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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Poesie

“Ombre cinesi” di Francesco Tontoli

13 venerdì Ott 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

Vivo al primo piano di un palazzo di città
e a volte mi ritrovo a scrivere o a suonare
la sera davanti alla finestra
esposto alle radiazioni azzurre
dei televisori e dei computer.
So che potrei entrare nei pensieri
e perfino nelle poesie dei miei vicini
e che tutti gli interni che osservo
sono simili a quello che proietto io con il corpo.

Mi dico che in fondo ognuno nel suo inverno
è un ritaglio luminoso dentro lo scavo delle case
approssimazione di vita immaginata
che rimanda su muri esterni. le ombre cinesi di sé stesso
voce che esplode quando si spalanca l’anta di una porta
o quando qualcuno fuma fuori e parla con chi è dentro.

A me interessano i disegni vaghi e i movimenti
che affacciandomi si creano in verticale.
Ognuno al suo piano ha la funzione estetica
di costruire un alveare e una torre di parole
un’esperienza di gesti che quando li guardi
portano un significato transitorio e lieve.

Del silenzio visto da fuori, se ti lasci guardare
c’è quel senso di operoso abbandono che solo
chi sa di non esser considerato produce come un’aura.
E chi è dentro il suo mondo ha modo di rigovernarsi la vita
far l’amore o semplicemente cercare di vedere il cielo e la luna.

E perfino le stelle, che qui al primo piano
diventa impresa impossibile indagarle
lasciano immaginare che siano loro a guardare.

Questo mi dico,
mi fa bene e mi cura
questo, mi ripeto,
mi dà una forma di coraggio
sposta avanti ogni sorta
di angoscia e di paura.

Francesco Tontoli

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Alessandro Barbato, Inediti

09 lunedì Ott 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Alessandro Barbato

1.

Verremo via e con noi scivoleranno
nella notte delle palpebre
le cose e anche le case, tutte quante
le canzoni che ascoltavi
per dormire, le perline, i prati
e i fiori che teniamo nei cortili.
Verranno via con noi le nostre rose,
con le spine, i pennivendoli,
le giostre e poi il profumo che indossavi
quando aspettavamo Aprile.
Non mancheremo certo a questo mare
o alle sue onde che ci nutrono
la voce, né alla danza di cicale
che nemmeno a sera tace
e ci ricorda amori e fiabe.

La casa delle cose

2.

Valeva una fortuna da bambini
ritrovare tra le sabbie
dell’estate qualche biglia
abbandonata con la foto
cartonata d’un ciclista
sconosciuto, per le gare
assolatissime su piste
morsicate dalla tiepida
risacca che bagnava i nostri gridi
insieme a quelli dei gabbiani.
Sembravano pepite e noi pionieri
alla ricerca di un segreto
sotterrato in mezzo ai piedi,
sulla spiaggia che bonaria
ci osservava e non tradiva mai
le nostre aspettative e i sogni d’oro
che auguravano le madri un tempo
ai figli se dormivano da soli.
Anche ora silenzioso cerco attento
sulla riva dei tuoi sensi un segno
magico o una biglia che hai perduto,
che hai lasciato tra le dune
carezzate dal mio mare, per gare
a perdifiato con i giorni
che ci sfuggono di mano.

Biglie

3.

Necessitano d’ombra, qualche volta,
persino le parole. Troppo Sole
ne scopre capillari e venature
fragili; ostruite da abitudini
cattive, come quella di fumare
o bere sciocche litanie di versi
a stomaco vuotato dal rigurgito
del tempo che ogni tanto porta indietro
immagini e valute fuori corso,
buone solo per qualche collezione
sfogliata, con orgoglio un po’ infantile,
davanti ai rari ospiti che si fingono
davvero interessati e non domandano
mai buio a ristorare idee e pensieri.

Versi dell’ombra (Sonetto di Luglio)

4.

Sussurri in questo coccio di conchiglia
cui somigliano i miei sogni:
eredità di sale ed echi d’onde
di un pianeta che ha alti mari
e occhi più profondi in cui nascondere
i relitti delle nostre tentazioni.
Non riesco mai a distinguere, però,
l’intonazione, il peso, anche l’odore,
se ce l’hanno, dei discorsi
che facciamo mentre aspetto
di svegliarti e ancora perderti
tra i flutti delle cose, delle noie
e dell’amore che raccontano
le vedove, che sperano le spose.
Ti cerco in questo coccio di conchiglia
a cui somigliano i miei giorni,
votati alla battigia e a qualche rudere
di luce al quale appendo la tua voce.

La battigia (in questo coccio di conchiglia)

5.

Ne avremmo di parole
nuove, giovani da usare
per incidere il silenzio
in cui confini ogni mio giorno,
bianco come le pareti d’una casa
da arredare ed abitata
da qualcuno che ogni tanto
ti somiglia. O come bianca
tela aperta a ogni squarcio di colore;
lontana vela viva nell’azzurro
della sera, quando cerco
la tua orma in ogni angolo,
sull’orlo di ogni notte quando arriva.

I giorni bianchi

Nota biografica

Alessandro Barbato (Roma 1975) dopo la laurea in Lettere, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in antropologia sociale presso l’EHESS di Parigi dedicandosi allo studio dei rapporti tra nuove scienze umane e letteratura, in particolare nell’opera di Michel Leiris e Pier Paolo Pasolini. Ha pubblicato su tale tematica diversi saggi, in lingua italiana e francese, e una monografia; è inoltre collaboratore del blog dedicato al Poeta friulano «Le pagine corsare». È stato membro del comitato di redazione della rivista di settore «Civiltà e religioni», oltre che di diversi gruppi di ricerca legati alle cattedre di Storia delle Religioni e di Antropologia delle religioni della Facoltà di Lettere dell’università UNIROMA2.
Ha pubblicato anche liriche su rivista, blog letterari e nel 2019 la silloge “Il fiore dell’attesa”, confluita nel 2020 nella raccolta “Solamente quando è inverno”. Nel 2022 ha visto la luce la sua ultima raccolta di versi, “La mimica dei mondi (qualche poesia fuoritempo)”, edita da Controluna – Edizioni di poesia.
Attualmente insegna materie letterarie presso le Scuole Ebraiche di Roma.

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“Suono” di Francesco Tontoli

06 venerdì Ott 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

A volte mi sento, mi tasto

e penso se ho un senso.

A volte mi pento di quello che sono

e allora suono fino all’inverosimile

suono qualcosa di indicibile

puro nonsenso musica che si fa e si disfa.

A volte (più volte) ripeto frasi inudibili

mi incanto le osservo incastrarsi l’una sull’altra

costruire edifici con mattoni di suoni

e malta che lega eoni di tempo.

Ed in mezzo un silenzio ed un altro

qualcosa di simile a un vuoto pneumatico

come quando si arriva in cima a un respiro

e ci si ferma a fissare su cellule morenti

qualcosa di vivo, un soffio, un presto

un andante o a volte un daccapo

un semplice disabitato punto coronato

o un niente, molto ben suonato.

Francesco Tontoli

 

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(Nomen omen) di Francesco Tontoli

29 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

È da poco che ho scoperto

che mi scordo proprio tutto,

tutti i nomi ed i cognomi

che mi sforzo a ricordare

mi si inceppano a chiamarli.

 

Ho scoperto che ci sono

troppi nomi in una cosa

troppe cose dentro un nome.

 

Quando chiamo una persona

torna indietro la mia voce

trasformata, frastornata

 

come un suono concepito

per chiamare che si scioglie

si frantuma contro il muro delle cose.

 

Se mi scordo, mi perdono

se mi perdo dentro il vaso

e Pandora non mi trova

la ricerca mi consuma.

 

Poi mi arrendo nel cercare

il tuo nome per esempio

anche se non è il chiamarti

che mi preme, ma l’amarti

e tutto ciò che lo contiene.

 

( “Nomen omen”, mi dicono sempre così, quando incrociano il mio nome)

 

 

Francesco Tontoli

 

 

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“Penso al consenso” di Loredana Semantica. Videopoesia

26 martedì Set 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, LETTERATURA, POESIA, Poesie, Video

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Loredana Semantica, Magneti, Patrizia Destro, POESIA, Porto Seguro editore, videopoesia

La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.

Penso al consenso
a quanto esso sia l’imperativo
a come sia diffusa la sua voce
e sia di ogni pietra stella
del cavallo sella
e di ogni ostacolo il suo ponte.

I think about consensus
how urgent is its search
the vast diffusion of its voice
a star to every stone
a saddle for the horse
and to every block a bridge

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Equinozio d’autunno

23 sabato Set 2023

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Poesie

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Tag

Anna Maria Bonfiglio, Deborah Mega, Emilio Capaccio, Francesco Palmieri, Francesco Tontoli, Giorgia Vecchies, Loredana Semantica, Maria Allo, POESIA, Raffaella Rossi

“Paesaggio a Murnau”, Vassilij Kandinskij

Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…

Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

Settembre era da sempre di Loredana Semantica, inedito

Settembre era da sempre
il mese iniziatico nel quale giungeva
il richiamo profondo di appartenenza
a un ambito diverso dove
altra luce cadeva sulle cose
in riverberi giallo paglierino e ricordi
di un luogo indefinito
dove s’era vissuto o bisognava andare
un giorno forse necessariamente.

Settembre acuiva l’espansione
una memoria ancestrale di qualcosa
lontana più malinconica che gioiosa
simile al pensiero di non essere solo ora
nelle opere o parole nel tempo o materia
ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove
in altra forma o uguale
non essendo adesso pienamente.

Intanto a settembre
altra aria fresca scende
in gocce di pioggia leggera
sulle strade impolverate dall’estate
rese saponose dall’acqua
dove pattinano pneumatici neri
mentre tutta la natura respira
ozono e sollievo.

Ma la morte incombe a settembre
non solo nei versi ma sui letti
ha un linguaggio pesante anzi muto
gli occhi sbarrati impauriti
chissà cosa pensava in quel momento
mentre le carezzavo il viso magro
i cari bianchi capelli
“sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla
di cui aver paura” ma non ne ero sicura
e le chiudevo gli occhi con la mano
perché sparisse la visione
che l’atterriva.

Settembre è il mese di mezzo
della mia festa di compleanno
che traghetta l’estate all’ autunno
e già per questa pretesa di equinozio
a spartire equamente luce e lato oscuro
ha nel petto un cedimento
avulso dal consueto progredire
da rigettare come presuntuoso
perché certo è solo il nulla
rotondo come una vocale
nient’altro.

In questa fine estate di Maria Allo

C’è una tristezza antica nelle ossa
Attraversa i corpi e le giunture

gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti
sfavilla in lievi cerchi tra le travi
in ogni androne nelle sale d’aspetto
sugli scaffali nei carteggi impolverati
Ci prende tutti nella luce e nell’ombra
Si libra nel cielo e cade con la pioggia
sulla terra bagnata senza rumore
ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli
dentro il presente che ci divora
C’è una tristezza antica in questa fine estate

Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle
fino al cielo a metà tra due roghi
mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre
dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale

È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che indossi la giacca antracite

camminando per la strada
guarderò solo avanti

(e più nulla
dei seni sudati
dei seni ricolmi
di lei che passa
velluto pesca
polpa e frutto
per le labbra e la sete)

lascerò alle canzoni
i miei amori perduti,
lascerò sulle spalle
le mie foglie cadute

è tempo ormai
che io vesta il grigio,
che sigilli nella plastica nera
la camicia a fiori
e i pantaloni leggeri

le scarpe in tela
dei lungomari d’agosto.

Storie sull’autunno di Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole
Non si vede più un cane per strada
libero di rovistare nell’immondizia
Non esce la sera
resta impresso sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia
Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione
La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori
La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia
Le foglie ancora incerte
non sanno se andare
a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale
Io mi sono sbagliato
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno

La bambina dal cuore verde di Deborah Mega, inedito

La bambina dal cuore verde
percorreva il lungo tratto
che attraverso gli alberi
conduceva al mare
e si mise in silenzio ad ascoltare.
Vide allora un sentiero protetto
da giganti ombrosi e silenti.
Si chiese perché quella quiete solenne
e dove fosse l’orizzonte
nascosto dalle splendide chiome.
Gli alberi scrollarono le giovani fronde,
dai fusti si innalzò un coro di voci profonde.
La bambina dal cuore verde
si mise in ascolto, chiuse gli occhi
e in un momento non le sembrò più
che ci fosse poi tanto silenzio.
Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno,
il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi
e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava,
lo stormire delle foglie, il frinire di cicale,
il frullo d’ali degli uccelli.
Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta.
La bambina dal cuore verde
inalò a pieni polmoni il profumo di resina
terriccio umido ed erbe selvatiche
e solo allora vide il mare.

Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito

Mite stagione –
compagna di cauti cammini –
porgi la guancia tiepida alla quiete
lontano dai tumulti.
Vivi del pallido rossore delle foglie
e aspetti che rintocchi
l’ultima verità, l’ultimo squillo.
Amica che ci racchiudi nel cerchio
compiuto dei distacchi –
là dove vizza giovinezza indossa
il velo della notte – a te consegno
il convulso disordine del cuore.

Equinozio di Francesco Tontoli, inedito

Fin quando regge il bene della vista
misuro con gli occhi
anche ciò che non appare.
e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.

Un equinozio sul filo della spada
taglia il giorno in due e il sogno in quattro
parte di luce e parte di oscurità in molecole
che non oso destare nella loro densità.

È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza
rifiutiamo la sostanza delle tenebre.
Dall’una o l’altra bocca saremo divorati
un giorno che non faremo in tempo a misurare.

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“Tiratina” di Francesco Tontoli

22 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

John Evans Hodgson, “Il poeta laureato”, 1878

Amo i poeti che si danno le arie

non ci crederete, li considero esseri superiori.

Così amo gli ingegneri, gli architetti

e naturalmente alcuni selezionati musicisti

che pur vivendo di espedienti

producono intorno alla loro persona

una sostanza gassosa leggera e umbratile

una allure, una sorta di olio benedetto

profumatissimo e misterioso,

che ha il potere di guarire dalle scrofole

dai pruriti notturni, dalle cattive propensioni

e infine soprattutto dall’invidia.

 

Li amo perché liberano senza paura

la loro capacità di sentirsi padroni,

sicuri di sedurre con semplici mosse

un qualsiasi pubblico di lettori-scrittori desiderosi ( chissà perché? ) di poesia, disposto

allo svenimento all’enfasi necessaria e all’estatico superfluo.

 

Devo dire che questo amore non è corrisposto.

Niente da fare.

Loro, costoro, cotesti prototipi di umanità migliore e senza dubbio felice,

raramente consentono un interloquire con chi non corrisponde pienamente e con stupore infantile

alle proprie scelte stilistiche, semantiche, ritmiche, affabulatorie.

Stanno strettamente riservati nel loro mondo,

cioè, ci stanno o fingono di starci e

si compiacciono di essere considerati stanti,

essenti, necessitanti di cure e di attenzioni dai loro fedeli followers. Esigenti

approvazioni, rassicurazioni riguardo alla loro perfetta adesione al progetto di bellezza

che hanno certamente seguito fin da piccoli, attraverso un duro tirocinio di studi sulla

seduzione, sull’arte di riuscire a farsi considerare simulacro di perfezione e di innescare

nell’altro il sospetto di essere retroguardia, pubblico pagante, zavorra.

 

È bene dire che da parte loro esiste una forma di disprezzo per chiunque.

Non hanno percezione della prossimità.

E io amo questa vocazione alla mancanza d’amore, al rifiuto di adesione alla carne di

qualcuno. Sono attratto, incuriosito, perturbato dalla loro mancanza di umanità, dal

loro sentenzioso eloquio lento e solenne quando raccontano di sé stessi, della loro

fatica e del sacrificio di vivere, di affrontare e spingere sui monti la loro attrezzatura

retorica e godersi dall’alto la sofferenza dell’infimo, inutile, litigioso, guerrafondaio

genere animale, ostile, ingordo, ignavo, umano, troppo umano.

Essere gregario è godere di ricevere questo tipo di fustigazioni.

Esimi colleghi di romanzieri, teatranti, saltinbanchi, addestratori di pulci e di giaguari

conoscono a fondo le debolezze del loro pubblico.

Ultimamente ho letto che c’è un comico che riempie teatri, e il suo spettacolo consiste

in pratica e in teoria in una serie di insulti ai singoli spettatori paganti, scelti a caso.

Li mortifica, li provoca, li tratta come cani rognosi, e tutti ridono contenti, compresi gli

insultati.

È una tecnica che è cresciuta nel tempo, ma molto antica. Nel circo la usano i clown

quando vogliono coinvolgere il pubblico e pescano a caso uno spettatore che sarà la

loro vittima sacrificale, umiliandolo sottolineando la sua inadeguatezza, il suo non

patire, non comprendere il senso che si nasconde dietro al gioco: la crudeltà, il piacere

di vedere soffrire impacciato e imbarazzato il compagno più debole.

 

Francesco Tontoli

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“Alla maniera di Hopper” di Francesco Tontoli

15 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

Edward Hopper, “Domenica mattina presto”, 1930.

 

Si è svegliato
ho sentito i suoi passi
è andato in bagno
e dopo un po’ ha sceso le scale.
In strada faceva appena luce
la sua macchina è partita veloce
di domenica mattina, con la fretta
di essere dove doveva essere.
Può darsi che sia lavoro
o una giornata di pesca
può darsi un appuntamento
o cose che decidono il corso di una vita.
Può darsi la voglia di vedere il fiume
un’alba che hai sognato levarsi.
L’ ho aspettato tutta la notte
sapevo che qualcuno sarebbe giunto
che potevo cominciare a scrivere
far muovere dentro una storia
una figura, abbozzare i contorni
e farlo andare verso un altrove.
Non c’era bisogno di molti particolari
né che la storia avesse una soluzione
o un significato.
Mi chiedo anche perché proprio io
debba sacrificare il mio tempo
per uno sconosciuto.
E poi, perché questa urgenza di scriverne?
Un uomo è partito e io ho avvertito
la sua premura
ho raccolto la sua sfida al giorno.
Bastano una certa fretta
e il rumore del motore che si perde.
Molti si fermano a questa semplice verità.
Qualcuno inizia un romanzo
qualcuno finisce una poesia.

 

Francesco Tontoli

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“Magneti” di Loredana Semantica. Scambio epistolare tra Patrizia Destro e l’autrice

14 giovedì Set 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, LETTERATURA, Poesie

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Loredana Semantica, Magneti, Patrizia Destro, Porto Seguro editore

Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destro e l’autrice.

Cara Loredana,
ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura.
La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia.
Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi.
La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose.
Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).

Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni.
Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo.
Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi.
Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo.
Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta.
Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.

Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.

Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io!
Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.

Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.

Patrizia

Cara Patrizia,

ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve.
Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata.
Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂
Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura.
L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta.
In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico.
Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza.
Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.


Loredana

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“Ti sono apparso in sogno” di Francesco Tontoli

08 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

“September skies” di Sara Winters

 

Ti sono apparso in sogno
cosa avrà significato?
Stavi lì a cercarmi
sfogliando la Cabala
e io qui che non ti vedevo
stavo pure dando i numeri.
Mi hai chiesto l’ora
e te l’ho pure data
dicendoti son le sette
con l’aria solenne
di chi indica qualcosa di scaduto.
Poi ti ho accompagnata
dove non saprei dirlo
ma eri contenta che ci fosse un posto
come quello, e io tutto preso
dallo starti in sogno
ti mettevo il cuscino in modo che
facesse ciò che fa un cuscino
cioè reggere le sorti del tuo sogno
anche se non era mio
ma come se lo fosse
perché c’ero
e mi ci sentivo
ci stavo tutto intero dentro
ero diventato sensitivo.

 

Francesco Tontoli

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“Trilogia di uccelli” di Francesco Tontoli

01 venerdì Set 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

ph. Sebastião Salgado

Merli

Con la prima luce dell’alba
arriva il canto del merlo
ed è bellissimo e chiaro.
Deve aver tessuto una trama tutta la notte
cucito i bottoni d’oro della sua voce
su un letto di cielo celibe e senza stelle

e ora che il piccolo splendore del giorno
si allarga nel suo petto
racconta a chi lo ascolta
le antiche paure appena rattoppate
il rumore del vuoto che scende
dalle lampade nelle strade
il pianto inconsolato del gatto in amore
che ha udito sgolarsi dai tetti.

Lui canta preciso anche il mio silenzio
questo confuso cercare senso nel niente
e con le sue tenere note rivestite di luce
accende il significato delle cose
presta un po’ della sua voce
a quello che invoco e nemmeno si sente.

 

Le rondini

Le rondini
prendono d’infilata i corridoi delle strade
arrivano stridendo a folate
basterebbe stare fermi e ascoltarle
vederle appena di sfuggita manovrare
con spericolata perizia nelle curve
e disperdersi, frantumandosi sui vetri
a gruppi, a nutrite pattuglie di caccia
come spinte da un vento inesistente.

C’è un arpeggio veloce di suoni fuggenti
che ricamano e disfano a metà del cielo
più o meno all’altezza del quarto piano
una spanna sopra la mia testa
come la mano di una mamma
che segna la misura del bambino
e per gioco chiede dove vorrebbe arrivare.

 

Gabbiani

I gabbiani di città sono diversi dai gabbiani di riviera
che rovistano tra plastiche e profumata spazzatura
aspettando le onde del pomeriggio puntuali.
I gabbiani di città se la tirano e fanno baccano
hanno sempre la puzza sotto il naso e ridono forte
delle sventure degli uomini quando li passano in rivista.
Una risata falsa che vola nel mio piccolo rettangolo di cielo
si posa sui tetti e come una tragica bomba esplode
rovina sulle case, le denuda e ne fa scherno.

I gabbiani di città portano in bocca
i loro piccioni appena morti, ma felici
e li consegnano per posta aerea
ai loro orribili pulcini
nei nidi nascosti dentro le nuvole.
La pappa di piccione felice è una specialità
e i piccoli la divorano cominciando dagli occhi.

Ho visto un gabbiano di città
fermare il traffico e passare sulle strisce
per arraffare a grandi balzi un piccione agonizzante.
Un altro mi hanno detto che è comparso
alla fermata degli autobus
e ha creato scompiglio pretendendo di salire
per non perdere il volo delle sette
quando gli storni volteggiano
creando i loro fantasmi in cielo.

Ogni giorno se ne sente una sui gabbiani di città
i giornali sono pieni di notizie deprimenti
ogni giorno è quello buono per compiere un misfatto.
Ci sono furti di scasso e d’ingegno
come quando rubano un gelato ai bambini
un gruppo che caga di striscio sui fiori
uno stormo di pirati assassini
che attacca le banche e i tavolini dei bar.
Qualcuno invece aspetta le sue vittime al tram.

Una sorta di criminalità
celeste e autorizzata.
Una continua vita di rapine
con le stagioni sottosopra
in questo deserto di rovine.

E non si può nemmeno più dire
tra uno sguardo al cielo
e un’occhiata al mare
con il magone in gola
che è il tempo che ormai vola.

 

Francesco Tontoli

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Saluto all’estate

31 giovedì Ago 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, LETTERATURA, Poesie

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Loredana Semantica, poesia contemporanea

Cari Amici del sito e Lettori, siamo tornati. Da domani riprendono le attività di Limina mundi. Rinfrancati dal riposo estivo ricominciamo, nuove idee bollono in pentola delle quali – se tutto va bene – vi parleremo. Intanto con sei poesie brevi un saluto all’estate che volge al termine. Mandatene di vostre a tema, se lo desiderate, all’indirizzo e mail dei contatti, le vostre poesie saranno qui accodate. Per il resto stay tuned, coming soon e tutto quello che vi va…

SALUTO ALL’ESTATE

(sei poesie brevi di Loredana Semantica)

Io non ero
e splendendo cadevo
lungo l’estate
accartocciata al suolo.

Un vento d’estate
mi ha sollevata al cielo
lì sostavo danzando
un valzer d’incanto
la parola.

Come Pavese sono devota
all’estate arida e assolata
ha un fascino ferale.

Odio l’estate di sudore
tutto ciò che dico riguarda
un’ astrazione concettuale.

Non pensiate che l’estate
sia una stagione ininfluente
il fico ad esempio s’è arreso
disseccato totalmente.

Salutiamola con cura l’estate
accogliendo l’autunno
la promessa è di rivedersi
come un amore vacanziero
l’anno venturo.

Il disegno digitale ” Saluto all’ estate” è di Loredana Semantica

di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023

I tavoli si sono spenti
e con essi le sigarette di fine agosto.
Di questo quartiere solo alberi muti
e sedie cariche di pioggia.
Nessuno si risveglia
se non i morti del paese.
Non cantate ninne nanne
per addormentarmi
non fate rumore per svegliarmi.
Risate solo risate.

Adolescente estate di Giorgia Vecchies

Erba tagliata, quasi fieno. Secco
afrodisiaco ricordo di adolescenti
baci di campo che rotolavano
Impauriti sul grano.

L’estate ci era scoppiata addosso,
l’estate bruciava i minuti
tra i nostri baci, infiniti
slanci e paure e nuvole
sopra di noi tra cielo e grano.
Il verde si è perduto,
bruciato dai tuoi baci, ma
l’estate ancora divampa.

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“Gli uccelli” di Francesco Tontoli

30 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

 

(qualche anno fa una gazza ladruncola, vinta dal caldo, entrò in casa mia e fu accudita per qualche giorno).

 

 

Una gazza

 

I

 

È presto per dire

se la gazza che mi è entrata in casa

è venuta per rubare o per annunciarmi

qualcosa di inverosimile.

Per ora rispetto i suoi tempi

e le passo quel poco di cibo

che chiede strepitando.

 

Gli uccelli che cercano gli uomini

lo fanno per mancanza di vento

richiedono che la materia dell’agire

nelle ali che bruciano

sia nelle nostre braccia.

Ci credono capaci di muovere

idee di mondi, capovolgere cose

donare all’aria la possibilità di portarli lontano.

 

Avvertono che la delega

che li ha investiti come un turbine

(quella di superare la forza che ci inchioda

al nostro essere pesanti e miserabili)

li abbia trasformati in sogni

li abbia alleggeriti della realtà dura.

 

E se qualcuno ti arriva in casa

con l’ala spezzata, con la fame e la sete

pensi sia giunto un qualche momento solenne

segno che un cielo almeno, è caduto

e tu non sai proprio da quale parte.

 

Aspetti come aspettavano gli antichi abitanti

delle città assediate

pensando che i gesti del cielo

compongano poco alla volta un alfabeto

 

e quella lingua rubata

si ricostruisca sempre a fatica

per chi non ha il dono del volo.

 

 

II

 

(Notizie dalla gazza)

 

Deve essere innamorata

e ha bisogno di farmelo sapere

sul terrazzo ha deposto varie lettere

luccicanti, che composte in parole

facevano un verso d’amore senza senso.

 

Sull’albero dove le raccoglie ci sono

delle arance lasciate lì a marcire

e quelle cose di scrittura tonde o acuminate

che deve aver rubato chissà dove.

 

Ogni volta che mi vede avvicinarla

apre il becco come volesse essere imboccata

(dentro intravedo la sua gola rosa carne

che mi intrattiene in un canto quasi muto)

poi se ne va frullando l’aria nelle ali.

 

La vedo toccare i tetti tra le antenne paraboliche

e i filippini riuniti nel cortile per le loro feste

applaudono le sue evoluzioni e mi sorridono

mentre qualcuno affacciato alla finestra a fumare

rientra in casa disgustato e alza il volume alla tv.

 

 

 

Francesco Tontoli

 

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Estate di Cesare Pavese

29 giovedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, Poesie

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Cesare Pavese, illustrazioni, Loredana Semantica, POESIA

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

poesia “Estate” di Cesare Pavese da “Poesie”, 1966

Illustrazioni di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

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“Amico mio” di Francesco Tontoli

23 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

“Another king of Rhapsody”, pittura di Dorina Costras

 

Amico mio,
ci incontriamo a volte
in questi nuovi passi
dopo esserci persi
di nuovo incrociamo
gli occhi su noi stessi
e raccontiamo della notte
che ci prende
e che ci lascia andare
dopo che ci ha segnato
e tenuto stretto
nella sua morsa nera.

Cos’hai ancora da mostrarmi
tra le tue dita
oltre alla nicotina
che ti brucia le falangi,
quel pugno serrato
ad acchiappare il sole
rintanato nell’aurora
che tarda a uscire?

Com’è difficile tenerti
dentro una poesia
descriverti in versi
mentre la mani tremano
e non uscir fuori nuovo
da questo disegno incerto
rinserrando le lacrime fino in gola
quasi fossi un passante
che indugia su un necrologio.

Le storie narrate ora ci fanno
appena sorridere
e prima erano tutto quello
che avevamo da dire
come se non bastasse dirlo
ma bisognava accompagnarlo
con un suono.

Noi suonavamo
così infelici di farlo
e così altrettanto felici
di percuotere un battito
dispari e contrario
come di chi corre sopra vento.

Ora sentiamo tutto consunto
fuori come dentro
la bonaccia perfida
l’ansia di percorrere un corridoio
il raccordo che ci porta
nell’altrove silenzioso
della casa che abitiamo da tempo.

 

Francesco Tontoli

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Una poesia di Lucio Macchia da Spersi stupori, Terra d’ulivi edizioni, 2022

20 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, Poesie

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illustrazione, Loredana Semantica, Lucio Macchia, Spersi stupori

Café

Un tavolino.
Il tè.
La pioggia cade.
Semafori
chiazzano
fauve
l’asfalto
lucido.
Non ha storia,
il mondo:
in un dolce
perpetuo moto
s’avvolge
pacifico.
Sorge, muore
e ancora
qui rinasce:
un tavolino
un tè
la pioggia
sull’asfalto
(lentezza, lentezza)
che cade.

poesia di Lucio Macchia dalla raccolta “Spersi stupori”, 2022, Terra d’ulivi Edizioni

illustrazione di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

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“Poesia mia” di Francesco Tontoli

16 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

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Francesco Tontoli

by Christian Schloe

 

poesia mia,

mi sei rimasta in gola
e mi sei salita in testa
ti sei fatta scrivere
senza opporre resistenza
per puro gioco
di misurare il tempo che passa
e senza dargli peso
mi hai permesso
di venirti a pescare dentro
solo quando mi eri necessaria
ed era il momento di apparirmi
in sogno, per strada
o in ascensore
sotto forma di parola
o di reumatismo, mal di denti
mal di essere e male dei fiori

poesia mia

quando ti ho creata
sei stata esposta come una reliquia
e ti ho tradita
traducendoti in segno
solo allora ti ho riposta nel cassetto
dopo essere riuscito
a descrivere come si forma
l’idea del fiore senza usare
il decespugliatore

ed ero così contento
che mi sono addormentato ridendo

 

Francesco Tontoli

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Poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

14 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Più voci per un poeta, Poesie

≈ 4 commenti

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illustrazioni, Loredana Semantica, Nina Cassian, Poesie

LA STORIA

Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice,  partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.

Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi.  Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.

Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.

Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice.  La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul

Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.

LA POETICA

Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva  alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.

La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine “Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”

Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.

Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi  vanamente  alle repressioni totalitarie scrive  “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…

Loredana Semantica

LE POESIE

Di seguito alcune poesie di Nina Cassian illustrate da Loredana Semantica. Qui altre sue poesie illustrate.

Infestazione

Un tappeto di farfalle morte ai piedi,
morte e morbide
(loro non hanno il rigor mortis).
Io godo di ottima salute.
Ho tirato fuori il fegato,
ho estratto i polmoni,
ho estirpato il cuore
e non mi fa più male nulla.
Tramutarsi in fantasma
è una soluzione
che vi raccomando freddamente.

Io sono io

Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quel che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano
gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé,

Io, ovvero Io.

Tappezzeria

Un piede nella fossa
e l’altro sulla tigre impallinata
– così vedo
la mia sconfitta e la mia vittoria
in questa scena venatoria.

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

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Andrea Abruzzese, Inediti

05 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Andrea Abruzzese, Inediti

 

Gli abbandonati dall’indifferenza

Il binario è lungo, il mare in tempesta.
Nelle iridi-vortici, vive la disperazione,
nei cuori-percussioni, echi di fiducia.

La fame artiglia gli stomaci, l’esistenza
evapora dagli squarci della sete.
E il freddo della notte e il caldo del giorno,
fiaccano le membra-countdown di provata vita.
Ma non importa quanto impervio il cammino,
quante volte ricucire la propria ombra,
la ricerca della libertà, genera forza.

Perché dietro regnano anelli
di povertà e malattie o la guerra
con sbavanti fauci spalancate.
Davanti si ergono i muri d’odio.
E tutt’intorno il mare
in attesa di sogni da rapire,
il deserto a consegnarli a Morgana,
ingannatrice tra le fate.

E i bambini scavano
tra corpi che non chiedono più aria,
in cerca di madri e padri.
La scelta è la sopravvivenza o la dipartita,
e con la tenacia della speranza
le mani si levano in cerca d’aiuto…
Ma ricadono esanimi nel fango,
tra un’offesa e uno sputo,
abbandonate dall’indifferenza.

*

Mahsa Amini

Quell’hijab ha una ciocca fuori posto,
è una ragazza che forse sogna con il vento
che le corteggia i capelli…

Ma una morale in divisa
le ha sistemato il velo,
facendolo aderire stretto stretto,
con le nocche e i manganelli,
cosicché non sfugga l’idea di un diritto.

( Le guerriere hanno lasciato ciocche
a pregare sulle tombe,
a mettere radici verso la luce).

Allora le strade sono esondate
dalle ombre del regime,
legando i capelli in una coda
che non si scioglie nel sangue
e la stoffa è diventata fiamme.

( L’occidente si è fermato un’attimo
a guardare, a spendere parole,
a difendere quella rivoluzione,
come testuggine e aquila).

Ma gli schermi hanno
un deficit d’attenzione
e la protesta si dissolve in eco…
Le ciocche crescono sole,
cosa sarà quando le ceneri tesseranno altro velo?
Le punte avranno pieghe vecchie o nuove?

*

Siamo tutti uguali

Quante sfilate di morti ingiuste,
prima di imparare ad abbracciare un’ombra.
Quanti secoli di di occhi chiusi
nell’odio per ciò che si crede diverso,
nel timore di quello che non si conosce.
A te che sopravvivi tra l’ignoranza delle persone, dico:
“Tu sei mio amico, sei mia amica!”

Per quanto tempo una persona può trattenere il fiato,
prima di potersi sentire libero,
schivando baci di piombo e scalando onde.
A te che guardi negli occhi la signora con la falce,
inseguendo un sogno, una speranza, dico:
“Tu sei mia madre, sei mio padre!”

Per quanti millenni rigurgiteremo razze
e immaginarie superiorità,
di uomini padroni ed altri schiavi.
A te che sogni attraverso anelli di catene, dico:
“Tu sei mio fratello, sei mia sorella!”

Per quante ere le urla renderanno sordi,
assedieranno menti e mureranno cuori,
con l’eresia di un unico modo naturale d’amare.
A te che dormi abbracciato al tuo amore,
a te che vivi il corpo nel quale sentirti vivo, dico:
“Tu sei mia figlia, sei mio figlio!”

Quanti mondi vivremo seppellendo terre promesse,
con vanghe di religioni o culture buone ed altre cattive,
o colori della pelle puri e altri marchiati dal male.
A te che lotti contro le ingiustizie,
e sotto il peso di questa croce, non ti spezzi,
a te mi inchino e ti rispetto, e ti prometto:

Che non esisteranno mai
confini, muri o leggi,
che potranno convincermi
che non siamo tutti uguali!

*

NOTA BIOGRAFICA

Andrea Abruzzese nasce a Foggia, città nella quale vive, il 27/04/1989.
Scrive poesie dall’età di 14 anni, alcune delle quali sono state pubblicate sui siti:
“L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia” e “Pioggia Obliqua”.
Altre sono state commentate sul sito “Poesia del nostro tempo”, all’interno della rubrica “Laboratori di poesia”. Inoltre alcune sue poesie sono state pubblicate all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.

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“Amore killer” di Francesco Tontoli

02 venerdì Giu 2023

Posted by frantoli in LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

by Christian Schloe

 

Ci sono molti modi di far morire un cattivo amante.
Il primo e forse il più nobile
è quello di togliere l’acqua alle sue rose
lasciando che le spine lo dissanguino
lentamente, ucciderlo nel suo veleno
intossicandolo dello stesso amore osceno
che lo nutre.

Farlo ansimare del profumo di morte
che dolcemente esala
privarlo dell’ossigeno vitale che respira
quando si accosta con la bocca al petalo
nel dedalo vellutato del fiore
che non arriva al centro.

Fare in modo che la vertigine lo prenda
e lo trascini via lontano dall’oggetto amato
trascurarlo, gettando luce su un altro
più distante desiderio.

Renderlo infine trasparente ed etereo
inanimato, come un raggio di sole
che ti ha illuminato un attimo
con la forza amorevole e fatale
da far seccare per intero la tua pianta.

Francesco Tontoli

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