Venerdì dispari

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Erano venuti in riva al fiume
per parlare tra loro di questioni di confine
uno faceva saltare le piccole pietre sull’acqua
l’altro rimaneva guardingo e timoroso
osservando di continuo la sconfinata proprietà
che gli era accanto.
Finirono per essere descritti in questo istante
da un fotografo celeste di passaggio.
E quello che avvenne dopo
del come brució il fienile e del quando
del dove furono trovati i corpi dei piccoli
e delle posizioni assunte dai cadaveri
della moglie che uccise col forcone
il servo che ricopriva col corpo la sua bambina
e della devastazione del campo e del raccolto,
fu conteso dai narratori
che giravano tra i villaggi
per rendere esemplare la storia
e almeno per riempire di senso
il breve tempo della pace.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Malcolm Lowry

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Monumento al mare

Malcolm Lowry (1909-1957), inglese (foto web)

CITTÀ DI FERRO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Salpano pensieri di ferro la sera su navi di ferro;
come luci lontane, fievoli vanno mentre calano
l’àncora dodici piedi, al borbottar del traghetto
che come trottola, nel frangente mareale, tórno tórno fa girar
la sua voce di gallo mezz’arrochita da tubi attossicati
e impiumati di vapore. La nave passa. I cutter
s’allontanano. Le campane battono. Il traghetto erutta
un’ultima bianca frase; e labbra umane
un’ultima nera, carica di benvenuti
alla disfatta. Lasciano la spietata città i pensieri;
però navi di ferro sono e pietà non hanno;
e gli uomini di cuori e fianchi che si sforzano e arrugginiscono.
Pensieri di ferro salpano nella polvere da città di ferro,
però come tenere colombe i pensieri che volano a casa.

*

IRON CITIES

Iron thoughts sail out at the evening on iron ships;
They move hushed as far lights while twelve footers
Dive at anchor as the ferry sputters
And spins like a round top, in the tide rips,
Its rooster voice half muted by choked pipes
Plumed with steam. The ship passes. The cutters
Fall away. Bells strike. The ferry utters
A last white phrase; and human lips,
A last black one, heavy with welcome
To loss. Thoughts leave the pitiless city,
Yet ships themselves are iron and have no pity;
While men have hearts and sides that strain and rust.
Iron thoughts sail from the iron cities in the dust,
Yet soft as doves the thoughts that fly back home.

Giulio Divo “Vuoto 23”, Di Leandro editore. Intervista di Patrizia Destro

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Patrizia Destro intervista Giulio Divo sulla sua opera: Vuoto 23, Di Leandro editore.

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Avevo circa cinque anni e, appena terminata la lettura di una riduzione dell’Iliade per bambini (“Storie della storia del mondo”, di Laura Orvieto), rimasi talmente colpito e intristito dalla morte di Achille che scoppiai a piangere e promisi a me stesso di riscrivere un’Iliade riveduta e corretta, con un finale diverso. Attribuisco a quell’episodio la mia prima dichiarazione consapevole circa la volontà di scrivere. Poi ho fatto tutta la trafila ordinaria, almeno per la mia generazione: poesie adolescenziali, racconti brevi in gruppi carbonari di scrittura creativa… Insomma, tutto quello che poteva fare uno studente medio tra gli anni ’80 e il 2000, perso tra delusioni amorose, noia e disturbi d’ansia.

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Incontro di sguardi tra profezia e memoria

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A cura di Maria Allo

Joseph Conrad

Nella prima metà del Novecento, la letteratura ha spesso anticipato i segni premonitori della disumanizzazione dell’uomo, che si sarebbe tragicamente concretizzata ad Auschwitz. Un esempio significativo è il romanzo “Cuore di tenebra” (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad (1857-1924), che illustra in modo straordinario l’orrore insito nella civiltà occidentale e il suo desiderio di controllo globale, realizzato attraverso l’uso razionale dello sfruttamento economico delle risorse e del dominio politico. Questo orrore si manifesta tanto nel lento scorrere del Tamigi quanto in quello del Congo, che rappresenta il confine della civiltà occidentale e il palcoscenico dell’impresa eroica e brutale, sacra e maledetta, del misterioso Kurtz. Grazie alla forza critica e ironica della sua scrittura, Conrad riesce a superare gli stereotipi culturali del suo tempo, offrendo una rappresentazione senza pregiudizi della dura realtà del dominio coloniale. Si tratta di una vera e propria disamina. Il paesaggio appare apocalittico e distrutto, caratterizzato da burroni, crateri, rottami metallici di macchinari, vagoni ferroviari, rumori assordanti e mine. Nella visione letteraria di Conrad, questo scenario coloniale si trasforma in un cupo girone d’inferno, dove i dannati sono i neri e i diavoli i bianchi. L’attualità di questo testo è splendidamente rappresentata dalla visionaria trasposizione cinematografica ambientata nel Vietnam americano, realizzata in “Apocalypse Now” (1978) da Francis Ford Coppola.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Nel 1923, il poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam, a pochi anni dall’inizio della rivoluzione, scrive un drammatico confronto con il suo secolo: “Secolo mio, mia belva, chi saprà/ fissare lo sguardo nelle tue pupille, /chi incollerà con il proprio sangue/ le vertebre di due secoli? / Sangue costruttore sgorga/ dalla gola di cose terrene, /Tenera cartilagine di bimbo/ è il secolo infantile della terra:/hanno immolato ancora una volta/ come un agnello il cranio della vita”. Nelle parole di Mandel’štam si percepisce un’immagine chiara e inquietante delle tragedie che di lì a poco avrebbero colpito il continente. Questo sembra confermare l’idea che, nello specchio della letteratura autenticamente creativa, la realtà si rivela nella sua essenza più profonda e nascosta. Come si può dimenticare il presagio della violenza anonima e impersonale della burocrazia nei romanzi di Franz Kafka?

Franz Kafka

Attraverso i suoi inquietanti e surreali personaggi di Praga, Kafka mette in luce, in modo profondo e primordiale, la vulnerabilità della vittima. Allo stesso modo, il disagio e il senso di alienazione dell’uomo del Novecento trovano una piena e originale espressione nell’opera del boemo. Nella Metamorfosi (Die Verwandlung, 1916), il protagonista Gregor Samsa si confronta con un mondo dominato da una legge incomprensibile, che lo schiaccia sotto il peso di una colpa indefinita, vanificando ogni tentativo di comprensione e ogni protesta d’innocenza. Inoltre, i meccanismi di controllo e tortura, rappresentati come una macchina che funziona autonomamente per dodici ore consecutive, nella Colonia penale (In der Strafkolonie, 1919), si manifestano attraverso la scrittura del comandamento violato sui corpi nudi dei condannati, sotto la supervisione di un ufficiale che incarna caratteristiche inquietanti: “soldato, giudice, ingegnere, chimico e disegnatore”.

Ernst Jünger

Analogamente, gran parte dell’opera di Ernst Jünger (1895-1998) offre spunti di riflessione sull’inumanità della vita quotidiana e si focalizza sull’analisi della società di massa. Questo approccio prende avvio dalla sua esperienza durante la prima guerra mondiale, descritta in “Tempeste d’acciaio” (In Stahlgewittern, 1920), e dal cambiamento sociale che ne è scaturito, esplorato in “Operaio” (Der Arbeiter, 1932). Jünger indaga come la mobilitazione sociale generi un’energia capace di trasformare le società contemporanee, ritrattando gli individui come insetti oscuri, privi di princìpi o ideali, mossi esclusivamente dall’organizzazione e dalla struttura tecnica delle loro azioni. Anche la poesia sembra aver anticipato questa trasformazione, non solo della vita, ma soprattutto della morte, evidenziando un cambiamento significativo nel modo in cui viene espressa. Essa evolve il proprio linguaggio e le forme del canto per affrontare la morte e tradurla in parole. Come possono coesistere la bellezza e l’orrore estremo? E come può l’essere umano trovare il proprio posto di fronte a tenebre così profonde? Il semplice atto di nominare l’orrore implica già un confronto con l’umanità, opponendosi all’inesorabile barbarie che si manifesta sia all’esterno che all’interno di noi, come abbiamo potuto osservare attraverso le opere di Conrad. Per Jünger, così come per il filosofo Martin Heidegger (1889-1976), esiste una netta e ferma consapevolezza dell’inadeguatezza dei criteri tradizionali dell’umanesimo nel comprendere e affrontare la realtà attuale. Auschwitz non ha scosso profondamente questa convinzione; al contrario, ha spinto entrambi a esplorare con maggiore urgenza il superamento dell’umanesimo, avvalendosi di strumenti di pensiero che non si fondano esclusivamente sul concetto tradizionale di “uomo”. La poesia sembra aver anticipato la trasformazione non solo della vita, ma soprattutto della morte nella società di massa. Questo cambiamento si riflette in un profondo mutamento nel modo di esprimerla, nel linguaggio e nelle forme del canto, per poterla affrontare e tradurre in parole.

Rainer Maria Rilke

Un esempio evidente di questo cambiamento si trova in Rainer Maria Rilke (1875-1926), il quale, nei Quaderni di Malte Laurids Brigge (Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, pubblicato nel 1910), esprime il suo orrore di fronte alla morte degli uomini nell’Hôtel-Dieu, il più grande e antico ospedale di Parigi. Rilke descrive con profondo dolore la massa di diseredati e mendicanti parigini, il commercio della prostituzione e l’angoscioso morire anonimo di individui abbandonati. L’ultima parte del Libro d’ore, intitolata “Il libro della povertà e della morte”, provoca in Rilke un forte impatto emotivo e assume una forza profetica, come se anticipasse i segni premonitori di una disumanizzazione crescente. La massificazione e la produzione a ritmi industriali, insieme alla spersonalizzazione degli individui, conferiscono alla morte le caratteristiche di un processo meccanico. Tuttavia, di fronte all’orrore e alla mostruosità di questo oscuro meccanismo di morte, tipico delle grandi città “perdute” e “sfatte”, in cui l’uomo è privato della sua “dolce” e “personale” morte, Rilke contrappone la vera povertà del desiderio e del bisogno. L’amore emerge come una forma di consolazione e fiducia, ma soprattutto come la “grande morte”, quella “propria”, che cresce dentro ogni essere vivente fin dalla nascita. Questa morte è consegnata a ciascuno insieme al proprio esistere, simile a un “frutto” che matura con la vita e l’amore. La metafora del frutto evoca l’idea di generazione, collegata all’amore come desiderio e unione sessuale, ma anche come abbandono confidente, il quale a sua volta sviluppa il concetto dell’effimero scorrere del tempo e della transitorietà di ogni cosa.

Dal Libro della povertà e della morte (6,7,8.)

 “O Signore concedi a ciascuno la sua morte:

 frutto di quella vita

in cui trovò amore, senso e pena.

***

Noi siamo la buccia e la foglia.

La grande morte che ognuno ha in sé

è il frutto attorno a cui ruota ogni cosa.

Per questo frutto crescono le ragazze

levandosi come un albero da un liuto

e ragazzi per averle bramano diventare adulti,

e chi cresce confida alle donne paure

che nessun altro potrebbe placare.

Per questo frutto rimane eterno

quel che ammirammo anche se passato da tempo-

e scultori e architetti si realizzarono

in un mondo che gelò, sgelò

e s’intrecciò con esso illuminandolo.

Vi fluirono dentro il calore del cuore

e il bianco ardore del cervello-:

ma i tuoi angeli vi passano sopra come uccelli:

tutti i frutti erano verdi per loro.

***

Signore, siamo più poveri delle povere bestie

Che muoiono della loro morte, anche se cieche

Perché noi non siamo ancora morti.

Concedici uno che riesca

a intrecciare la vita ad una pergola

su cui a tempo giusto inizi maggio.

Perché ciò che ci rende estraneo e greve il morire

È che la morte non è nostra, ch’essa ci prende

Solo perché non ne abbiamo maturata un’altra.

Ed è una tempesta e ci sfronda tutti.

Cresciamo nel suo giardino per anni,

alberi ai cui rami pende la dolce morte,

ma quando giunge il tempo del raccolto

siamo vecchi, donne che hai picchiato;

chiusi, cattivi e sterili.

O la mia boria è forse ingiusta?

Gli alberi sono migliori? Siamo soltanto

sesso e ventre di donne compiacenti?

 Abbiamo copulato con l’eterno

per partorire al momento delle doglie

i defunti aborti della nostra morte,

il curvo, triste embrione

che (spaventato da cose orribili)

si copre con le mani gli occhi ancora in germe

e reca sulla fronte già formata

la paura dei suoi futuri dolori-

e tutti muoiono come sgualdrine

sul letto dl parto, al taglio cesareo.

R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994

L’orrore generato da questo inquietante meccanismo di morte ha un forte impatto sulle ultime opere di Rilke, come abbiamo osservato.

Questa reazione si manifesta e si intensifica anche nella poesia di un altro grande poeta, Paul Celan (1920-1970), il quale ha posto al centro del suo linguaggio l’esperienza della morte dopo Auschwitz.

Paul Celan

LETTO DI NEVE di Paul Celan

Occhi, ciechi al mondo,

dentro le crepe del morire:

vengo, io, con più durezza

in cuore. Vengo.

Specchio lunare ardua

parete. Giù! (Lanterna

macchiata di fiato. Strisce

di sangue. Anima

annuvolante, di nuovo

quasi figura. Ombra delle

dieci dita – avvinghiate.)

Occhi ciechi al mondo,

occhi dentro le crepe del

morire, occhi, occhi:

Il letto di neve sotto noi

due, letto di neve. Cristallo

per cristallo, in griglia

profonda quanto il tempo,

noi cadiamo, e

cadiamo e restiamo e cadiamo.

Noi cadiamo: Noi fummo.

Noi siamo. Siamo una sola

carne con la notte.

Nei cunicoli, cunicoli.

P. Celan, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998

In “Grata di parole” (1959), la poesia di Celan trascende il semplice commento su un evento tragico. Essa si propone come un tentativo di preservare la memoria del passato e di redimere i “sommersi” attraverso la potenza della parola poetica. La sua scrittura si impegna in una ricerca intensa e talvolta oscura, ma è caratterizzata da una straordinaria forza lirica e semantica. Auschwitz ha privato i morti della loro voce, ha reso mute le loro bocche, ha pietrificato le loro palpebre e ha trasformato il mondo in un deserto sepolto dal gelo della neve, soffocato da un’aria intrisa dell’orrore di quei corpi ridotti in cenere. Solo la poesia può cercare il barlume luminoso della loro parola (Lanterna macchiata di fiato, v.5) e penetrare le palpebre pietrificate (negli occhi dentro le crepe del morire, v.9, richiamando l’immagine di Levi della “Gorgone”) di quegli sguardi persi nel vuoto della camera a gas. Solo la poesia ha il potere di catturare l’immagine che racchiude l’eco dell’ultimo respiro, affinché essa possa essere custodita. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di avviare un dialogo e un incontro di sguardi, elementi fondamentali per i vivi, affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte come esseri umani. Gli occhi diventano una metonimia, simboleggiando l’atto di vedere, la luce e il giorno (temi presenti in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e creano un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Tuttavia, ora solo un letto di neve—gelido e desolato come gli inverni orientali, dove i forni crematori hanno disperso le ceneri di quegli sguardi—accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. Solo la poesia ha la capacità di raccogliere da essi l’immagine che custodisce l’eco di quell’ultimo respiro. Perché possano a loro volta custodirlo. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di instaurare un dialogo e un incontro di sguardi, essenziali per i vivi affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte da esseri umani. Gli occhi fungono da metonimia, esprimendo l’idea di vedere, di luce e di giorno (temi che ricorrono in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e stabiliscono un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Ma ormai solo un letto (in cui si compendia l’immagine nuziale e al contempo funerea) di neve-vale a dire gelido e deserto come quello degli inverni orientali in cui i forni crematori dispersero le ceneri di quegli sguardi- accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. La “grata di parole” che offre gioia ai vivi e dignità ai morti è stata spezzata: l’ombra del silenzio si allunga su un mondo che persiste dopo lo sterminio. In risposta a questo silenzio, la poesia di Celan intraprenderà un cammino lungo, oscuro e affascinante, che porterà infine alla consapevole decisione di rimanere in silenzio per sempre.

Note

– R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994

– P. CELAN, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998

-Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1988

-H. Langbein, Uomini ad Aushwitz, Mursia, Milano 1984

-Th.W.Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972

-G.Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, Milano 2001

Alessandro Pagani, “I Punkinari”, Neptunarus Editore, 2024.

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Il calcio è la cosa più importante
delle cose meno importanti
*
Arrigo Sacchi
*

I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca, dà il via alla nuova collana Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus.Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare?

Giochiamo lo stesso.

Progetto grafico e impaginazione:
Laura Venturi
In copertina:
Massimiliano Zatini, I Punkinari, 2024
Testi:
Alessandro Pagani
Illlustrazioni:
Massimiliano Zatini
Matteo Cialdella

Poesia sabbatica: “56”

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56-

 

non è stato

che il nodo

si facesse abbraccio stretto,

lo stare in un per sempre

e noi un nido,

lo stare tu a oriente

ed io ad occidente

eppure mai distanti

eppure mai distanti

 

non è stato

che tu lasciassi entrare

(ed io per te altrettanto)

i miei pensieri zitti,

quelli che se ne stanno

un po’ più stretti al cuore,

quelli dove non fingi

se sei felice o piangi

ed ogni parola è vera

ogni parola è carne

 

non è stato

che tutto il tuo tempo amore

fosse tutto il mio tempo amore

senza un resto

un giorno in più o in meno

neanche di un secondo

ed è arrivato il tempo

che una vita insieme

ora è vita a ognuno

 

che tu possa ancora

essere felice

che io possa ancora

essere felice.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Solo parole d’amore” in corso di revisione)

Venerdì dispari

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Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.

Francesco Tontoli

“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

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La sesta e ultima strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

VI
Benché non speri più di ritornare
Benché non speri
Benché non speri di ritornare
A oscillare fra perdita e profitto
in questo breve transito dove i sogni si incrociano
Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
Le ali non spezzate
E il cuore perduto si rinsalda e allieta
Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
E Io spirito fragile s’avviva a ribellarsi
Per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto
S’avviva a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere che ruota
E l’occhio cieco crea
Le vuote forme fra le porte d’avorio
E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
Il luogo della solitudine dove tre sogni s’incrociano
Fra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono
Che l’altro tasso sia scosso e risponda.
Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
Non permettere che ci si irrida con la falsità
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti
Anche fra queste rocce,
E’n la Sua volontarie è nostra pace
E anche fra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non sopportare che io sia separato
E a Te giunga il mio grido.

“Versi di una nota sola/Per un itinerario musicale” di Miriam Sartori

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Immagine creata con AI

 

Versi di una nota sola
Per un itinerario musicale

I.

La mattina è per la composizione.

Di un sogno, di un’idea
di un affacciarsi
sul davanzale del tempo,
nell’ultimo minuto di buio.
Aspettiamo che il sangue
ci risuoni nelle vene
e insieme lo aiutiamo
intonandoci
sul medesimo accordo.
Sciolgo le dita,
il giorno entra dai vetri.
Le formiche di note in cadenza
sulla nostra pelle spiegazzata.
Quartine di schiocchi,
arpeggi di baci.
Il rigo non fa che allungarsi
e il nostro minuetto, muta in sinfonia.

 

II.

Si cammina sulle strade dei giorni.

E il ritmare dei nostri passi
come massi in caduta
da collina che frana,
scandisce le ore
mentre crollano, disperse

Irregolari e imperfette
sempre scenderanno
ma la Valle, accogliendole tutte
sarà barra doppia
dopo monti di note.

 

III.

Questa poesia non vuole

indicare, definire
o esprimere.
Non vuole essere niente
che già non sia,
ma sola restare
nel vuoto creatore dell’essenza.
Versi come pause
nella timida espirazione,
se la bacchetta fulmina:
ultima vibrazione.

Questa poesia vuole
essere incisa
nel silenzio.

 

IV.

Ora
possiamo appena ascoltare
questo schiodare di stelle
dal cielo
questo continuo sgusciare
dal canto,
delle nostre fiamme
il fremito incanto.

R-accolto ogni pezzo di strofa
tutta la musica che resta
conchiusa
in una sola nota

 

Testi inediti di Miriam Sartori

Poesia sabbatica: “Verrà l’inverno” e “E’ solo così”

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VERRA’  L’INVERNO

 

verrà l’inverno

e noi lo vedremo dalle finestre

di vetro e ghiaccio,

dalle rughe intorno agli occhi

che non nasconderemo più,

dall’affanno in cima alle scale

salite ad una ad una

 

verrà l’inverno

e sarà la nostra storia

già scritta tutt’intera

e troppo corta la vista

per guardare lontano,

troppo malferma la mano

 

verrà l’inverno

ma non devi piangere ora

non devi piangere amore,

perché è maggio ancora

e tu profumata rosa,

 

non devi piangere amore

perché tu sei la rosa

e per noi è maggio ancora.

 

***

 

E’ SOLO COSI’

 

non c’è un altro mondo

né un mondo migliore,

di diverso c’è solo

che qualcuno ci crede,

 

smetterà

 

e sarà come me, come te,

a camminare in un mondo

che è solo così:

 

troppo stretto per sogni

che un giorno furono immensi.

 

 

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita  “Poesie giovanili e sparse”)

Venerdì dispari

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Cosa sono le nuvole a marzo
si lasciano guardare in lunghe prospettive.
Vengono dai loro mondi indecifrabili
e vanno a perdersi o a raccogliersi.
Ci invitano con la carità dei loro gesti
e con la grazia dei colori.
Ci dicono dai tetti dei loro alfabeti
che hanno pronunciato sentenze altrove
e tutto il sapere che portano cammina
insieme al cupo silenzio dei fulmini.

Francesco Tontoli

“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

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La quinta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la parola non detta e non udita
È non udita e non detta,
Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
Il Verbo senza parola, il Verbo
Nel mondo e per il mondo;
E la luce brillò nelle tenebre e
Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso
.
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
Non sul mare o sulle isole, né sopra
La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
Per coloro che vanno nella tenebra
Durante il giorno e la notte
Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
Pregherà la sorella velata per coloro
Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i fanciulli al cancello
Che non lo varcheranno e non possono pregare:
Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
Oh mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
Per coloro che l’offendono e sono
Terrificati e non possono arrendersi
E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
Nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
Oh mio popolo.

Prisma lirico 43: Cesare Pavese, Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova, Franz Marc

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Pierre Auguste Renoir

Cesare Pavese nel “Prisma lirico” di oggi con Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova, Franz Marc

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole −
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

Zinaida Serebrjakova

Poesia: “I gatti lo sapranno” di Cesare Pavese dalla raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951

Opere:

“Giulia Manet”, Pierre Auguste Renoir, 1887

“Ritratto di Lola Braz”, Zinaida Serebrjakova, 1910

“Il gatto bianco”, Franz Marc, 1912

Franz Marc

Martino Bosco, “Stati della materia”, Fallone Editore, 2024.

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Laboratorio 1

Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.

Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.

Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.

Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.

Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.

 

La chambre verte

Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.

 

Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.

 

Laboratorio 3

Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.

Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.

Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.

 

Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.

 

L’AUTORE

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.

 

Poesia sabbatica

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Distacco lento

 

si comincia a farsi trasparenti

quando gira intorno

un altro mondo

 

(scartano i bambini scatole nuove,

altre lingue

i figli nati ieri)

 

poi il tacere ad uno ad uno

dei passi amici in sincronia

 

e tu

la faccia al finestrino

in un treno oltreconfine.

*

Scusami

 

non so

se ti giunge

la mia voce,

da me

caduto in un crepaccio

 

non volermene

se riesco a dire

solo le parole

del durare in quest’offesa

 

noi la chiamiamo vita

ma è soltanto

l’annuncio di una morte

che ritarda.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Interno notte
disseminata notte
di mezzaluna e sangue
dalla finestra è tutto
un cadere di stelle.
Cosa sarà di noi, me e te
lontani dal centro delle cose
contemplando l’accendersi del buio
l’esplodere perfetto di oggetti
così terrestri e capaci
di annerire le notti.
Per ora siamo rimasti pensatori
senza il coraggio di pensare
oltre il passo successivo al primo
se ci sarà ancora un pensiero
di qualcosa che assomigli a un mattino.

Francesco Tontoli

Monumento al mare: Edmond Gore Alexander Holmes

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Monumento al mare

Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)

NOTTE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie
Nelle morbide profondità insondabili del cielo:
In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono
Le infinite distese degli abissi,—
Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare,
E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti
Col maestoso ondeggiare del mare.
Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso,
Nelle nere acque d’una baia senza sbocco
Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge
A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve;
E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre,
E notturni gemiti d’onde imprigionate.

NIGHT

Night comes and stars their wonted vigils keep
In soft unfathomable depths of sky:
In mystic veil of shadowy darkness lie
The infinite expanses of the deep,—
Save where the silvery paths of moonlight sleep,
And rise and sink for ever dreamily
With the majestic heaving of the sea.
Night comes, and tenfold gloom where dark and steep,
Into black waters of a land-locked bay
The cliffs descend: there never tempest raves
To break the awful slumber; far below
Glimmer the foamy fringes white as snow;
And sounds of strangled thunder rise alway,
And midnight moanings of imprisoned waves.

“Mercoledì delle ceneri” di Thomas Stearns Eliot. Legge Antonella Pizzo

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La quarta strofa del poemetto di Thomas Stearn Eliot “Mercoledì delle ceneri” letto dalla nostra Antonella Pizzo

IV
Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
Sovegna vos

Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito

Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

E dopo questo nostro esilio

Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

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“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizioAntologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

Poesia sabbatica: 1-2

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1

io che pensavo
ti fossi nascosta
dietro la luna

(e sapessi
quanto sporgermi dal balcone
per quel poco di luce
che hai lasciato sui vetri)

anche oggi vicino alla porta
ho guardato l’angolo vuoto delle tue scarpe

(ma non ho sentito i tuoi passi
nemmeno il giro di chiave
e tu che scendevi le scale ad una ad una )

è rimasto il silenzio
qui
e il tuo profumo a svanire…

***

2

dove sei?

sto perduto
in questa nebbia di maggio,
non lo senti il richiamo
quanto corre sul mare
(e mi ricordo
di balene in amore
e di un grido di notte
fra l’acqua e la luna)

dove sei?

stamattina
ti ho chiamata per nome
ero sovrappensiero

(ti ho chiamata per un bacio
un bacio soltanto
e tu già non c’eri)
semmai poi tornassi
ti ho lasciato sul muro
un disegno col rosso

come il sangue che perdo
dal mio cuore di adesso.

Francesco Palmieri

(dalla plaquette inedita “I giorni dell’abbandono”)