“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio
Perché la tartaruga ha il passo sicuro,
è questa una ragione per tagliare le ali dell’aquila?
E. A. P.

Edgar Allan Poe nacque il 19 gennaio 1809 a Boston, nel Massachusetts.
Fu il secondogenito di una coppia di attori girovaghi, David Poe Jr. (1784-1811) ed Elizabeth Arnold Poe (1787-1811), entrambi morti quando Edgar aveva appena tre anni.
La madre morì in seguito a una lunga malattia, probabilmente tubercolosi o polmonite, sola e abbandonata dal marito, in uno squallido albergo di Richmond chiamato “Indian Queen Tavern”.
Per quanto riguarda la morte del padre, le fonti dell’epoca concordano nell’affermare che morì poco prima o poco dopo la moglie, ma le circostanze della sua morte non furono mai chiarite, né venne mai rinvenuto il luogo della sua sepoltura.
Oltre a Edgar, gli altri figli della coppia furono William Henry Leonard (1807-1831), anch’egli dedito alla poesia e prematuramente scomparso a causa di una grave forma di tubercolosi, e Rosalie (1810-1874), la cui nascita suscitò all’epoca molte dicerie sull’effettiva parentela con i fratelli.
Il padre di Poe, infatti, divenuto violento e schiavo dell’alcol, aveva abbandonato la moglie Elizabeth quando presumibilmente ella non era ancora incinta della bambina.
Alla morte dei genitori, i tre bambini furono separati e dati in affidamento: il fratello maggiore fu affidato ai nonni di Baltimora, nel Maryland, mentre Edgar e Rosalie — che sarebbe poi diventata un’ottima insegnante di calligrafia presso una scuola femminile di Richmond — furono affidati a due diverse famiglie di Richmond, in Virginia: rispettivamente alla famiglia di John e Frances Allan, facoltosi commercianti di tabacco di origini scozzesi, e alla famiglia di John e Jane Scott Mackenzie.
Nel 1815 Poe si trasferì a Londra con la famiglia adottiva, dove ricevette la prima istruzione presso alcune scuole private.
Nel 1821, tornato a Richmond, cominciò ad appassionarsi molto presto alla musica, alla letteratura e alla poesia, iniziando a scrivere i suoi primi versi e frequentando la scuola di Joseph H. Clarke.
In questo periodo si infatuò di Jane Stith Craig Stannard (1793-1824), madre di Robert Stannard, compagno di studi di Poe. La donna lo aveva sempre elogiato e incoraggiato nei suoi primi sforzi letterari e a lei Poe dedicò una delle sue poesie più celebri: To Helen.
La morte prematura di Jane, in seguito alla rottura di un’arteria, gettò il poeta in una profonda disperazione.
L’anno seguente iniziò la relazione con Sarah Elmira Royster (1810-1888), quindicenne e sua vicina di casa. I due, a causa della disapprovazione del padre della ragazza — che non riteneva Poe adatto a sposare la figlia perché squattrinato e orfano — vissero una breve relazione clandestina e passionale, fino a quando la volontà paterna prevalse e la giovane dovette lasciare Poe per sposare, qualche tempo dopo, il ricco uomo d’affari Alexander Barrett Shelton (1807-1844).
Nel 1826, con già molte sofferenze alle spalle, si iscrisse all’Università della Virginia, a Charlottesville, presso la facoltà di lingue antiche e moderne, ma sei mesi dopo fu costretto a lasciare gli studi a causa dei debiti contratti con il gioco d’azzardo e del conseguente rifiuto del padre adottivo di continuare a pagargli la retta universitaria.
In aperto conflitto con John Allan, nel 1827 decise di lasciare la Virginia per andare a Boston, dalla zia Maria Clemm, parente del padre naturale.
Qui conobbe la figlia di Maria Clemm, Virginia, che sarebbe diventata sua moglie nel 1836, quando la ragazza aveva appena tredici anni, con un matrimonio celebrato in segreto.
Sempre nel 1827 pubblicò la sua prima raccolta di versi, Tamerlane and Other Poems, seguita nel 1829 dalla seconda raccolta, Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems.
Dopo lo scarso successo di queste prime opere, decise di entrare nell’Accademia militare di West Point, ma circa otto mesi più tardi si fece espellere per insubordinazione, determinando la definitiva rottura con il padre adottivo che, nel 1834, lo cancellò anche dalle proprie disposizioni testamentarie.
Nel 1831 si trasferì per un breve periodo a New York, dove pubblicò senza successo una terza raccolta di poesie, intitolata Poems.
Tornato nuovamente a Baltimora dalla zia Clemm, iniziò a scrivere i primi racconti horror e grotteschi, collaborando con alcuni giornali di Baltimora, Richmond, New York e Filadelfia, tra cui “Saturday Visitor”, “The Courier”, “The Gift” e “Southern Literary Messenger”.
I racconti riscossero un notevole successo di pubblico, tanto che, sull’onda della crescente popolarità, gli venne offerta la carica di vicedirettore del “Southern Literary Messenger”.
Dal 1838 al 1840 diresse, insieme a William Evans Burton (1804-1860), il giornale “Burton’s Gentleman’s Magazine” di Filadelfia.
In questo stesso periodo pubblicò anche il suo unico romanzo, The Narrative of Arthur Gordon Pym, e nel 1840 la sua prima raccolta di racconti, Tales of the Grotesque and Arabesque, tradotta nel 1856 da Charles Baudelaire con il titolo Histoires extraordinaires.
Nel 1844 si trasferì nuovamente a New York e l’anno successivo divenne redattore e proprietario del “Broadway Journal”.
Pubblicò sulla rivista “The Evening Mirror” il poemetto The Raven, con il quale raggiunse la definitiva consacrazione letteraria.
Tuttavia, le continue difficoltà economiche, l’abuso di alcol e le accuse di plagio mosse in seguito alla pubblicazione di un secondo volume di racconti intitolato Tales — accuse già ricevute in occasione della pubblicazione di un trattato di conchiliologia nel 1838 — gettarono Poe in uno stato di profonda prostrazione, costringendolo a chiudere definitivamente il “Broadway Journal”.
La crisi si aggravò ulteriormente nel 1847 con la morte della moglie Virginia, stroncata dalla tubercolosi a soli ventisette anni.
Nonostante tutto, nel 1848 riuscì a pubblicare un poema in prosa sul tema della cosmogonia dell’universo, intitolato Eureka.
Successivamente intraprese una serie di viaggi in molte città degli Stati Uniti, tenendo conferenze, recitando poesie e conducendo una vita dissoluta, segnata anche dall’uso di droghe, soprattutto laudano.
In questo periodo intrecciò numerose brevi relazioni amorose nel tentativo di alleviare un continuo e profondo malessere interiore.
Si riavvicinò anche al suo vecchio amore, Sarah Elmira Royster, rimasta nel frattempo vedova, con la quale riallacciò una relazione che avrebbe dovuto condurli a celebrare quelle nozze impedite anni prima dall’ostilità del padre della ragazza.
Il 27 settembre 1849 Poe uscì di casa e scomparve misteriosamente.
Aveva detto a Sarah Elmira Royster — che avrebbe dovuto sposare pochi giorni dopo — che avrebbe incontrato il suo editore Griswold, per poi recarsi a Baltimora a prendere la zia Maria Clemm e portarla definitivamente a Richmond.
Poe, tuttavia, non andò né a Baltimora né incontrò Griswold.
Fu ritrovato da un amico sei giorni dopo, sul ciglio di una strada, completamente stralunato, semicosciente e in preda al delirium tremens.
Morì in ospedale tre giorni più tardi, il 7 ottobre 1849, all’età di quarant’anni, senza riuscire a spiegare lucidamente ciò che gli era accaduto.
Negli anni sono state formulate molte teorie sulle cause della sua morte, alcune delle quali estremamente fantasiose. Secondo una testimonianza, Poe sarebbe stato adescato in un’osteria da alcune persone che lo avrebbero fatto ubriacare per costringerlo a votare più volte lo stesso candidato, pratica fraudolenta diffusa nel XIX secolo e nota come “cooping”.
Un’altra teoria ritenuta plausibile — pur senza prove medico-legali certe, poiché non fu mai eseguita un’autopsia e sia il certificato di ricovero sia l’atto di morte non furono mai ritrovati — è quella secondo cui Poe sarebbe morto di rabbia, contratta in seguito al morso di un animale al quale non avrebbe dato peso o che non avrebbe nemmeno notato.
In questo ambito si inserisce, tra le altre, anche l’analisi proposta nel volume “Edgar Allan Poe. Il mistero della morte”, (Catartica Edizioni, 2021) di Fabrizio Raccis che affronta il decesso dello scrittore non come un evento isolato, ma come il punto di convergenza della sua intera esistenza.
Secondo questa lettura, la morte di Poe non può essere ridotta a una singola causa medica, ma va compresa come esito di una progressiva disgregazione fisica e psicologica alimentata da molteplici fattori. Il libro insiste sulla natura frammentaria delle testimonianze e sulla difficoltà di separare il dato storico dalla costruzione mitica che si è formata attorno allo scrittore.
Raccis sottolinea inoltre come l’immagine di Poe sia stata spesso deformata dai suoi detrattori e dalla leggenda dell’autore maledetto, incline all’alcol e alla follia, una narrazione che rischia di semplificare eccessivamente la complessità della sua vita reale. In questa prospettiva, l’alcolismo non viene negato, ma interpretato come parte di un quadro più ampio di fragilità emotiva, stress professionale e malattie non curate. Il libro evidenzia anche come alcune teorie “romanzate” sulla sua morte siano state costruite nel tempo da biografi e giornalisti, contribuendo a creare un alone di mistero che rispecchia perfettamente i temi delle sue opere.
Un punto centrale dell’interpretazione è che la morte di Poe appare quasi come una prosecuzione della sua poetica: la confusione mentale, la perdita di controllo e la dissoluzione dell’identità ricordano le atmosfere dei suoi racconti più cupi. Tuttavia, il saggio invita a non confondere l’opera con la biografia in modo diretto, ma a riconoscere come la ricezione della sua figura abbia progressivamente fuso vita e immaginario letterario.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Ulalì
Solo abitavo
in un mondo di lamento,
e la mia anima una marea stagnante,
finché la bella e dolce Ulalì si fece timida mia sposa,
finché la fulva e giovane Ulalì si fece ridente mia sposa.
Ah, men ― meno scintillanti
son le stelle della notte
degli occhi della radiante fanciulla!
giammai può contender ciò che può far la bruma
dalle tinte di porpora e di perla della luna,
col più trasandato boccolo dell’umile Ulalì ―
giammai può accostarsi al raggiante sguardo più svagato e modesto d’Ulalì.
Or Dubbio ― Or Pena
più non vengono,
perché l’anima sua mi rende sospiro per sospiro,
e per tutto il giorno
splende, forte e luminosa,
Astarte, in mezzo al cielo,
mentre sempre a lei volge gli occhi di matrona la cara Ulalì ―
mentre sempre a lei volge gli occhi di viola la giovane Ulalì.
Eulalie
I dwelt alone
In a world of moan,
And my soul was a stagnant tide,
Till the fair and gentle Eulalie became my blushing bride ―
Till the yellow-haired young Eulalie became my smiling bride.
Ah, less ― less bright
The stars of the night
Than the eyes of the radiant girl!
That the vapor can make
With the moon-tints of purple and pearl,
Can vie with the modest Eulalie’s most unregarded curl ―
Can compare with the bright-eyed Eulalie’s most humble and careless curl.
Now Doubt ― now Pain
Come never again,
For her soul gives me sigh for sigh,
And all day long
Shines, bright and strong,
Astarte within the sky,
While ever to her dear Eulalie upturns her matron eye ―
While ever to her young Eulalie upturns her violet eye.
( The American Review, 1845 )
Fanny
Il cigno morente dei laghi del nord
intona, chiaro e dolce, il suo inno selvaggio di morte,
e come la solenne melodia evade
per la collina e la valle e nell’aria si dissolve,
così giunse la tua morbida voce musicale,
così tremò sulla tua lingua il mio nome.
Come sprazzo di luce in una nuvola d’ebano
che invela l’austero cielo di mezzanotte,
trapassando la fredda sera nel suo nero sudario,
così giunse il primo sguardo di quell’occhio;
ma come roccia adamantina,
stette il mio spirito e affrontò il colpo.
Che la memoria richiami il ragazzo
che depose il suo cuore sul tuo sacrario,
quando lontano cadranno i suoi passi
ricorda che divino credette il tuo fascino;
una vittima uccisa sull’altare dell’amore
da occhi ammalianti che scrutavano sdegnosamente.
Fanny
The dying swan by northern lakes
Sing’s its wild death song, sweet and clear,
And as the solemn music breaks
O’er hill and glen dissolves in air;
Thus musical thy soft voice came,
Thus trembled on thy tongue my name.
Like sunburst through the ebon cloud,
Which veils the solemn midnight sky,
Piercing cold evening’s sable shroud,
Thus came the first glance of that eye;
But like the adamantine rock,
My spirit met and braved the shock.
Let memory the boy recall
Who laid his heart upon thy shrine,
When far away his footsteps fall,
Think that he deem’d thy charms divine;
A victim on love’s alter slain,
By witching eyes which looked disdain.
( Baltimore Saturday Visiter, 1833 )
Per F ——
Adorata! Tra ferventi dolori
che s’accalcano intorno al mio passo terreno ―
(miserabile passo, ahimè! dove non cresce
pur una rosa solitaria) ―
l’anima mia riceve per lo meno conforto
nel sogno di te, ed in esso conosce
un Eden di mite riposo.
E così la tua memoria viene a me
come una qualche remota isola incantata
in qualche mare tumultuoso ―
qualche oceano lontano che libero sussulta
nelle tempeste ― ma dove, nel frattempo,
i cieli più sereni, continuamente,
solo su quella isola luminosa, sorridono.
To F ——
Beloved! amid the earnest woes
That crowd around my earthly path ―
(Drear path, alas! where grows
Not even one lonely rose) ―
My soul at least a solace hath
In dreams of thee, and therein knows
An Eden of bland repose.
And thus thy memory is to me
Like some enchanted far-off isle
In some tumultuous sea ―
Some ocean throbbing far and free
With storms ― but where meanwhile
Serenest skies continually
Just o’er that one bright island smile.
( Southern Literary Messenger, 1835 )
Un sogno
In visioni di tenebrosa notte
ho sognato una gioia perduta, ma un sogno
ad occhi aperti di vita e di luce
mi ha lasciato col cuore spezzato.
Ah, cosa non è un sogno di giorno
per chi gli occhi posa
sulle cose intorno con un barlume
che volge al passato?
Quel sogno santo ― quel sogno santo,
mentre tutto il mondo mi biasimava,
mi ha confortato qual gentil fascio di luce,
che conduce uno spirito solitario.
Che importa se quella luce, in notte e bufera,
tremolava tanto da lontano ―
che mai può esserci di più puramente splendente
nella diurna stella del Vero?
A dream
In visions of the dark night
I have dreamed of joy departed ―
But a waking dream of life and light
Hath left me broken-hearted.
Ah! what is not a dream by day
To him whose eyes are cast
On things around him with a ray
Turned back upon the past?
That holy dream ― that holy dream,
While all the world were chiding,
Hath cheered me as a lovely beam
A lonely spirit guiding.
What though that light, thro’ storm and night,
So trembled from afar ―
What could there be more purely bright
In Truth’s day-star?
( Tamerlane and Other Poems, 1827 )
Per M …
O, non mi curo che la mia sorte terrena
abbia della Terra ben poco in sé,
che anni d’amore siano stati dimenticati
nella febbre d’un minuto:
non m’importa, adorata,
che felici più di me siano i disperati,
ma che debba immischiarti in questo mio destino,
io che sono un passante.
Non è che le mie sorgenti d’estasi
stiano zampillando ― ahimè! di lacrime ―
o che il brivido d’un singolo bacio
abbia scosso i molti anni.
Non già che i fiori di venti primavere
siano appassiti come il colore
che giace morituro sul mio cuore oppresso
dal peso d’una stagione colma di neve.
Non che l’erba ― O! che possa prosperare!
Sulla mia fossa stia crescendo o sia già cresciuta ―
ma che, mentre sono morto eppure vivo,
io non posso stare solo, mia signora.
To M …
O! I care not that my earthly lot
Hath little of Earth in it,
That years of love have been forgot
In the fever of a minute:
I heed not that the desolate
Are happier, sweet, than I,
But that you meddle with my fate
Who am a passer by.
It is not that my founts of bliss
Are gushing ― strange! with tears ―
Or that the thrill of a single kiss
Hath palsied many years ―
‘Tis not that the flowers of twenty springs
Which have wither’d as they rose
Lie dead on my heart-strings
With the weight of an age of snows.
Not that the grass ― O! may it thrive!
On my grave is growing or grown ―
But that, while I am dead yet alive
I cannot be, lady, alone.
( Al Aaraaf, Tamerlane, and Minor Poems, 1829 )
La dormiente
A mezzanotte, nel mese di giugno,
mi trovo sotto la mistica luna.
Un vapor d’oppio, velato, rugiadoso,
esala dal suo anello dorato
e mollemente cala, stilla a stilla,
sulla cuspide quieta del monte;
assonnato e musicale
s’insinua nella valle universale.
Piega il capo sulla tomba il rosmarino;
si culla il giglio sull’onda;
la bruma attorcendoglisi al suo petto
fa dissolvere il rudere nel riposo.
Guarda, simile al Lete! Osserva! Il lago
abbandonarsi a un sonno cosciente
e per nulla vorrebbe destarsi.
Dorme tutta la Bellezza! ― Ed ecco!
Dove Irene giace, coi suoi Destini!
O, dama splendente! Può esser giusto ―
questa finestra aperta alla notte?
Arie vezzose, dalle cime degli alberi,
cadono ridenti attraverso la grata ―
intangibili arie, una brigata di maghi,
svolazzano dentro e fuori la tua stanza
fanno ondeggiare le tende del baldacchino
così bruscamente ― così spaventosamente ―
sopra la palpebra chiusa e frangiata, sotto la quale
giace nascosto il tuo spirito dormiente,
cosicché, da terra e sulle pareti
come fantasmi s’issano e cadono le ombre!
O, dama adorata, non hai forse paura?
Perché e cosa sta sognando, qui?
Di certo sei venuta da mari lontani
a meravigliare questi alberi del giardino!
Strano il tuo abito! Strano il tuo pallore!
E strano più di tutto la lunghezza delle tue trecce
e tutta questa grandiosa silenziosità!
Dorme la dama! O, possa il suo sonno
che è eterno, essere così profondo!
Il ciel lo tenga nella sua sacra custodia!
Possa mutare questa stanza in un’altra più sacra,
questo letto in un altro più mesto,
e prego Iddio che ella possa giacere
con l’occhio non aperto, finché non se ne andranno
i pallidi spettri ammantati.
Dorme la mia amata! O, possa il suo sonno
Che è eterno, essere così profondo!
Possano lievi i vermi strisciar sopra di lei!
Lontano nella foresta, antica e oscura,
per lei possa aprirsi un alto avello ―
qualche avello che sovente abbia spalancato
all’indietro i suoi neri battenti alati,
trionfante, sui drappi crespati
dei funerali della sua grande famiglia ―
qualche sepolcro remoto e solitario,
contro il cui portale lei abbia lanciato
da bambina più d’una pietra per gioco ―
qualche tomba dalla cui porta risonante
ella mai più forzerà a levarsi un’eco,
tremando al pensiero, povera figlia della colpa!
Che erano i morti là dentro a gemere tanto.
The sleeper
At midnight, in the month of June,
I stand beneath the mystic moon.
An opiate vapor, dewy, dim,
Exhales from out her golden rim,
And softly dripping, drop by drop,
Upon the quiet mountain top,
Steals drowsily and musically
Into the universal valley.
The rosemary nods upon the grave;
The lily lolls upon the wave;
Wrapping the fog about its breast,
The ruin moulders into rest;
Looking like Lethe, see! the lake
A conscious slumber seems to take,
And would not, for the world, awake.
All Beauty sleeps! ― and lo! where lies
Irene, with her Destinies!
Oh, lady bright! can it be right ―
This window open to the night?
The wanton airs, from the tree-top,
Laughingly through the lattice drop ―
The bodiless airs, a wizard rout,
Flit through thy chamber in and out,
And wave the curtain canopy
So fitfully ― so fearfully ―
Above the closed and fringéd lid
Neath which thy slumb’ring soul lies hid,
That, o’er the floor and down the wall,
Like ghosts the shadows rise and fall!
Oh, lady dear, hast thou no fear?
Why and what art thou dreaming here?
Sure thou art come o’er far-off seas,
A wonder to these garden trees!
Strange is thy pallor! strange thy dress!
Strange, above all, thy length of tress,
And this all solemn silentness!
The lady sleeps! Oh, may her sleep,
Which is enduring, so be deep!
Heaven have her in its sacred keep!
This chamber changed for one more holy,
This bed for one more melancholy,
I pray to God that she may lie
Forever with unopened eye,
While the pale sheeted ghosts go by!
My love, she sleeps! Oh, may her sleep,
As it is lasting, so be deep!
Soft may the worms about her creep!
Far in the forest, dim and old,
For her may some tall vault unfold ―
Some vault that oft hath flung its black
And wingéd panels fluttering back,
Triumphant, o’er the crested palls
Of her grand family funerals ―
Some sepulchre, remote, alone,
Against whose portals she hath thrown,
In childhood, many an idle stone ―
Some tomb from out whose sounding door
She ne’er shall force an echo more,
Thrilling to think, poor child of sin!
It was the dead who groaned within.
( Saturday Chronicle, 1841 )
Canto
Ti vidi nel tuo giorno nuziale ―
quando una vampa di rossore in viso ti saliva,
sebbene la felicità intorno giacesse,
e tutto d’amore il mondo ai tuoi piedi:
Nell’occhio tuo una fiammante luce
(o qual che fosse) fu tutto ciò
che in terra la mia vista dolente
della bellezza poté scorgere.
Quel rossore, forse, era pudor di fanciulla ―
come tale ben si comprende ―
benché il suo bagliore avesse alzato
più ardita fiamma nel petto di colui, ahimè!
Che nel giorno tuo nuziale ti vide,
quando quel fondo rossore in viso ti saliva,
sebbene la felicità intorno giacesse;
e tutto d’amore il mondo ai tuoi piedi.
Song
I saw thee on thy bridal day ―
when a burning blush came o’er thee,
though happiness around thee lay,
the world all love before thee:
and in thine eye a kindling light
(whatever it might be)
was all on Earth my aching sight
of Loveliness could see.
That blush, perhaps, was maiden shame ―
as such it well may pass ―
though its glow hath raised a fiercer flame
in the breast of him, alas!
who saw thee on that bridal day,
when that deep blush would come o’er thee,
though happiness around thee lay;
the world all love before thee.
( Southern Literary Messenger, 1837 )
A una in Paradiso
Eri per me quel tutto, amore,
per il qual l’anima mia si struggeva,
un verde isolotto in mezzo al mare, amore,
un fontanile e un altare
tutto adorno di bei frutti e di fiori
e tutti miei erano quei fiori.
Ah, sogno troppo luminoso per durare!
Ah, siderea speranza, che t’alzasti
solo per essere offuscata!
Là fuori una voce dal futuro grida,
“Avanti! Avanti!” ― ma è sul passato
(golfo oscuro!) che il mio spirito in bilico
giace, muto, immobile, atterrito.
Perché, ahimè! ahimè! per me
la luce della vita s’è spenta!
Mai più — mai più — mai più —
(tale lingua riserva il mare solenne
alle sabbie sulla riva)
fiorirà l’albero colpito dal fulmine
o s’alzerà l’aquila ferita.
E tutti i miei giorni sono imbambolati
e tutti i miei sogni notturni
son dove il tuo occhio grigio volge
e dove il tuo passo scintilla —
in qualche eterea danza
su qualche etereo fiume.
To one in Paradise
Thou wast all that to me, love,
For which my soul did pine:
A green isle in the sea, love,
A fountain and a shrine
All wreathed with fairy fruits and flowers,
And all the flowers were mine.
Ah, dream too bright to last!
Ah, starry Hope, that didst arise
But to be overcast!
A voice from out the Future cries,
“On! on!” — but o’er the Past
(Dim gulf!) my spirit hovering lies
Mute, motionless, aghast.
For, alas! alas! with me
The light of Life is o’er!
No more — no more — no more —
(Such language holds the solemn sea
To the sands upon the shore)
Shall bloom the thunder-blasted tree,
Or the stricken eagle soar.
And all my days are trances,
And all my nightly dreams
Are where thy gray eye glances,
And where thy footstep gleams —
In what ethereal dances,
By what eternal streams.
( Poems, 1831 )
Sonetto — Alla Scienza
Scienza! Vera figlia del tempo antico!
Che muti ogni cosa con occhi penetranti!
Perché predi così sul cuor del poeta,
vulture, le cui ali son monotone realtà?
Come potrebbe egli amarti? o crederti giusta,
se non volesti che libero vagasse
in cerca di tesori per cieli ingioiellati,
benché con intrepide ali s’involò?
Non hai spinto Diana dal suo carro,
e cacciato l’Amadriade dal bosco
cercando riparo in una stella più felice?
Non hai strappato la Naiade alla corrente,
l’elfo al verde prato, e da me il sogno
estivo sotto l’albero di tamarindo?
Sonnet — To Science
Science! true daughter of Old Time thou art!
Who alterest all things with thy peering eyes.
Why preyest thou thus upon the poet’s heart,
Vulture, whose wings are dull realities?
How should he love thee? or how deem thee wise,
Who wouldst not leave him in his wandering
To seek for treasure in the jewelled skies,
Albeit he soared with an undaunted wing?
Hast thou not dragged Diana from her car?
And driven the Hamadryad from the wood
To seek a shelter in some happier star?
Hast thou not torn the Naiad from her flood,
The Elfin from the green grass, and from me
The summer dream beneath the tamarind tree?
( Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems, 1829 )
Per F——s S. O——d
Vorresti esser amata? — allora fa’ sì
che il tuo cuore non si discosti dalla sua vera via;
sii oggi tutto ciò che sei,
e non essere nulla di ciò che non sei.
Così al mondo i tuoi modi gentili,
la tua grazia, più ancora della bellezza,
saranno tema di lode senza fine,
e l’amore — semplice effetto del tuo essere.
To F——s S. O——d
Thou wouldst be loved? ― then let thy heart
From its present pathway part not!
Being everything which now thou art,
Be nothing which thou art not.
So with the world thy gentle ways,
Thy grace, thy more than beauty,
Shall be an endless theme of praise,
And love ― a simple duty.
( Southern Literary Messenger, 1835 )
Annabel Lee
Fu molti e molti anni or già,
in un regno alla ripa del mar,
ch’una fanciulla visse e saperla potete
col nome d’Annabel Lee; —
senz’altri pensieri vivea la fanciulla
ch’amarmi ed esser amata.
Bambino ero io, bambina era lei,
in questo regno alla ripa del mar;
con sì amor abbiam amato che più era dell’amor stesso —
io e la mia Annabel Lee —
con sì amor che del ciel alati serafini
furono a invidiar lei, a invidiar me.
Fu questa cagion che, tanto tempo or già,
in un regno alla ripa del mar,
il vento da una nube sbuffò,
raggelando la cara Annabel Lee;
e vennero i nobili suoi propinqui
da me a portarla via,
e in un sepolcro a riporla,
in questo regno alla ripa del mar.
Gli angeli, nel ciel lungi dall’esser sì felici,
furono a invidiar lei, a invidiar me —
sì! questa la cagion (come tutti sanno,
in questo regno alla ripa del mar)
che il vento di notte dalla nube sbucò,
a raggelar la mia Annabel Lee.
Ma era il nostro amor più forte dell’amor
di quelli più grandi di noi —
di molti di quelli più saggi di noi —
e né lassù gli angeli del ciel,
né i demoni sottomar,
posson dalla mia anima separar
l’anima della cara Annabel Lee: —
perché la luna non brilla senza portarmi sogni
d’Annabel Lee; né sorgon stelle,
senza ch’io senta i fulgidi occhi d’Annabel Lee: —
così, nell’arco della notte, accanto m’adagio
alla mia cara, mia vita, mia sposa,
là, al suo sepolcro sulla ripa del mar —
sulla ripa del risonante mar.
Annabel Lee
It was many and many a year ago,
In a kingdom by the sea,
That a maiden there lived whom you may know
By the name of Annabel Lee; —
And this maiden she lived with no other thought
Than to love and be loved by me.
I was a child and she was a child,
In this kingdom by the sea;
But we loved with a love that was more than love —
I and my Annabel Lee —
With a love that the wingéd seraphs in Heaven
Coveted her and me.
And this was the reason that, long ago,
In this kingdom by the sea,
A wind blew out of a cloud, chilling
My beautiful Annabel Lee;
So that her high-born kinsmen came
And bore her away from me,
To shut her up in a sepulchre,
In this kingdom by the sea.
The angels, not half so happy in Heaven,
Went envying her and me —
Yes! — that was the reason (as all men know,
In this kingdom by the sea)
That the wind came out of the cloud by night,
Chilling and killing my Annabel Lee.
But our love it was stronger by far than the love
Of those who were older than we —
Of many far wiser than we —
And neither the angels in Heaven above,
Nor the demons down under the sea,
Can ever dissever my soul from the soul
Of the beautiful Annabel Lee: —
For the moon never beams, without bringing me dreams
Of the beautiful Annabel Lee;
And the stars never rise, but I feel the bright eyes
Of the beautiful Annabel Lee: —
And so, all the night-tide, I lie down by the side
Of my darling — my darling — my life and my bride,
In her sepulchre there by the sea —
In her tomb by the sounding sea.
( The New York Tribune, 1849 )
Terra fatata
Tenebrate valli e oscuri corsi d’acqua
e selve dalle cere nebulose,
ove le sagome non si discernono
per le lacrime che gocciano ovunque,
là enormi lune crescono e muoiono
ancora—ancora—ancora—
ogni momento della notte
in un continuo mutar di luogo
e spengono le luci delle stelle
coll’alito di visi lattiginosi.
Attorno alla mezza della meridiana lunare
una più delle altre vaporosa
(un genere che, alla prova,
fu ritenuta la migliore)
vien giù—e giù—e giù—
col suo centro sulla corona
d’una eminenza di montagna,
intanto che l’ampia sua circonferenza
in disciolti drappeggi cade
su borghi, su anditi,
ovunque questi possano essere,
di là d’eccentriche foreste, di là dal mare,
su spiriti in volo
su cose che s’assonnano
e li seppellisce completamente
sotto un labirinto di luce.
E allor, quanto profonda!—Quanto profonda!
Di tali cose la passione per il sonno.
Al mattino queste riemergono
e la loro cappa lunare
si fugge pei cieli,
allorché con le tempeste si torcono
come——quasi ogni cosa—
o un albatro giallo.
Non si giovano più di quella luna
per il fine di prima
videlicet una tenda
e io lo trovo stravagante:
pur tuttavia, i suoi atomi
si disserrano in uno scroscio,
di cui quelle farfalle
della terra che brancolano ai cieli,
e di nuovo ridiscendono,
(creature mai appagate!)
ne portano un brandello
sulle frementi ali.
Fairy-Land
Dim vales—and shadowy floods—
And cloudy-looking woods,
Whose forms we can’t discover
For the tears that drip all over
Huge moons there wax and wane—
Again—again—again—
Every moment of the night—
Forever changing places—
And they put out the star-light
With the breath from their pale faces
About twelve by the moon-dial
One more filmy than the rest
(A kind which, upon trial,
They have found to be the best)
Comes down—still down—and down
With its centre on the crown
Of a mountain’s eminence,
While its wide circumference
In easy drapery falls
Over hamlets, over halls,
Wherever they may be—
O’er the strange woods—o’er the sea—
Over spirits on the wing—
Over every drowsy thing—
And buries them up quite
In a labyrinth of light—
And then, how deep!—O, deep!
Is the passion of their sleep.
In the morning they arise,
And their moony covering
Is soaring in the skies,
With the tempests as they toss,
Like——almost any thing—
Or a yellow Albatross.
They use that moon no more
For the same end as before—
Videlicet a tent—
Which I think extravagant:
Its atomies, however,
Into a shower dissever,
Of which those butterflies,
Of Earth, who seek the skies,
And so come down again
(Never-contented things!)
Have brought a specimen
Upon their quivering wings.
( Broadway Journal, 1845 )
Fantasia
Fantasia, che ama dondolare e cantare,
col capo assonnato e l’ala ripiegata,
tra verdi foglie che tremano
in fondo a qualche lago ombroso,
per me fu un pappagallo dipinto,
uccello a me del tutto familiare —
che mi insegnò a dire l’alfabeto,
a balbettare le mie prime parole,
mentre giacevo nel bosco selvaggio,
bambino — con uno sguardo già sapiente.
Di recente, gli anni del Condor eterno
scuotono il cielo stesso in alto
con un tumulto che tuona al loro passaggio,
e non ho tempo per oziose cure
nel fissare il cielo inquieto.
E quando con più miti ali un’ora
posa la piuma sul mio spirito,
quel breve tempo con lira e rima
da trascorrere — svaghi proibiti! —
il mio cuor sentirebbe che è un delitto
se non tremasse insieme alle corde.
Romance
Romance, who loves to nod and sing,
With drowsy head and folded wing,
Among the green leaves as they shake
Far down within some shadowy lake,
To me a painted paroquet
Hath been—a most familiar bird—
Taught me my alphabet to say—
To lisp my very earliest word
While in the wild wood I did lie,
A child—with a most knowing eye.
Of late, eternal Condor years
So shake the very Heaven on high
With tumult as they thunder by,
I have no time for idle cares
Through gazing on the unquiet sky.
And when an hour with calmer wings
Its down upon my spirit flings—
That little time with lyre and rhyme
To while away—forbidden things!
My heart would feel to be a crime
Unless it trembled with the strings.
( Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems, 1829 )
Il lago – a –
Nella meglio giovinezza volle il fato
ch’abitassi dell’ariosa terra un luogo
che men non potrei amar —
sì piacevole la solitudine v’era
d’un eremo lago, con una nera rupe sul lembo
e alti pini che vi torreggiavano.
Ma quando colà il drappo la notte
ammainava, come sovr’ogni cosa,
e il mistico vento vi passava
neniando una melodia —
allor—ah, allor desto sarei stato
nel terrore del lago solitario.
Eppur paura non era siffatto terrore,
ma tremula delizia —
sensazione che una mina di leghe preziose
non potrebbe suscitarmi
o indurmi a definire—
neppur l’amore—sebbene tuo fosse l’amore.
Morte v’era in quell’onda velenifera,
e nel suo gorgo tomba ideale
per chi da lì avrebbe portato conforto
alla sua smarrita immaginazione—
la cui anima deserta un Eden
avrebbe fatto di quell’oscuro lago.
The lake – to —
In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less —
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.
But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody —
Then — ah then I would awake
To the terror of the lone lake.
Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight —
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define —
Nor Love — although the Love were thine.
Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining —
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.
( Tamerlane and Other Poems, 1837 )
Stanze
Quante volte scordiamo il tempo, allorché soli
ammiriamo il trono universale della Natura;
I suoi boschi—le sue regioni—i suoi monti—l’intensa
Risposta di LEI alla NOSTRA intelligenza!
[BYRON, L’Isola.]
I
Conobbi in gioventù uno con cui la terra
serbava segreta comunione—com’egli con lei,
in bellezza e luce del giorno dalla nascita:
la cui fervida e tremolante torcia di vita
a sole e stelle ardeva, donde fluiva
appassionato bagliore—consono al suo spirito —
e tuttavia quello spirito non sapeva, nell’ora
del proprio fervore, quale potere agisse su di lui…
II
Può darsi che la mia mente sia mossa
dalla febbre del raggio lunare, sospeso lassù,
ma credo che siffatta luce primigenia
più sovranità abbia di quanto non sia stato detto
dall’antica sapienza—o è forse il pensiero
nella sua incorporea essenza, e null’altro,
che con vivificante incantesimo c’ammanta
come rugiada notturna sull’erba estiva?
III
S’amplia su di noi, come l’occhio che all’amato
oggetto si dilata—così pure la lacrima
smuove la palpebra che in apatia ha sopito?
Eppur non ha bisogno—(quell’oggetto)
che esisteva in ogni momento prima di noi
d’esser celato—ma condiviso—così si presenta
con strano suono come d’arpa spezzata
per ridestarci—è simbolo e segno
IV
di ciò che in altri mondi dev’esser—e dato
in bellezza da Dio, solo a coloro
che altrimenti cadrebbero dalla vita e dai Cieli
attratti dalla passione del cuor e da quel tono,
quell’alto tono dello spirito che ha lottato,
sebbene non con la fede—né con la dedizione—il cui trono
con disperata energia non ha distrutto;
portando il suo profondo sentire come una corona.
Stanzas
How often we forget all time, when lone
Admiring Nature’s universal throne;
Her woods—her wilds—her mountains—the intense
Reply of HERS to OUR intelligence!
[BYRON, The Island.]
I
In youth have I known one with whom the Earth
In secret communing held—as he with it,
In daylight, and in beauty from his birth:
Whose fervid, flickering torch of life was lit
From the sun and stars, whence he had drawn forth
A passionate light—such for his spirit was fit—
And yet that spirit knew not, in the hour
Of its own fervor what had o’er it power.
II
Perhaps it may be that my mind is wrought
To a fever by the moonbeam that hangs o’er,
But I will half believe that wild light fraught
With more of sovereignty than ancient lore
Hath ever told—or is it of a thought
The unembodied essence, and no more,
That with a quickening spell doth o’er us pass
As dew of the night-time o’er the summer grass?
III
Doth o’er us pass, when, as th’ expanding eye
To the loved object—so the tear to the lid
Will start, which lately slept in apathy?
And yet it need not be—(that object) hid
From us in life—but common—which doth lie
Each hour before us—but then only, bid
With a strange sound, as of a harp-string broken,
To awake us—’Tis a symbol and a token
IV
Of what in other worlds shall be—and given
In beauty by our God, to those alone
Who otherwise would fall from life and Heaven
Drawn by their heart’s passion, and that tone,
That high tone of the spirit which hath striven,
Tho’ not with Faith—with godliness—whose throne
With desperate energy ‘t hath beaten down;
Wearing its own deep feeling as a crown.
( Poems, 1831 )
Per M. L. S. —
Di tutti coloro che salutano la tua presenza come il mattino—
di tutti coloro per cui la tua assenza è la notte—
l’eclissarsi del sacro sole dall’alto dei cieli—
di tutti coloro che, piangendo, ti benedicono
ora per ora per la speranza—per la vita—ah! soprattutto,
per la resurrezione della fede profondamente sepolta
nella Verità—nella Virtù—nell’Umanità—
di tutti coloro che, sul profanato giaciglio della Disperazione,
distesi a morire, sono d’un tratto risorti
alle tue dolci parole sussurrate: «Sia la luce!»
a quelle dolci parole che si avverarono
nel serafico balenare dei tuoi occhi—
di tutti coloro che ti devono di più—la cui gratitudine
quasi si fa adorazione—oh, ricorda
il più sincero—il più fervidamente devoto,
e pensa che questi deboli versi sono scritti da lui—
da colui che, mentre li compone, freme al pensiero
che il suo spirito sta comunicando con quello di un angelo.
To M. L. S.—
Of all who hail thy presence as the morning-
Of all to whom thine absence is the night-
The blotting utterly from out high heaven
The sacred sun- of all who, weeping, bless thee
Hourly for hope- for life- ah! above all,
For the resurrection of deep-buried faith
In Truth- in Virtue- in Humanity-
Of all who, on Despair’s unhallowed bed
Lying down to die, have suddenly arisen
At thy soft-murmured words, “Let there be light!”
At the soft-murmured words that were fulfilled
In the seraphic glancing of thine eyes-
Of all who owe thee most- whose gratitude
Nearest resembles worship- oh, remember
The truest- the most fervently devoted,
And think that these weak lines are written by him-
By him who, as he pens them, thrills to think
His spirit is communing with an angel’s.
( Godey’s Lady’s Book, 1847 )