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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: PROSA

5 #cronacheincoronate

09 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire con proprie cronache Anna Maria Bonfiglio e Deborah Mega. Il loro racconto è pubblicato qui a seguire.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

CONSIDERAZIONI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Sembra di rivivere i tempi del diluvio in attesa di lanciare la colomba che non torni ad indicare che la Terra è divenuta nuovamente vivibile. Attraversiamo un momento di panico e di grande difficoltà a causa del dilagare di un virus di origine sconosciuta. Ha un nome regale, Coronavirus, che fa pensare a monarchi e regine dai vestiti sontuosi, ma che abbatte, in modo terribile e a volte irrimediabile, fisici e coscienze. Non ho mai vissuto un evento simile, i miei mi hanno sempre raccontato della Spagnola, un’altra pandemia influenzale responsabile di elevata mortalità che, dopo la grande guerra, tra il 1918 e il 1920, uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo. E ora, anche noi, per non farci mancare niente, stiamo conoscendo un’influenza fortemente infettiva ma democratica, talmente potente da uccidere e, nel migliore dei casi, da cambiare le nostre abitudini di vita. Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, una miriade di particelle virali potrebbero diffondersi nelle vicinanze. Ecco dunque la necessità di mantenere la distanza di sicurezza e di evitare il contagio restando in casa, fra le mura domestiche di cui tra poco assumeremo il colore. Non dovremmo neanche lamentarci perché non siamo in trincea, abbiamo tempo e cibo a volontà, libri che non abbiamo mai il tempo di leggere, abbiamo internet, piattaforme di didattica a distanza per dimostrare che, oltre a tutto il resto, siamo anche docenti tecnologici. Ma c’è uno strumento che è diventato più necessario di qualsiasi altro: la mascherina. Mi viene in mente la coppia Sordi/Vitti in Polvere di stelle quando si esibivano nella loro canzone d’avanspettacolo Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! Il nostro attuale oggetto di culto è diventata la famigerata mascherina, divenuta più necessaria del pane e del profilattico, uno dei dispositivi di protezione individuale su cui c’è anche chi specula, approfittando del momento di panico generalizzato. Mentre ci aggiriamo come zombie, da una camera all’altra, l’incertezza è divenuta una condanna mentre la noia, di questi tempi, è la cosa migliore che ci possa accadere. Attendiamo che si esauriscano i giorni della quarantena e potremo tornare ad abbracciarci con affetto sincero o con ipocrisia neanche troppo celata, passerà questo momento e torneremo ad inquinare ambiente e rapporti con la solita bastarda indifferenza. Andrà tutto bene. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

IL RACCONTO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Il giorno che presi coscienza del fatto che Covid19 aveva raggiunto l’Italia fui presa da uno di quegli stati di ansia che mi assalgono quando mi accade qualcosa che non posso controllare. Era un sabato e la televisione mandava le immagini di una gran folla di gente che lasciava la Lombardia per scendere verso il sud. Andai a letto agitata e nel mezzo della notte mi svegliai con il respiro che mi stringeva il petto: cosa ci aspettava, cosa “mi” aspettava, ero sola, se fossi stata male chi mi avrebbe aiutato dal momento che nessuno poteva raggiungermi? Provai a praticare per qualche momento una sorta di training autogeno e a poco a poco l’ansia si acquietò e potei riaddormentarmi. Al mattino mi svegliai con la preoccupazione di trovare un modo di organizzarmi per poter sopperire a tutte le necessità della vita di ogni giorno. Avvolsi una sciarpa attorno al collo e mi diressi in quella specie di bazar situato vicino casa per procurarmi il gel disinfettante per le mani, i prodotti igienizzanti per la casa, i guanti e le mascherine. Adesso si presentava il problema della mia collaboratrice domestica: avrebbe potuto e voluto continuare a venire? Ed io ero sicura di volerlo? Non ne ero sicura ma ne avevo bisogno, e il dubbio mi tormentava. Il giorno dopo Patrizia si presentò come ogni martedì ed io, confesso, mi sentii sollevata, igienizzò tutto e mi assicurò che lo stesso aveva fatto a casa sua e nella sua auto. Dieci anni di collaborazione mi davano fiducia nella sua correttezza e dunque il primo passo verso una pianificazione del nuovo corso di vita era fatto. Adesso bisognava pensare all’approvvigionamento delle derrate alimentari. Il mio supermercato di riferimento per due giorni fu telefonicamente irraggiungibile, dopo tentativi multipli riuscii a contattare la responsabile, con la quale avevo da tempo ottimi rapporti, e con lei stabilimmo le modalità per poterci mettere in comunicazione e farmi consegnare la spesa a domicilio. Sopraggiungeva ora il problema di accogliere adeguatamente il rider; mascherina io e mascherina lui, guanti io e guanti lui, pos per la carta bancomat, sacchetti sulla soglia di casa e amen, era andata. Non so in grazia di che cosa, ma dopo quel momento ebbi la sensazione che si fosse squarciato un velo e che finalmente potessi vedere la limpidezza del cielo. Quello che mi accadde però fu di cancellare dalle mie abitudini la cura del mio aspetto esteriore: abituata a vestirmi convenientemente e a truccarmi anche se restavo in casa, mi ritrovavo senza alcuna voglia di perpetuare le mie abitudini, anzi evitavo lo specchio e mi sentivo carica di tutti i miei anni come non mi era fino a quel momento successo. Non leggevo, non scrivevo, rifuggivo tutta la retorica mediatica e naturalmente non vedevo nessuno, essendo i miei familiari residenti in altre città e alcuni proprio in Lombardia, cosa che mi inquietava parecchio. Così passarono sei settimane e mezzo.
Il 5 aprile, Domenica delle Palme, seguii in tv la celebrazione della Messa a San Pietro, vidi la stanchezza e la tristezza nello sguardo spento del Papa, e la desolazione di una cerimonia che improvvisamente cancellava gli sfarzi e le folle. Eppure Francesco era lì e ci parlava, mestamente, dolorosamente, stava nella sua parte. Pensai che era quello che dovevamo fare tutti e decisi che dovevo sterzare, lasciare la trazzera che avevo infilato e rimettermi sulla carreggiata principale. La mattina dopo mi lavai e mi acconciai i capelli, mi truccai e indossai un maglione rosso granato, poi accesi il cellulare e registrai un video: “Oggi ho deciso di dare una svolta alle mie giornate”. In quel momento realizzai che avevo vissuto un “lutto”, la perdita di qualcosa di immateriale a cui non sapevo attribuire un nome e, per l’ennesima volta nel difficile cammino della mia vita, sperimentai le risorse inimmaginabili dell’essere umano, creatura camaleontesca che riesce a trovare la pelle giusta per adattarsi e sopravvivere.
Ce la faremo.

Siracusa 29 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE VIDEOCHIAMATE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Ieri mentre pulivo il viale che attraversa il giardino (più viale che giardino) arriva una chiamata. Al rientro mi avvisa mio figlio (nonricordoqualedeidue) “Mentre eri fuori ha squillato due volte il telefono” ed io “Ma perché non mi avete chiamato?”. Controllo la rubrica e vedo che il chiamante è un mio collega pensionato che conosco da una vita. Gli mando un messaggio WhatsApp “Come stai Gaetano? Noi qui tutti bene”. Avevo appena finito di scrivere il messaggio che arriva una sua videochiamata. Rispondo e lo vedo sullo schermo. “Ciao, Gaetano, come va?” E lui ” Ciao, ma perché prima non hai risposto?” Ora c’è da dire che io e il collega ci stimiamo a vicenda, io in particolare apprezzo di lui la franchezza, ma non c’è poi tutta questa gran frequenza e credo di essere libera di farmi la doccia, non sentire lo squillo, avere letteralmente le mani in pasta o stare in giardino a spazzare il viale, senza per questo dover dar conto a chi mi chiama al cellulare. Credo. Ma Gaetano è così, se ha da farti una domanda che per risposta meriterebbe “ma sono pure fatti miei!” te la fa. Ovviamente gli rispondo con la verità. Io sono mite e i miti rispondono sempre. Così, mi sembra, il grande Dostoievskij. Gaetano mi dice “Ma non ti vedo, è tutto buio” ed io “Sì, sono in camera mia a luce spenta. Aspetta va che l’accendo” Accendo la luce e mi vedo anch’io nello schermo in un quadratino più piccolo sovrapposto all’immagine di Gaetano. Lui sorride. Io ho i capelli inguardabili, ma la luce dell’abat jour camuffa bene la cosa. Segue normale conversazione di questi tempi assurdi di unità e calamità. La videochiamata mi fa pensare che è un secolo che non vedo sorelle e mamma. Appena chiudo con Gaetano, via WhatsApp, coinvolgo tutte in una chiamata via skype per le 15 di oggi. E la chiamata si svolge. Possiamo vederci un po’ in faccia, raccontarci questi giorni strani, come ci siamo organizzati, che stiamo facendo un po’ tutti in famiglia. Mia mamma girovaga nella stanza da pranzo da dove è collegata la mia sorella minore. Ogni tanto infila la testa dentro al pc, non credo veda granché, non credo abbia capito molto, ma almeno l’ho vista. E così pure le mie sorelle. Cioè loro hanno capito, ma così le ho viste. Oggi appena prima di accingermi a mettere giù questa cronaca, ho pensato che, passata questa epidemia, delle persone insopportabili diremo “Mih è peggio del coronavirus!”. Lo so non c’entra niente con tutto il resto, ma volevo dirlo per prima, come se fossimo già oltre…

Tutto andrà bene.

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4 #cronacheincoronate

02 giovedì Apr 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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#cronacheincoronate; #tuttoandràbene; il tempo del coronavirus

Proseguo il racconto dei giorni al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  il link agli altri post contenenti le cronache dei giorni precedenti.

Siracusa 21 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA POESIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La poesia al tempo del coronavirus non c’è. Leggo quella degli altri. La mia s’è fermata. Per me è come se tra la superficie e il profondo si fosse interposta una lamina. Non so se sia ansia, bisogno di fare, disordine in giro, disinfettare. La poesia sgorga, quando c’è. Ha un che di naturale. Nel silenzio, ma non solo, nel bisogno di espandersi, come pasta lievitata, viene fuori da una zona misteriosa, irraggiungibile da una coscienza lucida. Quella zona potrei chiamarla forno, ispirazione o forse camera oscura. Ecco. C’è un disturbo della camera oscura. Non è luce che abbaglia. Non è ombra. E’ che le profondità si sono appartate. Non immergo il mio pensiero nel fiume carsico che le percorre. La mia coscienza ora vuole essere presente a se stessa. La comunicazione allora risale in superficie. La prosa è la forma più adatta per dire il passo del tempo. Sto parlando ai bambini. In fondo. Ora come allora sono un essere di questo mondo, non poeta o veggente, non etereo o santo. Nemmeno tanto eremita. Ora devo essere vigile. Captare i segnali di pericolo. Tenere a mente le scorte. Fare la spesa alimentare. Rapportarmi in un modo nuovo col lavoro. Leggere il mondo nelle sue notizie e percepire l’andamento dello sconvolgimento. Tenere d’occhio i monitoraggi della protezione civile. Il dato più forte è il numero dei morti. Numeri che dietro hanno anime e respiri. Attendo un segnale. Un segno meno tra le differenze di oggi e di ieri. Nemmeno uno zero nei grandi numeri. Nemmeno una volta. Figuriamoci il segno meno quando arriverà. Tutto dipende dal tempo e dalla resistenza consapevole e forte dei miei connazionali. Irrigidirsi come a una chiamata militare. Siamo tutti soldati della propria e altrui salute. Niente caccia alle streghe solo fermezza, far lavorare il cervello. La poesia può aspettare…

Siracusa 24 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA NOIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La noia non è mai – o quasi mai stata – nel ventaglio dei miei sentimenti. Non me ne voglia Moravia, se la noia mi è aliena, forse vi sono talmente immersa che neanche me ne rendo conto, in virtù di spinte interiori mai sopite ormai insisto pervicace per abbrivio, inseguendo sogni che tento di inverare. Certo però che non capisco, di più, compatisco quei giovani che sono pervasi dalla noia. Seduti ai tavolini del bar a consumare l’esistenza. Non intendo sindacare il desiderio di aggregazione tra giovani che è normale, bensì lo sguardo vacuo e senza vitalità di certe figure annoiate che vivacchiano senza slanci. La noia non esiste. Non esiste al tempo del coronavirus e neanche in altri momenti. Parlatemi di stanchezza, depressione, avvilimento, tristezza, malinconia. Parlatemi di entusiasmo, energia, volontà, progettualità, organizzazione, curiosità. Parlatemi di sconfitte, di vittorie, di lotte. La noia non esiste. E anche se dico mi annoio è solo una scusa per sfuggire a qualche obbligo poco gradito. Mi annoio perché devo fare altro, altro che, ovviamente, non mi annoia. Riesco a volte a provare noia vicino a persone che non mi piacciono. Allora evito accuratamente le persone che non mi piacciono. Un altro caso in cui mi annoio è quando le persone che amo, quelle di cui mi circondo, mi invitano a un’attività non gradita. Ed io per amor loro mi lascio convincere. Monopoli ad esempio o Risiko. Sono coerente, giocare non fa per me. Vabbè qualche gioco con le carte da gioco un po’ mi avvince, sia con le carte francesi che con le siciliane, ma senza esagerare, massimo due tre ore, poi soccombo. Insomma al tempo del coronavirus niente noia, nonostante l’obbligo di stare a casa, il giorno vola, la notte sorprendentemente dormo. Probabilmente stare a casa, risponde al mio bisogno più segreto, accantonato a lungo, ora assecondato. Tra le cose che ho avviato c’è questa rubrica di Cronache incoronate. Ho fotografato i miei quadri, elaborato le foto. Ho aperto un negozio virtuale delle mie opere e ne ho curato le presentazioni. In mente altri tre pannelli decorativi da realizzare. Ho pronte le foto per tre nuove ricette illustrate per la mia pagina IN NUCE, devo caricarle e scrivere i testi. Per l’ambito professionale sto sperimentando lo smart working, chiedendomi se avro’ la possibilità di optare per questa modalità anche dopo la fine dell’emergenza… In sintesi ho continui progetti che metto in cantiere e porto avanti, avendo sempre la sensazione che il migliore (progetto, periodo, soddisfazione) debba ancora venire. Sul fronte epidemia le cose vanno non tanto bene. Qui qualcuno comincia a morire, sempre più vicino, temo che il cerchio possa stringersi, prima che in Sicilia si spenga il contagio. E’ impressionante il modo in cui questa malattia piomba addosso e in pochi giorni rubi una vita. Aspettiamo la liberazione. Non possiamo arrenderci. Mai smettere di credere.

Tutto andrà bene.

Siracusa 27 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE MANCANZE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Cos’è la prima cosa che farai finita l’emergenza? Leggo qua e là amici che lo chiedono. Ecco la domanda è intrigante. Permette di sognare. Ne abbiamo bisogno, specie adesso che cominciamo a dubitare. Stimola il desiderio. Sesso rispondono alcuni. Altri prendere l’auto e via on the road, una corsa folle, un viaggio tanto desiderato, riunirsi con gli amici, una festa, una sbornia, andare a cena fuori…a me manca di poter abbracciare i miei figli. Sono già a casa da dieci giorni consecutivi è difficile che io possa contagiarli, ma sono loro a temere di poter trasmettere il contagio. Magari essendo asintomatici. Sanno che i giovani se la cavano meglio e non vogliono mettere a rischio noi genitori un po’ datati. Per cui in linea di massima manteniamo la distanza di circa un metro gli uni dagli altri anche in casa. Ognuno poi ha scelto la sua zona di stazionamento e conviviamo. Serenamente. Il mio piccolo sostiene che dieci secondi di abbraccio trasmettono energia positiva. Sarà quell’energia che mi manca, l’energia della tenerezza, l’affetto che vivifica. Vorrei una tregua almeno. Per due minuti il virus sospende l’attività, trattiene il respiro, si astiene dal contagio. Il tempo di un abbraccio e poi di nuovo sul fronte. Per armi pazienza, speranza, resistenza. Mascherina ed amuchina.

Tutto andrà bene (forse)

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3 #cronacheincoronate

26 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

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Questa quarta, quinta e sesta cronaca, precedute da prima seconda e terza cronaca, già pubblicate qui lo scorso giovedì, danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog con questo post. 

Siracusa 16 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA CENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Crescono poco i casi in Sicilia. È un sollievo. La sanità siciliana non reggerebbe un impatto analogo a quello lombardo. È forse già un segno dell’efficacia del contenimento. Questo mi permette di dedicarmi alla cena più serenamente. I miei ragazzi sono a casa. In altri tempi spesso, per non dire sempre, sono fuori tra studio e amici. Stasera per cena avevo in mente di sfruttare cinque morbidoni che occhieggiano dalla busta del pane. Soffici, fragranti, cosparsi di sesamo, mi hanno ispirato il mio panino top. Pomodoro, uova sode a fette, maionese e cipolletta fresca a pezzetti. Semplice e godurioso. Poi ho ricordato che in frigo c’era qualche fetta di pollo ed ho diversificato. Pollo arrosto a pezzetti, provola e provolone fusi, ketchup, maionese. La ricetta è copiata dai paninari. Il formaggio dovrebbe essere lo svizzero, ma i supermercati chiudono alle 18, non c’è modo di comprarlo. I panini a cena hanno successo. Mio figlio maggiore “però però mamma, niente male” ed io ” sono meglio dei paninari?” risponde il minore ” insomma, mamma, adesso non esageriamo” . Cari paninari, sono a buon punto per il sorpasso. Intanto mi godo i miei figli a tavola. Si parla. Si sta bene insieme. Al tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene

Siracusa, 18 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

CUCITO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi ho avuto poco tempo per qualunque cosa. Sono stata impegnata a cucire dieci mascherine protettive. Le mascherine ormai sono una merce rara e costosa. Qualche paese ce le sequestra, qualche paese ce le regala, ma quelle che arrivano sono destinate ai sanitari. Intanto le scorte di casa nostra si stanno esaurendo. Mio figlio ha provato ad acquistarle in internet. Provenivano dalla Cina e i tempi di consegna erano lunghissimi. Ho deciso di cucirle io. Per modello ho usato una mascherina chirurgica usa e getta, per tessuto una tela riciclata. La tela di cotone doppio e fitto era stata confezionata in una federa di cuscino che per anni e anni ha contenuto piume. Qualche mese fa in una gigantesca opera di riordino degli armadi le piume sono state trasferite in altri cuscini e la federa, lavata a temperatura di 90°, era stata messa tra i tessuti disponibili per migliori usi. Questo è il tempo in cui serve. Ho ricavato dalla federa otto quadrati di circa ventidue centimetri per lato. A destra e sinistra, dopo una passata di punto zig zag, ho rimboccato l’orlo e l’ho fissato col punto dritto. In alto e in basso ho rimboccato il lembo per mezzo millimetro e poi, in basso l’ho rimboccato nuovamente per un altro mezzo millimetro, fissando l’orlino così creato col punto dritto, in alto invece, ho rimboccato il lembo ancora per circa un centimetro creando così un orlo più alto, fissato sempre a punto dritto. A questo punto ho formato tre pieghe nella parte centrale della mascherina, e fissato le tre pieghe a destra e a sinistra con un tratto di punto dritto. Le pieghe sono cucite solo agli estremi perché al momento che si indossa la mascherina devono potersi aprire per accogliere la sporgenza del naso e della bocca. Dentro l’orlo alto con l’aiuto di una spilla da balia, ho passato un elastico, circa 55 centimetri di lunghezza, lasciandolo pendere a destra e sinistra. Questi estremi vanno fissati con punti forti a mano agli estremi dell’orlo in basso. Si formano degli anelli che indossando la mascherina vanno posizionati dietro le orecchie, trattenendo la mascherina aderente al viso. L’orlo in alto sta sul naso, l’orlo più sottile in basso sta sotto il mento. Finite le mascherine ho bollito l’acqua e le ho messe a bagno nell’acqua bollente con un po’ di detersivo. Adesso devo andare a sciacquarle e stendere perché si asciughino. Domani le stiro. Domani devono essere pronte. Domani è ancora il tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene.

ps. le altre 2 mascherine delle 10 cucite oggi le ho confezionate in altro modo

Siracusa, 20 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LO SMART WORKING AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La mia azienda in tutta fretta ha messo su un bell’apparato per lo smart working. Con lo smart working o lavoro agile un po’ si lavora a casa, un po’ in azienda. Di questi tempi a casa e basta. Io sono stata resa operativa ieri sera. Ovviamente ho rinviato a stamani ogni connessione. Quando ho provato stamattina tutto ha funzionato perfettamente. Oh meraviglia! In remoto sul mio affollatissimo desktop. Come sempre, nelle cose che mi piacciono e mi sorprendono, mi ci sono buttata a capofitto. Dopo 5 ore di lavoro avevo un freddo cane e la schiena a pezzi. Non mi ha salvata neppure il the caldo che avevo sorseggiato mentre lavoravo. Ho dovuto far ricorso alla mitica vestaglia turchese supercalda. Preparando il pranzo la situazione è migliorata. Dopo pranzo ho realizzato che non era un fatto di immobilità, mancanza di riscaldamento o primi segni del contagio, bensì un cattivo rapporto sedia piano di lavoro. Come un bravo datore di lavoro di me stessa ho migliorato l’ergonomia della postazione. Ho preso una sedia più alta e con i braccioli, l’ho rialzata fino a che seduta il gomito fosse in linea con la tastiera. Sotto i piedi una bella pedana di fortuna: una solida scatola di legno grezzo. In verità, anche se dico di aver fatto tutto io, si è premurato mio figlio minore, ma mi piaceva spacciarmi per autocrate autosufficiente. Insomma una bella esperienza, entusiasmante, non ho ancora deciso se preferibile al lavoro sul posto. Intanto sono potuta andare in bagno ben tre volte. Nel mio bagno. Anche questo è un vantaggio dello smart working.

Tutto andrà bene

Loredana Semantica

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2 #cronacheincoronate

19 giovedì Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

≈ 1 Commento

Questa prima, seconda e terza cronaca danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog qui.

Siracusa 14 marzo 2020

LA SPESA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata a fare la spesa. Da sola. All’ingresso breve fila di pochi minuti. Un uomo con la mascherina dava l’ok per entrare. Decido d’essere veloce. Prendo ciò che so che ci piace, un’occhiata rapida alla data di scadenza, nessuna al risparmio.
Nei corridoi tutti ci teniamo lontani gli uni dagli altri, se il corridoio è occupato, giriamo al largo, se qualcuno perde tempo a scegliere andiamo altrove.
Due vecchiacci che facevano la spesa, un uomo e una donna, senza mascherina e senza paura, mi tampinavano. Sorvolavano a meno di un metro dal mio passo, incrociavano la mia traiettoria, spingevano i carrelli ad intralciarmi. C’è mancato poco che li falcidiassi. Alla salumeria una linea teneva distanti gli acquirenti dal bancone, la fila era coi numeri e sparpagliata. I salumieri raccomandavano “distanziatevi, siete troppo vicini”. Ho rinunciato all’affettato fresco, tutto preconfezionato. Alla cassa la cassiera aveva la mascherina. Mi sono sentita sollevata. Starnutisce. Ho insaccato tutto sono uscita con due buste. Le più pesanti che abbia mai portato. Arrivo a casa. La maglia è zuppa. Stamani spalla sfilata.

Tutto andrà bene.

Siracusa sempre 14 marzo 2020

GLI SMARRIMENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata al lavoro. Al rientro cerco in borsa le chiavi per aprire la porta di casa. Non trovo le chiavi. Suono al citofono e mi faccio aprire. A casa nei posti dove le lascio di consueto nessuna traccia di chiavi. Non sul tavolo, non sul “buzzolo” di marmo vicino alla finestra, nemmeno negli svuotatasche dell’ingresso soggiorno. Vuote le tasche di giacca e giubbotto usati in questi giorni. Chiamo il collega, mi controlli se nella stanza ho lasciato le chiavi. Non ci sono sulla sedia, non nell’armadio nemmeno sulla scrivania. Verifica telefonica fallita. Quale ghiotta occasione per i miei di infierire col gusto di sparare sulla perfezione. Il miglior commento quello di mio marito “ti dovrò togliere le chiavi di casa”. Come un flash mi torna alla memoria che in centro parcheggio ho fermato la macchina, aperto lo sportello e mi sono tolta la giacca per il caldo, la primavera sta arrivando. Vuoi vedere che in quel momento dalla tasca della giacca sono cadute le chiavi ? Afferro borsa giubbotto e chiavi della macchina, ritorno al lavoro. Il pensiero ondeggia tra “dove ho perduto ‘ste chiavi?” e “che caspita racconto a un controllo della polizia?” Il dubbio che perdere le chiavi sia uno stato di necessità. Per me lo è: quando perdo le chiavi, sto perdendo la testa. Mi fermo al parcheggio. Passo in rassegna ogni metro quadrato. Ripercorro la strada che ho percorso uscendo dal lavoro, con gli occhi fissi all’asfalto. Nessuno sbrilluccichio di conforto. Chiavi smarrite. Mi arrendo. Torno a casa. Entro in camera da letto. La maglia zuppa. Prendo la vestaglia turchese di ciniglia supercalda . Nella tasca c’è un peso. Forse…vuoi vedere. Le chiavi, nella tasca destra, ce le avevo messe ieri.

Tutto andrà bene.

Siracusa 15 marzo 2020

LE PULIZIE DI CASA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Domenica a casa. Di mattina sono piena di energia. Dopo colazione decido di fare pulizie. La veranda chiusa a vetri è inguardabile. Tutta appannata. Mi armo di un bastone telescopico che avevo comprato in tempi migliori proprio allo scopo. È dotato di un terminale largo e piatto, molto snodabile. Nel secchio circa cinque litri di acqua . Scarto l’alcool denaturato come prodotto per la pulizia. L’alcool è prezioso. Sebbene lo usi abitualmente, preferisco riservarlo a migliori impieghi. La disinfezione delle superfici o delle mani ad esempio. Scelgo un prodotto fortemente sgrassante a base di ammoniaca. Chissa l’ammoniaca che effetto fa ai virus. Dovrebbe essere dirompente. Ciò che sgrassa li distrugge. Uso un panno in microfibra blu. Lo bagno nell’acqua saponata, lo strizzo, lo appoggio al terminale piatto del bastone telescopico e pulisco le vetrate. Il panno tende a cadere. Lo fisso alla base piatta del bastone con due elastici. Il sistema risulta ingegnoso. Funziona. Cambio l’acqua quando si intorbidisce. Sono molto soddisfatta di come procedono i lavori. Ad un tratto spingendo più in alto lo sguardo mi accorgo che sul lato esterno della vetrata c’è una chiocciola. Lo sapevo già ch’era lì. C’è da tempo. Ha scelto quel luogo per svernare. Il suo letargo si compie tre metri sopra il disimpegno che da sempre fa da cuccia al cane. Due esseri viventi in un parallelepipedo con pareti in vetro e muratura e un lato aperto sul giardino. Si fanno compagnia. Probabilmente la notte hanno un respiro armonico. Decido che quando arriverò a quel punto, circumnavighero’ col panno blu la chiocciola. La lascerò al suo posto. A dormire finché vuole. La primavera è vicina. La pulizia può aspettare. Penso che il premier inglese non sarebbe d’accordo. Dobbiamo abituarci a dire addio ai nostri cari. Ad una chiocciolina il minimo che dovremmo fare è fracassarle il guscio e pestarla sotto i piedi. Non sarei una buona inglese. Viva l’Italia.

Tutto andrà bene.

Loredana Semantica

la chiocciolina in letargo. F.to Loredana Semantica

“la chiocciola in letargo” foto di Loredana Semantica

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1 #cronacheincoronate #andràtuttobene

14 sabato Mar 2020

Posted by Loredana Semantica in #cronacheincoronate; #andràtuttobene

≈ 9 commenti

by Kamil Vojnar

Cari amici, è tempo di Coronavirus. “Una cosa seria” come dice il governo, che non solo oggi rischia di ucciderci o mandarci in terapia intensiva, ma che è probabile, dico io, domani inciderà sugli equilibri politici e l’economia mondiali. Questi momenti, in cui un intero Paese, vivo e produttivo come l’Italia, si ferma, resteranno nella storia, i nostri scritti di oggi potrebbero testimoniarli domani. Che ne dite di inviare alla redazione del blog i vostri racconti, pagine di diario, lettere, immagini, cronache su ciò che stiamo vivendo? Raccontate un episodio di questi giorni vissuti tra: “io resto a casa”, strade deserte e famiglie riunite. Con un po’ di humor se vi riesce, quel tanto che basta ad alleggerire lo spirito. Le potremmo chiamare Cronache incoronate. Mandate i vostri contributi alla casella liminamundi@gmail.com oppure postateli nei commenti al post, sotto gli hashtag   #cronacheincoronate #andràtuttobene.

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Novelle trasversali: Serafino preposto al coraggio

29 sabato Feb 2020

Posted by Loredana Semantica in Novelle trasversali

≈ 1 Commento

Su questo blog esiste già da tempo “Versi trasversali”, una rubrica dedicata alla poesia segnalata alla redazione. In questa rubrica, sotto l’egida dello slogan “la poesia è anche incontro”, sono proposte le poesie di autori che incontrano il blog. Mancava un’analoga rubrica per le novelle e, poichè non possiamo trascurare una così antica forma espressiva, ecco la nostra “Novelle trasversali”, dove il blog Limina mundi incontra la forma del racconto.

Wassily Kandinski, Studio di colore: quadrati con cerchi concentrici

A logo di questa rubrica il quadro di Kandinsky Studio sul colore. Nell’opera una serie di cerchi concentrici di svariate cromie sono racchiusi ciascuno in un quadrato. Questa scelta ben rappresenta l’arte del racconto. Ogni racconto, nella sua completezza, fa quadrato a sè, le diverse cromie della narrazione provocano percezioni/emozioni diverse, l’insieme dei racconti forma un quadro antologico nell’articolata geometria degli incontri con gli autori segnalati alla redazione.

Nella rubrica Novelle Trasversali oggi presentiamo il racconto di PIETRO PANCAMO:

SERAFINO PREPOSTO AL CORAGGIO

Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica, che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.
Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.
I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!
Nel frattempo, grazie alle mie doti vocali, già occupo la carica di tenore-capo nella gerarchia lirica del Conservatorio: sono forse il più bravo, tra gli allievi di “Esercitazione corale”. E poi, dirlo mi riempie di gioia, lavoro come assistente di un angelo cherubino che scende ogni giorno in Terra, posandosi delicato sulla quercia di un bosco dolce e campagnolo, per educare gli uccellini al canto. Li abitua a portare il cinguettio in maschera e a sorreggerlo con il diaframma; non tutti riescono subito, anzi nessuno: perciò hanno bisogno di me, “serafino preposto al coraggio” che deve esortarli a ignorare la delusione.
Mi capita, spesso, di calmare i picchi, tanto irascibili da abbandonarsi a voli isterici e rabbiosi, dopo un acuto sbagliato. Per sfogare il rammarico dell’errore, percuotono il becco addosso agli alberi, facendosi (io credo) un male diavolo!
Allora intervengo: abbraccio con la mano grande il loro corpicino scosso dai nervi, accarezzo piano la testolina invasata di furore e fischietto per loro qualche melodia celeste; così, lentamente, l’ira si placa. L’agitazione, tachicardia dei nervi, torna ad essere tranquillità.

Una lezione dura da mattina a sera e in fondo non è pesante: diverse pause concedono sollievo alla stanchezza. Io mi apparto, negli intervalli, su di un ramo nascosto e mi svago a pensare. Se un’aria d’opera comincia a formarsi nella mia immaginazione, la scrivo per appunti sulle foglie pentagrammate che gli uccelli usano a mo’ di spartito e, magari, cerco di farla somigliare a quelle dei compositori più illustri. No, non Rossini o Mozart, come ritengono gli uomini, bensì Giove, Saturno e Urano, come noi angeli sappiamo benissimo!
Quando mi annoio, tento un’occhiata verso l’orizzonte e sempre vedo qualcosa d’interessante che mi convince a osservare il paesaggio. Ho una vista incantevole dagli occhi panoramici che possiedo in volto: gli avvenimenti fanno tappa nel mio sguardo, e nulla viene considerato con poca attenzione.
D’altronde come può sfuggirmi una persona bizzarra simile a quel prete in tonaca di gala, che si avvicina lungo il sentiero mostrando, allegro, un giglio all’occhiello. Ah no! Si tratta di un monaco elegante, che sfoggia un saio a coda di rondine… Macché! Ora lo scorgo chiaramente: è di sicuro un Beato, assorto nel compito di farsi propaganda (distribuisce infatti santini da visita a cacciatori e spaccalegna: “Casomai vi servisse una grazia…”).
Anche Satana gradisce, talvolta, un giro nei boschi: sale dall’Inferno e va a rintanarsi nel buio intricato delle macchie più fitte. Nella tenebra contorta dei rami bassi, in quella notte artificiale, trova l’ispirazione per musiche blasfeme: con spirito malvagio architetta note sacrileghe, bestemmie sinfoniche, allucinazioni sonore da far eseguire alla sua orchestra d’orchi.
Però i concerti non sono mai un granché ed anzi, in Paradiso, gli angeli ironizzano inventando dialoghetti briosi. È facile sentirli scherzare: “Ho fatto una volata all’Inferno per assistere a un’esibizione dell’orchestra d’orchi.”, “Ah sì? E chi suonava? Il primo violino?”, “No, il primo venuto: sai, era una cosa improvvisata…”.
Sorrido fra me per le battute ingenue dei colleghi alati, mentre la mia curiosità continua a sorvegliare la vita intorno. E mi accorgo di un simpatico ragazzo, seduto ai piedi d’una betulla, intento a deliziarsi del tepore e della luce. Sembra davvero uno scrittore, forse perché si è poggiato accanto uno strato di fogli che non smette di compilare, mano mano, a penna.
Affido agli occhi uno sguardo più pronto, per leggere le parole di quel ragazzo… ecco, finalmente capisco: è impegnato a buttar giù la recensione di un libro, che s’intitola Il Silenzio Stonato. Ha scelto la natura come ufficio di lavoro, quel ragazzo, e il suo inchiostro afferma, tutto disinvolto: “Rob Demàtt introduce la fantasia dei lettori all’uso narrativo dei ricordi, costruendo uno sfogo romanzato (dal linguaggio brillante e volitivo) che ha per contenuto un messaggio autobiografico: il sesto senso è quello di colpa. È il rimorso d’aver sprecato gli anni e la vita per dedicarci a illusioni che prima incantavano e che, adesso, ci deridono. Allora un’esclamazione prende in noi a gridare: “Temo il cielo e la terra; il tempo mi sta lasciando solo: entra nelle ossa la paura, il respiro non ha più forza nei polmoni e tutto mi incita alla morte!”.
Ma quando i cicli d’angoscia termineranno e la sofferenza non sarà che uno stimolo di guarigione, scopriremo sollievo anche nel dolore e, nel sollievo, amore”.

“Realizzerai i miei desideri?”, domanda l’uomo.
“Aspetta e spira…”, ribatte il destino.
Chissà per quale motivo, la recensione mi ha suscitato in mente questo lugubre giochetto di parole… Certo dev’essere triste per gli uomini ritrovarsi in mezzo alle ore, sempre minacciati da pene e afflizioni. Un giorno, però, avranno soltanto gioia e serenità, perché noi angeli provvederemo a convertire il destino!
Per il momento, io e il Maestro cherubino salutiamo gli uccelli agitando le ali (è sera, la lezione è finita) e torniamo lassù, nel Conservatorio Astronomico, a riascoltar le stelle.

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Pietro Pancamo (1972) è un editor con regolare qualifica professionale. Coordina la sezione-poesia del mensile italo-olandese «Il Cofanetto Magico» (diretto da un’articolista del quotidiano «Avvenire»), mentre su «EffettoTre», mensile concepito per il personale della Regione Carabinieri Sicilia, è titolare della rubrica “Effetto… letteratura”. Scrive inoltre per il blog «Signoradeifiltri» ed è autore del volumetto di versi «Manto di vita» (LietoColle), nonché della raccolta di novelle «Sia fatta la tua comicità» (Cletus production).
Su Maratea Web Radio, cura la rubrica letteraria «(Pod)cast away». Per Radio Big World (emittente italofona di Madrid) e «Beyond Thirty-Nine» (ex piattaforma culturale di Hong Kong, fondata da un romanziere della Mursia editore), ha rispettivamente condotto il programma mensile «The Big World of Poetry and Fiction» e il podcast in inglese «Good Mo(u)rning, Italy!».
Con la silloge di poesie «Il silenzio stonato» (Edizioni Thyrus) ha vinto il Premio letterario “Città di Torino”, giungendo poi secondo al “Trofeo Medusa Aurea” (concorso, quest’ultimo, indetto dall’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma).
Nel tempo -oltre a fondare e dirigere il portale culturale «L(‘)abile traccia» (citato nel 2007 in un volume della Zanichelli)-, è stato direttore editoriale della rivista internazionale «Niederngasse» e caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto babele». Ha anche collaborato, come recensore, col sito dell’edizione fiorentina del «Corriere della Sera» e, come redattore, con «Viadellebelledonne», per anni uno dei blog letterari più seguiti in Italia.
Dopo essere stato incluso nell’antologia «Poetando» (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo, s’è visto pubblicare una breve raccolta di versi dal blog «Poesia» della Rai e dedicare una puntata del programma «Poemondo» dalla radio nazionale della Svizzera italiana.
Oltreché nel portale de «Il Fatto Quotidiano», suoi testi sono apparsi su «Poesia» (Crocetti Editore), «Atelier», «Tuttolibri», «Gradiva», «Vibrisse», «La poesia e lo spirito», «El Ghibli», «GraphoMania», «La Mosca di Milano» (Edizioni la vita felice), «IF. Insolito e Fantastico», «FantasyMagazine», «Il Paradiso degli Orchi», «Diogen» (periodico di Sarajevo, fra i più importanti d’Europa), «Filling Station» (quadrimestrale canadese), «Il-Pont» (trimestrale maltese) e «Philos» (rivista brasiliana di Recife).

(pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)

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Epistole d’Autore 7

17 lunedì Feb 2020

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Albert Einstein, Mileva Marić

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Albert Einstein a  Mileva Marić

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Mileva Marić  era una fisica serba che, durante i suoi studi al prestigioso Politecnico federale di Zurigo  incontrò l’uomo che sarebbe diventato suo marito: Albert Einstein. I due condividevano una forte passione per la fisica. Nelle cinquantaquattro lettere d’amore  scritte tra il 1897 e il 1903, edite da Bollati Boringhieri, emerge come tra i due ci fosse una grande intesa intellettuale. “Quando ho letto Helmholtz per la prima volta, mi è sembrato così strano che tu non fossi qui accanto a me oggi, e la situazione non migliora. Trovo che il nostro lavoro sia molto benfatto, insieme è più semplice,” diceva Albert in una lettera a Mileva del 1899. Dalle lettere emergono gli interessi scientifici, i conflitti con gli altri colleghi, le costanti preoccupazioni per la ricerca di un posto di lavoro. Mileva era una scienziata brillante portata per il lavoro sperimentale in laboratorio e il suo apporto alle ricerche del marito fu decisivo. Purtroppo i lavori che presentavano, frutto delle ricerche di entrambi, erano firmati solamente da Albert, forse perché Mileva voleva aiutare Einstein a farsi un nome all’interno della comunità scientifica così da trovare un lavoro  oppure perché, come ancora avveniva a quei tempi, una scoperta effettuata da un uomo veniva presa maggiormente in considerazione. Nonostante la grande affinità, la loro relazione fu sempre osteggiata dalla madre di Einstein, perché Mileva non era né ebrea né tedesca e perché era troppo “intellettuale” per i suoi gusti.  Mileva contribuì alla ricerca che portò alla formulazione della teoria della relatività. Lo dice Albert stesso in una lettera del 1901, scrivendo: “Quanto sarò orgoglioso e felice quando insieme avremo portato a una conclusione vittoriosa il nostro lavoro sul moto relativo!”. Alcuni studiosi hanno interpretato l’uso del pronome plurale come un segno di trasporto affettuoso. C’è in particolare una lettera datata 27 marzo 1901 scritta da Einstein a Mileva che include la frase “portando il nostro lavoro sul moto relativo a una felice conclusione”. L’aggettivo “nostro” fa pensare a un lavoro condotto in collaborazione. Mileva e Albert ebbero una prima figlia che fu affidata ad una nutrice e di cui non si seppe più nulla. Mileva intanto provò a rientrare all’università per continuare con le sue ricerche e laurearsi ma non ci riuscì. Nel 1903, lei e Albert riuscirono finalmente a sposarsi e si trasferirono in via Kramgrasse 49 a Berna, dove ancora oggi si trova, l’edificio dove la giovane coppia ha vissuto e che di recente è stato trasformato in un museo che porta il suo nome, Einsteinhaus. In quegli anni Albert era un impiegato statale che doveva recarsi al lavoro tutti i giorni, il tempo che poteva dedicare alla scienza era ridotto; per questo motivo si ipotizza che fosse sua moglie Mileva ad occuparsi delle ricerche che lui non aveva il tempo di fare. Il 14 maggio 1904 la donna diede alla luce il secondo figlio, Hans Albert Einstein mentre il terzo, Eduard Einstein nacque il 28 luglio 1910. In quello stesso anno Albert Einstein divenne docente di fisica dell’Università Karolina di Praga. Mileva contribuì anche alla costruzione di un voltmetro ultrasensibile ma anche questa volta scelse di non includere il suo nome tra i firmatari della ricerca. Il matrimonio tra Albert e Mileva si concluse con un divorzio, formalizzato nel 1919, cinque anni dopo che lei lo lasciò a Berlino e se ne andò insieme ai figli. Nel frattempo Albert aveva avuto diverse relazioni, tra cui una con la cugina Elsa Löwenthal,che sposò in seconde nozze ed era diventato uno degli scienziati più acclamati, di lì a poco avrebbe infatti vinto il Nobel. La pratica di divorzio durò molto tempo per i problemi di salute di Mileva Marić, ma anche per il fatto che le due parti non si accordavano sui termini della separazione. Venne stabilita anche la sorte del denaro di un eventuale premio. Stando agli accordi, se ad Albert Einstein fosse stato conferito il Premio Nobel per la fisica, il denaro sarebbe diventato proprietà di Mileva Marić e dei suoi figli. Nel 1921 l’Accademia Svedese delle Scienze conferì ad Albert Einstein il Premio Nobel per la Fisica. Nonostante il sostegno economico dello scienziato, gli ultimi anni di Mileva Marić furono un susseguirsi di lutti, preoccupazioni per la salute del figlio Eduard, sofferente di schizofrenia, problemi burocratici e finanziari, problemi di salute acuitisi soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Mileva Marić-Einstein fu colpita da ictus e fu dichiarata incapace di intendere e di volere. Morì il 4 agosto 1948 a Zurigo, all’età di 73 anni.

 

 

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Detrito 4 febbraio 2020: Brillio

06 giovedì Feb 2020

Posted by Loredana Semantica in Cronache sospese

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Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione .
DETRITO 4.2.2020

Mi sfugge sempre qualcuno col parco femmine. Poi si fa avanti come un amo al pesce. E abbocca. Allora tace lo spirito anzi si raddoppia. Ed è così che uccido il drago. Con la serena consapevolezza che il cielo distribuisce ossessioni. Ciascuno col fardello proprio o croce. Impastato nella carne che brama sesso o cibo o altro riempitivo. Nessuno che rechi un filo col palloncino rosso. Nessuno che apra le mani con una rosa tra i palmi. Anche la farfalla gialla è letteratura. L’oratoria ha una parte immancabile di suggestione. La nonna non meno d’altri. Per questo ogni voce vibra o manca d’incanto. Rifulge di lacrime la verità. Tutto ciò che circonda è buio e stortura. Soprindente tuttavia la forza della vita. La sopravvivenza sorprende. Col dubbio che sia soltanto una casualità di corpi e luoghi. La stella scritta nel firmamento.

Riprendi ciò ch’è tuo. Arresta i passerottini che scendono lungo le spalle e rapidi staccandosi dalle caviglie fuggono lasciandoti leggerezza. Regalando un senso di svuotamento materico che ti fa fantoccio. Le vesti su un corpo. Riprenditi l’estate. L’affermazione. Il gesto assertivo col quale architettavi convincimento. Rivestiti delle scaglie dorate di serpente. Sinuoso elastico muscoloso rettile che ingoia un bue all’occorrenza. Più spesso rane che gracidano ondeggiando sui loro tacchi il fango quotidiano. Ecco sei muta sfinge sabbia deserto piramide di molte facce. Ecco l’archetipo agguerrito furente. Mezzanotte negli occhi più accesi. L’imperativo è ricostruire. Contrastare l’abbandono ruderi e demolizioni. La frana che in calce sfarina. E certificare non basta ché manca il respiro. È il poco che innesta l’intermittenza del ruolo. L’immobilismo che offende anche il corpo. La sua viziata postura. Siamo piegati dagli angoli. Intenti allo schermo. Nell’avvilente nullità del frastuono. Avremmo dovuto il brillio del nero. La ghigliottina della colonia penale. Lo scarafaggio di Kafka. La stanza di Virginia l’ape dickinsoniana e la poesia nei secoli da Eumelo fino ai giorni nostri. Avremmo dovuto a fiumi altissima altera altrettanto e basta.

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Epistole d’Autore 6

13 lunedì Gen 2020

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Franz Xaver Kappus, Rainer Maria Rilke

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Rainer Maria Rilke a Franz Xaver Kappus

Le Lettere a un giovane poeta furono indirizzate da Rainer Maria Rilke al giovane scrittore Franz Xaver Kappus, allievo dell’Accademia militare di Wiener Neustadt, fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario di arte e di vita. Il giovane Franz scopre che la sua stessa accademia, anni prima, era stata frequentata dal noto poeta Rainer M. Rilke. Poichè Franz si diletta a scrivere componimenti poetici decide di scrivere proprio a Rilke che per cinque anni terrà una fitta corrispondenza col giovane poeta, dispensando umili consigli, vere e proprie perle di umanità e saggezza. Una delle Lettere viene qui proposta nella celebrata versione di Leone Traverso, che fu uno dei primi interpreti di Rilke in Italia. Continua a leggere →

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“Sprechen doich?”Un racconto di Francesco Tontoli

17 giovedì Ott 2019

Posted by frantoli in I nostri racconti, LETTERATURA

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racconto

Hans ripiega la lettera. Me l’ha tradotta puntigliosamente tutta dal tedesco, facendo delle pause lunghissime per sottolinearne i momenti più cupi.
Ha gli occhi lucidi, lo sguardo lontano, le mani con un leggero fremito.
Il piccolo Johannes gioca tra le sue lunghe gambe parlando il suo curioso linguaggio infantile, con quei punti interrogativi che si sentono cantilenare e che non richiedono risposte.
Siamo solo noi tre , gli altri sono in cucina a chiacchierare con Aurelia. Ci hanno lasciato soli col bambino, prevedendo che tra di noi ci sarebbe stata la solita lunga confessione. Ma sono 10 anni che non ci vediamo, e abbiamo diritto a un nostro momento privato.
Il papà gambalunga si scuote da quell’attimo di nostalgia e porge al figlio il nuovo gioco che ha appena tolto dalla confezione provocando tutto quel rumore di carta strappata. Entrambi emettono suoni che esprimono sorpresa e stupore di fronte al regalo.
Johannes sale sul cavalluccio di legno, e faticosamente cerca di spingerlo con l’aiuto dei piedini. Hans sorride e si asciuga gli occhi, non so bene se per la felicità di vedere suo figlio provarci, oppure per il dolore che si è appena procurato ravvivandolo leggendomi la lettera, come quando si tocca il dorso di una vecchia ferita cicatrizzata che non fa più male , ma di cui se ne rammenta il percorso doloroso.

La lettera è sul divano, stropicciata e unta dalle ditate. Penso siano impronte lasciate da mani umide. Letta e riletta chissà quante volte, mandata a memoria e dimenticata, e rimandata a memoria. La voce fuori campo degli incubi, la litania dei giorni tristi col cielo grigio del lungo inverno passati da solo tra i pazienti montanari. Chiuso, murato tra i boschi e le valli.
Johannes si dondola sul cavalluccio di legno, e guarda il padre asciugarsi la lacrima sfuggita ma subito asciugata col dorso della mano. Hans ritorna a sorridere illuminato dal figlio che lo guarda stupito. Il bambino ha puntato il dito all’angolo dell’occhio da dove è spuntata quella goccia, e ha guardato il padre con l’ennesima frase interrogativa…
Fuori dalla finestra vedo i filari ordinati dei meli ancora in fiore, ma già con accenni di verde, perdersi per la collina. In alto, se alzo un po’ lo sguardo, l’abbazia di Sabiona tutta circondata da file ordinate di viti, incombe minacciando l’abitato con la sua ombra merlata. E’ un pomeriggio sereno, ci sentiamo tutti fortunati a goderci un tempo così. Il sole fende la stretta valle con raggi già obliqui e dorati, e tra poco tramonterà dietro la neve delle cime più alte mandando bagliori che rimbalzeranno sul bianco. Juergen mi indica quel paese lassù che si gode la luce più a lungo di qui. Noi siamo appena arrivati dal sud e abbiamo portato il bello mi dice Hans, perché fino alla scorsa settimana è nevicato più volte…
Ora festeggiamo stappando il prosecco conservato per questa occasione:

-E’ da tanto che questa bottiglia vi aspetta, ci dice versandocelo.

Il brindisi è un po’ frettoloso anche se Hans lo vorrebbe solenne. Sta lì pensoso a rimirarsi l’etichetta della bottiglia, il bimbo attorcigliato alle gambe che lo implora di prenderlo su alla sua altezza sconfinata, e quando viene sollevato in braccio non manca di commentare la vertigine dell’ascensione con gridolini di piacere, che ci fanno inebriare tutti. Hans non ha avuto nemmeno il tempo di avvicinare le labbra al flûte. Non ha bevuto un goccio, ma è completamente ubriaco di suo figlio…..
La lettera intanto è stata intercettata da Aurelia che la ripone in una busta quasi distrutta tanto è usurata, e la porta via come se fosse una reliquia, depositandola presumibilmente in uno di quegli angoli oscuri che ci sono in ogni casa, cassetti segreti, oppure tra le copertine dei libri più cari, un tabernacolo occulto, un sancta sanctorum domestico.
Decidiamo di uscire, con il piccolo Johannes che guida il corteo in passeggino, andiamo incontro al paese passando davanti alla vecchia stazione dove c’e’ in bella mostra una vecchia locomotiva a vapore tirata a lucido.
Passiamo in rassegna le case linde e silenziose , fino a un piccolo ponte pedonale sul fiume Isarco. Tutti guardiamo l’acqua che attraversa la città veloce dopo il disgelo. Costeggiamo il lungofiume guardando le papere che stazionano a riposare nelle piccole anse.
Hans mi dice che quegli uccelli qui sono chiamati “le anatre di Koester” dal nome del pittore che le osservava e le dipingeva dal giardino che proprio ora stiamo attraversando, e a cui è stata dedicata quella statua di bronzo che si vede tra gli alberi con lo sguardo rivolto al fiume e con un piccolo pennello in una mano che sembra contare le anatre più che dipingerle.
Tutto sembra pervaso di una perfezione primaverile che ci mostra il movimento della natura nella sua rotazione.
Ci stiamo trasformando, e chi ode le voci nella direzione del nostro crocchio non può far a meno di voltarsi, sorridere, incuriosirsi dall’arrivo degli ospiti tanto attesi dai due dottori.
Aurelia ci porta direttamente nel suo studio, che è al primo piano del vecchio edificio della dogana, subito dopo l’antica porta. Saliamo tutti. Nella sala d’attesa del medico c’è un pianoforte! E degli affreschi antichi recuperati con perizia. E nello studio, proprio dietro la scrivania della dottoressa c’e’ la postazione di lavoro del piccolo Johannes, un box pieno di giocattoli, da cui osserva la mamma visitare i pazienti commentando le patologie riscontrate con grugniti e parole incomprensibili che sembrano simili a sentenze scientifiche su eventuali malattie, come ci riferisce la madre.
Poi tra la sorpresa generale, compresa quella di Hans , Aurelia si siede al piano e ci dà un saggio eccellente della sua bravura, addirittura anche come cantante .
Stiamo lì seduti in sala d’attesa come cinque pazienti incantati a sentire suonare il piano. Händel? Bach? Schubert? Chissà…ma esplode l’applauso liberatorio. Pura musicoterapia!

Hans mi parla di questa città mentre siamo di nuovo in strada. Alla fine dell’800 qui si riunivano molti artisti, pittori, poeti e musicisti che sciamavano nella strada principale riempiendo le osterie e gli alberghi. La ragione per cui arrivavano fin qui era dovuta al fatto che si era diffusa la voce che da queste parti era nato il maggior poeta medievale di lingua tedesca Walther von der Vogelweide, minnesanger, poeta d’amore, mi dice Hans sorridendo e strizzandomi l’occhio. Tra fine ‘800 e inizi ‘900 accorsero qui gli artisti e si moltiplicarono gli alberghi e le taverne. La vita sorrideva allora, l’impero del buon Cecco Beppe era l’esempio del paternalismo asburgico più bonario. Le ostesse servivano birra sorridendo e commuovendosi per le canzoni più belle. Questo dunque è uno dei luoghi sacri del nazionalismo tedesco, e si trova in Italia!
Hans è alto e sottile come un giunco. Enza mi dice che ha un aria di un giullare medievale, e io me lo sono immaginato spesso in questa veste armato di cetra, mentre declama versi d’amore davanti alla piccola corte del castello. Allampanato e con la nuvoletta intorno al collo.
Hans ci ha sempre stupiti per questa sua ingenuità che è così platealmente esibita da sembrare falsa e stucchevole. In realtà non c’e’ nulla di affettato in lui. Dentro credo sia una roccia di granito, non potrebbe sopravvivere altrimenti tra questi monti duri.
Diventa così quando racconta. Perché tutto quello che fa diventa nella sua fantasia un racconto, una parte di una storia. Una storia che narra a sé stesso senza aver bisogno necessariamente di interlocutori. Quando parliamo di lui tra amici non possiamo che riconoscerci in questa immagine: un medico in esilio che non ha scelto l’Africa, ma i monti dell’Alto Adige.
Hans ha voglia di parlare , e come quegli eremiti loquaci che tentano di tradurre anni di silenzio in poche battute, ci presenta la natura che si dispiega ai nostri occhi enumerando i miracoli e i dolori della convivenza qui, terra di confine, oltre le ragioni e i torti, oltre i conflitti.
L’albergo che ci ha prenotato guarda la piazza più bella del paese. E’ la prima serata tiepida di primavera. Lui non ha lasciato niente al caso. Nell’eventualità che volessimo usare la sauna basta dirlo al portiere. Per le escursioni basta chiedere che qualcuno organizza. No, non sfrutteremo niente di questo tipo di ospitalità. Ci guardiamo negli occhi tutti. Naturalmente l’albergo è già stato pagato per quattro, e noi ne siamo stupiti, ma in fondo dovevamo aspettarcelo. Solo Hans può farlo, e la moglie acconsente. Ci guarda curiosando tra i gesti delle nostre reazioni stupite.
Hans.
Poi vanno via salutandoci abbracciati. Li guardiamo avviarsi e spingere il passeggino di Johannes sul selciato. Fino a non vederli più.

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Epistole d’Autore 5

23 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Albert Camus, Maria Casarès

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Albert Camus a Maria Casarès

Con Maria Victoria Casarès Pérez, Albert Camus visse un’importante e tormentata relazione, documentata da un libro contenente 865 lettere e pubblicato da Gallimard nel 2017, Corrispondance 1944-59, con la prefazione di Catherine, figlia dello scrittore.

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Epistole d’Autore 4

17 lunedì Giu 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Diego Rivera, Frida Kahlo

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Frida Kahlo a Diego Rivera

 

Frida Kahlo, la nota pittrice messicana, è conosciuta per le sue opere d’arte e per la sua stravagante personalità. Non tutti però sono a conoscenza del suo immenso amore per l’artista messicano Diego Rivera, con il quale trascorse quasi tutta la vita. Si trattò di una relazione difficile e tormentata, che si può ricostruire grazie alle lettere d’amore raccolte ne Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo. Il loro rapporto intenso e tormentato è uno dei più celebri della storia dell’arte e di tutto il Novecento.  L’artista messicana conobbe Diego Rivera nel 1927, egli divenne dapprima il suo mentore e, successivamente, l’amore di tutta una vita. Malgrado l’opposizione di sua madre a questa relazione, Frida sposò ugualmente Diego Rivera due anni dopo, nel 1929. Continua a leggere →

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Epistole d’Autore 3

20 lunedì Mag 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Virginia e Leonard Woolf

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Virginia Woolf al marito Leonard

La scrittrice inglese Virginia Woolf, femminista convinta che lottava per la parità dei sessi, da sempre incline alla depressione, il 28 marzo del 1941all’età di 59 anni, decise di porre fine alla sua vita. Prima di lasciarsi annegare nelle acque del fiume Ouse vicino alla sua casa a Rodmell, nel Sussex, lasciò una commovente lettera di addio al marito Leonard da sempre vicino e amorevole dinanzi ad ogni crisi, si riempì le tasche di sassi mentre procedeva verso il fiume. Giunta nei pressi del corso d’acqua, abbandonò il bastone e camminò ancora, lasciandosi annegare nel fiume. Queste sono le sue ultime ore, ricostruite da Nadia Fusini, massima esperta woolfiana in Possiedo la mia anima, biografia edita qualche anno fa da Mondadori. “Per molti giorni Virginia non fu né viva né morta. Mancava. Era scomparsa. ‘Missing’ scrissero i giornali”, racconta la studiosa. Poi, il 18 aprile, un gruppo di giovani in gita sul fiume Ouse scorse qualcosa nell’acqua. A prima vista, sembrava un tronco. “Per gioco gli tirarono i sassi, volevano accostarlo a riva. Il ragazzo che entrò nell’acqua per prenderlo scoprì che era il corpo di una donna in pelliccia”, che indossava al polso un orologio fermo alle 11:45. Continua a leggere →

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Epistole d’Autore 2

18 lunedì Mar 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Franz Kafka, Hermann Kafka

 

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

Franz Kafka al padre

Franz Kafka è già considerato un grande scrittore quando nel 1919, all’età di 36 anni, scrive una lunga lettera al padre con cui, fin dall’infanzia, ha avuto un rapporto difficile. La lettera non giunse mai al destinatario perché lo scrittore la affidò alla madre che scelse di non consegnarla al marito. Fu pubblicata postuma nel 1952. Lo scrittore critica l’azione educativa del padre Hermann perché troppo autoritaria, responsabile, secondo lui, delle sue inquietudini da adulto, inoltre vi descrive i rapporti familiari e le disparità con le sorelle. Il timore della punizione, l’assenza di manifestazioni di affetto, la sensazione di inferiorità del protagonista sono meccanismi disfunzionali utilizzati in molte opere di Kafka, basti pensare al ruolo che riveste la famiglia e all’incomunicabilità tra i vari membri ne “La metamorfosi” oppure al ruolo della legge e del tribunale ne “Il processo”. Questo testo è un documento di grande importanza per approfondire la conoscenza della vita privata di Kafka e la sua visione del mondo. Il testo si apre su un punto significativo: il padre di Kafka ha chiesto al figlio come mai provi paura nei suoi confronti. Kafka spiega che il discorso che si appresta a scrivere sarà molto lungo a causa della complessità dell’argomento e della quantità di aspetti che dovrà prendere in considerazione. Lo scrittore ammette le proprie mancanze per il fatto di dedicare molto tempo alla propria vocazione letteraria e di non occuparsi invece minimamente dell’attività commerciale della famiglia.  Alle accuse di non manifestare slancio affettivo per il padre Franz replica che, se da piccolo egli avesse ricevuto attenzioni e tenerezze, probabilmente non avrebbe sviluppato quel disagio e quel senso di inadeguatezza così radicati nella sua personalità. Continua a leggere →

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Delirio: 19 dicembre 2009 (innesco)

24 giovedì Gen 2019

Posted by Loredana Semantica in Cronache sospese

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Cominciò come un gioco senza fuoco a marchiare. non l’ustione ma la pagina bianca i colori la macchia. l’inchiostro che sporca. verginità della bocca sbandierata e perduta. gorgogliare sommesso di melma che assale. cominciò così l’apnea radicale. le mani avvinghiate alle sponde. le labbra di sale. senza pietà la condanna  o speranza o controllo o salvezza del dopo. senza un fiore d’incanto o  parola gentile.

I vermi striscianti ricoprirono i lombi arrotando coltelli vivevano a fianco. porte chiuse serrate a covare bisogni. mostri infami insaccavano sabbia seppellivano grazia. nei crateri sozzure. i vigliacchi a sputare. sopra i colpi la fiera. con le zanne affondare trenta centimetri al  cuore. rosso dritto violento crocifisso di sole.

La coperta aveva soffici piume. era un covo di pace fantasia floreale. una tana condivisa animale. immobile il fiato di morte batteva le nocche i lembi frastagliati del nulla. occhi chiusi sul bianco e le nuvole fuori. all’interno del vetro c’era il blocco del pianto. tutto fermo e stravolto al confine del mare. nel ventre ipotetico ansimava l’intento. congiuntivo presente: se sia meglio morire o respirare profondo. un assolo magnifico senza darlo a vedere.

Non esiste l’immenso. non risponde al chiamare e nel gelo dell’oltre abolisce il rumore. si collassa inumano di silenzio perfetto. piovevano gli angeli infine tra pareti di amianto. soffiavano lamine e vento. mormoravano mute preghiere.

Era un tempo insensato, prima dato e crollato, dopo ammesso e poi addosso. coi forconi la folla con la neve la luce immacolato splendore. forse assurdo che uccide. coltellate a ridosso e nel limbo candore. ogni coltre che scende infinitamente ricopre. dentro il seme il lenzuolo. una sindone eppure non è detto che il corpo inumato sopravviva a parole.

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Epistole d’Autore 1

07 lunedì Gen 2019

Posted by Deborah Mega in Epistole d'Autore

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Elsa De Giorgi, Italo Calvino

In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica, che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale, hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato. Il blog Limina Mundi inoltre offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima affidandola alla memoria del web. Basterà cliccare sul LINK della pagina per inserirla, in modo che, nel tempo, sia possibile raccoglierle e ritrovarle. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

 Italo Calvino a Elsa De Giorgi

Il carteggio di lettere (ben 407) conservate nel Fondo Manoscritti di Pavia tra Italo Calvino ed Elsa De Giorgi è testimonianza della loro storia d’amore, vissuta tra il 1955 e il 1958. Elsa De’ Giorgi, appena diciottenne, iniziò la sua carriera da attrice, agevolata dalla sua bellezza ma invisa al regime fascista per le sue posizioni politiche che la porteranno a sostenere la Resistenza romana. Nel 1948 sposò il nobile Contini Bonacossi, collezionista d’arte; nella loro casa a Roma, divenuto un vero e proprio circolo letterario, ricevevano personalità del calibro di Alberto Moravia, Carlo Levi, Renato Guttuso e tanti altri. Nel 1955 la De Giorgi conobbe Italo Calvino, di dieci anni più giovane, il quale si occupava dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi. La loro collaborazione confluì in una relazione tormentata e difficile, fatta di corrispondenze, viaggi in treno tra Roma e Torino, incontri fugaci, tanto da concludersi nel 1958. A testimonianza di questo rapporto esiste il corpus epistolare che la filologa Maria Corti, ha definito “il più suggestivo del Novecento italiano”. La stessa De Giorgi nel suo libro Ho visto partire il tuo treno, edito da Feltrinelli, dichiarò che la relazione appassionata con Calvino incise anche sull’opera dello scrittore. Calvino le inviò centinaia di lettere, illustrate con i suoi disegni e le trovò una piccola villa sul mare con un bel giardino a Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo dove c’era casa sua. Dopo aver concluso ogni scritto, voleva che lei lo leggesse integralmente. Si sedeva di fronte a lei e le porgeva una foglio alla volta, scrutandole il viso per ore. Quando nel 1956 vennero pubblicate le Fiabe italiane nell’elegante edizione dei Millenni di Einaudi, erano dedicate a “Raggio di sole”, anagramma del nome Elsa de Giorgi, il loro codice d’amore, il modo segreto di parlarsi sotto gli occhi di tutti.

*

Certo, il mio amore per te è nato come un’individualista protesta contro tutto, un clima mosso da un bisogno profondissimo, ma con un significato generale, una lezione per tutti, di non-rinuncia, di coraggio alla felicità. Come questa lezione si tradurrà nell’opera creativa è ancora da vedersi. Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore. Ho la tua lettera dal treno.

Cara, amore ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. Il ritratto del giovane P.P. [Pier Paolo Pasolini, ndr] è molto bello, uno dei migliori della tua vena ritrattistica, di questa tua intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi, questa tua gran dote largamente provata nei coetanei. È la stessa dote che portata all’estremo accanimento dell’amore ti fa dire delle cose così acute e sorprendenti quando parli con me di me che ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa. Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moto psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve regnare tra noi. Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro.

Sto scrivendo una cosa su Thomas Mann per il Contemporaneo- sotto forma di lettera- su cosa significa per me il suo atteggiamento d’uomo classico e razionale al cospetto dell’estrema crisi romantica e irrazionale del nostro tempo. Sono temi che ritornano puntualmente nella cultura e nell’arte contemporanea come nella mia vita: il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore. Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro, siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore.

(…) Ho due belle let­tere tue cui ri­spon­dere. Una (quella di gio­vedì) sulla «mis­sione di darmi gioia» che tu con me­ra­vi­gliosa ge­ne­ro­sità amo­rosa hai scelto (e io po­trei par­lare di una mia «am­bi­zione di darti gioia», di un mio or­go­glio, che quando non rie­sco mi fa sen­tire scon­fitto), l’altra, quella di ieri, col dia­logo delle donne sul per­fetto amante, che pare un po’ da corte d’amore, ma con una ma­li­zia da bri­gata di Boc­cac­cio in villa du­rante la pe­ste, e con una ra­zio­na­lità da ra­gio­na­mento fi­lo­so­fico e cor­tese cin­que­cen­te­sco e in più un senso dello sca­broso e dell’insoddisfatto che è tutto mo­derno. Ma tu che taci, e dici l’ultima bat­tuta, e le al­tre che stanno in si­len­zio, e quel tipo di Pan­filo o Fi­lo­strato o Dio­neo che trae, ga­lante ma con­cet­toso, la mo­rale, è un qua­dro di pura bel­lezza. Ma a parte quest’ammirazione for­male, quello che so­prat­tutto m’ha at­tratto è la bel­lezza della tua etica amo­rosa, che è an­che mia, che io t’ho in­se­gnato – per­dona il mio or­go­glio – nel mo­mento stesso in cui l’imparavo da te, su te e di cui tu ora dai una for­mula per­fetta, que­sto «su­sci­tare l’amore senza mai sti­mo­lare il vi­zio», que­sta con­di­zione così rara, che tu sola sai creare.

Italo Calvino

 

 

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Nota critica sull’antologia di racconti “Il tempo sospeso” di Francesca Varagona

03 lunedì Set 2018

Posted by Deborah Mega in I nostri racconti, LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Francesca Varagona, Il tempo sospeso

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Dalla percezione e dall’osservazione del reale si alimentano i racconti che compongono l’antologia di Francesca Varagona edita da Terra marique, opera in cui il filo conduttore è quello della mancanza intesa come perdita, dispersione, mancata realizzazione di un progetto di vita. Non è come dire vacuità perché il concetto stesso di mancanza porta alla mente l’esatto opposto, la presenza di qualcuno o qualcosa e l’attesa del ritorno oppure il manifestarsi di un fatto e il suo non verificarsi. L’autrice, con grande abilità narrativa, organizza un’ampia e variegata carrellata di tipologie e comportamenti umani soprattutto femminili. “Le vite delle donne senza nome sono silenziose”, scrive l’autrice, eppure sono vite vissute appieno, colme di gioie e di lutti. Continua a leggere →

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (91) di Enrico Cerquiglini

30 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì vi ha tenuto compagnia un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Proponendo l’ultimo di questi racconti brevi, colgo l’occasione per ringraziare di cuore Enrico Cerquiglini di questa sua gradita presenza su Limina mundi.

Risaliva tutte le sere l’unica strada che divideva in due il paese, aspettava che calasse il sole prima di uscire dall’osteria. “Passata la sciatica?”, “Anche questa giornata è finita, signora bella”, “No, grazie, è meglio che non bevo più per oggi. Ma c’è sempre domani!”, “Notizie dalla Svizzera?”, “C’è finita in trappola la volpe?”, “Quando lo facciamo quel lavoro?”. Ogni quattro passi una sosta per un saluto, una battuta, una domanda. Quella in fondo alla via, subito dopo il dosso, era la sua casa, ed era stata la casa del padre e del nonno… e sarebbe stata anche la casa del figlio se la polmonite non se lo fosse portato via poco più che bambino. Ed anche la moglie se n’era andata. Il lavoro nei campi, il dolore per la morte della creatura avevano distrutto il suo esile fisico “non adatto alla terra”, come diceva la povera anima di sua madre. Teneva le due foto sopra la trave del camino e alzando lo sguardo si rattristava a volte, altre veniva preso da un senso di inquietudine, mista a rabbia, che si scioglieva in una reiterata bestemmia. La mattina la passava nell’orto (i campi aveva smesso di coltivarli, la vecchiaia non perdona) o nel pollaio. Poi se ne andava all’osteria, fino a pranzo, non a bere (beveva poco e non sopportava gli ubriachi come quel fesso di Vinovo – lo chiamavano  così perché chiedeva sempe il vino nuovo – che per il vino aveva perso moglie, podere e casa e che dormiva nella stalla del cugino, con le vacche e i vitelli), ma per scambiare qualche parola coi pochi abitanti rimasti.

In realtà nel paese, tranne lui, non c’era più nessuno da anni. Non se n’era voluto andare come aveva fatto suo fratello. Conosceva le pietre di ogni casa ed aveva fermato il tempo. Non c’era più nessuno da anni ma lui continuava a recarsi all’osteria, dove parlava col vecchio oste (era già vecchio quando lui era bambino), con la di lui moglie, ancora giovane e procace, con i vecchi del paese (ridotti a guardare gli ultimi raggi di sole con un mezzo toscano in bocca). E la sera, risalendo verso casa, salutava tutti: la vedova (morta di parto nel ’56, per colpa della neve), il vecchio mulaio (quello che aveva fatto la guerra del ’15-’18), il fabbro (morto d’infarto nel ’75), la ragazza dalle trecce bionde (fatta morire da un maldestro strappadenti), il potatore (morto cadendo da un melo a quasi novant’anni) e tutti gli altri.

Quando fu la sua ora, nel sonno, senza soffrire, non vedendolo passare la mattina per andare all’orto e al pollaio, tutti si fecero sulla porta e cominciarono a gridare il suo nome. A valle, a chilometri dal paese, fu udito distintamente il canto del suo gallo con la cresta a rosa.

 

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (85) di Enrico Cerquiglini

23 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Tagliato tra le due terre, restò per sempre un frutto dall’apparenza selvatica, aspra, scontrosa. Piccolo di statura, nient’affatto armonico nel fisico, dal viso intagliato senza alcuna perizia, fu sempre trattato dalla madre come un anatroccolo che mai sarebbe diventato cigno (e non lo sarebbe davvero mai diventato). Cresceva sgraziato, senza nessuna istruzione che non venisse dai lavori nei campi, più legato alle bestie che alle persone, timido, ma spesso, per reazione, violento. Aveva quindici anni quando la madre, prossima alla morte per un cuore che non reggeva più, gli disse che la natura con lui era stata malvagia, gli aveva dato povertà e bruttezza e che mai nessuna donna l’avrebbe voluto. “Le donne bisogna comprale o con gli averi o con i soldi, o stregarle con le parole e la bellezza, e tu non hai niente di questo”. Non capì subito quello che la madre gli aveva detto, sopraffatta com’era dai dolori. Gli tornarono in mente quelle parole quando vide lei, una ragazza di luce, dai capelli neri, dagli occhi che folgoravano le stelle. “Quanto costerà? Sicuramente tanto. Ci vorranno cento milioni”. Da quel giorno cominciò a non spendere più nulla, a lavorare giorno e notte, a mettere da parte quei quattro soldi della pensione di orfano di guerra: stendeva i biglietti da mille e li riponeva al riparo dai topi. Anni e anni di lavoro, di privazioni (mangiava erba dei campi piuttosto che spendere una lira, niente luce elettrica, niente mobili in casa, si tagliava barba e capelli da solo con le vecchie forbici della madre, indossava vestiti consumati, rattoppati da solo), di risparmi. Ogni tanto andava a vederla di nascosto: era ormai una donna fatta, con un marito e figli, ma aveva quegli occhi…

L’avrebbe comprata, altri 5-6 anni e sarebbe riuscito ad averli questi maledetti cento milioni. Nessuno frequentava la sua casa-porcile, tranne un cugino che, di tanto in tanto, andava a fargli visita. Era l’unico con cui parlasse: un bell’uomo, pieno di donne e di vizi, sempre profumato e azzimato. Gli confidò un giorno il suo segreto. Ci sorrideva il cugino, ma non gli diceva nulla.

Quando lo ritrovarono con la testa fracassata sotto un noce, nessuno si meravigliò di quell’incidente. Non aveva più l’elasticità di un tempo. “Aveva frequenti capogiri”, diceva il cugino. Doveva averne dei soldi, dicevano in giro, ma nessuno riuscì a trovarli. Il cugino, dopo poco, lo si vide girare con una decappottabile americana, nuova, fiammante…

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (82) di Enrico Cerquiglini

16 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Buona lettura.

Si diceva di lui che avesse attraversato tutti gli oceani, visto tutte le terre del mondo e si fosse macchiato di crimini inenarrabili. A vederlo vecchio, ricurvo, sempre col sorriso pronto, lo si sarebbe detto un simpatico ottuagenario che attende, senza particoli ansie, la fine spettante a tutti. Eppure c’era chi giurava che dietro quella testa canuta, dietro le sigarette senza filtro, dietro il suo amore per gli animali (allevava canarini e tortore) si nascondesse un assassino spietato. Quando passavano davanti alla sua piccola casa i ragazzini facevano scongiuri, gli uomini sputavano catarro e resti masticati di tabacco, bestemmiando ad alta voce. Alla sua morte nessuno volle partecipare al funerale, anche il prete si rifiutò. “Non era un credente, né si è mai pentito dei suoi crimini”. La casa restò chiusa a lungo e fu soggetta alle sassate dei bambini. Un giorno uno di questi ragazzini, più per sfida che per curiosità, entrò nella casa. La porta non aveva mai avuto serratura. Tra ragnatele e scaffali ormai compromessi dai tarli vide tanti libri, tanti fogli scritti, tante lettere. Ne lesse alcuni e rimase sbalordito dalle descrizioni di crimini efferati, di sadismo, di violenza gratuita. Lo sguardo cadde su una busta con una bellissima calligrafia, sicuramente femminile. “Amico carissimo, quanta violenza in questi tuoi racconti! Tu persona così mite, così dolce, incapace di fare del male a qualsiasi essere vivente, vittima di mille persecuzioni e sevizie, trasferisci nel carattere, nel corpo del carnefice i tuoi tratti, il tuo nome. Che ne direbbero i tuoi paesani se leggessero le pagine di questo romanzo in forma di confessione?” In effetti qualcuno aveva letto sul tavolo da cucina l’inizio di quel romanzo: “Signor Giudice, prossimo ormai al giorno estremo, io *** ***, assassino di mia madre, di mio padre, dei fratelli miei tutti, sento il dovere di confessare a Lei, che tanto si è battuto per ricostruire la verità, storica più che giudiziaria, che io sono il solo colpevole. Non le invierò questa confessione né per chiedere perdono (la parola ‘perdono’ non fa parte del mio vocabolario) né per volere espiare quelle che Lei ritiene colpe e delitti. La mia è solo una testimonanzia per restituire verità alla Storia. Il giudizio sul mio operato spetta alla Storia non certo alla mediocre Sua persona, Vostro Onore!”

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