e insignificanti, che si racchiudono nel lusso sfrenato, e imparato a parlare male di tutte le persone a portata di mano, raccontando menzogne e giudicando sempre sotto il prisma dell’invidia e della grettezza morale. Ebbene, senza imparare nulla di buono tornò per necessità in seno alla campagna. Cercò di farsi impiegare come addetta a un banco di rivendita senza riuscirci, fintantoché non la posero a lavorare in una officina dove trascorreva i suoi giorni senza allegria, occupandosi del carico che i carrettieri portavano alle stazioni e ascoltando la loro linguaccia da taverna. Con il cuore spezzato per i pochi spiccioli della paga e per l’umiliazione data dalla sua mansione, decise di cambiare ambiente ed entrò in una scuola superiore per ragazzi. Lì conobbe Edgardo, un maestro piccoletto e nero come una nocciola, ma molto intelligente e buono. Invaghirsi perdutamente l’uno dell’altra alla velocità della luce, fu un tutt’uno. I giorni passavano rapidi come fulmini e lei, ardente di febbre d’amore, aveva nella mente solo il pensiero di farsi sposare. Edgardo, però, non pareva mostrare la stessa determinazione. Un pomeriggio… (arriva la parte interessante) … si diedero appuntamento nei bagni della scuola. Il posto sembrava appropriato, era discreto, buio e chiuso a chiave. Lì si abbandonarono a una passione disperata e orribile. Lui, approfittando del momento e spinto dalle circostanze, aveva sollevato il vestito di raso e cominciava a toccarle il corpo, che tremava di passione. Lei gemeva, desiderando chissà quante altre cose. Naturalmente avevano dimenticato il rispetto che merita un luogo sacro come la scuola e il rispetto umano. Chissà fino a che punto si sarebbero spinti se non fosse stato per due occhi maliziosi e indagatori, che sembravano quelli di un felino, e che, premuti sul buco della serratura, si rallegravano dello spettacolo. Erano quelli di un vecchio insegnante, una vera canaglia, a cui piaceva per giunta impicciarsi dei fatti degli altri, e che, prevedendo l’imminenza di un fatto spiacevole per lui, come direttore, non aveva saputo trattenere un gemito. Edgardo, al sentire il rumore, era impallidito di paura, aveva allontanato l’invasata che era tornata in sé e stava per urtare contro uno dei pilastri della sala da bagno. Quanto avrebbe goduto ancora il vecchio insegnante, vera canaglia, vedendo quelle cosce bianche e chissà cos’altro! Ebbene, in seguito Ifigenia continuò a lavorare e a fingere una serietà senza limite e a giudicare male tutte le donne civettuole e allegre che ardivano esibire le loro cosce marmoree a un uomo che voleva solo divertirsi con loro, come con una bambola di alabastro.”
— Vi è piaciuto il racconto, Eleonora? – Disse Lesbia dolcemente, fissandola negli occhi.
Eleonora si morse le labbra, dissimulando l’imbarazzo, e dicendo:
— Lesbia, avete inventiva e immaginazione. Niente di più bello del racconto della maestra avventuriera. Ma per essere della combriccola voi avreste dovuto tacerlo. Sarà che non è finzione?
Lesbia salutò nuovamente e voltò le spalle ridendo dentro di sé per l’imbarazzo cagionato. Poi rifletté: se noi donne ci odiamo, se non troviamo in noi nulla di buono né di morale, come possiamo sperare di difenderci dagli attacchi degli uomini? Dov’è quel blocco che dovremmo formare per difenderci dall’ingiustizia? Ma se anche così fosse, lo sforzo di noi, donne consapevoli, deve tendere a ottenere la redenzione dopo la morte, a incanalare i passi di quelle donnette senza senno e odiose sul cammino di una bella solidarietà, di un sano e onesto cameratismo. Oggi, non è ancora tempo, ma arriverà. Le nostre mani, a caso, devono gettare nel solco il seme di un nuovo vangelo che parli di comprensione, amore, generosità, perdono. Io amo tutte loro nonostante tutto. Come il Battista nel Giordano delle liberazioni, dobbiamo innalzare l’acqua lustrale di tutti gli ideali di redenzione, sotto la gloria di cieli luminosi e all’ombra dei limoni in fiore.
Questo diceva tra sé, mentre lo sguardo penetrante dei suoi occhi neri si perdeva in lontananza, sui dorsi bui della montagna, dove i petali di un gigantesco crisantemo sanguinante, che orlava il vaso enorme del firmamento, si dissolvevano lentamente. E anche l’orologio lentamente dava i suoi rintocchi.
Con un profondo sospiro, Lesbia disse:
— È ancora presto. Manca ancora tutta la notte per il nuovo giorno, ma quando esso arriverà splendente con la sua faretra di raggi di luce, i miei giardini pensili dello spirito si troveranno copiosi di rose accese e di pallidi gigli di bene e di verità.
Già all’età di dodici anni cominciò a pubblicare versi in varie riviste locali, ma negli anni successivi fu nel racconto che diede i suoi migliori risultati, potendosi considerare come il vero e proprio iniziatore di tale genere nel suo paese. I racconti di Turcios si caratterizzano per la perizia della trama, per il finale molte volte inatteso e spiazzante, e per lo stile asciutto e preciso con chiari rimandi al decadentismo italiano di Gabriele D’Annunzio. Di rilievo fu anche la sua attività di redattore di varie riviste letterarie, oltreché la sua carriera di diplomatico: fu ministro dell’Interno, deputato al Congresso Nazionale e delegato honduregno davanti alla Società delle Nazioni, a Ginevra.
I
Nella casa di montagna risuonarono terribili pianti dentro la cupa notte di giugno. L’allegra Juanita, di appena undici anni, era stata vittima della bestiale lussuria del bandito José Garmendia, chiamato El tigre, che scorrazzava per pianure e paraggi montuosi, marcando la sua orma con ogni tipo di infamia.
La povera creatura era stata aggredita dal feroce criminale a cento metri dalla casa, sul sentiero per Ojo de Agua (1). Era stata sua madre e le sue sorelle ad accorrere alle grida acute della bambina, dal momento che gli uomini non erano ancora tornati dalle piantagioni di tabacco nella fertile pianura. Si attardavano, quella sera. Il selvaggio, dopo la vile soddisfazione del suo desiderio, era fuggito in fretta tra gli alberi. Juanita giaceva immobile sul sentiero, i suoi vestiti strappati, seminuda e coperta di sangue. Il bandito, nell’esasperazione della sua animalità, e accecato dalla resistenza della fanciulla, l’aveva picchiata orribilmente. Le dita ruvide si erano impresse nel candore del collo infantile e dalle tempie pallide stonavano rivoli di porpora. Juanita riuscì appena a pronunciare il nome del suo carnefice e spirò qualche ora dopo.
II
Passarono diverse settimane. Gli ispettori di polizia tremavano alla prospettiva di poter incontrare José Garmendia e nessuno osava inseguirlo. Era un temibile malfattore, forte come un toro, agile come il felino di cui portava il nome, e crudele come mai nessuno, considerando il terrore che aveva gettato, negli ultimi tempi al proseguimento dei suoi audaci oltraggi. Si diceva che avesse recentemente attraversato il confine nicaraguense, dopo aver ucciso e derubato due cinesi nella Cuesta de Azacualpa.
III
Juan Diego, il più giovane dei fratelli di Juanita e colui al quale la bambina era stata più affezionata, aveva mutato il suo carattere dalla sera dell’orrendo crimine. Aveva perso il suo solito buonumore e la volontà per il lavoro. Immerso in un tenace silenzio, trascorreva giornate intere disteso sulla sua robusta amaca di corda o vagando per i monti. Rispondeva con amarezza alle domande che gli venivano poste e, sopraffatto da un dolore nero, si dimenticava persino della sua innamorata, la ragazza più bella del villaggio vicino. Spesso dormiva all’aperto. Si gettava nella frescura delle valli e l’alba lo sorprendeva a guardare il pallore delle stelle. Era un giovanotto bruno, energico e muscoloso, dal viso altezzoso e dallo sguardo profondo. Una mattina di fine settembre scomparve dalla montagna. Nessuno seppe più niente. Suo padre e i suoi tre fratelli lo cercarono ovunque e dopo inutili ricerche lo credettero morto.
IV
Una notte all’abbaiare violento dei cani tutti si svegliarono. La famiglia si alzò sentendo che qualcuno stava aprendo l’uscio nel patio. Mentre essi aprirono la porta, Juan Diego apparve sulla soglia. Immediatamente lo circondarono e lo accolsero con esclamazioni di gioia. Sembrava più alto e barbuto, e i suoi occhi neri brillavano.
— Padre! – esclamò — Ecco a voi gli artigli feroci della tigre, che ho lasciato appeso a una quercia nella valle di Jamastran. E trasse dalla borsa di pelle, che gli pendeva dalle spalle, due oggetti orribili e nauseanti, due mani gonfie e mostruose, villose e nere, bagnate di fango e di sangue.
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(1) Comune del dipartimento Comayagua, in Honduras.
La poesia di D’Angiò mi viene incontro sulla via antica per Matera forse ancora di quel lontano Regno di Napoli, in un giorno insperato e insospettabile. Ha arcate sopraccigliari di sassi e polvere, radici di lavanda negli occhi, cappellone di feltro alle ubbie del vento, pizzetto folto d’autorevole arte e tono gentile nella compostezza del proprio dolore. Parla, tra gigari e favagelli di riarse plaghe dell’animo umano, una lingua vaticinante che quasi non ammette titolo ai suoi molti appelli lirici suddivisi in quattro sezioni nella raccolta “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni, 2022. Parla e come scrive il suo prefatore, Paolo Polvani: “nella sua asciutta compostezza non trascura le ragioni di una resa estetica convincente, persegue un’idea di pulizia e nitore, resta immune da qualsiasi tentazione retorica e non agghinda, non tende ad abbellire il verso, non ricorre ad espedienti manieristici e tuttavia, in virtù di quella frequentazione assidua con la poesia dei maestri, riesce, in maniera spontanea e con grande sincerità, a toccare ottimi livelli e si lascia leggere con piacere”.
Emilio Capaccio
TESTO N. 1
Rara, dimora qualche quiete che non delude, ed è subito un udire di grigiore che rifà il giorno. Ricompare anche l’infruttuosa saggezza di chi non ha mai ingoiato un raggio di sole. Si regge appena sul fondo del cielo, l’ancora che ci tiene al mondo, e la mutilata credenza di farci bastare i resti di ogni lembo di terra. L’immobilità di quell’infinito concede tregua d’inesistenza, finché non s’appresta l’ora che non passa per il tempo. Ed uno spreco d’incompatibilità ci avrà seminato senza stenti.
TESTO N. 19
La sera, gli arenili cominciano a dimenare il ritardo della luce, perché non vuole andare via la perdita di coscienza che è soltanto nella corsa dell’insoddisfazione. L’elica che seleziona il vento, si attenua su quello in ritardo, e la scoperta di una conchiglia sperduta, dipende dall’ora di chiusura della sabbia. Come la scoperta di una mezza felicità dipende dalle cose che devono darsi via, lasciate sui tavoli sparecchiati in fretta.
TESTO N. 9
Ho paura che d’improvviso vada via la luce, mentre cerco il sale nella tua tasca per benedire lo spessore d’aria che si trova bene senza toccarci. Ho degli uomini e delle donne che sanno farsi di solitudine come se tornassero a baciarsi, fino a quando le striature della loro pelle si fanno comode per il tacito consenso di due richieste, vedere il mare e piangere molto. E dell’uno o dell’altro non trascurarne i dettagli, sia ad altezza di piena che di sfusi abbagli, concedendo al cambio di stagione il punto più confidenziale del nostro esistere.
TESTO N. 104
Dovremmo diventare campo appena seminato briciole per i passeri prima della neve, al riposo della migrazione, uno stagno. E punta estrema di roccia dall’altra parte di un’ultima thule e poi nessun ritorno, non si racconta ciò che deve restare. Una luna gonfia a dominare l’occhio nero del buon Dio, dovremmo essere, una ferita che non sana il peccato originale. Salvare la lacrima che scioglie la melma, la frase d’amore al nostro carnefice, che nonostante tutto da una stessa bocca si è donata.
Francesco D’Angiò è nato a San Vitaliano (Na) nel 1968. Esordisce nel 1997 con la pubblicazione di un racconto edito da “Alea Editrice Bari” dopo aver vinto un concorso per esordienti. Riprende il filo interrotto della narrazione con la pubblicazione del romanzo breve “Lo sconosciuto” (Planet Book, 2020). L’amore per la poesia sin dall’età adolescenziale, così come varie volte accade, lo porta a partecipare a vari concorsi letterari, riservandogli piazzamenti lusinghieri. Nel 2021 pubblica la prima raccolta di versi dal titolo “Clessidre orizzontali”, Edizioni Tripla EEE. Nel 2022 pubblica la sua seconda raccolta: “Verranno a perderci in trionfo”, G.C.L. Edizioni. Attualmente vive a Matera.
Poeta, narratore, giornalista e diplomatico, è considerato il massimo esponente della cultura del suo paese. L’opera “Azul”, pubblicata nel 1888, un misto di poesia e di prosa, da cui è tratto il racconto proposto, viene unanimemente considerata l’atto di nascita della corrente letteraria del modernismo che gradualmente sostituirà gli schemi metrici rigidi ereditati dalla tradizione castigliana e dal romanticismo, con cadenze di una più accentuata musicalità, introducendo il verso libero, anche se non sarà abbandonata del tutto la rima, e ampliando il patrimonio linguistico, introducendo soggetti lirici e lemmi derivanti da una equilibrata fusione tra avanguardia europea e parnassianesimo francese. Collabora con i più grandi poeti e letterati dell’America Latina e con le riviste e i quotidiani più prestigiosi. Viaggia in quasi tutti i paesi del Sudamerica. In Argentina, collabora con la “La Nación” che nel 1898 lo assume come corrispondente e lo invia in Spagna. Successivamente è chiamato a rivestire la carica di console del Nicaragua a Parigi. In questi anni conosce grandi poeti e intellettuali del suo tempo, come: Miguel de Unamuno, Juan Ramón Jiménez, Ramón María del Valle-Inclán, Antonio Machado. Oggi, in virtù della sua eredità letteraria, è universalmente considerato cittadino di tutta l’America Latina.
Un burlone vendeva bare nel magazzino all’angolo della strada. Ai clienti era solito fare battute di spirito che lo avevano reso popolare tra i commercianti di pompe funebri.
La rosolia [1] devastò in una quindicina di giorni un intero mondo di bambini in città. Fu terribile, come immaginare che la morte, dura e crudele, passi per focolai domestici strappando fiori.
Quel giorno la pioggia minacciava di cadere. Nubi plumbee si ammassavano nell’enorme forma di più vasti nembi tenebrosi. L’aria umida soffiava dannosa, portando tosse ovunque, e i colli della gente ricca e pulita erano avvolti da foulard di seta o di lana.
Il diavolo, invece, ha sempre un polmone grande e sano. Si interessa poco che una folata gelida possa colpirlo o che il cielo, con le sue grandini, prenda a sassate quelle spalle nude e cotte dal sole dell’estate. Spossato e indomito. Il suo busto è come roccia per il morso della brezza gelata, la sua zucca grossolana ha due occhi sempre aperti superbamente sul caso, e un naso che aspira miasma come vento marino che sa di sale e fortifica il petto. Dove andava la vecchia Nicasia?
Eccola passare con la fronte bassa, avvolta nel suo manto nero di merino grezzo. Inciampava a volte e quasi cadeva, se ne andava leggera, quasi impalpabile.
Dove andava la vecchia Nicasia?
Camminava senza salutare i conoscenti che la vedevano passare, e sembrava che il suo mento raggrinzito, la sola cosa che si percepisse nel nero del mantello, tremasse.
Entrò nello spaccio dove faceva di solito la spesa e ne uscì con un pacchetto di candele nella mano, annodando la punta di un fazzoletto in cui aveva riposto il resto.
Giunse davanti all’ingresso del magazzino delle pompe funebri. Il tipo allegro la salutò con una facezia.
Allora, come se gli avessero detto una parola dolorosa, di quelle che arrivano profondamente a commuovere l’anima, sciolse il pianto e varcò la porta.
Il tipo allegro, con le mani dietro la schiena, camminava davanti a lei.
La donna finalmente riuscì a parlare. Gli spiegò che cosa era venuta a fare.
Il bambino, il figlio di sua figlia, si era ammalato pochi giorni prima di una febbre atroce.
Due levatrici aveva prescritto dei rimedi, ma senza alcun effetto. L’angioletto si era aggravato ora dopo ora, e quella mattina aveva esalato tra le braccia l’ultimo respiro.
Che dolore!
— Signor impresario, l’ultima cosa che vorrei fare per il mio nipotino è comprargli una bara come quelle; non tanto costosa; deve essere foderata di blu, con nastri rosa. Voglio anche un mazzo di fiori. Pagherò in contanti. Qui ci sono i soldi. Volete vedere?
Le lacrime si erano asciugate, e come presa da un’improvvisa risolutezza, si era diretta a scegliere la piccola bara. Il locale era stretto e lungo, come una grande tomba. C’erano qui e là, casse di tutte le dimensioni, rivestite in nero o in altri colori, da quelle con lastre argentate, per i fedeli ricchi del quartiere, a quelle più semplici e dozzinali, per i poveri.
L’anziana cercava, tra tutto quel triste raggruppamento di feretri, uno che fosse degno dell’amato corpicino del nipote che giaceva a casa, cereo e senza vita, adagiato su un tavolo con la testa circondata da rose e con il suo vestitino più bello, quello con un ricamo grezzo, ma vistoso, di uccelli viola che portavano nel becco una ghirlanda rossa.
Trovò una bara che le piaceva.
— Quanto viene a costare?
Il tipo allegro camminando sempre con la sua risata incantata:
— Sette pesos. Andiamo, non siate avara, nonnina.
— Sette pesos? … No, no, no, è impossibile. Ne ho cinque.
Cominciò a slegare la punta del fazzoletto, dove risuonavano con ingannevole tintinnio le poche chauche [2].
— Cinque, è fuori discussione, signora. Due pesos in più ed è vostra. Volevate bene a vostro nipote! Lo conoscevo. Era attivo, vivace, indiavolato. Non era il biondino?
— Sì, era il biondino, signor impresario. Era il biondino, e voi state spezzando il cuore a questa vecchia, rinsecchita e addolorata.
Era quello attivo, quello birbante, che lei adorava così tanto, che coccolava, che lavava e al quale cantava, facendolo saltellare sulle sue ginocchia, vecchie cantilene, melopee monotone che fanno addormentare i bambini.
— Era il biondino, signor impresario. Sei pesos…
— Sette, nonna.
— E sia!
Gli diede i cinque pesos che aveva portato con sé. In seguito avrebbe pagato il resto. Era una donna onorata. Anche se fosse stato necessario non mangiare, avrebbe saldato il suo debito. L’impresario la conosceva bene, perciò si portò via la bara.
A passi rapidi andava la vecchia con la cassa attaccata al fianco, sopraffatta, con il respiro pesante, il mantello stropicciato, la testa canuta al vento gelido. Così arrivò a casa. Tutti dissero che la bara era molto bella. La guardarono, la esaminarono, mentre l’anziana se ne andò a baciare il piccolo corpicino, rigido sui suoi fiori, con i capelli arruffati da una parte, e dall’altra incollati alla fronte, con un vago ed enigmatico rictus sulle labbra, come qualcosa della misteriosa eternità.
Non voleva vegliarlo. Avrebbe voluto il suo nipotino, ma non così, no, no, era meglio che lo portassero via, al più presto!
Camminava da un posto all’altro. La gente del vicinato che era venuta a far visita, parlottava sottovoce. La madre del bambino, con la testa avvolta in una pezzuola azzurra, faceva il caffè in cucina.
Intanto la pioggia cadeva a poco a poco, cernita, fine, molesta. L’aria entrava da porte e fessure e faceva smuovere il tessuto bianco del tavolo sul quale giaceva il bambino; i fiori tremavano a ogni folata.
La sepoltura doveva avvenire quella sera, e la sera già cadeva. O tristezza! Sera d’inverno, nebbiosa, bagnata, malinconica, quelle sere in cui i mendicanti distesi per terra si coprono i torsi giganteschi con quei cenci ruvidi e rigati, e le vecchie succhiano il mate dalla cannuccia, sorseggiando la bevanda cocente che gorgoglia insieme ai borborigmi.
Nella casa vicina cantavano con voce stridula un’aria di zamacuca[3]; accanto al piccolo cadavere, un cane scuoteva le orecchie per le mosche, chiudendo gli occhi pacificamente e il rumore dell’acqua che cadeva a getti sparsi e modulati, dalle tegole al suolo, si confondeva con un leggero schiocco di labbra della nonna, che parlava tra sé singhiozzando.
Dietro le nubi della sera opaca stava morendo il sole. Si approssimava l’ora della sepoltura. Una carrozza veniva sotto la pioggia, una carrozza quasi inservibile, trainata da due cavalli barcollanti, pelle e ossa. Arrancando nel fango della strada, giunse alla porta della casa del morticino.
— È ora? – chiese la nonna.
Lei stessa andò a deporre il bambino nella piccola bara; prima sistemò un materassino bianco di stracci, come se volesse assicurarsi che stesse a suo agio e volesse dargli conforto nella nera tenebra della sepoltura. Dopo adagiò il corpo e per ultimo i fiori, in mezzo ai quali si intravedeva il volto del bambino, come una grande rosa pallida e svanita. Si chiuse la bara.
Signor impresario, il birbante, il biondino, sta andando al camposanto. Sette pesos è costato la bara; cinque pesos sono stati pagati: signor impresario, anche se dovrà digiunare, la vecchia nonna, pagherà i pesos che mancano!
La pioggia incalzava, dalla vernice del vecchio e scorticato veicolo cadeva in gocce nel fango denso, e i cavalli con i fianchi bagnati sbuffavano dalle narici e facevano suonare i morsi tra i denti.
In casa, la gente finiva di bere il caffè.
Tac, tac, tac, risuonò il martello mentre piantava i chiodi sul coperchio. Povera vecchia!
Solo la madre doveva andare al cimitero a deporre il morticino; la nonna le preparava il mantello.
— Quando lo caleranno nel fosso, da’ un bacio alla bara da parte mia.
Si incamminarono dopo aver sistemata la bara nella carrozza e dopo che vi fu salita anche la madre.
Sempre più forte infuriava la pioggia. Schioccò la sferza e si mossero i cavalli, trainando per strada il loro catafalco.
La vecchia, allora, rimasta sola, sporse la testa da una apertura nel muro sbrecciato e vedendo perdersi in lontananza la carrozza malconcia, che traballava di buca in buca, quasi formidabilmente nella sua profonda tristezza, tese al cielo oscuro le braccia sottili e raggrinzite, e serrando i pugni, con un gesto terribile, esclamò a voce alta, tra gemito e imprecazione:
— Potrei parlare con qualcuna di voi, o Morte, o Provvidenza? …Farabutte! Farabutte!
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[1] Il virus della rosolia fu isolato per la prima volta dal dott. Paul Douglas Parkman (1932-vivente). I primi vaccini furono autorizzati negli Stati Uniti, a partire dal 1969.
[2] Monete da 20 centavos che equivalgono a 1/5 di peso.
[3]Danza di corteggiamento molto allegra, di origine cilena, ma diffusa in tutta l’America Latina.