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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

“Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, Edizioni del foglio clandestino, 2022. Una lettura di Loredana Semantica

27 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Abitare gli abiti, Lina Maria Ugolini

Ho per le mani da qualche settimana “Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, sottotitolo “Bucato in versi”. Edito nel 2022 da “Edizioni del  Foglio Clandestino”. La casa editrice cura un aperiodico “Il foglio clandestino”, appunto, del quale vanta la raffinatezza delle confezioni, oltre che la qualità del contenuto e anche in questo caso non si smentisce. E’ accattivante e al contempo elegante la copertina del libro, anche nella quarta dove il filo dei panni stesi sventola di foulard fiorati e pashmine arabescate. L’opera grafica in copertina s’intitola “Nel vento…” ne è autrice Monica Auriemma. Il libro è di poesia e si caratterizza sin da subito per essere tematico.

Si scrive sempre per ispirazione più o meno guidata, c’è un’ispirazione nascente che gorgoglia dall’esperenziale, esplode nel quotidiano e avvampa in un frustata di parole incontenibili e c’è un’ispirazione più ragionata che costruisce un architettura e traduce il “progetto”. Progetto che poi non è altro che strutturare un’opera con un’idea progettuale iniziale. In questo caso il talento e l’ispirazione son maggiormente controllati con risultati diversi dalla “pollosità” delle manifestazioni simili a raptus che portano l’autore a scrivere con impeto e fragranza. In abitare gli abiti la tematica si manifesta sin dal titolo, è uno scrivere tutto incentrato sull’abbigliarsi, dal vestirsi, al predisporre, lavare, stendere, pulire e riporre gli abiti, all’uso specifico di specifici capi. E noi, leggendo, seguiamo il percorso creativo tra i meandri di armadi, lavatrici, stendini e corpi vestiti e rivestiti. Gli abiti, trattati nel tono tranquillo delle composizioni, sono tuttavia solo un pretesto per “calare” nel contesto, con calma sicurezza il colpo di scena del verso lampante, impudico, consapevole. Scarto di un nitore abbagliante e discinto, che merita una rilettura, spiazza e rende degna d’interesse l’intera composizione. Per esempio ne “il ciclo ricomincia quotidiano”

I vestiti vestono
indossati si lavano
bagnati si asciugano
asciutti si stirano
stirati si ripongono
nell’armadio o nei cassetti.

Il ciclo ricomincia quotidiano
circolare nel cerchio del portello
Il tubo carica l’acqua e la scarica
nella pila provvista di un buon buco.

Singolare analogia tra ciò che s’indossa e si defeca.

L’intero viaggio tra le considerazioni ispirate dal vestiario è disseminato di inserti di saggezza esistenziale, caratterizzati da disincanto, arguzia e ironia, guizzi che suggeriscono un accostamento alle note penne di una Vivien Lamarque o Patrizia Cavalli, quando non della Szymborska. Come nella deliziosa e ironica “reggiseni”

Stesse istruzioni di lavaggio
per le coppe che coprono le mammelle
odorose più che mai di pelle
al gusto di mandorla vanigliata

Bianchi come il confetto
i seni delle fanciulle
croccanti nei capezzoli
schiusi al turbamento

Ceduti dal peso degli anni
quelli delle donne
galline senza più uova
buone però per fare il brodo
nelle notti d’inverno

Pizzi bretelle
ganci imbottiture
per reggere
o sorreggere
più del dovuto poppe
pur sempre lievitate.

Due pesi per varie misure
capesante di merletto
che il sole riscalda e asciuga
bilance per pesare
once di baci.

Linguisticamente l’uso dei termini è appropriato vario e ricco, nonostante il ricorso in gran parte a vocaboli d’uso comune, senza frequenti ricognizioni nel baule di quelli astrusi, come avviene talvolta in testi farciti di una ricercatezza innaturale preferita al gusto del comunicare.

Il verseggiare rifugge ritmi consueti, cantilenanti o rigorosi della metrica classica, la scelta è pienamente di un verso libero che si spinge fino al limite del prosaico. L’autrice indulge a volte nelle paronomasie, ne è un esempio il titolo stesso, questa è – mi sembra – una delle poche concessioni alla musicalità che restituisce un suono accattivante. Priva di ossequio alla tradizione del sonetto, nemmeno gli accapo consentono di ascrivere il verso ad altro canonico scandire e sillabare. Di certo l’ambizione dell’opera non è uno sferruzzare lemmi in endecasillabi. Ciò nulla toglie alla gradevolezza e all’originalità del pensiero ed è inutile discorrere se sia o meno poesia. Si fa leggere senza dubbio, diverte, sorprende, non annoia e sfida pure l’intelligenza del lettore nelle circonlocuzioni di senso e similitudini, che impongono all’occhio una frenata per consentire al cervello di coglierne le sfumature.

Il libro si divide in due sezioni: “lavaggi” e “abitare gli abiti”, preceduti da “stoffe”, sottotitolo “quasi un prologo” e chiusi da “sfilatura del poetabile”, quasi una postfazione. Nel cuore del libretto e all’inizio della sezione abitare gli abiti si trova la poesia che dà il titolo all’intera raccolta e alla sua seconda sezione.

Tornare ad abitare gli abiti
che furono abitati più o meno a lungo
per non dimenticare il proprio guardaroba
seppellito nella cabina armadio
la stanza degli spiriti del nuovo millennio.

Qui si dà ragione del fenomeno modaiolo da un lato, ma dall’altro sintomatico dell’epoca attuale di opposizione al consumismo precedentemente imperante. In barba al pil e in onore all’ecologico è un fatto che da anni si diffonde un processo di recupero di abiti e oggetti dismessi, dimenticati, lasciati in eredità, acquistati nelle bancarelle dell’usato, e, nel contempo, di ritorno alla moda del passato, E’ in auge il termine vintage. Vestire vintage è a la page, lo è anche anche nell’ arredare. E’ il modo delle famiglie e dei singoli di contribuire alla maturazione dei tempi, l’impegno a invertire il processo dell’ inquinamento e contrastare lo spreco. Sovviene poi al riguardo, per chi l’ha già compiuta, quell’opera di smantellamento di armadi e cabine armadio, intere case di coloro che non ci sono più. Abitare gli abiti è un omaggio ai morti che ne testimonia la persistenza del ricordo, è vestire la pelle e il corpo dei vivi, consentendo a camicie, giacche, soprabiti o pantaloni di coloro che ci hanno lasciato di proseguire il viaggio, indossati, gonfiarsi al vento del navigare nella vita, come vele di un’imbarcazione. L’opera si conclude – pare – perchè finisce l’inchiosto, forse invece viene meno l’ispirazione, termina ad ogni modo insistendo sulla fine. Subentra una stanchezza dove i panni vincono la competizione di durevolezza rispetto al corpo che li veste senza merito e ragione al punto da togliere il senso a tutto il da fare che essi comportano. La raccolta, forse desiderando surclassare entrambi – corpi e vesti – approda al foglio col sigillo editoriale.

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Intervista a un giovane autore. Andrea Ghidotti

21 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, POESIA

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Andrea Ghidotti, intervista, Non mi prenderanno mai

Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Andrea Ghidotti per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Non mi prenderanno mai”, Edda Edizioni, 2022

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Buongiorno e grazie mille per l’opportunità. La mia scrittura nasce come bisogno di esternare i miei pareri e le mie esperienze, mettendomi in gioco in una realtà abbastanza sconosciuta agli occhi di noi giovani. La provincia di Bergamo per me rappresenta le mie origini, la mia famiglia e i primi legami che ho costruito nella mia vita, mi dispiace molto il fatto che il mio paese tende a non valorizzare i giovani del territorio, ma sono contento che altri enti di paesi circostanti si siano messi a disposizione per aiutarmi nella promozione delle mie due opere tramite interviste e presentazioni. Un altro luogo importantissimo per me è Pietra Ligure, un semplice paese nella riviera dove trascorro le mie vacanze estive da quando sono nato, qui ho avuto l’opportunità di creare una rete di amicizie con ragazzi di tutto il Nord Italia ed ormai è come se fosse casa mia. Questi due luoghi entrano completamente nell’opera, infatti le vicende narrate sono ambientate in entrambi i posti.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sinceramente non sono un grande lettore, sotto certi aspetti la mia scrittura mi auguro assomigli a quella di Giovanni Verga, poiché cerco sempre di immedesimare il lettore nei panni dei personaggi.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

L’idea di scrivere il libro “Non mi prenderanno mai” è nata nel luglio del 2021, appena 6 mesi dopo dalla pubblicazione del mio primo libro “Estate 2020”; Claudio, un mio grande amico di Pietra Ligure, una sera mi scrisse di progettare un “sequel” del primo libro e ho colto l’idea al balzo cambiando lo stile di scrittura: così passai dal diario al romanzo. Il mio scopo era fin da subito quello di lasciare un messaggio ai giovani, così decisi di trattare l’eterno tema dei “Vizi e degli eccessi dei ragazzi”, il quale si basa su una storia di ragazzi che organizzano serate illegali e sullo sfondo si evidenziano gli sviluppi dei vari vizi, come i più noti, alcool, fumo e azzardo, ma nel quale sottolineo anche gli atteggiamenti e la noncuranza del rischio che noi giovani ci trasciniamo. Tutto ciò con lo scopo di trovare un equilibrio tra uso e abuso, una linea sottile che in tanti non conosciamo e che ci induce all’errore. Per scriverlo ci ho impiegato esattamente 8 mesi, poiché ho iniziato a scriverlo ad agosto e ho terminato a marzo e nel giugno del 2022 venne pubblicato.

  • Pensi che sia necessario o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il mio romanzo sicuramente non è del calibro degli autori noti, visto anche il fatto che l’ho scritto tra i 19 e i 20 anni, ma può lasciare importanti spunti sia per ragazzi sia per gli adulti, per i primi per riflettere su determinate situazioni, mentre per i più grandi per poter immedesimarsi al meglio nelle situazioni e nelle problematiche giovanili.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

Mi sono affidato sin dalla prima opera ad una casa editrice, Edda Edizioni, piccola realtà romana conosciuta tramite un elenco su Google e penso proprio che loro siano stati le figure che più mi hanno accompagnato in questo percorso.

  • Come hai trovato un editore?

Non sapendo come pubblicare un libro, nel settembre 2020, ero rassegnato a tenere il file come documento Word ed inoltrarlo alle persone interessate, ma mia madre mi spinse a cercare case editrici. Così inoltrai delle mail con 70 case editrici differenti e ben 50 accettarono la pubblicazione dell’opera, poi con un’accurata selezione decisi di firmare per Edda Edizioni ai quali mi sono affidato anche per la seconda opera.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è strettamente legato ad una frase che diciamo noi giovani quando qualcuno ci avvisa che stiamo esagerando, il più classico: “Non mi farà niente”, “Non mi prenderà mai” e visto che trattavo più vizi l’ho reso al plurale con “Non mi prenderanno mai”. La copertina è una semplice foto mia vestito di nero seduto su alcuni scogli vicino al molo di Pietra Ligure, per i caratteri e le lievi sfumature mi sono affidato a Gianluca Bozzato, un mio amico grafico classe 2006, che ha utilizzato l’idea delle due maschere teatrali per rappresentare, come ho fatto io nel romanzo, sia il bello che il brutto di certi vizi.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Come detto prima la pubblicazione è rivolta in primis ai miei coetanei per mostrargli esperienze dirette di ragazzi della nostra età, ma anche agli adulti per potersi immedesimare nelle problematiche e il perché alcuni giovani si comportino in un determinato modo.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Lo sto promuovendo tramite video su Instagram, l’ultimo ha totalizzato la bellezza di 38 mila visualizzazioni; attraverso concorsi letterari, infatti mi sono classificato 20° su 2300 partecipanti al concorso internazionale Academy Pegasus Literary Award; e tramite delle presentazioni che ho avuto la possibilità di fare a Treviglio grazie all’assessore Valentina Tugnoli e a Pozzo d’Adda tramite l’assessore Giovanna Mariani.

  • Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa) Riporto un’estrapolazione dal capitolo 14.

I due entrano nel locale, è quasi tutto vuoto. Qualcuno sta giocando ancora alle macchinette, mentre delle ragazze stanno cercando di scroccare degli shottini o dei drink. È tutto così mosso e confusionario, Matteo apre la porta del bagno e apre le tasche dei pantaloni della tuta chiusi con la zip. Dopo aver tirato fuori chiavi di casa, telefono, un pacchetto di Winston blu e varie cartacce, mostra all’amico una bustina bianca.
Rik è sconvolto e scuote la testa in segno di disapprovazione.
“Rik, l’altro giorno ho provato il crack, te lo dico schiettamente”:
“E come ti è sembrato?” chiede il bergamasco sottovoce.
“E’ una botta assurda, pensavo fosse peggio però. Ti fa battere stra veloce il cuore come quando scendi in campo per giocare una partita importante e ti dà tantissima carica”.
“Ti brucia quella merda, buttala via!” urla stavolta Rik.
“Questa è l’ultima botta giuro…”
“A inizio mese era l’ultima siga, due settimane fa era l’ultima bomba e mi vuoi far credere che questa è l’ultima botta? Fai come vuoi, ti dico solo di pensare alla tua salute e ai tuoi genitori. Vuoi l’adrenalina? Vai a fare sport, fai un tuffo dal molo, ma non toccare più quella roba” si sgola Rik.
Bussa la porta, Alberto sta chiedendo a Rik di smetterla e di andare a casa visto che è abbastanza tardi.
Il bergamasco si sciacqua il viso, da una pacca all’amico ormai tossicodipendente e guardandolo di traverso se ne va senza neanche salutarlo.
“Andiamo Albi, ormai è tardi per tutto” esclama Rik sbattendo la porta.
Mentre salgono sull’auto preferiscono incappucciarsi come loro solito.
“Fra troviamo un posto per parlare, devo dire troppe robe”.
L’amico ormai autista del gruppo acconsente. Le strade sono completamente vuote, perciò guida non curante del rischio. Sale i tornanti sgommando e sbandano un paio di volte, poi accosta in un parcheggino che offre una vista fantastica. Mettono il brano Montpellier di Rhove e mentre parlano di tutto ciò che è successo canticchiano dei pezzi di canzone.
“Sei convinto al 100% di fare l’ultima serata?” chiede Alberto.
“Si, per me non succede nulla”
“E’ un bel rischio, però se te la senti facciamola. A che punto siamo come invitati?”
Rik accende il telefono e vede che nel gruppo ci sono all’attivo circa duecento trenta persone, così ne crea un altro visto che stanno raggiungendo il limite.
Mentre il ligure gira due drum, Rik vede un messaggio di Calluz in cui scrive:
“Fra, dopodomani arriveremo a Pietra. Abbiamo litigato con i proprietari del locale perché ho chiesto un aumento. Ho visto che farai un’ultima serata tra pochi giorni, ti dico che siamo disponibili a dare una mano. Domani sera andiamo a Sanremo a giocare al casinò, voglio godermi quei soldi che abbiamo fatto e chi lo sa, magari raddoppiarli o triplicarli. Ci vediamo a breve fratello”.
Rik risponde subito dicendogli di non esagerare al casinò, ma a quanto pare l’amico ha staccato Internet ed è già andato a dormire visto che il giorno dopo avrebbe attraversato tutto il Nord Italia.
  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Spero che nonostante sia già trascorso un anno dalla pubblicazione di riuscire ad organizzare più presentazioni possibili e svolgere ulteriori interviste. Ovviamente i contenuti digitali non sono terminati, ma vorrei proseguire sul modello concreto e avere un impatto diretto con il pubblico.

BIO E FOTO AUTORE

Mi chiamo Andrea Ghidotti, sono nato il 19/01/2002 e vivo a Cologno al Serio in provincia di Bergamo. Frequento il secondo anno della facoltà Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bergamo e il mio obiettivo è quello di diventare un giornalista sportivo, difatti sto lavorando con due redazioni: Il Pallone Gonfiato e SprinteSport. Con alcuni compagni di università ho creato una redazione in cui affrontiamo temi di svariati ambiti, dallo sport alla musica, fino a politica e attualità.
Inoltre ho pubblicato due libri: Il primo nel dicembre 2020 intitolato “estate 2020”; mentre il secondo “Non mi prenderanno”.

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Una poesia di Lucio Macchia da Spersi stupori, Terra d’ulivi edizioni, 2022

20 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA, Poesie

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illustrazione, Loredana Semantica, Lucio Macchia, Spersi stupori

Café

Un tavolino.
Il tè.
La pioggia cade.
Semafori
chiazzano
fauve
l’asfalto
lucido.
Non ha storia,
il mondo:
in un dolce
perpetuo moto
s’avvolge
pacifico.
Sorge, muore
e ancora
qui rinasce:
un tavolino
un tè
la pioggia
sull’asfalto
(lentezza, lentezza)
che cade.

poesia di Lucio Macchia dalla raccolta “Spersi stupori”, 2022, Terra d’ulivi Edizioni

illustrazione di Loredana Semantica, line art, tecnica pennino su schermo digitale

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Canto presente 60: Lara Pagani

15 giovedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Canto presente, Lara Pagani, poesia contemporanea

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Lara Pagani

un prologo

Come batte, fiacca, la distanza.
Mando i suoi anni a memoria,
luce li dicono e sono notte:
una catena di ossa malandate,
mai spezzate, soltanto corrotte.
Li ripasso dal cuore alle vene,
gli anni luce dell’infiorescenza;
è proprio nella cruda assenza
che traspare come ti avvicini
e si spoglia la trama della storia.
*
Vuotare una lavastoviglie che fischia
dimenticata in cucina, stendere in furia
una lavatrice, lavare di getto una tazza
per l’ennesimo caffè senza zucchero —
le mani mi occorrono affaccendate,
le piante formicolano, i capelli cadono
sulla parte sbagliata del viso.

Penso un’altra: dovrò scoprire quale
delle tante nuove, ricominciare.
Come brulicano, come premono
sotto la pelle le parole non scritte.
*
Francesca, stamattina mi ha destato
una punta di diamante posata in alto
a destra sulla fronte che ora sfolgora

e debolmente duole. Attendo
la tua ultima missiva. Nel bicchiere
dal vetro che risaliva ho versato lacrime
e diciassette gocce di Novalgina.
*
Sentirmi dire che sono malata,
che a volte il mio cervello non funziona
chiuso in cantina a quadrupla mandata
da visioni che nessuno perdona

è storia vecchia, è storia collaudata —
non fosse che ha stancato. Sono buona
da buttare? Non credo. Sono nata
per amarti e smentirti di persona.

Nel mio secondo mondo, come tu
lo chiami passo il tempo a farmi male
ma quello che non vedi, non ancora

è che nessuna tristezza finora
è stata la tormenta del finale.
Sono al sicuro — non salvarmi più.
*
Ogni tanto io ti piango
come si piangono i morti.
Ritento il conto dei torti
fatti e subìti, rimango indecisa
ma rivango, piango in flutti
di mare, a fiotti mi frango –

ma sono momenti anche i lutti
se riguardano te.

Sempre risalgo la riva –
m’accorgo del cielo, i gabbiani
stridenti che odiavi radenti l’orlo
dell’onda, il tuffo della testa
loro spietato e fulmineo –

e m’accordo con me stessa –
ritorno a parlare coi vivi.
*
se non m’amerai più

annuserò quando passo di lì
la corteccia del nostro albero in fasce.
Dove tu piantasti radici io pianto
non verso ma penso: ombra avrò
quanto basta, un posto in cui riposare
per tutta la vita che splende di fronte.
*
se per un giorno nella vita

qualcuno al posto mio, delle mie dita,
agli amati nel tempo riscrivesse
il tonfo della rabbia dentro al pugno
pesante dell’affetto… se potesse
con frasi a effetto ma senza mentire

rammendare gli strappi — come un ago
sutura lembi e stracci, come un medico
o una sarta capace — rammentare
che pur essendo atroce sono stata,
rimasta, ho solamente ingarbugliato
tono di voce e sbagliato parole.

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Poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

14 mercoledì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Più voci per un poeta, Poesie

≈ 4 commenti

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illustrazioni, Loredana Semantica, Nina Cassian, Poesie

LA STORIA

Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice,  partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.

Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi.  Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.

Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.

Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice.  La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul

Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.

LA POETICA

Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva  alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.

La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine “Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”

Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.

Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi  vanamente  alle repressioni totalitarie scrive  “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…

Loredana Semantica

LE POESIE

Di seguito alcune poesie di Nina Cassian illustrate da Loredana Semantica. Qui altre sue poesie illustrate.

Infestazione

Un tappeto di farfalle morte ai piedi,
morte e morbide
(loro non hanno il rigor mortis).
Io godo di ottima salute.
Ho tirato fuori il fegato,
ho estratto i polmoni,
ho estirpato il cuore
e non mi fa più male nulla.
Tramutarsi in fantasma
è una soluzione
che vi raccomando freddamente.

Io sono io

Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quel che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano
gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé,

Io, ovvero Io.

Tappezzeria

Un piede nella fossa
e l’altro sulla tigre impallinata
– così vedo
la mia sconfitta e la mia vittoria
in questa scena venatoria.

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

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Versi trasversali: Domenico Setola

13 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Versi trasversali

≈ 1 Commento

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Domenico Setola, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DOMENICO SETOLA

Se morire è già sapere
dove cadrà la luna
nell’ultima notte?

Se altrove è ristoro
dei morti, dove finirà
la voce, origine e
sigillo dell’ultima
lettera?

Bianca la paura
e il fondo del mare
che un giorno non
basta se caos
forma e dissolve
distrugge e riplasma.

Noi, forse una parola
nei volti bianchi che
guardano il sole,
l’ultimo sogno
che sulla terra
freddo
giace.

25 marzo 2023

*

Lontano da qui
e forse ancora noi
nei luoghi consacrati
delle specie estinte.

Fanciulli morimmo
all’ardore di un bacio
sole a picco
rovistando
il nostro intimo decreto.

Volevi disunirti
dal tuo profondo abisso,
io lontanamente solo
all’orizzonte
sparendo il tuo viso
nel crepuscolo rosa.

17 marzo 2023

*

Dove porta il fiore
della memoria,
le carte dimenticate della poesia,
la Francia di Char
alle periferie ricordate
di Napoli.

Se ogni vicenda
ha la sua deriva
che si disperde
e rapisce il sonno,
noi siamo i sonnambuli
delle parole, fra epoche
e miti ove un’ombra
gelida incombe.

23 febbraio 2023

*

Da te a me
come sera alla notte,
quando il freddo che scagliò
il mare oltre l’inverno
fece delle nostre parole taciute un canto.
Vinti e sommersi dalle profonde acque,
ritorni fra le mani
sull’onda che sussurra l’istante.
Ora la tua preghiera
è primavera
che al chiaror d’una camelia
accoglie, fra la neve, il nostro ricordo.

Da il “cerchio imperfetto” Controluna ed. 2021

*

Nella sapienza del volo
l’ombra si muove;
quel nome che ora è distanza,
sconfinando da me,
sospeso è nell’aria.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Il cielo non ha dimenticato
il candore del tuo sguardo,
rifugio del tempo andato.

L’architettura delle stagioni
disegnata sul tuo volto,
cantiere di incontri e addii.

E l’eco dei bambini
precipitati nella danza buffonesca della vita,
il frutto primaverile che
tua madre vaticinava.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Or che al porto delle nebbie
la tua ombra avvolge
la cenere che ti chiama,
or che fuori emerge al primo sole
la luce che ai grani semina
vita, resta al cuore
figlio che ora appari,
a me che padre di te mi fingo
a sfiorarti un’ultima carezza.

Da il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni 2021

*

Quel cielo di febbraio
febbre del ricordo
e il tuo volto crocevia
che mi scruta al confine
del giorno.

Ciglia contro ciglia
la foglia tremula
e io specchio inerme
del tuo affronto
a volare giù fin qui,

Dove il sole non arriva
né i morti ti sorridono,
qui dove il tempo suona
l’arpa dell’incontro
ed Eros scocca
l’ultima freccia,
il destino che ci unì.

febbraio 2023

*

È tempo che la rosa
lasci il suo sangue
sulla veste della notte,
che la chiave arrugginita
apra il varco dischiuso
del tuo sguardo.

È tempo che la casa
accolga lo straniero
e l’orecchio ascolti
il vento che urla
nell’urna del destino.

Suona ancora
il mare nella conchiglia
e la tua bocca è guscio
della mia alba.

È tempo che il tempo
si faccia arco roccioso
delle nostre ali
da qui alla cenere.

gennaio 2023

*

I morti hanno scritto
canzoni per l’autunno
e si sono addormentati per
i viali ingialliti.

A volte tornano
col vento e le sue note
e sono gli alberi coi
capi chini a cedere le foglie.

Vagano afoni senza chiavi
seduti sulle panchine
infreddoliti di solitudine.

I morti hanno sognato
gli inverni che verranno
ed ora attendono la tua
voce.

un testo del 2021

BIO

Domenico Setola, si è laureato in Giurisprudenza presso la Federico II di Napoli, dove attualmente studia storia medievale e moderna. Collabora da anni con giornali locali della provincia di Napoli.
Scrive poesie da vent’anni. Appassionato di Paul Celan, Paul Auster, Remo Pagnanelli, Umberto Saba, Vittorio Sereni, J. Derrida, G. Deleuze, M. M. Ponty, G. Bachelard.
Ha pubblicato la silloge Il “cerchio imperfetto”, Controluna edizioni, 2021.

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“La peste del potere” Un racconto di Loredana Semantica

06 martedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, LETTERATURA, PROSA

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La peste del potere, Loredana Semantica, racconto

ISABELLE BRYER

Aveva piovuto a lungo e intensamente ieri e il giorno prima, finalmente oggi il sole. Sandra era potuta uscire e ora seduta sulla panchina di legno guardava i bambini giocare nel parco. Si chiamavano tra loro e i richiami echeggiavano tra gli olmi, i pioppi e le magnolie secolari, le loro fresche risate mettevano allegria. Era un pomeriggio di primavera, nell’aria profumi, tutt’intorno la natura grata della pioggia, s’affrettava verso il tempo del maggior rigoglio. Lungo la siepe di pittosporo, in piena fioritura, una festa d’api ebbre e indaffarate. Il loro ronzio monotono e continuo produceva un effetto soporoso su Sandra, che assorta nei pensieri spostava lo sguardo tra il verde del luogo e i bambini intenti al gioco, a tratti spaziando nell’azzurro e nel soffice incanto delle nuvole.

Le tornarono in mente ricordi di giochi d’infanzia nella pineta con le amiche Donata, Giovanna e la sorella Antonella.  Erano un bel gruppetto formatosi spontaneamente mentre le mamme poco distanti chiacchieravano. La pineta era vicino alla scuola, che le mamme si attardassero a parlare, era diventata una consuetudine. Le bimbe intanto giocavano a palla, se la lanciavano l’un l’altra e dovevano rilanciarla spingendola verso l’alto con le punte dei polpastrelli, in una pallavolo improvvisata. Talvolta un baker ben assestato era la salvezza della palla che continuava a restare in aria senza cadere. Il gioco del guppetto d’amiche era tutto lì. Tenere sospesa la palla e lanciarsela l’un l’altra. A Sandra piaceva giocare ad essere le salvatrici della palla volante. Non farla mai cadere era la sfida comune e divertente. Più stava in volo la palla più era sicuro il successo, più loro erano in gamba, e ridevano dei salvataggi in extremis. Sua sorella Antonella poi era davvero brava, capace di tuffarsi al volo e cadere a terra dopo aver rilanciato la sfera senza farsi male. Un vero talento.  Avrebbe dovuto far parte di qualche squadra di pallavolo.  

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“Risacche” di Cipriano Gentilino. Una lettura di Rita Bompadre

01 giovedì Giu 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Cipriano Gentilino, Risacche, Rita Bompadre

“Risacche” di Cipriano Gentilino (Terra d’Ulivi Edizioni, 2023 pp. 76 € 13.50) è una raccolta poetica che rimanda all’osservazione profonda dei movimenti sensibili, avvolti nello slancio interiore di ritorno di un’onda emotiva. L’autore accoglie le dinamiche esistenziali delle difficoltà umane, si confronta con l’origine delle contingenze, incrocia il vitale flutto della riflessione e si misura con le derive dell’uomo. L’intenso e intimo tracciato dei versi racchiude la consistenza espressiva degli stati d’animo, indica la destinazione filosofica del tempo, lungo le istintive possibilità di resistenza, spiega la determinazione del coraggio, decifra la natura evocativa delle immagini e il segno imperscrutabile delle ispirazioni. Cipriano Gentilino attraversa il sentiero della vita, si scontra con la voce dolorosa delle solitudini, si consegna al solco della scrittura, scolpito nell’immediatezza delle idee, nutre la consapevolezza di una preghiera pagana, custodisce la vocazione emblematica dell’oracolo delle interpretazioni. Espone il commento della realtà attraverso la viva conoscenza dei paesaggi, rintraccia l’eco struggente dei luoghi, ritrova l’epifania autentica dei destinatari, insegue il cammino esegetico di una solidarietà morale, abbraccia la cifra simbolica di ogni legame, conferma il valore ancestrale della poesia, in grado di svelare il significato inconfessato di ogni smarrimento. L’infinita qualità metaforica, tratteggiata nella poesia di Cipriano Gentilino, oltrepassa la vertigine del malessere, illustra la burrasca dei sentimenti, sintetizza l’amarezza dei contrasti, trasforma l’essenza dell’uomo nella dimensione introspettiva dell’empatia, assiste l’immenso dispiegamento delle impetuose increspature. Cipriano Gentilino impiega lo strumento conoscitivo del disincanto, affronta il crudele destino della contemporaneità, fronteggia l’ineluttabile provvisorietà, accorda le lucide inquietudini dell’abisso spirituale con la ricerca confortante di un equilibrio, rafforza, nella efficace motivazione dei versi, l’espressione dell’identità e rinnova l’intuizione dell’appartenenza. “Risacche” dona al lettore un desiderio animoso verso la libertà, mostra con l’accurata corrispondenza delle assonanze poetiche, l’osservazione delle proprie esperienze dentro il sussurro dell’anima. Il fragore ricettivo delle parole annuncia la vibrazione persistente del cuore, immedesima l’oscillazione delle passioni con la frantumazione delle speranze.  Cipriano Gentilino ritrova la percezione della vicinanza affettiva, nella condivisione del dialogo poetico, scioglie la ricorrenza delle mancanze oltre il silenzio dell’estraneità, valica la stagione dell’ambiguità del vuoto, rievoca la densità degli affanni. L’universo psichico del poeta trascende una luminosa tensione che illumina le metamorfosi della moderna realtà, interroga l’inconscio, riemerge dalla simbologia di ogni limite, orienta l’evolversi del sentire, comunica la similitudine ontologica della risacca, estende la peregrinazione dell’umanità. Una sequenza visiva di ricordi e di richiami alimenta l’intervallo ripetitivo della nostalgia e dell’inclinazione elegiaca alla dispersione, trattiene il fondamento di colori e odori legati alla superficie originaria dell’accoglienza.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

In attesa di parola

Siamo pesci rossi
di vergini stantie
tra righe di templi
senza santi
bolle perplesse
d’apnea
per un po’ d’aria
e qualche parola.

Sul tepore

Una fiammella
di lanterna intirizzita
cerca olio anche d’avanzo
per un po’ di inciampo
un tepore
anche assoldato
in versi scandalosi
irriverenti,
prima che ci precipiti la notte.

Accostati

Accosta la tua sedia
chino annuso la terra
che ci riprende
donami un bastone
che mi alzi
per respirarti le labbra
accarezzami che osi
sussurrarti poesia
o così ci sembrerà.

Inquietudine

In questo imbrunire
un’inquietudine
di assenza antica,
scricchiolo di foglia
anonima,
si baratterebbe
per un nome
o solo una parola
adagiata sul fondo.

Frammenti

Scordate litanie d’annata
siamo ombre al muro
nel silenzio di epifanie,
spiragli sparsi
nei frammenti di sonno
allo scandalo del risveglio.

Sera

Due bignè ancora di ieri
e due fiocchi di neve
questa sera,

una videochiamata a sud
e un film di guerra a est,

e a luci spente
due germogli di narcisi
al riparo dal gelo

Dialoghi

Mi dissi
ti voglio in silenzio
poi non ti sentii più.
Portasti arcobaleni
di punti esclamativi
ma ero già distratto.

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Intervista a un giovane poeta. Raffaella Rossi, “Epidermide rara”, Eretica Edizioni

31 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Interviste, POESIA

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Epidermide rara, Eretica Edizioni, intervista, Raffaella Rossi

Un’intervista per conoscere un giovane autore, il contenuto dell’opera e il processo col quale essa è giunta alla pubblicazione.

La redazione ringrazia Raffaella Rossi, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Epidermide rara, Eretica Edizioni, 2023

  • Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Ho sempre amato scrivere, da quando ero una bambina, forse non capivo ancora cosa stessi facendo, adesso mi è più chiaro. Credo che questa mia passione sia nata proprio per essere un’osservatrice attenta della realtà circostante: per realtà intendo non solo il contesto naturale, anche quello sociale. La poesia per me è un modo di comunicare, è sicuramente un talento e se mi è stato donato, è importante condividerlo. I miei luoghi sono già poesia, adoro la nebbia in inverno che svela le colline con i piccoli germogli di uva quando anticipano la primavera, mi perdo nei paesaggi collinari della mia terra, nelle albe, gli ulivi mi parlano, i fiori mi parlano, c’è un contatto tra me e l’assoluto proprio quando entro in sintonia con i miei luoghi: io vivo in provincia di Avellino, a 480 m s.l.m., immaginate i profumi dei boschi in autunno, il grano in estate, sono contemplativa, cambierei i miei luoghi solo con la Sicilia orientale, mi piacerebbe vivere in Sicilia per tanti motivi, alle pendici dell’Etna con lo sguardo puntato verso il mare e gli odori degli agrumi nella testa. La componente autobiografica -proprio come i luoghi in cui vivo- è parte integrante della mia poesia, forse se non avessi vissuto la mia vita non sarei diventata autrice. Tra la mia vita, i miei luoghi e la poesia c’è un processo osmotico, come affermo sempre “la mia poesia sono io”, quindi ci sono dentro, tutta quanta. Scrivere è un modo per rendere infinite le cose che finiscono, per dare quel tocco di eterno alle esperienze della vita, belle o brutte che siano, a volte mi sento meglio scrivendo, quando si mette l’anima a nudo cambiano tante cose. Mi piace scrivere in modo diretto proprio per questo motivo, non amo girare intorno alle situazioni, se qualcosa fa male voglio dirlo, se qualcosa mi fa bene voglio scriverlo, non so per quale motivo, forse si nasce così, poeti, come chi nasce cantante o cuoco, insegnante, dottore o altro. Poi c’è da dire che ho studiato archeologia, le tracce sono importanti per ricostruire la storia, la poesia è fatta da tante fonti, il poeta è l’archeologo dell’anima.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Quando ero una ragazzina accompagnavo mia madre al mercato, girare tra i mercati mi annoiava molto sono sincera, allora passavo il tempo davanti a quelle bancarelle che vendevano i libri usati, all’epoca con mille lire potevi comprare bei libri. Anche oggi esistono ancora, con due euro riesci a trovare qualcosa di veramente interessante. Ricordo il primo poeta e scrittore al quale mi sono affezionata tanto è stato Cesare Pavese, avevo comprato da una bancarella il libro “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, lo trovai così spassionatamente vero. Non riconobbi Pavese neorealista che mi avevano insegnato alle scuole superiori, ma un poeta così solo, con l’animo messo a nudo che riusciva a comunicarmi il suo dolore attraverso le pagine di un libro. Ho letto tutti i poeti noti, devo dire che anche Giuseppe Ungaretti mi ha formata molto; sempre in quelle bancarelle comprai la sua raccolta e mi appassionai al poeta non “della guerra”,  ma alla raccolta “Dialogo”, piena di luce, di passione e di speranza. Ho apprezzato tanto Rainer Maria Rilke, ho letto tante cose che mi hanno sempre incuriosita e spinta a provare. Devo citare Alda Merini, non solo per la sua poetica alla quale sono molto legata, ma per il suo modo di parlarci, di sentirla così donna, così vera, perciò mi piace leggerla sempre. Della Cavalli, invece, mi  è piaciuta la schiettezza. Attualmente mi coinvolgono molto i poeti dei giorni nostri, ho molta stima per Beatrice Zerbini, la sento molto vicina anche dal punto di vista umano, credo che l’umiltà sia alla base della poesia, dove c’è umiltà riesco a percepire tanta vita. Non cito tutti i nomi ma adoro leggere le poesie che non conosco, mi piace migliorare, siamo in continuo divenire e la poesia ce lo insegna.

  • Ci parli della tua pubblicazione? Ricordi quando e in che modo è nata l’idea di scrivere questo libro e il soggetto? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Ho deciso di pubblicare le ultime poesie perché hanno tutte una matrice comune. La produzione era abbastanza vasta, ho scelto quelle più dirette che parlano dell’amore, come spiego nell’introduzione si parla dell’amore che io definisco vero, quello che si sente a pelle, quindi, Epidermide rara è un titolo polisemantico.  Non entro in campi che non mi competono,  ma la pelle se trova l’altra pelle vera riesce a sentirne tutte le vibrazioni. Impiego poco tempo per scrivere una poesia, dietro però c’è un lavoro molto complesso, a volte alcune poesie mi fanno piangere peggio di un parto.

  • Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Mi piacerebbe dire di sì, “certo che sì le mie poesie non cambieranno il mondo” scrisse Patrizia Cavalli. Ovviamente è un modo per dire che la poesia non risolve i problemi e i conflitti, però dona al lettore un momento di silenzio e condivisione.  A parte l’utilità, credo che ogni poeta abbia un proprio stile personale, nessuno è uguale all’altro, anche io ho un modo personale di scrivere e può essere approfondito da chi si interessa della poesia, come a me piace interessarmi agli altri poeti e all’arte in generale. Può essere necessario per chi ha voglia di capire che siamo un po’ tutti nella stessa barca, c’è chi riesce ad esprimerlo attraverso più sensibilità e chi invece resta inerte.

  • Nel processo che ti ha portato a pubblicare ti sei avvalso dell’attività professionale di un editor oppure di un’agenzia letteraria? Hai frequentato una scuola di scrittura? Più in generale quali ambiti o ambienti del mondo letterario senti che ti appartengono e/o ti sono stati d’aiuto?

No, non ho contattato nessuno, tra me e la poesia c’è un rapporto intenso e di solitudine, del resto come nella vita, mi tocca fare tutto da sola, un po’ sono abituata. In futuro lo farò (forse). Ritengo importanti le riviste di poesia e di letteratura, in Italia c’è un buon lavoro, sono tutti molto appassionati, perché accostarsi al mondo della poesia significa essere un appassionato in generale, per natura.

  • Come hai trovato un editore?

Ho scritto agli editori di poesia, mi hanno accolta bene. Ho pubblicato con Eretica di Giordano Criscuolo perché sono in sintonia con il suo modo di pensare. Lui ha sempre espresso che non si scrive per vendere ma solo per emozionare, i versi tendono all’infinito. Quando ci siamo salutati prima che il libro uscisse, ci siamo detti grazie, “grazie per le emozioni che tu ci hai regalato” mi ha risposto Giordano. Credo sia una bella cosa.

  • La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

La copertina fa parte del progetto editoriale della casa editrice Eretica, la collana “Quaderni di poesia” ha la copertina rossa. Il titolo “Epidermide rara”, come ho espresso prima è polisemico, introduce il lettore verso la rarità dell’amore che si tocca a pelle e la rarità in generale. Sulla prima di copertina c’è questa poesia “Siamo noi/quei fiori bagnati /in mezzo a un campo di belve. /Non chiudermi la porta: /il vento asciuga l’acqua /e allarga le ali. Un po’ difficile, comprendo, ma i fiori bagnati resistono di più alle “belve”, almeno credo sia così.

  •  A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

Domanda difficile: a chi vuole sognare un po’? A chi ha cuore, non lo so davvero,  lo vedo poco indicato per i giovanissimi, però in privato mi scrivono che apprezzano.

  • In che modo e in quali luoghi stai promuovendo il tuo libro?

Ho un modo di promozione tutto personale, io regalo i miei libri, se avessi la possibilità, spedirei libri in tutto il mondo. Uso molto i social, se usati bene, possono nascere scambi culturali interessanti, infatti sto conoscendo tante persone interessate. Sto partecipando ai premi di poesia edita e per l’estate spero di partire con progetti di diffusione più concreti. Ci vuole molto tempo e spesso manca. Ultimamente realizzo piccoli video quotidiani con la mia faccia, non perché provo piacere nel farmi vedere, ma il contatto visivo è molto importante.

  •  Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono legata a più di una poesia, a una in particolare che forse è tutta l’essenza del libro, non cito il titolo perché per scelta le mie poesie sono senza titolo (non voglio vincolare e confinare le parole). Ho scritto dei versi che leggo spesso, quasi per un’esigenza vitale, c’è una poesia che parla della luce quando passa tra gli alberi proprio come fa l’amore quando apre un cuore e poi, c’è la parte finale della  poesia essenza: ” (…)Io conosco gli inferni /e conosco il paradiso /conosco gli abissi/ e conosco i cieli/ ma sono capace di amarti/ e ti amo/ qui e adesso/ nel posto /dove si contano i respiri.” Al “posto dove si contano i respiri” ho dedicato il mio libro, è il respiro che fa l’amore, che fa la vita, i miei respiri li ho contati tutti, uno per uno, quando mi sono mancati. La sincerità di una persona verso l’amore sta proprio nel fatto che puoi aver visto il paradiso, puoi aver visto l’inferno, ma quando ami conta solo l’adesso, non esiste più niente. Esiste il respiro, il momento indimenticabile. 

  •  Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Mi piacerebbe che le persone leggessero di più, non solo le mie poesie e i miei libri, entrare nel mondo di un poeta non è difficile, c’è bisogno di empatia, questo mi aspetto, che un lettore non sfogli le pagine solo per sfogliarle o accontentarmi, ma che nella poesia riesca a trovare anche se stesso. Io leggo gli altri perché mi danno delle emozioni, mi fanno capire che tutto sommato non siamo così soli, questo vorrei anche per me.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Raffaella Rossi è nata ad Avellino nel 1983 e vive in un piccolo paese di provincia, dove svolge la professione di insegnante. Laureata in Archeologia presso l’Università degli Studi di Salerno, dal 2007 si occupa di poesia visiva, ponendo l’attenzione su forme di comunicazioni verbali, accompagnate da forme visive. Il messaggio poetico è sviluppato facendo convergere al segno grafico altri tipi di segni, mettendo l’accento proprio sulla semanticità di questi ultimi.

Ha pubblicato una silloge di poesie dal titolo “Stagioni e Riti” nel 2011. Nel 2023 ha pubblicato la raccolta poetica ”Epidermide Rara” con Eretica Edizioni. L’autrice ha ricevuto l’attenzione da parte di alcuni blog di poesie già con le sue prime poesie su un sito personale, ottenendo una prima traduzione in lingua spagnola per conto di “Laboratori Poesia”. Le sue poesie e recensioni poetiche per altri autori, sono fruibili on line e in una serie di antologie poetiche pubblicate dalle case editrice che hanno ritenuto meritevole la sua poesia ai concorsi. Per l’autrice, la poesia è la parola dell’anima, è un mezzo di comunicazione importante e salvifico, con funzioni anche demiurgiche. La poesia è un dono d’amore per se stessi e gli altri.

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“Salone del libro? Ni… grazie!” di Aldo Viano

30 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Segnalazioni ed eventi

≈ 3 commenti

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Aldo Viano, Salone del libro di Torino

ph. Loredana Semantica

C’ero già andato l’anno scorso. Un nuovo editore aveva appena pubblicato il mio secondo romanzo e mi aveva invitato a Torino. Il mio volumetto faceva bella mostra di sé sul suo banchetto.

Nonostante non fossi più un giovincello (e oggi sono ancora più vecchio), mi feci prendere dall’entusiasmo “dell’autore presentato al Salone del libro”.

«Che cosa devo fare?» chiesi.

«Niente di speciale, ti metti qui davanti, con il tuo libro in mano, e se qualcuno si ferma tu gliene parli e cerchi di venderglielo».

È così per tutti, per tutti gli editori e per tutti gli autori, anche per i più famosi, cambia solo la “lochescion”: i più sfigati in piedi davanti agli stand a fare i piazzisti di pentole di carta, i più commerciabili in una saletta con tanto di microfono e compiacente relatore che li imbocca.Sarà che non sono mai stato portato per il marketing, ma mi sentivo uno scemo. Tra i “do solo un’occhiata” e i “grazie, ma ho già mangiato” (risposta veridica, lo giuro), mi chiedevo che cosa stessi facendo lì.

Quest’anno ci sono andato con minore entusiasmo. Non posso parlare male del mio editore, anzi, dei miei. Sono brave e oneste persone che fanno del bricolage più o meno avanzato, cioè fanno ciò che possono con quello che hanno. Entrambi mi hanno fatto un’intervista pubblicata sui social, il luogo virtuale che rende sempre meno socievoli i lettori e i frequentatori del salone (non sempre coincidono).

È un posto enorme, ben organizzato e altrettanto dispersivo. Entropico è forse l’aggettivo che meglio lo definisce. Tradotto in volgare: un casino innominabile. Coorti di ectoplasmi vagano senza meta tra i padiglioni, lo sguardo vuoto e la borsa piena di libri comprati seguendo le molteplici pubblicità stile “what else?” o grazie alla capacità di persuasione della sirena di turno, leggi l’abilità del “collaboratore” della casa editrice pagato poche centinaia di euro al mese, o con partita IVA incentivato dalla percentuale sulle vendite effettuate.

Un bailamme senza senso, un parossistico bazar dove trovi anche un catafalco del Ministero della Difesa (mi chiedo se difendano la “cultura” e soprattutto da chi), un altro della Rai da dove pontificano giornalai con il titolo di giornalisti, chioschi di rappresentanza delle Regioni, che con la scusa di un opuscolo pubblicitario promuovono attività commerciali e turismo (cioè lo spostamento di persone che starebbero meglio a casa loro in posti che sarebbero migliori senza di loro), un’esposizione di aspirapolvere Fo**etto (visto con i miei occhi) forse per spolverare i vecchi volumi, venditori di street food dagli olezzi pestilenziali e dai prezzi da oreficeria, insomma, un mercato mediorientale dove il principale movente dei “clienti” (attribuire loro l’appellativo di lettori è una scommessa) è quello di dire “io c’ero”.

Durante una pausa, all’esterno dei casermoni adibiti a esposizione faccio due parole con un omone dall’aspetto dimesso. Scopro che è un editore, o meglio uno che stampa manoscritti esenti da diritti d’autore, e che ha uno stand enorme proprio di fronte a quello del mio editore. “Nella giornata della memoria, con il Diario di Anna Frank tiro su 20-30.000 Euro”, mi dice orgoglioso.

Mi chiede in che veste partecipi al salone. Quando gli dico che sono un autore e che ho venduto più di un centinaio di copie si esalta e mi copre di complimenti. Secondo lui (prendo con le pinze le sue affermazioni) ciascuno dei circa 80.000 nuovi manoscritti pubblicati ogni anno vende più o meno 100 copie. Il resto va al macero. La maggior parte degli editori (lui non si definisce tale) sopravvive grazie alla rete di contatti di ogni autore, il quale, se vende una cinquantina di esemplari grazie alle sue presentazioni e firma-copie, gli garantisce la copertura delle spese. Poi ci sono i contributi all’editoria: statali, regionali, europei e via discorrendo. I distributori, soprattutto il più grande, sono delle associazioni a delinquere (ipse dixit).

Alla fine della conversazione, ne esco con la conferma di ciò che sospettavo: i toni trionfalistici, che ogni anno seguono la chiusura della kermesse torinese, lodando il successo di pubblico, il rinnovato interesse per la cultura, la sensibilità delle amministrazioni pubbliche, l’abnegazione degli organizzatori, l’entusiasmo degli editori e via discorrendo, lasceranno il posto non molto tempo dopo ai soliti piagnistei sul fatto che in Italia non si legge, sulla crisi dell’editoria, sull’analfabetismo di ritorno (da dove?) e sulla necessità di nuovi e più cospicui aiuti pubblici a un settore cardine della cultura nazionale.

Ritorno al banchetto del mio editore dove i miei omologhi autori si sfidano in una tenzone di selfie da postare sulle loro pagine social. Sono molto diverso da loro? Ognuno crede d’avere qualcosa d’imprescindibile da dire al mondo, un messaggio in bottiglia.Sono sommerso da un vociare incontenibile, una folla di miei simili che riversa parole in questo capannone annegato in un oceano di parole scritte. Milioni, miliardi di parole, Utili? Inutili?

La cifra essenziale di questo “Salone” è quella commerciale. Significa avere performance misurabili in termini di successo. Nudi, freddi numeri capaci di certificare che il “cliente” (lettore e/o autore) è divenuto performante, perfetto ingranaggio di una oliata macchina dove la divergenza, il senso critico sono considerati con fastidio un inceppo da aggiustare. Perché la vita è una darwiniana competizione in cui solo il più “competente” vince. E gli altri devono percepire il peso dello smacco, del fallimento, divenendo “scarti”. Conta solo vincere a qualunque costo, anche con la slealtà.

I miei libri sono una camola in un silos di milioni di metri cubi di farina.

«Allora perché ci vai al salone?»

Perché come tutti gli umani non sono esente dal demone della vanità. Perché anche a me piacerebbe vendere centinaia di migliaia di copie come i VIP che denigrano Dante, Manzoni, Dostoevskij o Verga e che, en passant, invitano i “clienti” a comprare i loro manoscritti.

Però, io non lo farei, se non altro per buona educazione, un vezzo riservato ai “boomers”.

Vado al salone perché, come diceva Dominique Angel, «Je passe mon temps à me libérer de ce que la nécessité m’oblige à mettre en place pour survivre».

Poi, secondo la legge dei grandi numeri, ti capita qualcuno davanti, uno sconosciuto che ha comprato su Ama*on il tuo libro, che l’ha letto, e te lo conferma citando questo o quel passaggio che gli è piaciuto, che gli ha lasciato qualcosa. E ti chiede la dedica, la medaglietta che lui pensa d’aver meritato attraverso la sua lettura.

E tu, non gliela fai la dedica? Sì, il Salone è proprio una fiera: delle vanità.

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Intervista a Emilio Capaccio. Cuentos Olvidados

23 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Interviste, LETTERATURA, TRADUZIONI

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, intervista, TRADUZIONI

E’ terminata il 5 maggio scorso Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados, il progetto curato da Emilio Capaccio su questo sito nella categoria TRADUZIONI. L’ articolata iniziativa, inziata il 7 aprile dell’anno scorso ha accompagnato i lettori di Limina mundi per oltre un anno, suscitando interesse, abbiamo pensato quindi di rivolgere alcune domande al Curatore in un’intervista proposta nel sottostante podcast.

la linea rossa traccia il percorso ideale compiuto con i Racconti dimenticati

Qui sotto l’audio dell’intervista. La voce dell’introduzione è di Loredana Semantica, formulano le domande Deborah Mega e Loredana Semantica, risponde Emilio Capaccio. Buon ascolto

I volti dei 21 autori dei racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio

EMILIO CAPACCIO

Emilio Capaccio è nato il 16 maggio del 1976. Ha vissuto a Campagna, in provincia di Salerno. Vive a Milano. Ha pubblicato in formato e-book: “Malinconico Oscuro”, traduzioni di poeti sudamericani inediti, con prefazione di Giorgio Mancinelli. Ha collaborato con la rivista internazionale di poesia: “Iris News”. Collabora con vari blog di poesia. Sue traduzioni e poesie sono presenti in varie antologie, blog e nella rivista “Il Foglio Clandestino, Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria”. Ha pubblicato la raccolta poetica: “Voce del Paesaggio”, edita da Kolibris Edizioni 2016, con prefazione di Massimo Sannelli, e la raccolta poetica: “Canzoniere della Biondezza”, edita da L’Arciere del Dissenso 2019, con prefazione di Emilio Paolo Taormina. Come curatore e traduttore ha pubblicato le raccolte: “Radice”, del poeta spagnolo José Luis Hidalgo, Giuliano Ladolfi Editore 2017, e “Princesse Amande”, della poetessa francese Lucie Delarue-Mardrus, LietoColle 2017. Nel 2023, ha pubblicato per Neobar eBooks Via Lattea, traduzioni in rima della raccolta di sonetti inedita del poeta brasiliano, Olavo Bilac.

A questo link tutti gli articoli pubblicati da Emilio Capaccio su Limina mundi

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“L’amore e tutto il resto” di Andrea Temporelli. Una lettura di Loredana Semantica

17 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Andrea Temporelli, L'amore e tutto il resto, Loredana Semantica

C’è analogia tra Andrea Temporelli e – a puro titolo d’ esempio – Cristina Campo, oppure Umberto Saba, Pablo Neruda, Italo Svevo, nel  senso che sono tutti autori che hanno adottato uno pseudonimo.  Gli pseudonimi separano mondi. Di qua il nome, di là gli altri. Da un lato l’essere dall’altro l’invenzione. Si opera la diversificazione, si celebra lo smarrimento,  pulsa la repulsa del limite, mescendo lo scoramento del vivere si varca il transito nell’impossibile. Si travalica la nominazione imposta che opprime e aliena, come un battesimo all’esistenza che incarta e squarta. Nello schermo il  pronunciamento, scevro da condizionamenti, si fa purezza d’inesistenza. L’impresa resta agganciare l’eterno allo scarto, partorire il trapasso, comprendersi fino alle scapole, ai polmoni in un’assurda, mai sazia, impagata ricerca di se stessi. Dentro uno pseudonimo si possono estrarre con l’uncino le ali dalle scapole e volare oltre i mondi. Edificare a parole un monumento d’amore e dolore. Non è poi così difficile per alcuni, nel senso che è simile alla vita. Eminentemente scrivere è un gesto antropico, gli animali non lo fanno, ma non è un gesto naturale, eppure per qualcuno scrivere è un atto di estrema naturalezza. Libera e conduce slancio e impulso,  come guidare una vettura nelle strade deserte senza che gli altri siano d’intralcio: passanti, veicoli, conducenti. Il dolore invece è diverso, spina o croce, è all’opposto gravoso, difficile da reggere, impregna l’essere, lo attraversa e viverlo il dolore dà alla scrittura una consistenza e una compostezza che flette le arterie, le irrora allo spasimo.

I poeti in definitiva non scrivono che d’amore, di dolore e di morte. I poeti degni di questo nome. Se un poeta non scrive di questi temi ha scritto sul ghiaccio.

La silloge di Temporelli edita da interlinea, s’intitola L’amore e tutto il resto, il titolo è sintomatico di un’ordine. Messo l’amore al primo posto cosa resta? Echeggia un anelito dickinsoniano

I argue thee
That love is life –
And life hath Immortality –

Io ti dimostro
che l’amore è vita
e la vita ha l’immortalità

Oppure come non ricordare l’ancor più famoso distico

That Love is all there is,
Is all we know of Love

Che l’amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’amore
.

Persino la morte svanisce a confronto dell’amore. Temuta, sfuggita, implacabile, irrimediabile, invocata nell’agonia per sollievo di sofferenza, la morte, nella lettura di Temporelli, è un “resto” insieme a tutto quanto d’altro c’è. L’amore domina su tutto. O meglio tutto si muove per amore, anche ciò che apparentemente non collega. Esso solo resta, ci sostiene, sopravvive. Quello ricevuto, quello donato, la sua memoria, è come un sigillo sull’anima, la forgia e la modella nella forma che essa ha nel momento in cui la eplichiamo sul foglio, tutta la memoria della nostra storia soccorre a tentare il travaso.

Alcuni dicono che si scriva dopo tante e tante letture, invece dopo tante e tante letture non scrivi, hai sulle spalle un tale peso che sprofondi, si scrive perché devi. E se devi lo fai anche prima di tante e tante letture, lo fai anche dopo, ma dopo i dubbi sono talmente tanti che dell’atto avverti tutta la responsabilità. Ti rendi conto che è un azzardo, che rischi il peccato di presunzione. Cosa puoi dire oltre ciò che è stato detto più e meglio da altri?  Questa consapevolezza, se iniziale, può darsi che paralizzi o inaridisca. Invece quando “devi” non ti fai domande e non hai risposte, continui nel flusso che trascina oltre i dubbi, in una sorta di chiamata necessaria, nostalgica, disperata. A volte filo di voce finissimo altre strido, pianto, volo bianco.

L’amore e tutto il resto è un libretto formato 10 x 15 per centotrenta pagine circa, copertina in carta goffrata color avorio. Il sommario ci informa che il libro si compone di nove sezioni indicate coi numeri romani, ognuna contiene da 5 a 10 poesie, eccetto le sezioni IV e IX, la prima costituita dal poemetto “Terramadre”, l’altra da “Postilla per l’alieno”, da ascoltare qui.

Ciò che trovo impressionante da sempre della scrittura poetica è come essa “ci” scrive, come coliamo filati parola per parola nello stampo della poesia, vi alberghiamo nudi,  per come siamo, spellati sulla pagina, buccia dopo buccia, incolliamo sul foglio le squame, le penne, le piume, ci spogliamo, lettera dopo lettera, verbo dopo verbo e in questo trapasso, evochiamo studi, memorie, attiviamo il nostro “genio”  per vestire il dire di senso, per sostanziare quel denudarsi, in tutta la nostra dolcezza, sdegno, asprezza, razionalità, nel ventaglio amplissimo degli “stati” del nostro essere qui ora e vivi.  Per trasferire al lettore uno scritto che sia denso di pensiero, corpo e non vacuità. Questo processo avviene chiaramente anche nella scrittura di Temporelli. Del resto è autore e critico di ampia esperienza, oltre che specialista della materia letteraria, cioè insegnante.

Il libro ha ricchezza di temi e compiutezza di pensiero. Vi si  legge l’uomo, la storia, le amicizie,  gli avvenimenti, patemi e patologie, la scrittura, l’infanzia, l’insegnamento, la religione, il collegio, gli amici, il calcio, lo studio, la morte e i tortuosi camminamenti riferiti con semplicità perché nodi affrontati e sciolti. Vi si leggono i molti interrogativi, perché, si tratta, lo dice l’autore, di un libro che si sviluppa in un arco temporale ampio di ben 27 anni, che ci sono tutti, si spazia da una A a una Z passando da molte porte, altrettante svolte. Un distillato di tanta vita.

Tutta la raccolta ha un suo tempo metrico percepibile sin dai primi componimenti, brilla in versi di felici illuminazioni, accostamenti originali su un apparecchiamento lessicale piano, scorrevole, appropriato. Il versificare è corredato da segni di interpunzione e talvolta da spaziature e a capo ad arte. E’ presente un sottofondo di sobrietà e vivacità, due fili conduttori dell’opera, per cui mai dire nulla più di quanto è necessario, in omaggio all’esigenza di sfrondare fino all’essenziale, e in secondo luogo non annoiare il lettore. Diversi testi hanno la solennità e l’accoratezza della preghiera. In tutto il libro non è tanto la ricercatezza dei termini che restituisce cultura, ma citazioni e riferimenti. Tra questi spicca l’incipit del commovente omaggio a Simone Cattaneo che riprende il dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io che diventa Ricky, io vorrei che tu, Davide, Massimo, Flavio, Alessandro ed io. L’amicizia è già tutta nella nominazione del consesso.

Lucenti i testi che raccontano la natura  e le memorie, gli smarrimenti, ve ne sono disseminati, belli e limpidi anche i canti d’amore,  intessuti a volte da tensioni sotterranee, sentori d’abbandoni o separazioni. Di altri testi la lettura è meno trasparente, si chiudono nell’ermetismo, talvolta l’oscurità vorrebbe un ausilio a dipanare il senso, ma forse è solo umana curiostà di intromettersi nel ventre ispiratore, aprire squarci di indiscrezione. Così nel poemetto Terramadre, dove si affronta il tema della morte con sviluppo drammatico – teatrale, racconti esperenziali, com-partecipazioni attoriali, essi concorrono al referto dell’ essenza dell’oscura signora, alla narrazione dell’impatto che l’agonia o l’evento producono e le ramificazioni interiori conseguenti alla perdita. E’ un fatto che giunti ad età avanzata abbiamo la vita costellata da mancanze dolorose, tanto più quanto più traumaticamente e precocemente è avvenuto questo invevitabile incontro e per le tante volte che avviene successivamente. Se ne parla qui con la consapevolezza che permea chi sa e può dirne senza apparire un balbettio d’esercizio letterario. Si direbbe che il poeta ha il piglio di chi fronteggia, non arretra e non cede, resiste, come in un corpo a corpo, in una sfida.

Postilla per l’alieno, che chiude il libro, ha un sentore del viaggio di Ulisse, appello rivolto a profani o a viaggiatori d’altri mondi, un messaggio d’onde radio verso porti astrali. Coniuga l’esotico e la citazione, propone destinazioni, ma non si tratta di luoghi qualunque: la Baia di Halong in Vietnam, il palazzo di Taj Mahal in India, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, la cascate del Diablo nell’Iguazù in Argentina, la Grande Muraglia Cinese e infine la quadriga della Basilica di San Marco a Venezia, sono tutti accomunati dall’essere di una stupefacente bellezza, tant’è che sono inseriti nell’elenco delle sette meraviglie del mondo oppure dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Temporelli cita poi l’affresco michelangiolesco de “La creazione di Adamo” nella Cappella Sistina, i poemi epici di Omero, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, ed è nella chiusa che chiarisce come rifiutare tutta questa bellezza significa chiudersi  all’ amore, gesto che darà forse pace, ma svuota.

A cogliere la sostanza di tutta l’opera possiamo dire con Etty Hillesum  “Credo che il senso della vita sia nell’amore, nell’amore per gli altri, nell’amore per la natura, nell’amore per la bellezza, nell’amore per la verità. Credo che l’amore sia la forza più grande che ci sia, la forza che ci fa andare avanti, che ci fa sperare, che ci fa credere che la vita ha un senso.”

Preghiera

Angelo di Dio

                              nell’angolo di gelo

che sei il mio custode

                              e sai chi ci uccide

illumina e custodisci

                              nascondi e ripulisci

reggi e governa me

                              la lama dei perchè

che ti fui affidato

                             e Gesù ha affilato

dalla pietà celeste

                           nel cruore terrestre

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Cuore destro, cuore sinistro. Un racconto di Patrizia Destro

16 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti

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Cuore destro cuore sinistro, Patrizia Destro, racconto


Opera di Andrey Ramnev

Giovedì, 20 marzo


Alzati e grida al mondo / tutto il tuo dolore / quando la vita ti sta trasformando il cuore / in un’arida macchia di sangue.
Ho scritto una poesia. Non ne avevo mai scritte prima d’ora.

Questa mattina è venuta la psicologa; mi ha dato dei fogli bianchi e mi ha suggerito di scriverci quello che voglio. Stasera verrà a ritirarli. E’ stata gentile, non me l’aspettavo. Quando esco da questo ospedale voglio festeggiare. Mi comprerò una tavoletta di cioccolato, enorme. La mangeremo insieme, i mieiamici e io. Ma come ci sono finita qui dentro? Ho fatto tutto quel che dovevo fare, tutto come in quei libri: “Pensa positivo!” “Se vuoi puoi!” “Sviluppa la tua forza di volontà!”. Io penso sempre positivo, ma proprio sempre! E siccome voglio allora posso.

Mi manca la frutta, qui ne danno troppo poca. La frutta fa bene, bisogna mangiarne tanta. Anche le verdure fanno bene. Invece la carne il pesce le uova fanno male. L’ho detto alla mia amica ma lei mi ha risposto che deve mangiare un po’ di tutto altrimenti poi si sente male. Non mi convince. La frutta fa bene a tutti, è lei che ha le fissazioni e così non ottiene ciò che vuole dalla vita! Io per esempio mangio tre grosse mele una via l’altra, e arance e kiwi e uva e mi sento piena di energia! Durante la giornata ricevo molti doni, molte persone piene di luce mi si avvicinano e mi fanno tanto bene. Le medicine invece fanno male, tutte quante. Il movimento fa benissimo, lo dicono sempre, i medici. Io corro al parco prima di iniziare il lavoro, perché poi mi tocca stare seduta per molte ore al giorno e certe volte anche di notte, quando non riesco a dormire mi metto in macchina e guido, guido fino al mattino, poi quando torno a casa vado in palestra, per farmi i muscoli. Nadia mi ha massaggiato, tempo fa. Mi sono sentita come rinascere! Gliel’ho detto alla mia amica. Lei mi ha sorriso e ha detto che è contenta di avermi aiutato. La depurazione poi è molto importate. Pulizia e depurazione… tre docce al giorno.

Ho chiesto a Nadia di accompagnarmi in quel centro, ti ripuliscono tutto l’intestino. Ma lei si è rifiutata, ha detto che sono già fin troppo pulita di dentro e di fuori. Non ci credo… ho dentro questo sangue morto che mi fa impazzire di dolore. Pulire il sangue pulire il cuore da tutti i pensieri, così bisogna fare! Le ho detto “non sei una vera amica”. Lei mi ha risposto che è vero, che non è di quelle amiche che ti seguono in ogni follia. Ma questa non è follia, è benessere! Io di lei però mi fido molto, mi fido del suo giudizio. Gli altri mi danno sempre ragione, lei a volte mi dà ragione e a volte no. Un giorno Nadia mi ha detto, sorridendo: “Tu sei doppia perché il tuo segno zodiacale è doppio”. Ho ricambiato il sorriso, anche se non ho capito la battuta. Io sono del segno della Bilancia, due piatti, due lati in equilibrio, in perfetta armonia. Credo che abbia voluto dirmi una cosa carina, lei mi vuole bene…


Venerdì, 21 marzo.


“Alzati e grida al mondo / tutto il tuo disprezzo / quando la vita ti ha sputato in faccia / una volta di troppo”. Ho scritto una poesia. Non ne avevo mai scritte prima d’ora, non sono tipo da poesie, io.

Stamattina è venuta la psicologa; mi ha portato alcuni fogli bianchi e mi ha suggerito di scriverci sopra quello che voglio. Stasera verrà a ritirarli (se non deciderò di farne pezzettini, naturalmente, ma questo non gliel’ho detto. Non mi piace che qualcuno si impicci dei fatti miei). Quando esco da questo maledetto ospedale voglio festeggiare. Mi farò portare a casa un Bigbang ai quattro formaggi e una montagna di patatine fritte. E una scura media. No, è meglio di no, voglio essere pronta per tornare al lavoro al più presto. Non posso guidare se bevo alcolici. Sto in macchina tutto il giorno e certe volte anche di notte, quando non riesco a dormire. Ma come ci sono finita qui dentro? Ho fatto tutto quel che dovevo fare, tutto come in quei libri: “Pensa positivo!” “Se vuoi puoi!” “Sviluppa la tua forza di volontà!” E io sono positiva, voglio e quindi posso, ho una volontà di ferro! Solo che, da qualche tempo, mi sento stanca, stanchissima. Mi sento come se il sangue non fluisse bene. Un giorno Nadia mi ha fatto un massaggio; odio essere toccata, ma per lei ho fatto un’eccezione. Lei è mia amica, mi vuole bene. E’ stato come se questo sangue rallentato, questo sangue morto avesse ripreso vitalità, energia.

Quando mangio il mio hamburger preferito c’è sempre qualcuno che mi consiglia di mangiare frutta e verdura, perché fanno bene. Tutte balle! Io scoppio di salute, i miei esami ematologici sono perfetti! Come suona bene, e-ma-to-logici! Io sono una persona logica, mi attengo ai fatti. Sono la dimostrazione vivente che frutta e verdura sono sopravvalutate. Spesso mi dicono che ho una bella pelle, e bei capelli e unghie perfette. Non possono essere tutti bugiardi, no? Eppoi uno specchio ce l’ho anch’io, mi guardo e vedo che sono in ottima forma, anche se ultimamente ho perso alcuni chili. Un giorno Nadia mi ha detto: “Tu sei doppia perché il tuo segno zodiacale è doppio”. Me lo ha detto sorridendo, quindi suppongo che intendesse fare una battuta, una battuta che non ho capito. Per dirla tutta, mi pare un’emerita scemenza. Le ho fatto un mezzo sorriso anch’io. Sono del segno della Bilancia, due piatti, due lati speculari in equilibrio dinamico, perfettamente armonizzati…


Sabato, 22 marzo

  • Buongiorno, cara, è l’ora della pastiglia. Occristo santo! Gianni vieni qui, presto!!!
  • Saturazione 90 e… 90! Subito in rianimazione! Metti la maschera a tutte e due. Sembrano
    attaccate cuore a cuore, come se una fosse uscita dall’altra!
  • E’ in cura da noi già da due anni e non sapevamo che avesse una sorella. Gemella, poi!
    Stavano abbracciate strettissime, non le abbiamo forzate per non fargli del male. Poi, a un certo
    punto, si sono staccate da sole.
  • Come avrà fatto a introdursi qui di notte?
  • Secondo me è entrata di giorno. Si è nascosta e poi ha raggiunto Lia appena si è fatto buio.
  • E ora dov’è?
  • Non si sa. E’ sparita poco dopo il distacco, praticamente volatilizzata.

Patrizia Destro

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Foto di mia madre. Una poesia di Giorgia Stecher

14 domenica Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Poesie

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Foto di mia Madre, Giorgia Steicher, POESIA

Una poesia di Giorgia Stecher

foto dal web

Foto di mia Madre

Nella foto con sulla testa
un secchio capovolto (che moda
fu mai quella dei tuoi tempi!)
hai scritto: Qui sono scappata dal serraglio.
Ma intorno non si sospettano leoni
né tracce d’altre fiere. Da un’altra
gabbia invece poi fuggisti e fu
una gara tra galline e galli
per gridare allo scandalo inaudito.
La tua incuranza fu la loro pena
perché non c’è di peggio per i polli
che di veder fuggire un prigioniero.

Giorgia Stecher, poetessa siciliana, nata a Messina il 14 luglio 1929, deceduta a Messina il 24 aprile 1996.

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Tre poesie di Nina Cassian. Illustrazioni di Loredana Semantica

10 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Più voci per un poeta, Poesie

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illustrazioni, Loredana Semantica, Nina Cassian, Poesie

Tre poesie di Nina Cassian . Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

Preghiera

Se esisti per davvero – fatti avanti,
sii nuvola, caprone, aviatore,
porta con te occhi, bocca, voce,
– chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi,
prendimi tra le braccia, proteggimi,
nutrimi con la settima parte di un pesce,
fammi un fischio, dissodami le dita,
ricolmami di aromi, di stupore,
– resuscitami.

La tentazione

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.

Ermetica

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido
quale potrebbe essere, la roccia o il mare

o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, duro come la pietra,
giallo come la luna?

Ah, tutto è impenetrabile.
E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come la lingua dell’impiccato.

Nina Cassian, poetessa, scrittrice, traduttrice rumena, nata in Romania, a Galati, il 27 novembre 1924, morta a New York il 15 aprile 2014

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Più voci per un poeta: Rocco Scotellaro. Nel centenario della nascita

03 mercoledì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CRITICA LETTERARIA, Più voci per un poeta

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illustrazioni, Loredana Semantica, Poesie, Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro è nato il 19 aprile di cento anni fa, a questo link la sua storia .

Rosso di capelli e bello (ce lo dice poeticamente la stessa Amelia Rosselli Bello eri ma troppo fino e troppo caro “Cantilena”, 1953) il giovane Rocco, politico e poeta, morto dopo solo trent’anni di vita, ha lasciato tra i suoi la sensazione di un’opera incompiuta e la testimonianza una forza d’animo straordinaria. Questi elementi combinati tra loro hanno fatto di Rocco un mito per alcuni, per altri Rocco Scotellaro è un dimenticato, vittima della stessa indifferenza che affonda nel mare della disattenzione la poesia del Sud. Certamente è alquanto inevitabile sulla misura dell’apprezzamento dell’opera e dell’operato dell’autore il condizionamento della scelta di campo ideologica del lettore.

Scotellaro operò politicamente con azioni e iniziative favore della classe contadina, animato da idee democratiche volte al miglioramento economico, sociale, assistenziale e culturale della gente di Lucania. Egli tuttavia non si impegnò solo sul fronte politico, ma fu anche giovanissimo poeta, iniziò a scrivere nel 1940, poco più che adolescente. La sua prima poesia “Lucania” descrittiva della natura, riporta la ricercatezza verbale dello zirlio dei grilli, si chiude con la nota maliconica riferita al paesetto lucano che nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi. Non dimentichiamo che per proseguire gli studi Rocco dovette abbandonare il paese d’origine Tricarico per trasferirsi a Sicignano degli Aburni a studiare al Collegio dei Padri Cappuccini, questa sua prima poesia esprime la compassione per il disfacimento del paese e il senso di sradicamento dalla propria terra alla quale egli rimase legato per tutta la vita.

Gli anni del liceo classico e l’avvio degli studi in giurisprudenza furono determinanti per la formazione della sue idee e l’emersione della passione sindacale e politica. La sensibilità alle problematiche della società contadina e più in generale per le condizioni degli umili, sfruttati e oppressi, furono all’origine un portato educativo dei genitori, entrambi erano artigiani, l’uno calzolaio, l’altra sarta. La madre però sapeva scrivere e si prestava a fare da scrivano anche agli abitanti del paese. ll padre era una figura di riferimento e di saggezza che sensibilizzò Rocco sullo stato di miseria e sfruttamento in cui vivevano i braccianti del Sud. Rocco era in sostanza un figlio della cultura contadina della sua terra, nato da essa e quindi promanante dall’interno, la conosceva e ne aveva a cuore le problematiche. Una volta giunta a compimento la sua maturazione ideologica, dopo l’incontro con Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, l’iscrizione a partito socialista e l’attivismo sindacale, egli maturò anche la consapevolezza degli strumenti che potevano essere utilizzati per affermare i bisogni popolari ed ottenerne tutela: azione e parola. La cultura è azione, ma soprattutto vita. La parola il veicolo indispensabile col quale comunicare, con le parole è possibile richiedere ciò che concretamente si desidera. Diversamente dalle idee di Rossi Doria che rimarcava l’immobilismo, il culto della memoria e il paganesimo degli abitanti del meridione, da intendersi come incapacità ad essere cittadini, cioè di riconoscere la “deità” dello Stato, Rocco percepiva le istanze di riscatto, la fierezza, le contraddizioni di un mondo che interpretava dal di dentro conoscendolo prodondamente, volendo mantenerlo, quasi cristallizzandolo, per salvarne l’intrinseca bontà, pur nel miglioramento necessario delle condizioni di vita.

L’attenzione al mondo popolare, il linguaggio volutamente diretto e semplice, nonostante Scotellaro fosse un colto intellettuale, un dettato refrattario alla retorica, incline piuttosto a testimoniare con l’evidenza della realtà i fatti e le istanze sociali, inquadrano l’opera di Rocco Scotellaro nella corrente neorealista del secondo dopoguerrra. Per gli scrittori appartenenti a questa corrente la letteratura diventa mezzo d’espressione del bisogno di riscatto e rinascita del popolo, dell’esigenza di affermazione di una cultura pacifista e democratica in contrapposizione a quella fascista.

Era inevitabile che tanto entusiasmo trovasse espressione nei testi del poeta Scotellaro. L’impegno civile incarnato nel poeta, a sua volta s’incarna nel corpo poetico. Le passione riverbera nelle poesie infuocate di lotta e rivolta, dove i deboli sono “morti ammazzati”, gli sfruttati le vittime, i padroni sono, senza mezzi termini, gli sfruttatori, gli amici sono compagni, la falce strumento d’uso dei campi e simbolo di azione politica. La cifra stilistica prevalente di Rocco è descrittiva della natura, sia come succedersi di stagioni e di albe/tramonti, notte/giorno, sia per la frequente menzione di piante e fauna della campagna. Frequente la narrazione di scene agresti e paesane, di vita dei borghi, nella contrapposizione tra duro lavoro dei campi e feste, fiere, mercati, le vesti colorate delle donne, le occasioni di incontro e gioia.

Centrale la figura femminile, forte, consolatoria, rilevanti gli affetti. Non mancano naturalmente l’amore, – sensuale e persino erotico – la morte, il senso di scoramento, la malinconia, la tristezza, l’amicizia, la fatica del vivere e dell’agire. Dopo l’ingiusta vicenda giudiziaria che colpì il poeta egli lasciò Tricarico per andare ad abitare a Portici, nelle poesie di questo periodo i toni si fanno meno accesi e più addolorati. L’affetto speciale che in questi ultimi tre anni gli fu di conforto è con la poetessa Amelia Rosselli, che egli ammirava grandemente.

Nelle poesie che Rocco scrisse a Portici la delusione per il tradimento subito dagli uomini spingono i testi verso un maggiore lirismo e talvolta si sente aleggiare il senso della fine. Ad esempio nella poesia “A Portici” riportata più sotto, ciò si percepisce sia per il ricorso al lemma resurrezione, riferibile tanto a un risveglio da un sonno pesante simile alla morte, che al presentimento di una “resurrezione” post mortem di senso cristiano, sia nel rimarcare la materialità del corpo come a dirne anche la mortalità, la corruttibilità. Sono nota “bucolica” i cavolfiori del carretto che viene da Scafati, nota bucolica che non appare più tanto come vena nostalgica o pittorica che anela alla campagna, quanto a constatare prosaicamente che le taglia la ruota del carretto. I cavolfiori sembrano un insolito omaggio orto-floreale ad una decapitazione.

Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

Vento fila (1944)

A me questa notte
non darà pace:
sono stato scontroso con gli uomini,
sono giù di morale,
il cuore mulinato da rimorsi.
La lampada spesso si smorza.
Fiocca nei vicoli sugli stracci,
la campagna sola.
Vento fila nei baratri
delle lunghe stradette.
Giù nella Rabata*,
chiuse le stentate
porte dei sottani,
e non verranno.
Non verranno i compagni
sotto alla finestra
a suonarmi la canzone di rampogna
questa notte
violenta di Carnevale.

*il centro storico arabo di Tricarico

(1944)

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
che ci teniamo ad essiccare
per i dolori dell’inverno.

Festa alla stazione (1944)

Voci rauche, al sommo dell’estate,
e cortei con stendardi
dei vicini borghi.
Così i prati e così
variopinte le donne.
C’è la trombetta foriera di sussulto
battono i tacchi la terra
e le anime pie son ebbre
e il treno rugge
la gran fiera borbotta
di ragli abbrividenti
le farfalle fan stormo
sull’erbe gialle,
è lungo nel fiume
il lamento del rospo.

Il sole viene dopo (1950)

Sono nate le viole nei tuoi occhi
e una luce viva che prima non era,
se non tornavo quale primavera
accendeva le gemme solitarie?
Vestiti all’alba, amore, l’aria ti accoglie,
il sole viene dopo, tu sei pronta.

A Portici (1952)

Nella resurrezione ogni mattina
portano il tuo nome e il tuo corpo
sopra un ciuffo di canti di gallo,
che le taglia la ruota del carretto,
il carretto che viene da Scafati
a portare cavolfiori ai mercati.

Il porto del Granatello (1953)

L’ondata che viene è furiosa
com’è dolorosa quella che m’abbandona.
Amore che vieni e che vai
che apri la mia bocca e la chiudi,
oggi è secco il mio cuore.
Pescatore
che ti muovi alla festa del vento
la pesca non è ricca
se povero è l’amore.

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Il rapimento del dio «terribile e oscuramente maestoso» di Sabatina Napolitano

02 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Mito

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Il prof Braccini ci aveva già abituato a parlare del regno dei morti in diversi suoi volumi, uno scritto insieme a Silvia Romani dal titolo “Una passeggiata nell’aldilà”(Einaudi, 2017) e l’altro più recente “La nave di Caronte” (Einaudi, 2022) scritto insieme a Luigi Silvano. In “Ade e Persefone” (edito Pelago, 2021, scritto da Braccini in collaborazione a Datati con una introduzione di Giulio Guidorizzi) troviamo il racconto del mito del curatore pistoiese, le variazioni sul mito di Dadati e una antologia commentata di testi che parlano di Persefone e Ade tratta da l’Inno a Demetra attribuito ad Omero, dal poema epico il Ratto di Proserpina del poeta Claudiano e dalle Metamorfosi di Ovidio. Guidorizzi nella sua introduzione sottolinea come Frazer avesse già iscritto il mito tra quelli legati al ciclo della vegetazione in un ritmo che scandisce il ciclo vita-morte-rinascita; si ripete anche il fatto che tutta la simbologia del mito è sacra e non è solo oggetto dell’antropologia ma anche della psicologia: il legame madre-figlia, le nozze violente, il melograno. Seppure macabro quello di Ade e Persefone fu amore. Persefone, figlia di Zeus e Demetra, fu rapita da Ade, dio degli inferi e dei morti, dando poi vita al ciclo delle stagioni ma in origine ci fu lo scontro tra Crono e i Titani, da una parte, e Zeus e i suoi fratelli dall’altra, da qui i secondi ebbero la meglio e cominciarono a spartirsi l’universo. Ad Ade (l’invisibile veniva detto dagli antichi, grazie anche all’elmo che indossava che rendeva invisibili, la kynee) toccò il regno dell’oltretomba. Il dio degli inferi pare vivesse in una dimora putrida e orribile e che fosse uscito solo per regolare con Zeus la questione delle anime, della conoscenza del momento della morte, e per affrontare Eracle (da questa lotta Ade ne uscì sconfitto con una spalla trafitta da una freccia). In greco Ade era noto come Plouton, Plutone, da “ploutos” che significa “ricchezza”, in effetti il dio, non solo era ricco, perché sottoterra si celavano tesori e miniere, ma godeva anche di un certo fascino somigliando al fratello Zeus. Il poeta Claudiano lo definisce «terribile e oscuramente maestoso». Stanco di vivere da solo nell’Ade, il dio dei morti chiese aiuto al fratello Zeus per cercarsi una sposa. Il re dell’Olimpo, chiese a sua volta, aiuto ad Afrodite che insieme ad Atena e Artemide (ignare dell’accordo tra Afrodite e Zeus) convinse Persefone ad uscire dal palazzo per raccogliere dei fiori. Da qui le versioni del mito sono diverse, nel brano tratto dall’Inno a Demetra tradotto da Braccini, si narra il rapimento: “Lontano da Demetra dalla spada d’oro, dai bei frutti,/ ella giocava con le figlie di Oceano dai pepli drappeggiati;/ raccoglieva fiori, rose e crochi e belle violette/ nel soffice prato, iris e giacinti/ e il narciso, che al fine di ingannare la rosea fanciulla aveva fatto sbocciare/ la Terra, per volontà di Zeus e per compiacere Colui che accoglie molti”. Omero descrive Persefone in modo distaccato, nel rispetto della religiosità eleusina, si limita a raccontare la violenza perpetuata ai danni della figlia di Demetra: “La ghermì e contro la sua volontà sull’aureo carro, la portò via tra i suoi lamenti: e infatti gridò a gran voce, invocando il padre Cronide, altissimo ed eccelso”. Diversamente il poeta Claudiano, agli inizi del V secolo d.C, tratteggia un ritratto di Persefone in rivolta, che protesta e si lamenta così nella traduzione di Braccini: “Perché contro di noi le saette fabbricate dalle mani dei Ciclopi/ non hai scagliato padre? Così volesti consegnarmi/ alle crudeli ombre, così esiliarmi dall’intero mondo? Non ti piega nessuna pietà, in te non c’è nulla di sentimento paterno? Per quale colpa ci siamo meritate tanta ira? […] Per il tentativo di quale sacrilegio, per la complicità di quale colpa/ sono cacciata nei baratri immani dell’Erebo?/ Fortunatamente chiunque fu rapita/ da altri! Almeno può godere del sole comune./ A me invece al contempo viene negata la verginità e il cielo,/ insieme alla luce è tolto il pudore, e abbandonata la terra sono trascinata a fare da schiava al tiranno stigio! […] aiutami nella disgrazia! Trattieni il rapitore furioso!”. Parole intense, toccanti, attuali che cercano di penetrare la psicologia della vittima con femminile sensibilità. Ma ecco che una sensibilità nuova interessa Claudiano nel punto di svolta della maturazione della protagonista “Da tali parole e dal bel pianto quello spietato/ è vinto e percepisce gli aneliti del primo amore”. Da questo punto si disvela la promessa concessa dal regno degli Inferi, il potere sulle anime: “Ai tuoi piedi giungeranno i re vestiti di porpora,/ privati di ogni sfarzo, frammisti alla folla dei poveri/ (la morte tutto pareggia!), tu condannerai i colpevoli/ tu concederai il riposo ai pii; di fronte al giudizio i rei/ saranno costretti a confessare i crimini compiuti durante la vita”. Meno sublime e struggente è Ovidio nelle Metamorfosi, nel brano scelto e tradotto da Braccini si svela anche il ruolo di Ascafalo, che avrebbe rivelato che Persefone ha mangiato dei chicchi della melagrana, seppure per caso: “Il fato però non lo permette, perché la vergine il digiuno/ aveva interrotto e, mentre ingenua vagava nei rigogliosi giardini,/ aveva colto una melagrana da un albero onusto/ ed estratti sette chicchi dal pallido involucro,/ con la bocca li aveva spremuti; solo tra tutti/ l’aveva visto Ascafalo […] vide tutto e, facendo crudelmente la spia, le impedì di tornare”. Già nel libro “Indagine sull’orco. Miti e storie del divoratore di bambini” (Il mulino, 2013), Braccini aveva avuto modo di parlare degli Inferi, infatti pare che la parola “Orcus” facesse riferimento sia agli Inferi che al signore degli Inferi. Non avendo tracce delle caratteristiche specifiche di questo dio nella religione romana, siamo disposti al pensare che si sovrapponesse a Ade e Plutone. In effetti gli Inferi erano collegati anche al “Mundus”, una struttura romana che probabilmente si trovava presso il Comizio, non lontano dall’ara Saturni, con una parte sotterranea coperta da un tholos e con una apertura circolare detta oculus. Il Mundus era consacrato a Dite e Proserpina e funzionava da accesso negli Inferi. Nell’Alcesti di Euripide, Thanatos era la personificazione della morte, ben diversa da Ade, che veniva associata all’Orcus come in Macrobio. Thanatos, la Morte, o “sacerdote dei morti” come Euripide fa dire per bocca di Apollo, è crudele e malvagia, uccidendo e per giunta, preferendo le anime dei giovani a quelli dei vecchi per dimostrare la sua potenza. In vari glossari antichi medievali così come in Isidoro di Siviglia, Plutone, Orco e Caronte sono la stessa cosa e anche negli anni fino al folklore moderno le figure si trovano spesso sovrapposte, così come in un manoscritto del 1320-1325 il nome di Thanatos nell’Alcesti viene sostituito con quello di Caronte. 

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25 aprile con Franco Fortini. Videopoesie

25 martedì Apr 2023

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, POESIA, Video

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Tag

Franco Fortini, Loredana Semantica, videopoesia

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
Quel passo che in sonno si sogna

Franco Fortini da “Foglio di via”, 1946

La poesia “Quando” è di Franco Fortini. Video e voce di Loredana Semantica

La linea del fuoco

Le trincee erano qui.
C’è ferro ancora tra i sassi.
L’ottobre lavora nuvole.
La guerra finì da tanti anni.
L’ossario è in vetta.
Siamo venuti di notte
tra i corpi degli ammazzati.
Con fretta e con pietà
abbiamo dato il cambio.
Fra poco sarà l’assalto.

Franco Fortini da “Questo muro”, 1973

La poesia “La linea del fuoco” è di Franco Fortini. Video e voce di Loredana Semantica

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Più voci per un poeta: Rocco Scotellaro. Nel centenario della nascita

19 mercoledì Apr 2023

Posted by Loredana Semantica in Più voci per un poeta

≈ 1 Commento

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illustrazioni, Loredana Semantica, Poesie, Rocco Scotellaro

Nel 1923, il 19 aprile di cento anni fa, a Tricarico in provincia di Matera nasceva Rocco Scotellaro. Poeta, politico e scrittore italiano. Appena trent’anni dopo Rocco sarebbe morto per un infarto, ma certo la sua non può dirsi una vita sprecata.
Nato da una famiglia di umili origini, il padre calzolaio, la madre sarta, fu indirizzato dalla famiglia agli studi, essendo versato in letteratura, s’iscrisse al Liceo Classico presso i Padri Cappuccini e per permettergli di proseguire gli studi tutta la famiglia si trasferì a Sicignano degli Aburni, in Campania.
Trento, Tivoli, Potenza, Napoli, Bari, Cava dei Tirreni sono città dove ha lo hanno portato i suoi viaggi per l’Italia per studio e lavoro. Al termine del Liceo intraprese gli studi di Giurisprudenza alla Facoltà la Sapienza di Roma, ma in lui si accese la passione politica e, senza giungere a laurearsi, decise di impegnarsi attivamente, iscrivendosi al Comitato di liberazione nazionale prima e successivamente al PSI.
La morte del padre lo induce a ritornare a Tricarico, in Basilicata, o per meglio dire in Lucania, come la Regione si è chiamata fino al 1947. Rocco aveva intuito l’esigenza che per risollevare le situazione l’Italia postbellica si doveva operare nelle realtà locali rurali con una visione chiara di progresso democratico e istituzionale. Egli era sensibile alle problematiche della sua gente così provata dalla miseria, dalla guerra e dall’inattività delle istituzioni, con particolare attenzione al mondo contadino, afflitto da sfruttamento, caporalato impietoso, carenze igienico sanitarie e povertà, mali che ben conosceva essendo stato sensibilizzato dal padre e dallo svolgimento di un’intensa attività sindacale e poi perchè sentiva di provenire da quell’ambiente, tant’è che viene spesso definito “il poeta contadino”.
Nel 1946, a soli 23 anni, diventa sindaco di Tricarico nel partito del Fronte Popolare Repubblicano, nato dalla fusione di PSI e PCI. Conobbe nello stesso anno Carlo Levi, pittore e antifascita, e Manlio Rossi Doria, politico ed economista. Levi a detta dello stesso Scotellaro fu il suo mentore e promotore. In una breve ma dinamica gestione da sindato, Rocco Scotellaro dotò Tricarico di una scuola aperta a tutti – perché i cittadini non dovessero spostarsi per studiare, come lui era stato costretto a fare – istituì le consulte locali per dare voce democratica al volere dei braccianti agricoli, s’impegnò a tutelare il loro diritto a coltivare la propria terra e impedire lo sfruttamento del loro lavoro da parte dei grandi proprietari terrieri. Si mosse anche sul fronte dell’occupazione delle terre, movimento che portò alla riforma agraria sul latifondo del 1950. Nel 1947 Rocco Scotellaro fece aprire a Tricarico, che ne era sprovvista, l’Ospedale civico.
Il suo grande spirito d’iniziativa disturbò evidentemente gli avversari, perchè dal 1948 al 1950, Scotellaro affrontò una traversia giudiziaria. Tutto ebbe inizio con una denuncia anonima e il rapporto di un funzionario di polizia giudiziaria, a seguito dei quali fu accusato di truffa, concussione e associazione a delinquere. L’accusa sembrava a Rocco talmente inverosimile che l’affrontò con una certa leggerezza. Per 45 giorni subì anche la reclusione nel carcere di Matera. Il procedimento si concluse in appello con assoluzione per non aver commesso il fatto, quindi con formula di piena, ma la vita di Rocco ne fu segnata. Abbandonò la politica nello scoramento che prende i sognatori delusi, senza mai cessare la sua dedizione alla Lucania, s’impegnò maggiormente sul fronte letterario. Appena uscito dal carcere si recò a Venezia, dove conobbe Amelia Rosselli, con la quale intrattenne un intenso rapporto di amicizia durato fino alla morte di lui, avvenuto appena tre anni anni dopo. Amelia Rosselli alla sua morte gli dedicò un’accorata “Cantilena, raccolta di poesie per Rocco Scoltellaro”. Una di queste.

Rocco vestito di perla

come il grigiore dei colli vicino al tuo paese

mostrami la via che conduce

non so dove

(Amelia Rosselli)


Rocco fu anche poeta e scrittore. Cominciò a scrivere appena adolescente, del 1940 la sua prima poesia, tra il 1948 e il 1953 pubblicò poesie e racconti sulla rivista “Botteghe oscure”. Scrisse il romanzo “L’uva puttanella”, in gran parte autobiografico, rimasto incompiuto, un’ opera teatrale e svolse un’inchiesta sui “Contadini del Sud”, per incarico di Einaudi, anch’essa rimasta incompiuta per la morte sopraggiunta.

Per sintetizzare lo spirito dei suoi ideali, della sua azione politica e sociologica bastano le sue centrate parole stralciate dalla lettera di presentazione diretta a Luciano Erba con la richiesta di pubblicare sue poesie su “Quarta generazione”. Le poesie furono pubblicate nel 1954 postume, come del resto gran parte della sua produzione.

“Politicamente ho fiducia che cessi la indegna e mortifera divisione del mondo perché l’umanità posa curarsi dei suoi mali: la povertà economica e il decadimento culturale“. (Rocco Scotellaro)

Le sue opere

“È fatto giorno” Mondadori
“Contadini del Sud”, Laterza
“L’uva puttanella” Laterza
“Uno si distrae al bivio” Basilicata
“Margherite e rosolacci” Mondadori
“Giovani soli” Basilicata
“Lettere a Tommaso Pedio” Osanna
“Scuole di Basilicata” RCE
“Tutte le poesie (1940-1953)” Mondadori
“Il prezzo della libertà. Lettere da Portici” Edizioni Giannatelli
“Poesie” RCE
“Tutte le opere” Mondadori

Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).

In autunno (1940)

Trasvolano le rondini
i mari e i deserti,
a una dimora certa
lontana tendono,
all’orizzonte forse,
dove sempre il sole
cade in sera.

Lucania (1940)

M’accompagna lo zirlio dei grilli
e il suono del campano al collo
d’un inquieta capretta.
Il vento mi fascia
di sottilissimi nastri d’argento
e là, nell’ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano

Traguardo (1941)


Sconfinati deserti
io mi figuro.
Cammino e cammino
ansante
sfinito.
Desolato
la voce sola mi resta.
Una sillaba sola
l’eco non ripete
del mio grido.
Avanzo m’abbatto
mi levo.
In un baleno improvviso
un traguardo ravviso.
E un tuono rimbomba al mio grido.

(1948)

È già notte qui nei valloni
è già notte per le campagne
marine.
Dai paesi corrono piccole
nuvole di fumo verso il cielo.
Continua la vita nel gelo.
L’anima è questo respiro
che ci riempie e ci vuota.
E occorre guardarsi indietro
a vedere il giorno
dove corre.
Corre di fronte
alle luci accese dei pali
dove il Vulture adesso
si vede
sullo specchio rosso
di ponente…
Perché l’ombra è già
morta sui pini.

Al sopportico delle Api il primo amore (1948)

Al sopportico delle Api
affisse ai muri le nostre iniziali
col colore della paglia bruciata.
L’amore nostro crebbe qui
nella stalla vicina.
E io vederti sorgere tenera ombra,
misuravo le parole tue calde
cercandoti le labbra con le dita.
Ombre di noi che siamo in fuga
si allungano, scompaiono
quando la lucerna del mulattiere
mette fremito alle bestie per la biada.

La mia bella Patria (1949)

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Campagna (1949)

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

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Festività pasquali

06 giovedì Apr 2023

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE, SINE LIMINE

≈ 1 Commento

Le attività del sito sono sospese da oggi al giorno 11 aprile 2023 per le festività pasquali.

Non mancheranno tuttavia i nostri auguri poetici.

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