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A Forlì, il 4 settembre, la presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è stata molto più di un appuntamento letterario. È diventata un momento di memoria, ascolto e responsabilità civile, nel quale le morti sul lavoro sono state raccontate attraverso le vite di chi non è più tornato a casa e attraverso il dolore delle famiglie.
Il libro, pubblicato da Il Ponte Vecchio, nasce dall’incontro dell’autrice con i familiari delle vittime. Racconti e poesie restituiscono un’identità a uomini e donne che troppo spesso finiscono dentro una statistica. È proprio questo il passaggio più importante dell’opera: dal numero al nome, dal nome alla storia, dalla storia alla responsabilità.
La cronaca racconta un incidente, ricostruisce una dinamica e registra il numero delle vittime. La letteratura può invece fermarsi. Può chiedere chi fosse quella persona, quali fossero i suoi sogni, chi la aspettasse a casa. Può dare tempo al dolore e trasformarlo in memoria.
A Forlì questo passaggio è stato particolarmente intenso con la lettura di Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che ha letto davanti al pubblico il racconto dedicato al figlio. Mattia aveva 23 anni quando morì sul lavoro. Accanto a lei erano presenti altri familiari delle vittime, tra cui la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo.
In quei momenti il termine “morto sul lavoro” ha perso la sua dimensione impersonale. È diventato un figlio, un fratello, un ragazzo, una persona con una storia. Ed è proprio qui che la letteratura può assumere una funzione civile: impedire
che la memoria venga cancellata dalla rapidità della cronaca.
Raccontare una vittima significa anche interrogarsi sulle cause della sua morte. Non soltanto chiedersi come sia avvenuto un incidente, ma perché sia stato possibile, quali condizioni lo abbiano preceduto, quali responsabilità esistano e soprattutto cosa si possa fare perché non accada nuovamente.
La prevenzione nasce anche da questo cambio di sguardo.
Non è sufficiente parlare di sicurezza soltanto dopo una tragedia. La sicurezza deve diventare un valore culturale, un principio condiviso, qualcosa che appartiene alla coscienza collettiva prima ancora. La presentazione di Crimini della sicurezza ha preparato il terreno all’intervento di Maurizio Landini. Dopo avere ascoltato le storie delle vittime e il dolore delle loro famiglie, parlare di lavoro significava parlare inevitabilmente di diritti, precarietà e responsabilità. Landini ha raccolto quel filo, allargando lo sguardo alla crisi industriale e alle trasformazioni economiche e
geopolitiche, ma riportando sempre il lavoratore al centro. Le parole del segretario generale della CGIL sono arrivate così dopo quelle dell’autrice non come un discorso separato, ma come la prosecuzione di una stessa riflessione: dalla memoria delle vite spezzate alla necessità di costruire un lavoro più sicuro, dignitoso e capace di futuro.