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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Essere donna: intro

13 domenica Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna

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Oggi dedico questo post  all’introduzione di una nuova rubrica, il nome della rubrica, come potete leggere anche nel titolo è Essere donna il contenuto della rubrica è già tutto nel suo nome. La parola “essere” del nome della rubrica è da intendersi nel doppio senso di verbo e sostantivo. Non solo quindi come esistenza vita e presenza nel mondo, che è il significato del verbo “essere”, qui usato nel suo significato proprio e non come ausiliario, ma anche nel senso di sostantivo “essere”, come “creatura” che sta nel mondo, esiste, è viva. Il focus è la donna. La rubrica è inserita nella più ampia categoria del blog “Costume e società”

In questo blog talvolta è stata affrontata esplicitamente la problematica della condizione femminile. Ricordo tra gli altri il mio post su Franca Viola nella rubrica “Grandi donne”, il post di Deborah Mega sulla discriminazione di genere nel linguaggio e, più di recente, credo proprio l’otto marzo scorso, il post di Anna Maria Bonfiglio sulla condizione della donna. I tre i post sono quelli che ricordo a memoria, ma sono certa ve ne siano altri disseminati. La loro presenza chiaramente evidenzia l’interesse al tema da parte della redazione di questo blog, che, non mi sembra secondario rimarcarlo, al momento  è tutta femminile. 

Riprendendo il filo del discorso, mi sono resa conto però che, nonostante l’attenzione al tema della condizione femminile, non avevamo dato abbastanza risalto a questa tipologia di post inserendoli in una rubrica a sé. Ho acquisito questa consapevolezza al termine della visione di un video che circola in rete da maggio dello scorso anno, che ha per titolo “Le spose bambine”. Il video è una produzione del 1965 di Rai storia pubblicato su youtube dal canale Cronacavera. Ve lo propongo.

https://www.raiplay.it/video/2021/04/Come-eravamo—16042021-311f7a53-73d3-47fb-a18c-176daf2e41c7.html

E’ costituito principalmente da interviste a donne del paese di Ispica in provincia di Ragusa. Colpisce il titolo del video anche per il gran parlare che si fa oggi sulle spose bambine di paesi diversi dal nostro un po’ più sud di qui. Dice com’eravamo noi donne in quella terra quasi cinquant’anni fa, dice nel contempo la naturalezza di certe scelte e la forzatura dei tempi, dove si matura al sole di bisogni essenziali. 

Desideravo condividere il video perché è una spaccato indubbiamente interessante e problematico della condizione femminile qualche decennio fa e mi sono accorta che mancava lo spazio giusto dove inserirlo L’ho creato stasera. Uno spazio dove dire della condizione femminile ieri, oggi, domani. Per sapere com’eravamo, capire come siamo e immaginare come vogliamo diventare.

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Un fiore per Franco

23 domenica Mag 2021

Posted by Loredana Semantica in MUSICA, Uomini eccellenti

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Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni ottanta sorge la stella di Franco Battiato. Nel panorama musicale di allora comparve come qualcosa d’insolito, non definibile, non etichettabile. E proseguì in ascesa la sua opera musicale negli anni a venire. Colpivano i testi di poche frasi, termini inusuali, evocativi di scenari e terre lontane, di ricerche interiori spirituali, mistiche, filosofiche. Battiato nel sentire dei giovani fruitori di musica rispondeva al desiderio di contrastare l’insulsaggine dei testi che farcivano le canzoni italiane dell’epoca e l’invasione della musica di provenienza estera e lingua inglese. Battiato era la risposta, non solo era italiano, ma aveva anche ai miei occhi l’ulteriore pregio di essere siciliano di Catania (Ionia, il paese di nascita nel 1945 è l’attuale Riposto), era cioè isolano e conterraneo. Non occorreva leggere la biografia per capirlo, il suo cognome è di origine siciliana, anzi è una parola del dialetto siciliano che in italiano si traduce “battezzato”. Quindi il canto di Franco il battezzato, che porta nel volto le sue reminiscenze arabe, e gli occhi grandi e malinconici di certi siciliani, tristi e profondi, arrivò alle (mie) orecchie come liberatore.
Prima di quell’inizio, c’era stata tra le altre la canzone La torre, mentore Giorgio Gaber, che ebbe un certo successo, un testo provocatore ma musicalmente ancora troppo influenzato dai ritmi e gusti della canzone italiana dell’epoca. Pollution e Fetus tra i primi album, furono apripista per i concerti, verso i quali Battiato provò tuttavia ben presto un’autentica repulsa, non era soddisfatto di queste esperienze, le definì schizofreniche. Attraversò allora una crisi non solo musicale, ma più profonda, esistenziale, che lo portò allo studio e alla ricerca. Nella seconda metà degli anni settanta imparò a suonare il violino, la notazione classica, l’armonia, il solfeggio l’arabo, la mistica orientale e scoprì Gurdjieff e il suo pensiero, restandone entusiasta.
Nel 1979 avviene la svolta, è l’anno nel quale emerge la sua personalissima e accattivante cifra pop, che si evolverà in spirituale e filosofica, echeggiante musiche orientali, classiche, rock, synth pop e si caratterizzerà per i cambi di registro sia testuali sia musicali e la frammentazione di un periodare breve, ricercato e misterioso, apparentemente disconnesso, inframmezzato da refrain simili a mantra, un mix che s’intreccia alla musica, intrattiene l’ascoltatore e lo conquista
L’era del cinghiale bianco il singolo inserito nell’omonimo album, rese Battiato noto al grande pubblico. Il pezzo nacque per scommessa con i giornalisti di Muzak, rivista musicale, ai quali Battiato volle dimostrare come fosse facile elaborare pezzi di successo, esso inizia infatti con un travolgente assolo di violino che avvince l’ascoltatore
I versi “Pieni gli alberghi a Tunisi” e “Un uomo di una certa età/Mi offriva spesso sigarette turche” “Studenti di Damasco/Vestiti tutti uguali” costituiscono con ogni probabilità riferimenti ai paesi che Franco Battiato ha visitato negli anni precedenti. Egli racconta infatti che talvolta prendeva una corriera per l’India, scendeva in Turchia e, con la compagnia di due vecchi suonatori e la tastiera, girava avventurosamente quel paese.
Il refrain “Spero che ritorni presto/L’era del cinghiale bianco” è inserito nel testo della canzone in modo alquanto inaspettato e spiazzante, il senso possiamo intenderlo dai chiarimenti che seguono presenti sul sito dell’autore.
“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”.

Singolare che di recente qualcuno abbia definito insulsi i testi di Battiato. A leggerli non sembra affatto, dentro sparsi qui e lì ci sono sostantivi e aggettivi ricercati, costruzioni verbali intriganti, originali, quando non persino poetiche. Qui di seguito una serie di citazioni dai singoli più noti.

“E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” da Prospettiva Nevski
“Traiettorie impercettibili/ Codici di geometrie esistenziali” “Voli imprevedibili ed ascese velocissime/Traiettorie impercettibili/Codici di geometrie esistenziali” e “Giochi di aperture alari/Che nascondono segreti/Di questo sistema solare” da Gli uccelli
“Una vecchia bretone/Con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù/Capitani coraggiosi/Furbi contrabbandieri macedoni/Gesuiti euclidei/Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/Della dinastia dei Ming” da Cerco un centro di gravità permanente, contenente, tra l’altro uno stralcio della poetica dell’autore “Non sopporto i cori russi/La musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/Neanche la nera africana”.
“E per un istante ritorna la voglia di vivere/ A un’altra velocità” da I Treni di Tozeur
“Voglio vederti danzare/Come i dervishes turners che girano/Sulle spine dorsali/O al suono di cavigliere del Katakali” da Voglio vederti danzare
“In silenzio soffro i danni del tempo/le aquile non volano a stormi” da Le aquile non volano a stormi
“C’è chi si mette degli occhiali da sole/Per avere più carisma e sintomatico mistero/Uh com’è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme /Imbiancano/ Quante squallide figure che/attraversano il paese/Com’è misera la vita negli abusi di potere.” da Bandiera Bianca
“Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera/Avevo già la Luna e Urano nel Leone” da Cuccurucucù.

Battiato ha raccontato che, ancora ragazzo, suonò sui carri in maschera al Carnevale di Acireale, venne pagato con 13000 lire che all’epoca erano una cifra ragguardevole, ciò però scatenò le ire del padre che voleva Franco applicato agli studi e gli vietò perciò di proseguire con la musica.
Arrivato all’università, iscritto alla facoltà di lingue, morto nel frattempo il padre, Battiato decise di partire per Milano volendo inseguire il suo desiderio di fare musica.
Gli inizi furono difficili, dovette fare il magazziniere per mantenersi, suonare la sera nei locali, ma il suo sogno non si rivelò fallimentare. Dall’era del cinghiale bianco in poi i suoi dischi furono sempre successi, un album dopo l’altro giungendo a pubblicarne ben 42. Ha composto anche opere e colonne sonore ed è stato anche regista di film. Inoltre dipingeva, ma la pittura tuttavia non era professionale, era un modo attraverso il quale esprimeva ancora l’anelito a svolgere la personale ricerca mistico spirituale. Ne è un esempio la copertina dell’album Fleur “Derviscio con rosa” , inserito al principio di questo post.

Si sa pochissimo della vita privata di Battiato. Se provate a cercare alla voce biografia sul suo sito trovate la sua dettagliata storia professionale, la produzione, le collaborazioni con Giusto Pio, Manlio Sgalambro ecc.. Su wikipedia invece alla voce “vita privata” ci sono esattamente tre righe che in parte riporto “Legatissimo alla madre Grazia, scomparsa nel 1994, Battiato non ha mai amato la vita mondana, preferendo il suo eremo siciliano di Milo alle pendici dell’Etna.”
Infatti Franco Battiato, mi pare nel 1989, tornò in Sicilia stabilendosi a Milo, dove poi è morto il 18 maggio scorso. Di quale male non è dato sapere. La famiglia, lui stesso, gli amici hanno mantenuto uno stretto riserbo su questa malattia. Qualcosa alla testa del cantautore ne ha minato la memoria e l’intelletto, il declino è avvenuto a cominciare da una caduta dal palco di un concerto tenuto a Bari. E poi Franco, a quanto pare, non voleva indagare, del resto ciò è in linea col suo pensiero della morte come un passaggio, col suo pensiero della vita come preparazione, trasformazione di se stessi in senso migliore.
Bello il modo in cui lo ricorda Travaglio su Il fatto quotidiano, con qualche aneddoto e una sequenza di aggettivi che tentano di descriverlo (leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naif), ne fa in sostanza il protagonista de “La cura”, cioè un essere speciale.
Tra gli aneddoti Travaglio racconta come Battiato gli inviò appena pronta Inneres auge, scritta nel 2009 pensando all’Italia resa più di quanto non lo sia mai stata bordello. Inneres Auge in tedesco significa terzo occhio, l’occhio col quale si vede l’aura delle persone. E’ in sostanza un’invettiva contro i politici di quell’epoca corrotti e goderecci fino al disgusto. Egli dice nel testo “La giustizia non è altro che una pubblica merce/Di cosa vivrebbero/Ciarlatani e truffatori/Se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente” Questa non è la prima volta che attraverso la canzone Battiato esprime una denuncia politico sociale di corruzione e rovina del Paese. Nell 1991 aveva già scritto “Povera patria” e molto tempo prima, ai suoi esordi nel 1967, cantava la poco conosciuta “Il mondo va così” nella quale, con un respiro più ampio, si prendeva pena per la guerra la fame e l’analfabetismo mondiali.
Tornando alla riservatezza di Battiato. Credo che la riservatezza e una certa repulsa del successo e della vita mondana appartenga alla “sicilianità” più autentica. Giuni Russo, siciliana anche lei, amica di Battiato e voce straordinaria era sulle stesse coordinate. Franco ha scritto per Giuni il pezzo Un’estate al mare, resa indimenticabile dall’interpretazione straordinaria di Giuni, con acuti finali inarrivabili a imitare i gabbiani. Battiato ha scritto brani di grande successo per Milva e Alice, rispettivamente Alexander Platz e per Elisa, queste ultime in collaborazione con Giusto Pio.

Dunque, a quanto ci dice la stringatissima biografia, Franco Battiato non si è sposato e non pare abbia avuto figli, ciò potrebbe far pensare che abbia vissuto una vita senza amore, ma ritengo che sarebbe un errore crederlo. Come ho dimostrato più sopra in alcuni nei suoi testi le frasi sparse non sono “insensate” ma a volte biografiche, a volte citazioni culturali, pensiero, convincimenti. Non manca una produzione di Franco Battiato che parla d’amore, ciò consente la relazione transitiva seguente: se A (produzione non in tema d’amore) è uguale a C (esperienza) anche B (produzione in tema d’amore) è uguale a C (esperienza)
Sono sul tema: la metafisica “E ti vengo a cercare” la filosofica “Tutto l’universo obbedisce all’amore” la spirituale “La cura”, le nostalgiche “Le nostre anime” e “Le stagioni dell’amore” e infine la poco celebrata, ma intrigante “L’animale”
E’ un’elencazione non esaustiva, ma testimonia la delicatezza e versatilità con la quale Franco Battiato sapeva esprimere il tema dell’amore. E non posso fare a meno anche qui di riportare alcuni passi.
Questa citazione che segue ad esempio, è una definizione limpida e struggente dell’amore “Questo sentimento popolare/Nasce da meccaniche divine/Un rapimento mistico e sensuale/Mi imprigiona a te” da E ti vengo a cercare

“Bisogna muoversi/Come ospiti pieni di premure/Con delicata attenzione” “Come possiamo/Tenere nascosta/La nostra intesa” Tutto l’universo obbedisce all’amore/Come puoi tenere nascosto un amore/Ed è così che ci trattiene nelle sue catene” da Tutto l’universo obbedisce all’amore
“Le nostre anime/Cercano altri corpi/In altri mondi/Dove non c’è dolore/Ma solamente/Pace” da Le nostre anime
“Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore” da Le stagioni dell’amore
“Vagavo per i campi del Tennessee/Come vi ero arrivato, chissà/Non hai fiori bianchi per me?/Più veloci di aquile i miei sogni/Attraversano il mare”
“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/Supererò le correnti gravitazionali/Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”
“E guarirai da tutte le malattie/Perché sei un essere speciale/Ed io, avrò cura di te” da La cura
“Ma l’animale che mi porto dentro/Non mi fa vivere felice mai/Si prende tutto anche il caffè/Mi rende schiavo delle mie passioni/E non si arrende mai e non sa attendere/E l’animale che mi porto dentro vuole te” da L’animale, nella quale l’ironia del verso “si prende tutto anche il caffè” scopre un aspetto più volte rimarcato da amici e intervistatori del cantautore: l’ironia di Franco Battiato. Del resto cos’è poi l’ironia se non l’arma con la quale gli intelligenti e indulgenti combattono la propria battaglia nel mondo.
Tra le eredità Franco Battiato ci lascia la raccomandazione di avere uno sguardo feroce e indulgente, è un’espressione contenuta in uno dei suoi testi più recenti e concludo così il mio omaggio al cantautore della mia giovinezza che ha accompagnato anche la mia vita.
Con un saluto a Franco Battiato, la speranza di rivederlo, l’augurio a me e a tutti di raccogliere la sua eredità.
“Lascio agli eredi l’imparzialità/La volontà di crescere e capire/Uno sguardo feroce e indulgente/Per non offendere inutilmente” da Testamento

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25 aprile Celebration

25 domenica Apr 2021

Posted by Loredana Semantica in La società, Pensiero, SINE LIMINE

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Il 25 aprile 1945 il CLNAI ordina l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluiscono nelle città , si uniscono ai combattenti locali e liberano il Nord Italia (tratto da qui)

Il manifesto dell’ANPI per il 25 aprile 2021, realizzato da Lucamaleonte

Qui la storia della Resistenza italiana.

“25 aprile” una poesia di Alfonso Gatto

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

https://www.ilsole24ore.com/art/25-aprile-1945-liberazione-e-tutti-AEy3WPC

https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/17/25-aprile-il-video-memoriale-della-resistenza_ecce828b-d4fd-4d6d-b708-76672f65ffd3.html?fbclid=IwAR3Lj8q9guToVB5FBpKmKH9VMR13RKQ85fnMpPuX06OlVqVAIjAjgRjmm8o

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Quando le donne…

08 lunedì Mar 2021

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Pensiero

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Tag

discriminazioni di genere, festa della donna, otto marzo

Quest’anno il blog Limina mundi celebra l’otto marzo riportando alcuni significativi accadimenti che riguardano o hanno riguardato le donne e facendo infine riferimento ad alcune figure femminili rappresentative.

(Le scritte in colore bordeaux contengono link da cui sono tratti i frammenti riportati in grassetto o virgolettati)

Quando le donne combattono…

donne della resistenza italiana

Tante furono le donne che combatterono al fianco dei partigiani contro il nazifascismo.”

“Imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata.

le guerriere curde

Una combattente ha dichiarato: “Dobbiamo controllare l’area da soli senza bisogno di dipendere [dal governo]… Non possono proteggerci dall’ISIS, dobbiamo proteggerci da soli [e] difendere tutti… senza tenere conto della loro razza e della loro religione

le infermiere e il covid

Addio ad Antonietta Patrone, infermiera in prima linea al Cardarelli di Napoli, uccisa dal virus, ennesima vittima di una lista che si allunga inesorabilmente

Quando le donne muoiono…

femminicidio osservatorio

Clara Ceccarelli uccisa il 19 febbraio del 2021 dal suo ex compagno con 110 coltellate, si era già pagata il funerale pochi giorni prima. E’ la nona vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno 2021.

lapidazione

Somalia: la lapidazione viene effettuata nei territori controllati dalle forze delle corti islamiche. Nell’ottobre 2008 una ragazza tredicenne viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a 1000 persone, dopo aver suppostamente confessato e richiesto la pena ad una corte islamica. Pare che la ragazza fosse invece stata arrestata dopo aver denunciato uno stupro, e quindi consegnata alla corte.

ragazze fantasma o le ragazze del radio

Le ragazze del radio (in inglese: Radium Girls) furono un gruppo di operaie che subirono un grave avvelenamento da radiazioni di radio, contenuto nella vernice radioluminescente utilizzata come pittura per quadranti nella fabbrica di orologi della United States Radium Corporation nella cittadina di Orange, nel New Jersey (Stati Uniti), intorno al 1917…

l’incendio dell’8 marzo non è avvenuto l’8 marzo

Era il 25 marzo del 1911 e cinquecento ragazze e donne giovani (tra i 15 e i 25 anni), più un centinaio di uomini, stavano lavorando in un palazzone di Washington Place a New York. La fabbrica di camicie si chiamava “Triangle Waist Company” e occupava gli ultimi tre piani dell’edificio.

«La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily, «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda, cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte».

Quando le donne soffrono…

mutilazioni genitali femminili

Danneggiano in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolore lancinante, traumi emotivi, complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto. Sono le Mutilazioni Genitali Femminili.

violenza

stupro o violenza sessuale

Apollo e Dafne, Bernini

La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà. 

condizione della donna nei paesi arabi

Negli Stati più tradizionalisti e in quelli che mirano alla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, dove le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa, le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo.

divario retributivo

In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.

manicomio

A finire in manicomio infatti erano quelle donne che non si adeguavano alla morale del tempo, spesso vittime di un trauma o di un abuso sessuale. Loquace, euforica, lasciva, smorfiosa, impertinente, piacente… questi erano gli aggettivi atti a descrivere la sintomatologia delle donne che venivano rinchiuse nei manicomi.

Quando le donne lottano…

il diritto di voto

Il diritto di voto alle donne fu introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani. 

Rosa Parks

Fu figura-simbolo del movimento per i diritti civili, divenuta famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il posto su un autobus a un bianco, dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Nove mesi prima anche Claudette Colvin fu protagonista di un episodio analogo, che non ebbe uguale risonanza mediatica.

Franca Viola

E’ la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Diviene simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Quando le donne fioriscono…

Ipazia, matematica, astronoma e filosofa 

Ipazia fu barbaramente uccisa e smembrata

Artemisia Gentileschi, pittrice

Artemisia fu vittima di stupro

Camille Claudel, scultrice

Camille fu rinchiusa in manicomio fino alla morte

Marie Curie, chimica, fisica e matematica

Marie dovette trasferirsi a Parigi perché in Polonia la donna non era ammessa a studi superiori

Emily Dickinson, poetessa

Emily visse volontariamente da reclusa per gran parte della sua vita

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Grandi donne: Marilyn Monroe

17 domenica Gen 2021

Posted by Loredana Semantica in Cinema, Grandi Donne

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Marilyn Monroe

Quando muore Norma Jeane Mortenson più nota come Marilyn Monroe, il 5 agosto del 1962, io non avevo nemmeno compiuto un anno, non ricordo nulla di questa notizia, ricordo invece quando il 6 giugno del 1968 uccisero Robert Kennedy, ci pensò mio padre ad imprimere la notizia bene nella mia mente con una sberla motivata dalla mia esuberanza e pretesa di attenzione ignara della gravità dell’evento che giusto in quel momento comunicavano al notiziario serale. Tra la morte di Marilyn e l’omicidio di Robert Kennedy si colloca l’omicidio del fratello di Robert, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre del  1963. Uno strano filo letale lega Marilyn a queste uccisioni, giacché si scopre, ma molto tempo dopo, che Marilyn era diventata l’amante di John e di Robert.

Ancora oggi si dice che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne doveva essere ben consapevole mentre cantava sensuale e infantile al tempo stesso, fasciata in un carnale abito rosa pelle “Happy Birthday Mister President” alla festa di compleanno di John. Non c’è da sorprendersi che siano nati molti misteri e voci sulle cause della morte dell’attrice cantante e modella statunitense: dal suicidio per ingestione di barbiturici, all’omicidio ordito dai Kennedy perché diventata pericolosa per  gli amanti ai vertici della scena politica americana, all’esecuzione con supposta di veleno per vendetta eseguita dalla mafia nei confronti del Presidente americano che non corrispondeva alle pretese mafiose e con lo scopo di infangare la famiglia Kennedy. Ciò secondo la testimonianza del mafioso Chuck Giancana, confortata dal fatto che all’autopsia non furono trovate pastiglie nello stomaco dell’attrice, ma livelli elevati di barbiturici nel sangue ed ecchimosi su un’anca e la schiena. In effetti per raggiungere lo scopo di screditare i Kennedy sarebbe bastato diffondere le notizie dei comportamenti libertini del Presidente, alquanto affamato dell’altro sesso da avere le cosiddette “ragazze d’occasione” sempre a disposizione. Non so se l’affascinante Marilyn potesse dirsi appartenere a questa schiera, certo la storia l’ha consegnata a ben altro ruolo di icona pop, diva, sex symbol. Per essere stata capace di costruire con le sue sole forze il suo mito, cominciando da un’infanzia di disagio, per la sua sofferta ascesa, l’evidente infelicità, il fulgido esempio di bellezza, la fragilità e la resistenza con cui si oppose alle avversità, il fascino della sua radiosa femminilità, desidero includerla nella lista delle grandi donne del blog Limina mundi e renderle omaggio.

Marilyn ha conquistato fama durevole proprio facendo leva sulle doti che tanto gli uomini amano in una donna: bellezza e sensualità. Era la donna più desiderata dell’epoca. Dedicava tempo al mantenimento dello splendore della pelle, che, si diceva, emanasse una luminosità esclusiva. Si dedicava alla cura del corpo con esercizi fisici e sollevamento pesi mattutini, aveva attenzione per la sua alimentazione e curava naturalmente anche i suoi capelli, che, da castani naturali, divennero biondi decolorati catalizzatori del suo fascino. Sperimentò tutti i livelli di biondo: dorato, cenere, platino fino ad approdare al quel biondo da lei chiamato “federa” – praticamente bianco –  che ancora oggi associamo al suo taglio medio ondulato che l’ha resa diva.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America è l’uomo più potente del mondo e certo Marilyn ne aveva fatta di strada per approdare a cotanto amante. Nel 1926, quando nacque, sua madre Gladys Monroe, mentalmente instabile, non era in grado di prendersi cura della figlia neonata, quindi l’affidò a una coppia di coniugi Wayne e Ida Bolender che crebbero la piccola Norma Jeane fino a sette anni, poi la bimba fu affidata a una coppia di inglesi, insieme ai quali per un certo periodo lei tornò a vivere con la madre. Gladys però afflitta da esaurimento nervoso,  per una caduta dalle scale fu ricoverata al Los Angeles General Hospital e successivamente le venne diagnosticata una schizofrenia paranoide, quindi dichiarata incapace di intendere e volere.

Di Norma si occupò in qualità di tutrice la migliore amica della madre, Grace McKee, che lavorava nell’archivio delle pellicole della Columbia Pictures,  ciò indusse Norma ad interessarsi di cinema. Nel 1935, quando Grace McKee  si sposò, Norma Jeane fu portata nell’orfanotrofio di Los Angeles, aveva 9 anni. Fu affidata poi a diverse famiglie e  parenti facendo sempre ritorno all’orfanotrofio, dove cominciò a lavorare come vivandiera.  In questo periodo non mancarono a corredo storie di violenze e abusi veri o presunti.  Nel 1941, a 15 anni, Norma Jean tornò da Grace Mckee e frequentò la scuola. Lì conobbe un vicino di casa James Dougherty e, appena sedicenne, lo sposò. Quattro anni dopo divorziarono. Nel 1944 James partì per il fronte e lei si trasferì dalla suocera a Los Angeles, prese il posto del marito in una fabbrica di aeroplani come operaia.  

James Dougherty e Marilyn Monroe

La sua carriera inizia, quando David Conover si reca in fabbrica per fotografare ragazze che “tenessero su il morale alle truppe” e la incoraggia a diventare modella. Fa servizi fotografici e poi un’audizione per il cinema.  Viene notata. Il significativo passo successivo avviene col regista  Ben Lyon che le fa tingere i capelli di biondo e le suggerisce di cambiare nome. Scelgono un nome sensuale, soffice, morbido di emme. Nasce Marilyn Monroe.

Gli inizi non furono facili, i fatti salienti tra il 1947 e il 1949 sono che lei volle studiare all’Actors Lab di Hollywood per migliorare la sua recitazione, ma i film a cui prese parte non ebbero successo e comunque le sue erano parti minori, le condizioni economiche non erano buone e accettò, tra l’altro di posare nuda per Playboy, oltre che lavorare come spogliarellista, conoscere nomi del cinema, avere amanti e forse prostituirsi.

L’ascesa al ruolo di star di Hollywood avvenne nel 1953 col film “Niagara” e la definitiva consacrazione con il film “Gli uomini preferiscono le bionde” nel quale canta “Bye bye baby” e  “I diamanti sono i migliori amici delle ragazze” (più sotto il video), ingioiellata e vestita con un abito rosa di Travilla, costumista hollywoodiano, abito diventato negli anni seguenti un’icona e fonte d’ispirazione. Seguono  i film di successo: “Come sposare un milionario”, “La magnifica preda”, “Quando la moglie è in vacanza”.

All’apice della fama nel 1954 sposò il suo secondo marito, Joe Di Maggio famoso campione di basball, americano di origini siciliane; con lui Marilyn si sentiva protetta e lui a suo modo l’amava, ma era troppo geloso e incline a scenate nelle quali volavano schiaffi. In sintesi Joe non accettava che la moglie fosse un’attrice famosa, conducesse una vita mondana e fosse desiderata da tanti uomini. Il matrimonio non durò nemmeno un anno. L’iconica scena nella quale la gonna plissettata dell’attrice si solleva per la folata del passaggio del treno su una presa d’aria della metropolitana, avvenuta casualmente nella realtà e ricreata in studio nel film “Quando la moglie è in vacanza”, oltre che diventare un altro momento cult della carriera dell’attrice, fu causa di litigio con Joe Di Maggio.

Marilyn Monroe e Joe Di Maggio

Nel 1956 gira il film “Fermata d’autobus” che le varrà la nomination al Golden Globe come migliore attrice di film commedia. A dire il vero Marylin per tutta la vita cercò di affrancarsi dal ruolo di bionda fatale e anche di progredire nelle sue capacità di recitazione. Studiando recitazione all’Actors Lab di Hollywood, all’ Actor’s Studio di New York, iscrivendosi all’Università della California, Los Angeles, dove studiò critica letteraria e artistica, facendosi spesso seguire da diversi insegnanti di recitazione. Potremmo dire senz’altro che prendeva la sua professione alquanto sul serio, ed aveva quella consapevolezza di sé che la porterà a rifiutare un ruolo in un musical per la ragione che il coprotagonista maschile, Frank Sinatra, riceveva un compenso oltre 3 volte superiore al suo.

Nella vita di  Marilyn si susseguirono, amanti (Johnny Hyde, Robert Slatzer – sposato e lasciato con un matrimonio lampo di appena tre giorni – Frank Sinatra, Yves Montand e altri), film di successo, copertine di riviste, canzoni, dischi, aborti (lei stessa ne riferisce ben 14), interventi chirurgici (uno anche estetico per affilare naso e ammorbidire il mento), medicine, champagne.

Nel 1956 sposa il drammaturgo Arthur Miller, convertendosi, per poterlo sposare, all’ebraismo. Altro matrimonio, altro flop.  Durante questa unione gira “Il principe e la ballerina”  di Laurence Olivier e nel 1958  con Jack Lemmon e Tony Curtis, “A qualcuno piace caldo”. Per questo film vince il Golden globe come miglior attrice di film commedia. Il suo ultimo film fu  “Gli spostati” con Clark Gable e Montgomery Clift. La sceneggiatura del film era scritta dallo stesso Arthur Miller in omaggio alla moglie. Quando il film fu girato però il matrimonio era già finito con un divorzio.

Arthur Miller e Marilyn Monroe

Nel 1962 iniziarono le riprese del film “Something’s Got to Give”, ma Marylin per la prematura morte non poté ultimarlo e il film fu girato nuovamente con Doris Day che ne prese il posto. Negli ultimi anni la salute mentale di Marylin  andò deteriorandosi, soffriva d’insonnia, ingeriva spesso farmaci e alcolici. Si  rivolse a uno psichiatra di New York, il dr. Greenson che cercò di ridurre questi abusi. Allontanatasi da New York e dal medico, Marilyn torna a farne uso, giunge a sentire il bisogno di cure psichiatriche tanto che si fa ricoverare in anonimato all’Ospedale Psichiatrico di New York. Quando si sentì chiusa in gabbia chiese aiuto all’ex marito Joe Di Maggio che la fece uscire.  E’ il periodo in cui Marilyn diventa amante dei Kennedy. Si avvicina la fine. Con la Century Fox che la licenzia a causa della discontinuità sul set si apre una crisi e una controversia legale. Questi problemi tuttavia sembravano ormai risolti. L’attrice il 1° agosto del 1962 aveva tra le mani un nuovo contratto con la casa cinematografica per un milione di dollari e due film,  inoltre si prospettava un un contratto come registra, attrice e sceneggiatrice con una casa cinematografica italiana per quattro film e un compenso di ben dieci milioni di dollari. Si apriva uno scenario di opportunità.

Il 5 agosto del 1962 venne trovata morta nella sua casa a Los Angeles, il poliziotto che per primo raggiunse la sua stanza nel rapporto riferì di averla trovata sul letto, riversa in diagonale, coperta da un lenzuolo,  successivamente altri aggiunsero i particolari della cornetta in mano e del corpo nudo.

Solo i suoi capelli saranno stati lieti della sua morte, non più stressati dalle decolorazioni. Tutti gli altri espressero il cordoglio che si deve a un talento che ha pagato alla vita il suo tributo di sofferenza per restituire splendore. Si apre così il cinquantennio successivo di mostre celebrative e aste su abiti e oggetti personali della diva pagati anche svariati milioni di dollari. Il che è testimonianza della popolarità, ammirazione e desiderio che circondavano l’attrice a livello internazionale.

Marilyn amava farsi fotografare, seguiva i consigli di un amico fotografo che le diceva: se vuoi diventare famosa fai tante foto, devono sempre vederti sui giornali, e lei non si sottraeva all’obiettivo, anzi, davanti all’obiettivo, si trasformava, veniva fuori la sua carica sensuale, ma anche lo sguardo malizioso, quella risata da baciare, il rossetto rosso fuoco, i denti candidi, la pelle di neve (non amava abbronzarsi), le gambe perfette, il seno da coppa di champagne. Lo stesso accadeva davanti alla cinepresa, improvvisamente la smemorata ragazza triste, che arrivava sempre in ritardo e dimenticava le battute, si animava di un incredibile charme e vestita di gioielli luce e abiti glamour cantava: “ I migliori amici delle ragazze sono i diamanti”.  Ed è vero.  Guardatela nel video e dite se non può che essere vero.

Poiché è attraverso le foto che è stata tramandata ai posteri la sua bellezza, non posso che affidarmi alle foto per trametterla a mia volta. Propongo una carrellata di scatti che tentano l’impossibile, similmente a quando, con la fotografia, la pittura, la parola, si vorrebbe penetrare l’essenza di una rosa, cogliere quell’irresistibile fascino che l’immagine non rende, ma che è l’insieme di voce, corpo, movimento, espressione.

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Concludo dicendo che Marilyn è stata anche molto amata. Robert Slatzer non trascurò mai per tutta la vita l’omaggio di rose bianche alla sua tomba. Joe Di Maggio lo testimonierà, organizzando e sostenendo le spese dei suoi funerali, portando per vent’anni fiori sulla sua tomba ad ogni compleanno. Miller scriverà la biografia “Io la conoscevo”, ma personalmente dubito che la conoscesse veramente, giacché è un pozzo nero l’infelicità e poi quattro anni di matrimonio non bastano per conoscere una donna, a volte nemmeno quaranta. Insomma di certo gli uomini non hanno saputo fare felice Marilyn, forse lei sceglieva male, ma più probabilmente il ruolo di sex symbol è incompatibile con quello di moglie di un solo uomo.

Resta comunque vero che la morte precoce, nel pieno della bellezza femminile, ha definitivamente consacrato Marilyn Monroe a eterna diva.

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Ancora sulla violenza contro la donna

02 mercoledì Dic 2020

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Anna Maria Bonfiglio, Cuore di preda, Loredana Magazzeni

Succede a volte che, seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, radio, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usano senza soffermarsi più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta viene uccisa una donna. Femminicidio, o femicidio, secondo la primaria versione della parola che traduce il termine inglese femicide, è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. A metà degli anni ’90 del secolo scorso, la scrittrice e performer Eve Ensler pubblicò un libro dal titolo I monologhi della vagina nel quale, attraverso testimonianze femminili, denunciava una realtà di violenza espressa nelle manifestazioni più subdole. Il testo suscitò, com’era prevedibile, vaste polemiche, ma fu letto e rappresentato in forma teatrale in molte parti del mondo, compresa l’Italia, e recitato dalle più grandi attrici di teatro. Nel 2015 la stessa Ensler pubblica un documento in cui racconta le violenze esercitate dagli integralisti dell’Isis sulle prigioniere dissidenti o disobbedienti, episodi di una crudeltà inenarrabile, difficili da credere generati da mente umana e che fa paura persino riportare; in seguito Ensler pubblica il libro Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne, nel quale afferma: “abbiamo bisogno di scrittori in quest’epoca terribile di inganni e manipolazioni”. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Certo non sarà un libro di poesia a fermare  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo. Significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura civile e sociale arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. L’antologia Cuore di preda, curata dalla scrittrice Loredana Magazzeni, nasce  per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, uomo di grandissima sensibilità, intellettuale impegnato a combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, e  raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Silenzio generato dalla paura, dalla mancanza di autostima, dal senso di colpa, dall’abitudine ad essere dominate. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come affermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lascata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo.

Se questa è una donna

Con quale numero sarà ricordata

la violenza di ieri su una donna

nel quartiere taldeitali della tale città?

La voce che esce dal televisore,

mentre divagano periferie senza vita,

elenca cronache già dimenticate:

quella che era, l’altra che aveva…

donne raccolte in un mondo di buio.

 

Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti :

Io già lo so

(…) Io cosa per editto maledetta, finto monile

Espio una condanna e sono anima lesa

silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio

che zagara sfiorita nel giardino a spingere il recinto

col mio canto morto.

 

E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile:

Violenza non codificata

Non è per bontà che ora rinunci al sangue

e non è mite la carezza che doma la fera

ma paura che ha perso la traccia del desiderio

seminato lungo la nostra strada in regalo

a fare unica una vita qualunque.

La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre

violenza non codificata per detenzione a vita.

Incapace di cattura il predatore muore

e condanna la preda alla solitudine  della sicurezza.

 

Di Lella De Marchi

e poi mi hanno detto

e poi mi hanno detto:

il tempo aggiusta tutto

anche il tuo corpo offeso

e spaccato,

certo, non temere,

un giorno tutto questo

non ti farà più male

 

ed io ho pensato:

ho fatto davvero qualcosa di sbagliato

perché mi hanno di nuovo violentato.

 

Cuore di Preda è una delle tante operazioni che sono state realizzate per mettere a fuoco una problematica che non cessa di essere attuale e per sensibilizzare istituzioni e società civile a non abbassare la guardia. Tanto è stato fatto e tanto dovrà continuare ad essere perseguito. Confidiamo che alle voci poetiche di queste donne si uniscano tante altre voci ancora, anche maschili, perché si sciolgano fin gli ultimi nodi di un colpevole silenzio.

 

Anna Maria Bonfiglio

 

 

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8 MARZO, UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE

08 domenica Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, CULTURA E SOCIETA'

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Anna Maria Bonfiglio

by Elif Sanem Karacoc

by Elif Sanem Karacoc

Succede a volte che seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usiamo senza soffermarci più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta accade che venga uccisa una donna per mano dell’uomo che le è affettivamente e sentimentalmente più vicino. Femminicidio è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. Nel n.28 del Bollettino Archivio Pace Diritti Umani del 2004 è riportato testualmente: “Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne, storicamente diseguali, che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne”. A questa sorta di “scellerata categoria” vanno ascritti crimini di varie specie: stupri, stalking, percosse, omicidi, vessazioni, abusi sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici, prostituzione coatta; e possiamo anche aggiungere escissione ed infibulazione, pratiche ancora in uso in alcune popolazioni. In paesi come India e Cina il femminicidio si è concretizzato addirittura con gli aborti selettivi, impedendo alle donne di partorire figlie femmine. E’ una violenza che intacca i diritti umani, un impressionante segno patologico della civiltà contemporanea che si manifesta tanto nei paesi industrializzati  che nelle zone in via di sviluppo e che investe tutte le classi sociali e culturali e tutti i ceti economici. E nonostante il problema sia stato ed è affrontato attraverso interventi di varia natura, la società e la cultura si trovano ancora davanti ad un lungo cammino i cui esiti sono ancora molto deboli. Tuttavia bisogna perseverare a parlarne e a scriverne, per continuare ad incidere sulla società e sulle istituzioni, perché la violenza maschile sulle donne non è solo una questione privata ma anche sociale e politica, un fenomeno pericoloso in quanto espressione estrema di potere e di prevaricazione. A tutta la società civile è dunque demandato il compito di intervenire per non rischiare di abbassare la soglia di attenzione verso una piaga che sta diventando sempre più virulenta. Nella politica, nell’economia, nella cultura, nella scuola, metta ciascuno anche un piccolo mattoncino perché possa crescere e radicarsi l’idea di un Genere Umano svincolato dalle differenze. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Siamo consapevoli che un libro di poesia non fermerà  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo, significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. Noi, donne e uomini, abbiamo il dovere e il diritto di prendere posizione, ciascuno con le proprie competenze. I poeti hanno la parola e di questa si servono per fare sentire la voce del loro dissenso. Ascoltiamoli. L’antologia Cuore di preda,  nata per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, intellettuale impegnato civilmente a denunciare e combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come autoaffermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lasciata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio, una delle poetesse inserite nell’antologia. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo anche se confessano, come leggiamo nei versi di Marinella Polidori,  “il dovere coniugale fu la vera sofferenza, accettata con devota ripugnanza”. Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti: “Io merce in tuo possesso, io cosa per editto maledetta, finto monile, silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio, che zagara sfiorita nel giardino…” E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile. La donna confessa: “La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre, violenza non codificata per detenzione a vita. Incapace di cattura il predatore muore e condanna la preda alla solitudine della sicurezza.” E’ proprio dalle madri e dalla famiglia che inizia il percorso verso l’annientamento di sé; con il silenzio, con le giustificazioni, lasciando al più forte il potere di tenere sotto scacco la parte debole del nucleo affettivo si permette che si radicalizzi una condotta immorale e corrotta. “Come un ragno le teneva otto zampe sul suo corpo di bambina (…) Chiuse gli occhi che luce non vedesse la vergogna della tenera carne…” Così scrive Narda Fattori. Della crudeltà esercitata sulle donne bambine nei paesi arabi leggiamo nella poesia di Paola Turroni: “Quasi quindici anni e la stanchezza di essere già stata donna (…) bambina una volta…mia nonna mi ha preso di nascosto…mi portava dall’altra parte del villaggio. Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia dice che ora sono aggiustata…” Aggiustata con la violenza per essere consegnata al marito, per diventare “vecchia senza pietà e rabbia, il tempo di fare un bambino se hai spazio per un feto”. “Lo so tu vuoi farmi affondare e temi la mia forza mi spingi giù per la china con i tuoi pregiudizi non ascolti non vedi non sopporti i miei NO”, sono i versi di Anna Zoli che sintetizzano ogni realtà di violenza, la verità ultima della questione: l’affermazione del potere maschile.

Anna Maria Bonfiglio

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Il Manifesto della razza

27 lunedì Gen 2020

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

≈ 1 Commento

Autoritratto con carta d’identità di ebreo, Felix Nussbaum, 1943, Osnabrück, Felix-Nussbaum-Haus

Pubblicato con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e sulla rivista  “La difesa della razza”, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, anticipa di qualche settimana la promulgazione della legislazione razziale fascista applicata in Italia fra il 1938 e il 1944. Firmato da alcuni importanti scienziati italiani, Il Manifesto divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista.

*

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista. Continua a leggere →

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Grandi donne: Frida Kahlo

25 giovedì Apr 2019

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Grandi Donne, Il colore e le forme

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Frida Kahlo, Grandi Donne

Frida Kalho, una donna e una biografia affascinanti, come un romanzo. Una forte personalità espressa non soltanto nei tratti del viso e dei suoi dipinti, ma nell’ immagine offerta di sé, nella sua arte e nelle scelte.

Ciò che mi preme mettere in luce includendo Frida Kahlo tra le grandi donne di questa rubrica, che è anche il motivo per il quale l’ho scelta, è la sua capacità di trasformare una vita segnata dalla disgrazia in successo, di fare dell’arte il catalizzatore d’ogni nevrosi, risolvendo in essa ogni tribolazione, non tanto per calcolo o ricerca di gloria, ma per necessità. Il modo cioè in cui si manifesta spesso un’autentica vocazione all’arte.

Nacque nel 1907 a Coyocan in Messico, dove morì 47 anni dopo. Il padre di Frida, Guillermo, era un ebreo di origine ungherese emigrato in Messico a diciannove anni, che, dopo aver svolto vari mestieri, divenne fotografo e probabilmente trasmise a Frida il suo amore per l’arte, l’espressione artistica e l’inquadratura fotografica. La madre messicana regala a Frida il fascino bruno e latino, le sopracciglia folte convergenti sulla cima del naso e quel velo di baffetti che Frida esibiva invece di nascondere, giocando anche a vestire con abiti da uomo il suo corpo sottile androgino. L’effetto di questo travestimento produce un risultato, misterioso e attraente come testimoniano alcune foto.

Guillermo Kahlo, Frida in Men’s Clothing, 1926

Guillermo Kahlo, Frida in abbigliamento maschile, 1926

L’evento più significativo della giovinezza di Frida fu un grave incidente per uno scontro tra un tram e il pullman sul quale lei viaggiava col fidanzato Alejandro. Era il 1925. L’investimento ebbe sul corpo di Frida effetti devastanti. Riportò la frattura della colonna vertebrale in tre punti, del bacino in tre parti, undici fratture alla gamba sinistra, lo schiacciamento del piede destro, un corrimano del pullman le attraversò il ventre da parte a parte. Subì innumerevoli interventi chirurgici e dovette trascorrere anni a riposo a letto, con un busto di gesso. Una volta in piedi riuscì a camminare, ma dovette sopportare i dolori conseguenti all’incidente per tutta la vita, oltre a non poter avere figli. Fu proprio durante questo periodo di convalescenza che cominciò a dipingere. La famiglia per agevolarla le comprò dei colori e un particolare letto a baldacchino con specchio sul soffitto che le permetteva di specchiarsi. Dipingeva autoritratti nei quali era ben rappresentata con vividezza di colori e incisività delle linee la sofferenza del corpo martoriato.

Scopertasi artista per via della sofferenza, una volta che si riprese dal trauma pensò di sottoporre le sue opere al vaglio di Diego Rivera, famoso pittore messicano per averne un parere. Frequentandosi Diego e Frida si innamorarono l’uno dell’altra e Diego introdusse la sua amata nell’ambiente culturale messicano e politico comunista. Questa coppia d’artisti formerà fino alla morte di Frida un singolare e discusso connubio, vissuto tutto a loro modo, nell’autonomia reciproca (vivevano in case separate collegate da un ponte), nei frequenti tradimenti di Diego ai quali corrispondevano gli innamoramenti di Frida con coinvolgimento anche erotico (e pare anche sessuale) per donne autodeterminate, forti e indipendenti come Tina Modotti la cantante Chavela Vargas e per uomini tra i quali Lev Trotsky  e Andrè Breton.

Le tensioni  con Diego giunsero al culmine quando lui tradì Frida  con la sorella di lei  Cristina. Frida pretese il divorzio, ma appena un anno dopo Diego e Frida si riavvicinarono. Lui alto imponente e corpulento appare nelle foto che li ritraggono insieme massiccio e predominante rispetto a Frida snella e piccola. Eppure lui amava di lei proprio questo aspetto androgino e sottile e lei in lui quella carnalità prorompente che riempie.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Nickolas Muray, Diego e Frida, 1939.

Frida seguì per tutta la vita la sua passione per la pittura, per Diego, per il comunismo e il folclore messicano. Si raffigurava nei suoi piccoli autoritratti (prediligeva il formato 30×37) vestita con gli sgargianti colori degli abiti tradizionali. Famose le sue acconciature complicate di trecce e fiori nei capelli, collane e bigiotteria appariscente. Viene raccontata come una donna piena di vita, intelligente, allegra, che amava alcool, droga e sigarette, feste con gli amici.

Oggetto dei suoi quadri sarà soprattutto se stessa, dirà che ciò avviene perché, trascorrendo molto tempo da sola, è il soggetto che conosce meglio. Osservare i suoi dipinti significa penetrare il vissuto e complesso mondo dell’artista, dall’infanzia all’incidente che la segnò per la vita,  dall’amore per Diego ai tormenti del corpo, dal dolore per l’aborto subito all’attenzione per le istanze sociali del suo popolo. Frida nei suoi quadri rappresenta i suoi capelli, i suoi peli e cuore, le sue viscere esposte, la colonna spezzata che sostiene il suo busto. Per inquadrare la sua opera si è parlato di simbolismo e di surrealismo, e dapprima Frida sembrò accogliere questo accostamento, definendo il surrealismo come l’espressione artistica che fa aprire l’armadio dove a sorpresa si trova un leone invece delle previste camicie. Poi lo rinnego` affermando “credevano dipingessi i miei sogni e invece ho sempre dipinto la mia realtà” .

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Frida Kahlo, Le due Fride, 1939

Nel 1953 il Messico le dedicò una mostra alla quale poté partecipare su un letto a baldacchino, trasportata sul luogo in ambulanza. Un anno dopo morì, alcuni dicono per l’abuso di farmaci, altri per un’embolia polmonare. Aveva appena quarantasette anni. Oggi è la più famosa pittrice messicana, popolare in tutto il mondo. Della sua pittura diceva «La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno. Dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza altre considerazioni.»

What-the-Water-Gave-Me-1938-by-Frida-Kahlo-2

Cosa ho avuto dall’acqua, 1938, Frida Kahlo

 

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VERSO UNA NEUTRALITÀ DELLA LINGUA/Come evitare le forme sessiste nella lingua italiana

08 lunedì Apr 2019

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, CULTURA E SOCIETA', La società

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Arte matita di Visoth Kakvei.

Dell’importanza socio-politica della lingua ci si è resi conto da qualche tempo: solo nell’ultimo ventennio tuttavia, con il risveglio della coscienza femminista, con il moltiplicarsi di studi e approfondimenti sulla differenza di genere, si è cominciata ad acquisire consapevolezza di quanto e come la nostra lingua sia ricca di forme sessiste, che rispecchiano radicati valori patriarcali. Ciascuno di noi crede di poter controllare e manipolare la lingua secondo i propri bisogni e i propri scopi mentre è la lingua stessa che spesso ci parla, ci condiziona e produce effetti discriminatori e riduttivi nei confronti delle donne perché spinge a utilizzare lessemi, formule, immagini stereotipate. Diversi sono gli aspetti di problematicità che emergono nel corso del discorso.

Secondo la teoria elaborata nei primi del Novecento da Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, il linguaggio influenza il pensiero e la nostra percezione della realtà. Questo modello ha preso il nome di “relativismo linguistico” a rilevare come il pensiero divenga “debole” in relazione alle possibilità “forti” che assume la competenza lessicale. La lingua rispecchia la società e la cultura in cui siamo immersi, ordina la realtà, la forma e la modella determinando e caratterizzando il modo di pensare comune: data la sua natura convenzionale, è facile dare per scontato il consenso al codice. Tra l’uomo e la realtà non c’è contatto diretto ma tutta una mediazione simbolica costituita da categorie percettive e concettuali, rappresentate appunto dalla lingua, dal mito, dalla religione, dall’arte; tale mediazione condiziona e guida la nostra visione della realtà, non a caso Cassirer aveva definito l’uomo “animale simbolico”. Recenti studi sui processi cognitivi hanno dimostrato che il nostro cervello pensi attraverso etichette linguistiche: anche quando non c’è chiesto di nominare gli oggetti, immediatamente dopo l’attivazione di aree cerebrali preposte alla visione, si attivano quelle preposte al linguaggio; di conseguenza elaboriamo pensieri e ricordi per mezzo del linguaggio verbale. La lingua segue di pari passo l’evoluzione della società, è un sistema di segni e regole che si trasformano nel tempo, essendo “una sovrastruttura, che nasce esclusivamente attraverso un processo naturale di sedimentazione a ritmo lentissimo…” [Devoto] Fino a un secolo fa affinché un neologismo si affermasse, occorrevano tempi lunghi, nella società odierna invece é sufficiente un gruppo di trasmissioni televisive perché s’impongano in breve tempo diverse novità linguistiche. La lingua italiana presenta un alto grado di androcentrismo: tutto il patrimonio linguistico è organizzato intorno all’uomo. Sembrerebbe che in primo luogo sia avvenuta la cancellazione del femminile, poi la strutturazione secondo modelli che si riferiscono al maschile, successivamente la reintroduzione del femminile come variante. Si tratta di uno dei tanti condizionamenti che la donna ha dovuto tollerare per secoli. Per rendersene conto basta leggere i saggi della De Beauvoir, della Greer, dell’italiana Elena Gianini Belotti, che, nel 1970 scrisse il saggio “Dalla parte delle bambine” edito da Feltrinelli, sul condizionamento operato dalla scuola, dalla famiglia e dal contesto sociale sulle bambine. Il maschile assume i connotati di razionalità e concentrazione, il femminile diventa simbolo d’irrazionalità ed emotività, caratteristiche che ostacolano la conoscenza. Ne consegue la sua svalutazione. Anche nella costruzione della propria soggettività le bambine si sottovalutano mentre l’autostima da parte dei bambini appare esagerata. La stessa identificazione di genere e di conseguenza anche la scelta di giochi e giocattoli avvengono nell’età compresa tra i 2 e i 12 anni. In Francia il dibattito sulla questione di genere applicata alla lingua è talmente acceso e sentito che il ministro dell’Istruzione Vincent Peillon e la ministra dei Diritti delle donne Najat Vallaud Belkacem hanno ideato un programma scolastico contro il sessismo, Abcd de l’égalité, destinato alle scuole del primo ciclo. Linguisti e studiosi della lingua affermano che il genere grammaticale e il sesso non andrebbero confusi ma è innegabile che le parole riferite a uomini siano di genere maschile mentre quelle riferite a donne siano di genere femminile tranne che per poche rare eccezioni (es. la sentinella). Ora la dicotomia maschile/femminile è ovvia e necessaria; il problema però è che tale dicotomia non divide il mondo in due zone di pari poteri e importanza, mediante forme linguistiche stereotipate si rafforza la posizione di potere dell’uomo e la subalternità della donna nella società. Nelle coppie oppositive uomini e donne, ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, avviene sempre la precedenza del maschile affermandone la preminenza linguistica, un po’ come nei contrari il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il vero e il falso, ecc. Secondo le regole grammaticali, alla presenza di una serie di nomi femminili e maschili, gli aggettivi, i sostantivi, i participi passati si concordano al maschile per assorbimento del femminile, anche quando c’è prevalenza di nomi femminili. Il fondamento androcentrico della lingua si ritrova anche nell’indicare le professioni, con facilità si utilizzano le forme cassiera, cameriera, infermiera, parrucchiera, riferite alle donne ma, nel momento in cui si passa a definire la professionista con laurea, emergono le incertezze e allora le forme ingegnera, prefetta, sindaca appaiono inconsuete e poco credibili, anche perché la presenza femminile in queste funzioni è ancora limitata. Se invece si fa riferimento a termini con il suffisso –essa come professoressa, (attestato per la prima volta nel 1881, nella Sintassi italiana dell’uso moderno di Raffaele Fornaciari) e dottoressa (utilizzato nel sonetto “La mi’ nora” di G.G. Belli del 1834), è evidente che tali resistenze linguistiche sono crollate miseramente e i termini risultano giustamente  riscattati. C’è anche chi sostiene che termini come preside, deputato, notaio, ministro indichino ruoli e funzioni senza alcun riferimento di genere. La tesi è accettabile per lingue che non attuano distinzioni morfologiche di genere, non dunque per l’italiano. Il suffisso –trice oggi usato, dà luogo a forme regolari e diffuse come senatrice, direttrice. Il suffisso –tora invece è stato spesso utilizzato per indicare professioni riferibili a una sfera sociale bassa come pastora, fattora. Molte professioniste preferiscono il titolo al maschile per trasmettere maggior rigore e serietà: tale svalorizzazione instaura una relazione psichica di dipendenza dagli uomini. Va evidenziato anche il peso diverso di alcuni aggettivi o sostantivi se riferiti a uomini o a donne. Serio ha un significato diverso rispetto a seria così come onesto/onesta, pubblico/pubblica, ecc. La disimmetria semantica intende più o meno consapevolmente richiamare la volontà di controllo sociale del corpo delle donne e del loro comportamento sessuale. Anche con aggettivi epiceni (uguali al maschile e al femminile), in molti casi, si usa l’articolo maschile quando si tratta di cariche di prestigio (Es.: il Presidente della Camera Laura Boldrini). Talvolta interviene addirittura il modificatore donna anteposto o posposto al nome base (Es.: donna sindaco oppure ministro donna, ecc.) istituendo così altre forme disimmetriche: la donna sindaco deriva infatti dal sintagma «la donna che ha la funzione di sindaco», così come il «sindaco donna» deriva dal sintagma «il sindaco che (però) è donna»; spesso, il modificatore appare ingiustificato perché basterebbe l’articolo a specificare il genere. Altre forme discutibili sono zitella e scapolo; nel linguaggio burocratico si utilizzano rispettivamente nubile e celibe ma, mentre per zitella s’intende una donna nubile, di età avanzata e si usa in senso ironico o dispregiativo, scapolo si utilizza con riferimento agli aspetti più invidiabili della libertà maschile nei rapporti con la donna o con riferimento alla solitudine. Fortunatamente espressioni come “prendere moglie”, “portare all’altare” che ricalcano sempre lo stesso stereotipo, sono ormai anacronistiche. Anche il termine maschile / femminile ha una diversa connotazione: mentre è normale dire “una donna molto femminile”, non lo è allo stesso modo per l’uomo, mai sentito, infatti, “un uomo molto maschile”, semmai virile. Perfino nelle metafore non c’è reversibilità: esiste la “mangiatrice di uomini” ma non “il mangiatore di donne”, allo stesso modo l’espressione “gambe mozzafiato” si usa esclusivamente per la donna. Tra stereotipi e clichés c’è anche il pregiudizio della “piccolezza” della donna, che appare finalizzato a far passare la donna per una creatura fragile e indifesa, bisognosa di una figura maschile che le faccia da protettore. È vero che in molte razze la femmina è più piccola del maschio ma da qui ad estendere questa caratteristica anche agli aspetti intellettuali e morali ne passa. Anche l’abbigliamento femminile è descritto attraverso diminutivi o vezzeggiativi mentre mai si parlerebbe del cappellino o della giacchina di un uomo se non con intenti caricaturali. Grande responsabilità riveste infine la figura dell’insegnante nello sviluppare il senso critico delle nuove generazioni, e del giornalista, protagonista indiscusso del processo di mutamento del patrimonio linguistico, del suo arricchimento o, in alcuni casi, peggioramento. Non a caso, quando i mass media trattano un personaggio femminile, focalizzano l’attenzione sulla femminilità del soggetto anziché sul suo comportamento, positivo o negativo che sia, scatenando sentimenti di diffidenza, poiché occupa un particolare ruolo. Anche nelle interviste la formula prevede sempre domande personali, sulla famiglia, i figli, le relazioni, la difficoltà o meno di conciliare il lavoro con le esigenze familiari. Dopo diversi anni di lotte di emancipazione che hanno senza dubbio inciso sull’assetto sociale e politico, il linguaggio della stampa e la lingua quotidiana non si sono completamente adeguati ai cambiamenti avvenuti. La donna continua a essere la grande “esclusa” dalle pagine dedicate alla politica e all’economia, mentre comincia ad affermarsi in quelle dedicate alla cultura e allo sport; emerge con facilità invece nella copertina e nelle immagini pubblicitarie. Nelle riviste femminili spesso gestite da donne, non solo la donna è finalmente presente  ma anche il linguaggio utilizzato non è più patriarcale. Tra i molti cambiamenti linguistici avvenuti in questi anni, diversi sono derivati da una precisa azione socio-politica, l’abolizione ad es. di termini come spazzino, serva, giudeo, negro, è stata accettata e assorbita perché non si vuol essere considerati classisti o razzisti; allo stesso modo si dovrebbe giungere a evitare forme linguistiche discriminatorie per non essere tacciati di sessismo. Tutte le forme sopra suggerite sono anch’esse frutto di un’ideologia dichiarata, non più solo di diritti ma di valori laddove “parità” significhi legittimare la differenza e diventi possibilità concreta di sviluppo e realizzazione per tutti, pur nella diversità.

© Deborah Mega

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1970

Raffaelle Fornaciari, Sintassi italiana dell’uso moderno, Firenze, G.C. Sansoni Editore, 1881

Giuseppe Gioachino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a cura di Marcello Teodonio, Ed. integrale, Roma, Grandi tascabili economici Newton, 1998, 2 voll.

Commissione Nazionale per la Parità e le pari opportunità tra uomo e donna, Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, con la collaborazione di Marcella Mariani, Edda Billi, Alda Santangelo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1993, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

*articolo già pubblicato da l’Estroverso a questo indirizzo: https://www.lestroverso.it/verso-una-neutralita-della-lingua/

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Grandi donne: Ipazia

08 venerdì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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Grandi Donne, Ipazia, Ipazia di Alessandria

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

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Oggi dedico l’articolo delle grandi donne a Ipazia, scienziata dell’antichità, barbaramente uccisa. Questa scelta segue precedenti scelte di raccontare la grandezza delle donne. La prima donna della quale ho parlato in questa rubrica ha compiuto una scelta coraggiosa, autonoma di dignità e rivoluzione, rifiutando il matrimonio riparatore: è la siciliana Franca Viola. La seconda a cui ho dedicato il pensiero è un’artista che alla canzone e musica ha dedicato la sua vita: Mia Martini, ingiustamente boicottata dai suoi simili. Oggi è l’otto marzo, giorno del 415 d. C. nel quale qualcuno colloca la data la morte di Ipazia, la terza donna a cui Limina mundi intende fare omaggio. Ipazia non solo realizza assieme alle altre due la perfezione di una trinità di grandezza: umana, artistica, scientifica, a dimostrare, se mai ce ne fosse bisogno, che la donna può brillare non meno dell’altra metà del cielo in ogni ambito, ma è anche una donna che ha pagato con la vita la sua dedizione alla scienza, all’insegnamento, l’ammirazione che suscitava.

Sappiamo poco di Ipazia, soltanto ciò che le fonti antiche tramandano. Le riporto perché spiegano certo meglio di come potrei fare io la grandezza di Ipazia.

Pallada, poeta e grammatico greco vissuto ad Alessandria d’Egitto nel V secolo, le dedica questi versi:

 

Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
astro incontaminato della sapiente cultura

Isidoro di Damascio, filosofo neoplatonico, ultimo direttore della Scuola di Alessandra vissuto dal 480 al 550 racconta nella “Vita di Ipazia” quanto segue: “Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.” Vestendo il mantello del filosofo pubblicamente commentava le opere di Platone, Aristotele e altri filosofi con chiunque volesse ascoltarla, godendo di rispetto e stima in tutta la città. Casta, virtuosa, giusta, volle restare single, respingendo anche un suo studente che si era si innamorato di lei. Aveva un eloquio ricco era prudente e civile nei suoi atti “La città intera l’amò e l’adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l’invidiarono” Accadde che un giorno Cirillo, “vescovo cristiano e quindi di fazione opposta a quella di Ipazia ch’era pagana “passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c’era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare. Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso”

Eco del racconto di Damascio quello di Socrate Scolastico, avvocato vissuto dal 380 al 450 che riporta la vita di Ipazia nella sua Historia Ecclesiastica “Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Aveva padronanza di modi e di parola, intelligenza e appariva in pubblico, davanti ai magistrati e alle riunioni di uomini” i quali “tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l’ammiravano grandemente”. Fu vittima della gelosia politica del popolino cattolico che pensò fosse lei ad ostacolare i rapporti tra Oreste, prefetto di Alessandria e Cirillo, vescovo cattolico. “Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un’imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l’assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.” …”Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima” E su questa annotazione di Socrate scolastico si fonda la suggestiva ipotesi che l’omicidio sia avvenuto il giorno dell’otto marzo. 

Anche il vescovo cristiano Giovanni, racconta di Ipazia nella sua Cronaca, ma la accusa di aver prodotto incantesimi per cui la folla inferocita, guidata da Pietro il magistrato, la uccise con ferocia, per come ci raccontano le altre fonti, ma, a suo dire,  lo fece perché vittima dei suoi incantesimi. 

Queste e altre fonti tramandano quindi il brutale assassinio di una donna libera, colta, intelligente, una scienziata dell’antichità, filosofa e astronoma, che aveva scelto la via della conoscenza, superando gli uomini per la sua esclusiva grazia, ma anche per la profondità del sapere, al punto di aver acquisito una visibilità, carisma e rispetto che le attirò l’odio degli avversari politici. Per giungere a tanto furore, si comprende che il clima politico di Alessandria a quei tempi era denso di odi e faziosità; il cristianesimo che sia stava affermando come religione prevalente era una bandiera all’insegna della quale commettere atrocità che per assolutezza del potere, restavano sostanzialmente impuniti. Non fu punito nessuno per l’assassinio di Ipazia, anzi il vescovo Cirillo, da varie fonti indicato come mandante ispiratore, fu proclamato santo. Ciò avvenne perché la supremazia di Cirillo perdurò per svariati decenni. Di contro Ipazia appare come una musa del sapere sacrificata all’altare dell’odio. Perché donna e avversaria politica, geniale e autorevole, una figura che rappresentava un affronto al potere maschile religioso che intendeva dominare incontrastato sulla città.

Non possiamo quindi non ricordare la grandezza di Ipazia, che nonostante i secoli trascorsi e il tentativo dei suoi assassini di distruzione del corpo e delle opere, continua a brillare per fascino superiore e limpido, accresciuto dal sigillo dell’uccisione. Quasi un marchio di martire pagana contraltare ai martiri cristiani. Questi morti per affermare, con la testimonianza del sacrificio della vita, la forza della religione, lei uccisa per lo splendore della cultura dei classici dei quali era portavoce e cultrice, erede e prosecutrice. La sua morte segna la distruzione, attraverso la sua persona, della tradizione di ricchezza e dialogo culturale del passato, del “vecchio” per fare posto a un ordine nuovo, diverso e intransigente. Lei è la prima di una lunga serie di streghe condannate al rogo,  ma, come spesso accade, la morte di Ipazia non segna la fine della sua fama. Al contrario la alimenta nei secoli per giungere fino ai nostri giorni e permetterci una lettura “dalla parte delle donne” della sua drammatica vicenda.

Ipazia non è stata uccisa solo perché esponente politica, ma lo è stata anche in quanto donna che osava disinvoltamente e con successo muoversi in campi: scienza, astronomia, matematica, filosofia, riservati tradizionalmente agli uomini, menti considerate più razionali delle donne, idonee invece ad occuparsi soltanto della casa e della famiglia. Già 1600 anni fa esisteva il germe della discriminazione che ha tarpato le ali a milioni di donne nel tempo e nel mondo aventi testa e cuore sufficienti per raggiungere vette di conoscenza e d’arte.  Nel che sta la profonda ingiustizia della discriminazione di genere, che ancora perdura, pur nella luce di tante battaglie dirette alla parità, vinte e mai del tutto consolidate: il diritto al voto, a possedere beni, a disporre del proprio patrimonio, a studiare, a lavorare e a lavorare nell’ambito sentito, scelto dalla singola donna come a lei più congeniale, il diritto ad occupare posti di responsabilità e comando nelle gerarchie delle organizzazioni.

Luzi, Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Calvino, Leopardi, Monti, Pascal Eco, alcuni nomi  di grandi autori che si sono occupati di Ipazia. Le sono stati dedicati interi libri, tra gli altri: il romanzo di Caterina Contini Ipazia e la notte, Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo di Petta e Colavito, Ipazia. La vera storia di Silvia Ronchey e di recente il film “Agorà” del regista Alejandro Amenábar .

Lunga vita a Ipazia.

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Grandi donne: Mia Martini

22 venerdì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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cantante italiana, Grandi Donne, Mia Martini

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

“La gente è strana.” Cominciava così “Almeno tu nell’universo”, una tra le più belle canzoni della musica leggera italiana, capolavoro della cantante Mia Martini, al secolo Domenica Rita Adriana Bertè, sorella dell’ancora vivente Loredana Bertè, anch’essa cantante, e di altre due sorelle che completavano una tradizionalista famiglia calabra.

“La gente è strana.” Niente di più vero, almeno per Mia Martini, detta Mimì. Particolarmente strana poi la gente di spettacolo, così bisognosa di successo e platea da credere alle idiozie, alla sorte avversa, ai tarocchi e chiromanti, così superstiziosa da dedicarsi agli scongiuri. Girò in quegli ambienti per qualche tempo intorno agli anni 80 la diceria che Mia portasse sfortuna, peggio del colore viola, cominciarono a rifuggirla, isolandola nella maldicenza. Inizialmente Mia non dette alla cosa molto peso, ma quando la cattiva fama giunse al punto che la pregavano di non partecipare alle manifestazioni perché altrimenti si sarebbero defilati tutti, si arrese e ritirò dalle scene. Per qualche anno, poi tornò alla grande alla ribalta, partecipando alla trentanovesima edizione del festival di Sanremo, proprio con “Almeno tu nell’universo” nel 1989.

La verità dell’origine di questa vicenda è quella che lei racconta in un’intervista al settimanale “Epoca”:

“Tutto è cominciato nel 1970. Allora cominciavo ad avere i miei primi successi. Fausto Paddeu, un impresario soprannominato “Ciccio Piper” perché frequentava il famoso locale romano, mi propose una esclusiva a vita. Era un tipo assolutamente inaffidabile e rifiutai. E dopo qualche giorno, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavo con il mio gruppo fu coinvolto in un incidente. Due ragazzi persero la vita. “Ciccio Piper” ne approfittò subito per appiccicarmi l’etichetta di porta jella.“

Ebbene oggi Mia, a quasi 25 anni dalla sua morte, ha la sua rivincita, nel non essere stata dimenticata, anzi nell’essere ancora più amata dal pubblico, come testimonia il successo del recentissimo film a lei dedicato “Io sono Mia”,  prodotto da Luca Barbareschi, trasmesso su RAI1 il 12 febbraio scorso. Il film ha avuto un clamoroso seguito di quasi otto milioni di spettatori.

Ho scelto Mia Martini per questa rubrica dedicata alle grandi donne per il coraggio e la solitudine, per il talento purissimo che il tempo ha confermato splendente, perché donna, osteggiata e denigrata in vita, non soltanto dal padre desideroso di vedere la sua secondogenita incanalata in una carriera convenzionale da medico o insegnante o altra canonica professione, ma anche dallo stesso mondo artistico al quale apparteneva, che l’ha emarginata, pentendosi poi della propria ignobiltà.

Raffinata e sensibile interprete di tanti bei testi musicali suoi e di altri, Mia Martini possedeva una voce limpida e intensa, resa poi più roca in seguito a un’operazione alle corde vocali. E’ stata una donna che ha dedicato la vita alla musica e alla canzone, seguendo convintamente, sin da giovanissima, la sua vocazione. All’inizio con uno stile da ragazza ye ye, zingara, figlia dei fiori, diventando nel tempo sempre più sofisticata; nella maturità andava in scena ai festival o nei programmi radiotelevisivi sorridente ed elegante, in mise di tessuti mobili e fluenti, sul corpo snello o con luccicanti e griffati abiti da sera.

Un mistero la sua morte ad appena 47 anni. Fu trovata nella sua casa in provincia di Varese, sul letto in pigiama, con gli auricolari. Si è parlato di overdose di cocaina, poi di arresto cardiaco. La sorella Loredana ha gettato ombre sulla figura del padre a causa di lividi sulla salma. Tutte le sorelle escludono il suicidio. Si racconta inoltre di un violento litigio tra il padre e Loredana nella camera ardente prima del funerale di Mia. Il padre tuttavia ormai è morto, il corpo di Mia Martini cremato, non c’è modo di approfondire il mistero.

Restano però i ricordi, le canzoni e interpretazioni, le interviste, gli indimenticabili successi di Mia Martini: Padre davvero, Donna sola, Minuetto, Piccolo uomo, Donna con te, Almeno tu nell’universo, Che vuoi che sia, E non finisce mica il cielo, Cummè, La nevicata del ’56, Gli uomini non cambiano.

L’imprinting nell’anima di Mia è avvenuto di certo per l’azione del padre, raccontato da tutte le figlie come violento, che, senza volerlo affatto, ha forgiato l’artista che la figlia è poi diventata, generando prima e rafforzando poi il suo innato spirito malinconico, intriso di solitudine e gonfio di contestazione verso la figura maschile, egoismo e possessività che la caratterizzano e contro la società maschilista e ipocrita. Anche la carcerazione di Mia avvenuta nel 1969 a Tempio Pausania per 4 mesi, accusata del possesso di una sigaretta di marjuana – accusa dalla quale sarà poi scagionata – segnerà profondamente l’artista, tant’è che in carcere tenterà anche il suicidio. Infine Ivano Fossati è stata un importante figura maschile nella vita della cantante, una storia d’amore durata dieci anni. Da essa sono nate collaborazioni musicali e il testo di “E non finisce mica il cielo” scritta da lui per Mia.

Riporto in testa a questo articolo il video di “Almeno tu nell’universo” e in fondo alla pagina l’intervista di Mia Martini e del padre condotta da Marisa Laurito a “Serata d’onore”. Nel video, oltre al vago sentore delle tensioni sotterranee tra padre e figlia, emerge con chiarezza la grazia e lo charme di Mimì in contrasto con il piglio critico del padre, il cui tono leggero non riesce a mascherare la natura autoritaria, apparendo egli al confronto della figlia, rigido e rozzo.

Ebbene al bilancio finale è bello poter dire a Mimì sei tu che hai vinto. Su tutti.

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Grandi donne 1: Franca Viola

07 giovedì Feb 2019

Posted by Loredana Semantica in Grandi Donne

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delitto d'onore, Franca Viola, Grandi Donne, matrimonio riparatore

Da tempo la rubrica grandi donne creata su questo blog attende contenuti. Questa che segue ne è l’introduzione.

Tutte le donne sono grandi, hanno l’importante e gravoso compito di accogliere la vita e accompagnare la morte. Per la coraggiosa capacità di immersione nei doveri e nei sentimenti, per essere custodi della famiglia e della vita, le donne sono grandi tutte. Alcune però operando su fronti diversi: sociale, scientifico, professionale, artistico ecc. ottengono risultati per i quali meritano ulteriormente d’essere ricordate, perché la loro grandezza ha prodotto bene a favore della società del loro tempo e del futuro, persino a favore di tutta l’umanità. Questa rubrica è dedicata a loro.

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Franca Viola

Mi piace cominciare questa rubrica con un articolo dedicato a Franca Viola, un bel nome per una bella ragazza del profondo sud, capelli scuri, pelle bianca. Mi piace cominciare da Franca Viola perché è siciliana, come me, perché penso che la Sicilia, bellissima terra, da molti considerata retriva, è spesso culla delle più sorprendenti reazioni e balzi progressisti. Infatti Franca Viola, vittima di un fatto di cronaca, ha ribaltato la sua posizione ed  è diventata simbolo di tempi nuovi, provocando riflessione sociale, condivisione e solidarietà tali da indurre un’importante modifica normativa nel nostro sistema di leggi.

La storia la conoscono in molti. Brevemente la riepilogo per come la ricordo. Siamo nel 1947. Franca Viola viveva ad Alcamo in provincia di Trapani, aveva 17 anni all’epoca dei fatti. Era stata per qualche tempo fidanzata col figlio di un boss locale, ma quando il fidanzato fu accusato di furto, Franca Viola lo lasciò, d’accordo coi genitori, prefendogli un compagno di classe del quale si era innamorata. Il fidanzato abbandonato non accettò il benservito e con l’aiuto di 12 uomini, rapì Franca Viola insieme al fratellino minore, rilasciando quest’ultimo dopo un paio di giorni e trattenendo Franca Viola per 8 giorni, abusando psicologicamente e sessualmente di lei. L’idea dell’uomo era di far passare la vicenda come una “fuitina” consensuale. Quella fuga d’amore diretta alla consumazione del rapporto che all’epoca era praticata in molti casi perchè sopperiva a varie necessità della coppia, ad esempio mettere i genitori contrari davanti al fatto compiuto, celebrare un matrimonio in economia, ecc. Solo che in questo caso l’accordo non c’era, ma lo stupro sì.

Le norme all’epoca “graziavano” chi si fosse macchiato del delitto di stupro per la seguente formulazione dell’art. 544 del codice penale del 1920

“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Una volta rilasciata però Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore, sostenuta dal padre Bernardo e dall’avvocato Ludovico Corrao, affrontò il processo che si concluse con la condanna dello stupratore a 10 anni di reclusione. Questi uscito dal carcere fu ucciso. Franca invece sposò l’uomo che aveva scelto e con lui visse serenamente la sua esistenza, avendone due figli.

Non c’è niente di straordinario in quello che ha fatto Franca Viola, semplicemente una donna che ha seguito il proprio cuore, è lei stessa che dice così. Amava un altro, aveva subito violenza, non poteva accettare l’autore di questa violenza come sposo, piegandosi alla convenzione sociale che sposarsi era l’unico modo per “salvare il proprio onore”. Non poteva sposare un uomo che disprezzava. Chissà quante altre prima di lei avevano dovuto sottostare a questo ricatto, vittime due volte: dello stupro e poi anche del sacrificio di se stesse all’altare dell’onore, al legame matrimoniale non voluto.

Bella la figura di Franca che si oppone alle convenzioni, alle maldicenze, che accetta di essere qualificata come “disonorata” pur di essere libera e non soggiogata al maschio oppressore, coraggiosa perché oltre che violento, maschio e oppressore, l’antagonista appartiene ad una famiglia mafiosa locale dalla quale è intuitivo aspettarsi ritorsioni. Tant’ è vero che alla rottura del fidanzamento il padre di Viola aveva già subito minacce e danneggiamenti alle proprietà.

Dietro Franca Viola la bella figura del padre, un padre forte e coraggioso che per amore della figlia si oppone alla violenza, lo raccontano bene le parole della stessa Franca che ha concesso un’intervista il 27 dicembre 2015 a “la Repubblica” e dice riferendosi al momento dell’incontro tra lei e il padre dopo il rapimento.

Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana:

“non potevo radermi se non c’eri tu” mi disse

“cosa vuoi fare, Franca?”

“non voglio sposarlo!”

“va bene: tu metti una mano io ne metto cento.”

Questa frase mi disse.

“basta che tu sia felice, non mi interessa altro”

Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta.

Il coraggioso no di Franca Viola, al quale fanno eco il coraggio di suo padre e del suo futuro marito che si opposero all’arroganza della delinquenza, fu il primo segno che la normativa del “delitto d’onore” aveva fatto il suo tempo,

Questo il testo dell’art. 587 del codice penale Rocco del 1920 sul delitto d’onore:

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

A questo si ricollegava l’articolo 544 che ho riportato sopra sul cosiddetto “matrimonio riparatore”.

La vicenda di Franca Viola fece molto scalpore e il processo giudiziario che ne seguì ebbe molto seguito. L’opinione pubblica si schierò dalla parte di Franca, ammirandone coraggio e dignità. Altre ragazze seguirono il suo esempio, non soggiacendo a violenza e imposizioni umilianti per aver salvo l’onore e da quel primo no iniziò il processo di evoluzione normativa che portò all’abolizione della norma sul delitto d’onore e della norma corollario sul matrimonio riparatore. Ci vollero però oltre trent’anni di tempo per vedere tradursi in norme la soppressione degli articoli 544, 587 e degli altri che qualificavano lo stupro come delitto contro la morale e l’omicidio di coniuge, figlia o sorella e relativo amante come delitto d’onore, e, pertanto, meno grave Disposizioni di legge che stigmatizzavano indirettamente la donna come essere funzione dell’uomo, del suo onore e volontà, prescindendo dalla dignità e autodeterminazione della donna stessa.

Franca Viola così è finita sui libri di storia, ha ricevuto nel 2014 al Quirinale l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e oggi è qui, su questo blog, ad inaugurare una rubrica che esalta il coraggio e il valore delle donne.

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I due vomeri

01 martedì Mag 2018

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', La società, SINE LIMINE

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Un dì d’autunno un vomere,
fattosi per lungo ozio rugginoso,
vide il fratel tornarsene
dai campi luminoso,
e domandò curioso:
“Sopra la stessa incudine
fatti, e d’un solo acciaro,
io sono pien di ruggine,
tu sì pulito e chiaro:
chi mai ti fé sì bello?”.
“Il lavoro, fratello”.

Cesare Betteloni

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IbridaMenti (n° 1 di Roberto R. Corsi)

30 lunedì Apr 2018

Posted by Loredana Semantica in IbridaMenti, LETTERATURA

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Roberto R. Corsi

Ciò che rende speciale il Web è la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro con un semplice clic del mouse sfruttando i collegamenti ipertestuali. In questo modo, senza aver ben chiari i meccanismi che regolano le connessioni né tantomeno i percorsi battuti, càpita a volte navigando per il web, di imbattersi in post meritevoli di lettura e attenzione. Tali risorse offrono spunti di riflessione, da fissare per evitare che si smarriscano nei meandri virtuali della rete, da custodire con cura come quando si trova qualcosa di prezioso su cui ci si propone di tornare dopo, con calma, diventano riserve da ammassare contro l’inverno dello spirito, parafrasando la Yourcenar. Queste ci sembrano ottime motivazioni per dare vita a IbridaMenti, un’altra rubrica di Limina che si propone di diffondere e conservare, tramite la condivisione, i post più interessanti di soggettività critiche, collettive, lungimiranti.

“Narciso e Pennadoro”: (aspettando di) risolvere il conflitto psicologico del poeta

articolo tratto da qui

Conduco una vita ritirata per una serie di motivi, il primo dei quali è che non ho un briciolo di autostima sin da ragazzo. Il secondo è che, per il classico schema della profezia che si autoavvera, avere poca o punta autostima sin dalla giovane età mi ha portato a non combattere per affermarmi, dunque… a non affermarmi. Perciò adesso ho ancora meno autostima o energie per le residue sfide. Una frase attribuita a Pessoa lo esprime al meglio: Porto addosso i segni delle battaglie che non ho combattuto.
Per fortuna ho delle reti di protezione (la famiglia; un diamante cucito dentro l’avambraccio per le emergenze… ah no, quello era Redford in un film), ma temo che le maglie di questa rete si stiano deteriorando.
Il terzo motivo è che non mi piace come sto vivendo e quindi, in attesa di poter eventualmente cambiare, non amo propormi all’esterno, parlare di me, rispondere a domande sempre piuttosto ficcanti, talora studiatamente destabilizzanti. Dovrei imparare dalle mie ex l’arte di cambiare discorso, che pratico ancora male.
Il quarto è che non sono stato neppure troppo fortunato, collezionando, quasi tutte le volte che mi sono affacciato timidamente al mondo, una serie di giudizi ed epiteti piuttosto che fiducia nelle mie capacità: apicalmente, «pagliaccio», «omuncolo», «impostore», «impotente ingannatore», incapace di amare ma solo di porre in essere una «pallida imitazione» di amore. Non tutti, peraltro, avevano torto. Mi sarebbe servita una keynesiana iniezione propulsiva trivalente di affetto, amore e sesso sconsiderato, soprattutto in età liceale.
Ma il fato così non volle.


Detto questo, non voglio ammorbarvi oltre con le mie disgrazie. Questo cappello introduttivo rientrerà in gioco più tardi. Ora mi serve soltanto per spiegare che il mio atteggiamento ritirato ed elusivo si riflette anche sulla mia vita di (presunto) scrittore.
C’è stato un periodo, diciamo dal 2007 al 2011, in cui credevo nella “gavetta”, inanellando scritture e presentazioni gratuite che, come sagacemente è stato fatto notare, ti portano solo ad avere più richieste per ulteriori collaborazioni gratuite. Forse la remunerazione per quel periodo è stata l’endorfina di “sentirsi vivo, al centro di qualcosa” (autocit.): attestati di stima, invii librari, qualche applauso, qualche presenza nei lanci di stampa. La mia ragazza di allora, nerovestita, geek appetitosa, si sedeva in prima fila e, alla fine, si lasciava presentare con un sorriso ironico come “la moglie del critico”, poi tornavamo a casa e facevamo l’amore. Ma ora (lei non c’è — è “quella dell’incapace di amare” — e) questa sensazione egocentrica è effimera come un gas, non basta più.

Contemporaneamente, infatti, la considerazione verso la mia scrittura non è decollata. Ho rimarginato gli errori di “gioventù”, errori forse segnanti. Ma non ho riscontri editoriali seri. E la gente non mi legge. A volte, manco gratis. Semplicemente, la mia scrittura non è richiesta. A meno che non diventi ancillare, recensendo/mettendosi al servizio di un autore magari ben radicato in rete: e allora il contatore s’impenna coi tag, con i pingback, con i commenti e con i like (che sono sempre e comunque a lei/lui: tu scrivi un saggio su John Doe e il commento standard di chi conosce lui è «Grande John»; raramente «bravo questo studioso del Grande John». Fateci caso: nessun reale engagement, nessuna volontà di andare oltre l’amico e conoscere nuove voci).

Il punto è che ho preso atto e me ne sono tirato fuori, credo di essere coerente. Pubblico ormai quasi solo in rete, realizzo ebook gratuiti per i miei 24 lettori (uno meno di Manzoni, per reverenza).
Ma non cesso di provare amarezza.
E qualche volta mostro una enorme ingenuità, spedendo i miei inediti solo alle grandi case editrici, che non rispondono e probabilmente manco li leggono (una dice di sì, le altre boh). Sì: quelle case editrici lì, quella con lo struzzo, quell’altra col gufetto e così via.

Sogni proibiti (che rimarranno tali)

Questa mossa ad alcuni potrà sembrare perfino arrogante.
Chi si crede di essere questo?
C’è una grande-grande Poeta, ahimè scomparsa un paio di estati fa, che ha scritto una dozzina di libri di poesie di alto livello, ottimamente prefati e pure pregevolmente confezionati.
Bene: con la usuale, fiorentina schiettezza, trattando sul suo sito dei propri libri di ricerca, scriveva: «Premi e riconoscimenti a parte, dirò subito che queste sono le uniche pubblicazioni in volume che non ho pagato». Ergo, per pubblicare tutti quelli di poesia ha pagato.
(Pagato? Fate pagare pure le altissime poete, i vanti cittadini?)
Altre e altri viventi, validi come lei, si arrabattano per una vita con libri, premi e serate, però agli animaletti citati sopra non ci arrivano.
E io, che scrivo con qualità decimale rispetto a costoro, perché dovrei saltare subito all’ultima casella? Chi sono per ribellarmi allo status quo? — penseranno.
Chi sono? Un ingenuo che agisce in base a una considerazione assai capillare delle varie offerte editoriali e, soprattutto, paraeditoriali. Ma pur sempre un ingenuo.


Ingenuità, la mia, che forse è indice di una irrisolta, impossibile, smania di notorietà.
Ma se ho smania di notorietà, perché mi tiro indietro?
Questo è il punto.
C’è un conflitto, e se ne è mirabilmente accorto un amico storico, che ogni tanto — bontà sua — mi usa, sul piano esistenziale, come “ragazza brutta con cui la ragazza bella va a passeggio”… Ma che non manca di ammannirmi benevolmente il suo punto di vista, che in questo caso mi ha aperto la mente. Gli ho chiesto, con apparente leggerezza, come scendere a patti col proprio fallimento come scrittore. Ecco un fermo immagine della nostra chat, con alcune sue parole:

Bersaglio centrato. L’amico opera una dicotomia, ponendo da un lato «narcisismo e ritorno economico», obiettivi che richiedono di essere un «animale da industria culturale» dall’altro una «fuga dal palcoscenico» verso la «intimità del pensiero». In chat seguono esempi macroscopici del suddetto animale industriale, alcuni microesemplari più tristi del quale si possono trovare anche nel piccolo acquario della poesia.
Spicca poi, nell’ultima nuvoletta in basso, il tentativo di risolvere la contraddizione: alla sua radice c’è un bisogno insoddisfatto di accoglimento e di rassicurazione.

Questo tentativo ricostruttivo mi piace e, come ognun vede, coincide apparentemente con la mia storia, con le macerie della mia autostima.
Abbiamo davanti a noi un bivio molto chiaro.
Per inseguire — senza alcuna garanzia di risultato — il successo e il culto della personalità dobbiamo percorrere per forza il sentiero della iper-promozione, del personal branding, della logica di commercio.
Se invece c’interessa un discorso più intimo o, soprattutto, non abbiamo voglia o convinzione nel fare girare la ruota, dobbiamo scegliere una via più introspettiva e lontana dal meccanismo editoriale (che è sempre, non va scordato, un meccanismo imprenditoriale, con le sue ragioni ed esigenze correlate).
Qualunque contraddizione comportamentale, come i miei ingenui invii o il mio malessere, andrebbe indagata nei termini psicanalitici del bisogno primordiale insoddisfatto.

Ciò dovrebbe chiudere il cerchio. Il lettore devoto dovrebbe tornare all’inizio dell’articolo e alla mia simpatica adolescenza stercoraria; io invece dovrei cercare, se non è tardi, di realizzarmi a livello personale e lavorativo. Extrapoetico, insomma. Per avere la forza di mantenere vivo e fluente il mio dilettantismo di scrittura (inteso in senso atecnico-qualitativo, perché in senso tecnico-giuridico quasi ogni poeta è un dilettante) senza sbroccare. Del resto devo ritenermi un privilegiato, perché ho la fortuna di vivere in un’epoca storica in cui è molto semplice, immediato, portare la propria scrittura a conoscenza degli altri mediante internet.


Guido Morselli | img Wikimedia Commons, pubblico domino IT

Ho usato il condizionale: dovrebbe. Perché, man mano che buttavo giù queste righe, sono diventato consapevole che questo mio comportamento letterario schizoide è determinato anche da fattori di distorsione che non si esauriscono nel mio vissuto.
Quello che il mio amico non considera è che, per addivenire a un sano percorso di scrittura che sia avulso dall’industria culturale, con ciò senza uscirne pazzi o in forma non corporale (penso al povero Guido Morselli e alla sua sorte paradigmatica, vitalizio >> insuccesso >> suicidio >> pubblicazione post-mortem), occorre non solo fare i conti con se stessi, ma anche con alcuni “fattori di conflitto” che rendono difficile risolversi nel distacco.

  1. Uno ha una radice sociologica-culturale, ed è il cosiddetto publishing divide: cito ancora Ben Lerner, che, nel suo Odiare la poesia, rileva come la prima domanda che normalmente deve affrontare chi si afferma poeta è «Sei poeta pubblicato?». Ove si sottintende, normalmente, pubblicato in volume cartaceo (quindi molte volte il publishing divide è un digital divideal contrario!).
    La domanda, se posta dal di fuori, avrebbe anche un senso: vorrebbe dire, «Esiste un editore che ha avallato il tuo lavoro?». Il problema è che, con qualche eccezione, i libri di poesia sono in stragrande maggioranza pubblicati col contributo (nominale o in forma di acquisto copie) dell’Autore. E questo ha portato storicamente all’instaurarsi di un business dell’editoria a pagamento: prassi forse non illecita ma che, ex se, non ha a che fare con un giudizio di qualità (o comunque, anche se un editore a pagamento si sforza di fare selezione, all’Autore non sarà mai chiaro del tutto per quale motivo è stato pubblicato).
    Di fronte a questa prassi, molti autori hanno preferito l’autopubblicazione o, semplicemente, il ricorso diffuso a internet. Purtroppo, però, il pregiudizio persiste, declassa questi ultimi e determina in molti di loro, di riflesso, la tentazione di mettere mano al portafogli per essere assunti di diritto alla mistica rosa dei “Poeti PICNIC”® (Pubblicati In Cartaceo, Non Importa Come).
    Bisognerebbe invece fare controinformazione ancora più intensa per smontare questo punto e la sua valenza diffusa. Purtroppo i player della poesia, come si direbbe oggi (non solo autori ed editori ma anche media, portali internet, premi e concorsi letterari con grandi poeti in giuria) non espungono dalla loro considerazione i libri editi con contributo e dunque perpetuano divide e relativo meccanismo di conflitto mentale. La sensazione è di un congegno complesso che si autoalimenta: per usare il gergo satirico di un blog geniale ma fermo: I pagautori di oggi aspirano a diventare gli editeuro di domani.
    Discorso lungo e complesso. Quello che mi interessa evidenziare qui è però unicamente che non risolverò pacificamente il mio distacco finché ci sarà qualcuno che mi nega la qualifica di Poeta oppure mi declassa semplicemente perché non addivengo al meccanismo industriale. La riduzione del conflitto al mio vissuto non tiene conto di questo fattore, che è un fattore essenziale di riconoscimento.
  2. Sul secondo fattore, che forse esaspero, mi soffermo meno. Anche perché è ineludibile. Comporta il fatto che ogni dilettantismo autoimposto (perché è ciò di cui stiamo parlando) è fallace, perché l’essere umano tende a quello che nella storia e sociologia dello sport è chiamato Agonismo programmatico a carattere illimitato.
    Voglio scrivere con sempre maggiore qualità? A questo proponimento dovrà seguire un tempo sempre maggiore dedicato alla scrittura, a scapito del tempo dedicato alla mia fonte di mantenimento, fino a esaurire virtualmente quest’ultimo e dunque dover trarre sostentamento da tempo e attività di scrittura.
    Questo è il processo storico che, nello sport, ha portato dal dilettantismo decoubertiniano al professionismo.
    A meno che non si accetti di contemplare il proprio ristagno, reprimere giocoforza questo istinto, in una società che non remunera praticamente più lo scrittore se non a livelli altissimi, è un atteggiamento razionale ma che ha conseguenze cognitivo-comportamentali pesanti e imprevedibili.

Considerare che la poesia non paga non è sufficiente a saziarci. Saliremo e scenderemo dall’onda dell’autopromozione; ogni tanto ci proclameremo distanti e insensibili al mercato, per poi postare su cento gruppi ogni straccio di recensione internautica, piovuta dal nulla, a qualche nostra poesia; i giorni successivi li passeremo sulle statistiche di accesso; ai loro scarni numeri torneremo al romitaggio, alle gioie del lavoro e della famiglia… fino alla recensione seguente.

L’auspicio, almeno per me stesso, è di risolvere tutti questi conflitti e di ritrovare serenità.

Biografia dell’autore

Roberto R. Corsi (1970) vive tra Firenze e la Versilia. Il suo ultimo libro è “Cinquantaseicozze” (Italic, 2015). Scrive per il portale Perìgeion e dispensa grafomania ed ebook di poesie su vari blog personali e sui social (di solito col nick @rrcorsi).

Il suo sito https://robertocorsi.wordpress.com/

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LA SCQUOLA NON E’ ACCUA

22 domenica Apr 2018

Posted by frantoli in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', SINE LIMINE

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Francesco Tontoli

(foto di Francesco Tontoli)

Sono 40 anni che sono nel mondo della scuola, e faccio parte del Personale Educativo, ho la Funzione Docente, e tutto il “pacchetto di privilegi” (sic!) e di pene di chi bazzica da quelle parti (mi perdonerà Michele Serra di questo linguaggio terra terra?). Per me è un periodo di magra qui su Facebook, non mi sento coinvolto quasi in nulla. Leggo post, faccio cose… (pochissime cose), utilizzo il Mezzo ormai senza l’entusiasmo di una volta nelle discussioni, che sbircio con sempre più sgomento. Sono smarrito, sopraffatto dagli eventi che si affollano e nutrono i profili social che ho di fronte quando siedo davanti a questo schermo. La nausea è forte, gli argomenti spesso durano il tempo di una giornata o due, su episodi che attraversano la cronaca o la politica con la velocità di un meteorite. L’indifferenza si sta impadronendo anche della mia curiosità di comprendere. Il fatalismo del “così è sempre stato” e dell’ “ormai non c’è più nulla da fare” è nell’ordine delle cose della mia giornata.
Eppure l’episodio di Lucca ai danni del prof di Italiano mi ha invogliato a reagire sia pure con i riflessi rallentati e con dubbi, se davvero ne valga la pena di aggiungere il mio mattoncino di opinioni da buttare nel mucchio informe del mondo virtuale.
La scuola italiana è di solito un universo di simulazioni male assortite della vita cosiddetta “vera”. Ci si sta per delle ragioni che i ragazzi fanno fatica a comprendere, e i docenti fanno altrettanta fatica a comunicare. Dall’una e dall’altra parte di questi due schieramenti simulati e strutturati qualche volta i ruoli saltano. E i motivi possono essere diversissimi. Ho in mente decine di colleghi docenti che ho conosciuto nel passato che hanno attraversato momenti terribili, prima di tutto con sé stessi, chiedendosi se erano ancora capaci di potere sostenere l’impatto della gestione di un gruppo di adolescenti attraversati da tempeste ormonali. Spesso il senso di inadeguatezza si impadronisce delle persone , il burn out è malattia diffusa non riconosciuta. Di gente sottoposta a mobbing massiccio è pieno il mondo del lavoro, ma nella scuola le conseguenze possono assumere effetti catastrofici.
La velocità di diffusione di video registrati denuda e scarnifica di significato qualsiasi tentativo di spiegazione o di “giustificazione”. In un video non si può far altro che vedere un povero cristo sgomento e rassegnato, sottoposto ad angherie e a soprusi. Non esiste la possibilità di astrarre dal contesto. L’immagine diventa il documento di una verità crudele e certificata. Un adulto con un ruolo specifico di guida deriso è il segno del fallimento dei modelli di trasmissione dei saperi. Anni fa si contestavano i metodi di questo passaggio di testimone tra generazioni. Stavolta a saltare è il banco tutto. Messo alla berlina è il singolo anello debole, che rappresenta un sistema ritenuto inutile. A scuola, sembrano dire questi ragazzi che filmano loro stessi, le proprie eroiche gesta, ci si va per far casino e poco altro.
Non credo per tutti sia così, ma stavolta c’è di mezzo la prova, non le chiacchiere pedagogiche o le lamentele di categoria. Stavolta il mezzo ha soppiantato qualsiasi analisi e decontestualizzazione mobilitando lo sdegno, che credo durerà qualche settimana in più del solito. Il mezzo sappiamo quale è, ce l’abbiamo tra le mani molte ore al giorno. La responsabilità è di tutti avendone fatto un feticcio da esibire nelle sue possibilità di mostrare spezzoni di vita squallida e di realtà sovradimensionata. Sappiamo da tempo che chiunque di noi forte o debole che sia può essere sottoposto a un crudele giudizio collettivo con sentenza immediata dei suoi presunti pregi e difetti messi all’asta. Non discuto i torti criminali di questi ragazzi che meritano tutto il mio biasimo e la mia condanna, ma la possibilità diabolica di ricatto che ha qualsiasi documento sul nostro mondo privato e sul nostro universo pubblico. L’espressione rassegnata del collega vittima dell’aggressione dice tutto (sembrava dicesse “Cosa ci faccio io ancora qui alla mia età?”) su un passato di tentativi di ribellione al lasciar fare, lasciar passare probabilmente da parte della Direzione. Insomma una pena indicibile.

Francesco Tontoli

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Incipit 19: Un uomo

05 lunedì Feb 2018

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Incipit, LETTERATURA

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Alekos Panagulis, Deborah Mega, Oriana Fallaci, Un uomo

Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione.

[…] 

Oriana Fallaci, Un uomo, Rizzoli, 1979

Un uomo è un libro scritto da Oriana Fallaci e pubblicato nel 1979, in cui la scrittrice racconta la storia di Alekos Panagulis, suo compagno tra il 1973 e il 1976 e simbolo di libertà e democrazia. “La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.” In questo modo la Fallaci presenta la sua opera nel prologo, attribuisce al suo personaggio i connotati emotivi e caratteriali dell’eroe classico e racconta una vicenda che presenta le caratteristiche mitopoietiche dell’epopea. Il romanzo si apre con i funerali di Alekos che avevano radunato un’enorme folla di persone, paragonata ad una piovra, i cui tentacoli avevano intasato le strade adiacenti. La storia prende avvio dal tentativo da parte del giovane studente di ingegneria, Alekos Panagulis, di uccidere il tiranno della Grecia, Georgios Papadopoulos. L’attentato fallisce ed Alekos viene catturato, torturato e infine condannato a morte il 17 novembre 1968 dunque trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione. La sentenza viene rinviata più volte e infine mai eseguita grazie alle pressioni della comunità internazionale e al timore da parte del regime che l’attentatore diventi un martire e così, il 25 novembre 1968, Panagulis viene tradotto nelle prigioni militari di Boiati. Panagulis continua ad essere torturato per cinque anni ma non si piega al progetto dei suoi carcerieri affinchè diventi collaboratore della dittatura. Durante la prigionia tenta più volte di evadere dal carcere di Boiati, ma tutti i tentativi vanno a vuoto. Negli ultimi due anni di carcerazione, i più duri, è imprigionato in una cella di pochi metri quadrati denominata “La Tomba”.  Dopo anni di prigionia e maltrattamenti tornerà libero a seguito della grazia ricevuta dal governo democratico che si instaura alla caduta del regime di Papadopoulos. Qualche giorno dopo incontrerà la Fallaci che si era recata a fargli visita per intervistarlo. Da quell’incontro, prenderà avvio la loro storia d’amore che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 1º maggio 1976. Uscito di prigione, Panagulis, viene conteso dalla destra e dalla sinistra ma si rende conto che la democrazia di quel tempo era una farsa e che il parlamento era soggiogato dal potere della dittatura militare, rappresentata da un nuovo colonnello. Sorvegliati dai servizi segreti, Panagulis e la Fallaci riescono a rifugiarsi in Italia, da cui cercano, senza risultati, confidando nell’appoggio dei politici italiani, di rovesciare il dittatore greco. La storia d’amore procede tra alti e bassi, la giornalista in questi anni perde il bambino che aspetta da lui. Qualche tempo dopo Panagulis si rende conto che dall’estero non ha il potere di cambiare la situazione in Grecia e decide di ritornare in patria, tenta di fondare un proprio partito politico ma la sua iniziativa fallisce.  Con il partito Unione del Centro – Nuove forze, riesce a farsi eleggere deputato. Negli anni successivi Panagulis tenta di raccogliere documenti e testimonianze per dimostrare la natura corrotta della democrazia greca ma si mette in contrasto con il ministro della difesa Evangelos Averoff. Quando comincia a diffondere i documenti segreti di cui è venuto in possesso, viene ucciso in un incidente stradale, provocato da due sicari. Nei mesi successivi alla sua morte il governo greco non supporterà l’evidenza dell’omicidio, ignorando le perizie italiane effettuate sull’automobile di Panagulis che dimostravano i chiari segni degli speronamenti e dei tamponamenti. Il libro si conclude riprendendo l’incipit in modo ciclico, con il funerale di Panagulis accompagnato dalle grida dell’enorme massa di persone che urlano: “Zi! Zi! Zi!” (Vive! Vive! Vive!), segno che il popolo ha intuito le verità scomode che Panagulis tentava di far emergere. La Fallaci scrive una storia romanzata in cui si pone come narratore interno, avendo vissuto in prima persona diverse esperienze; talvolta diventa, invece, narratore esterno, quando il suo punto di vista non coincide con quello del suo protagonista. Negli ultimi mesi della sua vita, Panagulis aveva insistito con la scrittrice affinché lei scrivesse un libro sulla sua vita, una volta morto e lei realizzò questo desiderio delineando una figura di eroe moderno che si batte per la libertà e per la verità contro tutto e tutti. Il romanzo è diventato un best seller tradotto in ben diciannove paesi. La Fallaci è riuscita a rendere Panagulis  immortale ed eterno e a trasmettere un insegnamento ancora attuale: “non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere”.

Deborah Mega

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STEFANO D’ARRIGO: CREATIVITÀ LINGUISTICA IN HORCYNUS ORCA

15 lunedì Gen 2018

Posted by maria allo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, Filologia, LETTERATURA, SINE LIMINE, Uomini eccellenti

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scrittori siciliani

Horcynus-Orca-840x420

(La copertina dell’edizione tedesca di Horcynus Orca, che è stata riproposta quasi uguale anche in Francia.

Stefano D’Arrigo, originario di Alì Terme, in provincia di Messina, si è spento nel 1992. La sua biografia si lega indissolubilmente alla sua opera magna, Horcynus Orca, un poema epico moderno di quasi 1300 pagine, caratterizzato da un linguaggio innovativo e sperimentale. Considerato una delle opere più rilevanti, ma al contempo meno lette del Novecento italiano.

 Un lavoro che ha impegnato l’autore per quasi vent’anni in continue riscritture e aggiunte, invenzioni stilistiche e lessicali, regionalismi segnici mono rematici e polirematici, rimandi all’epica classica e alle nuove tecniche di scrittura del ‘900. Un impegno costante ,dicevo,  che ha contribuito a trasformare I fatti della fera (questo il titolo originario) in un mitico ed epico poema della metamorfosi. Horcynus Orca è una lettura che manifesta l’immensa ricchezza tematica con cui Stefano D’Arrigo ha voluto caratterizzare la sua opera. Le scelte lessicali misteriose, i parallelismi tra i suoi personaggi e quelli dei grandi poemi epici, come l’Odissea e l’Eneide, l’Orca vista come simbolo accostabile al Leviatano o a Moby Dick, sono tutti elementi che affascinano e costringono il lettore ad addentrarsi nella grandiosa costruzione su cui D’Arrigo ha trascorso una vita .” Si tratta di un romanzo sfrontato che mira niente di meno che a gettare un ponte tra Storia e Mito (ponte bombardato, come si vedrà), la cui mole, densità e qualità finiscono per intimidire, per tenere un po’ ai margini il lettore comune” dice  Paolo Mantioni. L’espressione “Horcynus Orca” ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine “orca”, fra altre cose, indica proprio l’orca assassina, come si può vedere nel celebre passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram («…cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae», Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a “Orcus”, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia, non ha interrotto il labor limae di D’Arrigo, il quale è tornato sul testo fino alla morte con ulteriori modifiche, seppur lievi, tant’è vero che la riedizione del 2003 reca nell’aletta di copertina la dicitura nuova edizione con le ultime inedite correzioni d’autore.

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Stefano D’Arrigo

Stefano D’Arrigo (Alì Marina, Messina, 1919 – Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi su Hölderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alleato. Dopo un’altra parentesi a Messina, si stabilì a Roma nel 1946, dove si dedicò al giornalismo e alla critica d’arte, frequentando pittori e mercanti d’arte. Intorno alla metà degli anni ’50, D’Arrigo passa all’attività letteraria scrivendo un libro di versi (Codice siciliano) e cimentandosi con un’opera di narrativa di ampio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindici mesi tra il 1956 e il 1957. Quest’opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattosi per quasi vent’anni, diventerà Horcynus Orca. La prima questione da affrontare riguardo all’Orca e al suo significato nel romanzo concerne la particolare denominazione scelta da Stefano D’Arrigo nel titolo, perché il grande mistero che circonda l’animale comincia proprio da lì. Se è abbastanza noto che il nome zoologico dell’Orca è “Orcinus Orca” (o “Orcynus Orca”), meno noto è il fatto che l’espressione “Horcynus Orca” non ricorre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni “Orcinus Orca” e “Orcynus Orca”). Per i “pellisquadre” di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello “squadro”, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da “squadrare”, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), l’Orca è il “ferone”, cioè la ‘grossa fera’, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella ‘comportamentale’ della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che l’animale arrivato nello “scill’e cariddi” è un’Orca, dice via via che essa è l’”orcinusa”, l’”orca orcinusa”, l’”orcynus” (quest’ultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen…) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, l’Orca, quando non è detta semplicemente “orcinusa”, è connotata nei modi più svariati nell’inesauribile suppurazione linguistico-morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi “orcaferone” (da orca + ferone) e “orcagna” (da orca + carogna), troviamo anche, occasionalmente, “porca” (cfr. p. 801), “orcarogna” (da orca + carogna + rogna: cfr. p. 801), “orcassa” (da orca + carcassa: cfr. p. 955), “orcassale” (da orca + carcassa + sale: cfr. 967), “orcarca”. Ma allora, perché quell’H nella denominazione dell’animale che compare nel titolo? Secondo Walter Pedullà (cfr. la sua “Introduzione” a I fatti della fera), uno dei massimi esperti su D’Arrigo, poiché quell’H fa sì che leggendo solo le iniziali (HO) si ha quasi la formula chimica dell’acqua, D’Arrigo ha voluto segnalare un’identificazione dell’Orca col mare sulla base del binomio vita/morte. Questa ipotesi è ampiamente giustificata dal testo, perché D’Arrigo insiste spesso non solo sull’Orca come fonte di vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, essa è anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori, sia perché da viva porta loro la “cicirella”, cioè i banchi di anguille appena nate, sollevandola dal fondo del mare, sia perché da morta offre tutta se stessa come cibo e materia prima per la fabbricazione di oggetti d’uso quotidiano, come pettini, posate, scarpe, ecc.), ma anche sul mare come luogo in cui i pescatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il lavoro) e di morte (la carestia, la ‘morte per acqua’ come nella Terra desolata di Eliot, ecc.). In un passo-chiave, l’”animalone” è proprio definito «un essere dell’altro mondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due» (p. 668), ed è, questa, una caratterizzazione che si può benissimo adattare al mare, inteso come elemento originario, principio e fine di tutte le cose, sin dall’alba del pensiero occidentale. Per non dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo sperone, ‘Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto di sale, dal quale i pescatori tirano a riva l’”orcassale” (cioè la carcassa di sale dell’Orca), e poi vede l’Orca stessa ricostituirsi, riprendere l’antico aspetto, agitarsi furiosamente, rigenerare da sé il mare liquefacendosi dalla coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere «una goccia d’acqua nel mare», come se «il mare rivivesse dalla morte di quell’essere orcinuso, rivivesse, cioè a dire, dalla morte della Morte». Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la y nella denominazione latina dell’Orca, che, come visto, non solo è attestata nell’uso, ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione dell’H, quella della y è molto più congetturale, proprio perché non è un’invenzione di D’Arrigo. Pedullà propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y è il simbolo matematico di un’incognita, e poiché cade al centro della parola “orcynus”, sembra alludere alla piaga dell’animale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda all’origine della vita, intimamente connessa con la malattia e la morte, dei cui segreti l’Orca è depositaria. Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene l’idea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.).L’Orca, dunque, in quanto ‘Orco’ e ‘Leviatano’ nello stesso tempo (da un pescatore è paragonata a un drago favoloso che chiederà tributi di pesce spada che finiranno per ridurre alla fame la popolazione: cfr. p. 657), si presenta come il luogo d’incontro di due tradizioni generalmente alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così l’aspetto di un ‘segno’ simbolico mostruosamente (è il caso di dirlo) significante. Sui legami di Horcynus Orca con l’Odissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evidenza palmare e si ha avuto modo di esplicitarli, sebbene in parte (‘Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Calipso; femminote/sirene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che D’Arrigo chiama il mare dello Stretto «lo scill’e cariddi» sin dall’incipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, ‘Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti l’eroe omerico, dopo un’assenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta l’ordine nel suo piccolo regno facendo strage delle “fere” che infestano la sua casa, il povero “nocchiero” della Marina Italiana torna dopo soli  due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante auto affondatosi, trova la sua promessa “zita” Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie da anni (e invece è solo una “muccusa”, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un “ferone” i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po’ troppo nervosa. Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea (Eneide, VI, 273-281), descrive le fauci dell’Orco in un passo che contiene in nuce, personificate (Luctus, ultrices Curae,  Morbi, tristis Senectus, Metus, malesuada Fames, turpis Egestas, Letum, Labos, Sopor, mala mentis Gaudia, mortiferum Bellum, Discordia demens), praticamente tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dell’Orca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, discordia, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.). Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l’Orca/Orco. Tutto muore in esso, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dell’Orco: muore la forma di vita secolare dei cariddoti, il quali, se non scelgono il suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, l’eroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso “terremaremoto” del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del “dollaro” e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore ‘Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nell’attimo i cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore l’Orca, dopo aver dato l’illusione beffarda di essere una divinità benigna apportatrice di “manna”, quando invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che l’apparizione in superficie della “cicirella” è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai essa è segno di qualcosa, è segno solo dell’inutile tentativo di quest’ultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667). Che il grande romanzo di Melville (molto amato da Stefano D’Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio (si pensi solo al fatto che il signor Cama ha un manuale di cetologia illustrata che sembra proprio quello ipotizzato da Melville nel famoso capitolo 32 di Moby Dick), ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca l’Orca darrighiana verso il mostro biblico. Le varie credenze sull’Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D’Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nello spazio e la sua immortalità (che poi è l’”ubiquità nel tempo”). Nel secondo fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte. Abbiamo qui elementi sufficienti per ricondurre l’Orca di D’Arrigo, tramite Melville, entro l’alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubiquo e immortale può essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pelli squadre. Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D’Arrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede già a partire dal fatto che l’ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il leviatano. Tutto ciò, com’è evidente, apre la strada a un’interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell’intero romanzo, che lo stesso D’Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguardano direttamente l’identificazione dell’Orca con il leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ‘Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l’Orca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunità dei ‘giusti’ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi. Inoltre, nel suo addio alla “zita” Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ricordava … la posa dell’Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe al petto le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D’Arrigo crea un rapporto diretto con l’Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia d’orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p. 1015). Infine, come l’Orca, che, oltre a donare ai pescatori la cicirella, vitale per la loro alimentazione fino a quel momento quasi esclusivamente a base di fave secche (è il cibo per cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati), finisce per offrire loro in pasto tutto il suo corpo, ‘Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all’acquisto della barca, arca di salvezza per l’economia della comunità, dopo essersi prodigato per ottenere, con l’intercessione del Maltese, che gli inglesi arenassero l’animale morto, e il romanzo si chiude con lui morto nella sua barca-bara portata come un’arca dell’alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei ‘giusti’ attorno al corpo dell’Orca.

Maria Allo

Fonti

Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, introduzione di Giuseppe Pontiggia, Mondadori, 1982 (1975)

Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea – A.A. 2002-2003

http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/mare-nostrum-stretto-di-messina/39232/default.aspx

http://www.gazzettadelsud.it/news/spettacoli—cultura/17492/Quei-mostri-letterari–di-Stefano-D-Arrigo-.html

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Video virali: Io ci sto

20 venerdì Ott 2017

Posted by Loredana Semantica in La società, Pensiero, Video

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pubblicità, spot, video virali

Video virale è l’espressione con la quale si definisce un video che, immesso nel web, in poco tempo viene visualizzato da un numero elevato di persone.

Di recente questa sorte è toccata a un video “motivazionale” girato da dipendenti della Banca Intesa San Paolo, capitanati dalla direttrice di una filiale in provincia di Mantova: Katia Ghirardi. A comprova qualche altro video che gira in rete  che interpreta diversamente la “motivazionalità”

Il video si avvia con una breve presentazione della protagonista del video, della “squadra” di lavoro e del lavoro svolto nella filiale, prevede anche un breve intervento di ogni impiegato che pronuncia una o due parole e si chiude con una canzoncina cantata dalla stessa Ghirardi a mo’ di slogan “ io ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il cuore” e l’inquadratura di una torta a forma di cuore, preparata per l’occasione.

Come ho detto sopra, pare si tratti di un video di partecipazione a un contest interno della banca tra video promozionali girati dagli stessi dipendenti, insomma una “festa in famiglia” che avrebbe dovuto restare privata, oppure, se anche resa pubblica, sostanzialmente ignorata, e, invece ha avuto uno sviluppo sorprendente. Si potrebbe persino ipotizzare una strategia pubblicitaria geniale, studiata a tavolino, se non fosse che il video ha troppo il sapore di spontaneità, per quanto non di improvvisazione, anzi, si comprende che c’è una sorta di “sceneggiatura” ed anche di “regia”, da video delle feste di compleanno tuttavia, nulla di professionale. E’ piuttosto simpatica la Ghilardi, sicuramente motivata e decisa, un po’ meno i collaboratori che sembrano vagamente imbarazzati.

Questo video mi ha fatto tornare in mente la vicenda di quello girato a Siracusa nel 2014, in occasione della visita dell’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dove alunni delle scuole cantavano una canzoncina di benvenuto e omaggio al Presidente, diretti dagli insegnanti. Anche lì tante critiche a livello provinciale e oltre, passate, giustamente, nel dimenticatoio.

Cosa c’è di “sbagliato” in questi video? Perché diventano virali? Oggetto di battute ironiche, critiche anche feroci da parte del cyberbulli. La risposta è che sono ingenui. Questo è il loro grande difetto: l’eccesso di ingenuità. L’ingenuità non è un sentimento ammissibile in questi tempi smagati. Affidarsi, credere profondamente in qualcosa, entusiasmarsi con dedizione può anche accadere, ma ciò che non bisogna mai fare è dichiararlo pubblicamente con sentimento. Occorre calarsi piuttosto nei clichè per i quali: il datore di lavoro si deve odiare, il Presidente del Consiglio denigrare, la prof. è stronza, i genitori rompono e via discorrendo e soprattutto non manifestare pubblicamente fiducia grata nel  “superiore” , come se fosse un eroe, un salvatore, il proprio benefattore. Al più ciò si può fare per l’attore o il cantante famoso.  Per loro anche  gridolini acuti di emozione ed urla di entusiasmo, svenevolezze varie. Questo non è tempo di canzoncine da “viva viva il direttore” che marcatamente inscenano un atto di omaggio all’autorità, al potere. Questi sono tempi in cui il potere si lusinga diversamente in modo sotteraneo non appariscente, strisciando singolarmente, per ottenerne la benevolenza; ancora meglio, se si ha “merce” di contraccambio, scambiandosi favori. Oserei dire che non è cosa solo di questi tempi. E’ veramente ingenuo credere di potere conquistare qualcosa del potere mettendo in scena senza veli la propria dedizione. Fiducia, dedizione, autenticità sono da mostrare con moderazione, niente picchi di asservimento a rischio di scadere nel patetico. La grande colpa di questo video è mostrare un entusiasmo eccessivo, senza misura, tanto da giungere a far pensare che contenga un fondo di ironia e autoironia. Che poi converrete, già metterci la faccia è tanto, ma anche la testa (soprattutto la testa è molto grave) è esagerare. Nel video si esagera ancora di più, giungendo al sentimentale e mettendoci pure il cuore. Amare il proprio lavoro. Davvero un’enorme colpa. Una colpa grave.

I video che commentano, fanno la parodia o analizzano la vicenda fanno pena ben più del video che vorrebbero commentare. Ne ho visti solo un paio, non ne riporto nessuno e non perdete tempo a guardarli, cercano soltanto di sfruttare la vicenda per ottenere visualizzazioni, inscenando cose di nessun interesse, stile imitazione de “le iene” che già “ienizzano” abbastanza il mondo, senza che occorrano ulteriori scadenti amplificazioni.

L’intervento dei bulli del web è l’aspetto meno gradevole della vicenda. I commenti che accompagnano il video vanno da quelli bonari, spiritosi, ironici dietro ai quali ci sono semplici spettatori curiosi o persone che cavalcano l’onda per un briciolo di visibilità, ai commenti peggiori, aggressivi, offensivi. Analizzare il fenomeno, anche per questi aspetti richiede di far ricorso a sentimenti umani negativi, come invidia, emulazione, odio. Un video che diventa virale si potrebbe definire un video di successo, quanti preparano video per conquistare visualizzazioni, alle quali in certi ambiti sono anche legate forme di compenso che gratificano i migliori. Il video virale balza all’attenzione di moltissimi, riscuotendo proprio quel “successo” che alcuni agognano,. Questo già è sufficiente a scatenare invidia. C’è inoltre che nel web la faccia è nascosta e ciò favorisce l’emersione delle deviazioni: si pensa di poter aggredire verbalmente una persona restando sostanzialmente impuniti. C’è che esiste come piaga il frustrato vendicativo, il portatore di odio. Esistono gruppi di portatori di odio che operano con meccanismi da “branco”, portando in giro per la rete il loro carico di bassezza. Avere un obiettivo su cui scaricarla è una ghiotta occasione, a cui si correla un fenomeno di imitazione e contagio, virale anche quello, nel senso più proprio del termine perché maggiormente si avvicina alla malattia, all’infezione: menti infette che brulicano cattiveria. Questo possibile aspetto negativo della vicenda è stato recentemente messo in luce da Selvaggia Lucarelli. Una donna che balza improvvisamente all’attenzione di tanti, in un successo sgradevole, fastidioso, a volte insostenibile per le persone non avvezze e che diventano inoltre oggetto di aggressione mediatica.

Per concludere, io, al posto di Intesa San Paolo, un pensierino a cavalcare l’onda lo farei, tipo girare uno spot da diffondere sulle reti nazionali, magari proprio lo stesso, proprio con la Ghirardi e gli altri, ma coi controfiocchi, cioè massimamente professionalizzato e galvanizzante.  A lei una remunerazione che compensa (in fondo il contest l’ha vinto lei), ai cyberbulli lo scorno, alla Banca l’anima della pubblicità.

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Del terzo millennio: strascichi post-umani (91) di Enrico Cerquiglini

30 mercoledì Ago 2017

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, I nostri racconti, LETTERATURA

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Del terzo millennio: strascichi post umani, Enrico Cerquiglini

Per tutto agosto ogni mercoledì vi ha tenuto compagnia un racconto breve della serie Del terzo millennio: strascichi post-umani di Enrico Cerquiglini. Ogni mercoledì una perla di disincanto proprio dei nostri giorni, da raccogliere tuffandosi nelle profondità, per poi riemergere al “sollievo” del sole, del mare, luce e vacanze. Proponendo l’ultimo di questi racconti brevi, colgo l’occasione per ringraziare di cuore Enrico Cerquiglini di questa sua gradita presenza su Limina mundi.

Risaliva tutte le sere l’unica strada che divideva in due il paese, aspettava che calasse il sole prima di uscire dall’osteria. “Passata la sciatica?”, “Anche questa giornata è finita, signora bella”, “No, grazie, è meglio che non bevo più per oggi. Ma c’è sempre domani!”, “Notizie dalla Svizzera?”, “C’è finita in trappola la volpe?”, “Quando lo facciamo quel lavoro?”. Ogni quattro passi una sosta per un saluto, una battuta, una domanda. Quella in fondo alla via, subito dopo il dosso, era la sua casa, ed era stata la casa del padre e del nonno… e sarebbe stata anche la casa del figlio se la polmonite non se lo fosse portato via poco più che bambino. Ed anche la moglie se n’era andata. Il lavoro nei campi, il dolore per la morte della creatura avevano distrutto il suo esile fisico “non adatto alla terra”, come diceva la povera anima di sua madre. Teneva le due foto sopra la trave del camino e alzando lo sguardo si rattristava a volte, altre veniva preso da un senso di inquietudine, mista a rabbia, che si scioglieva in una reiterata bestemmia. La mattina la passava nell’orto (i campi aveva smesso di coltivarli, la vecchiaia non perdona) o nel pollaio. Poi se ne andava all’osteria, fino a pranzo, non a bere (beveva poco e non sopportava gli ubriachi come quel fesso di Vinovo – lo chiamavano  così perché chiedeva sempe il vino nuovo – che per il vino aveva perso moglie, podere e casa e che dormiva nella stalla del cugino, con le vacche e i vitelli), ma per scambiare qualche parola coi pochi abitanti rimasti.

In realtà nel paese, tranne lui, non c’era più nessuno da anni. Non se n’era voluto andare come aveva fatto suo fratello. Conosceva le pietre di ogni casa ed aveva fermato il tempo. Non c’era più nessuno da anni ma lui continuava a recarsi all’osteria, dove parlava col vecchio oste (era già vecchio quando lui era bambino), con la di lui moglie, ancora giovane e procace, con i vecchi del paese (ridotti a guardare gli ultimi raggi di sole con un mezzo toscano in bocca). E la sera, risalendo verso casa, salutava tutti: la vedova (morta di parto nel ’56, per colpa della neve), il vecchio mulaio (quello che aveva fatto la guerra del ’15-’18), il fabbro (morto d’infarto nel ’75), la ragazza dalle trecce bionde (fatta morire da un maldestro strappadenti), il potatore (morto cadendo da un melo a quasi novant’anni) e tutti gli altri.

Quando fu la sua ora, nel sonno, senza soffrire, non vedendolo passare la mattina per andare all’orto e al pollaio, tutti si fecero sulla porta e cominciarono a gridare il suo nome. A valle, a chilometri dal paese, fu udito distintamente il canto del suo gallo con la cresta a rosa.

 

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