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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

“Ombre d’ali” di Ada Negri. Una lettura di Miriam Bruni

09 martedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Ada Negri, Miriam Bruni

ph. Loredana Semantica

Ombre d’ali

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin che io veder potrò quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole
(forse un tempo io le dissi a chi m’amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.

Ada Negri

il sottofondo alla lettura è “Birds”
di Adrián Berenguer

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Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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“L’erba più verde - The greener gras”, Cinzia Demi

 

“L’erba più verde – The greener gras”, edita da Terra d’ulivi edizioni, è un’antologia bilingue in italiano e in inglese che riunisce, attraverso un percorso di oltre quindici anni, diversi testi poetici di Cinzia Demi, rinomata poetessa, scrittrice e traduttrice di origine toscana e bolognese di adozione. La traduzione dei testi in inglese è stata curata da Graziella Sidoli. L’immagine di copertina dal titolo “Nonna Filomena e Giuseppe” è un’opera di Maurizio Caruso che rappresenta la figura di una nonna che abbraccia il nipotino, immagine che evoca ricordi e legami che talvolta, si ha la fortuna di vivere e di rievocare tra i ricordi più cari. Il tema del ricordo e della continuità spirituale è il primo, sotteso all’intera opera. È ben rappresentato dall’esergo iniziale tratto da Histrion di Ezra Pound che introduce la prima lirica della raccolta e che appartiene a “Il tratto che ci unisce”. Esiste una continuità che non si spezza, un tratto di collegamento che attraversa il tempo e lo spazio e che riunisce le anime affini. In alcune liriche emergono pensieri e osservazioni condivise (il beneficio della veglia, delle notti insonni affinché la mente da sola possa “cercare le risposte”), il linguaggio oracolare, l’importanza delle stelle che guidano il cammino “proprio adesso / che camminare al buio / è più semplice che mai”, proprio perché mai come ora è stato facile perdere la rotta, la giusta direzione. Emerge la necessità della scrittura, l’urgenza del dire che si presenta come ad un appello elementare in modo “immutato ostinato”. Compare anche l’invito rivolto ai figli a cercare nei propri ricordi il legame da annodare tra i capelli, da proteggere per sentirsi più forti e ancorati alla propria madre e, per estensione, alla propria famiglia e alla propria terra anche se ci si dovesse trovare lontani. Diversi testi rappresentano scene di vita domestica, la quotidianità serena, intima e familiare di quando si prepara una torta al cioccolato, mentre si osserva la statuina di Benino, pastore dormiente, simbolo dell’innocenza della fanciullezza, mentre si apparecchia per la cena e ci si racconta. Quest’idea di apertura al mondo, di “prossimità” agli altri attraversa tutta la raccolta di Demi: vivere con consapevolezza permette di osservare il reale, la natura circostante, di coglierne l’essenza materica con sguardo onnicomprensivo e di tradurli in immagini e in parole che gli conferiscono forma e significato. In molti testi la natura e i suoi elementi, un fiore, le api, le rondini, una tortora, un merlo sono osservati attentamente e definiti nelle loro manifestazioni fisiche e biologiche. L’orchidea sul tavolo della cucina è “trafitta da quell’ultimo raggio / di luce tradito dalle pieghe arancio /della tenda se avesse una sua voce / mi direbbe di questo tempo”, “il gelsomino sembra rinverdito come alzato nel fusto”; gli uccelli che volteggiano nel cielo, garriscono e fischiano, invece, scandiscono momenti significativi ed evocano ricordi o situazioni da rivivere. Alcune atmosfere e descrizioni di interni ricordano testi celebri di taglio crepuscolare. È fortemente presente anche la tensione metafisica in versi come “morderò anche il pane / berrò forse del vino /eucaristia dei miei sensi” o quando si afferma che “la tunica  non si gioca ai dadi” o ci si immedesima in Maria di Magdala e ancora in alcune rievocazioni della tradizione cristiana (la pietra del sudario, la croce di spine) o quando si ricordano “le guerre sull’altare di pietra”. Compare anche frequentemente la tensione dialogica con un ipotetico interlocutore, molto frequente il tu di montaliana memoria come per attribuire concretezza all’altro da sé. Il ricorso a temi autobiografici, gli interrogativi esistenziali, l’impressionismo lirico, l’intonazione colloquiale, la nostalgia, ricordano Caproni, uno dei maestri di Demi: in versi come “i miei occhi cinerini / gli insulsi miei orecchini” è impossibile non pensare al poeta livornese. Sembrerebbe una poesia del quotidiano, quasi cantabile, caratterizzata da un’apparente leggerezza espressiva che però non deve trarre in inganno perché è il risultato di un approfondimento rigoroso, di una grande padronanza degli strumenti metrici e linguistici. Pur essendo attuale, la scrittura di Demi, infatti, utilizza gli strumenti retorici della tradizione, allitterazioni, metafore, anafore, ripetizioni, personificazioni, rime baciate, interne, rime imperfette. La scrittura quasi filosofica e riflessiva, descrive e racconta oggetti, emozioni, situazioni concrete, muove infatti da un evento qualsiasi, all’apparenza trascurabile per poi giungere, attraverso accelerazioni improvvise di immagini o di domande, a vere riflessioni sul senso dell’esistenza. Una poesia da cui emerge in molti luoghi un forte senso di umanità, di compartecipazione, di accettazione affettuosa della vita in tutte le sue manifestazioni.

Deborah Mega

 

da: Il tratto che ci unisce

 

   diventerà un appuntamento

tra le tue pagine preferite

il conoscersi

il voler sapere delle nostre vite

vedrai recitare una parte

che ti compete che ti si addice

scivolerò piano

nel tragitto breve

tra l’occhio e la mente

dapprima ti sembrerà niente

poi parola per parola

ti approprierai di em

e scaverai fino a trovare il seme

       il tratto che ci unisce

 

     it will be an appointment

among your favorite pages

when we meet

to learn about our lives

you’ll see  role played out

that suits and fits you well

I shall slide down slowly

on the brief patch

between eye and mind

at first it’ll mean nothing to you

then one word at a time

you will over take me

and search until you find the seed

the core that binds us

*

 

     quante notti ti ho descritto

 

per arrivare a questa

a questa di bicchieri non lavati

e briciole

raccolte con la mano

 

   solita panca solita cucina

-dobbiamo fare mattina –

hai detto

 

poi con gli occhi

hai cercato qualcosa

qualcosa di lontano

mi hai preso la mano

era estate all’improvviso

 

Firenze fuggiva quella notte

come un campo seminato di fresco

perché, te lo sei chiesto? –

 

 baci e velluto sulla pelle

amore non giurato

baccanti, dei prodighi e pittori

bravi quegli artisti di strada

che orchestra ci portava il vento

 

 un solo strumento

variabili nessuna

si forse c’era anche lei

la luna

e i passo veloce

di quegli anni

 

   sul lung’Arno

una chiatta c’accompagnava

brivido di fuoco sulla pelle

la tua giacca

mi copriva le spalle

 

so many nights I’ve described to you

to get to this one

with unwashed glasses

and breadcrumbs

collected with my hands

 

same bench same kitchen

-we have to make it to the morning –

you said

 

  then with your eyes

you looked for something

very far away

you took my hand

and it was suddenly summer

 

  Florence was fleeing that night

like a field freshly sown

-why, did you ask yourself why? –

 

 kisses and velvet on our skin

love unsworn

baccanals, prodigal gods and painters

really good street artists

symphonies brought by the wind

 

a single instrument

no variables

yes maybe it was also

the moon

ad the swift pace

of those years

 

 along the river Arno

a barge gliding by

quivering fire on our skin

your shawl

sheltering myhoulders

*

da: Incontri e Incantamenti

 

Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda.

Giorgio Caproni, Il muro della terra

 

* *    c’è un’erba più verde

bagnata come pianto

in questa primavera

sembra il canto

dei tuoi giovani anni

figlio dei vent’anni

figlio dei giorni bui

piovosi

e dei cieli immensi

**      subito sereni

luminosi da non guardare

figlio che non inganni

figlio degli affanni

e del tempo che ride

beffardo e per incantamento

*   *     nell’azzardo

ti porta altri orizzonti

figlio dei tramonti

figlio degli incontri

figlio tra la gente

come pietre di sorgente

*    *       acqua smarrita

ma donata ritrovata

figlio della vita

anch’io mi sono vestita

di verde

ma più chiaro

*   *     come il giorno

che Maria ti sorrise

che ti mise nelle mie mani

figlio del domani

che ancora stringo

in un abbraccio

* *       che non so lasciare

non mi rimproverare

figlio che devi andare

 

Become my father, take me

by the hand

where your Irish steps

lead with certainty

Giorgio Caproni, The Wall of the Earth

 

there is a greener grass

wet as tears

**         this spring

it seems the song

of younger years

son of twenties

 

**     son of the dark days

rain filled

and the immense skies

**      suddenly serene

too bright to bear

son never deceitful

 

son of worry

and of time that laughs

mocking yet enchanting

        in its hazard

leading you to new horizons

son of sunsets

 

son of encounters

son among the people

like spring water stone

        with lost water

yet offered found again

son of life

 

I too wore green

but lighter

       like the day

when Mary smiled at you

and placed you in my hands

 

      son of tomorrows

still held close

      I cannot let you go

do not blame me

son     who must go

*

dal poemetto: Ero Maddalena

 

Non sapremo noi

che faccia hai avuto

mai

né quella che

voltandoti

potresti avere

ed hai.

Giovanni Testori, dedicato alla Maddalena del Masaccio

 

 manca ancora molto all’alba

e vorrei che la notte non finisse

vado in controtendenza adesso

è più forte la voglia di ombre

la luce mi acceca

 

nella notte ritrovo il cuore

del mondo

il cerchio di fuoco acceso

dentro cui buttarsi

per sparire nel rosso

e rinascere

come terra da amare

 

from the poem: I was Magdalene

We will never know

not us

which face was yours

nor which

now as you turn

it still could be

and is

Giovanni Testori, dedicated to Masaccio’s Magdalene

 

   still hours until dawn

and I’d have no end to night

I’m clawing forward now

more covetous of shadows

blind in the light

 

  in the night, I return

to the heart of the world

that glowing ring of flames

where I would dive

and vanish in the red

to be reborn

as cherished earth.

*

 

da: Il solstizio dei sentieri

 

 la tua bellezza atroce

di dea accovacciata sulla

crisalide schiusa    abbracciata

al gelo della morte    geme

senza appello     preme

 

sull’erba che tutto ricopre

anche le scarpe    lontane

dal tuo corpo    alzati

grida il tuo sangue     alzati

sbraita il furore cieco

 

chi ti strinse i seni e i

fianchi     nell’alba screziata

della casa matrigna

con il latte sul fuoco e

il pane da poco spezzato

 

 alzati urla il coro degli

alberi     il brusio degli insetti

il canto degli uccelli

alzati     per questo gioco

da nulla non serve cadere

 

 unisciti all’ombra che sale

si mischia al drappo e al

rosario    balena sul filo

dell’acqua come giorno che

accade nei sentieri di mirto

 

tu    sorda ai richiami

condanni la tua sostanza

gli occhi di polvere un

tempo di scherno    hanno

scelto l’inferno la mattanza

 

 your fierce beauty

a goddess folded over

the chrysalis just opened

held in the frost of death moaning

without answer pressing

into the grass that covers it all

even your shoes lying      far

from your body rise    shout

your blood    rise the blind fury

crying through you

 

who squeezed your breasts and

hips     in the mottled dawn

of the stepmother’s house

with milk on the stove and

bread freshly broken

 

rise calls the chorus of trees

the whisper of insects

the bright throats of birds

rise    for this small game

where falling has no meaning

 

join the rising shadow

mingling with the cloth

and the rosary flaring along

the thread of water like a day

breaking in myrtle paths

 

you   who hear no calling

condemn your own substance

eyes full of dust    a season

of scorn choosing hell

and the slaughter

 

Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026.

 

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Poesia sabbatica:”Chiarimento”

06 sabato Giu 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

 

non ce l’ho col vivere

e non ce l’ho con Dio,

soltanto non riesco a stare zitto,

a non dire l’ingrediente

caduto nell’impasto

ed è l’amaro di una vena

scoppiata dentro al pane,

lo scricchiolio dei denti

e poi la fitta,

il sangue alle gengive,

  *     

mi mancano buone ragioni

a fare il calvario santo,

insomma non ci riesco

ad essere convinto

che fosse proprio inevitabile,

  *          *     

morire,

l’unica pista

         *     

e poi la porta in altre sfere,

lo squarcio in galassia lieve

e non il buco nero,

la nostra morte eterna,

  *     

non ce l’ho con Dio – davvero –

ma come sarebbe stata più divina

l’aggiunta di perdono alla sentenza

che ci fece soli,

uomini a morire con lentezza,

  *     

sopra infinite croci.

  *         

  *     

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

05 venerdì Giu 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Venerdì dispari

I ragazzi
A volte vengono a trovarmi nei sogni
i ragazzi che ho cresciuto
vengono come li ho conosciuti
intatti, ragazzi per sempre
parlano la lingua degli adulti
il loro marasma con i figli.
si fanno largo e mi strattonano.
Qualcuno che mi ha sempre detestato
ora mi spiega con cura perché
e io rimango incantato
a pensarmi così pigro nel capirli
quando cercavano di svelarmi l’indicibile
ciò che li aveva segnati
il marchio indelebile, lo stigma.
Avere speso così tante parole fino a sfinirli
cosa mi spingeva a non essere stato cattivo
come mi richiedevano?
L’illusione che parlarne risolva il dolore?
Come ci si sente dopo aver saputo
che il biondino è morto nel fosso
con la sua moto, e quello sciocco e dolcione
si è impiccato al suo posto di barista?
Che quello che picchiava le testate sui muri
e massacrava i compagni nei bagni
ora ha la sua bella famiglia
e ha messo una pietra sulla sua adolescenza
per ricordarmi che bruciarsi con la giovinezza
non lascia cicatrici evidenti, almeno per sé?
Che far soffrire i compagni più deboli
provochi quel sottile piacere
che il teatro della vita replicherà mille volte?
Un rito iniziatico dove si gioca con la morte
rincorrendo la vita e innamorandosene
rifiutati o accolti, acclamati o derisi.
Ecco il mondo piccolo che imita quello grande.
Ripetermi la lezione del giovane scuro
e di quello trasparente,
di quello saggio da sempre
e dell’altro scemo e confuso.
Su quale collina ora state portando la croce?

Francesco Tontoli

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Poesia sabbatica: “81”

30 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Solo poesie d'amore

 

-81-

 

no

non hai capito ancora

 

(o forse sono io

che ho letto troppe poesie d’amore

curato troppe rose nel giardino)

 

no

non basta dire amore

perché amore sia

non basta dire dio

perché scoppino gli altari

 

amore è un’aria tersa

giornate con il sole

 

e niente, nulla,

nemmeno qualche nuvola

a farsi temporale

 

no

non hai capito ancora

che se diciamo amore

ogni sbaglio è taglio

ogni ombra è sera

ogni buca è fossa

 

e basta una parola (quando mi dici no)

una pausa troppo lunga (quando ti chiedo m’ami?)

girare la testa altrove (come se non bastassi io)

 

per fermare il fiato

far cadere stelle

maledire le rose

 

e scrivere in versi

necrologi d’amore.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Solo poesie d’amore”, da ristampare dopo selezione e revisione testi in corso)

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Venerdì dispari

29 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Venerdì dispari

Tra le tue prime frasi di bambina
c’è quella che più mi ha squassato il cuore.
Felice come un uccellino
mentre ti riporto a casa dall’asilo
e ti chiedo com’è andata
mi hai detto che il sole è venuto con te
che è dentro di te
e che ti piace anche la pioggia.
E tutto ha preso a navigare
nel mio petto in tempesta
che pensa alla guerra vicina
e agli altri uccellini canterini.
Sole e pioggia, tutto in uno.

Francesco Tontoli

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“Buio di bianca luce” di Mattia Cattaneo

28 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Novità editoriali, POESIA

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La raccolta di poesie è acquistabile qui

dalla prefazione di Maria Concetta Giorgi

“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”

dalla postfazione di Enrico Maria`

“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”

Un grido muto
l’urgenza di nascere,
tra muri asettici
porte a scorrimento

si aprono e chiudono
in un pomeriggio d’ottobre
luce del vespro

ravvivata
da questo inno alla vita.

🌱

L’esule sole
l’affanno accelerato,
di chi sente sfuggirsi

verso la terapia intensiva
dove l’aria sembrava essere stata rapita
dal sonno dei bimbi

in quest’aria di latte
nevica sulle colline bianche.

🌱

Sei un oceano di luce
nella sconfinata bellezza del cosmo,
come se l’eterno irrompesse

tutte le cose
hanno respiro e senso nel tuo nome.

🌱

Ascolto l’aria
lungo i corridoi dell’ospedale

storie di ritorni
di sonni socchiusi
ma anche di ali cresciute

ora
sei la più piccola grazia

🌱

Vedo il miracolo che ci somiglia
quando il sole va a toccare la collina

da lì
guardare con te
l’ordine spettacolare del mondo
osservare
quell’armonia perfetta
che non comprendo.

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Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

25 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

I fiori bruciano, Ilaria Cesarini

 

Pronostico serale

 

Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,

la scommessa distratta della canicola serale.

 

C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato

dai fumi del barbecue di sotto e

i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.

 

Le mie braccia perdute

restano a frugare il ricordo,

una misura incerta del rumore

che sale dai giorni lasciati indietro.

 

E le poesie, ciò che ne rimane,

trafitte nell’odore del grano tagliato,

ancora cercano un varco

tra un silenzio e l’altro.

 

Ora i bambini scendono in strada;

un pallone sbiadito, lo spareggio perso

al minuto urlato dalla cena che si fredda.

 

Tempo sbagliato, incollato agli occhi.

Così un’altra estate,

senza treni sudati nelle stazioni di recupero,

così senza odore si passa la frontiera.

 

*

Lampedusa

 

Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio

che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.

 

L’acqua è passata sulla razza

che umana si dice

nonostante le coperte argentate

a coprire lembi di pelle che per ore

hanno galleggiato orfane

nella bocca di Nettuno.

 

Ora neanche più le telecamere verranno a fare

un timido inchino,

un rapido mestiere,

tanto per dire che la guerra è brutta

che ci interessa il labbro storto dalla paura

che ci impegna la disperazione.

 

Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,

al limite della geografia, dell’assetto morale.

Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,

il sospetto tacito.

*

Bruciano i fiori

 

Bruciano i fiori sul letto vuoto,

e non c’è luogo che li contenga:

lo stelo è una fame in salita,

una lingua che non conosce mondo

se non quello che consuma

fino all’osso del giorno.

 

Bisogna fare attenzione:

i fiori sanno incendiare il sangue

nell’ultima ora trattenuta,

e i petali si staccano come nomi

annegati nella cenere

di ciò che non torna.

 

Bruciano i fiori con me,

che cerco un vaso d’acqua

capace di negare al fuoco

la sua preghiera rovente,

capace di fermare

il suo continuo dire.

 

L’assenza,

questa soglia che stringe,

è un assedio antico,

cresciuto dentro mani

che hanno conosciuto battaglia

prima ancora di chiamarsi carezza.

*

Calma piatta

 

È la vela che si piega,

qualcosa senza radici

che si arrampica sull’aria.

 

Qua cambia il momento

quello che dietro resta, che pone il corpo

sul lato errato.

 

Siamo grandi, cresciuti,

ed è solo scempio di voci

o silenzio composto,

la scaletta del giorno e della notte.

 

Nessuno chiederà un riscatto

per i filacci di stoffa

scesi dai vestiti,

ora paga il bianco sulla testa.

*

Consiglio di classe

 

Pare o forse è questa giornata

un caldo ristagno di faccende e

commissioni sparse sul tavolo.

 

La scuola, ancora aperta per gli

ultimi voti da decidere,

sembra oramai un misto tra una

roulette di Stato e un indovinello indulgente.

 

Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni

che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.

 

Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni

cartelloni sudano sui muri ruvidi.

Anche oggi questo anno è finito.

Ita missa est.

 

Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

 

L’AUTRICE

Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.

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Poesia sabbatica: “6”

23 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

6

 

e infine

tutte le parole

uccise

 

solo foglie cadute

ali stramazzate

petali accartocciati

e nessun vento a scuotere il cielo

 

c’è un gran silenzio ora

dopo la strage

di angeli e demoni,

come prima

di cadere nel mondo,

prima

che di me qualcuno dicesse:

 

è nato.

 

 

maggio 2021

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Poesie del saluto”)

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Venerdì dispari

22 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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(Ricetta: l'impoetico spiegato ai poeti), Francesco Tontoli, Venerdì dispari

(Ricetta: l’impoetico spiegato ai poeti)

-scrivete e leggete una frase
fino a essere privi di voce
-torcetela
-fate in modo che possa trasformarsi
in una frase biforcuta
-spuntate ognuno dei suoi corni
-dopo averla asciugata rileggetela
-pensatela assolutamente come priva
di metafora fiacca di vita
-assicuratevi che sia aritmica anarmonica
e cava
-riempitela quindi di opinioni
di sensi svigoriti di odori estenuanti
-ogni lettera sfatta trasandata abbandonata
a un destino analfabetico e punteggiatura assente
-come quivi esemplificato in poche e leggere congetture
-tratteggiate uno sfondo di patemi d’animo
senza traccia alcuna di emozioni e ripensamenti
-condite a piacere con spezie dearomatizzate
-servite.

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge una poesia di Maura Baldini

21 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Frosted glass with a dark twig embedded and various colored translucent gems underneath
image AI generated

Il fuoco è spento, il corpo un tonfo –
nell’aria voci armate,
lingue smarrite, inanimate.
Così spendiamo il tempo
blandendo il buio
benedicendo il bolo di silenzio
sbocciato nella bocca.

Contro il metallo corre la scure
della notte a incensare
il sacrificio irreversibile del bianco.
Il passo incespica,
è ormai segnato – nell’apice
si assiepa un desiderio contrito:
scagionare la spina
sanguinare contro il cielo.

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Domenico Setola, due poesie

18 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Domenico Setola

Mi accadesti dentro, come vento
che irrompe e divo, parole sconosciute agli dei
l’inizio di un incanto.

Verbo che chiama carne
baraonda dei corpi,
un vortice che annichilisce
il fulmine di uno sguardo.

Del tempo che perdona
lasciammo gli anni
e stretti davanti ad un camino
invecchiati ora, dell’amore mai stanchi.

*

La notte si è alzata
su questi nudi alberi,
muta pazienza del tempo
che muore, e di noi una
selva di parole
sconosciute agli dei.

Sarai luce quando il silenzio
tramutato fiorirà fra i primi
uomini, un cielo che assolve
senza conoscerti.

Nebbia a gennaio, il gelo
dell’orma dissolta nell’aria.
Passasti così come fa il tuono
prima della pioggia,
un fiato sospeso
di te mi svelò.

Domenico Setola

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Poesia sabbatica: 11 [Monologo davanti a Dio, I]

16 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se pur sono nato

senza averlo domandato,

tu lo sai

quel giorno non ho riso,

ho pianto come piansero gli angeli dell’eden

precipitati a terra,

e senza corazza e conoscenza

è stata subito guerra,

un lancio di moneta

fra il continuare a vivere

o perdersi per sempre

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se ho creduto vere

le storie della sera

e poi mi addormentavo

avvolto nelle piume

di chi aveva sulle spalle

ancora un paio d’ali,

quale la mia colpa

se ho gridato sempre

il tuo nome ai quattro venti

quando i molti a squarciagola

invocavano barabba

e ancora a mille e a frotte

non smettono di gridarlo forte

(intanto non ho più fiato

da che mi si è spezzato

ai piedi della croce,

la tua e poi la mia)

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se ho visto morire ad uno ad uno

i volti di chi ho amato

e credevo fossero per sempre

e poi senz’aspettarmelo

io non li ho visti più,

se anno dopo anno

infine si è capito

che neanche nelle tue chiese

i patti nati sacri

sarebbero durati

e tu risorto al terzo giorno

saresti rimasto in cielo

e mai più su questa terra

*

mio Dio

qual è stata la mia colpa

se altri, non io,

hanno inciso nella carne

la voglia della carne

di salomé che danza,

il sogno di una torre

che arrivasse alle tue porte

e nemmeno si sospettava

che sola ad aspettare

ci fosse matrigna morte

e infinito e eterno

solo parole a perdere

*

quale la mia colpa

se guardandomi allo specchio

non sono più lo stesso

di quello che ero ieri

e profonda sulla fronte

a urlare la ferita

di chi nacque tradito

dal giorno che venne in vita

e poi tempo dopo tempo

sentirsi un tronco spoglio,

un ceppo dentro al fuoco

per cenere alla cenere

*

e ancora chi lo sapeva

delle ombre dentro al bosco

che poi erano predoni

a prenderti la borsa

e infine anche la vita,

e ancora chi lo sapeva

che si sarebbe attraversata

questa valle scura

dove un giorno sei bambino

e in breve sei già vecchio

sentendo la tua carne

guastarsi a poco a poco

*

e infine sai mio Dio

cos’altro potrei dirti,

*

che se fossi stato dio

e tu mio figlio

mai e poi mai

avrei permesso al pianto

di attraversarti gli occhi,

ai chiodi della croce

di ficcarsi in mani e piedi

e alla parola morte

di esserti sudario.

*

 agosto  2022

**

*

 Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Poesie del saluto”)

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Venerdì dispari

15 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Oggi montando sui tornanti di Giuncarico
ai lati della strada anemoni e viole tremolanti
tutta la Maremma era un cimitero
di alberi spezzati e stesi dal vento.
Centinaia di mimose esponevano
gli squarci freschi dei tronchi al cielo,
e come monetine gialle
i fiori tintinnavano nella tempesta.
Su in cima a Roccastrada
da solo sull’Acropoli ho dovuto lottare
perché il cappello non mi volasse via
tenevo ben calzati i pensieri alla testa.
provate voi a impazzire di vento.
Gli eroi mitologici parlano sempre di un destino tragico
nascosto dentro la profondità sublime di un paesaggio.
Un immenso e spaventoso sguardo
attraversava la pianura inseguendo le folate.
Mi è venuto in mente di andarmene
volare e rotolare via come un cappello.
Sono disceso poi lungo i vicoli
sbandando ubriaco come un asmatico iperventilato
inseguendo un barattolo trascinato dalla corrente
che s’era infilata tra le case.

Francesco Tontoli

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Epistole sarde: Un Viaggio Poetico tra Mito e Realtà

14 giovedì Mag 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, INTERAZIONI, Novità editoriali, POESIA, Poesie

≈ 1 Commento

Ofelia Prodan – Daniel D. Marin

EPISTOLE SARDE

Il Convivio Editore, 2025

Traduzione di Irina Turcanu e Paola Sini

Prefazione di Laura d’angelo

Lettura di Maria Allo

Epistole sarde, è un ordito di versi che avvolge il lettore come una trama di vento antico, intrecciando parole affilate e sussurrate. Ofelia Prodan e Daniel D. Marin, un ponte vivo tra Romania e Italia, tessono un dialogo poetico che non si limita alla superficie: è il respiro di terre lontane, il battito remoto della memoria che si ostina a pulsare anche quando il cuore vorrebbe dimenticare. Ogni poesia è una lettera inviata dalla distanza, un messaggio che sfida il silenzio del tempo per ricordarci che i sentimenti, a volte, si trasformano in ombre che nemmeno la luce più forte può dissolvere. Ci troviamo di fronte a un’opera che si svela come un mosaico incantato, una fiaba in versi che danza su più prospettive, intrecciando poesia e narrazione con la delicatezza di mani esperte, un gioco raffinato che alterna voci e si specchia in titoli eloquenti, custoditi come chiavi per accedere a una cornice metaletteraria elaborata e immersiva. Questa raccolta, con il suo piglio apparentemente fiabesco, non si abbandona alla leggerezza scontata del fantastico, ma percorre sentieri più complessi e profondi. C’è ironia surreale, c’è la vibrazione di una tradizione letteraria che l’autore decostruisce e ricompone, dando vita a un tessuto di poesia vivace e stratificata. Il testo si fa spazio di esplorazione, una terra sconosciuta dove temi universali si intrecciano in forme inaspettate. Il viaggio, archetipico motore narrativo delle fiabe, diventa orizzonte che si espande: ora pellegrinaggio dell’anima, ora naufragio esistenziale in una Sardegna misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Qui emerge l’eco di eroi solitari come un Robinson Crusoe contemporaneo o di meravigliose esploratrici senza tempo, forse una moderna Alice smarrita in un Wonderland reinventato. Laura D’Angelo lo coglie perfettamente nella sua prefazione: l’autore non propone un semplice racconto, ma crea un microcosmo lirico dove il lettore non è spettatore passivo bensì viandante curioso, chiamato a attraversare quelle terre inesplorate con stupore e inquietudine. L’opera vive nel dualismo: fiaba e poesia si incontrano e si trasformano reciprocamente; realtà e immaginazione si fondono in un gioco di specchi e rimandi. Il linguaggio dell’autore si muove con grazia tra levità e intensità: figure sfumate, immagini evocative e riferimenti intrecciati danno vita a una narrazione che seduce senza mai svelarsi completamente. C’è un’incantata dissonanza che avvolge ogni verso, come il fruscio di foglie che danza ai margini del silenzio. È questo equilibrio sottile tra eleganza e inquietudine a renderlo unico: un’opera che non si limita a essere letta, ma richiama a essere vissuta, scoperta, attraversata. Ogni componimento è un varco, ogni pagina è un paesaggio che invita a perdersi per ritrovarsi. Epistole sarde brilla come un frammento di luce rubato alla fucina di Efesto, dove le parole di Daniel D. Marin e Ofelia Prodan forgiano lame sottili, nitide come verità taglienti. La traduzione sapiente di Irina Turcanu e Paola Sini non si limita al ruolo di traghettatrice, ma si fa Orfeo, attraversando con maestria il patrimonio linguistico e guidando con delicatezza ombre, sfumature e preziose iridescenze nascoste. Chi si avvicina a questa raccolta entra in una foresta semantica intrisa di simboli: ogni foglia, un vocabolo scintillante; ogni verso, una liana che avvolge e trascina gli occhi in territori sconosciuti. Non si cammina su sentieri definiti, ma su arabeschi del pensiero, in un labirinto di parole dove non c’è Minotauro, solo il riflesso della propria idea vacillante. Il significato non si lascia afferrare con facilità: è un fantasma da inseguire, da sentire sulla pelle come il soffio fugace di un profumo che svanisce prima di ancorarsi ai sensi. Qui la poesia è un’alchimia che fonde la brutalità primordiale con l’eleganza di un cesello d’argento. Marin e Prodan scrivono sinfonie spezzate, frammenti scheggiati che ammaliano con la loro ruvida bellezza. Non c’è terra ferma sotto i loro piedi: ciò che resta è una danza sull’orlo dell’abisso, dove il nulla fiorisce e spalanca possibilità sconosciute alla mente. Leggere Epistole sarde è come ricevere chiavi segrete in mano, ciascuna capace di aprire un cofanetto ermetico. A uno sguardo distratto, potrebbe sembrare opaco, irreversibile nel suo silenzio eterno. Ma basta un gesto più attento—come una carezza sul bordo di un vaso greco—per dischiudere universi pulsanti, dove paradossi e visioni si rincorrono, simili a correnti elettriche imprigionate sotto lastre di ghiaccio. Prodan e Marin esplorano attraverso la poesia le contraddizioni e i drammi che attraversano il nostro tempo, scegliendo un registro drammatico sapientemente intrecciato a frammenti di realtà. Da queste tessiture emergono, con vivida intensità, l’isolamento e la solitudine profonda che caratterizzano l’uomo contemporaneo, sempre più smarrito nella difficoltà di autodeterminarsi in una realtà sfuggente, indefinibile, mutevole come un flusso continuo che inghiotte identità e aspirazioni. I loro sguardi penetrano un mondo in disfacimento, un mondo che, pur nella sua deriva, sa ancora suscitare un sorriso intriso di nostalgia o una commozione silente. È un mondo che si lascia amare e interrogare, ma che gli autori osservano con l’urgenza di spezzare barriere: quelle tra il reale e il fittizio, tra l’individuale emarginazione identitaria e la disumanizzazione collettiva. In definitiva, non è una poesia che consola o accarezza con delicatezza. È una poesia che scolpisce nella carne viva: graffia la sensibilità e la cura al contempo. Il dono maggiore di questa raccolta sta nel suo invito pungente a sfidare i confini della comprensione. Non accontentarti delle superfici lisce, non arretrare davanti al caos. Attraverso il disordine rivelatore, nella vertigine potresti scoprire non una caduta ma l’inizio del tuo volo più alto.

Maria Allo

Ofelia Prodan, attualmente una delle poetesse romene più apprezzate, esordisce con L’elefante nel mio letto (2007; Premio per il Debutto dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest, 2008) a cui hanno fatto seguito altre numerose accolte poetiche, tra cui due edite in Italia, Elegie allucinogene (2019; Premio speciale del presidente della giuria nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2021) e Periodicamente ricicliamo cliché (2023; Premio speciale Virginia Woolf per la poesia edita,nell’ambito del Premio Nabokov 2023; Finalistaal Premio Lorenzo Montano 2024).

Daniel D. Marin, poeta e traduttore, è autore di cinque raccolte poetiche edite in Romania e Italia, tra cui L’ho preso in disparte e gli ho detto (2009;Premio Marin Mincu, Bucarest, 2010) e I corpi che non ci calzano mai a pennello (2022; Finalista con menzione d’onore al Premio Sygla, città di Chiaramonte Gulfi , 2024). Curatore della prima antologia retrospettiva della Generazione 2000 della letteratura romena (2010), e di BorderLine Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi(edizione italo-romena, 2021).

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Esistere tra le crepe: scrittura e rabbia nell’adolescenza

13 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, I meandri della psiche, POESIA

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La rabbia, in adolescenza, non è un errore da correggere ma un linguaggio da imparare a leggere. La ricerca pedagogica contemporanea, dall’educazione emotiva alla psicologia dello sviluppo, insiste su un punto chiave: le emozioni intense, se non trovano canali espressivi, tendono a trasformarsi in comportamento disfunzionale o in chiusura. Al contrario, quando vengono riconosciute e nominate, diventano strumenti di crescita. In questo quadro si inserisce con forza il lavoro di Bruno Tognolini, in particolare il libro Rime di rabbia, che rappresenta un esempio concreto di come la scrittura possa trasformare la rabbia in parola, ritmo, pensiero. Le sue filastrocche non “calmano” la rabbia nel senso di spegnerla: la accolgono, le danno forma, le permettono di esistere senza distruggere. Dal punto di vista pedagogico, questo approccio si collega alle teorie dell’educazione socio-emotiva, che vedono nella verbalizzazione delle emozioni un passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’autoregolazione. Scrivere, soprattutto in forma poetica o ritmica, consente ai ragazzi di: dare un nome all’emozione, passando dal caos interno a una prima forma di consapevolezza; creare distanza, perché ciò che è scritto può essere osservato, riletto, trasformato; trasformare l’impulso in linguaggio, evitando che si traduca solo in azione (urla, chiusura, aggressività); sentirsi legittimati, perché la rabbia non viene negata ma riconosciuta come esperienza umana.
Le ricerche in ambito educativo mostrano che i ragazzi che trovano spazi espressivi nell’ambito della scrittura, che può essere scrivere un diario, poesie, sviluppano una maggiore capacità di gestione dei conflitti e una migliore comprensione di sé. Questo è particolarmente importante in adolescenza, fase in cui il bisogno di essere visti e ascoltati è spesso frustrato da adulti che minimizzano o interpretano la rabbia solo come opposizione. In Rime di rabbia, la forza sta proprio nel rovesciare questa prospettiva: la rabbia diventa materiale creativo. Non è più solo un’esplosione, ma una costruzione. Le parole fanno da argine, ma anche da ponte: permettono di passare da “non mi capiscono” a “provo a dire cosa sento”. Scrivere, quindi, non è un esercizio estetico, ma un atto educativo profondo. È un modo per insegnare che si può essere arrabbiati senza perdersi, che si può dare forma al disordine interno, che esistere, anche nella rabbia, è un diritto che merita voce. In una scuola o in un contesto familiare, proporre la scrittura come spazio di espressione significa offrire ai ragazzi uno strumento concreto per abitare le proprie emozioni. Non per eliminarle, ma per trasformarle. Perché una rabbia detta, scritta, condivisa, smette di essere solo un peso: diventa materia viva, capace di cambiare chi la prova e chi la ascolta. A partire da questa prospettiva educativa, la scrittura diventa anche un gesto personale, un attraversamento. Non si tratta solo di comprendere la rabbia, ma di darle un corpo visibile, una forma che possa essere guardata senza paura. È proprio in questo spazio che si inserisce il calligramma: una parola che non resta lineare, ma si muove, occupa lo spazio, diventa immagine oltre che voce. Ispirata alla lettura di Rime di rabbia di Bruno Tognolini, ho sentito la necessità di trasformare la riflessione in un atto creativo. Il calligramma nasce così: come tentativo di dare forma alla rabbia degli adolescenti che spesso resta inascoltata, compressa, etichettata.


e
s i s t e r e
│
(dove storcono il naso)
non ci provare

parole a perdi-fiato-ros-po
singhiozzo che salta in bocca

in mezzo ai rovi dei nostri
ca si ni
bianche spine sui cuscini
delle notti lunghe
nuvole di progetti (senza cielo)

perché non notati
non ascoltati
non capiti
(non non)

brufoli che suonano arpe storte
facce che cambiano stagione
nessuno resta / resta?

difficili ci chiamano
etichette addosso addosso
giacche strette strette

sbat
tia
mo
la
por
ta

la voce rimbalza
rim bal za
torna indietro
vuo
ta

tagliamo il cordone
ombe li ca le
con forbici di giorni
(chi li ha visti crescere?)

genitori vogliono scarpe
le nostre scarpe
camminano loro
sopra i sassi

noi
(non vogliamo vincere)
non vogliamo spiegare

vo
glia
mo

es
i
ste
re

la rabbia si arrampica
arram pi ca
muri della stanza

segni invisibili
unghie di luce
sul
buio

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Gianfranco Vacca, “Rosso freccia”, puntoacapo, 2024.

11 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Tag

Gianfranco Vacca, Rosso freccia

 

Dieci, indivisibilmente

estasi del numero

Elegante

colmo di futuro

pieno, compiuto

il totale

Dieci.

L’uno di ogni zero

avvinto a se stesso, sicuro.

La forza tonda

il traguardo

il menestrello il giullare.

In lui siamo giunti

dove mai giungeremo

fermi sicuri

cosa vorresti tu?

Sei l’uno

o già scappi

e diventi il tuo zero?

 

Capri

 

Che io dimenticassi

fu il minimo.

Che io scostassi dalla memoria

ogni traccia di me

fu solo l’inizio.

Che io staccassi il mio volto

per applicarvi lo zero

fu ancora l’inizio del cammino.

 

Capri

 

Nel tubetto dei colori

il rosso fiamma

eccita il pennello

Al bianco le sponde d’oro –

La scala cromatica salta il nero –

Al rosa si commuove il mondo

così delicato

si ricompone si raccoglie

sfuma

dove ha nido l’innocenza –

Il tubetto del blu ha un buco

e sfonda il cielo.

 

Capri

 

Ala spezzata

e le si flette il mondo

ma il dolore è negli occhi.

Il gabbiano non può volare

come si ripieghi in sé

sulla riva.

Eppure l’aspirazione resta allo sguardo

 

ecco, ora bilancia l’aria

– pare si libri

mentre guarda il cielo

erano alte le vette

e se ne ricorda,

come una meditazione

sulla luce del mattino.

 

Capri

 

Ho preso la tua carezza

– e la eccito

la porto ancora in mano

– su di me.

Perché io ti condurrò

verso lunghi cieli

– mi avevi già guardato in stella –

dove ruota come astro lo spirito elevato

fissa vertigini

rosso – rosso

ruota,

guancia contro guancia

ci solleva (mi solleva)

sale.

 

Spirito elevato!

Oppure invece spirito mammifero

che ancora sente

o piuttosto intuisce

cosa impose

– supremo soggiogamento-

una semplice mano

Turbante memoria!

Su di me.

 

Capri

 

 

L’Autore

Gianfranco Vacca (Napoli 1959) a vent’anni si trasferisce da Capri, dove è cresciuto, a Genova e poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014). Due sue composizioni, accolte in Le spigolature dell’Onagro, compaiono con altri suoi testi in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel 2013 da LaRecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica Cinepresa mistica (puntoacapo) con recensione di Sandro Angelucci. Nel 2019 pubblica Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo). È incluso nel Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo, II ed. aggiornata 2016). Un suo testo è inserito ne Il fiore delle lacrime (puntoacapo, 2020). Suoi testi sono stati accolti in varie riviste letterarie online.

 

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Poesia sabbatica: 29 [Monologo davanti a Dio]

09 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

Tag

Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

Dio

io non lo so se davvero ci sei

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi ancora bene

e per il nostro bene fai accadere ogni cosa

che persino il nostro male

è segno del tuo amore

*

io non so se davvero siedi

su qualche nuvola del cielo

e hai occhi sterminati,

uno per ogni nato a sostenerne il passo

sia quando siamo in piedi

sia quando poi cadiamo

*

io non so se davvero hai angeli guardiani

a dirci come salvare l’anima,

uno per ciascuno attento a sonno e veglia

e fino a che ci resta il fiato

o finisce il nostro tempo

perché si apra a noi il largo dell’eterno

*

Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,

buona era la terra e buono era il cielo

e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,

gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,

il verde delle foreste e i colori a mille

di erbe, frutta e fiori,

*

e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele

con solo occhi aperti a incanti e meraviglie

e corpi intatti e sani per vivere per sempre

ignari alla fatica e al parto fra le doglie…

*

e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,

perché nel tuo giardino all’improvviso

la grandine e la neve a intirizzire carni e foglie,

la pioggia a devastare le spighe già mature

le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno

*

perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi

quelli di noi bambini

ignari di  chi partiva per non tornare più

e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male

e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni

per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso

era forse non sapere il nostro essere felici?

era il non avere ancora visto

che il leone sbrana l’agnello,

che il sole scalda e incendia

e l’acqua disseta e affoga,

che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,

che prima si è giovani fiori

e poi sterpaglia al fuoco,

che piove sull’ingiusto

ma s’infradicia anche il giusto?

*

Dio

io ancora non lo so se ci sei davvero

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi ancora bene

ma com’è terribile il tuo silenzio

quando noi gridiamo forte

*

Dio, liberaci dal male.

*

*

ottobre 2025

*

 Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Poesie del saluto” inedita)

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Venerdì dispari

08 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

La bambina aspetta
che io la chiami
e la veda sorridere.
Lei sa che sorridere
le dona grazia
e piena di grazia
mi rivolge gli occhi
affondando lo sguardo nel mio
riconoscendo la mia umanità
e io benedicendo la sua.

Entrambi restiamo a guardarci
come folgorati dal nome
che in silenzio ci siamo dati
dal nome
che sta nelle nostre bocche
e dagli occhi
che si richiamano cercandosi.

Ci affrontiamo così
fino a toccarci i nasi
come per dirci
ciò che non sappiamo
attraverso ciò che sappiamo.

E tutto passa dalle nostre narici
occhi, naso, bocca
e invisibili radici
una chimica inspiegabile
elementi e mattoni d’ amore
che stanno tutti nelle mie braccia
che la contengono
e nelle sue piccole dita
che mi segnano il viso.

Francesco Tontoli

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Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026

06 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, Podcast, POESIA

≈ 1 Commento

Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin

E poi salpammo con in mano

un giglio e una mimosa

a incontrare una figlia persa nelle nebbie

decisi per i venti e le correnti

per un azzurro un fuoco un arancione denso

è tutta colpa di questo mare immenso

che abita le nostre vite e nel profondo giace

e cambia faccia e cupo ringhia a morte

di decomposizione si nutre e si ricicla

in circolo colora e canta

poi albeggia e ricomincia.

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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