“Lettera da Chetaibi”, racconto breve di Luca Lazzarini

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Il mare a Chetaibi è splendido, di un blu cristallino e profondo, soprattutto al largo. Lo sa bene Ahmed, proprietario di una piccola barca da pesca, che ogni notte prende il largo per catturare i piccoli pesci che il mare gli offre: sardine, acciughe, merluzzi e sgombri in via eccezionale. Ahmed rispetta il mare più di qualsiasi altra cosa, crede che sia la rappresentazione di Allah perché può offrirti molto pesce o solo inutili alghe, in base a come ti comporti con lui: se butti la plastica in mare o lo inquini in altro modo non sarà magnanimo con te. Allah, come il mare, può prenderti la vita in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, ma può anche renderti felice e farti godere di paesaggi mozzafiato. Continua a leggere

Poesia sabbatica: “Solitudine fisica e metafisica”

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SOLITUDINE FISICA E METAFISICA

 

 tu le sai le sere

le notti senza stelle

la luna sta nascosta

e tutto nero il cielo

la strada è già silenzio

lontano chi saluta

un chiudersi di porte

e la tua ombra a terra

 

sospesa su un abisso.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)

Venerdì dispari

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Tutto questo azzurro raro cielo d’inverno
mi ha costretto a vegliare sulla luce
e l’orizzonte
sopra le case della città
e godermi la vista
delle antenne e dei panni stesi.
È come raccogliere e conservare i raggi
piantare un albero su quella montagna lontana
avvicinare agli occhi i frammenti
delle grandi gru del porto
e dire ai gabbiani
di allungare lo sguardo
sul mare così distante.
Non mi resta che fremere
di quella piccola gioia che ci prende
quando si è sazi senza aver mangiato
canticchiando un grazie
una preghiera arcaica e passeggera
comunicare al citofono
attraverso lo strato denso
delle trasmittenti che affollano i tetti
il proprio incontenibile esserci.

Francesco Tontoli

 

Monumento al mare: Katharine Lee Bates

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Monumento al mare

Katharine Lee Bates (1859-1929), americana (foto web)

LUCI DI STELLE SUL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Sopra il mormorio corale delle onde lievi
Le costellazioni brillano contro il tenue
Crepuscolo etereo, sempre bello, in alto,
Sereno, mentre l’uomo esce faticosamente dalle grotte
Per le città, le città clamorose, la vita che si scatena
Come un’onda contro gli scogli. Non di frequente
Le nostre città scorgono le stelle, il cui splendore è stato deriso
Dal basso e duro scintillio che sfida
La benedizione del buio della notte. Ma qui,
In mezzo all’oceano, tutte le cui voci ovattate risuonano
Un’estasi perduta dalle nostre vessate volontà umane,
Vediamo lo splendore primordiale che brillava
Sul caos, —vediamo il giovane Dio pascere
Le sue scintillanti greggi sulle purpuree colline.

*

STARLIGHT AT SEA

Over the murmurous choral of dim waves
The constellations glow against the soft
Ethereal dusk, —forever fair, aloft,
Serene, while man climbs painfully from caves
To cities, clamorous cities, life that raves
Like surf against the rocks. It is not oft
Our cities glimpse the stars, their luster scoffed
Away by low, hard glitter that outbraves
Night’s blessing of the dark. But here upon
Mid-ocean, all whose muffled voices ring
A rapture lost to our vexed human wills,
We see the primal radiance that shone
On chaos, —see the young God shepherding
His gleaming flocks on the empurpled hills.

Prisma lirico 40: Amelia Rosselli, IA, Emil Nolde

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immagine generata con IA

Amelia Rosselli nel “Prisma lirico” di oggi con IA ed Emil Nolde

La passione mi divorò giustamente
la passione mi divise fortemente
la passione mi ricondusse saggiamente
io saggiamente mi ricondussi

alla passione saggistica, principiante
nell’oscuro bosco d’un noioso
dovere, e la passione che bruciava

nel sedere a tavola con i grandi
senza passione o volendola dimenticare

io che bruciavo di passione
estinta la passione nel bruciare

io che bruciavo di dolore nel
vedere la passione così estinta.
Estinguere la passione bramosa!
Distinguere la passione dal

vero bramare la passione estinta
estinguere tutto quel che è
estinguere tutto ciò che rima
con è: estinguere me, la passione

la passione fortemente bruciante
che si estinse da sé:

Estinguere la passione del sé!
estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me

estinguere tutte le rime in
“e”: forse vinse la passione
estinguendo la rima in “e”.

Emil Nolde

Poesia: Amelia Rosselli, da “Documento 1966 – 1973”

Opere:

I.A. dicembre 2024

Mare di sera in autunno, Emil Nolde, 1867 – 1956

Paesaggio, Emil Nolde, 1935

Emil Nolde

“I Principi Sistemici di Fritjof Capra” di Yuleisy Cruz Lezcano

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I principi sistemici della vita proposti da Fritjof Capra offrono un quadro potente per affrontare fenomeni complessi come la violenza di genere, in particolare attraverso la teoria della complessità e l’ecologia umana. Questi concetti ci invitano a considerare la violenza di genere non solo come un atto individuale, ma come un fenomeno radicato in una rete complessa di fattori ecologici, culturali, psicologici e sociali.
L’approccio sistemico di Capra propone che il cambiamento possa avvenire solo quando si interviene su diversi livelli interconnessi e si promuove una visione più ampia della natura umana e delle relazioni sociali.
Analizzando la violenza di genere attraverso la lente della teoria della complessità e dei principi sistemici della vita, è possibile sviluppare approcci più efficaci e trasformativi.
Fritjof Capra, con la sua visione sistemica della realtà, ha sviluppato un approccio che si applica perfettamente alla comprensione dei fenomeni complessi, come la violenza di genere. Secondo Capra, i sistemi sono interconnessi, e il cambiamento in una parte di un sistema può influenzare l’intero sistema.
Riguardo alla premessa anteriore, prendendo come guida i principi sistemici e declinando tale modello per affrontare la violenza di genere tra adolescenti, si evince quanto sia importante considerare le relazioni interconnesse tra i vari attori (famiglia, scuola, società) e i valori distorti che possono generare violenza, come la disuguaglianza di genere e la supremazia maschile. Per riconoscere i valori distorti e la necessità di un cambiamento sistemico, in cui ogni parte della società (educazione, cultura, leggi, famiglia) deve contribuire alla creazione di un ambiente di uguaglianza, rispetto e collaborazione è fondamentale agire in modo integrato, con il coinvolgimento di diversi autori, che sanno bene come integrarsi per affrontare la problematica, attraverso azioni mirate. Tali azioni non possono essere improvvisate, ma gli autori delle diverse aree di competenza devono avere ben compreso come la violenza di genere sia un fenomeno complesso e multilivello, che coinvolge la relazione tra i vari sistemi ecologici e la natura umana stessa.
La teoria della complessità ci dice che i sistemi, come le dinamiche sociali e culturali, sono composti da molti elementi interconnessi che interagiscono tra loro in modo non lineare. In un sistema complesso, un piccolo cambiamento in un’area può avere un impatto significativo in altre aree. Applicando questa teoria alla violenza di genere, possiamo vedere che le cause e gli effetti della violenza non sono semplicemente legati a un singolo individuo o evento, ma sono il risultato di una rete di influenze che spaziano dalla famiglia, alla scuola, alla società e alla cultura.
Capra sottolinea che i fenomeni complessi devono essere affrontati come un tutto, non come una somma di singoli problemi. La violenza di genere, ad esempio, non può essere ridotta solo a comportamenti abusivi individuali, ma deve essere compresa come un fenomeno che coinvolge dinamiche di potere, norme di genere, modelli culturali e aspettative sociali. Interventi isolati che agiscono solo su un livello, come l’intervento psicologico individuale, potrebbero non essere sufficienti se non si affrontano anche i livelli sociali, culturali ed economici che alimentano la violenza.
Conclusioni
I sistemi complessi sono in grado di adattarsi e evolversi in risposta a stimoli esterni. Per affrontare la violenza di genere, è fondamentale promuovere un cambiamento culturale che miri a una visione più equilibrata e inclusiva dei ruoli di genere, sensibilizzando le nuove generazioni a modelli di relazione non violenti e rispettosi. Gli interventi devono essere progettati in modo da stimolare il cambiamento.
L’approccio non solo deve essere volto ad ascoltare le storie delle vittime di violenza di genere, ma dovrebbe essere adatto a integrare i vari servizi e l’impiego di risorse per promuovere la guarigione collettiva. Applicare i principi sistemici di Fritjof Capra alla violenza di genere aiuta a comprendere la complessità del fenomeno e la necessità di affrontarlo su diversi livelli ecologici. La teoria della complessità e l’ecologia umana ci insegnano che la violenza di genere non è un problema isolato, ma un sintomo di disfunzioni più ampie nei sistemi sociali, culturali e psicologici. Affrontare la violenza di genere richiede quindi un cambiamento trasformativo che agisca su tutti questi livelli, promuovendo una cultura di rispetto, uguaglianza e ascolto. La consapevolezza delle interconnessioni e la capacità di ascoltare le storie delle vittime sono fondamentali per ridurre la sofferenza e costruire un futuro libero dalla violenza.

 

Fonti
Capra, F., «I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull’ecologia umana», Aboca Edizioni, 2024.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna.
Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi.
Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il giornale letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”

Progetto (XVIII Edizione 2024) – Ita/Eng/Spa


Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per presentarlo al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, è stato presentato nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, è stato presentato con l’associazione Artinte di Barletta, Trani, Puglia ad agosto, Puglia, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani, che viene trasmesse in 22 reti televisive in tutta Italia.

Poesia sabbatica: “Attimo di coscienza”, “L’inevitabile”

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Attimo di coscienza


anche oggi un giorno di nuvole basse

di foglie dentro, mute a cadere,


novembre,

e poi verrà dicembre


e ancora a seguire


un tempo inutile


(ed io

nel tentativo estremo

di trasformare in storia


un assordante nulla).



*************************************************



L’inevitabile


troppo a lungo

ho distolto occhi e faccia,

sempre a guardare (testardo)

dall’altra parte, non questa,


non qui che lo sentivo

quanta moria di fiori

(e gli anni polvere, neve,

appena qualche traccia

scordata in un quaderno)


eppure era questa

la destinazione,

l’arrendersi al sangue

che si fa calcare


e ritrovarsi in resa

nel mezzo di una strada


in alto

un cielo ad inferriata

e in terra rami

che ieri erano foglie.



Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Il male nascosto” – edizioni Terra d’ulivi)

Venerdì dispari

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Stamattina al risveglio
scambiandoci il buongiorno
nel raccontare le piccole storie
come quella di essere stati lontani nel tempo
ti ho chiesto se per caso mi avessi sognato
e come. Se anche lì insomma
per forza o per amore ci fosse stata
quella cosa che ancora teniamo viva
tutti i giorni l’uno nell’altro.
Se talora imbastendo una storia inverosimile
e smaltendo i ricordi residui
ci fosse stata la mia presenza
il simulacro che abbiamo agitato
con la devozione e che il tempo ha scandito
come fosse un quotidiano dio minore.

Non mi è mai capitato di chiederlo
dire ” scusa, mi sarò mica perso dentro
ciò che hai sognato? e ti ho voluto bene
anche lì?”.

Ma ho sentito che ti era successo
non sempre, non spesso
di avvertire e avvertirmi di notte
dormendo al di fuori dal sogno
provare precisa la forza sensibile
di parlare chiedendomi con la voce impastata
di uscire da dove stavi sognando
di stare un po’ sulla soglia
di spostarmi ai bordi della nave
ai confini del letto.

Francesco Tontoli

Io, Senatrice a vita

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Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

 

Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

Poesia sabbatica: “Vista bifronte”

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Vista bifronte

 

che sia carezza e velluto

in sfrego di pelle

ed inguine nudo,

che in cima a ginocchia

si apra il passo alle stelle

e ancora più in alto

un respiro d’eterno,

 

che non ci sia altro modo

oltre a nascere carne

per odorare la rosa,

il lenzuolo, la sposa,

per ferirsi le orecchie

sopra una scogliera

poi il cielo nel mare

e il mare a volare,

 

che appena in un bosco

sia delirio di foglie,

la quiete dei tronchi

nella conta dei tempi,

l’impronta graziosa

di una ninfa nascosta,

 

che a bastare un albore

ad aspettarti sul vetro,

lo scostare una tenda

per l’avvampare di sole                           

(e una sera una sera

a chiamare per nome

stelle d’orsa ed orione

e l’infinito era lì,

fra quegli occhi e la luna)

 

che respirando entri un vento

a distendere vele

per l’inizio del viaggio

fra indicibile e immenso                                                         

(e si macchia la pelle

d’indelebile azzurro,

si sciolgono i lacci

stretti sopra alle scarpe)

 

 

non basta a tacere

la gravità che ci atterra

(troppo esposta la croce,

troppo fragile il cuore

per stare con il dolore)

 

e mi sento qualcuno

che deve alzare la mano,

contestare il diritto

del disco orario alla fronte,

lo scegliere i tempi

senza dirci parola

e lasciarci qui a terra

fra il morire ed il sole.                                 

 

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa ” edizioni Terra d’ulivi)

 

Venerdì dispari

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Gennaio ancestrale

È tornato Gennaio ancestrale che conosco
ha smesso di recitare fingendo per caso
di esser un qualsiasi Marzo o Aprile
ci ha tenuto a cantare il suo inno d’inverno
la musica lenta che copre i monti di nebbia.

È tornato e ha parlato la lingua dei lupi
ha promesso di rendere il sonno un letargo mancato
ha cambiato la notte in una lunga veglia
e il giorno ha stabilito sia un grumo di luce.

Aspettiamoci altro che gelo alla porta
definiamo turni di guardia alle finestre del cielo
rinforziamo gli argini con sacchi e vedette
lui vuole convincerci che aspettare sia un inganno
vuol mettere in giro le voci più oscure.

Ha corrotto le menti e drogato i pochi pozzi
ai bambini racconta di futuri spariti nel nulla
e stare di guardia ai fienili non basta.

Le speranze dei sogni vuol far credere
siano sepolte come gelidi semi
nella terra glaciale indurita dal vento.

Francesco Tontoli

 

Citazione

LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELLA ROSSI

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LA POESIA PRENDE VOCE

Le parole sono un mezzo con cui attraversare il tempo

e starci, fuori misura, dentro.”

Beatrice Niccolai

Letture tratte dalla raccolta ” Ipotermia”, Delta 3 Edizioni, collana Plenilunio, 2024( Postfazione di Emanuela Sica). Legge l’autrice stessa.

ph. di Ida Idaco

Versi trasversali: Alessandro Barbato

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ALESSANDRO BARBATO

 

In un tuo volo

Se fossimo vapore, come nuvole
sapremmo attraversare forme e cieli,
ammorbidire i segni, arrotondarli,
potremmo fare a meno di parlare.
Ci basterebbe piovere ogni tanto
sui prati, sui tuoi tarli, i continenti
oppure sfilacciarci lenti e bianchi
sui mari che respirano alla Luna.
Se fossimo vapore e non in questo
giro sordo in cui scorrono le vite
attorcigliate a date e a situazioni,
potremmo continuare anche a sorridere
se sfuma un’altra estate, invecchia il mondo
e tu non sei ora qui, ma in un tuo volo.

In coda (La vita di ogni regola)

Sto bene con gli estranei,
perché non sanno il gioco e quanto è dura
la vita di ogni regola.
Con chi, se un po’ curioso, potrà sempre
immaginarmi un po’
più buono, in chissà quale suo collage
di vuoti e proiezioni.
E poi con te, quando compari come
un lampo tra le nuvole
più spesse a fare chiari anche i minuscoli
dettagli sparsi in coda
a ogni mio sbaglio, in tutti i tuoi sbadigli.
Con quelli che si allenano
a sbocciare, persino a tramontare
senza intoppi; coi gatti
che vedono anche al buio quando serve.

In estate la luce

Fa buio. Troppa luce
rimpicciolisce l’iride, socchiude
un po’ le palpebre e paglia pare il prato
dove razzola un bambino
a cui regalo ogni mio sogno.
Li porterà nel petto, forse allegro
sotto il Sole polveroso,
mentre corre come un pazzo
col pallone, tra le aiuole secche,
il cuore che sconfina nei polmoni.
Oppure al mare, quando basterà
la sabbia ai suoi capricci senza tempo,
e a noi guardarlo per pulire il nostro
sguardo al bianco canto delle onde.

Con l’approssimarsi dei primi sogni d’autunno

Ci sono altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di coltivare,
non misurare più il tempo in autunno
o dare alla pioggia il colore
del mare. Anche abbassare un filino
la voce e fare di notte un sentiero
di braci, non traccheggiare
inseguendo le briciole, le anime
perse, sfinite a volare.
Ci sono molte altre vecchie abitudini
che dovrei smettere di praticare,
per liberare più spazio all’odore
sparso ogni giorno dai tuoi desideri:
fare un veloce inventario del mondo,
stare in silenzio a guardarti dormire.

Inediti di Alessandro Barbato

Poesia sabbatica: -15-

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15-

non raccontiamoci più nulla (amore)

di chi sei stata

di chi sono stato

delle altre vite avute

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

non ci diciamo più

che già abbiamo amato e pianto

ma non ero io

non eri tu

chi ci prendeva

e poi ci ha lasciato andare

 

non raccontiamoci più (amore)

chi siamo stati

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

 

guardami nuovo

come io ti guardo nuova

 

guardami

non sono mai esistito

io sono nato adesso

 

dimmelo,

non sono mai esistita

io sono nata adesso

 

e io e te rinati a un’altra vita.

 

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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Livorno, Piazza Mascagni

 

Sulla terrazza delle ricordanze
si prende sul viso lo schiaffo del libeccio
nelle passeggiate controvento
prima che la pioggia spenga
definitivamente il palpito del cielo.

Siamo guidati da una bambina saggia
che ci difende dalla sferza della solitudine
attraversa la corrente, calpesta per gioco
solo le mattonelle scure, e sceglie la strada
della sua piccola candela di luce
che si oppone alla tempesta.

Qui saggiamo la natura delle cose
il salmastro che penetra nei pori
il rumore dei fiocchi e delle bandiere
il battere ritmico dei pennoni
le onde che ingrossano il cuore e l’orizzonte.

Qui bisogna urlare per sentire
le mie e le tue voci nascoste
e quella taciuta che il vento porta sul dorso.

E prima di salutare il mare con un inchino
piegati come fuscelli dal soffio del tempo
ci guardiamo ad occhi semichiusi
sprecando lacrime di sale

tenendo protetta in mezzo a noi
la nostra infanzia come un tesoro conteso
ognuno stringendo la sua piccola mano.

Francesco Tontoli

Nel verso giusto. Sguardi di resistenza di poete siciliane, L’Arca di Noè, 2024

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Col titolo “Nel verso giusto”, sottotitolo “Sguardi di resistenza di poete siciliane“, nel mese di ottobre scorso, è stata pubblicata dalla casa editrice “L’arca di Noè” una raccolta di poesie a tema civile. Emarginazione, discriminazione, invisibilità, migranti, guerra, donne tra violenza e resilienza sono i temi trattati nelle specifiche e omonime sezioni del libro. Il libro è nato da un’idea di Bia Cusmano di riunire la scrittura poetica femminile siciliana d’impegno sociale, in modo che fossero rappresentate il più possibile tutte le province dell’isola. Curatrici sono Stefania La Via e la stessa Bia Cusumano. In copertina “Ritratto pixellato” acrilico su tela di Giacomo Cuttone. La prefazione di Anna Maria Bonfiglio.

Nel libro, inseriti nelle varie sezioni, testi poetici di ventisette autrici, elencate di seguito nell’ordine in cui si succedono nella stessa raccolta.

Cinzia Accetta
Margherita Biondo
Jana Cardinale
Giovanna Fileccia
Patrizia Giurleo
Maria La Bianca
Giuseppina Lauricella
Ornella Mallo
Maricla’ Micale
Adriana Montalbano
Adele Musso
Daniela Musumeci
Loredana Semantica
Rosa Maria Chiarello
Marilina Giaquinta
Stefania La Via
Francesca Traina
Liliana Arrigo
Iolanda Cuscunà
Giuseppina Mira
Ester Monachino
Margherrita Rimi
Rossella Caleca
Chiara Catanese
Bia Cusumano
Ester Guglielmino
Deborah Prestileo

L’animale morente di Philip Roth lettura di Antonella Pizzo

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L’animale morente (The Dying Animal) è un romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 2001. Il titolo è tratto da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Il romanzo è ambientato negli anni sessanta, narra della relazione che il sessantaduenne David Kepesh ha avuto con una donna di ventiquattro anni. Terminata la relazione i due  si rincontrano in un capodanno di otto anni più tardi.  

David Kepesh è un professore universitario che tiene per i laureandi un unico corso, un seminario di critica letteraria, che ha chiamato Practical Criticism. Da giovane ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito e durato poco tempo, inoltre ha un figlio che non vede mai. Come critico letterario appare settimanalmente in una trasmissione televisiva, grazie a questa sua attività gode di una certa notorietà nell’ambiente universitario e anche al di fuori di esso. Il suo corso è molto seguito.  David è un uomo che ama la vita e i piaceri del sesso. Sono molte le studentesse che andrebbero volentieri a letto con lui. Di questo ne è consapevole ma la sua posizione accademica gli consente di andare a letto con loro solo alla fine del corso e dopo l’esame finale. Per l’occasione  dà dei festeggiamenti a casa sua dove invita tutti gli studenti che hanno completato il seminario. David non è uno sprovveduto, quella procedura lo tiene lontano dai guai, evita il rischio che possa essere accusato di molestie sessuali nei confronti delle sue studentesse. È un procedura   che gli dà soddisfazione e che svolge sempre nello stesso modo e ogni volta è un successo, ha la garanzia del risultato, alla fine della serata qualcuna delle sue giovani studentesse finisce allegramente nel suo letto.  Lui vive il sesso come piacere e superficialmente, senza  lasciarsi coinvolgere sentimentalmente da questi incontri.  Fino a che non incontra Consuela Castillo, una ragazza cubana di ventiquattro anni. Kepesh ama la vita e la bellezza. Consuela non è come le altre, appartiene a una ricca e nobile famiglia di esiliati cubani, ha nostalgia dell’Avana anche se non ha mai vissuto a Cuba. Ha dei principi un po’ antiquati, vede nel professore la “versione soggiogabile della raffinatezza della sua famiglia”. Consuela ha un corpo statuario, dei seni prorompenti. A tratti li nasconde,  a tratti li mostra sbottonando i tre bottoni della sua camicetta di seta bianca, che indossa sotto una severa giacca blu, simile a quelle che usano le segretarie di uomini importanti. David, così racconta a un interlocutore di cui non sappiamo nulla, ne è soggiogato. Consuela diventa per lui non più un piacere ma un’ossessione, una malattia. Ne è geloso, ha paura di perderla, è malato di desiderio. Consuela non è come le solite studentesse che lui si portava a letto, Consuela lo fa star male, con le altre  non ha mai provato quella smania e quella brama di possesso. Gli incontri sessuali con Consuela sono descritti nei particolari, spesso spregiudicati e inaspettati, come assaggiarne il sangue mestruale. Il romanzo potrebbe sembrare pornografico per certe disgressioni, ma non lo è. David è letteralmente ammaliato dai seni della ragazza, li adora. I seni oltre a essere sessualmente importanti hanno una funzione specifica, la produzione del latte. Il latte è il nutrimento primordiale, è come il sangue, è  vita. Ciò richiama un simbolismo religioso, il Cristo e l’ultima cena, prendete e mangiate questo è il mio corpo. David si nutre del corpo di Consuela, ne beve il suo sangue, adora i suoi seni floridi e turgidi, vuole inglobarla, quasi sostituirsi a lei, prendersi la sua vita, la sua gioventù, la sua bellezza.  È un bisogno primordiale e ancestrale. Il sesso è l’alternativa alla morte?

«Essere casto, vivere senza sesso, be’, come digerirai le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni? Guadagnando di più, guadagnando tutti i soldi che puoi? Facendo tutti i figli che puoi? Questo aiuta, ma è niente rispetto all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticartela mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?» 

È David l’animale morente?   È George, l’amico di Kepesh, che in punto di morte utilizza le sue ultime forze vitali per sfiorare il seno della moglie?

È Consuela che si ammalerà e che vorrà essere fotografata i seni prima di essere operata di cancro?  “Le scattai una trentina di fotografie. Lei sceglieva le pose, e voleva tutto. Voleva avere le mani sotto, che li reggevano. Li voleva mentre se li strizzava, li voleva dal lato sinistro, dal lato destro, li voleva fotografati mentre si chinava”.

È Consuela che ha il rimpianto di non aver potuto vedere L’Avana?  

“… e di momento in momento il suo pianto si fa sempre più forte, – credevo che un giorno avrei visto L’Avana.» «La vedrai.» «No. Oh, David, mio  nonno…» «Si, cosa? Coraggio, dimmi, parla.» «Mio nonno sedeva nel soggiorno…» «Avanti.» La tenevo tra le braccia quando cominciò a parlare di se stessa come  non aveva mai fatto prima, come prima non aveva mai avuto motivo di fare, come, forse, lei stessa non aveva mai saputo. «Mentre andava in onda The News Hour, mentre andava in onda The MacNeil-Lehrer News Hour, e… – disse, tra lacrime copiose, – improvvisamente sospirava: “Pobre Mama”. Che era morta all’Avana senza di lui. Perché la loro generazione, quella generazione, non era andata via.

“Pobre Mama”. “Pobre Papa”. Loro erano rimasti indietro. Aveva solo questa  tristezza, questo rimpianto per loro. Un terribile, terribile rimpianto. Ed è quello che ho io. Ma per me stessa. Per la mia vita, Mi tocco, tocco il mio corpo con le mani, e penso, Questo è il mio corpo! Non può andarsene così! Non può essere  vero! Non può capitarmi una cosa simile! Come può andarsene così? Non voglio morire! David, ho paura di morire!»

Siamo tutti animali morenti. 

Andrea Ravazzini, Inediti

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Resta

Rimasi
Alla fine
Di quel luogo
Silente
Sospeso
Tra stormi
Di sogni
Migranti
Su ali
d’Altrove.

Lieve scappai

Scappai
Tra il sibilo
Asciutto
Di una notte
In fiamme
E il velo
Disfatto
Di una bruma
Inconsueta.

Fosti
L’ancella
Di quel nudo
Rimpianto,
Di quel fuoco
Immondo,
Di quel pianto
Nel buio
Disperso,
Che presto
Scoprii
Di luna
Suo canto,
Di notte
Suo verso.

Fosti
Chiarore
Di ebbrezza
Leggiadra,
Angolo vuoto
Nel manto
Di un nulla
Redento,
Scosso
Dal vento,
Su un fianco
Posato.

Scappai
Verso
Un nudo
Bagliore,
Vessillo
Di stelle,
Denso
Richiamo
Di un cuore,
Di un battito
Spento,
Di un bacio
Rubato
Di cui scorgo
Ancora
L’ardore.

Guardo un solo lieve riflesso

Stringe
Attorno
A un cuore
Novello
Il rado
Sussulto
Di queste
Lacrime
Amare.

Ruba
Al soffio
Di vento,
Che un nudo
Passato
Tradisce,
Una terra
Al confine,
Un livido
Bacio,
Una goccia
Arsa
Nel buio,
Che non riesco
A guardare.

Sorge
Un placido
Tempo
Da sogni
Pestati
Nel vuoto.

Ferma
La notte,
Il lento
Risveglio
Non si ode
Ancora.

Non è nota
La fine,
Né il senso
O lo scopo.

Guardo
Solo
Un lieve
Riflesso,
Un breve
Solo
Respiro,
Che brilla
Tutt’ora
Tra i resti
Dismessi
Di una tenue
Aurora.

Ormai fuggito lieve nel vento

Ruba
Al fondo
Notturno
Di una vaga
Rugiada
Il pallido
Ardore
Uno scoppio
Di brace.

Risorto
E redento,
Brucia
Brucia
-Mai spento-
In un tiepido
Nulla,
Che trascorso
Un vano,
Disfatto
Momento
Rifugge
Reietto
Una parola
Mai detta.

Trascina
Il suo sguardo
In terre lontane
Un candido
Cuore.

Un urlo
Scostato
Da un buco
Dolore,
Rimbalza
Stretto
Stretto
Nel fondo
Dismesso
Di un unico
Petto.

Sfumato
In un mondo
Che il senso
Essiccato
Di occhi
Incolore
-Cieco-
Ha disfatto,
Tende al fondo
Di fulgida bruma
L’attimo assorto
Che da fragili mani
Lieve nel tempo
Ormai è sfuggito.

Testi di Andrea Ravazzini

Poesia sabbatica: -73-

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-73-

 

che dirti questa sera

di una giornata

dove tu non ci sei stata

 

(ed io ad aspettare all’angolo

un ultimo minuto

un ultimo secondo

che tu venissi

con le tue labbra rosse

il passo accelerato

di chi va incontro al sogno

 

il sogno che ho raccolto

in una carta a fiori,

tenuto nella mano

ché non volasse al vento)

 

che dirti questa sera,

di come ho camminato

nella mie spalle strette

di come sono morti

gli angeli sul cappotto

e le parole tutte

cadute tra le foglie

 

mi sono voltato ancora

e tu non sei venuta

tu certo eri altrove

comunque dove io non c’ero.

 

 

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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Giorno di pioggia fin dal mattino

Giorno di pioggia fin dal mattino
e io che volevo scrivere del sole
rimango a farmi crocifiggere
dalle perturbazioni atlantiche
un apriti cielo che è previsto
per un numero imprecisabile di ore.
E prendo questo sole finito in un calzino
nascosto nella tasca del giubbino
tra un plettro di chitarra e un centino
lo prendo come si prende in cura un figlio
appena ritornato con la nave da crociera
lo cullo come quando lo facevo da bambino
lo canto pure un poco nella gola
lo mastico lo appiccico ad un’aurora.
E’ un sole omeopatico spalmato sulla pelle
medicamento segreto e iniziatico
sparito a primavera in questo cielo grigio
riapparso per fortuna a tarda sera.

Francesco Tontoli