oggi avrei voluto scrivere una poesia d’amore,
di quelle dove c’è qualcuno che dice ti amo
e qualcun altro che risponde ti amo,
una poesia con i fuochi d’artificio
e un cupido dalle frecce d’oro
che mai sbagliano il bersaglio,
mai spaccano il cuore o lo fanno a pezzi,
una poesia coi fiori in ogni parola
ed ogni fiore una parola,
sì, una poesia solo per te, solo io e te,
ma quando ho scritto ti amo
tu non hai risposto ti amo
ed è così che non l’ho scritta più.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta in via di revisione “Solo parole d’amore”)
Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…
Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estatedi Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
Settembre era da sempredi Loredana Semantica, inedito
Settembre era da sempre il mese iniziatico nel quale giungeva il richiamo profondo di appartenenza a un ambito diverso dove altra luce cadeva sulle cose in riverberi giallo paglierino e ricordi di un luogo indefinito dove s’era vissuto o bisognava andare un giorno forse necessariamente.
Settembre acuiva l’espansione una memoria ancestrale di qualcosa lontana più malinconica che gioiosa simile al pensiero di non essere solo ora nelle opere o parole nel tempo o materia ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove in altra forma o uguale non essendo adesso pienamente.
Intanto a settembre altra aria fresca scende in gocce di pioggia leggera sulle strade impolverate dall’estate rese saponose dall’acqua dove pattinano pneumatici neri mentre tutta la natura respira ozono e sollievo.
Ma la morte incombe a settembre non solo nei versi ma sui letti ha un linguaggio pesante anzi muto gli occhi sbarrati impauriti chissà cosa pensava in quel momento mentre le carezzavo il viso magro i cari bianchi capelli “sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla di cui aver paura” ma non ne ero sicura e le chiudevo gli occhi con la mano perché sparisse la visione che l’atterriva.
Settembre è il mese di mezzo della mia festa di compleanno che traghetta l’estate all’ autunno e già per questa pretesa di equinozio a spartire equamente luce e lato oscuro ha nel petto un cedimento avulso dal consueto progredire da rigettare come presuntuoso perché certo è solo il nulla rotondo come una vocale nient’altro.
In questa fine estate di Maria Allo
C’è una tristezza antica nelle ossa Attraversa i corpi e le giunture
gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti sfavilla in lievi cerchi tra le travi in ogni androne nelle sale d’aspetto sugli scaffali nei carteggi impolverati Ci prende tutti nella luce e nell’ombra Si libra nel cielo e cade con la pioggia sulla terra bagnata senza rumore ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli dentro il presente che ci divora C’è una tristezza antica in questa fine estate
Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle fino al cielo a metà tra due roghi mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale
È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri
è tempo ormai che io vesta il grigio, che indossi la giacca antracite
camminando per la strada guarderò solo avanti
(e più nulla dei seni sudati dei seni ricolmi di lei che passa velluto pesca polpa e frutto per le labbra e la sete)
lascerò alle canzoni i miei amori perduti, lascerò sulle spalle le mie foglie cadute
è tempo ormai che io vesta il grigio, che sigilli nella plastica nera la camicia a fiori e i pantaloni leggeri
le scarpe in tela dei lungomari d’agosto.
Storie sull’autunnodi Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)
L’autunno è comparso a chiazze come una malattia endemica sulla cappa delle aiuole Non si vede più un cane per strada libero di rovistare nell’immondizia Non esce la sera resta impresso sul divano a sentire quello che si svelenano una madre e una figlia Le farfalle morirono durante l’ultima glaciazione La luna non è più venuta da quando precipitò dietro casematte quinquagenarie a ridosso dei parchetti degli spacciatori La vede una donnola ogni tanto a un centinaio di chilometri di distanza in qualche rada boscaglia Le foglie ancora incerte non sanno se andare a un cielo che non le chiama o trattenersi nel braccio vegetale Io mi sono sbagliato Non dovevo dar retta a quelle storie sull’autunno
La bambina dal cuore verdedi Deborah Mega, inedito
La bambina dal cuore verde percorreva il lungo tratto che attraverso gli alberi conduceva al mare e si mise in silenzio ad ascoltare. Vide allora un sentiero protetto da giganti ombrosi e silenti. Si chiese perché quella quiete solenne e dove fosse l’orizzonte nascosto dalle splendide chiome. Gli alberi scrollarono le giovani fronde, dai fusti si innalzò un coro di voci profonde. La bambina dal cuore verde si mise in ascolto, chiuse gli occhi e in un momento non le sembrò più che ci fosse poi tanto silenzio. Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno, il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava, lo stormire delle foglie, il frinire di cicale, il frullo d’ali degli uccelli. Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta. La bambina dal cuore verde inalò a pieni polmoni il profumo di resina terriccio umido ed erbe selvatiche e solo allora vide il mare.
Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito
Mite stagione – compagna di cauti cammini – porgi la guancia tiepida alla quiete lontano dai tumulti. Vivi del pallido rossore delle foglie e aspetti che rintocchi l’ultima verità, l’ultimo squillo. Amica che ci racchiudi nel cerchio compiuto dei distacchi – là dove vizza giovinezza indossa il velo della notte – a te consegno il convulso disordine del cuore.
Equinoziodi Francesco Tontoli, inedito
Fin quando regge il bene della vista misuro con gli occhi anche ciò che non appare. e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.
Un equinozio sul filo della spada taglia il giorno in due e il sogno in quattro parte di luce e parte di oscurità in molecole che non oso destare nella loro densità.
È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza rifiutiamo la sostanza delle tenebre. Dall’una o l’altra bocca saremo divorati un giorno che non faremo in tempo a misurare.