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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Buona Estate, Buone Vacanze

08 lunedì Lug 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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Immagine "Maremonti" di Loredana Semantica

Un’altra estate ha preso avvio e, come ogni anno l’attività del blog rallenta, prende i ritmi del caldo e del riposo, ricarica energia, nuove idee. Queste le attività previste del blog. Non una pausa vera e propria, piuttosto un rallentamento dei ritmi di pubblicazione. Tutto qui. Non parliamo di rubriche, di tempi, di ritorni ma vi lasciamo in compagnia dei post di Francesco Palmieri. Da questo momento a fine agosto, l’augurio che sentiamo di doverci e che desideriamo estendere a tutti coloro che passano di qui, lettori affezionati o semplici passanti è solo questo:

 BUONA ESTATE, BUONE VACANZE

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Canto presente 41: Anna Lamberti Bocconi

02 martedì Lug 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ANNA LAMBERTI BOCCONI

Mia giovinezza andata
nella sua qualità di bel mazzetto
regalato ogni sera
come fosse un giochetto da due lire
quei quadrati coi numeri
che mandavi su e giù con un sol dito
nella cornice di plastica
uno era vuoto e quello
determinava le mosse
per metterli tutti in fila.
Ma io avevo il buco inchiodato
tiranno maledetto ed avariato
comandava da immobile.
Io lo credevo l’anima
causa la trasparenza delle lacrime
sul fondo ultravioletto della sera.

*

Vidi due labbra fresche adolescenti
posarsi sull’orrendo volto vecchio
di un dio di morte, e tutti gli spaventi
della mia vita al fondo di uno specchio.

Udii che un desiderio e un dispiacere
sono la stessa cosa, e lo diceva
questa mia voce, e il vino nel bicchiere
era versato ma non si beveva.

*

ANNA SULLA DARSENA

Cercare la mia anima di un tempo
tra vie rifatte che non riconosco.
Solo le case sono sempre loro,
l’acqua, la riga dritta delle vie.
Io ho fatto la fine dei dinosauri:
troppo grandi, non c’era da mangiare,
schiacciati sotto una meteora, il ghiaccio
se li è portati via con sé, le ossa
là, immense nella sala di un museo.
Dico qualcosa a chi mi vuol sentire
poi vado a riguardare quel che fui,
o meglio, dove stavo quando fui.
Anche la solitudine si è estinta.

*

Non sento altro che la tua mancanza,
piccola mamma, nelle foglie tese
verso il loro orizzonte verticale
tu che racconti di bellezza e amore,
spaventi di bambina, il tuo tappeto,
persona eccezionale, madre mia
vedo soltanto che te ne sei andata
la primavera infrange ogni vetrata,
creata e discreata. Ancora esisto
se penso a te, le frange del tappeto
in piena luce, la calligrafia
che si assomiglia, che era tua ed è mia
girano testa e vento nella stanza
vortica il mondo e non è mai abbastanza,
fino a che anch’io diventerò poesia.

*

Io sono il fiore in mano
col fil di ferro in gola
quello che va nel marmo,
l’amore del tuo nome
che sussurrò bellezza
gioia, consolazione
la foto cancellata
dimenticata in acqua,
sono il pigmento rosso
che incarna la tua rosa
alta col fil di ferro
piantato nella gola.

*

Ti amo sul mio mare che lascia il mare
la vela bianca e grigia che sembra nebbia
sul sale che incrosta lento l’amo incagliato
immerso da anni e anni dentro il relitto
dal giorno livoroso della tempesta,
il fiore ombelicale che ignaro nacque
avido, amaro, errato, colmo di pianto
il fiore che viveva come un furore,
ti amo da quella gioia dimenticata
quel vecchio paradiso tinto di sangue
che non ne vuol sapere di tramontare.

*

Sogno di bere una fanta in una bocciofila
poco davanti ad una fontana che gocciola,
dopolavoro di autisti e tranvieri, domenica,
sole d’estate che avvita i suoi raggi nell’anima.
Lì piano piano potresti capire che esisto
sempre, con te, senza te, col cuore di vento,
come la linea più bella che traccia una rondine
quando nel cielo rincorre l’arte di perdere.

*

Perduta e sola con i miei due versi
da quando la parola è intelligente
imito il Sole partendo dal Niente
fianco al silenzio e fronte al grande brodo
cercando sottigliezze e gemme fine
in tutta questa fine senza fine.

 

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

15 sabato Giu 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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EMILY DICKINSON, POESIA

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

La chimica certezza
che nulla va perduto
sprona nella sventura
il mio credo in frantumi

Se vedrò il volto degli atomi
tanto più le finite creature
che mi sono state sottratte.

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Canto presente 40: Massimo Botturi

08 sabato Giu 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente

≈ 3 commenti

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Canto presente, Massimo Botturi, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MASSIMO BOTTURI

A MIA MADRE

 Quasi cadesse ancora quel filo d’erba nuova
dalla tua mano e hai appena due anni
ora che in fila, aggiusti il borsellino
per quando sarà il conto.
Le poche tue cibarie, un flit per i mosconi
galanterie portate da casa in questo uffizio
dove le giovinette sistemano scaffali
e taciturne vanno alla pesa.
Sempre attenta, io t’ho veduta in queste faccende
un soffio d’aria, versata d’innocenza sui vortici del mondo
tra le rotonde e i clacson sguaiati
luminarie, file di denti come promessa.
Ora sei china
non più al figliolo nudo dai gomiti incrostati
ma alla severità delle vene, delle ossa
di ciò che ti sorregge a fatica
senza un pianto.

QUANDO POI SMETTE DI PIOVERE

Quando poi smette di piovere, fa strano
e sembra che più niente ci sia a volare intorno.
Ti sembra d’esser mai esistito, e che le foglie
si chiamino a custodi del mondo
con le leggi
le regole non scritte che spingono le verdi
e annullano le gialle alla fine dei respiri.
È come avere te, un foglio bianco, sesso aperto
per contraddire Darwin in sette giorni solo;
è come avere letteratura, mani e bocca
volume in edizione extra lusso.
Gli occhi, ancora
come dei secchi d’acqua con dentro le tue lune
le tue mammelle poco educate
il tuo ombelico, sporgente come un pesce
alle briciole del pane.

L’UOMO ACCANTO

Quando dormo profondo allungo il corpo
come l’acqua dentro il vino
come i sogni, che odorano di more e tempesta.
Torno al Vico
a quel trasloco di San Martino, alla maestra
che m’educò all’amore per libero pensiero.
Ritorno al lume, chiuse le imposte
e al libro nuovo. Sulla credenza via dallo sporco
perché oro, sarebbe stato i giorni a venire.
Dormo e sboccio
maturo come il fiore di pero e di genziana
tra i tiri dello schioppo nel bosco e altri lamenti.
E quando dormo profondo
in altri mondi, poi getto le mie viole a ricordo;
ho calze corte, un piccolo maglione sfibrato
ma sorrido. Sì forte che del sangue poi m’esce
e mostra il segno
sul labbro un bacio pronto a venire
l’uomo accanto.

ROSSA

Là, una rosa
ha già varcato il limite imposto di un cancello;
la debole ed inutile leggina che la vuole
di proprietà a un’anziana signora.
Ma n’è nulla
ciò che la vanità scrive in calce, lei si fionda
accetta il rischio d’essere scissa;
che so io, da uno innamorato prima che torni a casa
da una ragazza mentre l’annusa
e trova pari, al seno suo lavato di fresco.
Eccola china
del peso di rugiada scolpita, come vena
varice della terra ghiaiosa
Dio inventore.

INTERMITTENZE

Questa mia stanza ha un occhio a est, piccino.
Davanti un sortilegio di foglie, a inverno coppi.
La luna ci sghignazza minuti, forse un’ora
poi gira il culo e va verso il Michigan, Milano
o una città che adesso mi scordo.
Sembra niente, ma a me vien su il magone
perché è una bella donna che sfugge, come gli anni
Allora viene in mente quando prendevo il treno
e tra una riga e l’altra di un libro salutavo
le amiche pendolari di stessa mia premura.
Nemmeno un caffè insieme;
garretti, borse, corse
e metropolitane d’ogni colore, e tram.
Mi viene anche in mente la mia morosa mora
le uscite di nascosto dal padre che dormiva
le scuse alla sorella portata per candela.
E allora penso, porca miseria, è proprio vero
son attimi che passano svelti quelli belli
ma restano che sembrano secoli, ciao amore!

 

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Canto presente 39: Pasquale Del Giudice

30 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, SINE LIMINE

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Tag

Canto presente, Pasquale Del Giudice, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

PASQUALE DEL GIUDICE

Dal corpo.

Avere un corpo, zampe e zanne, trascinare
in giro un guscio, al guinzaglio
della coscienza, un ordigno in prestito,
oscuro oggetto di studi, provvisorio
intrico, ferraglia che stride
il proprio involucro, ignorato
dall’altezza degli occhi, delle analisi sommarie
indagini sulle superfici, sui paesaggi
terrestri, dal taglio della propria
inconsapevolezza, inconsistenza conoscitiva,
dal corpo scavare il corpo della terra
concentrato di lesioni, assimilate
ferite, cancellazioni e stratificazioni
scendendo con la penna, ribaltare
il progetto degli appezzamenti, la cartina
delle proprietà, delle vene, delle strade
lasciandone emergere il risvolto,
il lavorio sotterraneo di gallerie,
funzioni, formiche, avi che trasportano briciole
ossigeno, monumenti alla debolezza di tutti,
col corpo rinvenire genealogie
verticali e parentele orizzontali,
tra ulivi bisnonni e piante neonate,
essere un corpo é non avere corpo,
l’illusione di un giorno, servire
il destino della storia e l’ordine del discorso,
avvenire nei sensi, consumare il gioco
di stare al mondo, prescritti, urbanizzati
urtando altre parti di mondo,
riproducendolo, nei fraintendimenti,
nei dialoghi della bocca e delle braccia,
desiderando il mistero di un altro corpo,
dall’enigma del proprio, esposti e difesi
nella carne, cartapesta di pori
e vespaio di cellule altrui, con cui
guerreggiare a nome di un altro,
nel solo corpo che hai e che non ti appartiene
a nome tuo e di nessuno che moltiplica i giorni,
le scuse, i passatempi per restare in piedi
tra gli altri, contro gli altri,
avere un corpo, un materasso su cui morire,
deteriorarsi, contando, misurando
parole tra sé e la propria carcassa,
oscurarsi tra le coperte, in nuovi
anfratti, pieghe, lasciando cadere sillabe,
come squame, pelli secche, cicliche mute
come distanze cadute, di pareti e mura di sé
anni, crolli, avvicinandosi alla polvere,
dal corpo sentire i gradi, il calore,
signore crudele al giuramento degli alberi,
col corpo tornarsene a casa, nell’altra gabbia,
torcendo il capo tra gli archivi,
mentre la città muove strumenti, apparecchi
macchine, motori, alla finestra
guardare la pace estiva, le cattedrali,
gli edifici, la miseria, l’asfalto,
le televisioni che parlano a vuoto, i ritagli
di giornale, le scadute politiche del mondo,
dalle vetrate degli occhi, vedere chi vince
più vicino alla morte, la vita di ognuno
una storia di commiati diretti al comune,
all’ultimo congedo, mentre si cerca
invano la particella neutra, il volto dell’altro,
il laccio, l’accordo a quella frequenza monotona
neutra, sottopelle, dove non termina il filo
e una testa, una cellula si lega all’altra,
occhi di tutti i colori, corpo di Dio,
corpo di tutti i corpi, tutto il dolore del mondo
vedere con tutti gli occhi del mondo,
soffrire la sincronia delle piaghe mentre
si diffondono, si ripetono, ognuno
portatore sano di ferite, che arreca agli altri,
disperdendo il primo trauma, dal corpo.

Ipotesi sulle aule studio.

Geometrie che si ripetono
in un’armonia predisposta di sedie
banchi e postazioni computer,
rigidità inflessibile
di architetture razionaliste
composizione minimalista,
patria di zaini, occhiali, matite
occhiate, effetti personali, segreti amori
mondo sottomarino, enorme
acquario di pesci boccheggianti, di pazzi
che parlano da soli, macchine
che borbottano in parallelo, di sottolineature
di sacrifici di parti di testo espunte dal testo,
di testi messi insieme, stuprati e riassunti
passati da una bocca all’altra, fabbrica
di impuniti travisamenti,
le aule studio rivelano l’interesse
la curiosità verso l’altro e il fastidio
l’attrazione e la repulsione del diverso
origliato nel proprio universo,
le biblioteche sono allevamenti
intensivi della specie, in cui la scrittura
passa il testimone filogenetico
mentre si gonfia e si rigonfia il palloncino
solipsistico degli scopi personali,
l’illusione dei propri obiettivi,
la prefigurazione degli esami
mettendosi alla prova
ognuno nutrito dalla benzina del suo fine,
le aule studio sono palestre di boxe
sale d’addestramento
dove ognuno si prepara alla gara
prendendo a pugni il suo sacco, il suo libro,
camere iperbariche, anticamere
d’arrivismo sociale,
in questi luoghi amo i distratti,
chi fissa un punto a caso della stanza,
chi incrocia uno sguardo fuoriuscito
dalla sua bolla d’attenzione
chi è incapace di concentrarsi su di sé,
chi si annoia di sé, chi è innamorato
della fisionomia dei corpi, del mondo
che gli passa vicinissimo nelle sue forme
e sta attento a non approfondirlo,
amante della superficie, del gusto del vedere
divinità innalzatasi a contemplare
l’ansia dei suoi figli sfiniti e contratti dal lavoro
al di sopra o al di sotto dei suoi doveri
del suo debito nei confronti della vita,
in una via di mezzo, nel possibile
tra il conosciuto e lo sconosciuto,
ognuno in attesa dell’evento, dell’impatto
effettivo, eterno riscaldamento
nelle aule studio si fanno ipotesi sui freni
sulla tenuta del motore, officine
in cui si eseguono rituali, prove
sulle gomme, crash test, cercando di coprire
e prevedere le domande, di mangiare
l’intera torta del programma
in vista dell’esame che forse non si terrà mai,
studiare per un esame è un esercizio chirurgico,
un’ossessione della prestazione,
leggere è guidare a caso per le strade del mondo,
conoscere cose per il piacere di farlo,
nelle ore o nei giorni di festa
le aule studio sono ospedali senza pazienti
reparti dormienti, letti vuoti, corridoi spenti.

Volti prismatici di un mocio.

Polipo addomesticato, sbattuto sulla pietra
sulle superfici di casa,
piste d’atterraggio o da pattinaggio
per curling amatoriali
per parrucche di treccine idroassorbenti,
scettro delle signore di casa
migliore amico, fucile delle casalinghe,
alghe redivive a contatto con l’acqua,
teste schiantate da un battiscopa all’altro
maltrattate da donne frustrate, sottomesse
alla gerarchia patriarcale
allo scazzo di badare a figli, mariti e amanti,
futuro strumento di rivolta,
arma con la quale i lavoratori domestici
otterranno l’indipendenza,
un mocio è una lattuga dalla facile usura
un sommozzatore col fiatone
un ragazzetto bullizzato
col cranio nel cesso, torturato,
immerso e strizzato più volte;
dovremmo lasciarlo prosperare
nel suo secchio specifico, in ammollo
come una creatura marina
una medusa di listarelle nel suo acquario,
senza farlo disidratare,
imputridire nel lercio del passato,
ogni tanto versando dell’acqua fresca
della vita nuova o del detersivo
come forma di premio, come dental stick,
come dessert, come bevanda
analcolica bluastra allucinogena,
il mocio è un regalo, un prestito di Zeus
alle faccende domestiche
ballerino provetto, come tutti
inizia a perdere pezzi, a puzzare di marcio,
a soffrire di calvizie, lasciando in giro
ciocche, parti di chioma,
la sua arte è trattenere il fiato
la giusta misura d’acqua
per affrontare le insenature, i rischi
e le strettoie quotidiane della vita,
sapendosi sporcare e ripulire,
rimettendosi nuovamente in gioco;
uno e molteplice, questo straccio sofisticato
è un esemplare di Komondor
tenuto in un angolo o in un ripostiglio
dal temperamento notoriamente
equilibrato, affettuoso, indipendente
gentile e tranquillo, rasta con asta
un mocio non è altro che un omaggio
divino alla testa danzante di Rud Gullit.

La manutenzione.

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre ad ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi,
esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte e i capelli, le pareti,
la manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare il tempo nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima,
bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

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Canto presente 38: Alfonso Ravazzano

23 giovedì Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA, SINE LIMINE

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Alfonso Ravazzano, Canto presente, POESIA

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ALFONSO RAVAZZANO

LA GRAMMATURA DELL’INCERTO

Prendevi in prestito
i respiri che mostravano
coraggio e che io cercavo
in ogni luogo di confine.
La tua gola piena di tubi
mi ricordava il gesto del subacqueo
quando mira ai pesci.

 

Non è tanto sparire allontanarsi
è rimanere aggrappati a noi stessi.
Io e tutte le mie assenze
abbiamo il peso del buio
la grammatura dell’incerto
il sapore di un miscuglio
già bevuto.

 

Parlare di chiodi, di attese
una mano a martello
e lo sguardo disfatto.
Tu che il sonno lo inventi
pensa a salvarti ad essere
là dove potresti rinascere.

 

Il senso delle parole è in una foto che guardo
da una montagna di tormenti, descrive l’esercizio
della fatica silenziosa, quella che spinge l’aria
verso luoghi che non abbiamo abitato e nel disegno
dello sguardo la descrizione di un salto infinito.

 

I pesci hanno tanto coraggio e non si aspettano niente.
Ti avevo chiesto un bacio ma tu tardavi a morire
mentre l’amo feriva l’acqua senza averne paura.

 

Nutrire ogni forma di delirio
la mano aggiunge acqua alla sete
e il freddo è una coperta di sogni
si riesce a sentirne il calore da fuori
possibile sfidare le superfici isteriche
quando sdraiati si resta più deboli
cosa sono le cosidette assenze
se non tornano i conti e le somme
può servire adagiarsi su uno strato di pelle
quello più vicino alla luce in un fiato.

 

Ogni volta che muori
la dismisura del viaggio
fra il tuo allontanarsi
e il mio divenire – verifica
l’attimo in cui suggerivi
di comprendermi.
Dentro a questa geografia
dello smarrimento – regni
un poco risparmiata e cupa.
Ogni sillaba che costruisce
il tuo nome genera altri mondi
altre incomprensioni o incertezze.
Rivedo la tua mano dettare
in un foglio scarabocchiato
disegni visibili e necessari.
Tu m’abbandonasti al confine
imperturbabile di una città
che non avremmo mai conosciuto.

 

Guarda i miei occhi le tue debolezze
fissami pure potremmo incontrarci
Il male che mi porgi è la geometria dei vinti
sono per quello che respiri anche se non saprai dimenticarlo
Io prendo coraggio dal tuo labbro quello che bacia
la fisionomia del sangue.
Aprimi succhiando l’aria che non dovrò respirare.

 

La respirazione è un talento
la somma dei rami tagliati
la voce matura dei passeri
e altre direzioni di volo
è tutto nelle radici di un acero
la variante dell’ossigeno
raggiunta la trachea
sentirai soltanto un soffio d’aria
sei troppi movimenti e linee
per sparire.

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uNa PoESia A cAsO: Costantino Kavafis

19 domenica Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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candelabro, Costantino Kavafis

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Costantino Kavafis, con “Candelabro”

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

(trad. Filippo Maria Pontani)

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Prisma lirico 28: Samuel Beckett – Nicolas de Staël e Claude Monet

11 sabato Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Calude Monet, Nicolas de Staël, Samuel Beckett

Il Prisma lirico di oggi dedicato a una stupenda poesia di Samuel Beckett all’opera altrettanto bella di Nicolas de Staël e Claude Monet

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Nicolas de Staël

Lungo tutta la spiaggia
alla fine del giorno
i passi unico suono
unico lungo suono
fin quando non richiesti
si fermano
allora nessun suono
lungo tutta la spiaggia
a lungo nessun suono
fin quando non richiesti
riprendono
i passi unico suono
unico lungo suono
lungo tutta la spiaggia
alla fine del giorno.

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Claude Monet

 

Testo: “Ritornotorno”, Samuel Beckett

Opere:

Nicolas de Staël, “Paysage Bord de Mer”, 1954

Claude Monet, “Sunset at Pourville”, 1882

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uNa PoESia A cAsO: Rabindranath Tagore

04 sabato Mag 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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POESIA, Rabindranath Tagore

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Rabindranath Tagore, da “Il giardiniere”

Quando mi passò accanto velocemente
l’orlo della sua veste mi sfiorò.
Da un’ isola sconosciuta del cuore
venne improvviso un respiro caldo di primavera.
Fu un tocco fugace che  svanì
in un momento come il petalo di un fiore reciso
trasportato dall’aria.
Ma si fermò sul mio cuore come un sospiro
del suo corpo, come un sussurro dell’anima.

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Grandi donne: Frida Kahlo

25 giovedì Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Grandi Donne, Il colore e le forme

≈ 2 commenti

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Frida Kahlo, Grandi Donne

Frida Kalho, una donna e una biografia affascinanti, come un romanzo. Una forte personalità espressa non soltanto nei tratti del viso e dei suoi dipinti, ma nell’ immagine offerta di sé, nella sua arte e nelle scelte.

Ciò che mi preme mettere in luce includendo Frida Kahlo tra le grandi donne di questa rubrica, che è anche il motivo per il quale l’ho scelta, è la sua capacità di trasformare una vita segnata dalla disgrazia in successo, di fare dell’arte il catalizzatore d’ogni nevrosi, risolvendo in essa ogni tribolazione, non tanto per calcolo o ricerca di gloria, ma per necessità. Il modo cioè in cui si manifesta spesso un’autentica vocazione all’arte.

Nacque nel 1907 a Coyocan in Messico, dove morì 47 anni dopo. Il padre di Frida, Guillermo, era un ebreo di origine ungherese emigrato in Messico a diciannove anni, che, dopo aver svolto vari mestieri, divenne fotografo e probabilmente trasmise a Frida il suo amore per l’arte, l’espressione artistica e l’inquadratura fotografica. La madre messicana regala a Frida il fascino bruno e latino, le sopracciglia folte convergenti sulla cima del naso e quel velo di baffetti che Frida esibiva invece di nascondere, giocando anche a vestire con abiti da uomo il suo corpo sottile androgino. L’effetto di questo travestimento produce un risultato, misterioso e attraente come testimoniano alcune foto.

Guillermo Kahlo, Frida in Men’s Clothing, 1926

Guillermo Kahlo, Frida in abbigliamento maschile, 1926

L’evento più significativo della giovinezza di Frida fu un grave incidente per uno scontro tra un tram e il pullman sul quale lei viaggiava col fidanzato Alejandro. Era il 1925. L’investimento ebbe sul corpo di Frida effetti devastanti. Riportò la frattura della colonna vertebrale in tre punti, del bacino in tre parti, undici fratture alla gamba sinistra, lo schiacciamento del piede destro, un corrimano del pullman le attraversò il ventre da parte a parte. Subì innumerevoli interventi chirurgici e dovette trascorrere anni a riposo a letto, con un busto di gesso. Una volta in piedi riuscì a camminare, ma dovette sopportare i dolori conseguenti all’incidente per tutta la vita, oltre a non poter avere figli. Fu proprio durante questo periodo di convalescenza che cominciò a dipingere. La famiglia per agevolarla le comprò dei colori e un particolare letto a baldacchino con specchio sul soffitto che le permetteva di specchiarsi. Dipingeva autoritratti nei quali era ben rappresentata con vividezza di colori e incisività delle linee la sofferenza del corpo martoriato.

Scopertasi artista per via della sofferenza, una volta che si riprese dal trauma pensò di sottoporre le sue opere al vaglio di Diego Rivera, famoso pittore messicano per averne un parere. Frequentandosi Diego e Frida si innamorarono l’uno dell’altra e Diego introdusse la sua amata nell’ambiente culturale messicano e politico comunista. Questa coppia d’artisti formerà fino alla morte di Frida un singolare e discusso connubio, vissuto tutto a loro modo, nell’autonomia reciproca (vivevano in case separate collegate da un ponte), nei frequenti tradimenti di Diego ai quali corrispondevano gli innamoramenti di Frida con coinvolgimento anche erotico (e pare anche sessuale) per donne autodeterminate, forti e indipendenti come Tina Modotti la cantante Chavela Vargas e per uomini tra i quali Lev Trotsky  e Andrè Breton.

Le tensioni  con Diego giunsero al culmine quando lui tradì Frida  con la sorella di lei  Cristina. Frida pretese il divorzio, ma appena un anno dopo Diego e Frida si riavvicinarono. Lui alto imponente e corpulento appare nelle foto che li ritraggono insieme massiccio e predominante rispetto a Frida snella e piccola. Eppure lui amava di lei proprio questo aspetto androgino e sottile e lei in lui quella carnalità prorompente che riempie.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Frida seguì per tutta la vita la sua passione per la pittura, per Diego, per il comunismo e il folclore messicano. Si raffigurava nei suoi piccoli autoritratti (prediligeva il formato 30×37) vestita con gli sgargianti colori degli abiti tradizionali. Famose le sue acconciature complicate di trecce e fiori nei capelli, collane e bigiotteria appariscente. Viene raccontata come una donna piena di vita, intelligente, allegra, che amava alcool, droga e sigarette, feste con gli amici.

Oggetto dei suoi quadri sarà soprattutto se stessa, dirà che ciò avviene perché, trascorrendo molto tempo da sola, è il soggetto che conosce meglio. Osservare i suoi dipinti significa penetrare il vissuto e complesso mondo dell’artista, dall’infanzia all’incidente che la segnò per la vita,  dall’amore per Diego ai tormenti del corpo, dal dolore per l’aborto subito all’attenzione per le istanze sociali del suo popolo. Frida nei suoi quadri rappresenta i suoi capelli, i suoi peli e cuore, le sue viscere esposte, la colonna spezzata che sostiene il suo busto. Per inquadrare la sua opera si è parlato di simbolismo e di surrealismo, e dapprima Frida sembrò accogliere questo accostamento, definendo il surrealismo come l’espressione artistica che fa aprire l’armadio dove a sorpresa si trova un leone invece delle previste camicie. Poi lo rinnego` affermando “credevano dipingessi i miei sogni e invece ho sempre dipinto la mia realtà” .

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Nel 1953 il Messico le dedicò una mostra alla quale poté partecipare su un letto a baldacchino, trasportata sul luogo in ambulanza. Un anno dopo morì, alcuni dicono per l’abuso di farmaci, altri per un’embolia polmonare. Aveva appena quarantasette anni. Oggi è la più famosa pittrice messicana, popolare in tutto il mondo. Della sua pittura diceva «La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno. Dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza altre considerazioni.»

What-the-Water-Gave-Me-1938-by-Frida-Kahlo-2

Cosa ho avuto dall’acqua, 1938, Frida Kahlo

 

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IV. Il ferro in pugno al chirurgo ferito

19 venerdì Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Rose di poesia e prosa

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Quattro quartetti, Thomas Stearn Eliot

Elaborazione fotografica di Loredana Semantica

Il ferro in pugno al chirurgo ferito
Si avverte che, sotto la mano insanguinata,
L’affilata pietà dell’arte medica
Della curva febbrile risolve il quesito.
Nostra sola salute è nella malattia,
Nell’obbedienza all’infermiera moribonda
Che indifferente al nostro gradimento
La condanna di Adamo, la nostra, ci rammenta
E che la guarigione segue l’aggravamento.
Il mondo intero è un ospedale finanziato
Da un milionario spiantato,
Dove morremo, se ci comportiamo bene,
Della paterna cura che, assoluta,
Mai ci abbandona e ovunque ci precede.
Dai piedi alle ginocchia ascende il gelo,
La febbre canta nei circuiti cerebrali.
Per essere scaldato mi devo congelare,
Tremare dentro il freddo fuoco purgatoriale,
Fiamma fatta di rose, fumo fatto di spine.
Nostra sola bevanda è il sangue stillante,
La carne sanguinante nostro unico alimento:
Benché ci sia gradito di pensare,
Che siamo salda carne e saldo sangue,
Ebbene, questo Venerdì si chiama Santo.

Thomas Stearn Eliot, da “Quattro quartetti”

Trad. di Fulvio Pauselli

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uNa PoESia A cAsO: Eugenio Montale

07 domenica Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Eugenio Montale, da Ossi di seppia

Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.

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uNa PoESia A cAsO:  Thomas Stearn Eliot

28 giovedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Thomas Stearn Eliot, da Quattro quartetti

IV.

Oh Signora, che il tuo santuario sta sul promontorio,
prega per tutti quelli che sono sulle navi, quelli
che hanno per mestiere di pescare, e
quelli impegnati in ogni traffico legittimo
e quelli che li guidano.

Ripeti una preghiera anche per
le donne che hanno visto i loro figli o mariti
partire, e non ritornare:
figlia del tuo Figlio,
Regina del Cielo.

Prega anche per quelli che erano sulle navi, e terminarono il loro viaggio sulla sabbia, sulle labbra del mare
o nella scura gola che non li restituirà
o dovunque non può raggiungerli il suono dell’eterno angelus
della campana del mare.

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21 marzo 2019. Buona poesia a tutti. Anche da Facebook.

21 giovedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

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rocca di gibilterra

La rocca di Gibilterra

Oggi è il 21 marzo. Anche quest’anno festeggiamo: l’equinozio di primavera, la giornata internazionale della poesia, la nascita della poetessa Alda Merini, l’inizio dell’attività di questo blog.

21 marzo 2016 – 21 marzo 2019

Sono trascorsi ben tre anni dall’avvio del blog LIMINA MUNDI e certo non sono trascorsi invano, tanti articoli si sono succeduti, uno dopo l’altro, a dare corpo al desiderio di esplorare, cercare bellezza, condividere. Non occorre fare statistiche, bastino i dati del post di bilancio annuale “Numeri e auguri” , che qui è ormai una tradizione, per farsi un’idea dell’attività.

Quest’anno però abbiamo un’occasione in più da festeggiare. Una sorta di avventura finita bene, cioè con l’esito di un riconoscimento della bontà di questo luogo. Brevemente. Il 12 marzo scorso facebook, la famosissima piattaforma social va in down, non si può condividere nulla, i commenti vanno a singhiozzo o non sono pubblicati affatto, per non dire delle immagini. Agli amministratori della Pagina facebook di questo blog arrivano a raffica notifiche che i link al blog sono bloccati perché ritenuti avere contenuti offensivi, violenti o comunque lesivi delle regole di facebook. I link a questo sito pubblicati su facebook spariscono tutti. Ovviamente trasecoliamo. Ovviamente ci siamo chieste chi avesse denunciato o cosa altrimenti fosse successo. Ovviamente ci siamo premurate a segnalare l’errore del blocco. Dopo qualche giorno di riflessione abbiamo capito che il blocco era effetto del crash e che dietro non c’era nessuna manina. Abbiamo pazientato e abbiamo fatto bene. Appena ieri le nostre segnalazioni sono state esitate dal gruppo assistenza di facebook – che ringraziamo – e il blocco al blog rimosso.

Noi vogliamo vedere in questo ripristino di funzionalità alla vigilia del “compleanno” di LIMINA MUNDI un augurio di buon proseguimento e un riconoscimento, anche da parte di facebook, che questo è un luogo dove si condivide arte, letteratura, cultura e poesia. In definitiva semplicemente ciò che è.

Sappiamo che qui c’è ancora tanto da fare, il percorso è lungo di anni e anni, almeno lo speriamo, sperando al contempo che sia sempre un bel veleggiare per l’alto mare aperto senza confini, senza meta, verso il prossimo approdo, verso l’ignoto, col vento sul viso, gli spruzzi dell’acqua, il cielo, le onde, un senso infinito di libertà.

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Grandi donne: Ipazia

08 venerdì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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Grandi Donne, Ipazia, Ipazia di Alessandria

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

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Oggi dedico l’articolo delle grandi donne a Ipazia, scienziata dell’antichità, barbaramente uccisa. Questa scelta segue precedenti scelte di raccontare la grandezza delle donne. La prima donna della quale ho parlato in questa rubrica ha compiuto una scelta coraggiosa, autonoma di dignità e rivoluzione, rifiutando il matrimonio riparatore: è la siciliana Franca Viola. La seconda a cui ho dedicato il pensiero è un’artista che alla canzone e musica ha dedicato la sua vita: Mia Martini, ingiustamente boicottata dai suoi simili. Oggi è l’otto marzo, giorno del 415 d. C. nel quale qualcuno colloca la data la morte di Ipazia, la terza donna a cui Limina mundi intende fare omaggio. Ipazia non solo realizza assieme alle altre due la perfezione di una trinità di grandezza: umana, artistica, scientifica, a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che la donna può brillare non meno dell’altra metà del cielo in ogni ambito, ma è anche una donna che ha pagato con la vita la sua dedizione alla scienza, all’insegnamento, l’ammirazione che suscitava.

Sappiamo poco di Ipazia, soltanto ciò che le fonti antiche tramandano. Le riporto perché spiegano certo meglio di come potrei fare io la grandezza di Ipazia.

Pallada, poeta e grammatico greco vissuto ad Alessandria d’Egitto nel V secolo, le dedica questi versi:

 

Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
astro incontaminato della sapiente cultura

Isidoro di Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore della Scuola di Alessandra vissuto dal 480 al 550 racconta nella “Vita di Ipazia” quanto segue: “Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.” Vestendo il mantello del filosofo pubblicamente commentava le opere di Platone, Aristotele e altri filosofi con chiunque volesse ascoltarla, godendo di rispetto e stima in tutta la città. Casta, virtuosa, giusta, volle restare single, respingendo anche un suo studente che si era si innamorato di lei. Aveva un eloquio ricco era prudente e civile nei suoi atti “La città intera l’amò e l’adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l’invidiarono” Accadde che un giorno Cirillo, “vescovo cristiano e quindi di fazione opposta a quella di Ipazia ch’era pagana “passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c’era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare. Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso”

Eco del racconto di Damascio quello di Socrate Scolastico, avvocato vissuto dal 380 al 450 che riporta la vita di Ipazia nella sua Historia Ecclesiastica “Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Aveva padronanza di modi e di parola, intelligenza e appariva in pubblico, davanti ai magistrati e alle riunioni di uomini” i quali “tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l’ammiravano grandemente”. Fu vittima della gelosia politica del popolino cattolico che pensò fosse lei ad ostacolare i rapporti tra Oreste, prefetto di Alessandria e Cirillo, vescovo cattolico. “Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un’imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l’assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.” …”Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima” E su questa annotazione di Socrate scolastico si fonda la suggestiva ipotesi che l’omicidio sia avvenuto il giorno dell’otto marzo. 

Anche il vescovo cristiano Giovanni, racconta di Ipazia nella sua Cronaca, ma la accusa di aver prodotto incantesimi per cui la folla inferocita, guidata da Pietro il magistrato, la uccise con ferocia, per come ci raccontano le altre fonti, ma, a suo dire,  lo fece perché vittima dei suoi incantesimi. 

Queste e altre fonti tramandano quindi il brutale assassinio di una donna libera, colta, intelligente, una scienziata dell’antichità, filosofa e astronoma, che aveva scelto la via della conoscenza, superando gli uomini per la sua esclusiva grazia, ma anche per la profondità del sapere, al punto di aver acquisito una visibilità, carisma e rispetto che le attirò l’odio degli avversari politici. Per giungere a tanto furore, si comprende che il clima politico di Alessandria a quei tempi era denso di odi e faziosità; il cristianesimo che sia stava affermando come religione prevalente era una bandiera all’insegna della quale commettere atrocità che per assolutezza del potere, restavano sostanzialmente impuniti. Non fu punito nessuno per l’assassinio di Ipazia, anzi il vescovo Cirillo, da varie fonti indicato come mandante ispiratore, fu proclamato santo. Ciò avvenne perché la supremazia di Cirillo perdurò per svariati decenni. Di contro Ipazia appare come una musa del sapere sacrificata all’altare dell’odio. Perché donna e avversaria politica, geniale e autorevole, una figura che rappresentava un affronto al potere maschile religioso che intendeva dominare incontrastato sulla città.

Non possiamo quindi non ricordare la grandezza di Ipazia, che nonostante i secoli trascorsi e il tentativo dei suoi assassini di distruzione del corpo e delle opere, continua a brillare per fascino superiore e limpido, accresciuto dal sigillo dell’uccisione. Quasi un marchio di martire pagana contraltare ai martiri cristiani. Questi morti per affermare, con la testimonianza del sacrificio della vita, la forza della religione, lei uccisa per lo splendore della cultura dei classici dei quali era portavoce e cultrice, erede e prosecutrice. La sua morte segna la distruzione, attraverso la sua persona, della tradizione di ricchezza e dialogo culturale del passato, del “vecchio” per fare posto a un ordine nuovo, diverso e intransigente. Lei è la prima di una lunga serie di streghe condannate al rogo,  ma, come spesso accade, la morte di Ipazia non segna la fine della sua fama. Al contrario la alimenta nei secoli per giungere fino ai nostri giorni e permetterci una lettura “dalla parte delle donne” della sua drammatica vicenda.

Ipazia non è stata uccisa solo perché esponente politica, ma lo è stata anche in quanto donna che osava disinvoltamente e con successo muoversi in campi: scienza, astronomia, matematica, filosofia, riservati tradizionalmente agli uomini, menti considerate più razionali delle donne, idonee invece ad occuparsi soltanto della casa e della famiglia. Già 1600 anni fa esisteva il germe della discriminazione che ha tarpato le ali a milioni di donne nel tempo e nel mondo aventi testa e cuore sufficienti per raggiungere vette di conoscenza e d’arte.  Nel che sta la profonda ingiustizia della discriminazione di genere, che ancora perdura, pur nella luce di tante battaglie dirette alla parità, vinte e mai del tutto consolidate: il diritto al voto, a possedere beni, a disporre del proprio patrimonio, a studiare, a lavorare e a lavorare nell’ambito sentito, scelto dalla singola donna come a lei più congeniale, il diritto ad occupare posti di responsabilità e comando nelle gerarchie delle organizzazioni.

Luzi, Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Calvino, Leopardi, Monti, Pascal Eco, alcuni nomi  di grandi autori che si sono occupati di Ipazia. Le sono stati dedicati interi libri, tra gli altri: il romanzo di Caterina Contini Ipazia e la notte, Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo di Petta e Colavito, Ipazia. La vera storia di Silvia Ronchey e di recente il film “Agorà” del regista Alejandro Amenábar .

Lunga vita a Ipazia.

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Canto presente 37: Fernanda Ferraresso

05 martedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Fernanda Ferraresso

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FERNANDA FERRARESSO

STUPIDA, STUPIDA!

Sono stupida
ho più di trent’anni
e mi tengo un pugnale
nella testa un dolore di lama piantato dentro il cervello e
non penso ad altro. Niente altro che .
Non ho visto. Non ho visto che il viaggio. Non so altro.

La mia vita?
Rotta. La mia vita si è aperta oltre un campo.
Non ho testa io
ho un secchio bucato
dove butto le parole da sciacquare
le orme dei piedi la testa di chi con la lingua
fa esercizi per massacrare.
Io
sono stupida sì sono stupida mi perdo
sull’attenti per ore e ore in cerca di un nome che non c’è

lascio tutto di me ogni cosa non so più chi sono io
curo la vita le forme dove la vita dentro mi richiude il silenzio.
E perdo i denti io e i capelli e mi rompono le ossa delle braccia
ho perso la voglia di vivere io
la libido la espello come la voce di un fringuello
e ho desiderio io
desiderio di toccare ogni cosa sentirla nel ventre e dentro i polpastrelli
nella gola un fiato di vento e un trifoglio da mangiare.
E il pensiero lo taglio col filo di ferro è solo
una vecchia voce scialba uno sguardo
che non guarda sotto la cenere che ora è dovunque
sparsa la luce a terra che dentro ci salta con tutte le chiavi di ogni porta
e il luogo è quel dove
dove tutto cambia per restare sempre uguale.

E i vinti?

Sono un’isola che non ha futuro
un immobile equinozio
una scena senza soglia un confine
oltre tutte le città che pigramente ospitano una vita scolpita
a suon di parole di muffa nel vuoto delle case
nei gessi dei corpi di gente senza identità.
Ma niente si trova niente ha più una notazione.
E rifiuti su rifiuti è cresciuta una montagna di menzogne
un plastico rifiuto a vivere tutte le stagioni
l’interno del nero noi quel sacco di pattume
orlando immobili il drappello delle tracce randage di quei nomi
perse tra le baracche tra i fantasmi e altri sguinzagliati suoni di sirene e cani
che fiutano tra ombre l’orma di corpi senza più padrone.

Dove non si riconosce ancora il mondo?

Le parole battezzano soltanto i nostri vuoti
e gli occhi scorrono oltre i pensieri.

Dove si cerca ancora il mondo?

Dentro un sacco di plastica
l’altra sera un feto era un’isola
una curva dentro la corrente
una parola certa dentro la nostra morte.

E MI RICORDO

mi ricordo
come te lo gridavo da un posto piccolo
perso in fondo a me stessa fino a dove stavi tu
che non sapevo mai dove stavi
tu eri mia madre ed eri lontana oltre i confini della mia terra
così cantavo mi cantavo tutto quello che solo io potevo vedere
stavo aperta come un libro dentro la mia testa e aveva un sole
a tutte le ore dentro la mia voglia
anche quando dicevano che avevo troppa fantasia
e che non sarei mai stata abbastanza accondiscendente
che non avrei ceduto facilmente anche se volevano
spaccarmi la luce dentro regole che non erano niente
io cantavo
mi cantavo senza pensare che non portasse a niente
che inutilmente avrei girovagato attorno ai confini che sentivo
sempre più labili dentro un corpo che mi abitava e
non era solo le mie gambe le mani o il cervello era
una specie di canzone che mi teneva in vita e ancora
continua a farlo quando ti perdo
e non sento che quel ricordo venirmi incontro.

NEI GIORNI SUCCESSIVI

non fui capace di trovare uno specchio
d’acqua pulita non riuscii a vedere una faccia né il mio
volto di limo che quasi non sentivo più
come se l’aria intorno fosse la precisa mole della sua inconsistenza
e gli occhi fossero due vuoti
annodati al fondo e consumato lo sguardo fosse
casa di abbandono.
Mi fermavo ad ogni parola
che mi suonava nella testa come straniera
ora che non avevo nessuno con cui barattarla
nessuno
tranne me stessa e tacendo le parole
scorrevano nella mente come in un letto vuoto e l’ignoranza
si scopriva come un alito di desiderio scopre il desiderio stesso
maturando i suoi acerbi pensieri da una creta corrotta
ne faceva materia scomposta e impalpabile.
Mi guardavo intorno e vedevo corpi
d’ogni specie erbe e piante
decapitate forme animali recisi dal busto
nullo il mio sguardo
poteva raccoglierne la primitiva forma l’involucro osceno
di tutto quel mondo che dicevamo ci avesse nutrito prima, ora
poteva chiamarsi in qualunque modo ma non
natura, non terra la nostra
furia d’essere creato e creatore in un contatore nucleare
inoppugnabile aveva esploso quella verità e in questa
vitrea vita terrena fatta a pezzi
ora esponeva i ludici cadaveri del suo scempio.
Grande e madre la Terra offriva ancoraggio
a tutti quegli esseri viventi ancora
in qualche modo partecipi di un ciclo di cui ciascuno
piccola infima parte chiudeva il complemento necessario affinché
anche nella morte il ciclo si evolvesse fino in fondo. Ombre e segni
di altri selvaggi mi spingevano a scegliere
il silenzio.

Che scendesse si avviluppasse profondo
tra ciò che restava e si facesse l’essenziale
forma di un’altra espressione consapevole di quel giorno
ancora in piedi su tanta catastrofe umana.
Non ho più parole ora
depongo i miei sassi nel ventre ammutolito del tempo.
Gli uomini non gridano
non guardano, non più
ci sono voci che sfiorano l’orlo.
Di un giorno qualsiasi è l’andare e venire della luce.
Tutto questo silenzio è un tuono nuovo
nell’identico andare
al fondo della notte e in cima al precipizio.


RICORDO IL MIO PRIMO

il mio primo respiro
ha disegnato profondo
tutto il mondo
un piano universo
un cielo aperto
foreste e selve
un mare di ginestre
gialle tempeste le messi festive rondini tardive
noccioli e querceti profumi essenziali
nodi di temperature valloni di echi
indissolubile mi ha legato
tra le sponde della morte e nella vita
mi ha scandita in una lingua tersa
attraverso ogni giornata

testi tratti da “L’inventario” di Fernanda Ferraresso

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uNa PoESia A cAsO: Fernando Pessoa

28 giovedì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Fernando Pessoa

Non so qual è il sentimento, ancora inespresso,
che, repentino, come soffocazione, mi affligge
il cuore che, d’improvviso,
tra quel che vive si scorda.
Non so qual è il sentimento
che mi svia dal cammino,
che mi dà d’improvviso
una nausea di quel che inseguivo,
una volontà di mai arrivare a casa,
un desiderio di indefinito,
un desiderio lucido di indefinito.

Quattro volte mutò la stagione falsa
nel falso anno, nell’immutabile corso
del tempo conseguente;
al verde segue la siccità, e alla siccità il verde;
e nessuno sa qual è il primo,
né l’ultimo e finiscono.

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Grandi donne: Mia Martini

22 venerdì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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Tag

cantante italiana, Grandi Donne, Mia Martini

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

“La gente è strana.” Cominciava così “Almeno tu nell’universo”, una tra le più belle canzoni della musica leggera italiana, capolavoro della cantante Mia Martini, al secolo Domenica Rita Adriana Bertè, sorella dell’ancora vivente Loredana Bertè, anch’essa cantante, e di altre due sorelle che completavano una tradizionalista famiglia calabra.

“La gente è strana.” Niente di più vero, almeno per Mia Martini, detta Mimì. Particolarmente strana poi la gente di spettacolo, così bisognosa di successo e platea da credere alle idiozie, alla sorte avversa, ai tarocchi e chiromanti, così superstiziosa da dedicarsi agli scongiuri. Girò in quegli ambienti per qualche tempo intorno agli anni 80 la diceria che Mia portasse sfortuna, peggio del colore viola, cominciarono a rifuggirla, isolandola nella maldicenza. Inizialmente Mia non dette alla cosa molto peso, ma quando la cattiva fama giunse al punto che la pregavano di non partecipare alle manifestazioni perché altrimenti si sarebbero defilati tutti, si arrese e ritirò dalle scene. Per qualche anno, poi tornò alla grande alla ribalta, partecipando alla trentanovesima edizione del festival di Sanremo, proprio con “Almeno tu nell’universo” nel 1989.

La verità dell’origine di questa vicenda è quella che lei racconta in un’intervista al settimanale “Epoca”:

“Tutto è cominciato nel 1970. Allora cominciavo ad avere i miei primi successi. Fausto Paddeu, un impresario soprannominato “Ciccio Piper” perché frequentava il famoso locale romano, mi propose una esclusiva a vita. Era un tipo assolutamente inaffidabile e rifiutai. E dopo qualche giorno, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavo con il mio gruppo fu coinvolto in un incidente. Due ragazzi persero la vita. “Ciccio Piper” ne approfittò subito per appiccicarmi l’etichetta di porta jella.“

Ebbene oggi Mia, a quasi 25 anni dalla sua morte, ha la sua rivincita, nel non essere stata dimenticata, anzi nell’essere ancora più amata dal pubblico, come testimonia il successo del recentissimo film a lei dedicato “Io sono Mia”,  prodotto da Luca Barbareschi, trasmesso su RAI1 il 12 febbraio scorso. Il film ha avuto un clamoroso seguito di quasi otto milioni di spettatori.

Ho scelto Mia Martini per questa rubrica dedicata alle grandi donne per il coraggio e la solitudine, per il talento purissimo che il tempo ha confermato splendente, perché donna, osteggiata e denigrata in vita, non soltanto dal padre desideroso di vedere la sua secondogenita incanalata in una carriera convenzionale da medico o insegnante o altra canonica professione, ma anche dallo stesso mondo artistico al quale apparteneva, che l’ha emarginata, pentendosi poi della propria ignobiltà.

Raffinata e sensibile interprete di tanti bei testi musicali suoi e di altri, Mia Martini possedeva una voce limpida e intensa, resa poi più roca in seguito a un’operazione alle corde vocali. E’ stata una donna che ha dedicato la vita alla musica e alla canzone, seguendo convintamente, sin da giovanissima, la sua vocazione. All’inizio con uno stile da ragazza ye ye, zingara, figlia dei fiori, diventando nel tempo sempre più sofisticata; nella maturità andava in scena ai festival o nei programmi radiotelevisivi sorridente ed elegante, in mise di tessuti mobili e fluenti, sul corpo snello o con luccicanti e griffati abiti da sera.

Un mistero la sua morte ad appena 47 anni. Fu trovata nella sua casa in provincia di Varese, sul letto in pigiama, con gli auricolari. Si è parlato di overdose di cocaina, poi di arresto cardiaco. La sorella Loredana ha gettato ombre sulla figura del padre a causa di lividi sulla salma. Tutte le sorelle escludono il suicidio. Si racconta inoltre di un violento litigio tra il padre e Loredana nella camera ardente prima del funerale di Mia. Il padre tuttavia ormai è morto, il corpo di Mia Martini cremato, non c’è modo di approfondire il mistero.

Restano però i ricordi, le canzoni e interpretazioni, le interviste, gli indimenticabili successi di Mia Martini: Padre davvero, Donna sola, Minuetto, Piccolo uomo, Donna con te, Almeno tu nell’universo, Che vuoi che sia, E non finisce mica il cielo, Cummè, La nevicata del ’56, Gli uomini non cambiano.

L’imprinting nell’anima di Mia è avvenuto di certo per l’azione del padre, raccontato da tutte le figlie come violento, che, senza volerlo affatto, ha forgiato l’artista che la figlia è poi diventata, generando prima e rafforzando poi il suo innato spirito malinconico, intriso di solitudine e gonfio di contestazione verso la figura maschile, egoismo e possessività che la caratterizzano e contro la società maschilista e ipocrita. Anche la carcerazione di Mia avvenuta nel 1969 a Tempio Pausania per 4 mesi, accusata del possesso di una sigaretta di marjuana – accusa dalla quale sarà poi scagionata – segnerà profondamente l’artista, tant’è che in carcere tenterà anche il suicidio. Infine Ivano Fossati è stata un importante figura maschile nella vita della cantante, una storia d’amore durata dieci anni. Da essa sono nate collaborazioni musicali e il testo di “E non finisce mica il cielo” scritta da lui per Mia.

Riporto in testa a questo articolo il video di “Almeno tu nell’universo” e in fondo alla pagina l’intervista di Mia Martini e del padre condotta da Marisa Laurito a “Serata d’onore”. Nel video, oltre al vago sentore delle tensioni sotterranee tra padre e figlia, emerge con chiarezza la grazia e lo charme di Mimì in contrasto con il piglio critico del padre, il cui tono leggero non riesce a mascherare la natura autoritaria, apparendo egli al confronto della figlia, rigido e rozzo.

Ebbene al bilancio finale è bello poter dire a Mimì sei tu che hai vinto. Su tutti.

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uNa PoESia A cAsO: Hermann Hesse

15 venerdì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in uNa PoESia A cAsO

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Hermann Hesse

CHOPIN

Spargi ancora a profusione
su di me i gigli pallidi,
grandi gigli dei tuoi canti,
rose rosse dei tuoi valzer

E il respiro intessi greve
del tuo amore, che appassendo
dà profumo e del tuo orgoglio
garofani di fuoco flessuosi

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Grandi donne 1: Franca Viola

07 giovedì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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delitto d'onore, Franca Viola, Grandi Donne, matrimonio riparatore

Da tempo la rubrica grandi donne creata su questo blog attende contenuti. Questa che segue ne è l’introduzione.

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

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Franca Viola

Mi piace cominciare questa rubrica con un articolo dedicato a Franca Viola, un bel nome per una bella ragazza del profondo sud, capelli scuri, pelle bianca. Mi piace cominciare da Franca Viola perché è siciliana, come me, perché penso che la Sicilia, bellissima terra, da molti considerata retriva, è spesso culla delle più sorprendenti reazioni e balzi progressisti. Infatti Franca Viola, vittima di un fatto di cronaca, ha ribaltato la sua posizione ed  è diventata simbolo di tempi nuovi, provocando riflessione sociale, condivisione e solidarietà tali da indurre un’importante modifica normativa nel nostro sistema di leggi.

La storia la conoscono in molti. Brevemente la riepilogo per come la ricordo. Siamo nel 1947. Franca Viola viveva ad Alcamo in provincia di Trapani, aveva 17 anni all’epoca dei fatti. Era stata per qualche tempo fidanzata col figlio di un boss locale, ma quando il fidanzato fu accusato di furto, Franca Viola lo lasciò, d’accordo coi genitori, prefendogli un compagno di classe del quale si era innamorata. Il fidanzato abbandonato non accettò il benservito e con l’aiuto di 12 uomini, rapì Franca Viola insieme al fratellino minore, rilasciando quest’ultimo dopo un paio di giorni e trattenendo Franca Viola per 8 giorni, abusando psicologicamente e sessualmente di lei. L’idea dell’uomo era di far passare la vicenda come una “fuitina” consensuale. Quella fuga d’amore diretta alla consumazione del rapporto che all’epoca era praticata in molti casi perchè sopperiva a varie necessità della coppia, ad esempio mettere i genitori contrari davanti al fatto compiuto, celebrare un matrimonio in economia, ecc. Solo che in questo caso l’accordo non c’era, ma lo stupro sì.

Le norme all’epoca “graziavano” chi si fosse macchiato del delitto di stupro per la seguente formulazione dell’art. 544 del codice penale del 1920

“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Una volta rilasciata però Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore, sostenuta dal padre Bernardo e dall’avvocato Ludovico Corrao, affrontò il processo che si concluse con la condanna dello stupratore a 10 anni di reclusione. Questi uscito dal carcere fu ucciso. Franca invece sposò l’uomo che aveva scelto e con lui visse serenamente la sua esistenza, avendone due figli.

Non c’è niente di straordinario in quello che ha fatto Franca Viola, semplicemente una donna che ha seguito il proprio cuore, è lei stessa che dice così. Amava un altro, aveva subito violenza, non poteva accettare l’autore di questa violenza come sposo, piegandosi alla convenzione sociale che sposarsi era l’unico modo per “salvare il proprio onore”. Non poteva sposare un uomo che disprezzava. Chissà quante altre prima di lei avevano dovuto sottostare a questo ricatto, vittime due volte: dello stupro e poi anche del sacrificio di se stesse all’altare dell’onore, al legame matrimoniale non voluto.

Bella la figura di Franca che si oppone alle convenzioni, alle maldicenze, che accetta di essere qualificata come “disonorata” pur di essere libera e non soggiogata al maschio oppressore, coraggiosa perché oltre che violento, maschio e oppressore, l’antagonista appartiene ad una famiglia mafiosa locale dalla quale è intuitivo aspettarsi ritorsioni. Tant’ è vero che alla rottura del fidanzamento il padre di Viola aveva già subito minacce e danneggiamenti alle proprietà.

Dietro Franca Viola la bella figura del padre, un padre forte e coraggioso che per amore della figlia si oppone alla violenza, lo raccontano bene le parole della stessa Franca che ha concesso un’intervista il 27 dicembre 2015 a “la Repubblica” e dice riferendosi al momento dell’incontro tra lei e il padre dopo il rapimento.

Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana:

“non potevo radermi se non c’eri tu” mi disse

“cosa vuoi fare, Franca?”

“non voglio sposarlo!”

“va bene: tu metti una mano io ne metto cento.”

Questa frase mi disse.

“basta che tu sia felice, non mi interessa altro”

Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta.

Il coraggioso no di Franca Viola, al quale fanno eco il coraggio di suo padre e del suo futuro marito che si opposero all’arroganza della delinquenza, fu il primo segno che la normativa del “delitto d’onore” aveva fatto il suo tempo,

Questo il testo dell’art. 587 del codice penale Rocco del 1920 sul delitto d’onore:

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

A questo si ricollegava l’articolo 544 che ho riportato sopra sul cosiddetto “matrimonio riparatore”.

La vicenda di Franca Viola fece molto scalpore e il processo giudiziario che ne seguì ebbe molto seguito. L’opinione pubblica si schierò dalla parte di Franca, ammirandone coraggio e dignità. Altre ragazze seguirono il suo esempio, non soggiacendo a violenza e imposizioni umilianti per aver salvo l’onore e da quel primo no iniziò il processo di evoluzione normativa che portò all’abolizione della norma sul delitto d’onore e della norma corollario sul matrimonio riparatore. Ci vollero però oltre trent’anni di tempo per vedere tradursi in norme la soppressione degli articoli 544, 587 e degli altri che qualificavano lo stupro come delitto contro la morale e l’omicidio di coniuge, figlia o sorella e relativo amante come delitto d’onore, e, pertanto, meno grave Disposizioni di legge che stigmatizzavano indirettamente la donna come essere funzione dell’uomo, del suo onore e volontà, prescindendo dalla dignità e autodeterminazione della donna stessa.

Franca Viola così è finita sui libri di storia, ha ricevuto nel 2014 al Quirinale l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e oggi è qui, su questo blog, ad inaugurare una rubrica che esalta il coraggio e il valore delle donne.

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