Di fronte ad una nuova opera, che sia essa di natura artistica o letteraria, mi viene naturale, se non addirittura spontaneo, esprimere le emozioni provate durante la visione o la lettura, sottoporre al vaglio critico la mia stessa mente nel suo processo di analisi. Già all’inizio del Novecento Thomas S. Eliot rifletteva su questo tema nel suo saggio Tradition and the Individual Talent e mi accorgo che mi sovvengono le sue parole in seguito alla lettura dell’opera Siamo fatte di carta, scritta e realizzata da Floriana Porta e Anna Maria Scocozza. Potrei soffermarmi sul senso storico delle coautrici, «ciò che rende uno scrittore più acutamente consapevole della sua posizione nel tempo, della sua propria contemporaneità», citando T.S.Eliot. Invece, sento l’esigenza di spostare la lente d’ingrandimento sul legame di questo libro con la tradizione dei livres pauvres, inserendolo, per giustapposizione e confronto, tra altre opere del passato. Siamo fatte di carta ha la particolarità di porsi come un dialogo intimo tra la parola e l’immagine, un incontro tra poeta e artista. La sua semplicità materiale si contrappone alla ricchezza creativa, sfidando l’idea tradizionale di valore nell’arte. Forte del richiamo affettivo al genere dei livres pauvres, questo libro sembra volerci ricordare che l’arte non è definita dalla sua opulenza, ma dall’impronta unica dell’espressione umana, dalla connessione emotiva che evoca nell’osservatore, dalla valorizzazione della qualità artistica e umana al di sopra della quantità materiale.
L’immediatezza, la rapidità, la fulminea apparente frammentarietà della parola poetica di Porta condivide il baluginio emotivo, il palpito luminoso, la cesellatura che innesca una trama narrativa con le opere di Scocozza realizzate con la carta e con materiali riciclati. Questo tipo di lavoro risente del legame con la tradizione, iniziata da Daniel Leuwers, del “libro povero” quale opera d’arte che trascende i confini convenzionali dove è intensa la collaborazione tra poesia e immagine, tra parola scritta e arte visiva. La sinergia tra poeta e artista, che si esprime su un semplice foglio di carta, porta alla creazione di un’opera da esplorare.
Le due coautrici, Floriana Porta, nelle vesti di poeta, e Anna Maria Scocozza, in quelle di artista, intrecciano le loro voci creando un connubio creativo in cui parole e immagini si influenzano e si arricchiscono a vicenda. In questo processo emergono espressioni condivise che riflettono i loro sentimenti e il loro universo interiore, celebrando la forza della collaborazione artistica che sembra, in un qualche modo, ricordare il concetto oraziano «ut pictura poësis». Sfogliando e leggendo Siamo fatte di carta rintraccio quello che ha affermato l’artista francese Mylène Besson a proposito della sua arte e del significato che ruota attorno alla realizzazione di un’opera a quattro mani.
«Réaliser à quatre mains un livre d’artiste, c’est partager un espace avec un(e) ami(e), c’est désirer ensemble un objet commun, c’est donner et recevoir, c’est transformer l’espace de la page en lieu d’une intimité partagée».
«Creare un libro d’artista a quattro mani è condividere uno spazio con un amico, è desiderare insieme un oggetto comune, è dare e ricevere, è trasformare lo spazio della pagina in un luogo di intimità condivisa». Questo desiderio di condivisione e di trasformazione da privato a pubblico, questo bisogno di donare, si avverte e cresce in intensità con il procedere di ogni pagina. Il progetto di Porta e Scocozza prende le distanze dalla tradizione dei livres pauvres proprio a questo punto della sua storia quando il bisogno di condivisione esce dallo sguardo di pochi intimi per accogliere le mani e gli sguardi di un pubblico più ampio che può leggere e fare proprio il libro stesso. Come scrive Recalcati a proposito del bambino, che solamente «se si vede guardato dall’Altro, se si rivede nel volto dell’Altro, potrà autorizzarsi a guardare il volto del mondo», analogamente l’artista richiede di essere accolto dall’Altro, necessita dello sguardo altrui per costruire quel dialogo con l’Altro da sé. L’artista, come il bambino, ha bisogno di edificare un incontro, proprio come nell’amore. E dall’amore per l’arte e per la condivisione, dalla passione per la poesia e per la creazione con carta e materiali riciclati nasce Siamo fatte di carta, un progetto che sfida le convenzioni e celebra la creatività artistica come un’esperienza profondamente personale e significativa. Un progetto al quale auguro l’incontro con tanti sguardi e tante mani.
Anna Maria Scocozza nasce a Roma nel 1965 dove vive e lavora. Diplomata in Costume e Moda, ha frequentato, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, la Scuola libera del nudo e moltissimi corsi di specializzazione di pittura e decorazione. Come attività lavorativa ha condotto numerosi Laboratori/Workshop artistici-creativi e corsi di tecniche pittoriche presso musei, scuole e centri di aggregazione giovanile per adolescenti, adulti e bambini.
Negli ultimi anni la sua ricerca artistica si è focalizzata sulla realizzazione del suo “Guardaroba poetico” e precedentemente sull’acquarello e sui libri d’artista.
La sua è un’arte non solo estetica, ma anche etica, tenta di spingere lo spettatore a interrogarsi non soltanto verso tematiche sociali che riguardano soprattutto le donne vittime di violenza, ingiustizie, emarginazioni, razzismi, ma lo conduce via via, ad un’introspezione sia psicologica che spirituale, con uno sguardo fisso sulla realtà alla ricerca di risposte. Anche se forse, non c’è mai una giusta risposta, forse solo una giusta domanda. Costruisce le sue cartose opere “Indumenti poetici” con ciò che viene rifiutato, inutilizzato: vecchi libri riciclati, destrutturati e ricreati, talvolta filati, a formare una stoffa di carta che utilizza come metafora poetica, visioni da indossare per descrivere la realtà, anche quella più dolorosa; simboli visivi e archetipi umani che ci accompagnano nel nostro difficile viaggio terreno e spirituale. Strappi come cicatrici, che diventano feritoie da dove la luce ci illumina e custodisce, preparandoci per nuove fioriture. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Italia e all’estero e le sue opere si trovano presso Musei, Fondazioni e Collezioni italiane e straniere.
Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. È esperta di poesia giapponese, in particolare di haiku, baishù e tanka. Si tratta di componimenti poetici che si caratterizzano per avere un forte collegamento di temi con l’ambiente naturale e che seguono regole metriche sillabiche molto ferree. Una poesia Zen molto riflessiva, di grande emotività, suggestione e incredibile brevità. Ha fatto parte per tanti anni della giuria del prestigioso Concorso Internazionale di Haiku di Cascina Macondo. Ha pubblicato numerosi libri, ebook e plaquette di poesia ed è presente in molte importanti antologie poetiche. Titoli delle sue principali pubblicazioni: Verso altri cieli (Edizioni REI, 2013), Quando sorride il mare (AG Book Publishing Editore, 2014), Dove si posa il bianco (Sillabe di Sale Editore, 2014), L’acqua non parla (Libreria
Editrice Urso, 2015) Fin dentro il mattino (Fondazione Mario Luzi Editore, 2014), La mia non è poesia (Aljon Editrice, 2017), I nomi delle cose (Edizioni L’Arca Felice, 2017), In un batter d’ali (AG Book Publishing Editore, 2018), Offro respiro ai versi (La Ruota Edizioni, 2018), Il Giappone in controluce (AG Book Publishing Editore,
2020) L’infinito è in me (AG Book Publishing Editore, 2021) e Oltre gli orizzonti (Blurb, 2022).
Hanno scritto della sua poesia numerosi critici ed esperti di poesia e letteratura: Antonio Spagnuolo, Lucio Zinna, Marco Furia, Gabriella Cinti, Pier Luigi Coda, Fortuna della Porta, Ilaria Guidantoni, Andrea Galgano, Alessandro Moscè, Luciano Somma, Rosa Elisa Giangoia, Giuseppe Conte, Camilla Ziglia e molti altri.
Cesare Pavese nel “Prisma lirico” di oggi con Pierre Auguste Renoir, Zinaida Serebrjakova, Franz Marc
Ancora cadrà la pioggia sui tuoi dolci selciati, una pioggia leggera come un alito o un passo. Ancora la brezza e l’alba fioriranno leggere come sotto il tuo passo, quando tu rientrerai. Tra fiori e davanzali i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni, ci saranno altre voci. Sorriderai da sola. I gatti lo sapranno. Udrai parole antiche, parole stanche e vane come i costumi smessi delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu. Risponderai parole − viso di primavera, farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno, viso di primavera; e la pioggia leggera, l’alba color giacinto, che dilaniano il cuore di chi piú non ti spera, sono il triste sorriso che sorridi da sola. Ci saranno altri giorni, altre voci e risvegli. Soffriremo nell’alba, viso di primavera.
Zinaida Serebrjakova
Poesia: “I gatti lo sapranno” di Cesare Pavese dalla raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, 1951
Opere:
“Giulia Manet”, Pierre Auguste Renoir, 1887
“Ritratto di Lola Braz”, Zinaida Serebrjakova, 1910
Bellezza nel mirino è il titolo di una Mostra fotografica realizzata da Miriam Bruni lo scorso agosto 2024 a Tolè, frazione del Comune di Vergato in Emilia. Per Limina mundi Miriam ha pensato di riproporre on line le sue opere fotografiche più significative
Nel presentare il suo progetto l’autrice si racconta: “La fotografia è una delle mie passioni: un interesse intrinseco, sorgivo, quasi un habitus. Quando mi dirigo da qualche parte, è pressoché impossibile per me non scattare foto, non catturare “armonie” visive fatte di forme, linee, colori, in piccoli dettagli o in scene di vita quotidiana colte nei momenti di luce migliore, sotto i raggi del sole al mattino o all’imbrunire e fissate nei miei foto-quadri, pensati per stupire, interrogare, o anche solo rasserenare. Credo nel potere e nel valore della gentilezza, dell’autenticità, e della condivisione costruttiva. Perseguo la Bellezza con determinazione quotidiana, perciò amo raccogliermi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura. Durante queste medit-azioni estetico-spirituali produco scatti per progetti espositivi locali sia personali che collettivi. Di recente ho frequentato un Corso per Fotografi Fine Art on line che mi ha portato a riflettere sulle mie “intenzioni artistiche” e a sviluppare l’idea di Progetti specifici tematici, ciascuno costituito da un numero limitato e ragionato di foto, che vengono poi stampati su tela o legno per le Mostre in presenza, ma anche proposti on line, come in questo caso con Limina mundi. Al Progetto Ragna-tele ne seguiranno altri: “Alberi trasfigurati”, “Riflessi ed ombre”, “La mia Bologna”…”
PROGETTO RAGNA-TELE
di Miriam Bruni
Il ragno per me ha una forte valenza simbolica. Inizialmente collegato alla figura del “poeta”…Recentemente l’ho visto bene anche in “rappresentanza” del mio “io”……e di quella di Dio….
Tra visibilità e invisibilità
Tra operosità e silenzio
Il ragno lavora, e vive, cattura, se ti chini lo scorgi alla giusta angolatura. Ci passi anche tu sulla via delle fagiane e levi una preghiera alle nuvole lontane. Ti aggrappi alle spighe come fossero ringhiere: hanno forza dorata pur sottili e leggere.
Ode al ragno
Hai filato nel buio senza ansie né plausi. Ora è nel tuo scrigno aperto che si posa e s’incunea la rugiada del mattino.
Perle mirabili per fattura e splendore che ricordano ai terrestri a chi devono la vita: acqua e sole.
Galleria fotografica
connessioni precariefiore o bacogeometrie et finessemetafisicoparasole inefficaceresilienzasottoboscoun lavoro ammirevole ventaglio artigianale
Miriam Bruni, ispanista, nata e cresciuta a Bologna, si dedica a fotografia e poesia. Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia:
Cristalli, 2011
Coniugata con la vita. Al torchio e in visione, 2014
Credere nell’attesa, 2017
Così, 2018
Falesìa, 2019
Concentrati sul cromosoma celeste,2022
Guardarlo ancora. Paesaggi e miraggi della passione amorosa,2022
Cuanto cuesta vivir, 2022.
Scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cerca il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tende alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che chiama cristallizzazione…Ogni poesia è figlia di scelte formali consapevoli. Ha diretto il Centro Culturale di Livergnano assieme all’ambientalista e scrittore Loris Arbati; attualmente collabora alla redazione della Rivista d’Arte web Millecolline, fondata e diretta da Roberto Cerè.
È presente in numerosi blog e riviste specializzate con testi poetici, interviste, traduzioni dallo spagnolo e rubriche. Sue poesie e foto sono state pubblicate su Agende, Annuari, Calendari artistici, opere antologiche. Di recente ha esposto alcuni suoi foto-quadri a La Corte di Felsina, assieme ad opere di altre 25 artiste, durante la grande manifestazione Art City, da poco conclusasi a Bologna.
Miriam sta inoltre lavorando a un libro-catalogo dal titolo “Armonie visive”, dove ha radunato le foto delle sue prime mostre personali, quelle i cui scatti sono stati realizzati nel suo quartiere di residenza, Borgo-Reno.
Ha un canale YouTube, un profilo Facebook e uno Instagram, oltre ad un sito-blog in cui vorrebbe raccogliere e conservare i propri e altrui “materiali” preziosi:
Salvatore Quasimo nel “Prisma lirico” di oggi con Leo Putz e Jan Mankes
Desiderio delle tue mani chiare nella penombra della fiamma: sapevano di rovere e di rose; di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli ed erano subito di neve; così le parole. Un po’ di sole, una raggera d’angelo, e poi la nebbia; e gli alberi, e noi fatti d’aria al mattino.
Jan Mankes
Poesia di Salvatore Quasimodo da “Acque e terra”, Solaria 1930
Auguriamo a tutti i lettori di Limina mundi Buon Anno 2025, un anno che speriamo porti con sé nuovi inizi, opportunità e una rinnovata serenità. Che ogni giorno del nuovo anno possa essere un passo verso la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre aspirazioni, accompagnato da salute, felicità e successo in ogni vostro progetto. Celebriamo insieme questo nuovo capitolo, lasciamo alle spalle incertezze, pessimismo, ogni negatività e abbracciamo con fiducia ciò che il futuro ha in serbo per noi.
immagine generata da AI
Nessuno mai ha chiesto niente non una stella o un presente un capodanno celeste nessuna offerta strozzata o principesca e i sussurri assordanti di un tempo sono ora ridotti a un bisbiglio un miagolio di gatto cencioso che pare si senta talvolta nel vento.
Lo sguardo famelico o avverso brilla ancora di luce perversa sfrigola in pastoie di paranoia dove tutto il beffardo s’accende come una fiamma bluastra di gelo a cui corrisponde l’inverno innevato di un ghiacciaio perenne o brillio incandescente di cometa.
Intanto tra le membrane dell’amnio rotola il nuovo sbuca come coniglio dal cilindro il nascituro.
Natale, bambino o ragnetto o pennino che fa radure limpide dovunque e scompare e scomparendo appare come candore e blu delle pieghe montane in soprassalti e lentezze in fini turbamenti e più Bambino e vuoto e campanelle e tivù nel paesetto. Alle cinque della sera la colonnina del meteo della farmacia scende verso lo zero, in agonia. Ma galleggia sul buio con sue ciprie di specchi. Natale mordicchia gli orecchi glissa ad affilare altre altre radure. Lascia le luminarie a darsi arie sulla piazza abbandonata col suo presepio di agenzie bancarie. Natali così lontani da bloccarci occhi e mani come dentro fatate inesistenze dateci ancora di succhiare degli infantili geli le inobliate essenze
Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide mattinate; cominciano ad accordare in lirica monotonia le voci argute e squillanti.
Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi; poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove, pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…
Con la poesia “Estate” di Herman Hesse e il dipinto di Emil Nolde “Papaveri”, il sito Limina mundi augura ai lettori “Buone vacanze” e chiude l’attività per i prossimi mesi di luglio e agosto.
Arrivederci al primo settembre.
Emil Nolde “Papaveri”
Estate di Hermann Hesse
Improvvisamente fu piena estate. I campi verdi di grano, cresciuti e riempiti nelle lunghe settimane di piogge, cominciavano a imbiancarsi, in ogni campo il papavero lampeggiava col suo rosso smagliante.
La bianca e polverosa strada maestra era arroventata, dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato, più greve e penetrante il richiamo del cuculo, nei prati delle alture, sui loro flessibili steli, si cullavano le margherite e le lupinelle, la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio e nel febbrile, folle anelito della dissipazione dell’approssimarsi della morte perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro, inesorabile avvertimento delle falci in azione.
Messo dentro tutto in ordine piegato la barca i remi il mare liscio crespo turbato tinte chiare e cupe i venti leggeri dell’estate quelli più pesanti per l’inverno corri a prendere il treno spacca in due la folla arriva issati parti perdilo fa lo stesso siediti a terra e viaggi lo stesso è tutto mare altissimo mare, te la sogni la terra.
Il poeta Giorgio Caproni vuole donare dei versi alla madre Anna Picchi, che siano chiari, spontanei, eleganti, anche se privi di ricercatezze, verdi, elementari e soprattutto destinati a durare nel tempo.
Per lei voglio rime chiare, usuali: in -are. Rime magari vietate, ma aperte: ventilate. Rime coi suoni fini (di mare) dei suoi orecchini. O che abbiano, coralline, le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza (Annina era così schietta) conservino l’eleganza povera, ma altrettanto netta. Rime che non siano labili, anche se orecchiabili. Rime non crepuscolari, ma verdi, elementari.
Giorgio Caproni, “Il seme del piangere”, Garzanti, 1957.
Si chiamava Masha Amini, era giovane e bella, è stata arrestata tre giorni fa dalla polizia religiosa, indossava l’hijab in modo sbagliato, è morta oggi, 16 Settembre 2022, dopo tre giorni di coma. Io sto male, ho un nodo in gola e rabbia addosso, ho voglia di scendere in piazza e protestare, urlare, rischiare la mia vita in nome della VITA. Io mi chiamo Nika, ho 16 anni, a vivere sto imparando poco a poco; la vita si impara continuamente e non ci si può sottrarre alla lezione. È uno specchio sporco o uno specchio deformante, in ogni caso, io quando vedo la mia immagine riflessa mi vedo nuda, anche se non lo sono e non conosco pudore.
Sabato,unaltrogiornodiprotesta
A occhi aperti vedo la mia città tentare di salvarsi,
un fiume di donne riempie le strade di Teheran
e sfida la sorte amara di un paese in ostaggio.
Il regime è forte e non perdona,
ma io non voglio arrendermi
Mercoledì,ancora
Oggi ho raccolto ogni più piccola briciola di bene, sono stata attenta alle voci di protesta, ho sorvolato sul male, quasi quasi ho volato sulle strade di Teheran e ogni angolo buio l’ho illuminato di speranza. A testa in giù ho lasciato che scivolassero via dai miei occhi tutte le cose che non voglio più vedere.
Sabato,unaltrogiornodicoraggio
Io non mi tiro indietro, oggi sono salita sul tetto di un’auto e mi sono tolta il velo per strada. Senza accorgermene sono diventata una leader, ma so che al regime le leader non piacciono. Potrebbe essere questa l’ultima pagina di diario e voglio credere che ogni parola saprà resistere alla violenza e sopravvivere alla mia stessa morte. Le parole hanno ali e possono raggiungere cuori attenti e vivi, donne giovani o in là negli anni, stanche di vivere così, questo non è vivere, questo è morire ogni giorno, rafforzando un sistema malvagio, io non ho paura di morire lottando per la libertà, ho paura di sopravvivere alle proteste e accorgermi che non è cambiato niente.
Ti abbraccio Teheran, se io muoio, tu continua a cantare: «Una parte del mio cuore mi dice di andare, andare…”
Testi tratti da Doris Bellomusto e illustrati da Tiziana Tosi, “Ti abbraccio, Teheran”, Editorial Le pecore nere, 2023.
Italo Calvino, anche se noto soprattutto per I fiori blu (1967) di Raymond Queneau, come traduttore esordisce sin dall’inizio della sua carriera letteraria.[1] Secondo Federico Federici il primo tentativo traduttivo dello scrittore ligure risale già agli anni Quaranta quando Calvino, spronato da Elio Vittorini, traduce alcuni capitoli di Lord Jim di Joseph Conrad. Nel suo processo creativo di scrittura Calvino ha esercitato sempre una grande libertà di interpretazione, di visione e di infinite possibilità combinatorie fondate non solo su un’approfondita conoscenza degli artisti e delle opere antiche e moderne, ma anche sulla sua attività di traduttore che, come dimostrano d’altronde tanti scritti di Calvino stesso, occupa un posto centrale nella sua carriera e influisce fortemente anche sulla sua scrittura. Nel caleidoscopio variare di temi e storie della produzione narrativa di Italo Calvino, a rimanere immutato infatti è l’aspetto di un intenso e difficile lavorio stilistico, orientato verso una straordinaria nitidezza di tono e di lessico. Secondo Natalia Ginzburg, il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo.
Calvino nella sua casa di Parigi anni ’70
La traduzione è dunque un mestiere che s’impara ma a sua volta è anche un mestiere che insegna a scrivere, osserva lo scrittore ligure in una lettera a Domenico D’Oria del 5 dicembre del 1980 (Calvino 2000: 1442-1443).[2] “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, sostiene e continua: “Per un autore il riflettere sulla traduzione d’un proprio testo, il discutere col traduttore, è il vero modo di leggere se stesso, di capire bene cosa ha scritto e perché” (Calvino 2007c: 1827). Credeva profondamente nel ruolo del traduttore, degno, a suo avviso, di apporre anche la sua firma sulla copertina della nuova versione, come credeva in una proficua collaborazione dell’autore con il suo traduttore[3].
Calvino si accinse a tradurre I fiori blu, pubblicati nel 1965, (tra il 1966 e il 1967, come attestano due brevi manoscritti conservati presso gli Archivi dell’editore Einaudi). La ritrosia dichiarata a chiare lettere da Calvino, (ben più noto per la sua attività di romanziere che di traduttore), è plausibile e giustificata ma viene spontaneo chiedersi, a questo punto: perché tradurre un testo così complesso come Les Fleurs bleues, multiforme, composto da mille strati diversi, ricco di sfaccettature linguistiche, di citazioni letterarie, di riferimenti non sempre immediati ai più svariati ambiti dello scibile umano? Una prima risposta ce la offre lo stesso Calvino, in una preziosa Nota del traduttore:[4] “Appena presi a leggere il romanzo, pensai subito: «È intraducibile!» e il piacere continuo della lettura non poteva separarsi dalla preoccupazione editoriale, di prevedere cosa avrebbe reso questo testo in una traduzione dove non solo i giochi di parole sarebbero state necessariamente eluse o appiattite e il tessuto di intenzioni allusioni ammicchi si sarebbe infeltrito, ma anche il piglio ora scoppiettante ora svagato si sarebbe intorpidito. Un problema che si ripropone negli stessi termini per ogni libro di Queneau, ma questa volta sentii subito che in qualche modo il libro cercava di coinvolgermi nei suoi problemi, mi tirava per il lembo della giacca, mi chiedeva di non abbandonarlo alla sua sorte, e nello stesso tempo mi lanciava una sfida, mi provocava a un duello tutto finte e colpi di sorpresa. Fu così che mi decisi a provare”. Uno dei principali meriti di Calvino, infatti, è stato quello di non fermarsi mai alle mete acquisite. Il suo cammino mostra un continuo desiderio di battere nuove strade, di sperimentare soluzioni diverse. Nelle sue Lezioni americane scriveva: [5]“La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici”. Queneau era certo una delle passioni di Calvino, il suo vero, ultimo maestro, come scrive Silvio Perrella[6], e lo stesso Calvino sosteneva, in un testo raccolto negli archivi Einaudi, che Queneau è «irripetibile». Da un punto di vista prettamente letterario, gli ultimi anni del Novecento sono stati senz’altro caratterizzati da una notevole presenza di scrittori comici. Gli esempi sono numerosi e i cosiddetti “narratori postmoderni” (Pynchon, Vonnegut, De Lillo, Coover ecc.) sono i prototipi di questa tendenza. Lo humour di Raymond Queneau è un ingrediente stilistico ben calibrato e contribuisce a rendere la scrittura più gradevole e, in un certo senso, più personale e distinguibile. Del resto il pubblico più attento e competente cerca, in primo luogo, una scrittura non banale e non prevedibile. Ne “I fiori blu “, rispetto a molte opere di Calvino, sono rintracciabili poi affinità di temi, di scelte letterarie, linguistiche, di concezioni del rapporto uomo/storia e dopo quarant’anni, la freschezza e il brio del suo umorismo, “tutto di parola”, basato quasi esclusivamente su calembour e giochi linguistici sembra non risentire dello scorrere degli anni e continua a divertirci e in qualche caso a farci riflettere. Queneau si serve dei giochi di parola per verificare le infinite possibilità del mezzo linguistico. La gamma degli espedienti e delle soluzioni è pressoché infinita: giochi di parola sui luoghi comuni e sui nomi propri, paronomasie, puns, neologismi, assonanze, rime, citazioni ecc. Ma Queneau non è un innocuo e funambulo delle parole perché colpisce e ridicolizza il linguaggio, il nucleo dell’essere e il pensiero dell’uomo perciò nella «Traduzione inventiva», (così definisce la sua versione italiana del testo francese) Calvino realizza lo sforzo più intelligente per mutare e aprire a nuove strade anche l’opera di Queneau. Nella nota pubblicata assieme al romanzo, Calvino ha raccontato la difficoltà di rendere in italiano lo scoppiettante testo di Queneau, il cui stile, ce ne accorgiamo anche dalla traduzione del celebre incipit, è un fitto tessuto di giochi di parole, allusioni, parodie: “Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I normanni bevevan calvados”. Nei ventuno capitoli de I Fiori blu si racconta una storia paradossale: un doppio sogno dei protagonisti, Cidrolin, un ozioso parigino del Novecento che non si considera protagonista della sua epoca e il Duca D’Auge, nobile medievale che è solo un osservatore della Storia confusa. I due si incontrano, dopo essersi reciprocamente sognati, condividono la stessa filosofia di vita e non riescono a comprendere entrambi la filosofia dei giovani e avventurosi campeggiatori(hippies). Al lettore poco attento i Fiori blu può sembrare un testo superficiale e l’estrema leggerezza della scrittura provoca senz’altro un moto di riso nel lettore, tuttavia la contaminazione delle lingue, (i colembours a citazioni parodiche e neologismi a contrasti di registro lessicale) offrono degli spunti per interrogarsi sulla lingua e sulla comunicazione. Gli uomini comunicano veramente o fingono di comunicare? Quanto è affidabile ed efficace il codice linguistico che utilizziamo? Queneau a suo modo, risponde che le parole, prima di essere significato e sostanza sono oggetti, significanti con un suono che può essere alterato o abbinato ad altri suoni. È un modo di dire che la comunicazione è una pura illusione, perché l’unico fattore oggettivo e innegabile del linguaggio è il suono delle parole. In un certo senso, è un’ulteriore prova dell’incomunicabilità a cui è condannato l’uomo moderno. Questa particolare concezione della lingua risale a Jacques Lacan che rielabora a sua volta la tradizionale concezione freudiana sostenendo che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Pertanto quando affiora il linguaggio dell’inconscio nei sogni, nei lapsus, nei motti umoristici, è piuttosto frequente che le parole vengano abbinate soltanto sulla base del loro suono. È evidente dunque che l’attualità fecondissima della ricerca del Calvino narratore saggista e traduttore sta nella sua consapevolezza critica sempre proiettata in avanti per creare un mezzo comunicativo più adeguato al suo ideale letterario.
Maria Allo
[1] Federico Federici menziona la traduzione di Conrad in due occasioni, la prima volta nel saggio intitolato Italo Calvino comincia a tradurre Raymond Queneau: la traduzione crea-tiva di un incipit, poi nel libro Translation as Stylistic Evolution: Italo Calvino CreativeTranslator of Raymond Queneau.
[2] CALVINO, (2007c): “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, in ID.,Saggi 1945-1985, a cura di BARENGHI, M., vol. 2, Milano, pp. 1825-1831.
[3] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.
[4] CALVINO, Nota del traduttore in R. QUENEAU, I fiori blu, tr. italiana di I. CALVINO, Torino,Einaudi (collana «Scrittori tradotti da scrittori»), 1967, pp. 265-274
[5] Si legga a questo proposito il saggio Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Convegno sulla traduzione, in «Bollettino di informazione». XXXII, Nuova serie, 3, settembre-dicembre 1985, pp. 59-63, poi in Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, vol. II, pp. 1825-1831, in particolare pp. 1826-1829.
[6] Silvio Perrella, Calvino, Bari, Laterza, 2001, p. 105.
Da quando Pavese lo ha definito “scoiattolo della penna “, per sottolineare il dinamismo e lo sperimentalismo tipici della sua scrittura, le definizioni di Calvino si sono moltiplicate a dismisura e ciò è potuto accadere per diversi motivi. Innanzitutto, perché il suo sguardo, sempre aperto alle proposte e alle esperienze più significative del dibattito culturale della seconda metà del Novecento, ha portato un contributo a tutto campo, pur mantenendo una propria autonomia, immune dalle numerose mode espressionistiche che hanno attraversato il Novecento italiano. In secondo luogo, perché Calvino riflette la molteplicità del mondo, la “rete dei possibili”, come Borges, e un’incessante volontà di interrogarsi sui meccanismi della scrittura. Il 1964 è un anno decisivo, quando Calvino si trasferisce a Parigi. Infatti, dopo la pubblicazione de La giornata di uno scrutatore (1963), il cui nucleo tematico, almeno nelle intenzioni del suo autore, avrebbe segnato la reazione dell’intellettuale alla negatività della realtà con il definitivo distacco da ogni sicurezza nel carattere lineare dei processi storici e politici e dei tradizionali schemi ideologici per l’interpretazione del mondo, Calvino sposa Esther Judith Singer, interprete e traduttrice argentina dall’inglese con la quale si trasferisce a Parigi, calandosi nella animatissima vita culturale della capitale fino al 1980, (quando tornerà in Italia per stabilirsi a Roma, intanto continua l’attività di consulente editoriale per Einaudi). Gli anni trascorsi a Parigi ebbero un’influenza decisiva e diedero a Calvino, dunque, l’occasione di conoscere e partecipare alle esperienze che animano il panorama culturale della città, all’epoca uno dei più vivaci e innovativi in Europa. Così infatti scrive nel suo “reportage”[1] del 1983, durante una mostra di Giorgio De Chirico da lui curata al Beaubourg, prendendo spunto da alcune delle opere di Domenico Gnoli (1933-1970), considerato uno degli eredi della pittura metafisica di De Chirico per accompagnarle con testi descrittivi iper-analitici: “[…] La verità è presto detta: da quando sono entrato in questa città, la città è entrata dentro di me; dentro di me non c’è posto per nient’altro. Da allora il mio sguardo scorre su superfici levigate, sgombre che il sole fa dorate, l’ombre nere; ma a dire il vero io non so se il sole ci sia né dove sia, perduto dietro lo spessore d’un cielo verde-bottiglia, o sfoggiando in nuvole leggere e bianche…”[2].
(Fig.1 Melanconia,1912 -1914?)
Calvino dunque legge “il reportage” di un viaggio nella città immaginaria di Giorgio De Chirico, (giunto a Parigi nel 1911 col fratello Andrea, in arte Alberto Savinio, allora aspirante musicista) accompagnando la lettura da numerose diapositive delle opere dell’artista, nato in Grecia, formatasi all’Accademia di Monaco di Baviera sotto la suggestione del Simbolismo nordico di Arnold Böcklin e Klinger, ma anche della filosofia nichilista di Schopenhauer e Nietzsche. De Chirico non rinnega la tradizione, come i cubisti e i futuristi, ma a partire dalla serie degli Enigmi (1909-1913) a un nuovo modo di intendere la pittura la figurazione è solo apparentemente realistica: “Chi potrebbe diffidare del loro invito? Solo un agorafobo. L’agorafobia è un contagio che questa città trasmette a chi vi arriva senza essere premunito; anch’io ne soffro, devo dire, da quando mi trovo qui: gli spazi vuoti mi paiono ardui da attraversare, preferisco strisciare dietro agli spigoli degli edifici, tra i pilastri dei portici, senza avventurarmi allo scoperto; tanto più che non saprei dove dirigermi…”
Così Calvino “legge” L’enigma di un giorno, 1914, olio su tela, New York, The Museum of Modern Art di De Chirico. Lo sfondo è mentale, accostando in un’unica immagine, dal significato volutamente ambiguo, elementi fra loro incongruenti, non coordinabili dalla logica razionale, che provocano in chi osserva sensazioni di lirico spaesamento. Il visionarismo di De Chirico, il simbolo schematico, il manichino, il paesaggio immaginario urbano che associa presente e passato hanno carattere onirico e richiamano la psicanalisi e L’interpretazione dei Sogni (1899) di Freud. Il manichino non è una finzione, è una realtà, anzi una realtà triste , il manichino resta, noi spariremo.
“Si pensa, dunque esiste una città del pensiero (fig.5.Giorgio De Chirico, il filosofo e il poeta). Il pensiero ha bisogno di luoghi su cui posarsi, ma solo alcuni luoghi sono adatti ad ospitarlo. Non c’è nulla che inviti al pensiero quanto l’immobilità delle statue, non importa se rappresentano dee avvolte in drappeggi o uomini in redingote: basta che siano di marmo, basta una figura su un basamento con intorno una piazza, oppure isolata nel vano di una nicchia; ed ecco la mente si sente subito propensa a sostare, a riflettere.“ Da queste esperienze Calvino trae il gusto e l’idea della scrittura come “gioco combinatorio”, acutamente rilevato da Pietro Citati, il gusto per una comicità estrosa e paradossale, l’interesse per la scienza, quale tema e nutrimento della scrittura narrativa e la passione per ogni forma d’arte che sia classica e sperimentale, musica e arti figurative comprese. Calvino sempre più si affianca all’avanguardia francese, che sente più a sé congeniale per la disincantata saggezza umoristica di un Queneau, e per il controllo vigile che il Nouveau Roman (Butor, Robbe- Gillet, Sarraute) esercita su una lettura della realtà. Sulla felice esperienza di quegli anni a Parigi, Calvino ha scritto[3]: “Quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi d’essere invisibile, io mi trovo molto bene. […] Una volta gli scrittori veramente popolari nessuno sapeva chi erano, di persona, erano solo un nome sulla copertina, e questo dava loro un fascino straordinario”. (Da un’intervista Italo Calvino 1974 a Parigi). Chissà, forse mantenere la condizione dell’anonimato e la riservatezza, sia nella vita privata sia nelle opzioni culturali, potrebbe spingere i lettori a prendere le distanze dalla biografia dell’autore e a differenziare la finzione come categoria concettuale dalla verità e dalla menzogna allora che la massima autorità dallo scrittore si sviluppa, quando un po’ come tanti personaggi dei suoi racconti, non ha un volto, ma presenta una fisionomia complessa, sospesa tra passato e futuro, talvolta indecifrabile, eppure il mondo che l’autore rappresenta, imprevedibile e mutevole, occupa tutto il quadro.
[1] Nel 1983, a Parigi, durante una mostra al Beaubourg, Italo Calvino lesse il testo del suo “reportage” di un viaggio nella città immaginaria di G. De Chirico, accompagnando a lettura da numerose diapositive (da FMR,n.15, 1983)
[2] (I. Calvino, Le città del pensiero, FMR, 1983)
Guarda, non chiedo molto, solamente la tua mano, tenerla come una piccola rana che così dorme contenta. Io ho bisogno di questa porta che aprivi perché vi entrassi, nel tuo mondo, questo pezzetto di zucchero verde, di tonda allegria. Non mi presti la mano questa notte di fine d’anno, di civette rauche? Tu per ragioni tecniche non puoi. Allora io la tesso nell’aria, ordendo ogni dito, e la pesca setosa della palma e il dorso, questo paese d’alberi azzurri. Così la prendo così la sostengo, come se da ciò dipendesse moltissimo del mondo, il succedersi delle stagioni, il canto dei galli, l’amore degli uomini.
Nel giorno di Natale 2023 pubblichiamo una galleria di immagini di alberi di Natale elaborate con Bing creator e IA, le cui potenzialità creative sono davvero impressionanti. Ci sembra di realizzare così una sorta di proiezione verso il futuro e l’immaginazione, attraverso cioè la sperimentazione del misterioso e del nuovo che si spera intensamente sia sempre migliore di ciò che lasciamo alle spalle.
Da un lato celebriamo le festività in modo visionario, dall’altro porgiamo un piccolo dono, oggi ch’è il giorno nel quale tradizionalmente si scambiano regali. Si tratta di dodici alberi di Natale tra i quali, scorrendo la galleria, potete scegliere il vostro preferito. E’ certo che nessun albero è stato spiantato o abbattuto per realizzare questa “fantasia” 🙂
Con questo post la redazione di Limina mundi Vi Augura di cuore Buone Feste.
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