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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Una poesia di Miriam Bruni, illustrata da Loredana Semantica

26 giovedì Set 2024

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, Ispirazioni e divagazioni, LETTERATURA, POESIA, Poesie

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Tag

aquiloni, illustrazione, Loredana Semantica, Mare, Miriam Bruni, POESIA

“Mare e aquiloni” illustrazione di Loredana Semantica

Ma non chiedete al mare

sentieri,

direzioni; non aspettatevi

esaustive spiegazioni.

Lui è conferenziere

di lotte e contusioni;

ma non come tra fiere:

tra morbidi aquiloni!

Miriam Bruni

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“Mara e Dann” di Doris Lessing. Una lettura di Antonella Pizzo

25 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Doris May Lessing, nata Tayler (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 novembre 2013), è stata una scrittrice zimbabwese di origine britannica. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2007 con la seguente motivazione: «cantatrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».Doris_Lessing_3

Mara e Dann di Doris May Lessing è un bel librone di più di 500 pagine che ho finito di leggere in soli tre giorni. Le prime cento e più pagine sono quasi prive di dialoghi, i personaggi presenti: i due/tre protagonisti e le figure di contorno, il cattivo di turno, il popolo delle grotte. Molte sono le descrizioni di desolati paesaggi, di pozze d’acqua secche, di fango rappreso, di case con i tetti in paglia, di scorpioni giganti, di pochissime radici gialle trovate sottoterra, di ossa d’animali morti migliaia di anni prima e portati alla luce da improvvise piene di fango, che come improvvisamente arrivano improvvisamente spariscono, di resti di antiche civiltà scomparse di cui si è perso il ricordo. E pur tuttavia il romanzo non stanca e le pagine te le leggi e ti scorrono davanti agevolmente e piacevolmente. Nelle pagine successive il romanzo continua fra descrizioni di avventure e di vicissitudini, fra sventure e avversità, fra colpi di fortuna e coincidenze sfavorevoli, fra una miriade di personaggi, tantissime persone vaganti o stanziali, buone o cattive, ricche o povere, di tutte le razze e di tutti i colori, uomini mostri, uomini fantocci, uomini rimasti uomini.

Romanzo appassionante ed epocale, fantastico, una sorta di fiaba che racconta la storia di Mara e Dann e di tutta l’umanità, la storia della lotta per la vita. In un mondo dove esiste e resiste fortemente la differenza razziale, in un mondo violento, in un mondo assetato e affamato, in quel mondo del futuro ma ricaduto nel passato, vive l’umanità dolente costituita non più dall’uomo moderno ma neppure dall’uomo del passato, l’uomo ha perso la propria identità, vaga incosciente fra relitti meccanici che non sa più usare, manca l’energia necessaria a farli funzionare o si è perso il ricordo del loro funzionamento e della loro funzione. Un mondo nel quale la terra matrigna non dà più frutto, dove gli animali da latte si succhiano per fame le loro stesse mammelle, un mondo dove le lotte fra gruppi diversi, fra razze diverse, sono la normalità, un mondo dove però si fa ancora uso del papavero che dà l’oblio. In questo mondo stravolto si muovono i protagonisti di questa storia. Mara e Dann, due fratelli, un uomo e una donna, che vogliono, che devono, tornare al nord da dove si è venuti, da dove sono stati strappati. Un ritorno alle origini. Sono nel futuro e vogliono tornare al passato, in quel mondo che neppure ricordano ma dove sono certi ritroveranno la propria identità e la propria umanità. La meta agognata alla fine si rivela non essere quella sperata, infatti, arrivano in un “Centro- Regno” dove vivono due vecchi coniugi che hanno consumato la loro esistenza nell’attesa dell’arrivo dei due giovani, i due principi, gli unici sopravvissuti alla strage della loro stirpe, affinché essi possano congiungersi, generare e rigenerare, riconquistare e ricostruire quel regno cosiddetto civile, quella società dove vigeva la schiavitù e regnavano i sovrani. Il centro è pieno di musei e reperti andati ormai in rovina, di un sapere che non si riesce più a comprendere. Così i due fratelli scappano e scelgono di vivere in una fattoria assieme ad altre persone che da soldati si sono trasformati in agricoltori, fra le quali le persone di cui Dann e Mara si sono innamorati, novelli Adamo ed Eva in un nuovo eden, una fattoria dove si può ricominciare a vivere e riscrivere una nuova storia. Mara e Dann sono andati avanti pieni di fiducia, si sono persi e poi ritrovati, hanno combattuto con caparbietà i mali della terra, loro due, simili ma diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, con la propria personalità. La storia più antica del mondo, così la descrive nell’introduzione Doris Lessing, infatti non c’è civiltà che non abbia già scritto una storia simile: fratello e sorella, uomo e donna, parti di una sola unità. Insomma una bella favola, ci sono tutti gli elementi di una storia che soddisfano un comune lettore: i protagonisti che si salvano e la sconfitta dei personaggi cattivi.

Antonella Pizzo Sinossi

” Il clima della Terra è cambiato. Il nord è coperto completamente dai ghiacci, e gli uomini si sono rifugiati al sud, caldissimo e secco. Mara e Dann, due fratelli di sette e quattro anni, vivono in Africa, che ora si chiama Ifrik. Soli e dispersi, rapiti dalla propria famiglia, vengono accolti da una donna gentile e affettuosa, ma la loro nuova esistenza è difficoltosa: la fame, la sporcizia, il pericolo accompagnano costantemente la loro vita. L’aridità e il fuoco distruggono la casa adottiva, e i fratelli sono costretti a spostarsi, ad affrontare l’ignoto, a misurarsi in una serie di avventure che li condurrà in un mondo completamente diverso, dove iniziare a scoprire di nuovo la vita, dove vivere di nuovo. (Dalla scheda su Ibs)”

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LA POESIA PRENDE VOCE: DAITA MARTINEZ

24 martedì Set 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Tag

Daita Martinez, La poesia prende voce, Maria Allo

LA POESIA PRENDE VOCE

La sequenza è tratta da “nell’ora dell’aurora” Italic Pequod, Portosepolto- collana di poesia, 2023, Prefazione di Elio Grasso, legge la stessa autrice

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Monumento al mare: Nathaniel Hawthorne

19 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, Monumento al mare, Nathaniel Hawthorne, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Nathaniel Hawthorne (1804-1864), americano (foto web)

L’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

L’oceano ha le sue grotte silenziose,
Profonde, quiete e solitarie;
Anche se c’è furia sulle onde,
Sotto di loro non c’è nessuno.
I terribili spiriti degli abissi
Hanno lì la loro comunione;
E ci sono quelli per cui piangiamo,
I giovani, i brillanti, i giusti.
I marinai stanchi riposano tranquilli
Sotto il loro mare blu.
Le oceaniche solitudini sono benedette,
Perché laggiù c’è purezza.
La terra ha colpa, la terra ha affanno,
Le sue tombe sono inquiete;
Ma il placido sonno è sempre lì,
Sotto le onde blu scuro.

*

THE OCEAN

The Ocean has its silent caves,
Deep, quiet, and alone;
Though there be fury on the waves,
Beneath them there is none.
The awful spirits of the deep
Hold their communion there;
And there are those for whom we weep,
The young, the bright, the fair.
Calmly the wearied seamen rest
Beneath their own blue sea.
The ocean solitudes are blest,
For there is purity.
The earth has guilt, the earth has care,
Unquiet are its graves;
But peaceful sleep is ever there,
Beneath the dark blue waves.

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Cormac McCarthy – La strada lettura di Antonella Pizzo

18 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Cormac McCarthy – La strada

La strada è il primo romanzo che ho letto di Cormac McCarthy ed è stato una rivelazione, dello stesso autore ho letto in seguito anche altri romanzi ma nessuno mi ha colpito come La strada, come fosse un primo amore che non si scorda mai.

La strada, romanzo distopico e post-apocalittico di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006  (colpevolmente letto da me solo pochi anni fa) è un’opera struggente e potente che esplora non solo il legame tra un padre e suo figlio in un mondo devastato, ma anche i temi universali del bene e del male insiti nella natura umana. Il libro, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa, è considerato uno dei capolavori della letteratura contemporanea.

Il romanzo segue il viaggio disperato di un padre e del suo giovane figlio, entrambi senza nome e definiti il padre e il figlio come a rappresentare ogni padre e ogni figlio appartenente al genere umano. I due attraversano un paesaggio ridotto in cenere a causa di un cataclisma di origine sconosciuta. McCarthy non ci rivela mai cosa abbia provocato la distruzione totale della civiltà. Non sembra essere stata un’esplosione nucleare che tutto cancella in un attimo, piuttosto una lenta e inesorabile estinzione della vita sulla Terra. Forse una catastrofe naturale, come la caduta di un meteorite o uno spostamento dell’asse terrestre, ha causato tutto ciò. Gli incendi devastano le foreste, gli alberi si sgretolano e cadono sul terreno perché non hanno più radici, i semi non esistono più e i frutti degli alberi sono quasi scomparsi, tranne rari funghi  e mele, segni che qualcosa ancora vive.  Dopo dieci anni di sopravvivenza, padre e figlio sanno che non resisteranno un altro inverno nel luogo in cui vivono così  decidono di partire verso altri luoghi, mossi da una debole speranza, non possono più attendere la fine senza far nulla, devono muoversi in cerca della salvezza, di un luogo più vivibile e accogliente.  Il sole è tiepido e senza forza e non riesce a riscaldare l’atmosfera. La terra è ridotta a un cumulo di cenere, priva di vita vegetale e animale, l’umanità è stata quasi completamente annientata.  Il bambino è nato dopo la catastrofe, non ha mai visto un animale se non un cane di sfuggita. La madre, anch’essa senza nome,  dopo il parto preferisce morire  piuttosto che continuare a vivere come morta viva, come una zombie.  Il bambino  e il padre partono con l’intendo di raggiungere il mare che sperano sia blu, hanno nel cuore un vago barlume di speranza e nessuna certezza.

I pochi sopravvissuti che incontrano lungo il cammino si dividono in due categorie: quelli che cercano di mantenere la propria umanità e quelli che sono scesi in una brutalità primordiale, fino al cannibalismo. Alcuni tengono prigionieri altri esseri umani con l’intento di nutrirsene nel tempo, hanno la carne umana fra i denti. Padre e figlio spingono un carrello con quel poco che hanno: qualche scatola di cibo che si sono procurati in un supermercato abbandonato e in un bunker e alcune coperte. Il padre, consapevole di avere una malattia terminale, ha un unico obiettivo: salvare la vita del figlio, anche a costo di uccidere o rifiutare aiuto agli altri. Il bambino, nonostante sia nato in un mondo senza speranza, è portatore di un raro e fragile seme di bontà, il fuoco che rappresenta la speranza e l’altruismo, loro non mangiano gli umani e il figlio vuole prestare aiuto ai derelitti che incontrano nel loro cammino.

L’amore incondizionato del padre per il figlio e la sua determinazione a proteggerlo contrastano fortemente con il contesto disperato e privo di luce. In un mondo in cui la madre ha scelto la morte, padre e figlio sono i portatori di quel fuoco che simboleggia la vita, l’amore e la speranza di preservare la propria umanità. Durante il loro viaggio, incontrano un vecchio, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: Ely, un riferimento al profeta Elia. Il bambino è il prescelto? il messia che porterà la luce nel mondo? “Se egli non è la parola di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. Il viaggio non è stato invano e neppure il sacrificio del padre.

Il bambino rappresenta la speranza in un mondo dove la sopravvivenza ha soppiantato ogni altro valore. In lui c’è una bontà innata, che lo porta a convincere il padre a condividere quel poco che hanno, anche se questo potrebbe costare loro la vita. Ely riconosce in lui una scintilla di qualcosa di più grande. La speranza è quel fuoco, la dignità umana, la fiducia negli altri, l’amore.

Alla fine la speranza in un futuro migliore e nella rinascita sembra prevalere: il padre muore, ma è riuscito a condurre il figlio fino al mare.   Il ragazzo incontra una nuova famiglia e si affida, ora ha una madre e un padre adottivi, e persino un cane,  una visione di normalità e di futuro. La domanda finale è simbolica: “Ma voi non mangiate la gente?” la risposta, “No, noi non mangiamo la gente”, rappresenta la possibilità di questa comunità di una nuova vita e di un ritorno all’umanità.

La prosa asciutta e scarna di McCarthy riflette la desolazione dell’ambiente, sempre monotono e grigio. Tuttavia, il romanzo non è mai ripetitivo: ogni pagina rivela qualcosa di nuovo, ed è in questa varietà che si manifesta la grandezza e l’unicità del libro.

La strada è un’opera dura e angosciante, ma di una bellezza rara e profonda. È una riflessione sulla resistenza dell’animo umano e sull’amore che, anche nei tempi più bui, continua a dare un senso alla nostra esistenza. La prosa di McCarthy, poetica nella sua austerità, dipinge un mondo tetro ma intriso di momenti di umanità che restano impressi nella mente molto tempo dopo la fine del libro.

antonella pizzo

dal sito Einaudi

La strada

Il libro

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po’ di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po’ di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

«Guardati intorno, – disse. – Non c’è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione».

Che cosa resta quando non c’è più un dopo perché il dopo è già qui? Generazioni di scienziati, mistici e scrittori hanno offerto in risposta le loro visioni di luce e tenebra. Ci hanno prospettato inferni d’acqua e di fuoco e aldilà celesti, fini irrevocabili e nuove nascite, ci hanno variamente affascinato o repulso, rassicurato o atterrito. Nell’insuperabile creazione mccarthiana, la post-apocalisse ha il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine e senza meta, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile. Restano dunque, su questa strada, esseri umani condannati alla sopravvivenza, la loro quotidiana ordalia per soddisfare i bisogni insopprimibili e cancellare gli altri, la furia dell’umanità tradita e i residui, impagabili scampoli di piacere dell’essere vivi; restano i cristalli purissimi del sentimento che lega padre e figlio e delle relazioni che i due intessono fra loro e con gli altri, ridotte all’estrema essenza nella ferocia come nella tenerezza. E restano le parole, splendide, precise, molto più numerose ormai delle cose che servono a designare; la prodigiosa lingua di McCarthy elevata a canto funebre per «il sacro idioma, privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà». Resta dell’altro, un residuo via via più cospicuo in mezzo al niente circostante: resta un bambino che porta il fuoco e un uomo che lo protegge dalle intemperie del mondo semimorto con implacabile amore, uomo e bambino tradotti in ogni Uomo e ogni Bambino, con responsabilità e ruoli che inglobano e trascendono quelli dei singoli individui. E resta, perciò, uno sguardo discreto in avanti e forse in alto, oltre a quello nostalgico voltato a rimirare il regno dell’uomo così come lo conosciamo. In questa risposta di McCarthy – epica, elegiaca, mitica, profetica, straziante, universale – resta perfino l’imprevedibile: un’affettuosa quotidianità che consola e scalda il cuore.

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LA POESIA PRENDE VOCE: GRAZIA PROCINO

17 martedì Set 2024

Posted by maria allo in Più voci per un poeta, Podcast, POESIA

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Tag

Grazia Procino, Maria Allo, Podcast, POESIA

LA POESIA PRENDE VOCE

Un poeta deve lasciare delle tracce del suo passaggio, non delle prove.

Solo le tracce fanno sognare.

René Char

INEDITO

La fiera della vanità

Se penso a qualcosa
per cui essere ricordata
non penso all’esatto dettaglio.
Mi ostino, se mai, a gettare
fiori di gentilezza,
bellezza antica, che
vedo fiorire ai cigli
di strade accanto a rifiuti maleodoranti.
Mi dissocio dall’insolente profanazione,
dai riti malconci che rendono sostanza
il futile apparire.
La fiera delle vanità
-io, io, solo io-
scaccio testarda.

GRAZIA PROCINO

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Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

16 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, POESIA

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Tag

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte

 

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

Prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi.

Comunicato Stampa

Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta si alternano, intrecciano e sovrappongono concetti filosofici, psicologici, spirituali che, tuttavia, non rimangono tali, cioè astratti, ma s’incarnano nella sua esistenza segnando stimmate e proiettando speranze. La terminologia che può definire la condizione umana qui tratteggiata si sintetizza, individualmente e universalmente, in nuclei problematici aperti e profondi: solitudine e isolamento; nulla e vuoto; male di vivere e inanità; bipolarismi e contraddizioni come morte e rinascita, sogno e realtà, dolore e desiderio, attesa e fine. Si tratta di tematiche, stati d’animo, pensieri che albergano in larga parte della letteratura europea del Novecento e di questo primo scorcio del Duemila, segno della crisi
dell’essere che angustia le giornate dell’uomo occidentale. Si possono rintracciare richiami di tali assunti in alcune liriche di Conti, che sono talora originati culturalmente – per esemplificare – da ispirazioni bibliche, socratiche, ungarettiane. Nel primo caso troviamo nella poesia Perché si è i versi finali che recitano: «…perché si è polvere / e in polvere / si tornerà», con chiaro riferimento al passaggio dell’Antico Testamento (Genesi 3, 19) nel quale Dio condanna l’uomo al suo destino, dopo il peccato originale.

Di indubbia ispirazione al pensiero socratico è la lirica Il tuo domani, che si apre proprio con il famoso motto greco ‘gnōthi seautón’: «Conosci te stesso / e abbi cura di te / raggiungerai l’anima / nella sua profondità / e saprai chi sei / chi dovrai raggiungere / il domani / che verrà». Così risulta agevole riconoscere nell’epigrafica Esistenza, una condivisione con l’immagine simbolica della foglia ungarettiana: «Nel
respiro del vento / vivo / come foglia d’autunno». […].

Enzo Concardi

***

Il sentimento amoroso è un tema affrontato dai letterati di tutti i tempi nelle sue molteplici sfumature e riveste una fondamentale importanza anche nella poesia di Alfredo Alessio Conti; nei testi che seguono audaci metafore, unite ad innovative scelte lessicali e ad un complesso apparato retorico permeano i componimenti di una struggente malinconia, suscitata dalla lontananza dell’amata: «Nella tua assenza / mi perdo / dolce amore mio / ti vedo in ogni dove / nella dura pietra / nelle gocce di pioggia / nel volo di farfalle / nel canto degli usignoli / nel prato fiorito / nella stella cadente / e piango» (Piango). I versi scaturiscono da intense emozioni di fronte al reale pericolo di una insopportabile perdita, avvertita come doloroso emblema della precarietà umana: «L’ho sepolto lì / in quel piccolo cimitero di montagna / il desiderio d’incontrarti / su quelle vette impervie / ad osservare il cielo / e il mondo da lassù…» (Non sono più).
La donna è l’interlocutrice privilegiata del discorso poetico, organizzato intorno a stati d’animo antitetici, nel vibrante ondeggiare del ritmo: la solitudine e la nostalgia per una dolorosa separazione si alternano all’appagante gioia dei momenti trascorsi insieme, a sottolineare la precaria dimensione del soggetto lirico, sospeso tra presenza e assenza, tra l’eco memoriale di stagioni felici e il vuoto dell’abbandono: «Ho pettinato il prato / come se fossero i tuoi capelli / morbidi al tatto / del mio ricordo / sfumato dal dolore / dalla tua mancanza / siamo stati sdraiati qui / ad osservare le stelle / a lasciarci baciare dal sole / con le nostre mani unite / dal sorriso dell’amore /
ed ora che son solo / m’aggrappo alla terra» (Ho pettinato il prato).
[…].

Gabriella Veschi

***

Nelle liriche d’ispirazione religiosa di Alfredo Alessio Conti è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino: «Il Poeta se ne va / ramingo / nell’anima nel cuore nelle membra…» (È un ritrovarsi). Nell’àmbito di tale raffigurazione metaforica se ne pone in risalto la frequente incertezza, si sottolinea il procedere esitante fra il passo spedito e l’imbarazzante, talora penoso zoppicamento: «Cammino zoppicando / o zoppicando cammino / peregrinando / nell’attesa della sentenza / che (…) giungerà zoppicando o camminando» (Zoppicando o camminando).

Incontrare Dio durante il “viaggio della vita” significa assicurare a quest’ultimo una direzione inequivoca e gratificante, conferirgli un preciso scopo etico-ideale («…Non serve a nulla / la nostra esistenza / se non si crede / alla vita interiore / alla nostra anima / umana», Cercatore), arricchirlo del valido sostegno di una Presenza amorosa, che corrobora e guida: «Quello che mi aspetta / va al di là dei miei pensieri / e come il canto d’usignolo / passerà / la primavera dei miei giorni. / Rosseggia l’alba / e Dio / mi ha già preso per mano» (Mi ha preso per mano). D’altronde l’autore riconosce quale tratto specifico dell’uomo una condizione d’attesa («…Laggiù, Lassù…/ci attende / una
nuova / vita», Nuova vita, cors. mio, come dopo) destinata ad essere appagata soltanto dalla rivelazione di un Essere superiore, il quale, mentre prefigura un orizzonte salvifico («…Nell’attesa / dell’onda / salvatrice / credo / in un Dio / misericordioso», Credo), “incarna” l’antitesi illuminante e chiarificatrice rappresentata dalla fede a petto dell’oscurità avvilente e penosa dell’esperienza umana abbandonata
a sé stessa, soffocata dai proprî insuperabili limiti: «…Nel tuo silenzioso silenzio / rimani retto nei tuoi pensieri / osservando il nulla del creato / nel cielo buio dell’esistenza. / Scruti le stelle / oltre il nero cielo e lassù / intravvedi il logos generato / risposta ad ogni domanda» (Logos). […].

Floriano Romboli

AL TRAMONTO

Siamo solo sogni di carta

attimi fuggenti

in questo mondo di fantasia.

Accatasto piano piano gli animi.

Non esistono due verità

al tramonto della vita.

DA DOVE

Da dove viene la poesia

se non dalle profondità

oltre lo spazio indefinito

al di là del tempo

nel Logos e nel Kaos primordiale.

Rimane il mistero

impenetrabile

nella risposta.

LA VITA

Correre, correre, correre

come quando la vita

corre sui campi da calcio

o in alto

sempre più in alto

sferrare un attacco

o raggomitolarsi a difesa

e giungere al traguardo

da vinti o da vincitori

Altro la vita non prevede.

SI FA SERA

La conchiglia sulla riva arenata

emette l’eco del mare

voci di naufraghi in cerca d’aiuto

suono silenzioso di chi riposa in pace

richiamo alla pietà dei nostri giorni

mentre si fa sera

nel mio animo.

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, Guido Miano Editore, Milano 2024.

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Poesia sabbatica: “Me ne sto fuori”

14 sabato Set 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

Me ne sto fuori

  

non che io trafitto

mi sia seduto al bordo

 

(lo sai, ho corso in anni,

in anni ho sopportato assalti ed ombre,

in anni più di una sortita in fondo al molo

perché era oltre il mare e me l’approdo

e non barche, neanche un equipaggio per il viaggio,

solo rottami e vele, valigie sugli scogli)

 

non che io trafitto

piagnucoli un perdono

 

(conosci quanti altari ho costruito

e sai l’offerta di agnelli e di colombe

a farsi fumo in cielo, cenere a terra)

 

tu sai che colpa è il vivere

e vivere espiazione

e allora quale perdono

a chi chiedere perdono

 

è solo un uscire dalla vista

chiudere la porta alle mie spalle

aprire di un quaderno il primo foglio

 

e scrivere il dolore che ci tocca.

 

 FRANCESCO PALMIERI 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Edizioni Terra d’ulivi)

 

 

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“Diario dell’approdo” di Fernando Della Posta. Nota di lettura di Emilio Capaccio

12 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Tag

Diario dell'approdo, Emilio Capaccio, Fernando Della Posta, POESIA

Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.

Emilio Capaccio

*

Dalla Terra emana un’energia estrema,
tanto che lupi e creature selvatiche
del dolce e dell’occulto, con volti
monumentali da sfingi presidiano
i viali tagliafuoco. Se non viste,
come Gorgoni giocano a contarsi.

*

L’uomo talvolta si sente chiamato
ad animare paesaggi lontani,
dove soltanto una vasta bellezza
chiara veleggia tra gole e vallate.
Quella bellezza grandiosa e serena
che solo chi è saldo nella disciplina
può avvicinare con destrezza.
Quella fermezza di chi incatena
le numerose voglie da sfamare
avute in dono da una mala stella.

*

Muore l’estate nel suo stesso fuoco
di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte
più calde di un autunno più probo.
Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza
di vita, si tende alla vita con mire
più astute e precise. Sopravvive
chi vince sfide sommesse di bruchi,
su cenci di morti sotto maglie di felci.

*

Estivo malessere d’ogni singolo
viottolo del borgo, tregue irrisorie
solo sotto boscaglie di platano
accenni alle ombre in fuga.
Difficile sacrificare a un’ara
malinconica, ogni nostro superfluo
intendimento, per aprire nuovi occhi
su spesso intuiti, perduti orizzonti;
su panorami di maggesi accesi
in luogo di retabli marcescenti,
levigati uncini di cenere e ossa,
punteruoli fermi a un passo dal cielo.

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.

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Weyward il romanzo di esordio di Emilia Hart – una lettura di Antonella Pizzo

11 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Emilia Hart

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Weyward – Emilia Hart | Fazi Editore

L’autrice

Weyward è il romanzo di esordio di Emilia Hart,  uscito nel 2023  nella collana Le strade di Fazi Editore, pag. 406, con traduzione di Enrica Budetta. Con questo libro ha raggiunto un pubblico così vasto che si è classificato come uno dei romanzi più venduti in America e in Inghilterra. Emilia Hart è una giovane scrittrice inglese di origini australiane. Nata a Sydney, ha studiato letteratura inglese e legge all’università del New South Wales,  lavora come avvocato a Londra.

La copertina

La copertina incuriosisce perché inusuale, è di un bel giallo vivo con le stampe di un corvo e di due insetti, dei tralci di foglie e fiori colorati, un evidente richiamo alla flora e alla fauna.

La storia

Il racconto si svolge su tre piani temporali, nel 2019, nel 1942 e nel 1619, e racconta la storia di tre donne, Kate, Violet e Altha, che appartengono alla stessa famiglia, le Weyward.

Le protagoniste

Le tre  donne, per ovvi motivi temporali, non si sono mai incontrate ma sono legate, oltre che da legami di sangue, anche da una precisa peculiarità. Le tre possiedono un dono meraviglioso, sentono i soffi impercettibili della natura, il verso degli animali, il brusio degli insetti, degli alberi e delle erbe, i suoni che nessun essere umano normale percepisce.

Sono loro stesse natura e sono perfettamente integrate in essa, ne fanno parte, non ne sono alleate ma sono compartecipi della flora e della fauna. Ne avvertono i segnali, comunicano con la natura e la natura comunica con loro come fossero un unico organismo.

Altha

La madre di Altha, vissuta nel 1600, era considerata una strega perché curava i malati con decotti di erbe medicinali che raccoglieva nei campi, andando contro alla medicina ufficiale che utilizzava le sanguisughe. La madre ha trasmesso alla figlia il suo sapere. Rimasta sola la ragazza dovrà affrontare la comunità che la manda a processo con l’accusa d’aver ucciso un uomo tramite i poteri che Altha ha sugli animali.  Si indaga anche sul fatto se la ragazza avesse mai avuto in casa un familio, cioè un animale a servizio  del suo padrone e che ha poteri magici malvagi.

Violet

Durante la seconda guerra mondiale la sedicenne Violet vive in una isolata e grande magione assieme al severo padre e al fratello. Orfana di una madre che non ha mai conosciuto e della quale non sa nulla o quasi, ne sente la mancanza. Di lei ha solo un medaglione misterioso con incisa la lettera W. Della  madre sa solo che è strana, forse parlava come Violet con gli animali e le piante. Il padre insiste a farle conoscere il cugino  Frederick soldato in licenza che gode della stima e dell’ammirazione del padre, al punto da preferirlo al figlio. Il cugino sarà fonte di guai e sofferenze per Violet e  le farà dimenticare la sua vera natura.

Kate

Infine la terza donna, Kate, vive nel 2019 assieme al marito violento  che la costringe in casa, sorvegliata e  controllata, la donna assoggettata al marito vive come fosse in schiavitù, non si riconosce più nella bambina e nella ragazza che era un tempo, in attesa di un bambino progetta la fuga  e si rifugia nel cottage ereditato dalla sua vecchia prozia Violet. Un luogo particolare intriso di mistero.

La lettura

Si ha l’impressione che si tratti di un libro di magia e stregoneria, ma non lo è. Piuttosto tratta la violenza maschile e la forza delle donne che hanno trovato il coraggio di opporsi a essa, che hanno trovato la forza di superare ogni ostacolo all’apparenza insormontabile.  Le storie delle tre protagoniste possono sembrare molto diverse tra loro ma in realtà sono accomunate dalla ricerca della libertà, dal bisogno di essere se stesse, di sopravvivere e ribellarsi al potere maschile, del marito, del padre, del giudice indagatore, della società, di un intero villaggio,  e non è magia ma resilienza e potere che alle protagoniste proviene dal loro essere parte della natura, e la forza che proviene dalla conoscenza di essa.

Libro coinvolgente con una forte tematica ma che viene trattata con leggerezza, la stessa leggerezza della damigella, l’insetto dalle ali trasparenti che spesso appare tra le pagine del libro, la stessa forza degli animali quando fanno la carica e che poi si fermano a pascolare,  della natura selvaggia che dopo la furia si placa.  Weyward è un libro dinamico e fantastico,  insegna ad avere rispetto della natura e a credere in se stesse, si può rinascere come gli alberi e i fiori se ben coltivati e curati. Una bella lettura senza alcun dubbio.

Dalla quarta di copertina

Hanno fatto di tutto per metterci in gabbia, ma una donna Weyward sarà sempre libera e selvaggia.

2019 -Con il favore del buio della sera, la trentenne Kate fugge da Londra alla volta del Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna ereditata da una prozia che ricorda appena. Avvolta da un giardino incolto su cui torreggia un acero secolare, la dimora la proteggerà da un uomo pericoloso. Presto, però, Kate inizierà a capire che le sue mura custodiscono un segreto molto antico.

1942 -Mentre la guerra infuria, la sedicenne Violet è ostaggio della grande e lugubre tenuta di famiglia. Vorrebbe soltanto arrampicarsi sugli alberi e poter studiare come suo fratello, ma da lei ci si aspetta tutt’altro. Un pensiero inquietante, poi, la tormenta: molti anni fa, poco dopo la sua nascita, la madre è scomparsa in circostanze mai chiarite. L’unica traccia di sé che ha lasciato è un medaglione con incisa la lettera W.

1619- La solitaria Altha, cresciuta da una madre che le ha trasmesso il suo amore per il mondo naturale, viene accusata di stregoneria; rinchiusa nelle segrete di un castello, presto sarà processata. Un contadino del villaggio è morto dopo essere stato attaccato dalla propria mandria, e la comunità locale, coesa, ha puntato il dito contro di lei: una donna insolita. E le donne insolite fanno paura.

Ma le Weyward appartengono alla natura. E non possono essere addomesticate. Intrecciando con maestria tre storie che attraversano cinque secoli, Emilia Hart ha dato vita a un potente romanzo sulla resilienza femminile e sulla forza salvifica della solidarietà tra donne in un mondo dominato dagli uomini.

Antonella Pizzo

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LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCA ALAIMO

10 martedì Set 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

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Franca Alaimo, Maria Allo, Podcast

LA POESIA PRENDE VOCE

” è il ruolo della voce e quello del dettaglio nell’espressione a fare la poesia”

Paul Valéry

UN INEDITO

Gli incustoditi

I poeti sono gli incustoditi.

Nemmeno gli angeli li riparano

da venti e bufere perché sanno

che devono attraversare il dolore

per diventare testimoni del vero.

Il loro dono è un flauto

bello ma tremendo:

ad ogni stonatura il mondo

trema e vacilla perdendo la misura.

I poeti sono gli incustoditi

perché non c’è recinto che possa

esiliarli nel poco dell’apparente.

Si avventurano spesso

con i loro bagagli di nuvole e niente

nel profondo dei boschi

là dove tutto comincia nell’ombra e

la voce del vento compone

muovendo le foglie

la musica segreta di un altrove.

Prima di andarsene salutano

con un inchino grazioso e innocente

-come quello che si insegna ai bambini-

la prigione quotidiana

di norme, riti e moniti insipienti

FRANCA ALAIMO

 

 

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“Anfore dal cielo” di AA.VV., Àncora Editrice, 2023. Recensione di Silvio Aman

09 lunedì Set 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni

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Anfore dal cielo, Silvio Aman

 

AA.VV., Anfore dal cielo (prefazione di Mons. Giovanni Giudici, postfazione di Giovanni Rossella) Milano, Àncora Editrice, 2023, pp. 110, € 12.

 

Anfore dal cielo (titolo estratto da Save the seed, di Anna Vercesi) forma un grazioso volumetto in cui le brevi raccolte delle Autrici si succedono attraverso le poesie-snodo in funzione di dedica, col risultato di collegarle tutte nello stesso sentimento di amorosa partecipazione alla natura (come creazione in senso biblico) in cui “vi è pure il richiamo all’esperienza cristiana” come nota giustamente Mons. Giovanni Giudici nella sua prefazione. Di fatto, i riferimenti delle Autrici alle virtù teologali di fede, speranza e carità costellano le loro esperienze di donne e madri, e lo fanno in modo corale nei “differenti stili” come indica il postfatore Luciano Rossella. L’anfora, sotto il profilo simbolico è un contenitore totale che riguarda l’aspetto contemplativo della natura e di partecipazione alla realtà, del resto ben espressi a vario titolo dalle quattro Autrici, le quali alternano la misura epigrammatica a tenore mistico all’estensione argomentante, a volte sfiorando le durezze dell’invettiva, come in Lorenza Auguadra, per la quale “Pregare/ è la mistica di un verso”.

 

La parola trova il cuore

da buio a luna piena

la croce lascia un corpo

di luce dalla tenebra.

(Promessa, p. 17)

 

Un tondo

a rassicurare la notte

cielo resuscitato

misura di pienezza

per occhi rinnovati.

(Luna piena, p. 26)

 

La presenza della luna, oltre che della croce, ci riporta ai dipinti di Caspar David Friedrich, come simbolo della luce e di Cristo.

Le poesie di Adriana Rinaldi sono una laude del creato inteso come creazione del Padre fonte di amore, senza incertezza, mentre la scienza, laddove si estranea dalla fede procede nella continua rettifica delle sue ricerche su basi deterministiche.

Sono nata nell’Amore

nel legame serrato

che conduce dalla terra

al cielo

sono nata in divenire, perfettibile

[…]

sono nata Creatura

fatta di carne e di spirito

[…]

sono nata figlia

di un Padre che nutre le stelle

[…]

(Eccomi, p. 36)

 

Il dittico Il figlio alla Madre, la Madre al figlio vuol essere anch’esso una laude della reciprocità (mentre la teoria psicanalitica testimonia l’irreciprocità strutturale dei rapporti) in cui non per nulla troviamo significanti come “riflesso” “specchio” “impronta” “sguardo” nonché l’uso del maiuscolo…

 

Sei il riflesso

del mio esistere.

Sovrano volto,

specchio del mio mondo.

(ivi, p. 39)

 

Le braccia vanno allargate

gli occhi aperti

le bocche devono contemplare

le meraviglie assolute

della Gratuita Esistenza!

(Affidarsi, p. 41)

 

L’Amore è il culmine della gioia

quando all’orizzonte vedi

il corpo dei tuoi pensieri

e il sorriso del sole.

(Amarsi, p. 42)

 

Poesia dell’apertura, della fede e dell’incessante fervore (“Vivo ogni istante/ come dono di eternità”. Eternità, p. 50) anzi dell’ebrezza…

 

la vita geme e sospira –

si ubriaca d’Amore

vive e giace.

Riaffiora il Canto

s’ode in lontananza

il lamento.

(S’ode in lontananza, p. 44)

 

che oltre a Whitman parrebbe ricordarci Baudelaire:

 

Il faut être toujour ivre.

Tout est là:

c’est l’unique question.

Pour ne pas sentir

l’horrible fardeau du Temps

qui brise vos épaules

et vous penche vers la terre,

il faut vous enivrer sans trêve.

Mais de quoi?

De vin, de poésie, d’amour ou de vertu

à votre guise.

Mais enivrez-vous.

 

Anche Teresa Scroccarello parla di eternità e mistero, ma le sue poesie sono maggiormente legate alla sfiducia nelle parole…

 

Impermeabile Eternità

fissa costante, durevole non modificabile.

Tutto assembla Oltre –

neanche più le parole bastano

ma un silenzio duro e forte

mi trascina a Te, Eternità

(Oltre, p. 61)

 

Il suo Dio è oscuro (una sorta di pascaliano Deus absconditus) e raggiungibile solo per via negativa, non come una meta predefinita…

 

Dio,

silenzio che chiami

ad una quiete piena

d’inquietudine –

della Tua presenza

sono inquieta

non so mai cosa vuoi

non sono le mie emozioni

e il tuo volere è così oscuro

[…]

(Questo è il dono del silenzio, p. 62)

 

L’uso dell’ossimoro di “quiete piena/ d’inquietudine” lascia da parte ogni festosa eccitazione: “Qual è la Volontà/ di un Dio pieno di silenzio”. Il suo silenzio fa ammutolire. Qui, benché la Trinità, secondo il dogma, non possa scindere le tre persone, Teresa pare nutrire maggior vicinanza con Gesù, l’uomo che ha vissuto, come si evince dal brano Al volto Santo di Manoppello A.D. 2006 (pp. 63-64) dove, con la personificazione del silenzio, troviamo: “Io non so pregare, il silenzio prega in me”.

In Preghiera (p. 66) parremmo riascoltare la voce di Giobbe:

 

Triste, svuotato d’animo come di pietra

è il mio cuore, ai piedi di questo Altare,

invoco il Tuo richiamo.

Aiuto, cerco Te per trovare me, Signore.

Neppure le parole osano, mi tradiscono

[…]

A che serve un fuoco che brucia

se non accende l’altro?

Un fuoco solitario?

A che serve condivisione, riconoscimento

[…]

Ho una solitudine, riempimi di Te – Oh Signore!

 

La fede nel Dio silenzioso (le parole tradiscono) qui pare intrecciarsi con l’aspetto esistenziale, cioè con la mancanza di amore. Come per le mistiche, le quali parlano dello Sposo divino, è nella solitudine che il Signore può far avvertire la propria presenza, sia tramite le sacre figure intermediarie (ma verso l’oltre, ad esempio tramite l’icona descritta da Florenskij) sia direttamente come nei ratti di Maddalena de’ Pazzi, sia nella nebbia, come qui, sia infine nell’oscurità, come in San Giovanni della Croce, con diverse gradazioni…

 

Nella nebbia appare il dolce Volto

Tu ragione del mio essere

eppure nella mia casa il quotidiano freme

nulla di più importante

mi stringe a queste mura.

(Nazareno, p. 67)

 

Anna Vercesi, le cui poesie sono ora parenetiche ora volte alla laude come in Rosa pulchrissima, alias Regina Cieli, auspica “l’incontro con l’altro” specie se derelitto, seguendo con ciò le parole di Gesù…

 

Cosa saremmo senza l’incontro con l’altro?

L’altro

Cane scalzo nell’ombra

L’altro

[…]

Apri il cuore che ce l’hai

Ritrovati, che il Signore della sera

Fa sbocciare ancora i fiori tardivi

Nell’enigma universale dell’amore

Che ama senza disarmanti aspettative.

(Scalzi, p 82)

 

L’incontro non c’è se non come sogno, mentre pochi metterebbero in dubbio il reale bellum omnium contra omnes, frase ripetuta da Linneo, se anche nei giardini, dove in superficie tutto ci appare armonioso e in pace, domina la cruenta necessità della natura, con i batteri atti a demolire l’humus, gli insetti killer, i bruchi devastatori e via così… Ma appunto per questo sorge l’anelito all’“euneirofrenia” e all’“incontro” come sogno del bello e della pace.

Trovo interessante, il complemento di specificazione “della sera” riferito al Signore nel tempo della kènosis del Cristianesimo. Anna Vercesi chiude così la poesia Shalom, padre, shalom: “Non ho più voce e canto/ Siamo storni nel vento/ Aquiloni, di bianchi e tenui colori” (P.84). Gli storni volgono certi alla meta, mentre nel discorso possono irrompere incertezze, equivoci, atti mancati… A “bianchi e tenui colori” immagino si possa associare un senso di pace in contrasto con “miserie” “chiodi” “lividi e spini” e che col “Signore della sera” potrebbe richiamare il sonetto di Foscolo: “Forse perché della fatal quïete/ tu sei l’immago a me sì cara vieni”.

Ancora ne Shalom, padre, shalom, leggiamo:

 

Voglio una vita senz’ordigni

Senz’ordini di sparizioni

Senza brigate di eliminazioni

 

Certo, se non si mettessero di mezzo i contrasti economici, fomiti di guerre e distruzioni, e fossero davvero assolvibili gli imperativi francescani.

 

Silvio Aman

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Poesia sabbatica: [quando ti troverò]

07 sabato Set 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

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Francesco Palmieri, Poesie giovanili

 

[quando ti troverò]

 

quando ti troverò amore

tu non volterai lo sguardo

da un’altra parte

 

quando ti troverò

tu non mi lascerai solo

nella strada

né ti nasconderai più

perché io ti rincorra

a perdifiato nella gola

 

quando ti troverò amore

tu non avrai un segreto

da nascondere,

tu non avrai segreti,

 

tu non giocherai

al gatto e al topo

e non sarai tu il gatto

non sarò io il topo

 

quando ti troverò amore

sarà una giornata d’estate

e ci saranno i fiori nei giardini,

il vento profumerà di rose

e brillerà il sole

negli occhi tuoi d’estate

e di fiori

 

quando ti troverò amore

tu mi chiamerai per nome

ed io ti chiamerò per nome

 

e per tutto il giorno

noi non ci lasceremo mai

noi non ci lasceremo più.

 

 FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili”)

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Monumento al mare: John Masefield

05 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, John Masefield, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

John Masefield (1878-1967), inglese (foto web)

FEBBRE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Calarmi ancora nei mari, nel solitario mare e nel cielo,
E tutto ciò che chiedo è un’alta nave e una stella per condurla,
La gioia del timone, la canzone del vento, il tremolio della vela,
Una nebbia grigia sul volto marino e una grigia alba nascente.

Calarmi ancora nei mari, perché il richiamo della corrente
È un chiaro e selvaggio richiamo che non può essere negato;
E tutto ciò che chiedo è un giorno di vento con bianche nubi volanti,
Con spruzzi e spume sollevate e gabbiani che gridano.

Calarmi ancora nei mari, alla vita zingara e vagabonda,
Sulla via di gabbiani e balene, dove il vento è un coltello affilato;
E tutto ciò che chiedo è un’allegra storia da un ridente compagno,
E un sonno tranquillo e un dolce sogno per quando il gioco è finito.

*

SEA FEVER

I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face, and a grey dawn breaking.

I must go down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.
 

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Virdimura di Simona Lo Iacono, una lettura di Antonella Pizzo

04 mercoledì Set 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, simona lo iacono, virdimura

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Virdimura – Guanda pag. 224

Simona Lo Iacono 

“Ero diavola, dicevano i cristiani. Ero impura, dicevano gli ebrei. Ero perduta, dicevano gli arabi.”

Virdimura non è un personaggio di fantasia ma una donna realmente vissuta, un medico di origine ebrea figlia di medico e moglie di Pasquale de Medico di Catania. Fu la prima donna che, in assoluto, venne autorizzata a esercitare la professione medica. Così si legge in wikipedia:
“La dottoressa Virdimura, che si occupava di “medicina fisica” e specializzata nella cura delle malattie interne, chiese alle autorità di esercitare la professione medica, in un eccezionale periodo nella storia mondiale di pace fra cultura cristiana, islamica ed ebraica, per aiutare i malati indigenti che non avrebbero avuto la possibilità economica di sostenere le spese sanitarie, dal momento che le cure e le assistenze dei medici cristiani erano molto costose. Al tempo recarsi dal medico rappresentava un privilegio per pochi; sicché Virdimura volle rendere il suo mestiere una missione.
Era molto stimata per la sua bravura e conoscenza della pratica medica, ma anche per aver alleggerito il lavoro dei medici cristiani che non riuscivano a gestire tutte le richieste che pervenivano. Il suo operato fu rivolto anche alle donne, in un periodo in cui la maggioranza di esse ricorreva alla chirurgia plastica per nascondere la perdita della verginità, la cui scoperta avrebbe comportato onta e stigma sociale. La presenza di donne medico si rese necessaria allorquando le donne si rifiutarono di essere sottoposte a visite mediche da parte di uomini.”
Simona Lo Iacono ha tratto ispirazione da un documento conservato nell’archivio storico di Palermo, da questo è nata questa biografia storica romanzata. Non si sa molto della vita di Virdimura se non a grandi linee. La scrittrice ha saputo tramite la sua scrittura in siciliano antico riportare in vita Virdimura, una donna fiera e coraggiosa vissuta nel 1300, che non teme la Commissione di giudici, presieduta dal Dienchelele, riunita per decidere se concederle la licencia praticandi in scientia medicine circa curas phisicas corporum humanorum, maxime pauperum.
Virdi-mura, verde come il muschio che affiora dalle mura di Catania che il padre Uria usava raschiare per farne delle medicine. Virdimura fu il nome che le diede il padre. La madre era morta mettendola alla luce e Uria era solito portare la bimba, ancora neonata con sé. Fino a che la bimba cominciò a camminare, allora le fu concesso di camminare fra i letti dei malati, avvicinarsi a loro, imparare a curarli così come faceva il padre Uria, che del suo mestiere aveva fatto una missione.
“Pur essendo esule, mio padre non volle mai sentirsi straniero e imparò ad abitare ogni parte del mondo. Casa non era un luogo, per lui era una relazione. E ovunque potesse svilupparla, con Dio, con gli uomini, con la natura, con gli animali, edificava camere invisibili. Stanze dove soffermarsi. Edifici che non avevano mura ma nomi da pronunciare, corpi da soccorrere, da curare”.
Catania era una città popolosa, multietnica, abitata da cristiani, arabi, ebrei, ma quando fu colpita da epidemie di tifo e pestilenza qualcosa cambiò. Uria, che non era un uomo venale e che aveva un approccio diverso, più legato alla natura, alle piante, ai minerali, che guarisce i corpi e le anime, un approccio più moderno verso i malati, che era portato all’ascolto, in qualche modo ne restò coinvolto. Rimasta sola Virdimura, supportata dalle provviste e altri materiali necessari alla professioni che il padre, che sapeva che sarebbe stato allontanato, aveva provveduto a occultare in una grotta. Virdimura, senza famiglia, sola al mondo, Ebrea, donna, vittima di pregiudizi razziali e di genere, quando le donne che usavano le erbe venivano considerate streghe e quindi perseguitate, a Catania di nascosto inizia a curare i malati. Sono le donne le sue principali clienti, specie quelle che avendo subito violenza da piccole in vista del matrimonio vogliono nascondere al marito la perdita della verginità. Virdimura deve superare pregiudizi e angherie assieme a Pasquale, figlio di medico, che diventa il suo compagno di vita e di mestiere. Organizzano un laboratorio, ospedale, biblioteca, un asilo, curano gratuitamente chi ha bisogno.
Il romanzo è piacevole e interessante perchè in prima persona questa donna si racconta. Una donna vissuta nel 1300 ma moderna per carattere, determinazione, senso etico e di responsabilità, generosa e per certi versi e amorevole e ammirabile. Un’eroina. La scrittura è elevata e intessuta di siciliano antico, è ben equilibrata. Il romanzo è interessante anche perché fa luce in modo molto dettagliato nell’antica medicina, ricostruendo interventi,  e nella cultura ebraica.
Antonella Pizzo

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LA POESIA PRENDE VOCE: CRISTINA BOVE

02 lunedì Set 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

≈ 2 commenti

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Cristina Bove, La poesia prende voce, Maria Allo

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “La simmetria del vuoto” di Cristina Bove p.19 ( Arcipelago Itaca edizioni, 2018 ), legge la stessa autrice

Di genere

*Abbiamo un modo così particolare

di scriverci la vita addosso

certificati d’esistenza in cui pezzi mancanti

più o meno visibili

ci sottraggono peso  (dimagrimento garantito)

ci squalificano fino a dimostrare

che non siamo più stelle dipinte belle

ma

in quel pugno di niente

e ci si trova un giorno in disavanzi

cambiate  fuori e frammentate dentro

*in quel vuoto che ci faceva donne sconsolate

_ si vive per i figli e per mille altre ragioni_

cicatrici ipertrofiche a ricordo

il corpo in astinenza d’emozioni

la giovinezza estinta prima che fosse tempo 

io scrivo donna

senza cancellature o pentimenti

in lingua femmina

(di maschi è stato scritto per i secoli)

e mi dichiaro fiera

per quanto mi si dica circoscritta

di tanta mia esistenza al femminile

*e sul finire parlo anche in dialetto

recupero i miei geni primordiali

sono che siamo tutte _amate o meno_

rivendico il diritto

a proclamare un cuore poliglotta, uno straniero

che per farsi capire anche dagli uomini

figli fratelli padri amici amanti

dialoga e gesticola più forte

CRISTINA BOVE

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“Ora che sale il giorno” di Salvatore Quasimodo

01 domenica Set 2024

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Ed è subito sera, Ora che sale il giorno, Salvatore Quasimodo

Con il testo di oggi riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

 

SALVATORE QUASIMODO, Ed è subito sera, Poesie, 1942

 

L’incipit di Ora che sale il giorno descrive il tramonto della luna, in particolare l’attimo prima dell’alba quando la notte sembra sciogliersi nella luce che avanza.
Nella seconda strofa il poeta descrive le verdi pianure della Lombardia, vive come le vallate del Sud in primavera. Settembre diventa canto di nostalgia e solitudine. Il poeta manifesta i suoi sentimenti di esule che vive lontano dalla propria terra e dagli affetti più cari. Il paesaggio si fa simbolo del suo stato d’animo; egli ha abbandonato i compagni per rifugiarsi nella propria solitudine in cui poter rievocare, senza alcuna interferenza, l’immagine della donna amata, più lontana e irraggiungibile della luna stessa, descritta all’inizio della lirica, condannata a svanire, come un sogno, quando sorge l’alba sulle pianure erbose. Lo scalpiccio duro degli zoccoli dei cavalli sulle pietre del selciato segna il rumore sgradevole del risveglio che costringe ad abbandonare l’incanto del sogno. Lo scarto tra sogno e realtà emerge in tutta la sua drammaticità: persino la nostalgia sembra appartenere alla dimensione onirica, che si scontra con l’esistenza fatta di impegni, doveri e concretezza.

 

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“Le cicale” di Giosuè Carducci

15 giovedì Ago 2024

Posted by Loredana Semantica in ARTI, LETTERATURA, RICORRENZE

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Emil Nolde, “Tramonto”, 1945

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide
mattinate; cominciano ad accordare in lirica
monotonia le voci argute e squillanti.

Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi;
poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,
pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta
d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e
canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi
dei mietitori.

Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere
solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura
canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…

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“La poesia è un lunghissimo addio.” I “Dialoghi con Amin” di Giovanni Ibello

24 lunedì Giu 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Tag

Deborah Mega, Dialoghi con Amin, Giovanni Ibello

 

“Dialoghi con Amin”, uscito nel 2022 per i tipi di Crocetti con prefazione di Milo De Angelis, fin dai primi versi, si presenta come un poemetto oracolare e profetico. Per esorcizzare il timore che la poesia renda “soli”, Ibello intitola “Dialoghi” la sua opera come a voler sancire la necessità del colloquio fra due o più persone. Il titolo rimanda alla tradizione filosofica classica dei dialoghi di Platone, in Ione, in particolare, citato da De Angelis, si afferma che il processo poetico non è dovuto alla conoscenza ma all’ispirazione divina, rappresenterebbe, infatti, una forma di pazzia ispirata dalla divinità. Questo è forse il senso dell’addio, di cui parla Ibello, “addio” nel senso di abbandono della vita cosciente, essendo la poesia al tempo stesso dono e condanna, da cui non si guarisce. L’opera è ripartita in quattro sezioni: Yucatan, Teorema dei roghi, Be aware of God, Luce cariata dall’avvenire. Nell’epigrafe iniziale che introduce la prima sezione sono riportati i versi di una delle prime poesie del poeta arabo contemporaneo Adonis, in cui l’universo è ricomposto in noi in modo indissolubile al punto da non riuscire a individuare l’origine di tutto, chi dei due abbia generato l’altro. Amin probabilmente è l’alter ego dell’autore, voce intima che restò nel noncanto, la vita sognata che non ha mai conosciuto l’amore.  Frequenti sono le metafore, sparse per tutto il testo, cimitero della sete, santuario delle nebbie, coltre di spilli, che evocano immagini e riferimenti intertestuali di ampliamento del testo in cui si cerca al tempo stesso di perseguire una sorta di economia espressiva che stimoli la meditazione e lasci spazio al silenzio, vero grande protagonista dell’opera. Segue un altro esergo di grande efficacia, questa volta tratto da Cristina Campo: “Di ogni parola inutile ci sarà chiesto conto”, che invita a celebrare il silenzio inteso come atto meditativo e consapevole. Se vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola  / che sia una, scrive il poeta, la parola taciuta permette l’implosione, la lacerazione che auspica. L’introspezione risuona dal profondo e si apre alla percezione sensoriale della realtà che ci circonda, superandone la frammentazione e interiorizzandola. La dimensione dialogica tra il sé e il proprio doppio appare a tratti irreale e delirante, la poesia si fa lamento, imprecazione, bestemmia fino a giungere al disincanto e alla constatazione amara Amin, noi siamo soli. Nessun verso sconta la primavera, scrive l’autore. “La morte si sconta vivendo”, scriveva Ungaretti, il sollievo della morte si paga con le sofferenze della vita. Qui la liberazione desiderabile è la primavera, il prezzo da pagare è il verso, peccato che nessun verso riesca a scontare la primavera. Ibello, però, sa bene che occorre fare del corpo la misura del tremendo perché il verso sia fecondo. La seconda sezione si conclude con un’altra citazione, questa volta di Alessandro Ceni, tratta da Mattoni per l’altare del fuoco, in cui afferma l’inevitabilità della caduta oltre al fatto che sia eterna e definitiva. Anche il rapporto con Dio è difficile e controverso. A volte è invocato, Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire / poco a poco / insegnaci il dialogo amoroso / tra i picchi delle braci / e l’arpionata notte, a volte deriso, mentre ancora / tiri a sorte la vena / dio anatema, / ti sfiori trasognato le palpebre…, delle cose lontane, dio demente / che scalcia / nel grembo della cancellazione, del fiore nero, dei deserti. Del resto il cifrario di dio è una giostra di tagliola e vento. Frequente è l’utilizzo del tono aforistico-oracolare e di termini mistici che concorrono a creare un approccio immaginifico e numinoso, ai bordi dell’onirismo: occhi crociati, rito, santuario, vergine, crisma, diluvio, alleanze, urlo angelicato, osanna, ali, divinazione, scisma, santi, urlo luciferino, salmodiare, battesimo, sacerdozio, preghiera, luce. Nella terza parte dei Dialoghi Dio è ritrovato nel talento di Maradona, simbolo di genialità e sregolatezza. Seguono alcuni versi di Insana de La clausura, “Vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo”. Svuotarsi del superfluo purchè si scriva, che significa ammettere la colpa, dice Ibello. Infine giungeremo al sonno eterno, assisteremo alla retrospettiva lenta dell’infanzia e alla campionatura degli amori che avremo vissuto. Lo sguardo del poeta indugia frequentemente sugli elementi della natura, il sole è una biglia di benzodiazepine, è infartuato, perfino la gioia nasce incendio e muore sole, la luna è nuova, esiliata, pietraluna, mezzaluna che ricorda la Mesopotamia, talvolta citata insieme alle ziqqurat. Ibello menziona le stagioni ed evoca atmosfere sospese e misteriose ricorrendo all’utilizzo dell’analogia e della sinestesia. In diversi passaggi il poemetto non è esente da elementi simbolisti talvolta di taglio crepuscolare. Il poeta, depositario di illuminazioni improvvise e di rivelazioni, diviene suo malgrado il veggente, custode di arcane verità e, dunque, come tale, il solo in grado di raccontare la sua lacerazione che supera la dimensione intimistica per diventare dolore universale.

Deborah Mega

*

 

Parte prima. Yucatan

 

Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l’ombra di un ago sul fondale,

la panacea di un abbandono.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell’arco cinerino.

È tutto calmo

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepina.

C’è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L’estate,

una valanga di aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola,

non parlare.

Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

 

La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profanato nell’acquaio

agli insetti fulminati nell’insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L’incanto di una teleferica,

l’esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell’assillo di aranceti

che ritorna.

Era l’affanno antico,

l’anemone del giorno

divelto sopra i silos.

 

 

I fiori di tarassaco sulle rotaie

annunciano il disfacimento.

Questo è il cifrario di dio:

una giostra di tagliola e vento.

 

 

sonno pulviscolare

 

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, me- scoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verrà… la chiromante delle ustioni”.

 

 

Verrà la vergine dei falò

verrà la vergine dai seni ulcerati,

un altrove di baci

al kerosene

un altrove di spine e diademi.

Ma noi

dimenticati relitti

ci amiamo nel buio degli hangar

e ripetiamo giaculatorie

dinanzi a un dio demente

che scalcia

nel grembo della cancellazione.

 

Parte seconda. Teorema dei roghi

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro.

E il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Parte terza. Be aware of God

25 novembre

 

3.

 

Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

Per ogni fuoriclasse spento

che accarezza la palla con la suola,

che infila l’incrocio dei pali, e non esulta.

Come una prostituta annoiata da dio

anche tu volevi fare alta la vita.

Cercavi il tuono nelle serrande,

dribblavi fiori, altalene,

elefanti di vetro. Dicevi:

“Sono felice perché non sono qui”.

 

Parte quarta. Luce cariata dall’avvenire

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia,

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme.

 

 

Giovanni Ibello, testi tratti da “Dialoghi con Amin”, Crocetti Editore, 2022

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Poesia sabbatica: “14”

22 sabato Giu 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Mr Hyde o del profondo abisso

 

14

 

è caduta così tanta neve

che sono ghiacce le vene

 

e così lungo l’inverno, così lungo,

 

 

è caduta così tanta acqua

che tutta la terra è un mare di sale

 

e non ho che morte colombe

non un’isola, un monte,

un ramo appena che regga

 

ho perduto così tante lettere

(e vocali e respiro)

che non ho più parole

una frase che salvi

un  messaggio d’altrove.

 

FRANCESCO PALMIERI

(dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)

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