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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Versi trasversali

05 lunedì Mar 2018

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie, Versi trasversali

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Claudia Piccinno

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

CLAUDIA PICCINNO

Il piano b
 
Brillai di luce autonoma
 
alla periferia del tuo sguardo,
 
ribellandomi al pensiero
 
di un sentire irrazionale.
 
Macinai chilometri di asfalto
 
per ancorare al terreno ogni mio passo,
 
ingurgitando dubbi per non volare altrove
 
e poi schiantarmi al suolo.
 
Di un credo e di un colore sbiadito
 
improvvisa corazza rimediai
 
per non concedere al cuore
 
vane attese o subdole speranze.
 
Non avevo considerato il piano b
 
quello che l’anima persegue a suo volere,
 
e che ti vede oggetto di un approdo
 
nei meandri sconfinati di un abbraccio.
 
Nelle latitudini delle tue braccia
 
io riposerò.
 
 
Duetto indissolubile
 
(storia di una nonna e una bambina)
 
 
Era là… acciambellata ai suoi piedi
 
in ascolto partecipe
 
annotando quelle rune d’autunno
 
come fosse vangelo.
 
Intuiva il privilegio dell’oralità
 
serbando nello scrigno degli esempi
 
il dire e il fare,
 
il pane che lievita incontri,
 
le conserve ribollenti amore.
 
Si accanì la sorte
 
sulla nonna e la bambina,
 
duetto indissolubile.
 
L’anziana guida divenne
 
piccolo pulcino senza piume
 
bisognoso di passi felpati
 
che attutissero la corsa
 
di cellule impazzite.
 
La bambina si mutò in chioccia
 
covando soluzioni alternative
 
per rinfoltire il piumaggio
 
e lucidare le ali della nonna ferita.
 
Alcuni voli non obbediscono alla traiettoria
 
Invocando la ricerca
 
si asseconda la vita
 
impedendo ai malanni
 
di mutarsi in tiranni
 
questa lezione impartì il pulcino…
 
la bambina la divulgò per l’aia intera
 
amando, leggendo, ricordando.
 
 
Al cippo di Sabbiuno di Piano
 
(Bologna)
 
Li ho portati i miei studenti
 
al cippo di Sabbiuno di Piano
 
a leggere quei 34 nomi tenendoci per mano.
 
Arno e Vanes erano con noi a dir più volte
 
non eravamo eroi,
 
non c’erano né buoni né cattivi,
 
c’era la guerra
 
e urgeva difendere la nostra terra.
 
Ci narrarono il coraggio del Romagna
 
di Franco Franchini nome di battaglia
 
di quando assalì il casale del Guernelli
 
per liberare i compagni
 
in gabbia come uccelli.
 
36 furono i caduti in quel 14 ottobre del’44
 
ma 34 i nomi riportati
 
perché del polacco e del tedesco
 
i documenti non furon ritrovati,
 
s’erano uniti alla settima brigata
 
e al distaccamento di Franchini;
 
così ora sanno i miei bambini
 
a chi la scuola di campagna è intitolata.
 
La rotaia pigra
(sull’incidente ferroviario in Puglia luglio 2016)
 
Immutato scorcio
 
d’arco obliquo
 
in un percorso
 
circolare e tortuoso
 
si tinse di rosso all’improvviso.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
in un incedere
 
senza logica alcuna
 
senza meta prevista
 
se non la tangibile empatia
 
dei segni d’acqua
 
e la loro ostinata ricerca d’intensità
 
imprigionata in una normalità agognata
 
e a volte ripudiata.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
tra quesiti esistenziali
 
e indomiti perché
 
senza soffocare
 
irrazionali voglie
 
e immotivati sguardi,
 
curiosità remote
 
e intuizioni accidentali.
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
finché stridula frenò
 
su un compromesso.
 
 
Sui cavi
 
Sono esposti al pubblico dominio
 
i sentimenti pubblici e privati
 
dei nativi digitali.
 
Non più piccioni viaggiatori
 
o serenate al chiaror lunare.
 
Eppure
 
nei panni stesi ad asciugare
 
si condensa iridescente
 
voglia di socializzare
 
per scongiurare con un bip
 
la desolazione di silenzi
 
troppo a lungo trattenuti.
 
S’acquieta sui cavi
 
la solitudine
 
dei giorni odierni.
 
Dolore e forza
 
Sto abitando il tuo dolore madre mia.
 
Sento le vene tumefatte delle tue braccia.
 
Annuso il rantolo di un cuore stanco.
 
Guardo il tuo sonno intermittente
 
come la goccia che cade lenta
 
a ricucire l’ennesimo strappo di un corpo martoriato.
 
Ho respirato la tua forza senza averlo mai saputo
 
sin dal mio viaggio nel tuo liquido amniotico.
 
Questa è l’eredità della tua stirpe… madre.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.
 
Perché insieme a te rinascerò
 
ancora una volta, oggi come ieri,
 
domani e sempre.
 
Ci sono eredità che si moltiplicano,
 
come fossero spilli sopra
 
l’asse di equilibrio.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.

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PUNTI DI VISTA 7: La Gioconda

26 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, La Gioconda, Leonardo da Vinci

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La Gioconda di Leonardo da Vinci.

La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di legno di pioppo  di dimensioni 77×53 cm, realizzato da Leonardo da Vinci. Fu dipinto  tra il 1503 e il 1506 ed è conservato nel Museo del Louvre di Parigi. Si tratta del ritratto più celebre e mitizzato della storia della pittura: oggetto di ammirazione quasi feticista, di tentativi di vandalismo e di furto e perfino bersaglio di deformazioni giocose e irridenti.

Il sorriso enigmatico del soggetto, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, letteratura, opere di immaginazione e persino studi psicoanalitici; sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata e idolatrata ma anche derisa o aggredita. La donna rappresentata è stata identificata con Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo da cui il nome di “Gioconda”. L’opera è citata in un documento del 1525,  Giorgio Vasari scrisse che il ritratto impegnò Leonardo per quattro anni e che si trovava fin dal 1542, presso il re Francesco di Francia nella Salle du bain del castello di Fontainebleau. Lo stesso Vasari ci descrive così la Monna Lisa: «Gli occhi presentavano quell’aspetto lucido e umido che si vede dal vero; e attorno a essi c’erano quelle venature rosse e i peli che si possono dipingere solo con grande perizia. Le ciglia non potevano essere più naturali…». Ci parla della peluria delle sopracciglia e di fossette sulle guance, in realtà assenti, ciò è spiegabile con la particolare storia del dipinto, che venne ritoccato per anni e anni dall’artista. Vasari potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell’opera com’era visibile a Firenze fino al 1508; analisi ai raggi X hanno dimostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale. Esiste anche un altro appunto del 1503 del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, a sostegno delle testimonianze del Vasari, in cui si afferma l’esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo. Altre identificazioni proposte sono state Isabella d’Este, Caterina Sforza, la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca, Isabella d’Aragona, Bianca Giovanna Sforza, figlia legittimata di Ludovico il Moro, Monna Pacifica, madre di Ippolito de’ Medici, morta dandolo alla luce, ipotesi affascinante, anche se non condivisa da molti. Potrebbe trattarsi anche di Costanza d’Avalos, nobile dama spagnola stabilitasi con la sua famiglia a Napoli. In seguito Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles, ma dopo la rivoluzione francese venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece collocare nella sua camera da letto, ma nel 1804 tornò al Louvre. Tra il 20 e il 21 agosto del 1911, la Gioconda venne rubata. Della sottrazione si accorse un copista,  che aveva avuto il permesso di riprodurre l’opera a porte chiuse. Del furto fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire,  anche Pablo Picasso venne interrogato ma, come Apollinaire, fu in seguito rilasciato. Un ex impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, convinto che il dipinto appartenesse all’Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo aveva rubato, si era rinchiuso in uno sgabuzzino ed era riuscito ad allontanarsi dal museo senza destare sospetti. Custodì l’opera per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d’origine, Luino, con l’intenzione di “regalarlo all’Italia”. Si rivolse all’antiquario fiorentino Alfredo Geri, e con l’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi si accorse che si trattava dell’originale e se la fecero consegnare per “verificarne l’autenticità”. Nell’attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato. Il dipinto recuperato venne esibito in tutta Italia; prima agli Uffizi a Firenze, poi a Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese, prima del suo definitivo rientro al Louvre. Sicuramente il furto contribuì alla nascita del mito della Gioconda e così entrò decisamente nell’immaginario collettivo.

Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in luoghi sicuri. Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell’acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto; attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza. Studi del 2006 hanno rilevato che in un primo tempo tutto il volto della donna pare fosse ricoperto da un sottile velo, che, all’epoca era portato dalle donne in dolce attesa o che avevano appena partorito. Il dadaista Marcel Duchamp, aggiunse ad una riproduzione del dipinto i baffi; Andy Warhol riprodusse il dipinto in serie, Botero la ridipinse paffuta. Numerosissimi sono stati gli utilizzi e le citazioni nel mondo del cinema, della musica, della televisione e della pubblicità.

La donna è ritratta a mezza figura, rivolta a sinistra, ma con il volto frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, si apre un paesaggio fluviale. Indossa una pesante veste scollata, con maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti. Per quanto riguarda la luce, questa arriva dal fondo, diventa sempre più debole man mano che si avvicina alla donna, sembra dissolversi e scomparire tra i suoi capelli, restando molto intensa sulle mani e sul volto e conferendo grande vitalità alla donna. La particolare luminosità impedisce di oggettivare i particolari fisici e favorisce la proiezione fantastica dello spettatore così come il sorriso che anima il volto della donna restando indefinibile sul piano delle emozioni e degli stati affettivi. Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma che rappresenti un punto della Toscana, là dove l’Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. Sulla destra della Gioconda c’è un ponte antico, di stile romanico, identico al ponte di Buriano, che scavalca tutt’oggi l’Arno.  Se si risale il corso di questo canale, andando a ritroso, bisogna superare una serie di meandri e poi ci si infila in una gola, la Gola di Pratantico. I rilievi a sinistra della Gioconda sono aguzzi, scavati dall’erosione e in effetti, oltre il ponte, si possono osservare i calanchi. Alcuni ritengono che i paesaggi di Leonardo siano prealpini, dei dintorni di Lecco, l’ambiente ritratto potrebbe assomigliare anche al Lago di Iseo.  Altri hanno affermato che i paesaggi sarebbero quelli del Ducato di Urbino. Il saggio di Alberto Angela intitolato Gli occhi della Gioconda tratta il mistero della Gioconda: tra esempi, citazioni colte e descrizioni, ci racconta che l’opera è molto più di un ritratto, è il simbolo di un’epoca di straordinaria importanza, il Rinascimento e del suo più grande rappresentante.

Deborah Mega

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RandoMusic 7: The Passenger

12 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Deborah Mega, Iggy Pop, The Passenger

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The Passenger, un brano composto da Iggy Pop che ne ha scritto anche il testo e dal chitarrista Ricky Gardiner, interpretata dallo stesso Iggy Pop e pubblicata come quarta traccia nell’album del 1977, Lust for Life, il secondo album del cantante,  pubblicato il 29 agosto 1977 per l’etichetta discografica RCA Records.

Inizia con un riff di chitarra riconoscibilissimo, mentre nel ritornello, compare come seconda voce quella di David Bowie. Il brano, mai pubblicato come singolo, ha riscosso grande popolarità, tanto da essere riproposto da molti gruppi come la band inglese Siouxsie and the Banshees nell’album Through the Looking Glass del 1987 e i R.E.M. come b-side del singolo At My Most Beautiful del 1999. E’ stato utilizzato anche come colonna sonora di videogiochi, pubblicità, film come Radiofreccia e This Must Be the Place. 

Le sessioni di registrazione di Lust for Life si svolsero all’Hansa Studio by the Wall di Berlino ovest.  Con Bowie alla tastiera e ai cori, il gruppo includeva buona parte dei futuri Tin Machine. La foto di copertina era opera di Andy Kent. La prima traccia del disco, Lust for Life, ha riacquistato successo dopo essere stata utilizzata nel film Trainspotting del 1996.

Iggy Pop, pseudonimo di James Newell Osterberg Jr. è un cantante statunitense, una delle icone del punk rock, fin dai tempi della militanza giovanile negli Stooges, sebbene nel corso della sua carriera abbia sperimentato una vasta gamma di generi, dall’elettronica all’hard rock, dal blues al pop. Fece parte degli Iguanas come batterista tra il 1963 ed 1965 (da cui il suo soprannome “Iggy” da Iguana), dei Prime Movers e come cantante degli Psychedelic Stooges, in seguito solamente The Stooges. Molti considerano i loro tre album, “The Stooges” del 1968, “Fun house” del 1970 e “Raw Power” del 1973, l’abbecedario del rock duro. Lo stile di Iggy Pop iniziò a prendere forma dopo che ebbe assistito ad un’esibizione del cantante Jim Morrison, nel 1967 all’University of Michigan. Pop fu il primo performer a praticare lo stage diving, mettendo in pratica comportamenti estremi come rotolarsi su vetri rotti, automutilarsi, vomitare sul palcoscenico.

Poco tempo dopo, il gruppo si sciolse a causa della crescente dipendenza dall’eroina di Pop, che successivamente intraprese l’attività da solista. Nel 1971 la carriera di Iggy ricevette un forte impulso a ripartire dalla relazione con Bowie, quando il Duca Bianco decise nel 1972 di produrre un nuovo album degli Stooges in Inghilterra. Dal momento che né Pop né Bowie erano rimasti soddisfatti dei musicisti inglesi che si erano proposti, decisero di richiamare i fratelli Asheton dagli Stati Uniti. Il prodotto che ne venne fuori fu Raw Power, che però non riscosse alcun successo commerciale. Intanto i problemi di tossicodipendenza di Iggy persistevano: l’ultimo concerto degli Stooges si tramutò in una rissa generale.  La band si sciolse nuovamente. Incapace di controllare il suo abuso di droga, Pop si autoricoverò in un istituto di igiene mentale, David Bowie fu uno dei pochi amici a fargli visita in ospedale e nel 1976, lo portò con sé in tour. Bowie e Pop si trasferirono insieme a Berlino per cercare ognuno di superare le proprie dipendenze. Nel 1977 Iggy firmò un contratto con la RCA e, in un solo anno, realizzò due album travolgenti, “The Idiot” e “Lust for life”, due veri capolavori, nei quali Bowie guidò l’amico riuscendo a fargli incanalare l’energia verso la creatività, furono composti così brani come “ Fun time”, “Nightclubbing”,“Lust for life”, “The passenger”, “China Girl”.
Tra gli anni ottanta e novanta Iggy Pop è passato da un genere all’altro e ha collaborato con diverse band. Dal 2003 è tornato a cantare in una nuova formazione degli Stooges. Nel 2012 è uscito il suo 16º album solista Après, contenente cover in lingua francese.

Gli anni che seguono consolidano il mito, ancora oggi che ha compiuto settant’anni, è un performer straordinario, sulla scia di Elvis e Jim Morrison, modello per centinaia di cantanti rock, simbolo di un modo di intendere la musica come gusto di sorprendere, energia vitale, esplosione ed elettricità, follia, poesia e vita al limite che solo lui  incarna e sa mettere in scena.

Deborah Mega

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Incipit 19: Un uomo

05 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Incipit, LETTERATURA

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Alekos Panagulis, Deborah Mega, Oriana Fallaci, Un uomo

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.

[…] 

Oriana Fallaci, Un uomo, Rizzoli, 1979

Un uomo è un libro scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979, in cui la scrittrice racconta la storia di Alekos Panagulis, suo compagno tra il 1973 e il 1976 e simbolo di libertà e democrazia. “La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.” In questo modo la Fallaci presenta la sua opera nel prologo, attribuisce al suo personaggio i connotati emotivi e caratteriali dell’eroe classico e racconta una vicenda che presenta le caratteristiche mitopoietiche dell’epopea. Il romanzo si apre con i funerali di Alekos che avevano radunato un’enorme folla di persone, paragonata ad una piovra, i cui tentacoli avevano intasato le strade adiacenti. La storia prende avvio dal tentativo da parte del giovane studente di ingegneria, Alekos Panagulis, di uccidere il tiranno della Grecia, Georgios Papadopoulos. L’attentato fallisce ed Alekos viene catturato, torturato e infine condannato a morte il 17 novembre 1968 dunque trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione. La sentenza viene rinviata più volte e infine mai eseguita grazie alle pressioni della comunità internazionale e al timore da parte del regime che l’attentatore diventi un martire e così, il 25 novembre 1968, Panagulis viene tradotto nelle prigioni militari di Boiati. Panagulis continua ad essere torturato per cinque anni ma non si piega al progetto dei suoi carcerieri affinchè diventi collaboratore della dittatura. Durante la prigionia tenta più volte di evadere dal carcere di Boiati, ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Negli ultimi due anni di carcerazione, i più duri, è imprigionato in una cella di pochi metri quadrati denominata “La Tomba”.  Dopo anni di prigionia e maltrattamenti tornerà libero a seguito della grazia ricevuta dal governo democratico che si instaura alla caduta del regime di Papadopoulos. Qualche giorno dopo incontrerà la Fallaci che si era recata a fargli visita per intervistarlo. Da quell’incontro, prenderà avvio la loro storia d’amore che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 1º maggio 1976. Uscito di prigione, Panagulis, viene conteso dalla destra e dalla sinistra ma si rende conto che la democrazia di quel tempo era una farsa e che il parlamento era soggiogato dal potere della dittatura militare, rappresentata da un nuovo colonnello. Sorvegliati dai servizi segreti, Panagulis e la Fallaci riescono a rifugiarsi in Italia, da cui cercano, senza risultati, confidando nell’appoggio dei politici italiani, di rovesciare il dittatore greco. La storia d’amore procede tra alti e bassi, la giornalista in questi anni perde il bambino che aspetta da lui. Qualche tempo dopo Panagulis si rende conto che dall’estero non ha il potere di cambiare la situazione in Grecia e decide di ritornare in patria, tenta di fondare un proprio partito politico ma la sua iniziativa fallisce.  Con il partito Unione del Centro – Nuove forze, riesce a farsi eleggere deputato. Negli anni successivi Panagulis tenta di raccogliere documenti e testimonianze per dimostrare la natura corrotta della democrazia greca ma si mette in contrasto con il ministro della difesa Evangelos Averoff. Quando comincia a diffondere i documenti segreti di cui è venuto in possesso, viene ucciso in un incidente stradale, provocato da due sicari. Nei mesi successivi alla sua morte il governo greco non supporterà l’evidenza dell’omicidio, ignorando le perizie italiane effettuate sull’automobile di Panagulis che dimostravano i chiari segni degli speronamenti e dei tamponamenti. Il libro si conclude riprendendo l’incipit in modo ciclico, con il funerale di Panagulis accompagnato dalle grida dell’enorme massa di persone che urlano: “Zi! Zi! Zi!” (Vive! Vive! Vive!), segno che il popolo ha intuito le verità scomode che Panagulis tentava di far emergere. La Fallaci scrive una storia romanzata in cui si pone come narratore interno, avendo vissuto in prima persona diverse esperienze; talvolta diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista non coincide con quello del suo protagonista. Negli ultimi mesi della sua vita, Panagulis aveva insistito con la scrittrice affinché lei scrivesse un libro sulla sua vita, una volta morto e lei realizzò questo desiderio delineando una figura di eroe moderno che si batte per la libertà e per la verità contro tutto e tutti. Il romanzo è diventato un best seller tradotto in ben diciannove paesi. La Fallaci è riuscita a rendere Panagulis  immortale ed eterno e a trasmettere un insegnamento ancora attuale: “non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”.

Deborah Mega

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Canto presente 28: Fabrizio Centofanti

01 giovedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Canto presente, LETTERATURA, Poesie

≈ 3 commenti

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Fabrizio Centofanti, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Fabrizio Centofanti

 

Volo/velo

Di attendere, di credere, di apprendere,

tutto è precluso dal negare,

irridere ogni volta, declassare.

Tappeti volanti della gioia,

rapitela, intanto che si fonde

con l’entourage del diavolo

in cravatta, sottratta all’orbita sacrale

delle cose! Ruttate, vomitate

il vostro odio, da scaffale

ammuffito di mercato.

Alzatela più in alto, che si veda

la stolida vittoria, l’apparente

sconfitta della storia.

 

L’Altro Mondo

Un Dio che scartavetra,

che lacera, che ottunde,

che scalza dai troni delle false

identità, che vomita

sui tiepidi, che fonde

nel forno fumante del rimorso,

che infonde una speranza a strappi,

un amore ferito e calpestato,

una luce introvabile che abbaglia,

un’attrazione per lo spolpamento,

per l’inutile appello, la preghiera

sospesa sull’abisso, in cui intravedi

il fondo, il Volto,

l’esito finale: l’Altro Mondo.

 

Ad ogni costo

Si può guardare in giù, come una volta,

giurare che mai più, che in quella morta

gora non torneremmo in nessun caso.

Convincersi che l’altro è l’emozione

giusta, non la paura di rischiare:

questo ti chiede l’Ora, che ci porta.

Mi guardi da un pianeta desolato

che solamente all’alba rassicura.

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Punti di vista 6: La Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo

29 lunedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, La Conversione di San Paolo, La Crocifissione di San Pietro, Michelangelo Merisi

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.

Per la storia dell’arte Michelangelo Merisi è stato un artista geniale e rivoluzionario. Era nato a Milano nel 1571, fu posto a bottega presso il pittore bergamasco Simone Peterzano ma si formò soprattutto a Roma, nella bottega di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino.  In seguito fu ospitato e protetto dal cardinale Francesco Maria Del Monte che lo inserì in un ambiente culturale ricco e vivace, esercitando una sorta di controllo sulla sua produzione durante il quinquennio 1594-1599. Nelle opere di Caravaggio è rappresentato il vero, la realtà naturale è raffigurata come se fosse un’istantanea, in essa la luce diventa uno strumento di grandissima potenza espressiva, in grado di rappresentare scene di grande intensità e umanità tanto sono coinvolgenti e realistiche. Siamo nel periodo barocco e le opere di Caravaggio ben preannunciano e rappresentano questo stile. In particolare mi soffermerei su due opere celebri che è possibile apprezzare presso la Cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, ai lati della pala d’altare di Annibale Carracci: la Crocifissione di San Pietro a sinistra e la Conversione di San Paolo a destra. Caravaggio ottenne l’incarico di lavorare in questa chiesa a seguito del grande successo raggiunto grazie alle tele realizzate per la cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi, il Martirio di San Matteo, la Vocazione di San Matteo e il San Matteo e l’angelo. In Santa Maria del Popolo, il committente fu monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere papale e uno dei giuristi più in vista della Roma del tempo, il quale decise di far eseguire i dipinti che dovevano decorare la sua cappella ai due più grandi artisti attivi a Roma a quel tempo: Annibale Carracci, che realizzò l’Assunzione della Vergine e Caravaggio. Lo stravolgimento delle iconografie comporta che nella Conversione di san Paolo, il cavallo occupi uno spazio predominante rispetto a quello riservato al santo, inoltre l’episodio non avviene all’aperto, secondo la tradizione, ma in una stalla buia. Entrambe le opere furono iniziate nel 1600 e terminate nel 1601. Il realismo è tale da aver portato gli studiosi a ipotizzare che Caravaggio abbia dipinto le opere utilizzando alcuni modelli.

La Crocifissione di San Pietro è un olio su tela (230×175 cm) di carattere volutamente antieroico e antiaulico, in cui la luce investe la croce e il santo. I carnefici di San Pietro, vestiti in abiti secenteschi, vengono ritratti mentre stanno per issare la grande croce, costretti dunque ad un lavoro faticoso. Anche la resa dei particolari è meticolosa, basti osservare le venature del legno della croce, il piede nero dell’aguzzino, il riflesso della luce sulle unghie del Santo. Il dipinto in oggetto è una seconda versione, che Caravaggio decise di realizzare su tela, dopo che le dimensioni della Cappella Cerasi furono ridotte. Da notare che San Pietro si fa crocifiggere a testa in giù per umiltà nei confronti di Cristo e inoltre tutti i personaggi raffigurati concorrono a formare una x. Lo sfondo buio contribuisce a far risaltare le figure rendendo in modo spettacolare il dinamismo e il realismo della scena.

Nella Conversione di San Paolo (o Conversione di Saulo) olio su tela di 230×175 cm, San Paolo, invece, ai piedi di un cavallo è testimone dell’apparizione di Gesù. La scena infatti ritrae Saulo mentre, sulla via di Damasco, gli appare Gesù Cristo in una luce accecante, simbolo della grazia divina, che gli ordina di desistere dal perseguitarlo. La luce investe il manto pezzato del cavallo che alza la zampa per non calpestare Paolo mentre uno stalliere lo trattiene per il morso. Caravaggio utilizza una luce accecante mentre Paolo vive un dramma tutto interiore. La novità del linguaggio di Caravaggio non fu facilmente compresa e anche le scelte iconografiche suscitarono reazioni violente. La sua fama in quegli anni cresceva sempre di più di pari passo con gelosie e contrasti negli ambienti artistici. Lo sfondo nero, oltre ad avere una funzione simbolica, si presta a far risaltare la verità ottica dell’immagine e la plasticità dei personaggi in particolare del cavallo, che occupa una parte rilevante del dipinto, scelta che ancora una volta rende evidente il carattere innovatore della pittura caravaggesca.

Deborah Mega

 

 

 

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RandoMusic 6: The End

22 lunedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Deborah Mega, The Doors, The End

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The End è un brano musicale tra i più amati e intensi del gruppo rock statunitense The Doors. Nel corso delle esibizioni dal vivo, Jim Morrison improvvisava  e modificava strofe del testo fino a quando il pezzo fu registrato ai Sunset Sound Recording Studios di Los Angeles, nell’agosto del 1966 e pubblicato come brano conclusivo dell’album di debutto della band, The Doors, il 4 gennaio del 1967. Diverse sono le influenze letterarie presenti, William Blake, Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne, perfino Sofocle. Altre influenze derivavano da Carl Gustav Jung e da Friedrich Nietzsche.

Esistono diverse versioni di The End, l’originale è quella di più lunga durata, circa 11 minuti, proposta di seguito.

Tra frasi appena sussurrate e frammenti urlati, Jim Morrison, il Re Lucertola, descrive la fine sofferta e dolorosa di un amore, che può essere inteso anche come distacco da un’età felice, l’infanzia, più che da una persona. Il testo diventa poi visionario e ricco di enigmi. Vi si parla di deserto di dolore in cui perdersi, di bambini impazziti che aspettano la pioggia estiva, si esorta a percorrere le strade che portano verso ovest, una terra migliore. Compare poi il tema della sessualità introdotto e ribadito più volte dal verbo “cavalcare” e dall’immagine del serpente dalla pelle fredda, lungo sette miglia. Successivamente il riferimento al «The Blue Bus» può essere interpretato come quello che, negli Stati Uniti, i militari usavano per recarsi alle basi di addestramento durante la guerra del Vietnam, oppure si tratta di un nostalgico riferimento all’autobus di colore blu, che percorreva il tratto stradale in direzione della spiaggia di Venice a Los Angeles. Potrebbe simboleggiare anche il viaggio tra la vita e la morte, il mezzo che permetteva di oltrepassare le porte della percezione. Si giunge poi al momento culminante dove fu introdotta una celebre parte parlata, il crescendo strumentale sembra voler confondere la drammaticità e la follia dei versi:

-Padre?-

-Sì figliolo?-

-Voglio ucciderti-.

Si parla di un assassino che uccide la sorella, passa dalla stanza del fratello, poi vorrebbe uccidere il padre, e qui esplode il complesso di Edipo in tutta la sua drammaticità, per fare l’amore con la propria madre e tornare ad esistere. In questo punto la musica cresce d’intensità e diventa sempre più frenetica e travolgente. Quando Morrison frequentava la Florida State University, aveva collaborato ad una produzione dell’Edipo Re di Sofocle e probabilmente fu molto coinvolto dalla vicenda. Ray Manzarek, il tastierista dei Doors, affermò che Jim stava dando voce al complesso di Edipo, tema molto discusso dalla psicologia freudiana. Nelle esecuzioni dunque Morrison rappresentava la drammaturgia greca. The End si conclude con la ripresa testuale e musicale dell’incipit.

Il brano è stato utilizzato da Francis Ford Coppola come colonna sonora di Apocalypse Now per la sua intensa drammaticità. Coppola aveva conosciuto personalmente Jim Morrison e apprezzava molto il pezzo in questione che inoltre conteneva diversi riferimenti alla guerra imposta dall’America. Non dimentichiamo che verso la fine degli anni Sessanta, negli Stati Uniti, l’opposizione all’intervento nella guerra in Vietnam era all’apice. I Doors divennero esponenti di quel movimento antimilitarista per la loro immagine ribelle, contestatrice e trasgressiva, nonostante Jim fosse figlio di un ammiraglio della Marina Militare statunitense. Jim romperà ogni rapporto con la propria famiglia nei primi anni ’60 arrivando a definirsi “orfano”, e dopo aver urlato la celebre “invettiva edipica”, contenuta proprio in questo brano.

Deborah Mega

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Incipit 18: Dell’amore e di altri demoni

08 lunedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Dell'amore e di altri demoni, Gabriel Garcìa Màrquez

Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Manuel Clemente Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano svuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni:

«Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne».

Lo storico convento delle clarisse, trasformato in ospedale da un secolo, doveva essere venduto affinché al suo posto si costruisse un albergo a cinque stelle. La preziosa cappella era quasi scoperchiata per via del crollo progressivo del tetto, ma nelle sue cripte rimanevano sepolte tre generazioni di vescovi e badesse e altri personaggi di rango. Il primo passo consisteva nello sgomberarle, nel consegnare i resti a chi li avesse reclamati, e nel buttare i rimanenti nella fossa comune. Mi stupì il primitivismo del metodo. Gli operai sventravano le fosse a colpi di zappa e piccone, tiravano fuori le bare marce, che si sfasciavano appena venivano spostate, e separavano le ossa dall’impiastro di polvere con brandelli di abiti e capelli avvizziti. Più il morto era illustre e più il lavoro era arduo, perché bisognava frugare tra le vestigia dei corpi e cernere con sottigliezza i residui per recuperarne le pietre preziose e i pezzi di gioielleria.

Il capomastro copiava i dati della lapide su un quaderno da scolaro, sistemava le ossa in mucchietti separati, e metteva il foglio col nome sopra ognuno per evitare che si confondessero. Sicché la mia prima visione quando entrai nel tempio fu una lunga fila di cumuli di ossa, riscaldate dall’inclemente sole di ottobre che penetrava a fiotti attraverso gli spiragli del soffitto, e senz’altra identità che il nome scritto a matita su un pezzo di carta. Quasi mezzo secolo dopo sento ancora lo stupore che mi causò quella testimonianza terribile del passaggio devastante degli anni. C’erano,  fra molti altri,  un viceré del Perù e la sua amante segreta;  don Toribio de Cáceres y Virtudes,  vescovo di questa diocesi;  diverse badesse del convento,  fra cui madre Josefa Miranda,  e il baccelliere in belle arti don Cristóbal de Eraso,  che aveva consacrato metà della sua vita a fabbricare i soffitti a cassettoni.  C’era pure una cripta chiusa con la lapide del secondo marchese di Casalduero,  don Ygnacio de Alfaro y Dueñas,  ma quando l’aprirono si vide che era vuota e mai usata.  Invece i resti della sua marchesa,  donna Olalla de Mendoza,  avevano una lapide propria nella cripta accanto.  Il capomastro non vi diede importanza:  era normale che un nobile creolo si fosse allestito la sua tomba e che l’avessero sepolto in un’altra. Ma, nella terza nicchia dell’altare maggiore, dalla parte del Vangelo, ecco la notizia.

La lapide schizzò via in pezzi al primo colpo della zappa, e una chioma viva di un color rame intenso si sparse fuori dalla cripta. Il capomastro volle estrarla intera con l’aiuto dei suoi operai, e più la tiravano e più sembrava lunga e abbondante, finchè non uscirono gli ultimi capelli ancora attaccati a un cranio di ragazzina. Nella nicchia non rimasero che pochi ossicini minuti e dispersi, e sulla lapide di marmo corroso dal salnitro era leggibile solo un nome senza cognomi: Sierva Marìa de Todos los Angeles. Dispiegata a terra, la chioma splendida era lunga ventidue metri e undici centimetri. Il capomastro mi spiegò senza stupore che i capelli umani crescevano di un centimetro al mese anche dopo la morte, e ventidue metri gli sembrarono una buona media per duecento anni. A me, invece, non sembrò così comune, perché da bambino mia nonna mi raccontava la leggenda di una marchesina di dodici anni la cui chioma le strascicava appresso come la coda di un abito da sposa, che era morta di mal di rabbia in seguito al morso di un cane, e che era venerata nei paesi dei Caraibi per i suoi molti miracoli. L’idea che quella tomba potesse essere la sua fu la mia notizia di quel giorno, e l’origine di questo libro.”

Cartagena de Indias, 1994

Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò trabacche di indiani e banchetti della lotteria, e passando morse quattro persone che si trovarono sul suo percorso. Tre erano schiavi negri. L’altra fu Sierva Marìa de Todos los Angeles, figlia unica del marchese di Casalduero, che si era recata con una domestica mulatta a comprare una filza di sonagli per la festa dei suoi dodici anni.

[…] 

Gabriel Garcìa Màrquez, Dell’amore e di altri demoni, Mondadori, 1994 

 

Dalla prefazione, apprendiamo che il libro prende spunto dal ritrovamento di un’antica tomba, presso lo storico convento delle clarisse. Presentando per verosimile una situazione assurda, i capelli infatti non crescono dopo la morte e collegando la singolare scoperta ad un’antica leggenda di una bambina dai lunghissimi capelli rossi, venerata nei Caraibi per i suoi miracoli, Màrquez parla dell’amore inteso come demone. Protagonisti di quest’amore, una bambina, un padre e un prete esorcista.

Il romanzo è ambientato in Colombia ai tempi dell’Inquisizione spagnola. Narra la storia di una giovane marchesina dai capelli rossi, Sierva María de Todos los Ángeles, figlia di un pigro marchese, Don Ygnacio de Alfaro Y Duenas e di una contrabbandiera, Bernanda Cabrera. La ragazza, indesiderata e trascurata dai familiari, cresce insieme alla servitù e apprende i loro dialetti e i loro rituali. A causa dell’odio della madre e dell’indifferenza del padre, cresce isolata da tutti. Il giorno del suo dodicesimo compleanno, al mercato coloniale, Sierva María viene sfiorata e graffiata alla caviglia da un cane rabbioso senza però manifestare alcun sintomo della malattia. Due giorni dopo il cane muore di rabbia e viene appeso ad un albero. Solo a quel punto il marchese riscopre l’amore per la figlia e fa di tutto perché guarisca affidandola alle cure di un discusso medico di nome Abrenuncio. Ciò nonostante, la “malattia” della ragazza peggiora, fino a farla ritenere posseduta dal demonio: il vescovo della città ordina al padre di rinchiuderla nel convento delle monache di clausura, dove la ragazza subisce i soprusi delle altre monache che la credono una creatura di Satana, anche per via della sua chioma ramata che lei ha fatto voto di tagliare solo dopo le nozze. Anche il comportamento selvaggio e le manifestazioni di ira vengono scambiate con le manifestazioni tipiche della rabbia o prese per “sintomi inequivocabili di una possessione demoniaca”. Ad aiutare la ragazza interverrà un giovane prete, Cayetano Delaura, che cercherà di salvarla, dimostrando che non si tratta di possessione nè di mal di rabbia. All’inizio la ragazza è molto diffidente e ostile, in seguito lui riesce a conquistarla con i versi di Garcilaso de la Vega. Tra il prete e la ragazza nasce, mettendo a dura prova la fermezza di lui, il «demone più terribile», l’amore. Màrquez rappresenta personaggi sempre ambigui, avvolti in un alone di mistero, unici ed impenetrabili nelle loro caratteristiche più evidenti come l’intolleranza religiosa del Santo Uffizio, il bigottismo del vescovo e delle suore, la coerenza e la libertà dai pregiudizi del prete esorcista e così via.

García Márquez nasconde dietro a un intreccio semplice e ad un’emozionante storia d’amore la critica alla Santa Inquisizione e descrive il ruolo non sempre positivo svolto dalla chiesa cattolica nei confronti degli schiavi importati dall’Africa, considerati come delle bestie e nei confronti di chi era sospettato di eresia o di essere vittima del maligno. Lo scrittore, mentre descrive personaggi e ambienti, conferendo un tono evocativo a tutta la vicenda, sottolinea l’importanza di non appoggiare mai fanatismi e ideologie estremiste. La prosa di Marquez è scarna ed essenziale, limpida e struggente, e sembra rievocare le atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e i temi de “L’Amore ai tempi del colera”, in cui l’eros diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Il lettore viene trasportato in un mondo surreale e magico capace di travolgere i sensi e i sentimenti.

Deborah Mega

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Lettere aperte

02 martedì Gen 2018

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Il blog offre ai suoi lettori l’opportunità di inviare la propria lettera aperta, d’amore, d’affetto, di amicizia, firmata o in forma anonima, scrivendola tra i commenti e affidandola alla memoria del web. La responsabilità delle lettere è dei rispettivi autori, la loro pubblicazione non implica in alcun modo adesione ai suoi contenuti da parte di Limina Mundi.

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La gallina

11 lunedì Dic 2017

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Clarice Lispector, Legami famigliari

La protagonista di questo racconto di Clarice Lispector, tratto da Legami famigliari (Laços de Família), è una gallina. Il pennuto, nel corso della vicenda, non solo dimostra di avere una grande personalità ma, nonostante sia stata acquistata per essere cucinata, riesce anche a sfuggire ad una morte certa.

C’era una volta una gallina, di domenica. Ancora viva perché non erano ancora le nove del mattino. Pareva tranquilla. Da sabato si era rannicchiata in un angolo della cucina. Non guardava nessuno, nessuno la guardava. Anche quando l’avevano scelta, palpando la sua intimità con indifferenza, non avevano saputo dire se era grassa o magra. Era impossibile avvertire in lei una qualsiasi ansietà. Fu perciò una sorpresa quando la videro aprire le ali dal corto volo, gonfiare il petto e, con due o tre balzi, raggiungere la rete del terrazzo. Vacillò ancora un attimo – il tempo necessario perché la cuoca lanciasse un grido – ed eccola già sul terrazzo del vicino, da dove, con un altro goffo volo, raggiunse un tetto. Lí rimase, insolita decorazione, esitando ora sull’una ora sull’altra zampa. La famiglia venne convocata d’urgenza e con costernazione vide il proprio pranzo accanto a un comignolo. Il padrone di casa, ricordandosi della duplice necessità di fare saltuariamente dello sport e di pranzare, indossò raggiante un paio di calzoncini da bagno e decise di seguire l’itinerario della gallina: a cauti salti raggiunse il tetto dove questa, incerta e vacillante, scelse d’urgenza una diversa direzione. L’inseguimento si fece sempre piú pressante. Di tetto in tetto fu percorso piú di un isolato. Poco avvezza a una lotta selvaggia per la vita, la gallina doveva scegliere da sola il percorso senza l’aiuto di una risorsa istintiva. Il giovane era però un cacciatore mediocre. Ma per quanto esigua fosse la posta in gioco, era stato ormai lanciato il grido di battaglia. Sola al mondo, senza padre né madre, lei correva, ansimava, muta, concentrata. Di quando in quando, nella fuga, si posava ansante sulla gronda di un tetto e mentre il giovane si arrampicava con difficoltà su su per altre gronde, aveva il tempo di riprendersi un momento. E allora sembrava del tutto libera. Stupida, timida e libera. Non vittoriosa come sarebbe stato un gallo in fuga. Cosa c’era nelle sue viscere che faceva di lei un essere? La gallina è un essere. È pur vero che su di lei non si può minimamente contare. Neppure lei contava su se stessa come invece un gallo crede nella sua cresta. Il suo unico vantaggio era che essendoci tante galline, se ne muore una, immediatamente al suo posto ne nasce un’altra cosí simile da sembrare la stessa. Alla fine, durante una pausa in cui si era fermata per godersi la fuga, il giovane la raggiunse. Tra penne e schiamazzi, venne catturata. E subito, presa per un’ala, fu portata in trionfo attraverso i tetti e buttata con una certa violenza sul pavimento della cucina. Ancora frastornata, la gallina si scrollò chiocciando rauca e indecisa. Fu allora che accadde. Semplicemente, per l’eccitazione, la gallina depose un uovo. Sorpresa, esausta. Forse era prematuro. E subito dopo, nata com’era per la maternità, pareva una vecchia madre esperta. Si accovacciò sull’uovo e rimase lí a respirare, aprendo e chiudendo gli occhi. Il suo cuore, cosí piccolo a vederlo in un piatto, sollevava e abbassava le penne riempiendo di tepore quello che altro non sarebbe mai stato se non un uovo. Solo la bambina le stava accanto e aveva assistito esterrefatta alla scena. Non appena riuscí a riprendersi dallo sbigottimento si alzò da terra e uscí gridando:

– Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Tutti tornarono a precipizio in cucina e circondarono in silenzio la giovane puerpera. Riscaldando suo figlio la gallina non era né amabile né scontrosa, né allegra né triste, non era nulla, era una gallina. Cosa che non suscitava nessun particolare sentimento. Il padre, la madre e la figlia la stavano ormai guardando da un po’ senza pensare a niente di preciso. Nessuno mai aveva accarezzato una testa di gallina. Infine il padre con piglio brusco prese una decisione:

– Se fai ammazzare questa gallina, non mangerò piú galline in vita mia!

– Neanch’io! – giurò la bambina con ardore. La madre, infastidita, scrollò le spalle.

Ignara della vita che le era stata donata, la gallina prese a vivere con la famiglia. La bambina, di ritorno da scuola, gettava lontano la cartella senza interrompere la sua corsa verso la cucina. Il padre ogni tanto si ricordava ancora: «E dire che l’ho obbligata a correre in quello stato!» La gallina era diventata la regina della casa. Tutti, tranne lei, lo sapevano. E continuò a vivere cosí, tra la cucina e il terrazzo di servizio. Valendosi delle sue due facoltà: quella dell’apatia e quella del trasalimento. Ma quando tutti in casa erano tranquilli e sembravano averla dimenticata, si armava di un modesto coraggio, vestigio della sua grande fuga – e circolava sull’ammattonato con il corpo che avanzava cadenzato dietro la testa, come se si trovasse su un campo di battaglia, malgrado la sua piccola testa la tradisse, muovendosi rapida e tremante, con l’antico spavento della sua specie ormai divenuto meccanico. Di quando in quando, sempre piú di rado, si ricordava ancora della gallina che si era stagliata nell’aria sull’orlo del tetto come per annunciare qualcosa. In quei momenti riempiva i polmoni dell’aria poco pulita della cucina e, se alle galline fosse concesso di cantare, lei non avrebbe cantato, ma sarebbe stata alquanto piú felice. Anche se, neppure in quei momenti, l’espressione della sua testa vuota si alterava. Quando fuggiva o nei momenti di riposo, mentre faceva l’uovo o becchettava il grano – era una testa di gallina, la stessa che era stata disegnata all’inizio dei secoli. Finché un giorno l’ammazzarono, la mangiarono, e gli anni passarono.

Clarice Lispector, Legami famigliari, Feltrinelli, trad. di Adelina Aletti

Laços de Família è una raccolta  pubblicata nel 1960 e costituita da tredici racconti, alcuni dei quali erano stati pubblicati nella rivista Senhor. In questo racconto si ha la scrittura semplice e lineare di una cronaca familiare. La Lispector racconta dei cappi, dei legami che nascono spontaneamente nella vita di tutti i giorni. Qui il cappio è rappresentato dall’uovo di una gallina che non va più ammazzata, Mamma, mamma, non ammazzare piú la gallina, ha fatto un uovo! Ci vuole bene, lei!

Le storie racchiuse in Legami famigliari contengono messaggi semplici ma significativi. La Lispector avverte il lettore affinchè non esageri, non perda di vista la realtà perché l’equilibrio è sempre qualcosa di delicatissimo e precario. Sosteneva infatti che «quando c’è umorismo, è umorismo triste», che «amava il mondo, ma con repulsione», e che «quella bellezza estrema la disturbava». Le sue storie sono costruite attorno ad una continua tensione emotiva e a pochi elementi narrativi, a intime ribellioni, a pensieri aggrovigliati, tanto che la stessa autrice, in postfazione, confessa che certi suoi racconti le sono incomprensibili ma sono pur sempre accattivanti e piacevolissimi, c’è da aggiungere.

Deborah Mega

 

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Punti di vista 5: L’Ultima Cena

04 lunedì Dic 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, L'Ultima Cena, Leonardo da Vinci

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

L’Ultima Cena di Leonardo da Vinci rappresenta una delle opere d’arte più famose di tutti i tempi, non soltanto per la sua carica innovativa ma anche perché oggetto di innumerevoli imitazioni e riproduzioni da parte degli artisti di tutte le epoche.

E’ un affresco a tempera grassa su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1495-1498 e conservato nell’ex-refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco. A causa dei materiali utilizzati, incompatibili con l’umidità dell’ambiente, confinante con le cucine del convento, versa da secoli in cattivo stato di conservazione tanto da essere sottoposta a uno dei più lunghi e certosini restauri della storia, durato dal 1978 al 1999. Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento, nell’agosto del 1943, venne bombardato: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo.

Leonardo rappresenta il momento più drammatico del Vangelo, quando Cristo annuncia il tradimento di uno degli apostoli e pronuncia le parole “In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”, (Giovanni, 13,21). Al centro della scena è rappresentata  la figura di Gesù. Attorno a lui gli apostoli sono sistemati a gruppi di tre, secondo le diverse reazioni alle parole di Cristo. Nel 1494 Leonardo Da Vinci ricevette un’importante commissione da Ludovico il Moro, che stava avviando importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento della chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, perché divenisse luogo di celebrazione della casata Sforza. Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi, quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio. Sui lati minori sarebbero dovute essere rappresentate la Crocifissione e l’Ultima Cena.

Alla Crocifissione lavorò Donato Montorfano, sulla parete opposta invece Leonardo avviò l’Ultima Cena, che in quel periodo, lo risollevò dalle preoccupazioni economiche.  Come è noto Leonardo non amava la tecnica dell’affresco, perché lo costringeva a  stendere velocemente i colori prima che l’intonaco si asciugasse e non consentiva ritocchi e piccole modifiche.  Scelse così di dipingere su muro come dipingeva su tavola: la preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico; prima di stendere i colori l’artista interponeva un sottile strato di biacca. In seguito venivano stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa.  Questa tecnica permise la raffinata stesura tono su tono e una cura estrema dei dettagli ma fu anche all’origine dei problemi conservativi. Tra i materiali sono stati usati anche lamine metalliche d’oro e d’argento, per impreziosire le figure. Nel 1498 l’opera era già terminata. Nel 1977, dopo diversi studi e ricerche, fu avviato il grande e impegnativo progetto di restauro. L’affresco era ormai ovunque scrostato e lesionato; ci si è resi conto che il Cenacolo era stato spalmato di cera per essere predisposto al distacco, che non fu mai eseguito. L’impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli, avevano peggiorato notevolmente le condizioni del dipinto. Una volta eliminate le ridipinture e ritrovata l’opera originale di Leonardo, i restauratori si erano posti il problema di come riempire le parti mancanti; in un primo tempo queste erano state riempite con un colore neutro, poi si è deciso di riprendere i colori leonardeschi, basati sui frammenti ritrovati  e sulle copie d’epoca del Cenacolo. Tra le tante scoperte, si è trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva (punto di fuga). Si sono riscoperti i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo, distrutti nel XVII secolo dall’apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina. La stanza è illuminata da tre finestre sullo sfondo e, con l’illuminazione frontale da sinistra che corrispondeva all’antica finestra del refettorio, Leonardo rappresentò in primo piano la lunga tavola della cena, con al centro la figura di Cristo. Egli ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase. Ogni particolare è curato con estrema precisione e le pietanze e le stoviglie presenti sulla tavola concorrono a bilanciare la composizione. Nessuno è riuscito a capire cosa ci fosse esattamente sul piatto dei commensali. I tecnici che hanno restaurato il dipinto per vent’anni, guidati da Pinin Brambilla, hanno pensato che il menù fosse a base di pesce, anche se nel momento rappresentato nessuno dei commensali sta toccando cibo. Dal punto di vista geometrico l’ambiente, pur essendo semplice, è ben calibrato. Attraverso alcuni espedienti prospettici come il soffitto a cassettoni, gli arazzi appesi alle pareti, le tre finestre del fondo e la posizione della tavola, si ottiene l’effetto di trompe l’oeil. Il paesaggio che si intravede dalle finestre potrebbe essere un luogo ben preciso. Leonardo rappresentò i “moti dell’animo” degli apostoli  sconcertati di fronte all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro. Alle parole di Cristo gli apostoli manifestano diversi stati d’animo: Pietro (a sinistra) con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell’ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni per avere spiegazioni; Giuda, stringe la borsa con i soldi e nell’agitazione rovescia la saliera. Andrea mostra i palmi, Giacomo e Bartolomeo sono sgomenti e increduli. All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone pure esprimono con gesti concitati il loro smarrimento. Giacomo Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto. La figura di Tommaso, a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare aggiunta successivamente in modo un po’ posticcio. Alcuni particolari della composizione sono probabilmente stati suggeriti dai domenicani, forse dallo stesso priore  Vincenzo Bandello. Sopra l’Ultima Cena si trovano cinque lunette che rappresentano  imprese degli Sforza entro ghirlande di frutta, fiori, foglie e iscrizioni su sfondo rosso. La lunetta centrale è in buono stato di conservazione e contiene il drago simbolo della famiglia nobiliare, il famoso Biscione.

Una diversa lettura del dipinto è stata compiuta dallo scrittore Dan Brown nel famoso romanzo giallo Il codice da Vinci. Secondo lo scrittore, il discepolo alla destra di Gesù Cristo sarebbe una donna, con cui Leonardo avrebbe voluto rappresentare Maria Maddalena, la possibile amante di Gesù, ipotesi respinta dalla Chiesa, in quanto priva di alcun fondamento. L’aspetto di Giovanni fa parte dell’iconografia dell’epoca, riscontrabile in tutte le “ultime cene” : l’apostolo più giovane (il “prediletto” secondo lo stesso quarto vangelo) era rappresentato come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci.

I quattro gruppi formano delle piramidi concatenate fra loro; piramidale è anche, al centro, Gesù, con le braccia allargate, isolato rispetto ai discepoli, perché è solo nel momento del sacrificio supremo. Leonardo esprime la consapevolezza di chi sa che sarà abbandonato da tutti, ma al tempo stesso la serenità di chi ha accettato una missione che sta per concludersi. C’è dunque distacco fra la concitazione degli altri e la nobile calma di Cristo, altro elemento che rende certi del suo altruismo e del suo amore per l’umanità.

Deborah Mega

 

 

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RandoMusic 5: London Calling

27 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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Deborah Mega, London Calling, The Clash

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

London Calling è un album doppio dei The Clash, pubblicato nel dicembre 1979 e considerato da Rolling Stone come il miglior album degli anni ottanta, fu infatti l’album della consacrazione che permise ai Clash di approdare negli Stati Uniti. Il produttore fu Guy Stevens, grande talento del R&B. Il titolo di London Calling evoca la frase pronunciata dall’annunciatore radiofonico statunitense Edward R. Murrow durante la seconda guerra mondiale. La copertina, con il riferimento all’esordio di Elvis Presley, presenta la stessa grafica: si tratta di una foto in bianco e nero scattata da Pennie Smith, fotografa al seguito dei Clash, durante un’esibizione live al Palladium di New York, il 21 settembre 1979. Mentre però Elvis canta imbracciando la propria chitarra, l’altra invece, ritrae il bassista dei Clash, Paul Simonon, nell’atto di infrangere il basso al suolo con rabbia.  L’immagine volle essere un omaggio a Presley, con cui i Clash vollero compararsi per la temerarietà delle scelte musicali e per indicare il loro riavvicinamento al rock.

Il contrasto vuole evidenziare anche il rapporto di odio/amore dei Clash nei confronti degli USA e lo scontro generazionale, su cui si fondava il punk. L’album è una pietra miliare: oltre al punk presentava brani rockabilly, il reggae e il movimento ska britannico. Eppure, l’intento citazionista comporta anche il recupero del proprio passato ideale. I primi lavori per l’album iniziarono dopo il tour negli Stati Uniti al Vanilla, uno studio prove di Londra, in un’atmosfera intensa ed esaltante. Il procedimento seguito per registrare il disco fu particolarmente complesso. Prima il gruppo eseguiva una canzone come per un’esibizione live; di queste registrazioni venivano mantenute principalmente la batteria e la chitarra ritmica, poi Jones creava la parte delle chitarre e Simonon registrava il basso. In seguito venivano aggiunti percussioni, chitarre acustiche, pianoforti e fiati. Nel disco vennero registrati anche numerosi effetti sonori, come in London Calling, dove è presente il grido di un gabbiano; i musicisti strappavano il velcro dalle sedie dello studio o percuotevano le tubature del bagno per registrare il rumore prodotto. Subito dopo l’uscita dell’album si percepì il tramonto del movimento punk “storico”, quello prodotto dai gruppi inglesi come i Sex Pistols, che l’avevano alimentato e supportato, negli Usa invece cominciava ad esplodere il punk-rock.

Dei diciannove  brani che compongono l’album, nemmeno uno di essi può essere più definito “punk”, secondo l’accezione stereotipata del termine eppure London Calling è il prodotto migliore del punk britannico. Per la seconda volta, dopo aver firmato per la Cbs nel 1977, i Clash si trovarono a compiere una scelta decisiva che sarebbe stata accolta come un tradimento dai fan più nostalgici ma che sarebbe stata pienamente ricompensata dal meritato successo di pubblico e critica e giustificata dalla sua longevità e dalla sua modernità. Avrebbero esercitato la loro influenza su molti gruppi che andavano formandosi in quegli anni, come gli U2. A dispetto dell’ostilità ricevuta da parte dei punk più oltranzisti la formazione non dimenticò mai le proprie origini e non perse il contatto con il pubblico: significativa, infatti anche la scelta di vendere il doppio Lp al prezzo di un album normale. La coppia Strummer-Jones regalava alcuni tra i migliori brani della carriera dei Clash: Joe Strummer viveva un periodo di grande ispirazione poetica, mentre Mick Jones si dimostrava un compositore eccellente con una maniacale cura degli arrangiamenti, oltre ad avere una voce perfettamente intercambiabile con Strummer. I brani militanti erano quelli affidati alla voce di Joe, i momenti “privati” e intimistici, invece, a quella più cristallina di Mick. Per il gruppo fu rilevante anche la presenza del batterista jazz Topper Headon, di grande inventiva e creatività. Nell’album si ampliava anche il numero di strumenti utilizzati, fiati, pianoforte, percussioni. L’altra caratteristica vincente fu la grande varietà di timbri, ritmi, generi, influenze. Fin dagli esordi i Clash avevano dimostrato una vocazione sincera per il reggae, tanto da essere citati da Bob Marley in  Punky Reggae Party, ma anche per il punk e per il rock. A questo si affiancava il recupero del rock’n’roll e di una vasta gamma di altri generi che sembrano fondersi dimostrando di avere radici comuni.  Una simile versatilità nel rock inglese la si può ritrovare solo nei Beatles. Così si passa dal rock di London Calling o di Death Or Glory, al rock’n’roll di Brand New Cadillac, dal reggae di Revolution Rock al jazz di  Jimmy Jazz e allo ska di Wrong’Em Boyo o di Rudie Can’t Fail, dal pop di Lost In The Supermarket al latino-americano di Spanish Bombs. In relazione ai temi, quelli sociali sono presenti in tutto il disco: la ballata acustica Spanish Bombs rievoca la guerra civile spagnola; in The Guns of Brixton si descrive la situazione degli immigrati neri del quartiere popolare londinese; Clampdown ricorda i crimini nazisti e critica il sistema capitalista; Koka Kola descrive spietatamente la realtà americana; The Right Profile è dedicata alla memoria dell’attore Montgomery Clift, infine Revolution Rock è il vero manifesto politico della band. Nel brano che dà il titolo all’album si annuncia che  la guerra è decisa e inizia la battaglia ma si invitano gli ascoltatori a non aspettarsi vie di salvezza e indicazioni dai Clash e ad intraprendere la lotta senza guardare costantemente a Londra. Solo il  progressive-rock non trova posto nell’album proprio perché London Calling rivelava un rinnovato interesse per le origini e per le radici storiche del rock. Ed era questa la novità e la chiave di un successo planetario. Con oltre due milioni di copie vendute nel mondo, l’album infatti è stato disco di platino e disco d’oro negli Stati Uniti, oltre che disco d’oro e d’argento nel Regno Unito.

Deborah Mega

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Incipit 17: Le Ore

20 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Le Ore, Michael Cunningham

by George Charles Beresford, 1902

Prologo
Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. È il 1941. È scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell’acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l’argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C’è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l’argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all’altra. Fa un passo avanti. Non si toglie le scarpe. L’acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell’acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa alle sue mani e alla sua barba, alle linee profonde intorno alla sua bocca. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro hanno fallito, no? All’improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell’acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l’acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La superficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista da così vicino) riflette un ciclo scuro. E questo, allora, l’ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un ciclo nuvoloso che si riflette nell’acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.
Più di un’ora dopo, suo marito ritorna dal giardino. “La signora è uscita,” dice la cameriera, battendo un logoro cuscino che scatena una piccola tempesta di piume. “Ha detto che sarebbe ritornata presto.” Leonard sale in salotto per ascoltare le notizie. Trova una busta blu, indirizzata a lui, sul tavolo. Dentro c’è una lettera.


Carissimo,
sono certa che sto impazzendo di nuovo: sento che non possiamo affrontarlo un ‘altra volta ancora. E stavolta non mi riprenderò.Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi sto per fare quella che mi sembra la cosa migliore.
Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quanto potevi essere.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici, fino a che non è arrivata questa terribile malattia.Non posso combatterla oltre: so che ti sto rovinando la vita, so che senza di me potresti lavorare. E lo fami, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere bene questo biglietto. Non riesco a leggere.Voglio dirti che ti devo tutta la felicità della mia vita.
Sei stato estremamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dire che… Lo sanno tutti. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto. Tutto mi ha abbandonato, tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto siamo stati noi.
V.

Leonard esce dalla stanza, corre giù, dice alla cameriera: “Credo che sia successo qualcosa alla signora Woolf. Credo che abbia cercato di uccidersi. Da che parte è andata? L’ha vista lasciare la casa?”La cameriera, in preda al panico, scoppia a piangere. Leonard corre fuori, supera la chiesa e il gregge; supera il vincheto. Sull’argine, trova solo un uomo con una giacca rossa, che pesca. Viene trascinata in fretta dalla corrente. Sembra una figura fantastica, in volo, le braccia aperte, i capelli fluttuanti, la coda del cappotto di pelliccia che si gonfia dietro di lei. Si lascia trasportare, pesantemente, attraverso lance di luce marrone, granulare. Non arriva lontano. I piedi (le scarpe non ci sono più) toccano il fondo di quando in quando, e sollevano una nuvola lenta di fango, piena di neri scheletri di foglie, che se ne stanno tutti dritti e immobili nell’acqua quando lei è già scomparsa alla vista. Strisce di erbacce verde-nero si infilano tra i suoi capelli e nella pelliccia del cappotto, e per qualche momento gli occhi le vengono accecati da un ammasso compatto di foglie, che finalmente si libera e galleggia, avvolgendosi e svolgendosi e riavvolgendosi ancora.Si ferma e trova pace, alla fine, contro uno dei piloni del ponte a Southease. La corrente le preme addosso, la tormenta, ma lei è saldamente posizionata alla base della colonna tozza e squadrata, con le spalle al fiume e il volto contro la colonna. Si raggomitola lì, con un braccio contro il petto e l’altro a galla, là dove cominciano i suoi fianchi. A poca distanza sopra di lei c’è la superficie brillante, increspata. Il cielo vi si riflette barcollante, bianco e carico di nuvole, attraversato dalle sagome ritagliate in nero dei corvi. Automobili e camion rombano sul ponte. Un bambino (non avrà più di tre anni) attraversa il ponte con la madre, si ferma al parapetto, si china e spinge un ramoscello che ha portato con sé fra le assi della staccionata, in modo che cada in acqua. La madre gli dice di muoversi, ma lui insiste a rimanere ancora un po’, a guardare il ramoscello trascinato dalla corrente.Eccoli qui, in un giorno all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: il bambino e la madre sul ponte, il ramoscello che galleggia sulla superficie dell’acqua e il corpo di Virginia sul fondo del fiume, come se lei stesse sognando la superficie, il ramoscello, il bambino e la madre, il cielo e i corvi. Un camion grigio-verde rotola lungo il ponte, carico di soldati in uniforme, che salutano il bambino che ha appena lanciato il ramoscello. Lui saluta a sua volta. Chiede alla madre di prenderlo in braccio per vedere meglio i soldati, in modo che anche loro vedano meglio lui. Tutto questo entra nel ponte, risuona attraverso il legno e la pietra ed entra nel corpo di Virginia. Il suo volto, schiacciato di fianco contro la colonna, assorbe tutto: il camion e i soldati, la madre e il bambino.

[…]

Michael Cunningham, Le Ore,  Farrar, Straus and Giroux, 1998

 

Le ore (titolo originale The hours) è un romanzo dello scrittore statunitense Michael Cunningham che si è aggiudicato il premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, il Pen/Faulkner Award e quello Grinzane Cavour nel 2000 per la narrativa straniera.

Il libro racconta i destini intrecciati di tre donne, che vivono in luoghi e momenti storici diversi, dunque apparentemente non hanno niente in comune, ma sono in qualche modo legate dal romanzo La signora Dalloway di Virginia Woolf. Un’altra cosa accomuna le tre protagoniste: sono donne determinate, che non vogliono rinunciare a sé stesse, narrate in un momento cruciale della loro vita. La prima è proprio la Woolf, autrice del libro e ritratta a un passo dal suicidio, nel 1941 e poi mentre è alle prese con la stesura de La Signora Dalloway. Virginia Woolf lotta contro la malattia mentale che l’avrebbe condotta al suicidio. Proprio per cercare di mettere a tacere le “voci” si è trasferita con il marito fuori Londra, ma il richiamo alla vita della città è troppo forte. La seconda è Laura Brown, una casalinga californiana, madre di famiglia bella e inquieta, intrappolata da una società che si aspetta che annulli sé stessa in nome del marito, dei figli, della casa, e che per un solo giorno vorrebbe fuggire via dalla noia di un matrimonio ordinario; nell’America degli anni cinquanta, anche grazie al libro della Woolf, troverà il coraggio di cambiare vita. Infine c’è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese che dai tempi del college vive col nomignolo di Mrs. Dalloway per le sue somiglianze col personaggio creato da Virginia Woolf e che è rappresentata e descritta nel giorno in cui sta organizzando una festa per Richard, l’amico amatissimo che sta morendo di Aids. L’avvicinarsi della morte di Richard la porta a chiedersi se le scelte compiute fossero quelle giuste. Dall’episodio del suicidio di Virginia che si lasciò annegare nel fiume Ouse, dopo essersi riempito le tasche di sassi e dalla toccante lettera d’addio che lasciò al marito Lèonard, prende avvio la storia. Virginia vive le proprie giornate per scrivere, ogni giorno una pagina in più, cercando spunti per il suo romanzo. Nel pomeriggio narrato, riceve la visita della sorella e dei suoi tre figli; un bacio inaspettato, le offrirà diversi spunti per la sua Clarissa Dalloway. Per Laura invece, che sta preparando una torta per il compleanno del marito Dan, la lettura di un romanzo scritto un paio di decenni prima, un bacio lieve e inaspettato, la spiazzerà e le farà aprire gli occhi. Clarissa invece vive insieme alla compagna Sally, pur avendo una figlia diciannovenne. Alla fine della giornata però è triste, pensierosa, ma sempre innamorata della vita.

Il romanzo nasce proprio come un omaggio di Cunningham alla Woolf: a partire dal titolo, La signora Dalloway inizialmente doveva chiamarsi proprio The Hours, e fino alla scrittura, debitrice dello stile woolfiano, sempre attento alle caratterizzazioni dei  personaggi che a eventi veri e propri. Un romanzo costruito su una sola giornata, vissuta da tutte e tre le donne, una giornata formata da ore, che si susseguono una dietro l’altra, a volte portandoci ciò che desideravamo, a volte, nell’ora successiva, togliendocelo. Leggere diventa l’unico modo per sopportare la realtà e per non perdere se stessi. A salvarci, dunque, c’è solo la letteratura, unico e solo mezzo per difendersi e prendere coscienza di sè.

Deborah Mega

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Punti di vista 4: La persistenza della memoria

13 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Punti di vista

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Deborah Mega, La persistenza della memoria, Salvador Dalí

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La persistenza della memoria di Salvador Dalì.

“La persistenza della memoria” è un dipinto ad olio su tela di cm 24 x 33, realizzato nel 1931 dal pittore spagnolo Salvador Dalí. Il dipinto, inizialmente denominato Gli orologi molli, fu acquistato nel 1932 dal gallerista Julien Levy che lo  espose nella propria galleria d’arte a New York, attribuendogli il titolo con cui è maggiormente conosciuto, La persistenza della memoria. Successivamente l’opera fu acquistata al prezzo di 350 dollari dal Museum of Modern Art, dove è tuttora esposta. Pare che sia stata realizzata in sole due ore, nel 1931:  venne suggerita all’artista dall’eccessiva morbidezza del formaggio che stava mangiando. Si tratta di un’opera surrealista che raffigura un paesaggio costiero della costa Brava, nei pressi di Port Lligat, illuminato da un cielo con delle sfumature gialle e celesti, in cui sono presenti alcuni orologi dalla consistenza morbida, simboli dell’elasticità del tempo. L’ambientazione è surreale, fuori dal tempo e dallo spazio.

Il paesaggio dipinto è privo di qualsiasi vegetazione ma popolato da strani oggetti: un parallelepipedo su cui cresce un ulivo privo di foglie, un occhio dormiente dalle lunghe ciglia, una costa rocciosa sul mare. L’attenzione dell’osservatore, tuttavia, è catturata dai tre orologi molli, veri protagonisti della scena. Sciogliendosi, questi assumono la foggia dei loro sostegni: il primo, rappresentato in primo piano, ha su di esso  una mosca e sembra scivolare, il secondo è sospeso sull’unico ramo dell’albero secco e il terzo è avvolto sulla strana figura che si trova distesa al suolo. Un quarto orologio, l’unico ad essere rimasto allo stato solido, è collocato sempre sul parallelepipedo ed è ricoperto di formiche nere brulicanti; l’artista catalano ha da sempre nutrito una fobia verso questi insetti, sin da quando ancora bambino li vide divorare un coleottero. La rappresentazione del quadro infatti proviene dall’inconscio e dallo stato di sogno, rappresentato dalla creatura quasi embrionale distesa a terra che potrebbe essere la rappresentazione dell’artista stesso. Sensibile all’influenza di Sigmund Freud, Dalì riflette sulla relatività del tempo, il cui scorrere è scandito dal moto cadenzato degli orologi, come si se trattasse di una misura oggettiva da poter quantificare e misurare, non tenendo conto invece della relatività del tempo e della sua caratteristica di essere soggettivo. Ecco che gli orologi diventano simbolo della plasticità del tempo, anche perché regolati dai meccanismi dell’inconscio e dalle percezioni di ciascuno. Di certo è uno dei dipinti più famosi di Dalì, in cui l’invenzione degli «orologi molli» diviene un’intuizione molto suggestiva, che fa riflettere sulla dilatazione o contrazione del senso del tempo dipendente dalla singola individualità.

Deborah Mega

 

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Dalla santa

10 venerdì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Racconti

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Dalla santa, Lucio Mastronardi

Il racconto che segue, comparso per la prima volta sul “Corriere di Vigevano” nel 1956 e pubblicato nel 1963, è ambientato nell’omonima cittadina lombarda. Si tratta di un racconto realista scritto da Lucio Mastronardi (1930-1979), scrittore proveniente da una famiglia di origine abruzzese trapiantata a Vigevano, per molti anni maestro elementare nella sua città natale. Nel 1959 si segnala come scrittore appartenente al nascente filone della “letteratura industriale” con il romanzo Il calzolaio di Vigevano, a cui fa seguito Il maestro di Vigevano del 1962. Il testo riflette il boom economico che in quegli anni investe l’Italia settentrionale, epoca in cui Vigevano si trasforma da comune agricolo in centro industriale noto per la produzione di calzature.

Avevo un fastidio a un occhio. Mi hanno consigliato di farmelo vedere da una donna che fa miracoli. La santa di Vigevano. Ci andai un pomeriggio. La santa abita in un vecchio stabile, nella vallata San Martino, uno dei più vecchi rioni della città. Nella corte, una donna, senza che le chiedessi niente, m’indicò la scala dove la santa abitava. Salii. I baselli erano sconnessi e di legno. Ne mancava anche qualcuno. Arrivai su di un ballatoio con la ringhiera sempre di legno, che puzzava di marcio; ed entrai nell’unica porta che c’era. Mi sono trovato in una vecchia e grande stanza, piena di donne e donnette. Alle pareti erano appesi dei Cristi incorniciati in tutte le pose: mentre prega, col cuore in mano, mentre predica, mentre miracola, mentre sale il Calvario, mentre muore, mentre risuscita… Tutte le pareti erano così quarciate da quei quadri e quadretti, che non si vedevano nemmeno i colori dei muri. La gente sedeva su sedie scompagne, aspettando con pazienza il suo turno. Sul tavolo c’era una scatola di scarpe con un buco sul coperchio. La santa sedeva sull’orlo di una branda con un crocifisso in una mano e un rosario nell’altra. Portava una saia da frate. Aveva una faccia paffuta, e occhi neri e vivi. Capelli corti e brizzolati, divisi a metà dalla riga; e un vocione comunicativo, dalla parlata dialettale. Seduta davanti a lei, una donnetta le contava le sue croci. Suo figlio gliene sta per combinare una, proprio grossa. Si è innamorato di una… figlia dell’amore.

– Io gli ho detto: se tu sposi quella lì, me, ti rifiuto da figlio. Ma non c’è verso – diceva la donnetta panettandosi gli occhi. – Noi siamo gente per bene; io non mi voglio imparentare con una così! –. 

La santa si raccolse. Si prese la testa fra le mani. Una sua parente ci fece segno di tacere, è in rapporto con Gesù, disse. Per qualche minuto la santa rimase con lo sguardo per terra, fisso sui disegni del pavimento nuovo. Poi disse:

– Quella ragazza ci ha fatto il pignattino a suo figlio! –.

– No! – gridò la donnetta.

La santa gettò uno sguardo ai quadri del suo padrone, come disse.

– Passerò tutta la notte a pregare per voi e per vostro figlio. Vedrà che il mio padrone mi darà da trà; che il pignattino non funzionerà più –.

– Mi faccia questa grazia – disse la donnetta.

La santa le diede un santino, con una preghiera dietro, da dire quando suo figlio è in casa. La donna uscì un portafoglio. Mise l’immagine in una tasca, con cura. Introdusse nella scatola qualche biglietto da mille e uscì.

– Se mi fate la grazia, so il mio dovere – disse, sull’uscio.

– Non ho bisogno di niente, io. Ciò lui – disse la santa, fiera, alzando la croce.

Toccava a una donna. Come sedette davanti alla santa, scoppiò a piangere. Disse che suo marito ha una fabbrica di scarpe a socio con uno, che gliene fa da vendere.

– Sappiamo solo noi cosa ci fa passare quel socio; i dané che ci giuntiamo, il lavoro che va a male… Il mio uomo vuole spartirsi. Quello là non ci sta. Il mio uomo dà fuori, se non si spartisce, dà fuori da matto. Passa delle notti senza sarare su occhio; sempre con quel pensiero fisso nella mente –.

– Cosa vuole il socio per spartirsi? – domandò la santa.

– La fabbrica intera vuole. E dei danari insieme. Tutto il lavoro mio e del mio uomo darcelo tutto a lui… –.

La santa si alzò; andò dall’altra parte della branda; da un canterano prese una reliquia, e scomparve dietro la branda.

– Silenzio. È in crisi – mormorò la parente.

Per qualche minuto si sentirono solo i singhiozzi compressi della donna. La santa riapparve.

– Dategli tutto quello che vuole al socio. Quella fabbrica è maledetta. Sfatevene subito. Ripigliate da capo, voi e il vostro uomo, e nessun altro di mezzo. Pregherò che gli affari vi vadano bene! – disse la santa.

La donna se ne andò poco convinta. Ciula, borbottava, ciula, tuttavia la nostra roba in bocca al lupo. Me ne sogno neanche…Ora toccava a una donna giovane. Sedette imbarazzata davanti alla santa. Si guardava d’attorno. Doveva seccarle dire i fatti suoi davanti a tutti.

– Io so perché siete venuta – disse la santa, guardandola fissa; – non ce la fate a imbastire un figlio; vero? –.

La sposa assentì.

– È tre anni che lui mi mena da uno specialista all’altro – mormorò con voce stanca.

– Ma lui è affettuoso? –.

– Non mi dice più niente. Quando viene sua sorella con suo figlio, lui ci slingua vicino al nipote. Ci ha una fabbrica a socio con sua sorella. Ecco, dice, tanto da fare, tanto rabattarsi, per lasciargliela tutta al nipote la fabbrica… E quando si esce, c’è sempre qualcuno che dice: ma che bella coppia! Ma perché li mandate via?… che torniamo a casa che non ci abbiamo voglia di guardarci in faccia –.

La sposa parlava all’orecchio della santa, ma la voce le usciva forte. La santa la fece stendere sulla branda. Con le mani le premeva il ventre; ci faceva croci, mormorando preghiere.

– Aspettate il periodo della luna piena – disse. – Se non ci resta, dite al vostro uomo di andare lui a farsi curare! –.

– Davvero? – disse la sposina, raggiante.

La santa strizzò l’occhio con un sorriso furbo. In quella, sorretta da due donne, comparve una ragazza con le gambe sciancate. La santa le andò incontro e l’abbracciò. Disse che quella povera anima le era tanto cara. È in cura da me, disse. Il viso devastato della ragazza s’illuminò, mentre le mani della santa la sostenevano.

– Hai fatto quello che t’ho detto? – domandò la santa.

La ragazza accennò di sì. – Ho fatto solo un giro intorno al tavolo –disse.

La santa trasalì, e dopo un momento di silenzio, gridò:

– Fanne due subito di giri. Non toccatela. Avanti! –.

La poveretta si levò; a stento raggiunse il tavolo. Sta per appoggiarsi.

– No! – urlò la santa. La ragazza arrancava intorno, fermandosi dopo qualche passo; riprendendo. Dopo un giro cadde su una sedia.

– Ancora un altro, – gridò la santa. Si alzò. La ragazza riprese a camminare; la santa le andava dietro, vicino, e le diceva:

– Ci sono io. Abbia fede. Non toccare il tavolo. Ci sono io. Io ci sono. Avanti. Sono qui io. Senza paura. Vedi che ce la fai. Avanti… –.

La ragazza fece tre giri, e sedette sull’orlo della branda.

– Non ho fatto fatica! – diceva.

Una delle donne che l’accompagnava, disse: – Qui ce la fa. A casa no. Qui ci siete voi –.

– Non è vero, – disse la santa – io non sono niente. È il mio padrone. Che è dappertutto: anche a casa vostra –.

Baciò la ragazza, e disse alle donne di farle fare a casa tre giri intorno al tavolo; e di tornare da lei fra qualche giorno. Le donne promisero.

– Adesso vai fuori! – gridò alla ragazza, che sforzandosi di non appoggiarsi né al tavolo, né alle sedie, arrivò all’uscio.

La santa si sentiva stanca. Si fece dare una scodella d’acqua, e prima di berla ci fece dei segni di croce che parevano scongiuri. Toccò a una donna. Ha su un fabbrichino. Ha taccagnato con una operaia, che le ha detto: quando morirete farò suonare le campane.

– Quando suona una campana, ammà per me è una roba che podinò spiegare. Peggio che un supplizio, – disse la donna. – E le campane tacciono mai… –.

– L’avete licenziata l’operara? –.

– Sì. Ma quelle campane, madonna santa, quelle campane… –.

– Quando sentite le campane, – disse la santa – sforzatevi di pensare che suonano per quella là –.

La donna scosse la testa. – Ci ho già provato, – disse. – Prima non ci facevo mai caso, alle campane; adesso è un tormento che comincia la mattina bonora e continua fino la notte… –.

– Allora fatevi tre segni di croce a ogni scampanata, – disse la santa – con tre Requiem insieme! –.

Toccava a una vecchietta. Suo figlio fa il modellista. E vuole andare nel Sud Africa, a lavorare. Un padrone di Vigevano ci ha piantato un’azienda, là, e il mè balosso vuole andare a mostrarci il mestiere ai zulù. Vuole firmare il contratto per dieci anni. Dice che farà su tanti di quei soldi, che podrà tornare a Vigevano e mettersi in proprio e in grande: una bella fabbrica di scarpe. Che me lo faccia stare a casa!

– Mandatemelo qui; gli dirò solo quattro parole, e ci farò passare la voglia di partire! –disse la santa, sicura. – Lo aspetto domani! –.

Finalmente toccava a me. Mi sedetti davanti alla santa.

– Ho un occhio che mi lacrima – dissi, indicando l’occhio.

– Vi scarnebbia l’occhio? – disse la santa. Mi prese la testa, ci soffiò sulla palpebra, e ci fece delle croci. Da una scatola uscì una «fotografia» di Gesù, formato tessera, dall’aria terribile, e me la diede.

– Fissatela – disse.

Io la fissai.

– Ci vedete una croce sulla fronte? –.

– No –.

– Io sì. Seguitate a fissarla… –.

Donnette si fecero d’attorno, e poco dopo tutte vedevano la croce. Qualcuna ci sentiva anche un leggero profumo.

– La vedete la croce? – disse la santa.

– Sì, adesso la vedo –.

La santa mi guardò contenta.

– Vedete, io sono una povera donna, senza studi, senza niente. Ma c’è il mio padrone, a illuminarmi. Ci posso mostrare a tutti, io. Quando un qualcosa non vi va, o vi va per traverso, fate come avete fatto adesso: guardatelo fisso finché non avete visto la croce, che avete visto adesso –.

La scatola dei soldi era piena. I miei non ci entravano. La parente della santa la sostituì con un’altra vuota. Mentre uscivo entrava gente. E altra gente incontravo per le scale, e nella corte, e sul portone. Mentre tornavo a casa, l’occhio mi scarnebbiava ancora, ma poco. E fu l’ultima volta. Poi non mi scarnebbiò più.

(L. Mastronardi, Dalla santa, in Nuovi racconti italiani II, a cura di L. Silori, Nuova Accademia, Milano 1963)

Il narratore protagonista racconta i fatti, le “sedute” dalla santa guaritrice in prima persona. Si tratta di un narratore interno, autodiegetico, coinvolto nei fatti di cui è anche testimone. Anche la focalizzazione è interna, la storia, i dettagli vengono descritti attraverso la prospettiva di un unico personaggio. E’ presente anche qualche giudizio come La poveretta, riferito alla ragazza paralitica, o come Donnette, cioè le clienti della maga, che vuol mettere distanza culturale tra se stesso e gli altri personaggi del racconto immersi in un microcosmo pittoresco e superstizioso. L’ambiente descritto è ancora contadino e tradizionale, con qualche elemento di novità, a causa della rapida industrializzazione degli anni Sessanta del Novecento. La santa, emblema della civiltà rurale in dissoluzione, non si adegua ai cambiamenti sociali del suo tempo tanto da consigliare a una cliente di disfarsi della sua fabbrica maledetta. Davanti alla santa di Vigevano sfilano persone di tutte le età e di tutte le classi sociali, ciascuna ha la propria dolorosa storia da raccontare ed è disposta a farlo davanti a tutti, in una sorta di psicoterapia di gruppo. La maga, seduta su una branda e assistita da una parente che sostituisce la scatola di cartone piena di soldi con un’altra vuota, ascolta, consiglia, benedice, compie qualche gesto rituale dispensando immagini, reliquie, preghiere. Sono riportati anche i dialoghi popolari tra la santa e le donne che affollano la sua abitazione. Il linguaggio è poco articolato, basato su frasi coordinate o accostate le une alle altre.

Dal punto di vista lessicale prevalgono termini colloquiali e regionali (ci ha fatto il pignattino; ha taccagnato; il mè balosso.) Per esprimere le parole e i pensieri dei vari personaggi che giungono nella casa della santa, il narratore usa il discorso diretto oppure il discorso indiretto libero. Il narratore protagonista, giunto il proprio turno non si tira indietro, asseconda perfino la donna, forse fingendo di vedere la croce nella fronte del Cristo che gli viene mostrato in una immaginetta. Quando infine scende in strada, si trova costretto ad ammettere di essere guarito. Il finale a sorpresa, grazie all’espressione dialettale impiegata, il mio occhio non mi scarnebbiò più, rivela l’aspetto comico e grottesco di tutta la vicenda.

Deborah Mega

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RandoMusic 4: Thunderstruck

06 lunedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

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2Cellos, AC/DC, Deborah Mega, Thunderstruck

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Thunderstruck, uno dei singoli più noti della band australiana hard rock  AC/DC, formatasi a Sydney nel 1973. La famiglia Young, di cui fanno parte i due chitarristi che fondarono la band, Angus Young e Malcolm Young, di origine scozzese, si dovette trasferire in Australia per motivi economici. Alla fine del 1973 i due fratelli Young decisero di collaborare in un gruppo e così, il 31 dicembre 1973, nacquero gli AC/DC. Il nome era stato scelto dalla sorella maggiore, che aveva letto la scritta AC/DC (Alternate Current/Direct Current) ossia corrente alternata/corrente continua su un elettrodomestico e la trovò adatta ad esprimere la potenza e il dinamismo del gruppo.

Il brano è tratto dall’album The Razors Edge, registrato a Vancouver in Canada, nel 1990, che segnò la ripresa commerciale degli AC/DC dopo alcuni lavori freddamente accolti dal pubblico, ottenendo anche il disco di platino. Il brano è stato composto da Angus Young e Malcolm Young. È stato suonato in tutti i Live degli AC/DC successivi all’uscita dell’album, spesso come introduzione. Il brano si sviluppa attorno a un riff di chitarra elettrica molto veloce, che non è suonato da Angus con una sola mano, contrariamente a quanto si dice in giro.

Nel video della canzone, caratterizzato dalle riprese in grandangolo del pubblico in delirio, la band suona dal vivo alla Brixton Academy di Londra mentre Angus, che indossa un’uniforme da scolaretto, esegue la Duck Walk, un passo di danza inventato da Chuck Berry nel 1956. Il brano raggiunse la prima posizione in Finlandia e attualmente viene usato come sottofondo musicale di diverse competizioni sportive come il Gran Premio di Formula 1 e  nella colonna sonora del film di Iron Man 2. La voce è quella di Brian Johnson, che restò nel gruppo fino al 2016, quando fu sostituito per problemi di udito. Recentemente un gruppo di ricercatori della University of South Australia ha rivelato che ascoltare musica rock a tutto volume durante i trattamenti di chemioterapia possa migliorare l’assorbimento dei farmaci. E la canzone scelta per portare avanti questa ricerca è stata proprio Thundestruck degli AC/DC.

Sebbene il gruppo sia considerato universalmente come australiano, quasi tutti i suoi membri sono nativi britannici. Gli AC/DC sono tra i gruppi di maggior successo nella storia del rock: i loro album hanno venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo..

Oltre al video ufficiale di Thunderstruck, vi proponiamo l’ascolto e la visione dell’arrangiamento creato da I 2Cellos, un duo di violoncellisti croato/sloveno formatosi nel 2011 e composto da Luka Šulić e Stjepan Hauser.

Deborah Mega

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Dove ci incontreremo dopo la morte?

02 giovedì Nov 2017

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio

René Magritte, Les Amants, 1928

35.

Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
E il nostro consueto giretto serale?
E i rammarichi per i capricci dei figli?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto,
di questo furore? Sin d’ora promettimi
di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere
sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
in quel teatro spilorcio, in quel vòrtice
e magma di larve ahimè tutte uguali,
fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

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Incipit 16: Il Gattopardo

30 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Incipit, LETTERATURA

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Deborah Mega, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

Maggio 1860

 “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre. Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto. Dalla porta attraverso la quale erano usciti i servi, l’alano Bendicò, rattristato dalla propria esclusione, entrò e scodinzolò. Le donne si alzavano lentamente, e l’oscillante regredire delle loro sottane lasciava a poco a poco scoperte le nudità mitologiche che si disegnavano sul fondo latteo delle mattonelle.

[…]

Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, 1958

Il Gattopardo è un romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore sessant’anni fa. Scritto tra il 1954 e il 1957, costituì un vero e proprio caso letterario. Il manoscritto fu presentato agli editori Mondadori ed Einaudi e dato in lettura a Elio Vittorini, allora consulente letterario di entrambe le case editrici, che ne rifiutarono la pubblicazione. Solo dopo che divenne un caso letterario internazionale fu pubblicato da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani che ne recuperò il manoscritto nella sua interezza. In realtà pare che Vittorini abbia rifiutato “Il Gattopardo” per la collana einaudiana I Gettoni, non ritenendo che avesse le caratteristiche per rientrarvi ma lo avesse consigliato alla Mondadori. Nella lettera che inviò allo scrittore pare che vi scorgesse elementi migliorabili, “seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina”, scriveva Vittorini, “il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca”.

Il romanzo, tuttavia, nel 1959 ricevette il premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 fu riprodotto nel film omonimo da Luchino Visconti. Le pagine del manoscritto originale de Il Gattopardo sono custodite nel Museo del Gattopardo a Santa Margherita di Belice.  Dopo la pubblicazione nacque una vivace polemica tra i critici, divisi sul valore artistico e sull’importanza dell’opera mentre il successo di pubblico superava quello di ogni altra opera di narrativa pubblicata nel dopoguerra. ”Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E’ questa la più celebre espressione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ”scrittore, ma di professione principe”, come si definì lui stesso.  Uomo taciturno e solitario,  Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, ufficiale d’artiglieria catturato dagli Austriaci a Caporetto, Tomasi di Lampedusa rimase tutta la vita alla guida dell’azienda agricola di famiglia. Dopo l’incontro con Eugenio Montale iniziò a scrivere la grande opera della sua vita traendo ispirazione dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, nell’opera il principe Fabrizio Salina, vissuto durante il Risorgimento e noto anche per aver realizzato un osservatorio astronomico. Più che un romanzo storico si tratta di un’autobiografia che, attraverso la narrazione della storia di una famiglia e di una casta sociale tratta la decadenza di uomini e cose mentre si affermano nuovi ceti e nuovi valori.

Il romanzo prende il titolo dall’insegna araldica della famiglia Tomasi ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.» Il racconto inizia con la recita del rosario in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio abita con la moglie Stella e i loro sette figli. Egli è un  attento osservatore della progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto mentre sta emergendo sempre di più il  ceto borghese, che il principe guarda con malcelato disprezzo. L’intraprendente e amato nipote Tancredi Falconeri combatte tra le file dei garibaldini e poi in quelle dell’esercito regolare del Re di Sardegna, cercando di compiere una gloriosa carriera e rassicurando allo stesso tempo lo zio sul fatto che il corso degli eventi si volgerà a vantaggio della loro classe; sembra poi essere interessato alla raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un uomo di umili origini che si è arricchito e ha fatto carriera nel campo politico e che cerca subito di entrare nelle simpatie degli aristocratici grazie al fascino della figlia Angelica, cui Tancredi non tarderà a soccombere sia perché attratto dalla sua bellezza sia a causa del suo notevole patrimonio. Arriva il momento di votare l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, indecisi sul da farsi, gli chiedono un parere sul voto, il principe, suo malgrado, risponde in maniera affermativa. In seguito, giunge a palazzo Salina un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime. Non ha fiducia nel nuovo stato dominato non più dai gattopardi ma dagli sciacalli, i nuovi dirigenti di cui nota solo l’arrivismo avido e meschino. Con cinismo e rassegnazione il principe spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola nel corso della storia, hanno spinto il popolo siciliano ad adattarsi ma non hanno apportato mutamenti all’essenza e al carattere dei siciliani. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento destinato a non produrre effetti significativi. La sua vita continua monotona fino alla morte, che lo coglie all’improvviso. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti di don Fabrizio, inasprite da un’esistenza triste e solitaria. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente la novella Libertà di Giovanni Verga, I Viceré di Federico De Roberto, I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, tutte ispirate al fallimento risorgimentale. Non sono trattati molti eventi importanti, dunque è erroneamente ritenuto un romanzo storico mentre come scriveva Vittorini allo stesso Tomasi, vi prevale un interesse saggistico-sociologico, solo a tratti narrativo. Il romanzo è interessante per la novità della struttura, formata da diversi episodi conclusi ma collegati perché fanno capo al personaggio principale inoltre per la tesi che vi è affermata, del fallimento del Risorgimento italiano nella sua politica meridionalistica ma è anche testimonianza della crisi del nostro tempo.

Deborah Mega

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Punti di vista 3: La Scuola di Atene

23 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme, Punti di vista

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Deborah Mega, La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo La Scuola di Atene di Raffaello.

La Scuola di Atene è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane” che si trovano all’interno dei Musei Vaticani. Rappresenta una delle opere pittoriche più importanti della Città del Vaticano, visitabile all’interno del percorso.

Dopo l’insediamento, papa Giulio II, manifestò il desiderio di non utilizzare gli appartamenti del suo predecessore, Alessandro VI, decorati dal Pinturicchio. Per il nuovo appartamento scelse ambienti al piano superiore dei palazzi vaticani, in seguito noti come Stanze, di cui si progetta in un primo tempo la decorazione dei soffitti, ad opera di un gruppo di pittori provenienti da varie regioni italiane: il Perugino, il Sodoma, Baldassarre Peruzzi, il Bramantino, Lorenzo Lotto e il tedesco Johannes Ruysch. A partire dal 1508 ad essi si aggiunge Raffaello, che comincia a lavorare nella Stanza della Segnatura con il Sodoma e Ruysch.  Colpito dalle prove del pittore urbinate, il papa decise di affidargli l’intera decorazione degli appartamenti. Nel soffitto il Sanzio dipinge le personificazioni della Teologia, della Filosofia, della Poesia e della Giurisprudenza entro tondi che sovrastano le lunette delle pareti mentre in scomparti angolari raffigura l’Astronomia, il Giudizio di Salomone, il Peccato dei Progenitori e Apollo e Marsia. Il fatto che fosse ripreso lo schema decorativo tradizionale delle biblioteche medievali e rinascimentali, che ne rispecchiano l’ordinamento in “facoltà” ha fatto pensare che l’ambiente fosse originariamente destinato a ospitare la biblioteca privata del pontefice, anche se non vi sono documenti in tal senso. La decorazione pittorica si avviò dalla volta, per proseguire alla parete est, dove venne raffigurata la Disputa del Sacramento e a quella ovest della Scuola di Atene. Raffaello e i suoi aiuti vi attesero dal 1509 al 1510.

Non è chiaro quanto fu frutto della fantasia e della cultura dell’artista, pienamente inserito  nell’ambiente colto della curia romana e quanto venne invece dettato dal papa e dai suoi teologi. Durante il sacco di Roma gli affreschi della Stanza della Segnatura subirono danni dai soldati luterani che accesero fuochi, il cui fumo danneggiò gli affreschi e vi tracciarono scritte sulla fascia basamentale che vennero coperte da ridipinture seicentesche. Del dipinto esistono vari studi preparatori superstiti.

L’affresco, inquadrato da un arco dipinto, rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell’antichità intenti a dialogare tra loro, all’interno di un edificio ancora incompiuto di grandiose proporzioni, ispirato a esempi tardo-antichi e ai progetti di Bramante per il nuovo San Pietro. Una larga scalinata taglia l’intera scena, al centro è raffigurata una coppia di figure che conversano, identificate in Platone e Aristotele. Una sorta di vasto proscenio favorisce la dinamica articolazione dei gruppi in cui è rispettata la gerarchia simbolica senza tuttavia alterare l’effetto di naturalità della rappresentazione. Le cinquantotto figure presenti nell’affresco hanno sempre sollecitato gli studiosi circa la loro identificazione. Nei volti di alcuni filosofi sono stati riconosciuti i lineamenti di artisti contemporanei: Euclide ha le sembianze di Bramante, Platone quelle di Leonardo, Eraclito quelle di Michelangelo. Raffaello stesso si è ritratto insieme al Sodoma all’estremità destra della lunetta. La presenza di così tanti pensatori di varie epoche evidenzia lo sforzo di arrivare alla conoscenza, alla ricerca razionale, comune a tutta la filosofia antica. Tale rappresentazione è complementare al dipinto della Disputa del Sacramento sulla parete opposta, dove si esaltano la fede e la teologia. I due dipinti rappresentano così la cultura classica e la cultura cristiana. Nel tempo l’opera di Raffaello ha sollecitato innumerevoli interpretazioni: è stata intesa come una raffigurazione della storia del pensiero antico dalle sue origini o anche una rappresentazione delle sette arti liberali con in primo piano, da sinistra la grammatica, l’aritmetica e la musica, a destra la geometria e l’astronomia, e in cima alla scalinata la retorica e la dialettica. L’uomo domina la realtà, grazie alle sue facoltà intellettive, ponendosi al centro dell’universo, in una linea di continuità fra l’antichità classica e il cristianesimo. Nei pilastri che fanno da sfondo alla gradinata su cui si trovano i filosofi, sono collocate due statue, entrambe riprese da modelli classici: Apollo con la lira a sinistra e Minerva a destra, con l’elmo, la lancia e lo scudo con la testa di Medusa. Sotto Apollo si trovano una Lotta di ignudi e un Tritone che rapisce una nereide. Sotto Minerva si vedono invece figure di più difficile interpretazione, tra cui una donna seduta vicino alla ruota dello zodiaco e una lotta tra un uomo e un bovino. Nei medaglioni sotto la cupola sono raffigurati due bassorilievi. Una rappresentazione prospettica così complessa lascia pensare che Raffaello si sia avvalso di uno specialista, forse Bastiano da Sangallo o come riporta Vasari, lo stesso Bramante. È noto però che una delle specialità del Sanzio fosse proprio la prospettiva. Platone, raffigurato con il volto di Leonardo da Vinci, regge il Timeo e solleva il dito verso l’alto a indicare il Bene; Aristotele invece, il cui volto sembra essere quello del maestro di prospettive Bastiano da Sangallo, regge l’Etica Nicomachea e distende il braccio destro per indicare il processo opposto a quello indicato da Platone, ovvero il ritorno dal mondo intellegibile al mondo sensibile. Nella raffigurazione dei due filosofi è stato visto anche un parallelismo con i due apostoli Pietro e Paolo. Tra i filosofi rappresentati alcuni sono chiaramente riconoscibili mentre di altri l’identità è più controversa. A sinistra di Platone, con una tunica verde si trova Socrate, tra i giovani davanti a lui si sono riconosciuti Alcibiade o Alessandro Magno, Senofonte ed Eschine. All’estrema sinistra, Zenone di Cizio vicino a un fanciullo, che regge il libro letto secondo alcuni da Epicuro incoronato da pampini di vite. Pitagora è seduto più avanti, in primo piano, mentre legge un grosso libro. Dietro di lui Averroè col turbante, che si china verso di lui, e un vecchio che prende appunti, identificato con Boezio o Anassimandro o Senocrate o Aristosseno o ancora Empedocle. Davanti si trovano un giovane in piedi di controversa identificazione, Parmenide o Aristosseno. Verso il centro Eraclito, isolato, poggia il gomito su un grande blocco. Il personaggio sulla sinistra, di fianco a Parmenide vestito di bianco e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è probabilmente Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II.

Negli ultimi anni si è identificata questa figura con Ipazia, matematica di Alessandria d’Egitto del IV-V secolo. Nel gruppo di destra è rappresentato Zoroastro mentre tiene in mano un globo celeste, in quanto ritenuto fondatore dell’Astronomia. Il gruppo a destra di Aristotele è di difficile interpretazione. L’uomo vestito di rosso potrebbe essere Plotino, al centro sdraiato sui gradini c’è Diogene. In primo piano si trova un gruppo centrato su Euclide (o di Archimede), in ogni caso la figura è raffigurata con le sembianze del Bramante, intento a enucleare un teorema tracciando figure geometriche. I decori sulla sua tunica sono stati interpretati come la firma di Raffaello,”RVSM”: “Raphaël Urbinas Sua Manu” e forse la data MDVIIII. Dietro di lui, l’uomo che dà le spalle allo spettatore e regge un globo è Claudio Tolomeo. Davanti a lui si trova un uomo barbuto, forse Zoroastro, e dietro due personaggi di profilo, in vesti contemporanee, Raffaello stesso e l’amico e collega Sodoma. La collocazione degli artisti nell’affresco dimostra la consapevole e orgogliosa affermazione della dignità intellettuale dell’operare artistico, secondo lo spirito tipicamente rinascimentale.

Deborah Mega

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RandoMusic 3: The House of the Rising Sun

16 lunedì Ott 2017

Posted by Deborah Mega in Appunti musicali, MUSICA, RandoMusic

≈ 1 Commento

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Deborah Mega, The Animals, The House of the Rising Sun

L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

The House of the Rising Sun è una canzone folk statunitense che risale alla prima metà dell’Ottocento. Non si sa chi sia stato il compositore ma è stato un brano molto coverizzato. L’arrangiamento del gruppo inglese The Animals, nel 1964, è considerato il più famoso ed è stato il numero uno in classifica negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Svezia, Finlandia e Canada. Per la sua struggente melodia il brano divenne uno dei più amati dai soldati americani impegnati sul fronte del Vietnam.

L’etnomusicologo Alan Lomax, autore nel 1941 della raccolta di canzoni Our Singing Country, scriveva che la melodia era stata tratta da una ballata tradizionale inglese del Seicento, probabilmente Matty Groves, mentre il testo era stato scritto da Georgia Turner e Bert Martin, una coppia di abitanti del Kentucky. La prima incisione del brano probabilmente è quella del 1934 eseguita da Clarence “Tom” Ashley; di una precedente versione su 78 giri, risalente al 1928, da parte di Alger “Texas” Alexander, non sono mai state rinvenute le tracce. L’espressione “House of the Rising Sun” (Casa del sole nascente) indicava una casa chiusa realmente esistita e situata a New Orleans nel quartiere Storyville, detto anche The District, al n.1614 di Esplanade Avenue, presieduta da una maîtresse chiamata Marianne Le Soleil Levant, da cui la denominazione della casa, che fu abbattuta nel 2007. Del testo esistono due diverse versioni: quella maschile parla di un ragazzo pentito di aver trascorso la sua vita nel peccato frequentando la “Casa del sole nascente”; quella femminile invece parla di una ragazza pentita di essere entrata nel giro della prostituzione presso la stessa casa.

In Italia Riki Maiocchi, fondatore del complesso dei Camaleonti, incise anche un’altra versione del brano dal titolo Non dite a mia madre,  che venne censurata perché si riteneva che istigasse al suicidio. In realtà il testo descriveva la vicenda di un prigioniero nel braccio della morte, in attesa che venisse eseguita la condanna.

Il brano è introdotto da un arpeggio di chitarra elettrica in La minore che sembra scolpito nella roccia, tanto è granitico. La voce intensa di Eric Burdon introduce il cantato, poi Alan Price anima l’organo Vox che insieme alla chitarra di Hilton Valentine diviene sempre più travolgente fino all’assolo conclusivo. È l’arrangiamento definitivo, quello che resterà per sempre nella storia.

Deborah Mega

 

 

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

My mother was a tailor
Sewed my new blue jeans
My father was gamblin’ man
Down in New Orleans

Now the only thing a gambler needs
Is a suitcase and a trunk
And the only time he’ll be satisfied
Is when he’s all a-drunk

Oh mother, tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Well I’ve got one foot on the platform
The other foot on the train
I’m going back to New Orleans
To wear that ball and chain

Well there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

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