• ABOUT
  • CHI SIAMO
  • AUTORI
    • ANTONELLA PIZZO
    • DEBORAH MEGA
    • EMILIO CAPACCIO
    • FRANCESCO PALMIERI
    • FRANCESCO TONTOLI
    • LOREDANA SEMANTICA
    • MARIA ALLO
  • HANNO COLLABORATO
    • ADRIANA GLORIA MARIGO
    • ALESSANDRA FANTI
    • ANNA MARIA BONFIGLIO
    • FRANCESCO SEVERINI
    • MARIA GRAZIA GALATA’
    • MARIA RITA ORLANDO
    • RAFFAELLA TERRIBILE
  • AUTORI CONTEMPORANEI (letteratura e poesia)
  • AUTORI DEL PASSATO (letteratura e poesia)
  • ARTISTI CONTEMPORANEI (arte e fotografia)
  • ARTISTI DEL PASSATO (arte e fotografia)
  • MUSICISTI
  • CONTATTI
  • RESPONSABILITÀ
  • PRIVACY POLICY

LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Poesia sabbatica: 11 [Monologo davanti a Dio, I]

16 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se pur sono nato

senza averlo domandato,

tu lo sai

quel giorno non ho riso,

ho pianto come piansero gli angeli dell’eden

precipitati a terra,

e senza corazza e conoscenza

è stata subito guerra,

un lancio di moneta

fra il continuare a vivere

o perdersi per sempre

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se ho creduto vere

le storie della sera

e poi mi addormentavo

avvolto nelle piume

di chi aveva sulle spalle

ancora un paio d’ali,

quale la mia colpa

se ho gridato sempre

il tuo nome ai quattro venti

quando i molti a squarciagola

invocavano barabba

e ancora a mille e a frotte

non smettono di gridarlo forte

(intanto non ho più fiato

da che mi si è spezzato

ai piedi della croce,

la tua e poi la mia)

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se ho visto morire ad uno ad uno

i volti di chi ho amato

e credevo fossero per sempre

e poi senz’aspettarmelo

io non li ho visti più,

se anno dopo anno

infine si è capito

che neanche nelle tue chiese

i patti nati sacri

sarebbero durati

e tu risorto al terzo giorno

saresti rimasto in cielo

e mai più su questa terra

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se altri, non io,

hanno inciso nella carne

la voglia della carne

di salomé che danza,

il sogno di una torre

che arrivasse alle tue porte

e nemmeno si sospettava

che sola ad aspettare

ci fosse matrigna morte

e infinito e eterno

solo parole a perdere

*

quale la mia colpa

se guardandomi allo specchio

non sono più lo stesso

di quello che ero ieri

e profonda sulla fronte

a urlare la ferita

di chi nacque tradito

dal giorno che venne in vita

e poi tempo dopo tempo

sentirsi un tronco spoglio,

un ceppo dentro al fuoco

per cenere alla cenere

*

e ancora chi lo sapeva

delle ombre dentro al bosco

che poi erano predoni

a prenderti la borsa

e infine anche la vita,

e ancora chi lo sapeva

che si sarebbe attraversata

questa valle scura

dove un giorno sei bambino

e in breve sei già vecchio

sentendo la tua carne

guastarsi a poco a poco

*

e infine sai mio Dio

cos’altro potrei dirti,

*

che se fossi stato dio

e tu mio figlio

mai e poi mai

avrei permesso al pianto

di attraversarti gli occhi,

ai chiodi della croce

di ficcarsi in mani e piedi

e alla parola morte

di esserti sudario.

*

 agosto  2022

**

*

 Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Poesie del saluto”)

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

15 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli

Oggi montando sui tornanti di Giuncarico
ai lati della strada anemoni e viole tremolanti
tutta la Maremma era un cimitero
di alberi spezzati e stesi dal vento.
Centinaia di mimose esponevano
gli squarci freschi dei tronchi al cielo,
e come monetine gialle
i fiori tintinnavano nella tempesta.
Su in cima a Roccastrada
da solo sull’Acropoli ho dovuto lottare
perché il cappello non mi volasse via
tenevo ben calzati i pensieri alla testa.
provate voi a impazzire di vento.
Gli eroi mitologici parlano sempre di un destino tragico
nascosto dentro la profondità sublime di un paesaggio.
Un immenso e spaventoso sguardo
attraversava la pianura inseguendo le folate.
Mi è venuto in mente di andarmene
volare e rotolare via come un cappello.
Sono disceso poi lungo i vicoli
sbandando ubriaco come un asmatico iperventilato
inseguendo un barattolo trascinato dalla corrente
che s’era infilata tra le case.

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Epistole sarde: Un Viaggio Poetico tra Mito e Realtà

14 giovedì Mag 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, INTERAZIONI, Novità editoriali, POESIA, Poesie

≈ 1 Commento

Ofelia Prodan – Daniel D. Marin

EPISTOLE SARDE

Il Convivio Editore, 2025

Traduzione di Irina Turcanu e Paola Sini

Prefazione di Laura d’angelo

Lettura di Maria Allo

Epistole sarde, è un ordito di versi che avvolge il lettore come una trama di vento antico, intrecciando parole affilate e sussurrate. Ofelia Prodan e Daniel D. Marin, un ponte vivo tra Romania e Italia, tessono un dialogo poetico che non si limita alla superficie: è il respiro di terre lontane, il battito remoto della memoria che si ostina a pulsare anche quando il cuore vorrebbe dimenticare. Ogni poesia è una lettera inviata dalla distanza, un messaggio che sfida il silenzio del tempo per ricordarci che i sentimenti, a volte, si trasformano in ombre che nemmeno la luce più forte può dissolvere. Ci troviamo di fronte a un’opera che si svela come un mosaico incantato, una fiaba in versi che danza su più prospettive, intrecciando poesia e narrazione con la delicatezza di mani esperte, un gioco raffinato che alterna voci e si specchia in titoli eloquenti, custoditi come chiavi per accedere a una cornice metaletteraria elaborata e immersiva. Questa raccolta, con il suo piglio apparentemente fiabesco, non si abbandona alla leggerezza scontata del fantastico, ma percorre sentieri più complessi e profondi. C’è ironia surreale, c’è la vibrazione di una tradizione letteraria che l’autore decostruisce e ricompone, dando vita a un tessuto di poesia vivace e stratificata. Il testo si fa spazio di esplorazione, una terra sconosciuta dove temi universali si intrecciano in forme inaspettate. Il viaggio, archetipico motore narrativo delle fiabe, diventa orizzonte che si espande: ora pellegrinaggio dell’anima, ora naufragio esistenziale in una Sardegna misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Qui emerge l’eco di eroi solitari come un Robinson Crusoe contemporaneo o di meravigliose esploratrici senza tempo, forse una moderna Alice smarrita in un Wonderland reinventato. Laura D’Angelo lo coglie perfettamente nella sua prefazione: l’autore non propone un semplice racconto, ma crea un microcosmo lirico dove il lettore non è spettatore passivo bensì viandante curioso, chiamato a attraversare quelle terre inesplorate con stupore e inquietudine. L’opera vive nel dualismo: fiaba e poesia si incontrano e si trasformano reciprocamente; realtà e immaginazione si fondono in un gioco di specchi e rimandi. Il linguaggio dell’autore si muove con grazia tra levità e intensità: figure sfumate, immagini evocative e riferimenti intrecciati danno vita a una narrazione che seduce senza mai svelarsi completamente. C’è un’incantata dissonanza che avvolge ogni verso, come il fruscio di foglie che danza ai margini del silenzio. È questo equilibrio sottile tra eleganza e inquietudine a renderlo unico: un’opera che non si limita a essere letta, ma richiama a essere vissuta, scoperta, attraversata. Ogni componimento è un varco, ogni pagina è un paesaggio che invita a perdersi per ritrovarsi. Epistole sarde brilla come un frammento di luce rubato alla fucina di Efesto, dove le parole di Daniel D. Marin e Ofelia Prodan forgiano lame sottili, nitide come verità taglienti. La traduzione sapiente di Irina Turcanu e Paola Sini non si limita al ruolo di traghettatrice, ma si fa Orfeo, attraversando con maestria il patrimonio linguistico e guidando con delicatezza ombre, sfumature e preziose iridescenze nascoste. Chi si avvicina a questa raccolta entra in una foresta semantica intrisa di simboli: ogni foglia, un vocabolo scintillante; ogni verso, una liana che avvolge e trascina gli occhi in territori sconosciuti. Non si cammina su sentieri definiti, ma su arabeschi del pensiero, in un labirinto di parole dove non c’è Minotauro, solo il riflesso della propria idea vacillante. Il significato non si lascia afferrare con facilità: è un fantasma da inseguire, da sentire sulla pelle come il soffio fugace di un profumo che svanisce prima di ancorarsi ai sensi. Qui la poesia è un’alchimia che fonde la brutalità primordiale con l’eleganza di un cesello d’argento. Marin e Prodan scrivono sinfonie spezzate, frammenti scheggiati che ammaliano con la loro ruvida bellezza. Non c’è terra ferma sotto i loro piedi: ciò che resta è una danza sull’orlo dell’abisso, dove il nulla fiorisce e spalanca possibilità sconosciute alla mente. Leggere Epistole sarde è come ricevere chiavi segrete in mano, ciascuna capace di aprire un cofanetto ermetico. A uno sguardo distratto, potrebbe sembrare opaco, irreversibile nel suo silenzio eterno. Ma basta un gesto più attento—come una carezza sul bordo di un vaso greco—per dischiudere universi pulsanti, dove paradossi e visioni si rincorrono, simili a correnti elettriche imprigionate sotto lastre di ghiaccio. Prodan e Marin esplorano attraverso la poesia le contraddizioni e i drammi che attraversano il nostro tempo, scegliendo un registro drammatico sapientemente intrecciato a frammenti di realtà. Da queste tessiture emergono, con vivida intensità, l’isolamento e la solitudine profonda che caratterizzano l’uomo contemporaneo, sempre più smarrito nella difficoltà di autodeterminarsi in una realtà sfuggente, indefinibile, mutevole come un flusso continuo che inghiotte identità e aspirazioni. I loro sguardi penetrano un mondo in disfacimento, un mondo che, pur nella sua deriva, sa ancora suscitare un sorriso intriso di nostalgia o una commozione silente. È un mondo che si lascia amare e interrogare, ma che gli autori osservano con l’urgenza di spezzare barriere: quelle tra il reale e il fittizio, tra l’individuale emarginazione identitaria e la disumanizzazione collettiva. In definitiva, non è una poesia che consola o accarezza con delicatezza. È una poesia che scolpisce nella carne viva: graffia la sensibilità e la cura al contempo. Il dono maggiore di questa raccolta sta nel suo invito pungente a sfidare i confini della comprensione. Non accontentarti delle superfici lisce, non arretrare davanti al caos. Attraverso il disordine rivelatore, nella vertigine potresti scoprire non una caduta ma l’inizio del tuo volo più alto.

Maria Allo

Ofelia Prodan, attualmente una delle poetesse romene più apprezzate, esordisce con L’elefante nel mio letto (2007; Premio per il Debutto dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest, 2008) a cui hanno fatto seguito altre numerose accolte poetiche, tra cui due edite in Italia, Elegie allucinogene (2019; Premio speciale del presidente della giuria nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2021) e Periodicamente ricicliamo cliché (2023; Premio speciale Virginia Woolf per la poesia edita,nell’ambito del Premio Nabokov 2023; Finalistaal Premio Lorenzo Montano 2024).

Daniel D. Marin, poeta e traduttore, è autore di cinque raccolte poetiche edite in Romania e Italia, tra cui L’ho preso in disparte e gli ho detto (2009;Premio Marin Mincu, Bucarest, 2010) e I corpi che non ci calzano mai a pennello (2022; Finalista con menzione d’onore al Premio Sygla, città di Chiaramonte Gulfi , 2024). Curatore della prima antologia retrospettiva della Generazione 2000 della letteratura romena (2010), e di BorderLine Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi(edizione italo-romena, 2021).

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Esistere tra le crepe: scrittura e rabbia nell’adolescenza

13 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, I meandri della psiche, POESIA

≈ Lascia un commento

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La rabbia, in adolescenza, non è un errore da correggere ma un linguaggio da imparare a leggere. La ricerca pedagogica contemporanea, dall’educazione emotiva alla psicologia dello sviluppo, insiste su un punto chiave: le emozioni intense, se non trovano canali espressivi, tendono a trasformarsi in comportamento disfunzionale o in chiusura. Al contrario, quando vengono riconosciute e nominate, diventano strumenti di crescita. In questo quadro si inserisce con forza il lavoro di Bruno Tognolini, in particolare il libro Rime di rabbia, che rappresenta un esempio concreto di come la scrittura possa trasformare la rabbia in parola, ritmo, pensiero. Le sue filastrocche non “calmano” la rabbia nel senso di spegnerla: la accolgono, le danno forma, le permettono di esistere senza distruggere. Dal punto di vista pedagogico, questo approccio si collega alle teorie dell’educazione socio-emotiva, che vedono nella verbalizzazione delle emozioni un passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’autoregolazione. Scrivere, soprattutto in forma poetica o ritmica, consente ai ragazzi di: dare un nome all’emozione, passando dal caos interno a una prima forma di consapevolezza; creare distanza, perché ciò che è scritto può essere osservato, riletto, trasformato; trasformare l’impulso in linguaggio, evitando che si traduca solo in azione (urla, chiusura, aggressività); sentirsi legittimati, perché la rabbia non viene negata ma riconosciuta come esperienza umana.
Le ricerche in ambito educativo mostrano che i ragazzi che trovano spazi espressivi nell’ambito della scrittura, che può essere scrivere un diario, poesie, sviluppano una maggiore capacità di gestione dei conflitti e una migliore comprensione di sé. Questo è particolarmente importante in adolescenza, fase in cui il bisogno di essere visti e ascoltati è spesso frustrato da adulti che minimizzano o interpretano la rabbia solo come opposizione. In Rime di rabbia, la forza sta proprio nel rovesciare questa prospettiva: la rabbia diventa materiale creativo. Non è più solo un’esplosione, ma una costruzione. Le parole fanno da argine, ma anche da ponte: permettono di passare da “non mi capiscono” a “provo a dire cosa sento”. Scrivere, quindi, non è un esercizio estetico, ma un atto educativo profondo. È un modo per insegnare che si può essere arrabbiati senza perdersi, che si può dare forma al disordine interno, che esistere, anche nella rabbia, è un diritto che merita voce. In una scuola o in un contesto familiare, proporre la scrittura come spazio di espressione significa offrire ai ragazzi uno strumento concreto per abitare le proprie emozioni. Non per eliminarle, ma per trasformarle. Perché una rabbia detta, scritta, condivisa, smette di essere solo un peso: diventa materia viva, capace di cambiare chi la prova e chi la ascolta. A partire da questa prospettiva educativa, la scrittura diventa anche un gesto personale, un attraversamento. Non si tratta solo di comprendere la rabbia, ma di darle un corpo visibile, una forma che possa essere guardata senza paura. È proprio in questo spazio che si inserisce il calligramma: una parola che non resta lineare, ma si muove, occupa lo spazio, diventa immagine oltre che voce. Ispirata alla lettura di Rime di rabbia di Bruno Tognolini, ho sentito la necessità di trasformare la riflessione in un atto creativo. Il calligramma nasce così: come tentativo di dare forma alla rabbia degli adolescenti che spesso resta inascoltata, compressa, etichettata.


e
s i s t e r e
│
(dove storcono il naso)
non ci provare

parole a perdi-fiato-ros-po
singhiozzo che salta in bocca

in mezzo ai rovi dei nostri
ca si ni
bianche spine sui cuscini
delle notti lunghe
nuvole di progetti (senza cielo)

perché non notati
non ascoltati
non capiti
(non non)

brufoli che suonano arpe storte
facce che cambiano stagione
nessuno resta / resta?

difficili ci chiamano
etichette addosso addosso
giacche strette strette

sbat
tia
mo
la
por
ta

la voce rimbalza
rim bal za
torna indietro
vuo
ta

tagliamo il cordone
ombe li ca le
con forbici di giorni
(chi li ha visti crescere?)

genitori vogliono scarpe
le nostre scarpe
camminano loro
sopra i sassi

noi
(non vogliamo vincere)
non vogliamo spiegare

vo
glia
mo

es
i
ste
re

la rabbia si arrampica
arram pi ca
muri della stanza

segni invisibili
unghie di luce
sul
buio

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Gianfranco Vacca, “Rosso freccia”, puntoacapo, 2024.

11 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

≈ Lascia un commento

Tag

Gianfranco Vacca, Rosso freccia

 

Dieci, indivisibilmente

estasi del numero

Elegante

colmo di futuro

pieno, compiuto

il totale

Dieci.

L’uno di ogni zero

avvinto a se stesso, sicuro.

La forza tonda

il traguardo

il menestrello il giullare.

In lui siamo giunti

dove mai giungeremo

fermi sicuri

cosa vorresti tu?

Sei l’uno

o già scappi

e diventi il tuo zero?

 

Capri

 

Che io dimenticassi

fu il minimo.

Che io scostassi dalla memoria

ogni traccia di me

fu solo l’inizio.

Che io staccassi il mio volto

per applicarvi lo zero

fu ancora l’inizio del cammino.

 

Capri

 

Nel tubetto dei colori

il rosso fiamma

eccita il pennello

Al bianco le sponde d’oro –

La scala cromatica salta il nero –

Al rosa si commuove il mondo

così delicato

si ricompone si raccoglie

sfuma

dove ha nido l’innocenza –

Il tubetto del blu ha un buco

e sfonda il cielo.

 

Capri

 

Ala spezzata

e le si flette il mondo

ma il dolore è negli occhi.

Il gabbiano non può volare

come si ripieghi in sé

sulla riva.

Eppure l’aspirazione resta allo sguardo

 

ecco, ora bilancia l’aria

– pare si libri

mentre guarda il cielo

erano alte le vette

e se ne ricorda,

come una meditazione

sulla luce del mattino.

 

Capri

 

Ho preso la tua carezza

– e la eccito

la porto ancora in mano

– su di me.

Perché io ti condurrò

verso lunghi cieli

– mi avevi già guardato in stella –

dove ruota come astro lo spirito elevato

fissa vertigini

rosso – rosso

ruota,

guancia contro guancia

ci solleva (mi solleva)

sale.

 

Spirito elevato!

Oppure invece spirito mammifero

che ancora sente

o piuttosto intuisce

cosa impose

– supremo soggiogamento-

una semplice mano

Turbante memoria!

Su di me.

 

Capri

 

 

L’Autore

Gianfranco Vacca (Napoli 1959) a vent’anni si trasferisce da Capri, dove è cresciuto, a Genova e poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014). Due sue composizioni, accolte in Le spigolature dell’Onagro, compaiono con altri suoi testi in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel 2013 da LaRecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica Cinepresa mistica (puntoacapo) con recensione di Sandro Angelucci. Nel 2019 pubblica Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo). È incluso nel Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo, II ed. aggiornata 2016). Un suo testo è inserito ne Il fiore delle lacrime (puntoacapo, 2020). Suoi testi sono stati accolti in varie riviste letterarie online.

 

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Poesia sabbatica: 29 [Monologo davanti a Dio]

09 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

Tag

Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

Dio

io non lo so se davvero ci sei

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi ancora bene

e per il nostro bene fai accadere ogni cosa

che persino il nostro male

è segno del tuo amore

*

io non so se davvero siedi

su qualche nuvola del cielo

e hai occhi sterminati,

uno per ogni nato a sostenerne il passo

sia quando siamo in piedi

sia quando poi cadiamo

*

io non so se davvero hai angeli guardiani

a dirci come salvare l’anima,

uno per ciascuno attento a sonno e veglia

e fino a che ci resta il fiato

o finisce il nostro tempo

perché si apra a noi il largo dell’eterno

*

Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,

buona era la terra e buono era il cielo

e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,

gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,

il verde delle foreste e i colori a mille

di erbe, frutta e fiori,

*

e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele

con solo occhi aperti a incanti e meraviglie

e corpi intatti e sani per vivere per sempre

ignari alla fatica e al parto fra le doglie…

*

e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,

perché nel tuo giardino all’improvviso

la grandine e la neve a intirizzire carni e foglie,

la pioggia a devastare le spighe già mature

le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno

*

perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi

quelli di noi bambini

ignari di  chi partiva per non tornare più

e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male

e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni

per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso

era forse non sapere il nostro essere felici?

era il non avere ancora visto

che il leone sbrana l’agnello,

che il sole scalda e incendia

e l’acqua disseta e affoga,

che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,

che prima si è giovani fiori

e poi sterpaglia al fuoco,

che piove sull’ingiusto

ma s’infradicia anche il giusto?

*

Dio

io ancora non lo so se ci sei davvero

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi ancora bene

ma com’è terribile il tuo silenzio

quando noi gridiamo forte

*

Dio, liberaci dal male.

*

*

ottobre 2025

*

 Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Poesie del saluto” inedita)

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

08 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli

La bambina aspetta
che io la chiami
e la veda sorridere.
Lei sa che sorridere
le dona grazia
e piena di grazia
mi rivolge gli occhi
affondando lo sguardo nel mio
riconoscendo la mia umanità
e io benedicendo la sua.

Entrambi restiamo a guardarci
come folgorati dal nome
che in silenzio ci siamo dati
dal nome
che sta nelle nostre bocche
e dagli occhi
che si richiamano cercandosi.

Ci affrontiamo così
fino a toccarci i nasi
come per dirci
ciò che non sappiamo
attraverso ciò che sappiamo.

E tutto passa dalle nostre narici
occhi, naso, bocca
e invisibili radici
una chimica inspiegabile
elementi e mattoni d’ amore
che stanno tutti nelle mie braccia
che la contengono
e nelle sue piccole dita
che mi segnano il viso.

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Immagine

“Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano

07 giovedì Mag 2026

Tag

Sabatina Napolitano, Tutti i giorni un incantesimo

Il libro “Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano sarà a breve pubblicato con Italic Pequod

Dalla postfazione di Doris Emilia Bragagnini:

“L’incantesimo di cui parla il titolo non è dunque un’illusione o un artificio ma un atto di fondazione, la capacità della parola di abitare il tempo, di dare ordine ai sentimenti e di trasformare la connessione interna tra due anime in una voce universale, nitida e profondamente autentica. Quando il libro si apre alle ferite del mondo – alle terre che bruciano, ai diritti negati, al “meccanismo orwelliano” del presente – lo fa trattandoli come urgenze reali, non come temi letterari. La poesia diventa così terreno concreto su cui poggiare i piedi per guardare il presente: inizia nel segreto di un abbraccio e finisce per abbracciare l’umanità intera. Ci ricorda che il nostro destino collettivo non è scritto altrove ma si colloca nella capacità di visione e che la poesia è un atto di resistenza. L’incantesimo quotidiano allora non è un’illusione ma l’impegno costante di chi sceglie di vedere, sentire e restare umano“.

da “Scritte da lui per me”

Scavo dentro le tue rovine
come chi ha il piacere di fare del bene,
tuffatore di Paestum, tengo la tua anima su tre colonne.
Come tutti gli studenti all’università e gli artisti della street art.
Ti faccio tuffare a New Castle,
lungo il molo fino al Nobbys Lighthouse.
Una nuotata insieme ai Bagni Oceanici di Merewether,
mentre mi baci unica mia ammaliante sirena,
stregato fino al midollo,
Tuo anche da dove sono nato
e fino a dove morirò con te.
E dalla cultura più antica di me,
baciare la tua lingua salata
bagnata di oceano,
E ancora la tua pelle bagnata del vino della valle dell’Hunter
nei tuoi capelli il sapore dello Shiraz,
ai piedi il Semillon.Un tuffo nel mio amore per te,
oceano scavato nella roccia,
che costruisce la riva a poco a poco.
come quanto tu sei vinta da me,
annegata nel desiderio dell’amore
isola d’affetto e bene
protagonista di ogni mio traguardo d’oro.
bagnata nelle correnti del Merewether,
Tocco i tuoi fianchi bagnati come una antica medaglia sepolta nel tuo cuore per me.
Bacio le tue labbra come una nuova medaglia,
d’oro forgiato dalle mie costole per i nostri ricordi,
per i riti comuni che ci fanno come gli altri
e siamo tutti gli altri nella piscina dell’esistenza
celebrando la vita coi corpi stretti di sapore aborigeno.

Nudo nuoto in te ogni notte.
Sono chiunque ti guarda
nel salto prima di tuffarmi.
Nuda sei come fuoco acceso
Perla e luna della mia memoria.
Ma il tuffo migliore lo faccio da sdraiato
quando nella vasca da bagno ti abbraccio
e sei gentile e abbandonata.
Stanca e tenera.
Ti do la mia penna,
tu che sei la nostra regina.
Stai a casa mia, fin quando puoi,
ti condurrò alle stanze del mio fuoco
dove scorre il sangue delle nazioni,
tu che sei bianca e nera,
bianca, altissima, dalle mani gentili,
nera, trasognata, lontana, vicina e rotonda.
Inviolata e inviolabile,
come una madre e una sorella
da questa mia casa sospesa nel tempo
canto la tua anima,
la unisco all’anima del mondo,
ricamo i miei desideri con te.

La tecnica prima di tuffarmi,
la lucidità iconica di quello che sei per me,
nella mia mente tesa.
Tuffato ogni giorno nel desiderio di conoscerti
voglio la coppa nascosta in te, Cariddi.
Pericolosa e fragile, vortice in cui mi tuffo.
Il vortice tra i tuoi seni
che mi fa sentire un re e un bambino,
quando riposo dopo una notte agitata.
La coppa che prendo nei tuoi vortici,
il trionfo di quando vinco in te le paure,
Quando la vita ti lascia sola su un trampolino,
che non sai se è un trampolino di morte.
La coppa densa della tua solitudine,
i modi in cui abbandoni la gioia.
Quella coppa sul nostro comodino,
mi ricorda il segno di ciò che sono,
tuffato in quello che passa oltre,
nella vita che non sai.
Nei bui che non riesci ancora a raccontare.
Nelle tensioni irrisolte.
In ciò di cui hai paura,
mi getto nel gorgo, e prendo la mia coppa.
La coppa raccolta dei tuoi dolori
quando mi piange il cuore a vederti stanca,
quando mi sei vicina,
sento i tramonti di ogni parte della terra,
guardo nei tuoi occhi luminosi
e so che guardi ai miei,
che proteggi i miei.
Che proteggi i miei ricordi e desideri
nelle tue mani di donna
abbandonato nelle tue profondità.

Metti il destino dell’umanità
nelle mani di un piccolo uomo come me,
sarò il tuo giovane eroe.
Sei impastata delle mie cellule,
perché tuoi occhi sono le nostre terre,
perché il mondo è questo sogno veduto
con te. Questo è il mondo:
il sogno visto con te.
E se del mondo non mi importa senza di te,
io per te ho ricordi incandescenti,
e il presente è scintillante
nella carta impregnata del tuo sudore e sangue
tu che spezzi ogni mio dolore
e fai grande ogni desiderio.
Presa la coppa dei tuoi dolori,
nell’acqua della vita tumultuosa che bolle e freme
non ti abbandonerò più.
Non ti lascerò trascinare dalle correnti.
Dagli altri che potrebbero farti male.
Dagli altri che non sono me.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Pubblicato da Loredana Semantica | Filed under Novità editoriali

≈ Lascia un commento

Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026

06 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, Podcast, POESIA

≈ Lascia un commento

Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin

E poi salpammo con in mano

un giglio e una mimosa

a incontrare una figlia persa nelle nebbie

decisi per i venti e le correnti

per un azzurro un fuoco un arancione denso

è tutta colpa di questo mare immenso

che abita le nostre vite e nel profondo giace

e cambia faccia e cupo ringhia a morte

di decomposizione si nutre e si ricicla

in circolo colora e canta

poi albeggia e ricomincia.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Andrea Abruzzese, Inediti

04 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

≈ Lascia un commento

Tag

Andrea Abruzzese

Le cappelle nelle quali pregare

C’è chi vive re Mida,
mondovisione-sfarzo; smorfie-disprezzo
verso moltitudini strangolate da povertà,
che tendono brandelli-speranze.

Gli specchi
sono le cappelle
nelle quali pregare.

C’è chi vive libero
nell’abbraccio di bene e male,
ma eruzioni-odio, in cravatte rosse,
flagellano masse incatenate.
E vestendo muri-propagande,
isolano le menti delle persone,
fomentando guerre-tutti contro tutti…
Seppellendo futuri, eclissando sogni.

Gli specchi
sono le cappelle
nelle quali pregare.

C’è chi vede oltre i confini,
chi pensa che non siano reali.
C’è chi muore per uguaglianza, pace e libertà.
chi mostra che non sono solo ideali.

I nostri specchi sono
le cappelle
nelle quali pregare.

*

Dallo stadio alla piazza

Frastuono-mano sveglia tenebre.
I grugniti, gli epiteti
fanno crollare tra le ombre.

(Far finta di niente…
Gli altri faranno altrettanto)

Ma fuori l’apprensione è esser sola,
con tachicardia a sconvolgere il petto,
e voce che scompare in gola.

(Dallo stadio alla piazza…
Che bruti questi uomini,
quanta efferatezza)

Firmamento-nuovo anno esibisce fuochi…
Disperazione straripa dai condotti lacrimali,
terrore trema nelle gambe.
Ventose e tentacoli sui corpi,
urla primitive a violentare la mente.

(Ed è stato deciso! Tutti l’abbiam deciso!
Qual è il posto delle donne)

« Lo ha fatto la televisione.»
« Titoli di giornali.»
« Il silenzio delle poltrone.»
« Impotenza di divise e distintivi.»

E ammesso che oggi notizia sia albore,
domani sarà buio,
fino a quando concentrazione
si volterà per qualcosa
ancor più grave.

*

Dicembre 1969

Milano, ore 16:37, il tempo si è fermato
alla banca nazionale dell’agricoltura,
un silenzio assordante, dopo un forte boato.

88 feriti, morti 17,
in un dicembre improvvisamente rovente,
ma tutta la nazione ha tremato
sotto l’ombra corrotta di uno scudo crociato.

E mentre ancora si elaborava il lutto
e le domande correvano tra shock e lacrime,
un ideale d’anarchia volò giù
dalla finestra di una stazione di polizia.

Con l’innocenza, le ingiurie e le prove,
nell’aria che mutava in piombo
in quell’inverno del 1969.

E ci fu qualche condannato,
chi colpevole, chi innocente;
ma per chi a pianto,
per chi la vita ha dato,
ancora non ha pagato
chi è Stato.

*

Morti in buona fede

Spalle dritte, pancia in dentro,
soldato.

Hai medaglie al valore,
dal sangue forgiate,
di morti senza peccato.

Sguardo fiero, gonfia il petto
soldato.

Nel bagliore, particelle
di donne, bambini e qualche
vecchio tutto storto.

Mento alto, deciso il passo
soldato.

Nel silenzio, nelle bugie, il torto
di un errore in assassinii,
di morti in buona fede…
Ma sono dita umane
in amplesso con grilletto,
soldato.

L’Arma non conosce
la differenza
tra giusto e sbagliato.

*
Andrea Abruzzese nasce a Foggia il 27/04/1989.
Alcune sue poesie sono state pubblicate su blog e riviste Letterarie:
“L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia”, “Pioggia Obliqua”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Limina Mundi”,“Cultura Oltre”, “Sentieri di Cartesensibili”, “L’equivoco” e “Risme”.
Altre all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Poesia sabbatica: “30”

02 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

30

*

no, mio Dio,
non voglio il bianco smorto dei capelli
e nemmeno la pelle che si aggrinza,
non voglio il fiato che si accorcia
e le gambe sconfitte dalle scale,
non il pensiero di chi sa d’aver vissuto
e vede sempre più breve il tempo che gli resta,
non la resa della voglia per te donna che passi
e sei curve, fianchi e seno,
non il ciclo della foglia
che nasce, cresce e cade,
non il giro del giorno
che inizia in gloria di sole
e poi cade nell’oscuro,
*
no, mio Dio,
non basta il tempo che finisce
a chi ha pensato l’eterno,
non basta un giro sulla terra
a chi vede universo e cosmo,
non basta il conto a unità e decine
a chi sa numerare miriadi e miliardi,
*
no, mio Dio,
divino non è stato
scaraventare noi quaggiù nel mondo
noi che siamo nati
a tua immagine e somiglianza.
*

gennaio 2026

*

 Francesco Palmieri

 

(dalla raccolta inedita e in corso di scrittura “Poesie del saluto”)

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

01 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli, Primo maggio sul lago

Primo maggio sul lago

imprimo l’unico raggio

di sole che trovo al lavoro

sul tuo corpo dorato.

Son pago di sudato salario

qui è tutto un erbario

di lucide e tenere foglie.

La pioggia e la luce che piove

mescolate dal vento

mi fanno uno scemo contento.

 

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Pasquale Lucio Losavio, “Della vita anteriore”, Fallone Editore, 2025.

27 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

≈ Lascia un commento

Tag

Della vita anteriore, Pasquale Lucio Losavio

 

da Non escludere mai la caduta

 

Non escludere mai la caduta

e le conseguenti risate

come il protofilosofo non sarai compreso

e la serva ti deriderà

perché hai la testa fra le nuvole

 

se darai di più della misura

non sarai riconosciuto

e il detto del padre

“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”

diventerà il prezzo della tua ambizione.

*

L’occhio indurisce la specie

eccede il corpo la direzione

si tende verso il colore della carne.

Se tutto il meccanismo produce l’atto

allora il sincronismo ha pause nello stile

e si divide il tempo nei due sipari

dissimulando l’unità aristotelica.

L’epilogo dipana la mistificazione.

*

Degli occhiali seri ma moderni

dissi all’ottico

ma non avevo in mente quelli che comprai

mi davano l’aspetto di un medico

quelli della pubblicità dei dentifrici

con il camice candido

 

gli occhiali non mi servono tanto per vedere

quanto per accompagnare

i miei discorsi in pubblico

con il gesto teatrale di toglierli

e rimetterli

con il movimento coordinato

del braccio e della testa

 

lei vuole fare il professore

di filosofia

e non apre bocca

disse l’assistente di storia moderna

la Grande paura e gli Annales

mi rimanevano taciuti

nell’inciampo della memoria.

*

da Dentro alle mura

 

La causa del sintomo

risale all’adolescenza

quando il desiderio era negato

nell’immagine allo specchio

che riflettevo.

Non bastavano i libri

che avidamente leggevo

a colmare il niente e la nostalgia.

Tu eri in quarta ginnasio

e mi aspettavi

poggiata alla porta del bagno.

Non ti seppi parlare

poiché parlare era inutile.

*

da Falansterio onirico

 

Giusto un incubo ho pensato

mi teneva il braccio, forte

e tendeva in alto la lama

che non fendeva

tentavo di colpirlo con un vocabolario

ma la mano non si muoveva

tra i denti ringhiavo il nome inascoltato

in fondo alla stanza la forma di un corpo

avvolta in un lenzuolo.

Si muovono rapide le gambe

invitano alla finta e al dribbling

sul campo di terra dei ragazzi

ma subito le ginocchia cedono

e le viti fermano una piastra d’acciaio

ad impedire che fuoriesca la rotula.

L’AUTORE

Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

24 venerdì Apr 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli, I pensieri si soffermano nell'immagine

I pensieri si soffermano nell’immagine
di ciò che siamo stati e di ciò che saremo
prima della vita e dopo.

La polvere carica del polline di primavera
la sabbia di una spiaggia
dove piccoli animali scalano
le loro montagne con enorme fatica

alcune gocce che si ostinano
a rimanere attaccate alle foglie
ignorando la forza di gravità.

Una religione transitoria e breve
viene praticata in modo inconsapevole
da ogni essere che all’alba si desta alla vita.

Anche se ritorneremo a essere cose
fantastichiamo all’idea che le pietre
possano conservare un tratto indelebile
una parola, un canto.

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

“Derma” di Arianna Vartolo, Arcipelago Itaca, 2025

23 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

≈ Lascia un commento

Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.

di Mattia Tarantino

V

Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.

VI

Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.

di Arianna Vartolo

Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola
Padre. Ho pensato per un attimo
a quello che per ipotesi – non remota
quanto la conferma – dovrebbe essere
il mio. Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato
per un attimo a pesarne la figura – farne
giuntura essenziale a dispetto della forma
fessa che ne spaccava i contorni
in quei giorni che mai è stato presenza.
Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla
non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi
che ne dicessero una qualche vaga rilevanza.
Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo
a pensare a mio padre:
non me ne sono ricordata il volto.

Nel bere la gola si muove veloce
quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece
– invece – non parla. Ha sete e ingoia
acqua spiriti, cose segrete di varia matrice
rimaste sospese a farla lavorare.
Il moto ondulatorio produce pressione
appena sotto il punto d’adesione tra faringe
e laringe. È il processo respiratorio a rischiare
la compromissione: prestare dunque attenzione
a che nulla vi sia a stringere il canale.
A soffocare un corpo
con un altro estraneo che spinge

Non tralasciare il potere dei giorni
dispari; quello degli attimi fuori
fuoco – fuori tempo. Trova i contorni
di questo mio dedalico costato
e lascia entrare luce e sangue sempre
nuovi; alle tue dita ho dedicato
il nume di ciò che c’è e non si vede

La debolezza che spezza le unghie
nel togliere la buccia ai mandarini
somiglia a certi mattini d’inverno:
è gennaio con il sole che basso
passa sotto lo sterno; segue passo
passo un respiro mancato, quel battito
infermo che nulla trova tra sistole
e diastole. Si direbbe forza
quella che manca – priva di ossa o scorza
a protezione; del frutto che lascia
è l’ultima forma di assoluzione

Che cosa c’è dietro questo curare
il lievito madre per settimane:
farlo maturare a temperatura
ambiente – forse ottimale, o lasciarlo
respirare in barattoli di vetro?
Cosa dietro l’asse del tavolo in legno
messa in orizzontale a sostenere
quel peso in più che non le appartiene?
Ti chiedi dove sia quella forza
che fa tornare indietro dopo tanto
andare; che tiene il conto di quanto
carico sia ancora da portare.

di Sonia Caporossi

“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Carmine Lubrano, “Come Carmelo Bene sono apparso alla Madonna di Roca”, Terra del Fuoco, 2025. Nota critica di Laura Cammarota.

20 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

≈ Lascia un commento

Tag

Carmine Lubrano, Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca

Carmine Lubrano, poeta, operatore culturale e poliartista, si presenta ancora attivo e militante, uscendo a febbraio 2025 con la raccolta poetica Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca (edito con il marchio Terra del Fuoco), una nuova produzione estremamente intensa e forse anche inaspettata (dopo il suo personale “Basta”, grido di protesta alla contemporanea situazione panoramica nazionale di ‘non poesia’, presente nel precedente volume CarmineCanta). Leggendo questo nuovo libro appare evidente come l’impulso a dire, a cantare ancora è forte, è esigenza impellente dell’autore, è ossigeno di cui non può fare a meno e si cercherà qui in queste poche righe di mettere l’accento sul carattere proprio delle poesie di questo Lubrano, che è un Lubrano pure estremamente riconoscibile nel suo stile, ma per la prima volta al lettore vengono
rivelati aspetti che forse in precedenza erano prevalentemente latenti nella sua produzione ed anche il suo stile, maturato in tanti anni di lavoro e introspezione, risulta qui ulteriormente evoluto e mutato in qualche sua essenza.
Nella recensione che Gualberto Alvino aveva redatto per CarmineCanta si legge, giustamente, “In un’epoca di rinunzia alla riflessione e d’orrore della profondità, leggere – e ascoltare – Lubrano è un dovere.” Ed è realmente un dovere, oltre che un piacere, e specialmente per chi comprende il potere trasformativo del fare arte e poesia e perché non si può sapere che effetto abbia su un altro essere umano la parola di Lubrano, ma vale la pena tentare e vedere cosa accade, perché l’autore si è già dimostrato capace di aprire varchi nelle persone e far nascere qualcosa di nuovo, emozionare e smuovere gli animi, che non restano mai immutati dopo un’esperienza di immersione nella sua poesia. E se la lettura è un invito banale, ancora più interfacciandosi con un autore così viscerale, il mio invito ai lettori incuriositi è quello di abbandonarsi, di viaggiare in un flusso di trance allucinogena e lasciarsi trasportare dalla sua poesia e dentro la poesia, attraverso il canto, l’ascolto, la danza, il vaneggiamento (secondo quanto consiglia al riguardo Carmelo Bene “la poesia va vaneggiata”, o come troviamo ancora in questo libro in Lubrano “il verbo avanza a passo di danza in questa stanza”). L’intero libro si richiama vistosamente, e già a cominciare con la scelta del titolo, a Carmelo Bene, come a voler entrare in un filo storico ben preciso
e con un fine chiaro, poiché è palpabile tra questi versi la presenza dell’esperienza autobiografica del poeta. I primi versi di apertura presentano quasi una sintesi di tutte le poesie qui raccolte e raffigurano un quadro condensato del sentire che dall’intero libro sgorga: l’autore è in queste pagine totalmente presente in prima persona ed espone e mette a nudo la sua ferita di dolore, sublima tale sofferenza, non annullandola nei versi, anzi donandole un nuovo valore (“c’è una luna piena questa sera e così oscena/ nella sua gravida pienezza nuda/ forse l’estate è già finita e sui muri/ schiaffeggiati dal vento del nord/ i manifesti scoloriti mordicchiati dal sole/ sofferenti ci dicono della/ bellezza che diventa
pianto”). Qui realmente il poeta “sfugge dal codice”, sfugge dal suo stesso codice implicito, dalla sua stessa guida interiore e si modifica apparendo nuovo a sé stesso, si apre al mondo, si rivela nella sua piaga più profonda e ancora non rimarginata e che mai si rimarginerà ma che rimane “bellezza che diventa pianto”.
Lubrano non è di facile lettura, semplice o banale, anzi riesce sempre a scavare grotte con le sue parole, ad abbattere muri, sfondare confini (“salta il recinto il poeta e forgia/ aspira a forgiare una parola”), riesce a liberare follie che nel comune vivere quotidiano non si concepirebbero; adopera la parola con maestria ed esperienza, imprime nel ricevente la poesia una sensazione che poi è difficile scrollarsi di dosso, che rimane sotto la pelle, che trasforma e trasmette un di più, un oltre, di cui poi non si riesce a fare a meno. Il poeta è mago, è abile alchimista che stappa la bottiglia del genio della lampada nascosto al proprio interno e all’interno del lettore predisposto, e stappata questa lampada ne esce qualcosa che l’ascoltatore non sapeva di avere dentro, che viene inevitabilmente liberato ed è destinato ad andare in giro nel mondo, nelle case, nelle piazze, a portare un po’ di follia, un po’ di quell’arte sempre con sé. Lubrano entra nelle persone con le sue poesie e senza mai usare convenzioni, anzi combattendole, senza risultare mai banale, senza cliché (a meno che i cliché non siano voluti per raggiungere uno scopo altro). In questo libro con una presenza così forte dell’uomo-poeta, sono versi i suoi che entrano e divorano, in cui vengono dipinti, scena dopo scena, autoritratti dell’esistenza dell’autore trasfigurati, resi altro da sé e che toccano nervi, punti sensibili interni, come se la sua esperienza, vera o sognata, diventasse esperienza comune di chi legge e tragica, epica, seppure l’autore rimanga ben lontano dalla lirica. La scelta delle parole infatti riporta sempre ad un piano misto, mai solo alto o solo basso, mai solo dolce o solo amaro, mai solo estetico/segnico o solo concettuale: Lubrano si riconferma pieno di tutto, sempre barocco, sempre vitale, più intimo in queste pagine, più rivelante e un po’ meno enigmatico rispetto al passato, sempre critico della contemporaneità, anarchico e politico, sebbene più personale, e rimanendo carico, ricco e denso di significato. Questo libro è il racconto intimo e bruciante di un sogno o di un lontanissimo ricordo che ritorna e si rivive continuamente ed è ferita che sanguina (“quella/questa cicatrice che continua a sanguinare”; “e sarà assetata più che mai tradita e ferita sarà/ questa inquieta bellezza”), ma c’è anche in queste pagine come una nuova malinconica speranza (“in questa voce che mi brucia e che feconda/ e così che possa ingravidare la tua/ voce/ e gravida per il mondo andrai”): il poeta ha fatto tutto ciò che era in suo potere fare e ora non resta che sperare che il canto possa vivere ancora, restare nel mondo a compiere il suo destino (“il verbo avanza a passo di danza in questa stanza/ e nonostante le assenze”; “e a proposito dell’amore qui in questo libro/sto imparando lentamente a/ morire”). E come si evince da questa speranza fecondativa, lo scopo di Lubrano non è semplicemente riflessivo in questi versi, non c’è solo lavoro introspettivo su di sé, vi è infatti pure un’esigenza penetrativa e ricettiva, l’autore desidera entrare nell’altro e rimanergli dentro, ha bisogno di trovare un varco per donare sé stesso, per trasformare l’altro, per impregnarlo e in tal modo il poeta si fa anche toccare dall’altro e si fa a sua volta ingravidare. La poesia di Lubrano è quindi poesia di trasformazione ed è sempre amplesso: è questo forse sempre stato il suo scopo principale e lo è ancor più in questa ultima pubblicazione, in cui la parola è davvero strumento per donarsi al mondo, è linguaggio d’amore (“Lengua Amor Osa”). La poesia per Lubrano è atto totale di libertà, espressione d’amore innocente, perché fine a sé stesso, è atto di imporsi come una presenza necessaria nel mondo, è scambio necessario e primario, è atto di concedersi, di rivelarsi, di scoprirsi nel proprio intimo e di fondersi con l’altro per modificarsi, modificandolo.
Come manipola la parola, la musica, l’arte, usandole per metabolizzare la sostanza inconscia che vuole tirare fuori, così viene manipolato lo spettatore, il ricevente che, se veramente aperto e capace di accogliere, ottiene molto di più del semplice piacere di ascoltare un canto gradevole (e quasi mai Lubrano è poeta semplicemente ‘gradevole’), ma ne ottiene un forte turbamento interiore che lo porta a evolvere, a crescere. Questo autore ancora in questo libro riesce a generare un processo interno, attraverso la costante sperimentazione linguistica, l’inesauribile inventiva, il bisogno di esprimersi e celebrare la totale libertà, in questa dimensione di arte così terrestre, così fisica, in fermento, viscerale e ricca: come in fermento è la ricca e fertile terra nera vulcanica, così è il poeta, così questo artista a tutto tondo, così quest’uomo pieno di energia vitale, e allo stesso
tempo pieno di contraddizioni interiori, pieno di forza che si percepisce nella forza del suo canto, nella passione che mette quando si concede a un pubblico, quando fa l’amore con le parole e gli spettatori, trasmettendosi, imprimendosi nel mondo indelebilmente e così anche trasformandolo.

*
Laura Cammarota

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Poesia sabbatica: “25”

18 sabato Apr 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ Lascia un commento

Tag

25, Francesco Palmieri

 

25

*

da che si è fatto silenzio

nel mio pensiero

nel cuore nascosto dentro al petto

in ogni capello del mio cranio

in ogni cellula della mia carne

in ogni respiro della mia bocca

*

(e non so dire se sei stata tu

a strapparmi gli occhi

e poi gli orecchi

e poi la lingua così come succede

quando l’amore è parola bugiarda

*

o se così è stato voluto in cielo il mio destino

o soltanto perché non ho saputo vivere

sapendo sempre quale treno prendere

e quale lasciare andare)

*

me ne sto

come una conchiglia vuota nella sabbia

il legno spezzato di un veliero naufragato

un vecchio che non aspetta più niente e più nessuno

ma sa che la guerra non è mai finita

e durerà  per sempre, fino all’ultimo saluto.

*

aprile 2025

*

Francesco Palmieri

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Venerdì dispari

17 venerdì Apr 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ Lascia un commento

Tag

Francesco Tontoli, Ritorno sul primo verso

Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi.
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole.
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.

Francesco Tontoli

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

13 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Prosa poetica

≈ Lascia un commento

Tag

Campagne, Giancarlo Busso

 

da Campagne

Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.

 

Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.

 

Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.

 

Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?

 

da Contrade

La domenica in paese

Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte

 

I morti

Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.

 

Vestigia a me prossime e terrene

Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.

 

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTORE

Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...

Poesia sabbatica: “22”

11 sabato Apr 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ Lascia un commento

Tag

22, Francesco Palmieri

22

sì, è magnifico il sole alto nell’alto dei cieli,
la luna sdraiata sul mare a mezzanotte,
la neve nei cortili e la pioggia sulle foglie,
la maestà gloriosa delle montagne azzurre
e il grano d’oro che diventerà il tuo pane,
sì, è bella lei coi suoi capelli sciolti
e il passo di ragazza che corre verso l’amore,
la curva intorno ai seni e la gonna sul ginocchio
e poi il suo corpo nudo sdraiato su lenzuola

ma

perché succede poi l’arsura della terra
per l’acqua che non viene,
i chicchi allo sterminio e la tremenda fame,
il mare che s’infuria e spazza via la casa
di chi lì abitava credendosi al sicuro,
e poi ancora lei con la testa fra le mani
a contare gli anni che non verranno più
e lui che regge appena il peso sulle gambe
e tutti e due a sapere ora
che non c’è eternità
e neanche un altro sogno
paziente ad aspettarli,

perché chi ha creato meraviglia,
il cielo tutte stelle e la vastità del cosmo,
ci ha tradito poi
con il morire a poco a poco,
l’andarsene per sempre
e un tempo che cancella
anche l’ultima memoria
di noi che nati un giorno
duriamo appena appena
un battito di ciglia.

agosto 2024

Francesco Palmieri

Condividi:

  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
Mi piace Caricamento...
← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Articoli recenti

  • “Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2026. Una lettura di Claudio Pagelli 18 giugno 2026
  • Sussurri d’Altrove – Ritratti: Dylan Thomas 17 giugno 2026
  • Miriam Bruni legge una poesia di Carmela Iaratta 16 giugno 2026
  • Ugo Mauthe, “Mélange”, Puntoacapo editrice, 2026. 15 giugno 2026
  • Poesia sabbatica: “Non voglio andare” 13 giugno 2026
  • Venerdì dispari 12 giugno 2026
  • “Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio 11 giugno 2026
  • Franz Kafka, il genio dell’inquietudine che trasformò l’angoscia in letteratura 10 giugno 2026
  • “Ombre d’ali” di Ada Negri. Una lettura di Miriam Bruni 9 giugno 2026
  • Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026. Nota di lettura di Deborah Mega 8 giugno 2026

LETTERATURA E POESIA

  • ARTI
    • Appunti d'arte
    • Fotografia
    • Il colore e le forme
    • Mostre e segnalazioni
    • Prisma lirico
    • Punti di vista
  • CULTURA E SOCIETA'
    • Cronache della vita
    • Essere donna
    • Grandi Donne
    • I meandri della psiche
    • IbridaMenti
    • La società
    • Mito
    • Pensiero
    • Uomini eccellenti
  • LETTERATURA
    • CRITICA LETTERARIA
      • Appunti letterari
      • Consigli e percorsi di lettura
      • Filologia
      • Forma alchemica
      • Incipit
      • NarЯrativa
      • Note critiche e note di lettura
      • Parole di donna
      • Racconti
      • Recensioni
    • INTERAZIONI
      • Comunicati stampa
      • Il tema del silenzio
      • Interviste
      • Ispirazioni e divagazioni
      • Novità editoriali
      • Segnalazioni ed eventi
      • Una vita in scrittura
      • Una vita nell'arte
    • POESIA
      • Canto presente
      • La poesia prende voce
      • Più voci per un poeta
      • Podcast
      • Poesia sabbatica
      • Poesie
      • Rose di poesia e prosa
      • uNa PoESia A cAsO
      • Venerdì dispari
      • Versi trasversali
      • ~A viva voce~
    • PROSA
      • #cronacheincoronate; #andràtuttobene
      • Epistole d'Autore
      • Fiabe
      • I nostri racconti
      • Novelle trasversali
    • Prosa poetica
    • TRADUZIONI
      • Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados
      • Idiomatiche
      • Monumento al mare
      • Sussurri d'Altrove – Ritratti
  • MISCELÁNEAS
  • MUSICA
    • Appunti musicali
    • Eventi e segnalazioni
    • Proposte musicali
    • RandoMusic
  • RICORRENZE
  • SINE LIMINE
  • SPETTACOLO
    • Cinema
    • Teatro
    • TV
    • Video

ARCHIVI

BLOGROLL

  • Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Di sussurri e ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

INFORMATIVA SULLA PRIVACY

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella privacy policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la PRIVACY POLICY.

Statistiche del blog

  • 486.142 visite
Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
Una tantum
Mensile
Annuale

Donazione una tantum

Donazione mensile

Donazione annuale

Scegli un importo

€2,00
€10,00
€20,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

O inserisci un importo personalizzato

€

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazione
Dona mensilmente
Dona annualmente

REDATTORI

  • Avatar di adrianagloriamarigo adrianagloriamarigo
  • Avatar di alefanti alefanti
  • Avatar di Deborah Mega Deborah Mega
  • Avatar di emiliocapaccio emiliocapaccio
  • Avatar di Francesco Palmieri Francesco Palmieri
  • Avatar di francescoseverini francescoseverini
  • Avatar di frantoli frantoli
  • Avatar di LiminaMundi LiminaMundi
  • Avatar di Loredana Semantica Loredana Semantica
  • Avatar di Maria Grazia Galatà Maria Grazia Galatà
  • Avatar di marian2643 marian2643
  • Avatar di maria allo maria allo
  • Avatar di Antonella Pizzo Antonella Pizzo
  • Avatar di raffaellaterribile raffaellaterribile

COMMUNITY

  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di paideia25
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Finanzalibera.com
  • Avatar di The Butcher
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di federicogiovannimaria
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Redazione Voci di domani
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto
  • Avatar di Sconosciuto

BLOGROLL

  • chiscrivechilegge di Antonella Pizzo
  • alefanti
  • Poegator
  • Deborah Mega
  • Disussurried'ombre
  • Di poche foglie di Loredana Semantica
  • larosainpiu
  • perìgeion
  • Solchi di Maria Allo

Blog su WordPress.com.

  • Abbonati Abbonato
    • LIMINA MUNDI
    • Unisciti ad altri 276 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • LIMINA MUNDI
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra

Caricamento commenti...

    Informativa.
    Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la
    COOKIE POLICY.
    %d