Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Nave d’inverno
Non vi sono maestosi approdi a questo molo: chiatte rosse e arancioni, vescicose, sbandano incatenate alla banchina, antiquate, vistose si direbbe indistruttibili. Il mare pulsa sotto una membrana d’olio.
Un gabbiano immobile in cima alla traversa di un capanno galleggia sulla marea del vento, saldo come se fosse di legno e formale nella sua marsina di cenere, l’intero porto piatto ancorato nel disco della sua pupilla gialla.
Sopra la distesa ghiacciata di pesci un pallone sonda sorge come la luna diurna o un sigaro di latta. È una scena piatta, come una vecchia acquaforte. Stanno scaricando tre barili di granchiolini. I piloni del pontile sembrano prossimi a crollare
e con loro quello sgangherato ammasso di magazzini, bighi, ciminiere e ponti in lontananza. Tutt’intorno a noi l’acqua scivola e ciangotta nel suo sciatto dialetto, trasportando odori di merluzzo morto e catrame.
Più al largo, le onde biascicheranno blocchi di ghiaccio – brutto mese per i barboni nei parchi e innamorati. Persino le nostre ombre sono livide di freddo. Volevamo vedere sorgere il sole E ci accoglie invece questa nave rivestita di ghiaccio
Barbuta e guasta, un albatro di gelo sopravvissuta alle burrasche, ogni argano e straglio Racchiuso in una pellicola di vetro. Il sole non tarderà a ridimensionarla; ogni cima d’onda luccica come un coltello.
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
Luca Crastolla
Tra Otranto e Torre Sant’Emiliano
il delfino non allestisce ancora segnali
per gli occhi. Canta lontano dal Ciolo
che la falesia aspra tornerà altissima
a fare un fragore, un’estasi bianca
a ventilare sorde farine per ossidare
senza ansie d’abitato. Quanto sciame
di sentieri tenuti in ordine dalla timidezza
della volpe. Un’eternità d’altomare viene
viene e aumenta molte vele sbrigliando
annuncia minute le caviglie nostre
in coda alle colonne ioniche della formica
che ramifica fra pietre infuocate e mirti.
Importa, non importa, chiede udienza ora
superati i villaggi dei balocchi estivi
a pelo d’acqua: la privata arroganza
il pubblico mortaio. Otranto scollacciata
dal plexiglass dei winebar, dai luoghi fritti
dai souvenir internazionali, è ammonita
dalla Torre del Serpe. Sotto Sant’Emiliano
gettasti tu a terra la croce e la schiena
fino alle lacrime ti facesti feto d’argilla
rossa, aridore di stoppia. In alto erano
i fieni folli, la mistica dei rupicoli ossari
l’emporio dei venti turbinoso e verticale
Punta de lu Pepe
e fu sera alla Punta de lu Pepe e fu mattino.
E sulle soglie, alle primizie del sole
un pomario di luce levava dai Balcani.
Passammo le torri e l’arco: gli smerigli
del mare e del tempo. Affiorava litoranea
la preistoria dei fiumi nostri consegnati
al rapimento minerale, una malìa
una ‘fascinatura e per tutta l’aria poteva
oracolare: come farò a diventare antico?
Un sibilo che scavava sindoni e insenature
E tu sai come qui il sedile dello scoglio s’alluna
nel finocchietto di mare, un turbinio cimando
Note:
“come farò a diventare antico?” riprende un verso di Vittorio Bodini
Torre Sant’Emiliano
se mai ti chiedessero di un monachesimo scalzo
di un’anima ciociara, Eman tu di’ che il mattino
altrove trafilato da crini in fibra ottica
e benzodiazepine, porta nella bocca
qui torre Sant’Emiliano e cola l’oro d’oriente
sulle nostre schiene finalmente medioevali
Dì che a settembre finalmente si è smesso
di lavare i piedi alle orde dei miscredenti
Dì bene che qui, in aprile, il verde libellula in azzurri
quasi che gli speroni non siano litiche ire
geologiche ma docili pettini venuti dall’Irlanda
del nostro sonno adagiato sull’osso della terra.
Dì che qui l’Idrusa si lancia sul petto nostro
con traiettorie sfiocinate di falco che toglie
il fiato e lo aumenta. Alveo di vita, anemone a cui
ci leghiamo stringendo il cuoio ai calzari del cielo
e rovistandolo non cerchiamo annunci. Come biade
ci muove solo un arioso presentimento e il pane
di ieri lo finiamo a morsi di fame più simile alla fortuna
Per darci all’origine. Per disarginarci
Torre Minervino
nel mese di marzo l’alisso di Leuca
incanta le creste iliache delle mantagnate
con molti dardi di giallo rarissimo.
Ma siamo a settembre e più sottovoce
detta per salmi il vasto poema subacqueo
di una pianura, un lucore che annega
nel cuore fauno degli aedi. Mandrie di genti
senza aldilà l’hanno transumata iscrivendosi
alla pietra tarlata con figure elementari
del tempo e indecifrabile lusso di segni
Come a Porto Badisco e fino alle antiche
dolcezze dello scoglio di Capraia. L’alisso
affida l’organo vitale delle remote sponde
un dio silente che solo guardando ci giudica
ancora capaci di erigere piccoli altari
di massi. Ancora nativi, avventori della lentezza
Un nettare d’aria senza stradari
Note: Alisso di Leuca: si tratta di una pianta rupicola costiera che in Italia è presente solo sulle coste del Salento meridionale, dove si colloca il suo areale principale, e nelle Isole Tremiti, a San Nicola e Capraia.
È una specie antichissima ma in via di estinzione e racconta di quando una paleocosta univa il Salento alle Isole Tremiti dando origine a un’estesa pianura.
Mantagnate: strutture di pietra montate a secco per porre al riparo gli alberi esposti al vento o creare zone d’ombra. Sono molto frequenti nei terrazzamenti che nel capo di Leuca degradano in mare. La parola deriva dal salentino mantagnu: manto, riparo, ma ha una greca: mantoanèmi, riparo dal vento
Santa Maria di Leuca
Lèviche, Leuca, τα Λευκά
De Finibus Terrae. Ammettiamo
però solo lucori, luccicori, lumi
luminarie e bagliori
biancori, brilii e allucciolamenti.
Veemenze di luce solo per tornare
a Tiresia o al dominio del giglio di mare
o agli avvisi lontani di un arrotino, orafo dell’alba
Composto l’areale cinguettiamo i rapimenti
i terrazzamenti, le ripidezze, l’eterno languore
i piccoli fuochi con cui andiamo ravvivando.
Annotai che il nostro petto era una pagghiara a Novaglie
L’ho poi ripetuto per cadere in ginocchio, per cascare
in una spoglia di lupino dalle millanterie della grazia
Note:
Lèviche: è il nome da Maria di Leuca in salentino
Pagghiara: costruzione rurale realizzata con la tecnica del muro a secco tipica del Salento.
Si tratta di edifici simili ai più famosi trulli, ma a forma di tronco di cono, con pianta circolare o quadrangolari. Le costruzioni presentano di norma un’unica camera senza finestre verso l’esterno. Hanno un notevole spessore, che assicura un ambiente interno fresco anche nei mesi più caldi. Tipicamente venivano utilizzate come riparo momentaneo o deposito (il nome li fa ritenere originariamente depositi di paglia), ma di fatto sono stati utilizzati per gli usi più diversi, non ultimo come abitazione dei contadini durante il periodo estivo, allorché essi si trasferivano dal centro abitato per ottemperare ai lavori campestri dall’alba al tramonto
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Scoperta
Credo nella grande scoperta. Credo nell’uomo che farà la scoperta. Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.
Credo nel pallore del suo viso, nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.
Credo nei suoi appunti bruciati, ridotti in cenere, bruciati fino all’ultimo.
Credo nelle cifre sparpagliate, sparpagliate senza rimpianto.
Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio.
Credo nelle lavagne fracassate, nei liquidi versati nei raggi spenti.
Affermo ciò che riuscirà, che non sarà troppo tardi, e che avverrà in assenza di testimoni.
Nessuno lo saprà, ne sono certa, né la moglie, né la parete, e neppure l’uccello – potrebbe cantare.
Credo nella mano che non si presta, credo nella carriera spezzata, credo nel lavoro di molti anni sprecato. Credo nel segreto portato nella tomba.
Queste parole mi veleggiano sopra le regole. Non cercano appoggio negli esempi. La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.
Noi otteniamo solo ciò che fortissimamente desideriamo ciò che almeno un poco desideriamo ciò che queruli richiediamo raramente otteniamo ciò che desideriamo segretamente senza voli siderali senza mai farci presenti per questo alcuni restano nei secoli senza ali.
We only get what we very strongly want what we at least a little bit wish what we querulous ask for we rarely get what we secretly will no sidereal flights no presence at all this is the reason why many of us remain wingless through the centuries.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
Cimitero in novembre
Lo scenario è ostinato: alberi avari si tengon strette le foglie dell’altr’anno, rifiutano il lutto, la veste di sacco, o la trasformazione in driadi elegiache, e l’erba austera custodisce lo spietato smeraldo della sua erbosità, a dispetto dell’intelletto magniloquente che disprezza una tale povertà. Nessun grido di morti
fa fiorire nontiscordardimé in mezzo alle pietre che lastricano questa terra greve. Qui c’è onesta putredine che disfa il cuore e spoglia l’osso della vena affabulante. Quando uno scheletro solo si accampa nudo e reale, zittiscono le lingue di tutti i santi: le mosche non osservano resurrezioni sotto il sole.
Tu guarda fisso il paesaggio essenziale finché gli occhi non impongano al vento una visione, abbacinante: se mai spiriti perduti ululanti nel sudario lampeggino attraverso la brughiera, essi delirano al guinzaglio della mente affamata che popola la stanza spoglia, l’aria bianca e deserta.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Wislawa Szymborska
Saluto ai supersonici
Oggi più veloci del suono, dopodomani della luce, muteremo il suono in tartaruga e la luce in lepre.
Di antica parabola onorati animali, nobile coppia in gara da sempre.
Correvate, correvano per questa bassa terra, provate a gareggiare in alto nel cielo.
Via libera. Non vi saremo d’intralcio nella corsa: per inseguire noi stessi primi ci alzeremo in volo.
Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo sito.
Oggi è la volta di Sylvia Plath
I meloni della fiesta
A Benidorm ci sono meloni carrettate intere
di innumerevoli meloni ovali e a palla,
verde brillante e risonanti, una trina di strisce
verde scuro tartaruga. Scegline uno a uovo, a mappamondo,
palleggialo tornando a casa per gustarlo nel rovente mezzogiorno:
poponi morbidi come crema, angurie giganti dalla polpa rossa,
bitorzoluto cantalupo dal cuore arancione.
Ogni spicchio è borchiato di semi bianchi o neri
da spargere come coriandoli sotto i piedi di questo
Segnaliamo tra le opere in libreria la silloge poetica di Selene Pascasi “A un ricordo da te”, edita dalla casa editrice Scrivere Poesia Edizioni. La Casa editrice si caratterizza per l’intento solidale che concretizza con la donazione di 1/3 dei suoi ricavi alle ONLUS di riferimento italiane. In particolare il ricavato di “A un ricordo da te” è destinato per un terzo alla straordinaria Associazione Airalzh (https://www.airalzh.it/) che ogni giorno promuove su scala nazionale la ricerca medico-scientifica sull’Alzheimer. Dalle parole di presentazione dello stesso editore:
Un piccolo capolavoro (come convintamente afferma Flavio Pagano nell’introduzione); una poesia di disarmante sincerità e onestà. In questa silloge vive la poesia di un amore che si sacrifica pur scorgendo, nel suo futuro, l’inevitabilità amara dell’addio. Oggi parola è satura di mille sfaccettature, fra paura e tenerezza. Il discorso poetico di ogni pagina è implacabile e scorre su uno dei temi più affascinanti e profondi del nostro sapere: il concetto di memoria. Che di solito ricongiunge al passato, ma in questo caso tradisce, allontana il legame affettivo che pur tuttavia, tenace e fedele, nella sua resistenza conferma l’amore stesso che vibra su ogni percezione e respiro. Un amore che rimane sempre, anche quando, per imprevisti impietosi della vita e difficili da accettare, non pare più ricambiato.
Selene Pascasi
BIOGRAFIA
Selene Pascasi è avvocato, giornalista per Il Sole 24 Ore, critico musicale. È autrice di La persona oggetto di reato (Giappichelli 2011), Sanity and Insanity in a Criminal Trial (Atlanta 2012), e delle sillogi Con tre quarti di cuore (Galassia Arte 2013), Come piuma sulla neve (Ursini 2018), l’aforismario In attesa di me (Rapsodia 2015), i romanzi Dimmi che esisto (La Gru 2018) da cui è tratto il docufilm “Musicanti e Attese verticali” (Libero Marzetto 2021). Vince il Luca Romano, il Per troppa vita che ho nel sangue, il Merini, lo Zirè d’oro, il Ciò che Caino non sa, la Targa Perillo, il Kalos e il Premio della Critica Overdose di cultura. La sua ultima silloge è Senza me (Eretica 2021) e ha partecipato all’antologia poetica Cuori a Kabul (Graphe.it, 2021). Con “A un ricordo da te” esordisce con i tipi di Scrivere Poesia e dedica la silloge ad Airalzh per la ricerca scientifica contro l’Alzheimer.
E’ difficile scrivere un articolo intelligente sui premi letterari, è come dissertare sugli incentivi alla migliore performance aziendale. Individuare i meriti oggettivi è impossibile, nessun datore di lavoro è onnisciente, decide in base alla propria visione e i premi puntualmente producono una spaccatura; un premiato gongolante da un lato e una pletora di dipendenti immusoniti all’altro capo.
E’ recente la proclamazione di Vivian Lamarque vincitrice della prima edizione del premio Strega-poesia, l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Jon Fosse, e, guardando all’ambiente letterario “social” più vicino, quasi in sincronia sono stati resi noti gli esiti dei premi: Lorenzo Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano. La prima considerazione che mi è venuta alla mente è che quest’anno c’è stato un singolare sovrapporsi contemporaneo di proclamazioni. Frutti autunnali che maturano come l’uva. Non so se ciò sia avvenuto casualmente o sia stata una scelta strategica per produrre il risultato di inondare il “mercato” d’informazioni, cioè sollevare onda su onda e spiaggiare le possibili critiche subito superate dalla notizia successiva.
Per lo Strega, mi pare che la premiazione della poetessa Vivian Lamarque abbia accontentato un po’ tutti, condivisibile la scelta della giuria, già da molti preconizzata. E’ un genere poetico apparentemente leggero, con punte di profondità che fanno pensare, con sottofondo di ironia che fa sorridere. Una poesia che solletica e consola, paziente, acuta, bonaria. Il titolo della raccolta “L’amore da vecchia” strizza l’occhio alla narrazione biografica e autoironica, affine, quanto meno in spirito (meno nella forma) a quella di Wislawa Szymborska, premio Nobel 1996. Mi sembra perciò di poter dire che nell’ultimo trentennio sia più apprezzata la poesia gradevole, accattivante, che tenta di essere popolare e distrae dalla pesantezza dell’essere.
Singolare, inconsapevole e perciò in un certo senso poetico il contrasto inscenato sul palco della serata finale tra le figure di premiata e conduttrice. Tra l’outifit della poetessa, semplice e comodo, nient’affatto appariscente dai capelli alla punta delle scarpe in tutta la sua statura piccoletta, in confronto a Ema Stokholma, la presentatrice francese, figura chilometrica, con erre moscia roteante, outfit geometrico elegante, capelli sbarazzini sul capo svettante a vertiginose altezze. Il contrasto era talmente spudorato da essere ironico, quasi corollario alla poesia della Lamarque.
La critica accademica non è entusiasta di questa scelta, l’eco è giunto nella serata di premiazione per bocca della stessa vincitrice che ha riportato l’appunto di puerilità rivolto alla sua poesia. Dal mio canto invece chiedo quale spessore critico abbia l’autrice, i saggi e gli approfondimenti, quanti libri abbia letto e quante poesie d’altri, domande che non hanno il fine di denigrare o screditare ma capire quanto le dinamiche della creazione dialoghino con una riconosciuta profondità critico-letteraria, ampia conoscenza della produzione poetica nostrana/internazionale oppure se ne prescindano, come si miscelano le due attitudini poetico/critica in ogni poeta di successo conclamato. Pongo il dubbio, ma conosco già la risposta, e non sta nella qualità della poesia in sé, né nelle doti dell’autore, né tantomeno nella sua preparazione letteraria o brillante lavoro critico e propedeutico. Il mistero alchemico si risolve in tre vocaboli: consenso, potere, business. Collante tra tutti il colpo di fortuna.
Sul palcoscenico la Lamarque s’è detta fortunata di ricevere il premio in vita, mentre altri poeti ricevono il riconoscimento dopo la loro morte. Considerazione che fa centro in due direzioni. Da un lato perché il premio Strega storico di narrativa quest’anno è stato attribuito postumo, dall’altro perché di frequente accade con la poesia che se ne comprenda pienamente valore e spessore solo dopo che gli autori sono morti, quando cioè non sono più loro stessi a recare testimonianza del proprio dire, ma all’inverso è il proprio dire che dà testimonianza di qualcosa d’importante scritto in vita. Cioè qualcosa che con la morte non può proseguire e che avvertiamo come una perdita. Notoriamente infatti i poeti dopo morti non scrivono più. Qualcuno ha notato che la vittoria della Lamarque è stata scarsamente celebrata dai poeti social. Spiego il fenomeno con la funzione preminente assunta dal social postpandemico nell’ambiente letterario, specificatamente tra i poeti e scrittori. Esso ad alcuni serve quasi totalmente a promuovere parossisticamente e ossessivamente solo se stessi. Una sorta di implosione dell’ego. L’altra ragione, ma è un’illazione – potrebbe essere l’effetto “premio aziendale” (vedi sopra al primo capoverso). Alla fin fine tutti vorremmo essere uno strega.
Degli altri premi: Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano ho notato l’avanzare di nomi per me nuovi in posizioni di pole position. Da anni ho tanti poeti tra i contatti premiati in passate edizioni e in ciò vedevo una sorta di consacrazione del loro essere poeti di successo. Quest’anno invece leggo tanti nomi non noti e non mi pare siano tutti giovani esordienti. Il fenomeno è interessante. Sembrerebbe una sorta di cambio delle guardia o un accantonamento del pregresso. Forse i miei contatti non scrivono più consapevoli della vanità di ogni cosa? Partecipano, ma le loro opere non vengono prese in considerazione? Scrivono ma in un modo che non intercetta le coordinate della specifica commissione? Non partecipano per la scontentezza dei piazzamenti pregressi? Anche qui: tutti vorremmo essere uno strega?
Ognuno nel partecipare a un premio si atteggia con lo spirito che più gli si addice e che muta nel tempo. C’è chi partecipa perché mira al premio in denaro, chi per ricevere un riconoscimento della propria scrittura, dubbioso che essa abbia un valore, chi per aumentare il proprio prestigio personale arricchendo il medagliere, chi per farsi leggere (taluno peraltro dubita che i giurati lo facciano veramente), chi perché frequenta la cerchia letteraria che lo gestisce, e la sostiene, non solo con la quota di partecipazione, ma alimentando la provvista di opere, chi perché apprezza l’operato culturale dell’organizzazione…
Lessi tempo fa a proposito dei premi la considerazione espressa da un professore universitario che ha fatto parte di molte giurie letterarie e che trovo pienamente condivisibile. Nell’ambito di commissioni valutatrici i premi e gli stessi riconoscimenti attribuiti non sono corrispondenti soltanto al valore del valutato o qualità del suo lavoro, ma rispondono a logiche interne (e, probabilmente, anche a pressioni esterne) che muovono il piazzamento verso l’alto o verso il basso o addirittura escludono il candidato, lo sacrificano alle logiche del gruppo. Peso, autorevolezza di uno dei membri in commissione ad esempio. Per spiegare meglio ai profani cosa significhi logica in modo alternativo e terra terra racconto un aneddoto. Molti anni fa, desiderosa di un migliore incarico di lavoro, una collega in gamba si rivolse a un dirigente che faceva grandemente affidamento su di lei e la stimava, egli, per suo conto, sondò il terreno delle possibilità presso i vertici aziendali. L’esito negativo delle consultazioni fu riferito all’interessata condensato in una frase: “E’ che lei non la conosce nessuno”. Una simile motivazione estemporanea potrebbe rientrare nella logica sotterranea delle valutazioni dei premi. Un’ altra non troppo distante dalla precedente, ma in senso opposto è che non si può escludere/scontentare il “pezzo grosso” (autore-editore), per quanto magari il suo lavoro/prodotto non brilli più di tanto o più di altri. Sono tutte, s’intende, esemplificazioni. Va da sé che logica e qualità non sempre vanno a braccetto e le giurie cercano di fare del loro meglio perché non sia troppo evidente.
E quindi essere escluso non significa che il lavoro proposto non abbia un valore tale che avrebbe potuto avere un riconoscimento (difficilmente il primo premio), essere vincitore non significa che altri, collocatisi in posizioni sottostanti, non fossero maggiormente meritevoli. Per chi sta nel mezzo tra questi estremi un più confacente posizionamento poteva essere verso l’alto o viceversa più giù nella “graduatoria”. Possibili rimedi: inserirsi nelle giurie cercando di fare di meglio, creare il proprio premietto condominiale e tentare di farlo divenire storico tra quarant’anni, non partecipare in alcun ruolo. Rimedio quest’ultimo che sottrae alla logica dei premi, gli altri due invece vi si tuffano dentro. Dimenticavo di dire che i concorsi letterari sono specchio di un mondo competitivo, su quanto questo sia criticabile e su come sarebbe meglio funzionasse il mondo in modo alternativo ci sarebbe da scrivere trattati.
Spendo, in una breve digressione, due parole sull’argomento quota di partecipazione, che delineano l’id quod plerumque accidit, memore di aver letto on line di non partecipare a premi letterari in cui si paga una quota di iscrizione perchè non sono seri. A mio avviso non corrisponde al vero, per quanto quelli gratuiti siano comprensibilmente più attraenti. Un’organizzazione che sia strutturata giuridicamente e opera sostiene delle spese, dunque, se è tale e chiede quota di partecipazione, è per sostenere le spese (dal fracobollo alla luce elettrica, al commercialista ecc.). Se il premio è prestigioso e non chiede quota di iscrizione è perchè si autofinanzia ad esempio è una fondazione ben gestita (conta cioè su un capitale iniziale generosamente concesso, generalmente per disposizione di morte e lo fa fruttare) oppure è supportata da finanziatori che ovviamente decidono tutto, per es.casa editrice. Se invece l’organizzazione non è strutturata e chiede una quota di partecipazione lo fa per sostenere le spese compresa la provvista per corrispondere un premio in denaro, se previsto, se invece non chiede contributi è praticamente certo che qualcuno dei gestori sta mettendo mano al portafoglio personale e spende di suo, anche solo nel senso di lavorare tanto e gratuitamente.
In conclusione, appunto perché si sa che la logica dei premi è un concorso di fattori/visioni/aggregazione, più simile ai processi di votazione parlamentare o condominiale che alla conta matematica delle risposte nei test di un concorso, occorre sempre comprendere che il risultato è l’esito di un bilanciamento di opposti e convergenti fattori e, pertanto, da accettare per quello che è. In altri termini occorre partecipare senza eccessive aspettative. Se è andata male e la delusione brucia – la delusione del resto è un sentimento incontrollabile come l’amore, come l’invidia – allora, per dimenticare in fretta, tornare al tornio, le mani sull’argilla, fare i vasari. Cantare.
“Cuentos Olvidados”, i racconti dimenticati tradotti da Emilio Capaccio, offerti in lettura su questo sito tra il 2022 e l’inizio del 2023, sono stati raccolti in libro e sono diventati un ebook. Li proponiamo in 3 file diversi alla lettura. Flipbook, sfogliabile on line, epub e pdf scaricabili liberamente.
Strutturare un lavoro di scrittura nel formato libro digitale rappresenta per questo sito una novità in stile “Enterprise”, dal nome della famosa nave dei viaggi interstellari della serie Star Treek, che gli appassionati di fantascienza ben ricordano. L’astronave aveva il compito di “esplorare nuovi mondi per giungere fin dove nessun uomo era mai giunto prima” 🙂
A questa iniziativa intendiamo in futuro dare seguito con altre raccolte/opere.
Buona lettura.
clicca sull’immagine per sfogliare il flipbook on line
oppure leggi/scarica il libro su epub editor cliccando sulla seguente stringa
nel caso riscontriate difficoltà di visualizzazioni o imperfezioni scrivendo alla casella dei contatti del sito potete richiedere l'epub generato con Google documenti via e mail.
Mia madre non sa che di notte, mentre guarda il mio corpo assopito e sorride felice sentendomi a lei vicino, la mia anima esce da me e viaggia guidata da elefanti bianchi e rossi, e tutta la terra rimane abbandonata, e non appartengo alla prigione di questo mondo, perché tocco la luna, discendo i suoi verdi fiumi e boschi d’oro, e pascolo greggi di dolci elefanti e cavalco i docili leopardi della luna, e mi diverto nel teatro degli astri guardando Giove che danza ed Ileo che ride.
E mia madre non sa che il giorno dopo, quando tocca la mia spalla e mi chiama dolcemente io non provengo dal sonno: io sono tornato pochi istanti prima, dopo essere stato il più felice dei bambini ed il viaggiatore che lentamente entra ed esce dal cielo, quando la madre chiama e l’anima obbedisce.
Breve viaje nocturno di Gaston Baquero
Mi madre no sabe que por la noche, cuando ella mira mi cuerpo dormido y sonríe feliz sintiéndome a su lado, mi alma sale de mí, se va de viaje guiada por elefantes blanquirrojos, y toda la tierra queda abandonada, y ya no pertenezco a la prisión del mundo, pues llego hasta la luna, desciendo en sus verdes ríos y en sus bosques de oro, y pastoreo rebaños de tiernos elefantes, y cabalgo los dóciles leopardos de la luna, y me divierto en el teatro de los astros contemplando a Júpiter danzar, reír a Hyleo.
Y mi madre no sabe que al otro día, cuando toca en mi hombro y dulcemente llama, yo no vengo del sueño: yo he regresado pocos instantes antes, después de haber sido el más feliz de los niños, y el viajero que despaciosamente entra y sale del cielo, cuando la madre llama y obedece el alma.
Parafrasando il titolo di una rubrica di RAI Radio3 “tutta la città ne parla” potremmo dire dello spot di Esselunga “tutta l’Italia ne parla”. Se l’obiettivo di una pubblicità è diventare virale perché si nomini il più possibile il marchio pubblicizzato, bisogna riconoscere che è stato un successone. La domanda interessante però è perché ha colpito tanto? Se una breve narrazione sceneggiata diventa oggetto di discussione evidentemente contiene un messaggio che fa centro, si presta a letture diverse, ma soprattutto mette in moto le sovrastrutture mentali di ciascuno, solletica le esperienze e le memorie personali, provoca una reazione. Gli aggettivi si sprecano: sessista, antifemminista, moralista oppure all’opposto commovente, tenero, delicato.
La spot è girato molto bene, ben recitato, tempi giusti, giuste inquadrature. La mamma perde momentaneamente al supermercato Emma, la sua bambina, la cerca con ansia e finalmente la trova al banco ortofrutta incantata davanti a una splendida pesca, che, immaginando la desideri, per accontentarla le compra. Subito dopo le si vede a casa che giocano, poi si sente il citofono. È il padre che è venuto a prendere la bimba. La madre chiama Emma perché scenda da papà e la piccola prende lo zainetto nel quale non dimentica di infilare la pesca. Nell’ingresso madre e figlia si abbracciano, si abbracciano nell’androne padre e figlia, poi entrano in macchina e la piccola porgendo la pesca al papà scandisce con la sua voce fina fina “Questa te la manda la mamma”. La mamma li guarda da dietro i vetri, il papà risponde “Me la manda la mamma? Bene a me piacciono le pesche, chiamerò la mamma per ringraziarla” occhiata verso il balcone dal quale la mamma li guardava fino a un attimo prima. Slogan: “Non c’è una spesa che non sia importante”.
Fine dello spot.
Rilasciato da pochi giorni sui canali televisivi e visibile anche su youtube lo spot ha scatenato il web. Ironia a profusione, interpretazioni, critiche, demolizione, difesa, esaltazione.
Mi sovviene che sugli schermi non molto tempo fa hanno proposto ripetutamente pubblicità con coppie omologhe senza che ciò – mi pare – scatenasse altrettanto “entusiasmo”. Forse che la “separazione” e il “divorzio”, cioè gli istituti giuridici con i quali si pone fine a un’unione, non possono essere lo “scenario” sociale di riferimento? Essi scatenano un effetto così “drammatico” sulla psiche? Probabilmente la differenza è che lo spot spiazza, in quanto osa mettere in scena la “parte debole” del rapporto o, se preferite, l’effetto collaterale inevitabile di un divorzio e cioè l’infelicità dei figli. Certo soffrono non meno i genitori, solo che questi ultimi sono gli artefici degli eventi, i figli invece sono gli “innocenti” coinvolti dalle decisioni altrui che subiscono il trauma familiare.
Insisto volutamente sulla parola famiglia perché essa rappresenta l’unità sociale elementare costituita non su basi autoritarie, sovrane, governative, bensì su basi consensuali e biologiche, tant’è che essa esiste dai primordi dell’umanità. È costituita da un uomo una donna che si uniscono per generare e poi mantengono l’unione per allevare, proteggere, educare i figli. Ora non è che lo scioglimento del matrimonio fa venire meno la famiglia. Essa esiste ancora. E tutta le normativa sullo scioglimento del matrimonio è “impregnata” dal concetto di tutela della famiglia. Il che sembrerebbe una contraddizione, visto che una coppia si sta sciogliendo, ma solo apparentemente perché il matrimonio – che è sostanzialmente un accordo – non è con i figli è tra i coniugi ed è questo contratto che si scioglie, se ci sono figli, la famiglia invece persiste nella sua funzione tipica. Premesso ciò appare infondata l’accusa di moralismo dello spot, in quanto moralista semmai è la famiglia perfetta dove i matrimoni non si sciolgono, anzi sono solidi come una roccia e tutti stanno a tavola a colazione la mattina mentre gira la ruota del mulino, la farina si spolvera sul tavolo di legno da tremilacinquecento euro, al centro del loft con i soffitti a chilometri di distanza, la luce entra quasi miracolosa dalle finestre altissime, le gocce di cioccolato danzano la rumba e le brioche si tuffano nel latte in costumino.
La madre del nostro spot perde la figlia al supermercato. La bambina, intenta ad architettare la sua strategia, sfugge al controllo materno. Lo smarrimento del pargolo tuttavia appartiene alla memoria di ogni madre, non c’è genitore che, anche se per pochi secondi, non lo abbia sperimentato, il che contribuisce all’immedesimazione e crea anche una certa suspance. C’è chi vi ha visto invece una scarsa capacità materna. Per quanto sopra l’illazione resta tale. Ciò che voglio dire più in generale è che lo spot non può dirsi antifemminista perché le donne non sono messe in cattiva luce, né rappresentate come assoggettate al patriarcato o sottomesse. Tra l’altro vi sono fotogrammi dove madre e figlia giocano allegramente, quindi la mamma è una brava mamma, come tante. La bimba invece è una futura donna, che già però dimostra intraprendenza e inventiva, attuando un piccolo inganno a fin di bene. E’ palese la nostalgia della quale soffre pensando a quando erano una famiglia unita. Guardando la pesca ha l’illuminazione, cioè usarla per trait d’union tra mamma e papà. Ora noi non sappiamo se i genitori si parlino o meno, se sono risentiti l’uno con l’altro, se quindi la strategia della piccola è vincente nel senso di riuscire a collegare nuovamente ciò che non comunica. Certo auspicare una riconciliazione grazie a una pesca sarebbe farsi i film, ma chissà…da cosa nasce cosa…Suggerirei un sequel.
Infine, sempre contro l’argomentazione del moralismo, la piccola nel porgere il frutto al padre pronuncia senza dubbio una bugia violando uno dei dieci comandamenti: “non mentire”. Dubito che molti lo conoscano, giacché mentire è una prassi diffusa, ma quelli che lo ricordano, sanno anche che una piccola bugia detta a fin di bene e/o detta da un bambino è scusabile. Quindi è benedetta la pesca galeotta.
Si è così tanto parlato di questa faccenda che sono intervenuti anche organi politici di vertice per dire la loro a favore dello spot trovandolo tenero, commovente e pro famiglia, quest’ultima, come sappiamo, è tra gli argomenti più caldi a destra e a manca, sia nel senso tradizionale di famiglia biologica, sia da intendersi come convivenza stabile e consensuale in senso lato.Tra le ultime che ho sentito al riguardo è che personaggi di governo ne parlano per l’effetto red harring, cioè falsa pista per distrarre dai problemi più gravi della nazione, dal che mi sono sentita in dovere di parlarne io che non ho sulle spalle i problemi della nazione e m’interessa analizzare i fenomeni virali per comprendere la società.
A mio avviso, vista la marea crescente di coppie separate/divorziate che abita il Paese, lo spot ha giusto messo loro il dito nella piaga, cioè ha focalizzato l’attenzione sulla bimba che ne è la vera protagonista, ha messo in luce la sua tristezza, che è poi la malinconia di tutti figli di genitori separati, il suo desiderio di riunire la famiglia, il suo spirito di iniziativa, la sua piccola “importante” spesa, ma nel contempo e proprio perciò ha messo a disagio, rinfocolando il senso di colpa che attanaglia i genitori separati/divorziati per aver fatto soffrire i figli, cioè gli esseri che amano di più al mondo. Sul senso di colpa posso solo dire che è una brutta bestia, si sviluppa tanto più gigantesco quanto maggiore è la responsabilità di cui ci si sente portatori, è talmente intrecciato al dolore che non si attenua se non si attenua il dolore. E niente…c’è poco da fare, occorre mettere in atto tutte le possibili strategie per attenuare gli effetti di ogni cosa che fa male. Nel caso specifico magari…cambiare canale?
Il web si è scatenato con un’ironia selvaggia, divertente, truce o pensosa. Riporto tra tutti, il meme che, a mio avviso, coglie appieno la realtà non buonista del fenomeno.
La poesia “Penso al consenso” è tratta dalla raccolta “Magneti” di Loredana Semantica, Porto Seguro editore, 2023. La lettura in lingua italiana e la traduzione in lingua inglese sono di Patrizia Destro. Videoediting di Loredana Semantica.
Penso al consenso a quanto esso sia l’imperativo a come sia diffusa la sua voce e sia di ogni pietra stella del cavallo sella e di ogni ostacolo il suo ponte.
I think about consensus how urgent is its search the vast diffusion of its voice a star to every stone a saddle for the horse and to every block a bridge
Oggi è l’equinozio d’autunno, in cui il giorno e la notte sono di durata pressocchè uguale, ed è anche il giorno che segna la fine dell’estate. Per l’occasione richiamiamo il post “Saluto all’estate“, col quale avevamo avviato le attività del sito dopo le vacanze estive e invitato a inviare liberamente contributi poetici a tema: saluto all’estate, fine dell’estate, settembre, inizio d’autunno…
Abbiamo talmente gradito che qualcuno si sia proposto che riportiamo di seguito le poesie pervenute e offerte per un ultimo saluto all’estate e benvenuto all’autunno del 2023.
di Raffaella Rossi da Epidermide rara, Eretica Edizioni 2023
I tavoli si sono spenti e con essi le sigarette di fine agosto. Di questo quartiere solo alberi muti e sedie cariche di pioggia. Nessuno si risveglia se non i morti del paese. Non cantate ninne nanne per addormentarmi non fate rumore per svegliarmi. Risate solo risate.
Adolescente estatedi Giorgia Vecchies
Erba tagliata, quasi fieno. Secco afrodisiaco ricordo di adolescenti baci di campo che rotolavano Impauriti sul grano.
L’estate ci era scoppiata addosso, l’estate bruciava i minuti tra i nostri baci, infiniti slanci e paure e nuvole sopra di noi tra cielo e grano. Il verde si è perduto, bruciato dai tuoi baci, ma l’estate ancora divampa.
Settembre era da sempredi Loredana Semantica, inedito
Settembre era da sempre il mese iniziatico nel quale giungeva il richiamo profondo di appartenenza a un ambito diverso dove altra luce cadeva sulle cose in riverberi giallo paglierino e ricordi di un luogo indefinito dove s’era vissuto o bisognava andare un giorno forse necessariamente.
Settembre acuiva l’espansione una memoria ancestrale di qualcosa lontana più malinconica che gioiosa simile al pensiero di non essere solo ora nelle opere o parole nel tempo o materia ma oltre in avanti o all’indietro in un altrove in altra forma o uguale non essendo adesso pienamente.
Intanto a settembre altra aria fresca scende in gocce di pioggia leggera sulle strade impolverate dall’estate rese saponose dall’acqua dove pattinano pneumatici neri mentre tutta la natura respira ozono e sollievo.
Ma la morte incombe a settembre non solo nei versi ma sui letti ha un linguaggio pesante anzi muto gli occhi sbarrati impauriti chissà cosa pensava in quel momento mentre le carezzavo il viso magro i cari bianchi capelli “sono qui” dicevo “tranquilla non c’e nulla di cui aver paura” ma non ne ero sicura e le chiudevo gli occhi con la mano perché sparisse la visione che l’atterriva.
Settembre è il mese di mezzo della mia festa di compleanno che traghetta l’estate all’ autunno e già per questa pretesa di equinozio a spartire equamente luce e lato oscuro ha nel petto un cedimento avulso dal consueto progredire da rigettare come presuntuoso perché certo è solo il nulla rotondo come una vocale nient’altro.
In questa fine estate di Maria Allo
C’è una tristezza antica nelle ossa Attraversa i corpi e le giunture
gli intonaci delle case nei luoghi a noi noti sfavilla in lievi cerchi tra le travi in ogni androne nelle sale d’aspetto sugli scaffali nei carteggi impolverati Ci prende tutti nella luce e nell’ombra Si libra nel cielo e cade con la pioggia sulla terra bagnata senza rumore ai bordi delle cose sulla radura tra i vicoli dentro il presente che ci divora C’è una tristezza antica in questa fine estate
Ecco vedi si cercano risposte oltre la pelle fino al cielo a metà tra due roghi mentre le sterpaglie balbettano e dal ventre dell’Etna in rivolta un bagliore corale sale
È tempo ormai (maturità) di Francesco Palmieri
è tempo ormai che io vesta il grigio, che indossi la giacca antracite
camminando per la strada guarderò solo avanti
(e più nulla dei seni sudati dei seni ricolmi di lei che passa velluto pesca polpa e frutto per le labbra e la sete)
lascerò alle canzoni i miei amori perduti, lascerò sulle spalle le mie foglie cadute
è tempo ormai che io vesta il grigio, che sigilli nella plastica nera la camicia a fiori e i pantaloni leggeri
le scarpe in tela dei lungomari d’agosto.
Storie sull’autunnodi Emilio Capaccio da “Voce del paesaggio”, Kolibris edizioni (2016)
L’autunno è comparso a chiazze come una malattia endemica sulla cappa delle aiuole Non si vede più un cane per strada libero di rovistare nell’immondizia Non esce la sera resta impresso sul divano a sentire quello che si svelenano una madre e una figlia Le farfalle morirono durante l’ultima glaciazione La luna non è più venuta da quando precipitò dietro casematte quinquagenarie a ridosso dei parchetti degli spacciatori La vede una donnola ogni tanto a un centinaio di chilometri di distanza in qualche rada boscaglia Le foglie ancora incerte non sanno se andare a un cielo che non le chiama o trattenersi nel braccio vegetale Io mi sono sbagliato Non dovevo dar retta a quelle storie sull’autunno
La bambina dal cuore verdedi Deborah Mega, inedito
La bambina dal cuore verde percorreva il lungo tratto che attraverso gli alberi conduceva al mare e si mise in silenzio ad ascoltare. Vide allora un sentiero protetto da giganti ombrosi e silenti. Si chiese perché quella quiete solenne e dove fosse l’orizzonte nascosto dalle splendide chiome. Gli alberi scrollarono le giovani fronde, dai fusti si innalzò un coro di voci profonde. La bambina dal cuore verde si mise in ascolto, chiuse gli occhi e in un momento non le sembrò più che ci fosse poi tanto silenzio. Udì il fruscìo di foglie vive sul terreno, il tonfo delle pigne attutito dal tappeto di aghi e più in alto un cigolio di rami che il vento piegava, lo stormire delle foglie, il frinire di cicale, il frullo d’ali degli uccelli. Brulicava di vita misteriosa la fitta pineta. La bambina dal cuore verde inalò a pieni polmoni il profumo di resina terriccio umido ed erbe selvatiche e solo allora vide il mare.
Elegia d’autunno di Anna Maria Bonfiglio, indedito
Mite stagione – compagna di cauti cammini – porgi la guancia tiepida alla quiete lontano dai tumulti. Vivi del pallido rossore delle foglie e aspetti che rintocchi l’ultima verità, l’ultimo squillo. Amica che ci racchiudi nel cerchio compiuto dei distacchi – là dove vizza giovinezza indossa il velo della notte – a te consegno il convulso disordine del cuore.
Equinoziodi Francesco Tontoli, inedito
Fin quando regge il bene della vista misuro con gli occhi anche ciò che non appare. e mi sforzo di ingoiare il sole in un boccone.
Un equinozio sul filo della spada taglia il giorno in due e il sogno in quattro parte di luce e parte di oscurità in molecole che non oso destare nella loro densità.
È vasto l’universo, e attratti dalla sua brillanza rifiutiamo la sostanza delle tenebre. Dall’una o l’altra bocca saremo divorati un giorno che non faremo in tempo a misurare.
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
ROBERTO OCHI
Il Bar della Bontà
Mi versa per piacere un bicchiere di bontà? Sì, certo Quanto costa? Non si preoccupi Il primo giro lo offro io
Cosa significa creare
Espandere lo spazio bianco di un foglio Crescere il tempo di un secondo Disegnare la forma della propria mano Donare la forza ad una carezza E per me che da un po’ battezzo gli anni Imparare a fare il pane
Nazaré
Dove sono più alte le onde Quasi il mare lambisce il cielo A questo luogo consegno i miei viaggi
La troia assassina sul taxi ad Ibiza
I gradini storti per arrivare alla camera In quell’hotel ad Amsterdam
Guardare dentro la serratura di un portone A Roma A Piazza dei Cavalieri di Malta
Anse Noire e il rum agricolo
Shirley Heights La pioggia Locked out of heaven
L’Old School Restaurant prima di Ullapool I colori di quel cielo
Il gallo pinto La vista de olas La transumanza serale dei paguri La pura vida
Il Gran Bal Trad a Vialfrè
Gli occhi dell’Algarve
Del colore del Porto
Isola Santa Il marmo Le camminate La vertigine nella salita verso la cima
La cima del Colle del Tourmalet I pintxos di San Sebastian La duna più alta d’Europa
Lo chef Guccini di Cap Ferret Che ringrazia i clienti per il sorriso
Quel professore seduto nel bar
I bar sono fatti di persone Girano tutte intorno al bancone Molti si fanno riempire il bicchiere Ma il professore ha sempre una storia Prima di bere
Ogni martedì lascia una curiosità
Per non russare mentre dormi Tieni una patata nella tasca posteriore È un antico rimedio
C’è una respirazione rinfrescante Per proteggersi dal caldo
Anche il mare ha le sue lacrime blu
Il verso dell’oca non fa l’eco
Nemmeno per l’acqua Le parole contano poco
Esistono dei regali già amati Prima di esserci consegnati
L’ultima storia Al martedì è dedicata Perché era il giorno che gli piaceva di meno Ma aveva trovato il modo di volergli bene
Otto orizzontale
Riposati Coricati adagio
Mostrami l’aspettativa Il peso di una storia
Rappresentare l’infinito
Il giorno dopo la sua fine
La speranza
Raccontami la verità La storia come la volevi scrivere tu
Regalami
Cosa è un regalo?
È un atto di piacere Rivolto a se stessi
Imparare ad aprire i regali?
Accettare la bellezza nell’esistenza
Pia madre
Donatrice di vita
Prima insegnante d’amore Inesauribile linfa del verbo proteggere
Origine clemente della compassione Innanzi ad ogni cosa Eterna casa
Ci allontaniamo solo Per imparare a scoprirti dentro di noi
Campo minato
Siamo il non detto Il percepito Gli sguardi che si cercano Siamo complici
Non sboccerà E non sarà piano Quando accadrà Noi esploderemo
testi tratti dall’opera prima di Roberto Ochi “Raccontami una storia”, Bre Edizioni, 2022
Roberto Ochi è nato a Parma il 25 Aprile 1982. Prima di arrivare a scrivere Raccontami una storia è andato nella direzione opposta. È divenuto ragioniere e si è laureato in economia. Ha consegnato fiori e ha danzato. Lavora presso un istituto di credito e pratica Yoga il lunedì. Tutto questo per arrivare fino a qui.
Nello scorso mese di luglio è stato pubblicato da Porto Seguro editore il libro di poesie “Magneti” di Loredana Semantica. La lettura della silloge da parte di Patrizia Destro è stata occasione del seguente scambio epistolare tra la stessa Patrizia Destroe l’autrice.
Cara Loredana, ho letto volentieri la tua raccolta. La prima cosa che mi preme dirti è che le tue poesie mi hanno aiutata a capire quello che, con altri autori e autrici, avevo solo intuìto e raramente messo in atto. Ogni poesia va letta più volte, tante quante sono necessarie a comprendere o percepire sempre di più, se possibile. Ché comprendere un altro essere umano, anche solo in qualcosa, mi pare spesso utopia, soprattutto da quando sono nell’età matura. La poesia non si legge come un racconto o un romanzo, è qualcosa a parte, che va fatto decantare dentro di sé. Bisogna fermarsi tutto il tempo che occorre; la fretta, la poca attenzione è nemica di ogni attività importante e in special modo della poesia. Anni fa ho scoperto che se un brano o dei versi letti ad alta voce sembrano anche migliori di quando li leggiamo in silenzio vuol dire che sono proprio belli. Con molti tuoi componimenti ho fatto così, li ho letti ad alta voce per me stessa e mi sono sembrati proprio belli e significativi. La seconda cosa è che la tua raffinatezza di espressione non è fine a se stessa ma è un tutt’uno coi contenuti. Ho come l’idea che tu abbia selezionato molto le cento poesie che hai messo nella raccolta. Che esse provengano da una mole molto grande di lavori, e che tu abbia dovuto scegliere, per forza di cose. Ho cercato, senza riuscirci, di darmi tempi lunghi di lettura, ché leggere in dieci giorni ciò che una persona ha scritto in dieci anni mi sembrava un’attività approssimativa e poco rispettosa. Ma d’altronde è sempre così: tre ore per cucinare e poi in pochi minuti la tavola è vuota. Ma la fortuna degli scritti è che possono sempre essere riletti e vi si può sempre trovare nuove visioni e suggestioni (o suggerimenti).
Alla fine della lettura ho cercato la definizione del termine Magneti. Certo, so più o meno cos’è un magnete, ma leggere le definizioni spesso mi aiuta. Un magnete è una calamita, un corpo che genera un campo magnetico, il quale è invisibile all’occhio umano ma è in grado di generare effetti grandiosi o minimi a seconda della grandezza dei corpi coinvolti. Un campo magnetico può anche spostare materiali e, oltre ad attrarre, può anche respingere. Pure noi esseri umani siamo dotati di un flusso magnetico che scorre dalla cima della testa alla punta dei piedi. E anche noi siamo in grado di attrarre o respingere. E, a nostra volta, proviamo attrazioni e repulsioni. Forse ho intravisto il motivo per cui hai scelto questo titolo. Tu sei molto consapevole di questa attrazione-avversione. Percepisci, resti in ascolto, magari anche involontariamente come accade il più delle volte. Non possiamo fare a meno di essere attratti e percepire. E poi scegliamo di esprimere quello che abbiamo percepito. Tu hai scelto di mettere questo concetto già nel titolo. Le tue sono quelle che io chiamo poesie-gioiello, oreficeria immateriale in cui si sente forte la lavorazione precisa e prolungata nel tempo, la stondatura o, al contrario, il preservare gli angoli. La lucidatura o l’opacità. I colori e i bianchi e neri. I grigi. Sono poesie appassionate. Non ne sei al di fuori, come qualcuno che metta per iscritto sentimenti ed emozioni per evitare di provarle per davvero (ce ne sono tanti, alcuni “scrivono come lavano i piatti senza troppa voglia”, solo per pubblicare). Tu ci sei dentro fino al midollo. Ed è così che deve essere. L’arte, per essere vera, bisogna sentirla, anche a costo di soffrirne, purtroppo. Nei tuoi lavori mi sembra presente una continua ricerca di forma e di senso, che prosegue ben oltre la stesura dei versi. Prosegue nell’esistenza tutta. Come ti dicevo qualche giorno fa, dopo la lettura delle prime tre poesie mi sono commossa. Mi ha fatto molta tenerezza ed empatia il titolo, Cari tutti. E la Preghiera per gli amici e gli Auguri.
Le tue poesie mi arrivano a volte come altrettanti enigmi che poni a te stessa sotto forma di risposte o consapevolezze. L’imperio del consenso sociale, l’impossibilità di condividere qualcosa per davvero, se rendere noti i nostri desideri (soprattutto a noi stesse/i, immagino) possa far sì che si avverino, l’esistenza di persone che potevano esserci care ma che forse non sono riuscite ad esserlo. In un mondo in cui è meglio star lontani dal potere per non lasciarsi bere l’anima, e dove ci sono persone che sembrano più vere da lontano e in cui c’è il rischio di essere scherniti se ci si mostra dolci e sensibili, per fortuna compare qualcuno che è “nel cuore del cielo / fresco come l’azzurro abbagliante / che fa il sole d’estate”, qualcuno a cui si possa dire “siediti aspetta con me / l’alba di un nuovo giorno / altrettanto insonne / anzi plasmalo con le mani / accrescilo soffialo verso il sole”.
Da alcuni anni sto cercando di venire a patti con il “non capito” o con la sensazione di non aver capito. E devo fare i conti con “i miei pochi mezzi di scrittrice”, come disse di sé, mi pare, Elsa Morante. E se aveva pochi mezzi lei, figuriamoci quanti ne possa avere io! Mi sento come il ragnetto che abita sul mio balcone, in un armadio; le sue competenze le utilizza al meglio quando tesse bozzoli di seta e poco altro. Per il resto è impreciso, le sue tele sono sbilenche, sdrucite. Cadono a pezzi ma penso le usi lo stesso. Anche io sono così. Spesso uso oggetti logori, e parole desuete. Ma ci sono tre o quattro cose in cui metto tutta la perizia di cui sono capace e mi ci tengo in esercizio e, per quel che posso, aggiornata. Una di queste è la lettura-scrittura. Mi fa molto piacere quando amici o conoscenti chiedono la mia opinione sui loro scritti. Mi provoca un poco di ansia ma contemporaneamente mi fa sentire importante.
Per i miei canoni sono stata troppo verbosa 🙂 Mi fermo qui. E ti ringrazio per l’attenzione e per aver chiesto il mio parere.
Patrizia
Cara Patrizia,
ho letto con avidità il tuo commento a Magneti. Bella la cura che metti nella lettura e nell’osservare quello che la scrittura ti trasmette e nel riferirlo. È davvero un peccato lasciarlo nel privato. Vorrei poterlo condividere pubblicamente, vedremo come poterlo fare e dove. Mi piace nel tuo discorso che rimarchi i passaggi dove mi rivolgo agli amici, cioè a coloro che ho sentito dalla mia parte nella vita e l’hanno resa più lieve. Il titolo della raccolta fa riferimento alla relazione, al rapporto con gli altri, all’osservazione degli altri, “l’altro” è il tema di tutta la silloge che attrae inevitabilmente perché la socialità è connaturata al nostro essere. “Magneti” si contrappone alla “centralità autoriale” che caratterizza “Titanio”, la mia raccolta precedente, qui l’io resta sullo sfondo proteso a cercare e a raccontare l’altro simile e diverso, giungendo con vari percorsi, inciampi e impatti ad una migliore conoscenza di sé e insieme del genere umano. Io penso che con gli altri, unendoci, dovremmo essere più forti e felici, ma ciò non sempre avviene. Si innescano nelle relazioni le dinamiche connesse alla socialità che sono molto varie e complesse, talora positive, altre volte, dense di negatività, generano attriti che deprimono ogni volontà socializzante. Spesso tante energie si disperdono a cercare sintonie e quanto più sono alte le aspettative tanto più è difficile trovare coordinate di dialogo o aggregative. L’eremo allora acquista un’attrativa speciale 🙂 Interessante al riguardo quanto dice Shopenhauer sulla solitudine come sentimento aristocratico di tendenza alla separazione dagli altri e della miserevolezza di una socievolezza – aggiungo io – esasperata. Riguardo alla raffinatezza dei testi e alla laboriosità nel produrli, in verità nella loro primigenia struttura essi si formano alquanto repentinamente. L’incipit di solito è improvviso e il resto segue battendo sul selciato come una pioggia che piove sul bagnato. Se qualcuno o qualcosa mi distrae in quel processo enucleativo perdo quel testo e non lo recupero più. Questo è un bel vantaggio, posso sempre illudermi che le più belle poesie siano proprio quelle perdute 🙂 Voglio dire cioè dell’atto di composizione poetica che per quanto mi riguarda è un po’ diverso da come s’immagina avvenga per i poeti in una visione oleografica: assorti per ore davanti al foglio con la penna in mano a cercare il termine giusto o l’ispirazione. La mia ispirazione latita quando sono moralmente prostrata al punto che trovo inutile esprimermi, generalmente staziono in uno stato di pensosità svagata nella quale l’espressione poetica mi raggiunge nelle situazioni più impensate: mentre guido ad esempio, oppure sono al lavoro, mentre cucino o sfaccendo per casa. Capita pure quando leggo lo scritto di uno scrittore o poeta che innesca un processo di pensiero e mi stimola ad esprimermi a mia volta con la scrittura. L’opera di cesello vero e proprio, cioè la ricerca per tentativi ed errori del preciso termine, suono, periodo, verso invece avviene in certi snodi del testo nei quali la composizione non “suona”, poi col tempo leggendo e rileggendo sovviene la precisa parola, la sequenza esatta e la poesia si completa il più delle volte entro pochi giorni. In altri casi il completamento avviene dopo molto tempo perché il testo imperfetto è accantonato, soppiantato da altra più urgente scrittura. L’opera di perfezionamento avverrà allora dopo mesi o anche anni, cioè quando una successiva rilettura ripercorre la sequenza del ragionamento e mi riporta a ciò che intendevo dire e conseguentemente a dirlo meglio, più precisamente e armonicamente. Ricordo che un lavoro di ricerca del termine appropriato anche dopo tempo l’hai esperita tu stessa in alcuni casi di tue poesie e di una in particolare sulla quale ci siamo confrontate, per il preciso nome di una pianta. In definitiva le poesie sono un parto del pensare, osservare e riflettere, climax di tutto un lavorio mentale propedeutico che intercetta ciò ho letto o appreso, ciò che è accaduto o accade e che si fa bagaglio esperenziale, culturale, sensoriale riversato nel dire poetico. Laborioso nel senso più comune del termine, cioè meno sorgivo ma più di applicazione al tavolo da lavoro con dispositivi e programmi di scrittura, è stato aggregare con una ratio i miei tanti scritti nel tempo in un modo che avessero una struttura sensata. Ho impiegato oltre un anno. La chiave per organizzare le poesie è stata sostanzialmente per argomento. Magneti è dedicata all’altro. Titanio all’io poetico e vitale. Altre cinque o sei raccolte sono inedite in attesa di un destino. Trattano i fondamentali poetici come l’amore, la morte, la bellezza. Cara Patrizia, mi ha reso felice questo bel confronto e ti ringrazio ancora della cura e attenzione con le quali hai letto il mio “Magneti”.
Orso Maria Spingherli de’ Bonitatibus si è appena svegliato. Indugia ancora un poco nel letto a due piazze e mezza quasi tre, poi alza lentamente braccia e gambe verso il soffitto, così come gli ha insegnato il suo terapista personale. Stamattina ha tutto il letto per sé. Sua moglie è uscita presto per andare a correre con le amiche. Orso odia la corsa, preferisce attività fisiche più dolci, più languide e infantili, per così dire. Allunga un braccio e la gamba opposta, due tre dieci volte, poi fa il cambio. Altro braccio, altra gamba. Sembra un neonato enorme e grinzoso che tenti di afferrare un giocattolo con le mani e con i piedi da una di quelle giostrine rotanti che si appendono sulle culle. Dalla finestra entra un raggio di sole sottile sottile attraverso le tende color grigio pepe, i cui angoli sono impreziositi da ricami a mano raffiguranti lo stemma di famiglia. Non uno ma ben due orsi passanti, grigi anch’essi, ma di una tonalità più scura, a cui è stato aggiunto un cucciolo. Orso Maria è uno che alla famiglia tiene molto, tanto è vero che ne ha quattro, di famiglie, e durante l’anno le frequenta tutte, ripartendo equamente le festività civili e religiose, i ponti, i compleanni dei figli e delle ex-mogli e moglie attuale e, all’occorrenza, se le date non bastano per tutti, inventando ricorrenze ad hoc. I suoi figli, ancora piccoli, le adorano. Il giorno dei pelouche, per esempio, nel quale ognuno di loro riceve un pupazzo nuovo in regalo e poi si va tutti insieme a far merenda in pasticceria. Oppure, la sua ultima idea, di cui va molto fiero, Il giorno dei mercatini, in cui partono in automobile tutti insieme per raggiungere quella località al confine tanto carina e famosa, appunto, per i suoi bellissimi mercatini. Ognuno dei suoi figli riceve una capiente borsa ed è autorizzato a metterci dentro tutto quello che vuole, dai biscotti artigianali agli animaletti in ceramica, dai fazzoletti colorati a qualunque altro oggetto che in quel momento stuzzichi il loro interesse o la loro gola. “Signor Spingherli, non si possono aggiungere figure agli stemmi” disse l’esperto di araldica, provocandogli una risatina. “Sistemerò anche questo”, pensò Orso, “così come ho sempre sistemato ogni cosa”. D’altra parte, la sua professione consisteva appunto nel sistemare cose e situazioni, spostare o rimuovere ostacoli di ogni genere (anche di genere umano, per così dire) per far posto ad altre cose, altre situazioni, altre persone. L’importante è fare tutto in contemporanea e legalmente, neanche a dirlo. E poi sparire, lasciare la patata bollente al successore, nel caso venga deciso che ce ne sarà uno. Orso ricorda ancora con piacere la sua ultima impresa ma soprattutto il discorso, ripetuto sempre uguale, a una platea di centinaia di persone alla volta, con quei loro ridicoli striscioni di protesta. “Signore e signori, bambine e bambini, non abbiamo intenzione di togliervi il vostro meraviglioso parco, credetemi! Non siamo quel tipo di persone, noi! Lo spostiamo di un chilometro, ecco tutto. E qui, dove siamo ora, vi prometto che sorgeranno le case più all’avanguardia, con grandi cortili coperti dove giocare anche nei giorni di pioggia e le prime scuole, tutte a portata di piedini!”. Quanti applausi ricevette, quella volta! Tantissimi! E anche le volte successive. Data la particolare conformazione della zona, ci volle un po’ di tempo prima che il trucchetto venisse alla luce. Ma Orso contava soprattutto sul fatto che la gente non sempre ha il tempo e le energie per star dietro a tutto quello che succede, perfino nei dintorni di casa. Le persone lavorano, studiano, badano alla famiglia, oppure cercano un lavoro, o si disperano o sono malate e cercano di guarire… o un insieme di tutto questo. Al solo pensiero Orso si sfregava ancora le mani, ridacchiando e socchiudendo gli occhi con ingordigia. Un parco, lo stesso parco, per dieci complessi residenziali medio-grandi. Formalmente era tutto a norma: nessun albero abbattuto, ogni pianta spostata con tutte le radici. E come si era divertito, quando durante il primo “trasloco” un operaio gli raccontò che centinaia di conigli, lì sotto, erano tutti fuggiti dalle loro tane, terrorizzati, all’arrivo delle ruspe. Da quella volta volle essere sempre presente il giorno dei primi scavi. Cappello, occhiali, giubbotto e pantaloni dei grandi magazzini, un binocolo e via, a gustarsi lo spettacolo! Di solito si trattava di colonie di conigli, ma c’era sempre qualche sorpresa. Talpe, uccellini, roditori di vario genere, piccoli rettili, tutti stanati e quasi rincorsi da bulldozer e scavatrici. Orso si è ritirato dal lavoro, di recente. E’ un normale pensionato, ecco. Per dirla tutta, questo è ciò che cerca di far credere ai suoi amici al bar, conosciuti da poco. “Io sono un pensionato come voi”, ripete ogni tanto. E loro ci credono. Perché Orso si traveste. Niente completi da seimila euro né orologio d’oro, quando scende al bar per la colazione. Le scarpe fatte a mano invece se le tiene ben strette. Sono irrinunciabili, così comode! Finora nessuno gli ha chiesto niente, di quelle scarpe, ma non si può mai sapere. Gli dispiacerebbe moltissimo perdere i suoi amici dato che è la prima volta nella vita che ne ha qualcuno. Orso guarda l’orologio e decide che è proprio ora di alzarsi. “Il mattino ha l’oro in tasca”, pensa, facendosi mentalmente i complimenti per aver inventato un proverbio. Quasi inventato, in effetti. Stamattina ha deciso che salterà la colazione e si concederà invece un brunch rilassante nel nuovo locale non lontano da casa, quello con le grandi vetrate che separano l’interno dall’esterno e dove sembra di stare in un giardino anche d’inverno. Ma prima farà un salto alla lombricaia. Nei primi giorni di pensionamento, aveva preso l’abitudine di andare a comprare il pane fresco ogni mattina, prima di uscire di nuovo con gli amici. Per raggiungere la forneria attraversava un boschetto dove, a un certo punto, aveva iniziato a guardare ogni cosa con grande meraviglia: alberi da frutto selvatici, fiorellini, api e farfalle… Ma ciò che lo incuriosiva e attraeva più di tutto era il lavoro dei lombrichi, quel mangiare la terra e poi farla uscire da sé, arricchita di sostanze fertilizzanti. Orso ci vedeva una continuità con la sua occupazione di un tempo che, in qualche modo, aveva a che fare con la terra. Il fatto che quei preziosi animaletti migliorassero il terreno con il loro lavorio e che invece lui contribuiva a depauperarlo con immense colate di cemento non gli passava neanche per la testa. Non ci arrivava proprio. Insomma, a lui i lombrichi piacevano molto; a volte si paragonava niente meno che a Darwin, che li annoverava giustamente tra gli animali più importanti del pianeta. E così Orso si era informato, spulciando febbrilmente articoli di storia naturale, lui, che nella vita aveva letto quasi solo testi e giornali di economia e finanza. Com’è fatto un lombrico? In quale maniera regola la temperatura del suo corpo? Come si sposta e come si riproduce? Mano a mano che Orso apprendeva tutte queste sorprendenti nozioni, aumentava di pari passo il suo interesse e il suo immedesimarsi con l’animaletto. “Siamo uguali, uguali! Anch’io mentre fecondavo le mie mogli ne sono stato a mia volta fecondato! Tanto è vero che le mie idee migliori mi sono sempre venute nove mesi prima della nascita dei miei figli. Prodigioso!”, diceva a se stesso, nell’illusione di aver sempre elaborato idee innovative quando, in realtà, applicava varianti piccole ma dagli esiti devastanti a idee e progetti ampiamente collaudati e stantii. “Si tratta di creature davvero potenti: la muscolatura sviluppata permette loro di spostare oggetti molto più pesanti del proprio peso”, leggeva sul Manuale del perfetto lombricoltore. “Anch’io, anch’io ho spostato tutta quella terra con le mie sole forze!”, delirava, dimenticando le decine di mezzi da lavoro pesante all’opera nei cantieri e gli uomini che le manovrano. “Che cosa mangia il lombrico? Il lombrico si nutre di terra, da cui assimila i nutrienti”. Ed è stato in quel momento che Orso iniziò a fantasticare di comprare un terreno. Grande, molto grande, non distante da casa, in modo da poter visitare i piccolini almeno una volta al giorno. Fece arrivare camion colmi della terra più adatta (“solo il meglio per i miei tesori”) e di scarti di frutta e verdura dei mercati generali. Poi, per accelerare le cose, comprò lombrichi in quantità, sessualmente maturi. In capo a un mese, ecco che la lombricaia iniziò a pullulare di vita, che si traduceva nei noti coaguli di terra, i coni, che si vedono comunemente soprattutto dopo le piogge. Fece piantare alberi a crescita rapida tutt’attorno, avendo appreso che i suoi prediletti temono le alte temperature. Con tutta quella terra a disposizione, in lungo e in largo, non dovrebbero esserci problemi, ma non si è mai abbastanza prudenti, in certe cose. Fece coprire l’area con teli abbastanza scuri per lasciarli lavorare in tranquillità. Una volta al giorno si recava in visita al lombricaio per osservare l’attività di quelle creature, alzando delicatamente i lembi dei teli per non infastidirle. Quella mattina decise di indossare i suoi nuovi abiti in puro cotone biologico trattato con tinte naturali, e scarpe prodotte con la stessa fibra. Portò con sé una sedia pieghevole e una buona lente d’ingrandimento. Arrivato alla lombricaia si mise comodo, posizionò la lente all’ombra in modo da non attirare i raggi del sole e tutto contento iniziò le sue osservazioni. La terra era diventata di un ricco color marrone, soffice, umida e ben aerata. Orso si commosse; l’assaggiò, mettendone un pezzetto sulla lingua e rigirandosela in bocca per assaporarla meglio. Era talmente concentrato ed emozionato da non accorgersi che una faccia enorme e setolosa, senza occhi né naso, gli stava di fronte come se, non potendo vederlo, tentasse almeno di percepirlo. E ciò che percepì sembrò soddisfarlo. A Orso, dopo un lungo momento di sorpresa purissima, si rizzarono i capelli sulla testa e tutti i peli del corpo. Si girò, cercando una via di scampo lontano dalla lombricaia. Ora toccava a lui correre col cuore impazzito nel petto, così come aveva visto fare ai coniglietti e agli altri animali durante gli scavi, quando si era tanto divertito. L’enorme anellide, lungo un paio di metri, capace di avanzare in fretta coi suoi muscoli possenti, lo ingoiò a partire dai piedi, la parte più raggiungibile. Poco a poco Orso sparì all’interno della creatura che, dopo qualche minuto di assestamento, tornò verso casa e si immerse nelle gallerie. Se, per assurdo, Orso Maria avesse potuto essere presente all’avvenimento anche da vivo, avrebbe apprezzato enormemente il fatto che nessuna sostanza artificiale fosse stata introdotta nel suo adorato lombricaio, essendo lui stesso e i suoi indumenti biodegradabili – e quindi commestibili – al cento per cento, senza dannosi scarti.