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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Dialogo con Limina Mundi. Una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano

24 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Fiore di Mariposa, fiore nazionale cubano, candido, diffuso sul territorio, profumatissimo
ph. Yuleisy Cruz Lezcano

Limina Mundi, per favore,
accogliete la mia confessione:
Ho viaggiato come ho potuto,
senza partire davvero,
facendomi strada con la curiosità
dalla sedia.
Il privilegio si è rivelato
una geografia interiore
più vasta di qualsiasi mare.
Lì ho scoperto un cosmo segreto,
una sfida lanciata al caos,
dove ho ingurgitato versi e versi
di Juan Ramón Jiménez,
di Gastón Baquero,
di José Lezama Lima,
di Paul Valéry,
come se ogni parola fosse pane
e io una fame senza tregua.
E ancora pensieri,
come lampi ostinati,
di José Ortega y Gasset,
di Miguel de Unamuno,
di Antonio Machado,
di María Zambrano,
di Luis Cernuda,
che mi attraversavano
come vento tra porte socchiuse.
E poi, in un gesto compulsivo,
Don Chisciotte della Mancia,
che non ho letto, ma abitato,
come si abita l’eccesso dell’enigma
o un sogno che insiste.
Così, cercando nuovi passaggi,
ho innalzato l’isola
che mi nuota dentro,
una terra instabile e viva
che solo la parola sa trattenere.
E la parola, ah, la parola!
è diventata un salone di ballo,
un armadio magico,
dove si aprono labirinti e intrallazzi,
stanze che si moltiplicano
al tocco di una sillaba.
Qui la poesia resiste al tempo,
è un’arca che fluisce lenta
sulle acque di tutti i segreti,
custodendo il respiro nascosto
della natura.
E mentre scrivo,
dialogo con un gabbiano
che ha un occhio di vetro
e mi guarda, forse
lui sa tutto,
sa delle persone che parlano
tutto il tempo di sé, affettando
il ritmo interno del colloquio,
come se ogni viaggio
non fosse che questo:
restare sulla soglia
e imparare a vedere
che l’ultima parola
non è di chi impone la sua opinione
ma di chi sa che il dialogo
è una sorta di religione,
una forma di scrivere,
un rigagnolo dentro il mare
dove l’acqua scorre
differenziandosi dall’acqua.

https://www.yuleisycruz.com/

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“Quando la poesia agisce nel reale: Thoroddsen e Montale alla prova del criterio dinanimista” di Zairo Ferrante

23 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, POESIA

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Dinanimismo, Zairo Ferrante

Dopo aver formulato il criterio dinanimista e averlo applicato all’Instant poetry e a una poesia prodotta dall’AI, ho deciso di verificarlo anche sulla poesia classica. Per farlo in modo efficace, in questa sede, ho scelto due componimenti molto distanti tra loro per tensione poetica, necessità e attrito. Da un lato “Primavera” del poeta islandese Jón Thoroddsen (1819-1868):

 

Primavera sorride ovunque
fioriscono perfino i burroni
tra i rami uccelli d’oro
bisbigliano arcani canti al cielo.

Il cigno avanza nel lago
e il maschio dell’anatra, crestato
di gioia, pinneggia verso uno scoglio.

Profumano colli e sentieri
il pastore manda gli agnelli
all’aperto, nei prati rinnovati.

I bambini, lungo il pendio,
costruiscono castelli con le pietre.

 

Dall’altro “Nel Fumo” di Eugenio Montale (1896 – 1981):

 

Quante volte t’ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. È un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

 

Testi distanti tra loro.

Il primo caratterizzato da una ricercata semplicità autoriale volta a esaltare uno scarto minimo nell’ultimo verso e che diviene funzionale a generare un attrito velato, ma comunque percepibile. Il secondo, invece, formalmente più complesso, con un attrito esistenziale molto più alto e intenso.

Rileggendo la poesia di Thoroddsen con il criterio dinanimista dell’azione poetica nel reale:

per quasi tutto il testo domina l’armonia della primavera: natura, animali, paesaggio. Poi arriva l’ultimo verso — I bambini, lungo il pendio, costruiscono castelli con le pietre. Qui avviene uno scarto reale. La contemplazione si interrompe e compare un gesto umano che non si integra, ma insiste, oserei dire in modo inatteso, dentro il paesaggio. È in questa lieve frattura che nasce l’attrito. Un attrito che costringe al pensiero e apre a una trasformazione.

Se guardiamo il testo attraverso il criterio dinanimista:

– Necessità: la poesia nasce da un’esperienza reale della natura.

– Attrito: l’ultimo verso spezza l’armonia naturale.

–Trasformazione: dalla natura si passa alla condizione umana che costringe a riflettere sul pendio e sulle pietre, ponendosi in tensione con l’intero impianto testuale.

– Rischio: la poesia sceglie una semplicità radicale. E la semplicità, in questo caso, è mezzo di trasformazione ma anche rischio implicito.

– Durata: il finale resta nella memoria proprio per quella semplicità e persiste nei decenni.

In questo caso, nonostante l’apparente semplicità, risultano soddisfatti tutti e cinque gli assi del criterio dinanimista.

Applicando lo stesso criterio a Montale:

Necessità è evidente: nasce da un’esperienza concreta, un’attesa, un ricordo. Il punto decisivo è nell’ultimo verso — Nel sogno mi perseguita. Il passato non resta ricordo, ma ritorna come presenza. È lì che si genera l’attrito: non tra uomo e mondo, ma dentro la coscienza stessa. Da quell’attrito nasce la trasformazione: l’attesa diventa qualcosa di interiore, che costringe a fare i conti con una presenza non eludibile. C’è anche un rischio da parte del poeta: esporsi su una fragilità senza protezioni. E c’è durata, nella lettura: non parole che scivolano via con lo scroll, ma qualcosa che resta e ritorna, rendendo questi versi attuali anche a distanza di decenni. Anche qui, nella complessità, risultano soddisfatti i cinque assi del criterio dinanimista. Un verso può essere semplice quando nasce da una necessità reale; può essere complesso quando la complessità è tensione e non decorazione: questo non modifica la sua incisività nella realtà. Il criterio dinanimista non serve a dire cos’è poesia, ma a chiedersi una cosa più semplice: quando la parola riesce davvero ad agire nel reale? Perché, se questo accade, allora non stiamo più leggendo semplicemente un testo: stiamo assistendo a un’azione che diventa evento.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Zairo Ferrante (Salerno, 1983) è medico radiologo e Direttore della Radiologia Interventistica di Ferrara. Parallelamente all’attività scientifica sviluppa un percorso poetico e critico che nel 2009 lo conduce alla fondazione del DinAnimismo, proposta teorica volta a interrogare il rapporto tra linguaggio poetico, responsabilità etica e realtà storica. La sua scrittura ricerca un’essenzialità capace di confrontarsi con le trasformazioni tecnologiche e culturali del presente. Ha pubblicato, tra gli altri, D’amore, di sogni e di altre follie (2009), I bisbigli di un’anima muta (2011), Come polvere di cassetti (2015), Itaca, Penelope e i maiali (2019), Lockarmi e curarmi con te (2022), 2083 – Intelligenze artificiali tra anime in stand-by (2023) e Io che amo, raccontato da ChatGPT (2025). I suoi testi, apparsi su riviste e piattaforme italiane e internazionali, riflettono sulle forme di resistenza del linguaggio poetico nei confronti dell’automatismo e della semplificazione contemporanea.

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Venerdì dispari

20 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, La cura dell'acqua

La cura dell’acqua

Più in là degli anni visibili
a pochi metri dalla fonte
passavamo le acque per purgarci
ognuno circondato dal suo oceano.
Ridevamo da soli ad alzare le braccia
tuffarle nel buio e rimanere
in quella placenta calda
imparavamo l’arte di esistere
il rumore della mano che affonda.
Le parole galleggiavano a pelo d’acqua
e si stava con la bocca semi sommersa
a cantare qualcosa di gutturale e sconosciuto pronti a uscire dal gioco
e pronti anche a restarci in eterno.
La luce era lontana e ignota
il tempo si curvava sopra di noi
non conoscevamo lo spazio
se non quello interiore.
Caldo e vicino era il nostro dio
e la sua bellissima voce
la nostra ragione di vita.

Francesco Tontoli

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Una poesia di Giovanna Sicari

19 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Giovanna Sicari

Per il 19 marzo di Limina mundi, una poesia di Giovanna Sicari

Image AI generated

Vorrei farti felice con questo niente

Babbo, vorrei comprarti
tutte queste piccole cose
esposte al mercato,
cose piccole, inutili:
arnesi, cianfrusaglie, biglietti.
Vorrei farti felice con questo niente
che colma il vuoto
con quest’amore che ripara,
tu solo annaffi le piante lievi
lavi e curi ogni cosa
e scavi nella compostezza
della vita, con decisione
raccogli foglioline e altro
tu solo puoi entrare nell’infinito.

da Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

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Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

16 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Monica Messa, Una pistola al Luna Park

 

Il gatto marmorizzato

dietro l’angolo sonnecchia.

Un cielo plumbago azzurro

ha inondato il lato sud.

“Occhipinti aglio e menta

al tavolo ventidue!”.

Muta la zultanite

sull’anello di Samir.

Tiri fuori

un piccolo seme dalla tasca.

Bustrofedico procedi. Sogni

idromele e mescalina.

*

(Mia madre dorme.

Anche quando ero bambina dormiva.

Dormivamo insieme

e facevamo sogni uguali,

una mamma e una figlia foglia d’oro,

abbracciate come in un’odegitria.

 

Mia madre dorme.

Guardavamo i Film della Fiera

in flanella e bigodini,

c’era Amedeo Nazzari

e un bambino che moriva.

– Mamma, non voglio guardarli più –

 

Mia madre dorme.

Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,

le sue mani insaponate,

voli di bucato dalla finestra,

la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.

 

Mia madre dorme.

In estate non riuscivo a prendere sonno.

Odore di smog e Adriatico nella stanza.

Leggevamo di nascosto

fino all’ultimo aereo postale.

 

Mia madre dorme.

La notte ora cresce concava

sulle sue ginocchia girasoli).

*

Inchiodata a una bilancia

o a passo silenzioso e svelto

fra scaffali e lattine

 

(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)

 

con l’orizzonte portatile nella borsa,

violacciocche nella scollatura,

e un destino di cartapecora in tasca,

mangiava pane e fumo.

*

Sono spezzata.

 

Spezzata in un punto

a metà della schiena

ho un nido abbandonato

con uova schiuse

e piume insanguinate.

 

Sono spezzata.

Spezzata in un punto.

*

Vorrei soffermarmi sul delta

che sfocia nella tua fronte ampia.

Campeggiare sul tuo sorriso vago,

scivolare fra le pieghe dell’orecchio

e stendere una palpebra

come tovaglia da picnic.

 

Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,

accovacciarmi sul tuo mento glabro.

Percorrere il letto delle lacrime

sino ai calanchi del piccolo naso.

Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini

e dondolare, come se fosse estate

e io avessi ancora i tuoi undici anni.

*

Bice ha gli occhi grigi.

È minuta e le piace cantare.

Fiorin fiorello

l’amore è bello vicino a te.

 

Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.

Bice indossa camice con volant.

I soldati le guardano,

ma Anita è Anita.

Anita ha il fuoco dentro agli occhi.

Bice ha capelli nuovi

castani, lucentissimi.

 

Bice legge,

porta gattini a casa,

frigge le alici,

arrotola trippa e serve vino.

 

Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.

È bella Bice,

ma c’ha la risacca dentro

e la risacca abbaglia

chi non la sa guardare.

 

Bice scrive

e quando scrive è come un ricamo

fitto fitto di parole

scrive diari, poesie, preghiere,

piange per un pino caduto.

 

A fine agosto, Monopoli è una brace.

L’afa si addensa

filtra dai muri nei palazzi.

La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,

si va al mare. Ma Bice è a casa.

Chissà a cosa pensa,

se si massaggia le caviglie bianche

se gratta la nuca di Nerone

se legge a bassa voce oppure prega.

Un colpo al portone, secco, uno solo.

Un cacioricotta galeotto

e un breve messaggio.

Bice non lo dice,

ma la sua risacca si fa mare.

*

Ho la felicità inceppata

come una pistola al Luna Park

– dieci colpi, cento lire –

era il prezzo della libertà.

 

Il crepuscolo è caduto

irrimediabilmente su tutte le cose

e in questa nuova estate

si rintanano le lucciole.

 

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

 

 

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Poesia sabbatica: “15”

14 sabato Mar 2026

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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15, Francesco Palmieri

-15-

*

non raccontiamoci più nulla (amore)

di chi sei stata

di chi sono stato

delle altre vite avute

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

*

non ci diciamo più

che già abbiamo amato e pianto

ma non ero io

non eri tu

chi ci prendeva

e poi ci ha lasciato andare

*

non raccontiamoci più (amore)

chi siamo stati

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

*

guardami nuovo

come io ti guardo nuova

*

guardami

non sono mai esistito

io sono nato adesso

*

dimmelo,

non sono mai esistita

io sono nata adesso

*

e io e te

un’altra vita ancora.

*

*

 Francesco Palmieri

 

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Venerdì dispari

13 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

L’uomo guarda gli storni vagare nel cielo della città

Loro non sanno che appartengono all’idea di un essere sconosciuto
che sta nella mente e negli occhi di chi è incantato dalle loro fughe

Il falco li insegue invisibile come un dio dei giochi e degli agguati

Le forme perturbanti e ancestrali che si dissolvono e si addensano hanno il destino di durare solo il tempo per sedurre
e lasciarsi andare

Disegnano ombre senza corpo e corpi che fluttuano ognuno seguendo le piccole variazioni musicali del compagno vicino

Nessuno sa di essere parte di un silenzioso motivo che abita i sensi di chi guarda

Sotto questa musica visiva precipitano le cose terrene sul balcone dei desideri.

Qualcuno si incanta e si interroga
lasciando che le risposte prendano forma
e si disperdano.

Francesco Tontoli

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“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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Loredana Semantica legge una sua poesia

11 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Podcast, POESIA

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Tag

Loredana Semantica, Magneti, Podcast

Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

Disegno digitale della stessa autrice

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Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

09 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Alessandra Raffin, Introvert

 

1.

Ho paura di tutto

A giorni alterni

E come una favola di buio

Attraverso i campi

Le notti hanno una schiuma

Io

Costruisco la mia pace

Le pozze di fango mi prendono

Non ho il tempo di cadere

Io

Costruisco la mia fame

Le foglie del grano mi tagliano

Non ho il tempo di Io

Non ho il tempo

Se domani non saprò più niente

Di ciò che non avevo mai saputo

 

4.

A volte

Non so chi io sia

Quella che conosco

Mi pare

Solo strana

Come una deviazione

Una strada mal diretta

Vago

Tra cortili spaiati

In cerca d’acqua

E tracce

Che forse ho dimenticato

Ciò che conosco

Mi conosco?

Come una piccola noce

Che quando cade

Fa rumore

 

14.

Forse

Sarei dovuta tornare a casa

Con quel libro

Forse

Con l’altro libro

Un altro

Uno in più

O forse

Avrei dovuto dare voce

Alla mia voce

E ascoltare il suono

Che vibra

Segreti di potenza

La falda che aspettava

Di travolgere il silenzio

Lo spazio per la voce

Tra le guance

Nella bocca

È piccolo

I denti la mordono

La gola la risucchia

La tira indietro

Se pensavo che il tremore fosse paura

No

Era l’inizio di un sisma

Tutto ciò che vibra è vivo

Tutto ciò che vibra può risuonare

Tutto ciò che vibra può rompere la materia

Come si può parlare?

Ora lascerei andare questa onda

Irresponsabile io

Indispensabile lei

 

18.

Guardo la luna piena

Scie bianche

Mi dissolvono

Le mie cosce tronche

Si disossano

Ed io

Sto dormiente alla finestra

E la luna

Si allontana dalla notte

Va a lottare

Contro corna di rinoceronte

Resto ferma

Nel mistero che mi appare

E sogno di una lepre

Che salta indisturbata

Tra fossati umidi

Calpestando quadrifogli

 

21.

In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde

 

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

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Buon 8 marzo su Limina mundi

08 domenica Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE

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Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

Sylvia Plath

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Poesia sabbatica: “Sentenza senz’appello”

07 sabato Mar 2026

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Sentenza senz'appello

 

Sentenza senz’appello

 

non riuscire a trattenere

lo smeraldo delle foglie,

questa la pena

 

arrendersi all’affondo delle rughe

allo sfibrarsi della pelle

al passo che non tiene più la strada

e rimanere indietro

all’allontanarsi delle spalle

di chi solo ieri

appena si reggeva sulle gambe

 

scoprire oltre il ritardo di saggezza

che semplicemente vivere

era già essere felici,

stare nell’essenziale di un respiro quotidiano

e ancora così lontano

il tempo di falce e mietitura

 

non riuscire a trattenere neanche un giorno,

questa la pena,

sapere l’impossibile risparmio delle ore

e noi a guardarci morire nello specchio

 

ad ogni singolo risveglio.

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

06 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.

(8/10/2015)

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge una poesia di Jules Supervielle

04 mercoledì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Jules Supervielle, Miriam Bruni, Podcast

Image AI generated

È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.

Jules Supervielle

C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.

Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)

Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960). 

Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).

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Poesia sabbatica: “29”

28 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

29, Francesco Palmieri

 

29

*

Dio

io non lo so se davvero ci sei

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

e per il nostro bene fai accadere ogni cosa

che persino il nostro male

è segno del tuo amore

*

io non so se davvero siedi

su qualche nuvola del cielo

e hai occhi sterminati,

uno per ogni nato a sostenerne il passo

sia quando siamo in piedi

sia quando poi cadiamo

*

io non so se davvero hai angeli guardiani

a dirci come salvare l’anima,

uno per ciascuno attento a sonno e veglia

e fino a che ci resta il fiato

o finisce il nostro tempo

perché si apra a noi il largo dell’eterno

*

Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,

buona era la terra e buono era il cielo

e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,

gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,

il verde delle foreste e i colori a mille di erbe, frutta e fiori

*

e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele

con solo occhi aperti a incanti e meraviglie

e corpi intatti e sani per vivere per sempre

ignari alla fatica e al parto fra le doglie

*

e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,

perché nel tuo giardino all’improvviso

grandine e neve a intirizzire carni e foglie,

la pioggia a devastare spighe

le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno

*

perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi

quelli di noi bambini

ignari di  chi partiva per non tornare più

e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male

e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni

per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso

*

era forse non sapere il nostro essere felici?

era il non avere ancora visto

che il leone sbrana l’agnello,

che il sole scalda e incendia

e l’acqua disseta e affoga,

che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,

che prima si è giovani fiori

e poi sterpaglia al fuoco,

che piove sull’ingiusto

ma s’infradicia anche il giusto?

*

Dio

io ancora non lo so se ci sei davvero

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

ma com’è terribile il tuo silenzio

quando noi gridiamo forte

*

Dio, liberaci dal male.

*

ottobre 2025

*

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

27 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Il mosaico blu

IL MOSAICO BLU

Noi andavamo “laggiù” e non lo trovavamo.
Ritornando da “laggiù” ci sentivamo come naufraghi
dopo aver circumnavigato le paludi con il mare a due passi,
con nemmeno rumore e l’odore di mare.
Sapevamo dalle carte nautiche che la palude
nel ravennate può fare scherzi che non ci crederesti
e la nebbia ti spedisce un po’ dove vuole. E che in città
tutti i mosaici hanno come tema di fondo il labirinto
e tutti i pavimenti, le absidi e i mausolei rimandano
al cammino che l’anima deve compiere, tessera dopo tessera
per arrivare, ci fosse pure una nebbia del diavolo,
al porto celeste, alla pace una e indivisibile
che Ario e Eusebio auspicavano.
Visitammo basiliche e battisteri in quella nebbia
e i mattoni rossi di San Vitale , e perfino una chiesa
con una Madonna che accoglieva le suppliche dei tumori.
Vagavamo e incontravamo altri vaganti con toponomastiche
rabberciate che studiavano itinerari fantastici e approssimativi.
Per chiedere della tomba di Dante, un austriaco perse nella nebbia
una moglie americana e i suoceri parecchio contrariati,
che ritrovò fortunosamente al ristorante segnalato da un apposito
lampeggiatore automatico.
Sulla tomba di Teodorico invece si svolse lo psicodramma
di un bambino nascosto nel sarcofago rosso di porfido imperiale,
cercato dalla mamma inutilmente, e chiamato con voce alta
che la nebbia spegneva e avvolgeva nella sua ovatta.
Fu ritrovato lì steso mentre accennava a una canzoncina che io interpretai sadicamente “Teodorico, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava…”.
La nebbia cosa combina? Tutto diventa simbolico e solenne per compensare l’assenza della visione d’insieme. Una parola detta nella nebbia assume un significato destinato a essere taciuto. E tutta la nebbia infatti si era raccolta intorno a una parola.
Ma io non ricordo davvero quale fosse.
Mi sembrava di vedere da lontano, da una specie di finestra oscurata con una lastra di alabastro, quello che rimaneva dell’universo visto dalla Terra.
Il blu del mausoleo di Galla Placidia.
Lo stesso blu che per non farlo fuggire e disperdersi, avevano raccolto tutto in un solo edificio.
E che Cole Porter dopo averlo visto un giorno nebbioso di tanti anni fa, decise che era il tempo di scrivere “Night and Day”.

14/01/2016

Francesco Tontoli

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Loredana Semantica legge una poesia da “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

24 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Barracuda, Loredana Semantica, Podcast

Loredana Semantica legge una sua poesia, dalla raccolta poetica illustrata ” Barracuda”.

disegno della stessa autrice

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Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

23 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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"Occulto", Libero Valerio Ludovici

 

IL SENTIERO

*

Come se un fiore

fosse acido

come se fosse un gambero

che si spoglia

all’indietro

lasciando che

il tempo

il nostro tempo

si accasci in un solo gesto

Come Golia scende verso il centro cadendo

noi siamo ancora qui

A cercarci e a cercare un passaggio

qualcuno

che ci porti via dalla triste

esecuzione

Madama vento

colei che tutto smuove se ne è andata,

e ha lasciato un petalo bianco sul prato

Ha perso così dicono la sua forza

e ha lasciato cosi

altri dicono

la vita

al passo della malattia

*

PARETI

*

Incendio

dicono doloso

di una regione del cuore

gigantesca

e promiscua

sola

come un esercito

di sereni sobillatori

di masse uniche

e unici

contemplatori

dei cardini

di cui ognuno

ha saputo

vivere e rotolare

Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare

Noi siamo qui

eredi

del nostro unico e violento cielo

e sapremo essere quello che siamo

e vogliamo.

Tu che sei lì

sappi che il vuoto

è già

e ha già

trovato

tutto ciò che cerchi

Dai la mano

il fuoco brucia in un battito di sensi

e di timidi e introversi sorrisi

*

RELIGIONE

*

Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,

e per la foga di chi si impossessa di te.

Sono il cerchio e la sfera che giace

sul fondo e sulla punta del prisma.

In un alieno e incapace vento solare.

È l’oceano che muove esterne convinzioni

feroci dittatori

sulla pelle del mondo.

*

ORA

*

Ed io calmo e assorto,

benedico i miei anni

sapendo che non ho

di meglio da fare.

Una canzone viaggia

sul cielo

infrange divieti,

respira pareti di sesso e sangue

una musica si innalza al cielo

è il vento del sonno e del ricordare tutto.

Come se un incubo fosse

il paradiso,

come se l’eccitante

sovrasto del rumore

fermasse la manipolazione,

fermasse l’eccidio,

giustificasse in tempo

la fine.

*

EVEREST

*

Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati

siamo sempre sulla stessa strada,

con eccessi di birra e comprensione,

con fughe da paure scritte e testimoniate,

con improperi verso dio

e chi per lui e per noi difende il sogno.

Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno

e qualche piccola birra sparsa sulla strada,

per capire che saremo ancora qui per un po’,

a tempo determinato

in vita all’infinito nel sogno.

*

Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

 

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Poesia sabbatica: “21”

21 sabato Feb 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

21

*

è quando nella stanza entri tu

che è un fragore di onde su scogliere

l’esplodere di sole all’orizzonte

il correre del vento dentro ai boschi

il profumo dei dolci appena cotti

il liscio della seta sulla pelle

*

è quando te ne vai

che tornano ghiacce le pareti

la neve cade dal soffitto

e neanche è natale nel mese di dicembre,

il giro nella stanza è una piazza vuota

e in aria  volano stormi

perché è il tempo di migrare

*

ma questo è solo un gioco di parole

forse una poesia semplice

che avrei voluto scrivere, per te,

che non esisti

e per me che non ti cerco più.

*

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

20 venerdì Feb 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Ritaglio la mia figura
con la paziente accuratezza del bambino
che sistema il suo teatro di ventura
Il vento freddo disperde i burattini
deve essere il ricordo ancestrale
del racconto della mia nascita
durante la bufera del cinquantasei
la sarta Bettina che confezionò la camicia
con le ali ricamate, il braciere e l’acqua calda
appena arrivata con il coperchio di legno
ricoperto di fiocchi di neve
le grida di gioia delle donne
lo spillo che mi punse per farmi piangere
e assaggiare il dolore della vita.

Sullo schermo scorrono le immagini
di un uomo che stringe una mano
che spunta dalle macerie della sua casa
il solaio è crollato sul letto della figlia
che stava sognando
il futuro semplice del giorno dopo.
Lui se ne sta fermo sotto la neve
mentre lo fotografano senza sosta
indossa una tuta arancio
ha le scarpe bianche di calce.

Francesco Tontoli

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