
Enzo Rega, Nel respiro, Il Convivio Editore, 2024, collana «I Tascabili di Poesia».
Ci sono libri di poesia che chiedono di essere attraversati linearmente e altri che, terminata la lettura, obbligano a tornare indietro, perché soltanto dalla fine diventa percepibile il movimento che li attraversava fin dall’inizio. Nel respiro di Enzo Rega appartiene a questa seconda specie. Il titolo stesso, apparentemente semplice, contiene una precisa indicazione di lettura: il respiro non è soltanto un atto fisiologico, né una delle molte immagini naturali presenti nella raccolta. È un principio di relazione. Inspirazione ed espirazione, interno ed esterno, presenza e assenza: il respiro esiste nella reciprocità degli opposti.
Non sorprende allora che la poesia eponima conduca aria, terra, fuoco e acqua dentro il corpo dell’uomo, sino alla definizione essenziale di «corpo di natura / in natura». Non vi è separazione tra essere umano e cosmo: l’uomo non contempla la natura dall’esterno, ma ne costituisce una temporanea organizzazione della materia. Il respiro diviene così il luogo elementare nel quale macrocosmo e microcosmo comunicano.
È una delle chiavi dell’intera raccolta.
Già in Rose al balcone la rosa appartiene contemporaneamente alla natura e alla memoria. Fiorisce, si piega al vento, scompare, e tuttavia permane nel profumo, nel ricordo, nella memoria tattile. La percezione non si limita a registrare ciò che esiste: custodisce ciò che non esiste più. È un procedimento quasi sinestetico: l’odore conserva il tatto, il presente riattiva un tempo trascorso, la materia diventa memoria. La rosa è dunque cosa vivente e, insieme, forma della permanenza.
Questa oscillazione tra presenza e assenza si allarga immediatamente dalla dimensione privata a quella storica e civile. In Campobello il gioco linguistico tra Vaterland, Mutterland e Heimat interroga una delle parole più pericolose della modernità occidentale: patria. La terra può trasformarsi in possesso, esclusione, radice utilizzata contro altre radici; ma può anche tornare madre, casa, luogo generativo. La poesia opera allora una sorta di trasmutazione semantica: sottrae la terra alla retorica dell’appartenenza per restituirla alla fecondità.
Ed è proprio qui che comincia ad affiorare con maggiore evidenza la struttura filosofica del libro.
Eraclito, Pitagora e il suono del cosmo
In Pýr (I) – Eraclito il fuoco non è soltanto elemento: è trasformazione. È vita e morte, distruzione e rigenerazione, «commercio di tutte le cose», mentre il logos «lega saldando / e scioglie bruciando». La coincidenza degli opposti non è dunque un artificio intellettuale applicato dall’esterno alla poesia di Rega: costituisce una delle sue strutture profonde.
Persino la disposizione delle parole sulla pagina partecipa al processo. Il big bang si separa, si distanzia, si rovescia; il verso abbandona momentaneamente la linearità e assume una funzione spaziale. La pagina non è più soltanto il supporto sul quale la poesia viene scritta: entra nella poesia.
Con Pýr (II) – Pitagora il discorso si amplia ulteriormente. Hestia, il fuoco centrale, il movimento circolare, l’universo sferico conducono infine alla «musica celestiale d’astri». È un passaggio decisivo.
Perché se il cosmo è relazione di proporzioni, la musica non costituisce più una metafora accessoria: diventa modello possibile dell’ordine del mondo. E qui il musicista non può non avvertire una particolare risonanza. Il respiro possiede infatti ciò che appartiene originariamente anche alla musica: durata, alternanza, pulsazione, pausa. Non esiste inspirazione senza espirazione come non esiste frase musicale senza articolazione del tempo. Persino il silenzio, in questa prospettiva, smette di essere assenza e diventa condizione del suono.
Il libro sembra continuamente procedere secondo questa legge: afferma qualcosa e contemporaneamente ne ascolta il contrario.
La coincidenza degli opposti
Il principio diventa esplicito nel Dialogo di Mavet e Hayim. Già i nomi – morte e vita – dispongono sulla pagina i due estremi dell’esistenza. Mavet parla della Parola, Hayim della concretezza della Cosa; all’impronunciabile pronunciato dell’uno risponde il pronunciabile impronunciato dell’altro. E quando le due voci finalmente coincidono, resta una formula che potrebbe illuminare retrospettivamente molta parte della raccolta: «In coincidenza d’opposti…».
Non siamo lontani da Eraclito.
Ma Rega non costruisce un trattato filosofico in versi. Ogni volta che il pensiero rischia di farsi astrazione, qualcosa lo riconduce al corpo, alla terra, alla biografia, agli affetti.
È quanto accade con particolare intensità nel Dittico per la madre. Il grembo che ha generato la vita si specchia nel «grembo oscuro dell’altrove»: nascita e morte vengono inscritte nella stessa figura originaria. Ma la madre scomparsa continua a esistere nei modi di dire, nei sapori, nei sogni ricorrenti, nella memoria condivisa dai figli.
La morte, ancora una volta, non cancella semplicemente la presenza. La trasforma.
È forse questo uno dei risultati più convincenti della raccolta: l’altrove non è mai completamente altrove.
Geometria, pittura, parola
Il dialogo con le altre arti rappresenta un altro asse importante del libro.
Nella poesia dedicata a Giramondo, scultura del Maestro Luigi Aricò, il viaggio finisce per organizzarsi attraverso tre forme: triangolo, sfera, parallelepipedo. La geometria viene sottratta alla pura astrazione matematica e riconsegnata alla sua antica vocazione cosmologica. Il triangolo richiama la decade pitagorica e contemporaneamente il mistero trinitario; la sfera contiene l’idea dell’infinito e del ritorno; il parallelepipedo offre la solidità sulla quale poggiare. Le tre forme finiscono così per costituire un’«architrave composita di vita».
Ancora più evidente è la compenetrazione dei linguaggi nella poesia dedicata alla pittura del Maestro Ahmad Alaa Eddin: «mari e terre sono colori / colori sono terre e mari». Qui la parola poetica entra direttamente nel processo pittorico. Mani, sabbia, acqua, graffiti rupestri, disegni infantili conducono verso un’origine comune del segno. Pittura, scrittura e disegno sembrano provenire da uno stesso gesto primigenio: incidere il mondo per renderlo significante. Fino a una bellissima intuizione: l’apertura di finestre verso l’«intra-visibile».
Non semplicemente l’invisibile, dunque, ma qualcosa che abita dentro il visibile.
È una distinzione sottile e importante. L’arte non deve necessariamente inventare un altro mondo: può modificare la nostra capacità di percepire questo.
Il tempo, la città, il rumore del presente
Ma Nel respiro non cerca rifugio in una dimensione esclusivamente contemplativa.
Il presente irrompe.
Genova e Napoli, il Vesuvio e la Lanterna, la memoria delle trasformazioni urbane, il paesaggio modificato dall’uomo entrano nel libro accanto alla filosofia antica e al mito. Il tempo individuale viene continuamente attraversato dalla storia collettiva.
E la contemporaneità introduce anche una nuova forma di rumore: quello dell’informazione. Quando la poesia incontra il mondo digitale, le fake news, l’accumulo e la ripetizione delle parole, cambia inevitabilmente anche il proprio respiro. Il linguaggio rischia l’ecolalia; l’informazione rischia di diventare indistinguibile dalla sua falsificazione. Il gioco intellettuale, l’ironia e la deformazione linguistica diventano allora strumenti di resistenza critica.
Lo stesso accade quando il lessico economico invade quello dell’esistenza: il tempo dell’uomo sembra progressivamente sostituito dal tempo misurabile degli interessi, delle percentuali, del rendimento. Ma la poesia continua ostinatamente a cercare un’altra misura. Forse proprio quella del respiro.
La perdita e ciò che rimane
Verso la conclusione il mare assume una funzione sempre più significativa. Un anello perduto nell’acqua può sembrare un episodio minimo, quasi domestico; eppure nella scrittura di Rega diventa figura del legame, della perdita e della permanenza.
Ciò che scompare alla vista non necessariamente cessa di esistere.
È la stessa intuizione che attraversava le rose, la madre, i luoghi dell’infanzia.
L’oggetto perduto continua a esercitare una forza proprio attraverso la propria assenza. E allora anche la memoria può essere considerata una particolare forma di respiro: qualcosa entra dentro di noi dal mondo e, quando il mondo non ce lo restituisce più, continuiamo interiormente a respirarlo.
Cristo, Pasolini, la Lucania
La poesia conclusiva, Cristo in TV, concentra sorprendentemente molte delle linee precedenti: memoria, immagine, televisione, teatro, Pasolini, Eduardo, infanzia, sacro.
E compare la Lucania. Per chi, come me, in quella terra è nato, la parola possiede inevitabilmente una risonanza ulteriore. Ma proprio per questo occorre resistere alla tentazione autobiografica: ciò che conta è come quella Lucania entri nel sistema poetico del libro. Non come semplice indicazione geografica, ma come luogo della memoria, della povertà arcaica, del sacro e di una civiltà che l’immagine contemporanea può evocare ma non completamente restituire.
La Lucania che riaffiora attraverso Pasolini sembra appartenere contemporaneamente alla storia e al mito, al documento e alla memoria.
E forse non è casuale che il libro giunga proprio qui dopo avere attraversato terra, acqua, fuoco, aria, filosofia, città, tecnologia, arte, madre, infanzia e morte.
Perché alla fine tutto torna al corpo.
Nel respiro
La poesia di Enzo Rega sembra chiedere continuamente che cosa rimanga dell’uomo quando le cose mutano, i luoghi scompaiono, le persone amate entrano nell’altrove, le città cambiano volto e persino le parole vengono consumate dal rumore della comunicazione. La risposta non assume mai la forma di una certezza metafisica.
Rimane piuttosto un movimento.
Inspirare significa accogliere il mondo. Espirare significa restituirglielo trasformato.
Fra questi due movimenti esiste quell’intervallo infinitesimale nel quale gli opposti sembrano per un istante toccarsi: vita e morte, presenza e assenza, memoria e oblio, parola e silenzio, materia e pensiero.
È forse lì che abita la poesia.
Nel respiro.
Filippo D’Eliso
Compositore, poeta e ricercatore