Sviscerare il cuore.
Seguire il vento.
Accarezzare il profilo
delle cose.
Annusare nell’aria
le stagioni.
Aprire il cuore come si apre
all’alba una finestra.
Respirare il cielo.
La perifrastica attiva
Io del tramonto cerco
gli avanzi,
le sfumature.
La luna
mi basta dimezzata.
La lussuria della luna piena
non appartiene a me
che al cerchio preferisco la spirale,
che amo l’incompiuto,
il “quasi”, il “non ancora”,
la perifrastica attiva.
Il resto
Vivere per addizione
è un vizio di forma,
si vive di ciò che resta
dopo tutto l’oblio.
Si sottraggono gli istanti
alla somma dei giorni.
Resta il cielo
respirato a cuore aperto.
Resta lo sguardo puro
di quando il mondo era
sognato e non ancora
sciupato da mani avide
e pance ingorde.
Il resto si dà per sottrazione.
Come le rondini al cielo
Mio figlio
non è
mio.
Devo scriverlo
per ricordarlo
al mio cuore
avido.
Mio figlio
mio
non è,
ma
appartiene
a me
come le rondini al cielo
e non al nido.
L’incanto di sempre
Inciampo sempre
in fragili incanti.
Invidio il fiore e
la farfalla,
la lucertola al sole.
Forse,
un giorno inciamperò
nello specchio giusto e
mi vedrò
per quel che sono:
fragile incanto anch’io
minuscolo frammento
di universo.
Al vento di Maestrale
Ho imparato
a stare a mezz’aria
se occorre,
saltare la pozzanghera;
morire nel gheriglio della noce;
sfogliare i sogni degli amanti;
disordinare l’amore degli sposi;
disporre del mio tempo con amore;
amare all’improvviso un viso nuovo;
masticare lentamente i sogni;
ogni giorno, lesta o lenta, camminare,
azzardare con l’immaginazione,
agire con tenerezza.
Tremula
al vento di Maestrale
ho imparato a pregare
ogni muta creatura
terrestre.
La controra
Il retrogusto del caffè
regala l’impressione del risveglio
anche se la controra stanca l’anima
anche se in tasca si nasconde
qualche promessa scomoda
anche se preferisco il sogno
e gli occhi chiusi,
le mani in tasca
e gli spergiuri.
Testi tratti da Doris Bellomusto, “A corpo libero. Esercizi di poesia” Le Pecore Nere editore, 2024.
Parte da un punto qualsiasi
del tuo corpo
la logica del tormento.
Atterra nella tua mente
un aeroporto affollato
nel traffico perenne
di una metropoli asiatica.
Resta per ore ad angustiarti
conficcata in una tua costola
in uno dei lobi dei tuoi organi.
Descrive il tuo stato
tratteggia le sue fasi lunari
con la calma ansiosa e ferrea
di chi spiega con dovizia l’ineluttabile
come se fosse in un’aula magna
durante una lezione di anatomia.
Il medico è un luminare
e ha la sfortuna di servirsi
di un assistente impacciato
nell’operare una precisa dissezione.
A rifletterci potrebbe apparire
come una parodia di Mel Brooks.
C’è chi prende terribilmente sul serio
la scena della rianimazione
del suo amato Golem.
Thomas Bailey Aldrich (1836-1907), americano (foto web)
LA VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nel silenzio della notte autunnale Sento la voce del mare, Nel silenzio della notte autunnale Sembra che dica— Miei son i venti in alto, Mie le spelonche di sotto, Miei i morti di ieri E i morti di tanto tempo fa!
E penso alla flotta che salpò Dalla bella riva di Gloucester, Penso alla flotta che salpò E non tornò mai più! I miei occhi son pieni di lacrime, E il mio cuore intorpidito di dolore— Sembra come fosse ieri, E tutto è successo tanto tempo fa!
*
THE VOICE OF THE SEA
In the hush of the autumn night I hear the voice of the sea, In the hush of the autumn night It seems to say to me— Mine are the winds above, Mine are the caves below, Mine are the dead of yesterday And the dead of long ago!
And I think of the fleet that sailed From the lovely Gloucester shore, I think of the fleet that sailed And came back nevermore! My eyes are filled with tears, And my heart is numb with woe— It seems as if ‘t were yesterday, And it all was long ago!
ormai è previsto l’arrivo dell’inverno
vedo l’ultimo stormo lasciare il campo
l’orologio del cielo ripara le lancette
abbiamo i minuti legali contati
II
bevo ancora l’ultima luce di oggi
azzurra luce portata dal vento
il vento la trascina via con un gesto
alla stazione fischiano un treno
un aereo buca il cielo e mi scrive
un nome che non arrivo a capire
III
un paesaggio di lenzuola stese
di cortili ritagliati nella luce
di ombre che il vento muove al sole
ottobre toglie dal mio sguardo
la sua porzione di vita mattutina
lontano dagli occhi gli alberi si sfiniscono
IV
quando la luce scende sulle foglie
e le rende campanelle di luce
prima di cadere tu facci caso
non cadi tu su quel taglio di luce
cade con quella bellezza autunnale
un modo di porsi in mezzo alle cose.
Raffaella Rossi intervista Michela Silla sulla sua raccolta poetica di recente pubblicazione “Cosa c’è di vero nelle città di mare”, Cartacanta editore, settembre 2024.
Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?
Il mio amore per la scrittura ha radici antiche, esiste da quando ho imparato a scrivere. Alle scuole elementari nascondevo un quaderno sotto il libro di matematica e scrivevo. All’età di sei anni chiesi in regalo un diario. Ne scrissi tredici, uno dopo l’altro. Ora sono sparsi in vari cassetti, nella casa dove sono cresciuta.
Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?
I riferimenti letterari che mi hanno influenzata sono numerosissimi; ne cito alcuni, in disordine, limitandomi alla poesia: Cvetaeva, Rilke, Dickinson, Szymborska, Anne Sexton, Dylan Thomas, Seamus Heaney, Paul Celan, Vittorio Sereni, Caproni, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli e tanti altri…
Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?
La mia scrittura senza dubbio ha attraversato fasi diverse. C’è stato un momento preciso però in cui ho iniziato a guardarmi intorno, a osservare con amore la realtà che mi circonda. Sono uscita da me, ho lasciato indietro elucubrazioni mentali e drammi interiori; e questo a un certo punto è un salto che si deve fare. Per dare il mondo. In questa offerta – questo folle tentativo di restituire la complessità del reale col cuore acceso – la componente autobiografica è inevitabilmente presente. Do qualcosa, nei versi, che mi auguro sia di tutti, ma lo sguardo è mio. La scrittura nasce da un richiamo, feroce e meraviglioso, dannazione e benedizione insieme. È un’obbedienza impreteribile. Firenze, la casa che ho scelto, è focolaio di bellezza, storie e accensioni; la mia terra, la Sardegna, è entrata con prepotenza nel mio ultimo libro.
Ci parli della tua pubblicazione?
La raccolta poetica si intitola “Cosa c’è di vero nelle città di mare” ed è edita da CartaCanta (Capire Edizioni) nella collana diretta da Davide Rondoni “I Passatori – Contrabbando di Poesia”. La prefazione è a cura di Sauro Albisani. La silloge consta di quarantacinque poesie ed è caratterizzata da uno stile asciutto. Il fulcro tematico è il mare, elemento archetipico e sorgente della luce; in ogni luogo e volto si ritrova la sua eco, divenendo chiave di interpretazione e segno di un mistero solo avvertito, ma che tutto abbraccia.
Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?
Credo che sia necessario porsi le grandi domande, cercare la luce che non si spegne nelle vite e oltre, parlare della trama che non riusciamo a vedere e, come scrive Davide Rondoni nella quarta di copertina del mio libro, “affrontare ancora l’uscita dai porti sicuri, il naufragio e la grande scoperta”.
Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?
È scoccata osservando il mondo e per amore del mondo. Raccontandolo, è tornato indietro il fiume di colori, profumi e suoni della mia terra, che mi porto dentro da sempre, benché viva lontana da quasi venti anni.
Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?
Si prende avvio da uno spunto iniziale, da un’idea o un’ispirazione, ma poi occorre tornare su ogni singola parola; a volte cancellare, scrivere ancora, cercare faticosamente la parola esatta. L’arte non è semplicemente la risposta a una suggestione, è anche metodo e costruzione, il “saper fare” della tecnica. Dunque, se talvolta mi è capitato di scrivere di getto, in seguito sono tornata sempre a lavorare sui testi.
Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?
Finora non mi sono mai rivolta a un editor o a un’agenzia letteraria, né ho frequentato scuole di scrittura, ma ritengo fondamentale l’incontro e il dialogo con dei maestri che sappiano riconoscere se c’è del potenziale e guidino, intuendo i punti di forza e le mancanze da colmare. È ugualmente essenziale il confronto con gli altri autori.
Come hai trovato un editore?
Nutrivo il desiderio di pubblicare nella collana diretta da Davide Rondoni, poeta che stimo molto, mio maestro, e persona con cui amo discutere; è stato quindi un passo naturale quello di decidere di pubblicare per CartaCanta.
La copertina, il titolo, le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?
La copertina ha il tratto delicato ed elegante di Alessia Iuliano, l’illustratrice (anche poetessa e musicoterapeuta) che l’ha realizzata. Abbiamo lavorato insieme per ottenere un risultato che lasciasse in primo piano la poesia e al medesimo tempo restistuisse l’atmosfera magica e lucente delle città di mare. Il titolo proviene da un verso di una delle poesie contenute nell’opera e ne racchiude il senso, o meglio la domanda che mi ha guidato nella creazione di questa raccolta poetica.
In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Sto promuovendo il libro principalemente attraverso le presentazioni in giro per l’Italia, dove ho l’occasione di incontrare le persone e leggere per loro, e mediante i social.
Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
Sono molto legata alla prima poesia, perché dice molto della mia terra; infatti parla delle Janas, le fate sarde dalla pelle diafana che abitano le domus de Janas (sepolcri di età prenuragica scavati nella roccia) le quali, se subiscono un torto, divengono streghe e trasformano tutto in cenere e carbone. Riporto qui sotto qualche strofa della poesia:
C’è sempre vento, i tetti bassi sotto il cielo aperto e vasto si inchinano
davanti a chi è rimasto in questa terra di azzurro e malìe;
il mare chiama,
ma la città è campo vuoto ferito dal sole che scava muri di case invecchiate (…)
Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
Ho delle speranze: mi auguro che qualcuno leggendo possa tremare, innamorarsi del mondo ancora e ancora, vederci dentro la luce.
Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?
Se non potessi scrivere, chi saresti?
Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?
Non smetto mai di scrivere, ma perché prenda forma un’opera ci vuole del tempo.
Biografia
Michela Silla, nata a Cagliari nel 1984, è laureata in Lettere e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filologia, Letteratura italiana, Linguistica. Attualmente vive a Firenze e insegna italiano lingua seconda e strategie creative per gli insegnanti di lingua. Ha pubblicato Limpida a guardare (Transeuropa Edizioni, 2022) e i suoi testi sono apparsi in alcune riviste letterarie. È attiva nel panorama culturale e artistico di Firenze dove cura la rassegna poetica “Il prodigio della lingua nella poesia”.
“A Holt c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno. Quando il sole ebbe raggiunto la sommità del mulino a vento, l’uomo rimase a guardare la luce che si faceva sempre più rossa sulle alette di acciaio e sulla coda, alte sulla piattaforma in legno.”
Siamo a Holt, un paese immaginario collocato dall’autore in Colorado, assomiglia forse al piccolo villaggio agricolo dove Haruf ha trascorso la sua infanzia, un paese dalla natura selvaggia e caratterizzato dagli spazi aperti delle grandi pianure. Siamo immersi nel silenzio e nella luce, un raggio di sole colpisce il mulino a vento, a volte soffia il vento, i campi sono dorati, le estati calde e gli inverni gelidi, allora il vento solleva i fiocchi di neve.
“Fuori, il vento era aumentato rispetto al pomeriggio. Lo sentivano ululare attorno alla casa, gemere e rumoreggiare fra gli alberi spogli. La neve farinosa, sollevata dal vento, passava davanti alle finestre e sfrecciava in raffiche improvvise attraverso il cortile gelato, alla luce di un fanale appeso a un palo del telefono sul retro. Candidi, vorticosi mulinelli nella luce azzurrina.”
Notevoli sono i contrasti fra movimento e stasi, il vento che solleva la neve, il raggio di sole che nel silenzio del mattino colpisce le pale e Tom Guthrie, il padre di due ragazzini che non stanno mai fermi anche se in quel momento dormono ancora, sta alla finestra immobile a osservare il paesaggio che muta. Come in un film, lo spettatore osserva lo svolgimento dell’azione nello schermo, ma presto lo spettatore diventerà protagonista e farà la sua parte.
Assomiglia a un villaggio western dove ancora vivono i pionieri, gli abitanti sono pochi e si conoscono tutti, tutti sanno tutto di tutti. I contadini vivono nelle loro fattorie, coltivano i campi, riempiono i granai, accudiscono il bestiame. La strada principale è la Main Street, la città più vicina è Denver, ma lì la vita è diversa, è più dispersiva. A Holt c’è un giornale, un caffè, un fast food. C’è l’essenziale, una cittadina che basta a sé stessa. In questo spazio, in un tempo di mezzo, né troppo moderno né troppo antico si muovono i personaggi. Non c’è una precisa trama ma sembra uno spaccato di vita che inizia in un tempo e in uno spazio e a un certo punto finisce, come la vita, le vite di tutti, che non hanno una trama logica, ma un inizio e una fine, a volte insulsa, inaspettata, poco soddisfacente, a volte ha un senso compiuto, si vive sperando di trovarlo, come dice il Vasco nazionale: “Voglio trovare un senso a questa vita…Senti che bel vento, Non basta mai il tempo.”
Tom Guthrie è un professore che insegna Storia Americana, boccia uno studente che è un ignorante senza voglia di studiare. Capita nella vita di un professore, capita anche che la famiglia dello studente e lo studente stesso promettano di vendicarsi. Il professore ha due figli di nove e dieci anni, Ike e Bobby, cresciuti anzitempo, la madre soffre di depressione e va a vivere in città dalla sorella. I due bambini prima di andare a scuola prendono la bicicletta e si occupano della consegna dei giornali che arrivano ogni giorno con il treno. Una collega del professore è la buona Maggie Jones, che aiuta una studentessa sedicenne, Victoria Roubideaux, rimasta incinta di Dwayne, un quasi balordo, e cacciata di casa dalla madre. Maggie Jones prima la ospita a casa sua ma il vecchio padre non accetta la sua presenza e Maggie convince a ospitarla nella loro fattoria i due anziani fratelli McPheron, Raymond e Harold, scapoli che vivono soli, da quando la loro madre, molti anni prima, è morta. Si occupano di giovenche, di cavalli, campi di mais, di cereali. Nel romanzo sembra tutto semplice, la struttura semplice, i fatti chiari, i sentimenti ben controllati, gli ignoranti sono ignoranti che non nascondono la loro ignoranza, i cattivi non sono tanto cattivi ma sono solo ignoranti, non sono stati educati, non hanno senso civico, sono come i banditi del far west, stupidi e prepotenti, si riconoscono facilmente e quindi si riesce a tenerli a bada. Poi ci sono i buoni, e sono la maggioranza, e ciò è consolante. Sono buoni i due fratellini Ike e Bobby e i due fratelli anziani Raymond e Harold. Rappresentano il futuro e il passato. Entrambe le coppie di fratelli sentono la mancanza della madre ma riescono a vivere la loro vita anche senza. Entrambe, nonostante l’apparente fragilità, derivata dal loro essere troppo giovani o dal loro essere troppo anziani, hanno coraggio. I fratelli anziani hanno coraggio nell’accogliere in casa, con generosità, una studentessa sedicenne incinta, della quale non conoscono i comportamenti avendo vissuto sempre da soli e in mezzo al disordine, sapendo solo che la ragazza è gravida come lo sono le loro giumente. Hanno coraggio quando fanno partorire la giovenca e quando infilano le braccia dentro l’utero delle giovenche per vedere se sono state fecondate. I fratelli più giovani hanno coraggio nel far visita e compagnia a una vecchia signora abbandonata da tutti alla quale consegnano il giornale, che un mattino trovano morta nel suo appartamento, in solitudine completa. Hanno coraggio quando assistono all’autopsia del loro cavallo morto che viene squartato, le budella rinfilate dentro e poi ricucito con lo spago. Le descrizioni sono crude e il linguaggio essenziale, la natura è quella e non occorre edulcorala, bisogna accettare che ci sono le nascite e che ci sono le morti, c’è chi copula e chi rimane incinta, è il ciclo della natura, le stagioni che si susseguono, si è giovani come i due fratelli Guthrie e poi si diventa vecchi come i fratelli McPheron, si muore come la vecchia signora e si nasce come la figlia di Victoria.
In questo romanzo ci leggo la speranza, la bontà e la generosità, il trovarsi tutti insieme attorno a un tavolo a condividere esistenze, ad amarsi. Nel contrasto fra il movimento e la stasi, osservo il vento, lo spirito che soffia in tutte le stagioni, che fa muovere gli animi e fa nascere la speranza nel futuro. Leggere questo libro mi ha fatto star bene e per questo motivo lo consiglio, nonostante le descrizioni siano a volte crude e tragiche, c’è sotteso un insegnamento, mai avere paura dei banditi che entrano in città a fare razzie, meglio isolarli e fare famiglia, fare comunità aiutandosi l’uno con l’altro, come accadde nella casa dei fratelli McPheron “quella sera di fine maggio, diciassette miglia a sud di Holt.”
Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i suoi libri ambientati nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, bestseller uscito postumo nel 2017.
Sinossi
Con Canto della pianura si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un’insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all’allevamento di mucche e giumente. Come in Benedizione, le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d’amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.
Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.
Vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremmo lasciare.” TOMMASO PINCIO
L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica
Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -, e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare. Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.
Paolo Landi
Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).
Dietro le nuvole di questo cupo autunno
corre una cometa dai lunghi capelli di luce.
Ha portato la pioggia che ci devasta
ha risvegliato la guerra che ci beffa.
I cacciatori di astri sperano di vederla
forando uno squarcio di cielo stellato
per riprenderla nella corsa della sua follia.
Sanno che disperde fogli d’oro e amianto
piccole schegge di uranio e oscuri presagi.
Ha la terribile bellezza della morte in fronte
il bacio di sangue di una divinità mai sazia
mai stanca di puntare verso il sole ingannatore.
Fingere di allontanarsi per poi tornare
fa parte della sua strategia di sussistenza
e del disegno che traccia in un’ellisse.
Illustro l’argenteo passaggio d’una nave di notte, Il colpo d’ogni triste onda perduta, Il rombo calante dell’acciaio che si sforza, Il piccolo grido d’un uomo a un uomo, Un’ombra che cade nella notte più grigia, E il tramonto della piccola stella; Poi la distesa, la lontana distesa d’acque, E la soffice sferzata d’onde nere Per lungo tempo, in solitudine.
*
BLACK WAVES
I explain the silvered passing of a ship at night, The sweep of each sad lost wave, The dwindling boom of the steel thing’s striving, The little cry of a man to a man, A shadow falling across the greyer night, And the sinking of the small star; Then the waste, the far waste of waters, And the soft lashing of the black waves For long and in loneliness.
Un essere umano può dirsi felicemente realizzato quando ha risolto le proprie conflittualità, riconoscendo sé stesso, le proprie fragilità, i propri difetti, i punti deboli, le carenze affettive, i traumi subiti, le proprie mancanze o anche i talenti, le prorie caratteristiche peculiari, la faccia, il naso, il suo corpo disarmonico o armonioso e bello che sia, sano o malato. Quando ha iniziato ad amarsi e accettarsi, così come è. Quando ha smesso di essere come gli altri vogliono che sia, è diventato autentico, non nascondendo le proprie passioni e le proprie aspirazioni, piuttosto coltivandole, affinché i talenti diano dei frutti, non in termini di successo sociale ma di soddisfazione personale. Per essere vero, ascoltando la coscienza, praticando il bene, per essere manifestazione autentica del proprio essere.
Se donna, se uomo, se etero, omo, se bisex, se fluid o queer, che viva e si rapporti con gli altri in armonia con la propria essenza, autentica essenza ed esistenza, senza finzioni. Diversamente lo squilibrio e la dissonanza saranno strada che condurrà all’infelicità, sarà stridio di unghie che grattano sulla lavagna. Occorre vivere nella verità e senza nascondimenti, vivere in armonia con il prossimo e con sé stessi.
Accade, a volte, che circostanze particolari, costrizioni esterne provenienti dal potere o dalla famiglia, portino a reprimere la propria natura senza possibilità di ribellarsi. Ciò sarà causa di dolore ed estrema sofferenza.
Si può essere creatura all’apparenza forte e ben solida ma poi sgretolarsi come creatura effimera, una scultura di sabbia in balia dei venti delle circostanze. È questo il caso di Ahmed, la protagonista del romanzo Creatura di sabbia scritto da Tahar Ben Jelloun e pubblicato per la prima volta nel 1985. Il romanzo è ambientato in un Marocco del secolo scorso. Le atmosfere, gli usi, i costumi, sono nettamente marocchini e non poteva essere altrimenti. La vicenda si svolge fra fiaba e realtà.
Hadj Ahmed avrebbe voluto un maschio al quale lasciare la propria eredità. La moglie era incinta, era stata prolifica partorendogli già sette figlie femmine ma nessun figlio maschio, così l’uomo decise che da quell’ottavo parto, se fosse nata una femmina come le altre, per lui sarebbe stato come se fosse nato un maschio. E così malauguratamente accadde, nacque una femmina. La bambina viene dichiarata maschio. Per continuare l’inganno le viene fintamente tagliato il prepuzio e imposto il nome di Mohamed Ahmed. La bambina viene educata come un bambino, le viene inculcata la mentalità maschile, le si impone di pensare, di vestirsi, di parlare come un uomo, di considerare le donne degli esseri inferiori, prive di ogni diritto e sottomesse all’uomo, in quanto l’uomo è per natura superiore. Segue alla lettera le imposizioni del padre arrivando a fasciarsi il seno e si convince che davvero lei è un uomo nato per errore in un corpo di donna.
Mohamed Ahmed trova sollievo dal dolore dell’esistenza prevaricando il prossimo, approfittando della sua posizione sociale per commettere quanti più abusi possibili. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa.” Si macchia così delle peggiori colpe, diventa cattivo e crudele, quasi perfido. Si sposa con una cugina, che malata muore subito dopo il matrimonio. Dopo la morte della moglie e del padre, venendo meno l’autore della sua forzata trasformazione in ciò che non era. “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita. “
Mohamed Ahmed entra in crisi e inizia a pentirsi, interrogandosi e soffrendo per la sua condizione, si smarrisce nel deserto non riconoscendosi più, né in un uomo e neppure in una donna.
“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna/ ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”
Nella migliore tradizione orale nel secondo capitolo la storia di Ahmed viene raccontata da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco leggendo le pagine del suo diario. Fa parlare il protagonista stesso e nel contempo racconta la sua storia, finché il cantastorie muore con il diario stretto nel petto senza aver rivelato agli uditori la fine. Il romanzo diventa corale e ogni persona che ascoltava il cantastorie racconterà la morte della protagonista avvenuta con diverse modalità. Una donna di nome Fatouma, sembra essere Ahmed stessa che ha attraversato il deserto, superato le dune, fino ad arrivare all’oasi rigogliosa del suo essere autentico.
“Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024) di Roberto Maggi è un libro che si rivolge direttamente all’anima. Chiede con delicatezza al lettore di utilizzare occhi capaci di attraversare il velo della sofferenza e dell’amore, delle parole dette e non dette per rendere leggibile ciò che si nasconde dietro il quotidiano vivere. Quel che immediatamente colpisce è la musicalità del linguaggio che demarca e accompagna il destino dei protagonisti lungo il corso delle loro esistenze vissute in parallelo, in un gioco infinito di intrecci, di continui rimandi al passato, di superamento dei confini spazio-temporali. A volte, durante la lettura, si avverte un leggero senso di spaesamento, un perdersi e ritrovarsi che suona (espressione verbale più che mai calzante) analogo a quello che provano i protagonisti. E non può essere altrimenti quando è l’anima ad essere al centro del sentire e a conferire un senso agli eventi della vita. Passo dopo passo, album dopo album (i capitoli sono suddivisi in “album”), il libro ci svela l’interiorità profonda dell’essere uomini. Ci parla del dolore, inferto e subito, della delusione, della follia, ma anche della volontà di farcela, nonostante tutto. L’autore guarda ed esplora questo dolore attraverso l’io narrante dei protagonisti, che si colora di tinte diverse, proprio come gli “album” del libro (oro, platino, argento). Ognuno esprime la propria percezione fisica e psichica del dolore con toni ora gravi e acuti, ora lenti e sconvolgenti. Una partitura che si fa lingua, un dolore che si fa musica e dà forma e voce al sentire umano. Nel crescendo delle note e degli arpeggi l’autore descrive il dolore di una perdita o di una violenza che giunge senza preavviso con una forza tale da stravolgere la vita: una fitta lancinante che sbriciola e polverizza d’un solo colpo le certezze, le aspirazioni, che infrange i sogni e il cuore. Ineluttabilmente il dolore reclama una risposta, e chiede alla coscienza di scendere nelle profondità intime dove si annida la colpa, la ferita, l’errore, il fallimento, la disperazione, la nostalgia di ciò che si è perduto. Il confronto con la propria ombra è a tratti crudele e terrificante, un’esperienza limite che può condurre l’uomo nell’oscurità esistenziale, da cui non sempre è facile risalire. Alla fine, come sempre accade, è il libero arbitrio della persona a decidere: se cedere alle lusinghe della sofferenza malinconica e triste o se trasformare il proprio dolente vissuto in una forma di riscatto e andare avanti. “Gli accordi spezzati” è un libro che commuove ed emoziona per l’intensità con cui l’autore riesce a toccare le corde dell’anima umana.
Simonetta Pulicati
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Roberto Maggi è uno scrittore, poeta e articolista romano, laureato in scienze biologiche. Ha finora pubblicato 4 libri: la raccolta di poesie “Schegge liquide (Aletti, 2014), la raccolta di racconti “Suites di fine anno”, (Florestano Edizioni, 2019), la silloge poetica “Scene da un interno” (Terra D’ulivi Edizioni, 2019) e il romanzo “Gli accordi spezzati” (Bastogi Libri, 2024). Ha inoltre partecipato a numerose raccolte antologiche. Nel 2015 avvia, insieme al pianista Theo Allegretti, un progetto che unisce poesia e musica, la performance “Suoni di-versi”, rappresentata in vari contesti privati e pubblici. Ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Wilde (2° posto assoluto, marzo 2020), il Premio Speciale Resilienza del Premio Astrolabio 2020/2021, il Premio di Poesia La Repubblica dei poeti (2° Sezione poesia inedita), il Premio Letterario Città di Orvieto – Sezione Prosa. Tra le sue passioni, oltre la letteratura, l’arte, il cinema, la fotografia e soprattutto la musica.