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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024.

12 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Mattia Bettoni, Proiezioni ortogonali

 

Coro ammutolito (con tendenze cacofoniche)

1
Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.

*

da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ

 

Fribourg – Lugano – Torino

Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.

*

 

A Adele

A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.

*

 

et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.

Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.

 

*

 

Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.

 

*

da UNA CODA

 

Processi mitopoietici

In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.

Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.

In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.

 

*

 

da UN’ALTRA VOLTA

 

Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda

e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.

 

Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024. Postfazione di Massimo Gezzi.

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Poesia sabbatica: -32-

10 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Mr Hyde o del profondo abisso

 

-32-

 

dovresti chiedermi perdono

dio

o chiunque tu sia

 

per lo strazio, il supplizio,

l’inizio immortale

di quando si era bambini

e poi gli anni contati

il sudore alla fronte

l’inutile freno

della corsa alla morte

 

dovreste chiedermi perdono

padre

madre

voi lo sapevate

che sempre si nasce orfani

che imparare a vivere

è già come morire

 

dovreste chiedermi perdono

tu uomo

tu donna

per le parole salate

quando ero ferito

per le spalle voltate

quando ero più solo

per l’amore per sempre

che non sa diventar vero

per le tante promesse

che nessuno mantiene

 

dovreste chiedermi perdono

dio padre madre uomo donna

 

solo per farvi sapere

che io non perdono.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”)

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Venerdì dispari

09 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Avrei dovuto nascerlo, Francesco Tontoli

Avrei dovuto nascerlo

Avrei dovuto nascerlo
esserci dove ora non sono
crescere dividendomi in parti
nella culla di un altro.

Un ragazzino se non introverso
almeno taciturno, capace di saltare
fin da piccolo sulle mattonelle
senza toccare le linee.

Azzardare un cammino in cui il piede
atterra su una superficie più elastica
avendo la testa nascosta dentro un ermetico
casco di riccioli che a fatica distingui le luci
degli occhi-binocoli che avvicinano cose.

Avrei pestato meno merde correndo
e sulle mie lune avrei piantato bandiere di latta
immobili, rigide, sventolanti parole
come quelle che in Tibet legge il vento
e che stanno in silenzio tra loro
prima di scendere e muoversi.

E come fa il vento sarei andato lì
in ogni dove su in circolo
prima di scegliere di nascere
prima di nascondermi a morire.

(2014)

Francesco Tontoli

 

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“Qualcuno dovrebbe ringraziarmi” di Loredana Semantica da “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024. Legge Antonella Pizzo

07 mercoledì Mag 2025

Posted by Antonella Pizzo in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Barracuda, Loredana Semantica, Podcast

La poesia “Qualcuno dovrebbe ringraziarmi” di Loredana Semantica, dalla raccolta illustrata “Barracuda”, Terra d’ulivi edizioni, 2024. Legge Antonella Pizzo

Qualcuno dovrebbe ringraziarmi
qualcuno che ho memoria mi aveva già scalzato
da altri luoghi similmente connessi allo stradario
era un presagio vago circolare come di notte
che si ripete è perciò che lo escludo
per essersi compiuto l’arcano inevitabile
non tanto ormai per splendere
che da tempo ho dismesso le grandi attese
stupida essendo ogni cosa intorno
gravoso il male anzi banale nel suo dolore provocato pervicace
squallidi tutti i cercatori di bava di baldoria.

Ho il senso di qualcosa che sprofonda
come le cattedrali edificate sul fango
dalle fondamenta vuote
il crollo avviene lentamente tale
che agli abitanti non sia dato di vedere
l’inutile ormai lo escludo dicevo
chi tesse trame chi nega l’evidenza
chi alle spalle lavora ai tatuaggi
chi finge chi intrallazza chi le guance cadenti
chi il cuore strafatto chi le fitte o i ricami
non tanto ormai per splendere dicevo
ma per essere quietamente.

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Poesia sabbatica

03 sabato Mag 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

…

 

non ho che frammenti e rimasugli

per questo

da domani ti manderò le nubi

 

e se da ogni mia parola pioverà

sarà l’autunno ed io sarò la pioggia

sarà novembre ed io candele ed ombre

sarà pensarmi come si pensa ai morti

 

che un giorno sono andati

per non tornare più.

 

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

02 venerdì Mag 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli

Ho spedito una foto del cielo di Pisa
a un amico lontano
il mio cielo plumbeo confrontato al suo
decisamente azzurro e a tratti lattiginoso.
Ho spedito anche me stesso
quello che sto tessendo e colorando
il segno di una caduta
lasciato da un angelo maldestro
una curva rischiosa sulla strada
il lancio di un aereo di carta non riuscito
e alcune frasi fatte che nascondono
a malapena l’imbarazzo e il disagio
di dire qualcosa quando si è distanti
diventati sconosciuti cultori di solitudini.
Volevo che tornasse indietro il messaggio
ma l’ho spedito così com’era
rarefatto e incompleto,
così da apparire un ritratto
cancellato dal tempo
qualcosa che ti è scappato di mano
come un refuso.

Francesco Tontoli

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Anna Maria Scocozza ∗ Floriana Porta, “Siamo fatte di carta”/Arte, poesia e rinascita al femminile, Ventura Edizioni, 2024.

28 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in ARTI, POESIA

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Anna Maria Scocozza, Floriana Porta, Siamo fatte di carta

DI CARTA, INCONTRI E SGUARDI di Sara Durantini

Di fronte ad una nuova opera, che sia essa di natura artistica o letteraria, mi viene naturale, se non addirittura spontaneo, esprimere le emozioni provate durante la visione o la lettura, sottoporre al vaglio critico la mia stessa mente nel suo processo di analisi. Già all’inizio del Novecento Thomas S. Eliot rifletteva su questo tema nel suo saggio Tradition and the Individual Talent e mi accorgo che mi sovvengono le sue parole in seguito alla lettura dell’opera Siamo fatte di carta, scritta e realizzata da Floriana Porta e Anna Maria Scocozza. Potrei soffermarmi sul senso storico delle coautrici, «ciò che rende uno scrittore più acutamente consapevole della sua posizione nel tempo, della sua propria contemporaneità», citando T.S.Eliot. Invece, sento l’esigenza di spostare la lente d’ingrandimento sul legame di questo libro con la tradizione dei livres pauvres, inserendolo, per giustapposizione e confronto, tra altre opere del passato. Siamo fatte di carta ha la particolarità di porsi come un dialogo intimo tra la parola e l’immagine, un incontro tra poeta e artista. La sua semplicità materiale si contrappone alla ricchezza creativa, sfidando l’idea tradizionale di valore nell’arte. Forte del richiamo affettivo al genere dei livres pauvres, questo libro sembra volerci ricordare che l’arte non è definita dalla sua opulenza, ma dall’impronta unica dell’espressione umana, dalla connessione emotiva che evoca nell’osservatore, dalla valorizzazione della qualità artistica e umana al di sopra della quantità materiale.
L’immediatezza, la rapidità, la fulminea apparente frammentarietà della parola poetica di Porta condivide il baluginio emotivo, il palpito luminoso, la cesellatura che innesca una trama narrativa con le opere di Scocozza realizzate con la carta e con materiali riciclati. Questo tipo di lavoro risente del legame con la tradizione, iniziata da Daniel Leuwers, del “libro povero” quale opera d’arte che trascende i confini convenzionali dove è intensa la collaborazione tra poesia e immagine, tra parola scritta e arte visiva. La sinergia tra poeta e artista, che si esprime su un semplice foglio di carta, porta alla creazione di un’opera da esplorare.
Le due coautrici, Floriana Porta, nelle vesti di poeta, e Anna Maria Scocozza, in quelle di artista, intrecciano le loro voci creando un connubio creativo in cui parole e immagini si influenzano e si arricchiscono a vicenda. In questo processo emergono espressioni condivise che riflettono i loro sentimenti e il loro universo interiore, celebrando la forza della collaborazione artistica che sembra, in un qualche modo, ricordare il concetto oraziano «ut pictura poësis». Sfogliando e leggendo Siamo fatte di carta rintraccio quello che ha affermato l’artista francese Mylène Besson a proposito della sua arte e del significato che ruota attorno alla realizzazione di un’opera a quattro mani.

«Réaliser à quatre mains un livre d’artiste, c’est partager un espace avec un(e) ami(e), c’est désirer ensemble un objet commun, c’est donner et recevoir, c’est transformer l’espace de la page en lieu d’une intimité partagée».

«Creare un libro d’artista a quattro mani è condividere uno spazio con un amico, è desiderare insieme un oggetto comune, è dare e ricevere, è trasformare lo spazio della pagina in un luogo di intimità condivisa». Questo desiderio di condivisione e di trasformazione da privato a pubblico, questo bisogno di donare, si avverte e cresce in intensità con il procedere di ogni pagina. Il progetto di Porta e Scocozza prende le distanze dalla tradizione dei livres pauvres proprio a questo punto della sua storia quando il bisogno di condivisione esce dallo sguardo di pochi intimi per accogliere le mani e gli sguardi di un pubblico più ampio che può leggere e fare proprio il libro stesso. Come scrive Recalcati a proposito del bambino, che solamente «se si vede guardato dall’Altro, se si rivede nel volto dell’Altro, potrà autorizzarsi a guardare il volto del mondo», analogamente l’artista richiede di essere accolto dall’Altro, necessita dello sguardo altrui per costruire quel dialogo con l’Altro da sé. L’artista, come il bambino, ha bisogno di edificare un incontro, proprio come nell’amore. E dall’amore per l’arte e per la condivisione, dalla passione per la poesia e per la creazione con carta e materiali riciclati nasce Siamo fatte di carta, un progetto che sfida le convenzioni e celebra la creatività artistica come un’esperienza profondamente personale e significativa. Un progetto al quale auguro l’incontro con tanti sguardi e tante mani.

Anna Maria Scocozza nasce a Roma nel 1965 dove vive e lavora. Diplomata in Costume e Moda, ha frequentato, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, la Scuola libera del nudo e moltissimi corsi di specializzazione di pittura e decorazione. Come attività lavorativa ha condotto numerosi Laboratori/Workshop artistici-creativi e corsi di tecniche pittoriche presso musei, scuole e centri di aggregazione giovanile per adolescenti, adulti e bambini.
Negli ultimi anni la sua ricerca artistica si è focalizzata sulla realizzazione del suo “Guardaroba poetico” e precedentemente sull’acquarello e sui libri d’artista.
La sua è un’arte non solo estetica, ma anche etica, tenta di spingere lo spettatore a interrogarsi non soltanto verso tematiche sociali che riguardano soprattutto le donne vittime di violenza, ingiustizie, emarginazioni, razzismi, ma lo conduce via via, ad un’introspezione sia psicologica che spirituale, con uno sguardo fisso sulla realtà alla ricerca di risposte. Anche se forse, non c’è mai una giusta risposta, forse solo una giusta domanda. Costruisce le sue cartose opere “Indumenti poetici” con ciò che viene rifiutato, inutilizzato: vecchi libri riciclati, destrutturati e ricreati, talvolta filati, a formare una stoffa di carta che utilizza come metafora poetica, visioni da indossare per descrivere la realtà, anche quella più dolorosa; simboli visivi e archetipi umani che ci accompagnano nel nostro difficile viaggio terreno e spirituale. Strappi come cicatrici, che diventano feritoie da dove la luce ci illumina e custodisce, preparandoci per nuove fioriture. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Italia e all’estero e le sue opere si trovano presso Musei, Fondazioni e Collezioni italiane e straniere.

Il suo sito è http://www.annamariascocozzaartist.it

*

Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. È esperta di poesia giapponese, in particolare di haiku, baishù e tanka. Si tratta di componimenti poetici che si caratterizzano per avere un forte collegamento di temi con l’ambiente naturale e che seguono regole metriche sillabiche molto ferree. Una poesia Zen molto riflessiva, di grande emotività, suggestione e incredibile brevità. Ha fatto parte per tanti anni della giuria del prestigioso Concorso Internazionale di Haiku di Cascina Macondo. Ha pubblicato numerosi libri, ebook e plaquette di poesia ed è presente in molte importanti antologie poetiche. Titoli delle sue principali pubblicazioni: Verso altri cieli (Edizioni REI, 2013), Quando sorride il mare (AG Book Publishing Editore, 2014), Dove si posa il bianco (Sillabe di Sale Editore, 2014), L’acqua non parla (Libreria
Editrice Urso, 2015) Fin dentro il mattino (Fondazione Mario Luzi Editore, 2014), La mia non è poesia (Aljon Editrice, 2017), I nomi delle cose (Edizioni L’Arca Felice, 2017), In un batter d’ali (AG Book Publishing Editore, 2018), Offro respiro ai versi (La Ruota Edizioni, 2018), Il Giappone in controluce (AG Book Publishing Editore,
2020) L’infinito è in me (AG Book Publishing Editore, 2021) e Oltre gli orizzonti (Blurb, 2022).
Hanno scritto della sua poesia numerosi critici ed esperti di poesia e letteratura: Antonio Spagnuolo, Lucio Zinna, Marco Furia, Gabriella Cinti, Pier Luigi Coda, Fortuna della Porta, Ilaria Guidantoni, Andrea Galgano, Alessandro Moscè, Luciano Somma, Rosa Elisa Giangoia, Giuseppe Conte, Camilla Ziglia e molti altri.

Il suo sito è http://florianaportablog.wordpress.com

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“Non che il mondo fosse buono” di Loredana Semantica. Legge Antonella Pizzo

24 giovedì Apr 2025

Posted by Antonella Pizzo in Podcast, POESIA

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Da “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024, la poesia “Non che il mondo fosse buono”. Una lettura di Antonella Pizzo.

Non che il mondo fosse buono
Zanzotto caro ma così
nero nefasto violento
non l’avevo mai visto
così geneticamente votato
all’autotutela del vuoto
e spinto sull’orlo di un qualche
baratro marino o fossa atlantica
dove si addensa una piovra gigante
il rostro aperto sul cuore che succhia
l’energia vitale dal nucleo
e genera angoscia sulla sorte
dell’uomo.

I secoli avevano promesso una svolta
una generazione nuova di zecca
una rivoluzione celeste
sono queste le doglie del parto
da cui nasce il futuro
le spinte le controspinte
come fischi di treni
trasmettono al ventre gli impulsi
pulsanti dei tamburi
le ere fecondano la volta del cielo
innestano in fondo
l’amnio del mondo.

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Versi trasversali: Teresa Valentina Caiati

21 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Teresa Valentina Caiati

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

TERESA VALENTINA CAIATI

 

Leggo ogni giorno i silenzi che mi invii,
annuso l’intenzione che ci metti
anche se evapora, cerco nell’aria
un segno, un distico elegiaco nel vento.
Sai, conosco la potenza
delle cose lontane, la metamorfosi
che non dà scampo e trasforma
i punti interrogativi in punti fermi.

 

Il giorno esatto del mese di Marzo,
alle idi le odi di odio risuonano.
Non si può ripartire dopo un addio,
mi spieghi le instrucciòn de seguridad
ti guardo e non capisco dove aggrapparmi
in caso di pressurizzazione, sprofondo.

 

Immaginare santi
per rispetto dei grandi,
andare in processione intorno al verso,
col cero che cola il moccolo nell’ipertesto
dei tuoi rimandi, dacché mi amavi
ad oggi, i pianti
e che ne sanno i grandi,
e che ne sanno i santi.

 

Del tuo nome so dire la prima lettera
la buca in cui metto i piedi quando piove
e il vuoto che mi assale tra gli schizzi
e il freddo di ottobre che non mi asciuga
e poi ancora, l’ostinazione a non aversi,
a sillabarsi
sguardi di commiato in sordina dai passanti
indifferenti
e poi tacere
anche nel verso delle parole che dici,
che non dici e scrivi
senza sottintendere niente
oltre la rondine non fa primavera.

 

Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.
È giallo ocra lo sfondo sul foglio
a pois come Yayoi Kusama la mia fantasia.
Ogni cosa ha un simbolo, un segno.
Di te conosco l’archetipo, la statua senza nome,
mono sguardo binoculare fisso perso nel vuoto
con la posa canonica degli invertebrati di mare
al primo sole di aprile.
Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.

 

La paternità della mia assenza è tua,
l’hai fatta nascere tu
e ora mi chiedi il test del dna
come se non ricordassi
il giorno
in cui mi hai fecondata di infelicità.

 

Non c’è più un orizzonte
con la mano tesa a toccare
quello che immagino e dico
a tutti che è reale. Ora esiste
un confessionale spoglio
di acque benedette, una parola
audace che mi bagna la fronte
e il mento, quando bevo alla fonte
per le strade, schizzare forte,
ho scoperto, è il divertimento.

 

Testi di Teresa Valentina Caiati, tratti da “Togli le parentesi ( ), Eretica Editore, 2024.

 

Teresa Valentina Caiati è nata a Bari nel 1985. È musicista e artista versatile. Alcuni suoi testi editi e inediti sono comparsi online e su riviste specializzate. È docente di musica presso la scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Frange di interferenza (Eretica edizioni, 2019).

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“Pasqua di Risurrezione” di Ada Negri

20 domenica Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

≈ 2 commenti

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Ada Negri, Pasqua di Resurrezione

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere pienamente e serenamente la Pasqua, festa di rinascita, speranza e rinnovamento.

Io canto la canzon di primavera,
andando come libera gitana,
in patria terra ed in terra lontana,
con ciuffi d’erba ne la treccia nera.

E con un ramo di mandorlo in fiore
a le finestre batto e dico: Aprite,
Cristo è risorto e germinan le vite
nove e ritorna con l’April l’amore!

Amatevi fra voi, pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon su la terra,
uomini della penna e de la guerra
uomini de le vanghe e dei martelli.

Schiudete i cuori: in essi erompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza;
io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la primavera.

 

Ada Negri

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Poesia sabbatica: “In tutta onestà”

19 sabato Apr 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri, In tutta onestà

 

In tutta onestà

 

non mi sentirai più dire

d’altri mari

di spiagge in attesa

senza un’ombra di scarpa

 

non mi va

di passarti una piuma

sul profilo degli occhi,

prepararti il decollo

per traversate stellari

dove solo ad un passo

trovi Dio che ti aspetta

 

non soffierò nelle orecchie

altro vento per vele

dove il mare finisce

e comincia l’abisso,

 

ho appena il coraggio

d’accennarti la guerra

da questa trincea

scavata in fondo alla terra

 

se ci sia un altrove

io questo non so

e comunque ti dico

che per me non s’è visto

 

intanto

resisto.                                                      

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa”  Terra d’ulivi edizioni)

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Venerdì dispari

18 venerdì Apr 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Erano venuti in riva al fiume, Francesco Tontoli

Erano venuti in riva al fiume
per parlare tra loro di questioni di confine
uno faceva saltare le piccole pietre sull’acqua
l’altro rimaneva guardingo e timoroso
osservando di continuo la sconfinata proprietà
che gli era accanto.
Finirono per essere descritti in questo istante
da un fotografo celeste di passaggio.
E quello che avvenne dopo
del come brució il fienile e del quando
del dove furono trovati i corpi dei piccoli
e delle posizioni assunte dai cadaveri
della moglie che uccise col forcone
il servo che ricopriva col corpo la sua bambina
e della devastazione del campo e del raccolto,
fu conteso dai narratori
che giravano tra i villaggi
per rendere esemplare la storia
e almeno per riempire di senso
il breve tempo della pace.

Francesco Tontoli

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Poesia sabbatica: “56”

12 sabato Apr 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Solo parole d'amore

 

56-

 

non è stato

che il nodo

si facesse abbraccio stretto,

lo stare in un per sempre

e noi un nido,

lo stare tu a oriente

ed io ad occidente

eppure mai distanti

eppure mai distanti

 

non è stato

che tu lasciassi entrare

(ed io per te altrettanto)

i miei pensieri zitti,

quelli che se ne stanno

un po’ più stretti al cuore,

quelli dove non fingi

se sei felice o piangi

ed ogni parola è vera

ogni parola è carne

 

non è stato

che tutto il tuo tempo amore

fosse tutto il mio tempo amore

senza un resto

un giorno in più o in meno

neanche di un secondo

ed è arrivato il tempo

che una vita insieme

ora è vita a ognuno

 

che tu possa ancora

essere felice

che io possa ancora

essere felice.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Solo parole d’amore” in corso di revisione)

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Venerdì dispari

11 venerdì Apr 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Ritorno sul primo verso

Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

09 mercoledì Apr 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La sesta e ultima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

VI
Benché non speri più di ritornare
Benché non speri
Benché non speri di ritornare
A oscillare fra perdita e profitto
in questo breve transito dove i sogni si incrociano
Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
Le ali non spezzate
E il cuore perduto si rinsalda e allieta
Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi
Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto
S’avviva a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere che ruota
E l’occhio cieco crea
Le vuote forme fra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano
Fra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono
Che l’altro tasso sia scosso e risponda.
Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
Non permettere che ci si irrida con la falsità
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti
Anche fra queste rocce,
E’n la Sua volontarie è nostra pace
E anche fra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non sopportare che io sia separato
E a Te giunga il mio grido.

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“Versi di una nota sola/Per un itinerario musicale” di Miriam Sartori

07 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Miriam Sartori

Immagine creata con AI

 

Versi di una nota sola
Per un itinerario musicale

I.

La mattina è per la composizione.

Di un sogno, di un’idea
di un affacciarsi
sul davanzale del tempo,
nell’ultimo minuto di buio.
Aspettiamo che il sangue
ci risuoni nelle vene
e insieme lo aiutiamo
intonandoci
sul medesimo accordo.
Sciolgo le dita,
il giorno entra dai vetri.
Le formiche di note in cadenza
sulla nostra pelle spiegazzata.
Quartine di schiocchi,
arpeggi di baci.
Il rigo non fa che allungarsi
e il nostro minuetto, muta in sinfonia.

 

II.

Si cammina sulle strade dei giorni.

E il ritmare dei nostri passi
come massi in caduta
da collina che frana,
scandisce le ore
mentre crollano, disperse

Irregolari e imperfette
sempre scenderanno
ma la Valle, accogliendole tutte
sarà barra doppia
dopo monti di note.

 

III.

Questa poesia non vuole

indicare, definire
o esprimere.
Non vuole essere niente
che già non sia,
ma sola restare
nel vuoto creatore dell’essenza.
Versi come pause
nella timida espirazione,
se la bacchetta fulmina:
ultima vibrazione.

Questa poesia vuole
essere incisa
nel silenzio.

 

IV.

Ora
possiamo appena ascoltare
questo schiodare di stelle
dal cielo
questo continuo sgusciare
dal canto,
delle nostre fiamme
il fremito incanto.

R-accolto ogni pezzo di strofa
tutta la musica che resta
conchiusa
in una sola nota

 

Testi inediti di Miriam Sartori

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Poesia sabbatica: “Verrà l’inverno” e “E’ solo così”

05 sabato Apr 2025

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie giovanili e sparse

 

VERRA’  L’INVERNO

 

verrà l’inverno

e noi lo vedremo dalle finestre

di vetro e ghiaccio,

dalle rughe intorno agli occhi

che non nasconderemo più,

dall’affanno in cima alle scale

salite ad una ad una

 

verrà l’inverno

e sarà la nostra storia

già scritta tutt’intera

e troppo corta la vista

per guardare lontano,

troppo malferma la mano

 

verrà l’inverno

ma non devi piangere ora

non devi piangere amore,

perché è maggio ancora

e tu profumata rosa,

 

non devi piangere amore

perché tu sei la rosa

e per noi è maggio ancora.

 

***

 

E’ SOLO COSI’

 

non c’è un altro mondo

né un mondo migliore,

di diverso c’è solo

che qualcuno ci crede,

 

smetterà

 

e sarà come me, come te,

a camminare in un mondo

che è solo così:

 

troppo stretto per sogni

che un giorno furono immensi.

 

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita  “Poesie giovanili e sparse”)

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Venerdì dispari

04 venerdì Apr 2025

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Cosa sono le nuvole a marzo
si lasciano guardare in lunghe prospettive.
Vengono dai loro mondi indecifrabili
e vanno a perdersi o a raccogliersi.
Ci invitano con la carità dei loro gesti
e con la grazia dei colori.
Ci dicono dai tetti dei loro alfabeti
che hanno pronunciato sentenze altrove
e tutto il sapere che portano cammina
insieme al cupo silenzio dei fulmini.

Francesco Tontoli

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“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

02 mercoledì Apr 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Antonella Pizzo, Podcast, Thomas Stearns Eliot

La quinta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la parola non detta e non udita
È non udita e non detta,
Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
Il Verbo senza parola, il Verbo
Nel mondo e per il mondo;
E la luce brillò nelle tenebre e
Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso
.
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
Non sul mare o sulle isole, né sopra
La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
Per coloro che vanno nella tenebra
Durante il giorno e la notte
Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
Pregherà la sorella velata per coloro
Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i fanciulli al cancello
Che non lo varcheranno e non possono pregare:
Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
Per coloro che l’offendono e sono
Terrificati e non possono arrendersi
E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
Oh mio popolo.

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Martino Bosco, “Stati della materia”, Fallone Editore, 2024.

31 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Martino Bosco, Stati della materia

 

Laboratorio 1

Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.

Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.

Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.

Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.

Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.

 

La chambre verte

Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.

 

Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.

 

Laboratorio 3

Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.

Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.

Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.

 

Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.

 

L’AUTORE

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.

 

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