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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Unus Mundus: l’eco dimenticata dell’unità

27 martedì Mag 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società, Pensiero

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Sin dai tempi più remoti, l’essere umano si è trovato di fronte alla necessità di distinguere: questo è tale, quello è tal’altro. Ha cercato di dare un nome alle cose, di separarle, di misurarle, di definirle nei loro tratti distintivi. E così ha costruito una realtà fatta di dualismi.
Secondo la logica del razionalismo occidentale, se due cose sono diverse, non possono essere la stessa cosa. La ragione non tollera che l’opposto sia anche l’identico. Ma altrove, nella sapienza orientale, si è tracciata una via diversa: quella che intuisce che le cose, pur apparendo distinte, sono in fondo espressione della stessa unità insondabile. Il “tale” e il “tal’altro” sono solo manifestazioni superficiali di un’unica realtà profonda. Differiscononelle forme, ma non nella sostanza. E a quell’unità, prima o poi, tutto ritorna.
Eranos (1) — la corrente culturale e spirituale che ha riunito pensatori come Carl Gustav Jung, Henry Corbin, Mircea Eliade — non si schiera né da una parte né dall’altra. Non afferma una verità assoluta e non nega l’altra. Eranos cerca di comprendere entrambe le visioni del mondo, creando uno spazio in cui l’opposizione diventa relazione, e la differenza, dialogo.
Propone un Immaginario Simbolico che si muove tra il conscio e l’inconscio, tra l’intelletto e l’intuizione, tra il visibile e l’invisibile. È attraverso il simbolo che questa alleanza può avvenire. Il simbolo è ponte, è relazione vivente tra gli opposti. E il linguaggio che lo esprime è quello dell’arte, della musica, della mitologia. Non è un linguaggio dogmatico, ma un linguaggio mitico, relazionale, che scrive la realtà dentro un contesto significativo. Il senso della vita sta nella relazione, nella partecipazione, nella comunione. Questo è il cuore del pensiero di Eranos.
Tuttavia, oggi viviamo un’epoca di frattura profonda. Le relazioni umane, soprattutto quelle tradizionali e le dinamiche tra donne, sono attraversate da una crisi che non è solo sociale o affettiva, ma simbolica, archetipica. Si è perso il senso del “mettere in relazione”. Il gesto del mediare — quella sapienza antica del fare da ponte tra differenze, tra corpo e anima, tra spirito e materia — si sta dissolvendo. E con esso, la rete simbolica che dava senso all’esperienza umana si disgrega. Il pensiero dell’Unus Mundus, centrale nella visione junghiana, rappresenta un invito a ricostruire l’unità perduta. Un mondo unificato, in cui l’anima e il corpo, il maschile e il femminile, il pensiero e l’emozione, non siano in opposizione, ma in tensione creativa. Ma la cultura contemporanea sembra invece precipitata in un dualismo sterile, dominato da una visione patriarcale e mascolina fatta di controllo, gerarchia, dominio.
In questa frattura, il femminile — inteso non solo come identità biologica ma come principio archetipico — è stato marginalizzato, rimosso, persino dalle donne stesse. Il patriarcato non è più soltanto un sistema esterno: è diventato un habitus mentale, un codice interiorizzato. Oggi molte donne, nel raggiungere ruoli di potere, finiscono col riprodurre modelli maschili, dimenticando la fatica del corpo, la ciclicità del sentire, la potenza della maternità psichica, la responsabilità di tenere uno spazio per le altre donne.
L’archetipo della Magna Mater, figura ancestrale del femminile generativo, guida di civiltà e custode dei ritmi della vita, è oggi silenziato. Ma non dagli uomini: è dimenticato in primis dalle donne, che, nella competizione reciproca, si escludono dalla propria sorgente archetipica. La cultura attuale esalta modelli di potere neutri o androgini, che in realtà portano a una virilizzazione delle donne, non all’integrazione del femminile. Questo squilibrio genera una società che non sa più riconoscere il valore del femminile nella maturazione maschile.
L’uomo non può completarsi senza l’incontro con la propria Anima, con il femminile interno e con donne reali capaci di incarnare qualità relazionali, ricettive, accoglienti. Ma queste qualità, oggi, vengono svalutate o associate alla debolezza.
Da qui emerge la necessità di una ermeneutica simbolica, come quella proposta da Eranos: una lettura della realtà che vada oltre la superficie e penetri nei livelli più profondi della psiche collettiva. Le crisi relazionali, le guerre tra i sessi, la frammentazione della coscienza non sono che sintomi di una scissione radicale: quella tra i poli dell’esistenza. Maschile e femminile, spirito e corpo, logos ed eros, non comunicano più. Eppure, senza il principio maternale, non c’è rigenerazione. Non solo maternità biologica, ma cura, accoglienza, presenza relazionale, tempo dato all’altro. Il femminile è ciò che unisce, che tiene insieme, che guarisce la ferita della separazione. Ma per restaurarlo serve un lavoro profondo: simbolico, interiore, politico.
Occorre restituire dignità alla cura, valore alla vulnerabilità, rispetto all’altro. Rompere la fascinazione per il potere come dominio e riscoprirlo come servizio, custodia, responsabilità.
Solo così potremo iniziare a risanare la frattura dell’umano, a ricostruire i ponti tra i poli dell’esistenza, e a ritrovare, come ci insegna Eranos, quel Unus Mundus in cui tutto è connesso e nulla è privo di senso.

1)In greco antico, “Eranos” (ἔρανος) significa “banchetto” o “convivio”, un evento nel quale i commensali contribuiscono liberamente portando cibo, bevande o denaro. Questo termine ha anche un significato più ampio, riferendosi a un luogo di incontro e scambio culturale. Il termine è stato adottato per definire il luogo di incontro e scambio culturale di Eranos fondato ad Ascona nel 1933, che si poneva come un punto di incontro tra Oriente e Occidente. Eranos indica anche il movimento intellettuale e culturale sviluppatosi a Basilea, in Svizzera, attorno alla figura di Otto Gross e successivamente di altri studiosi, tra cui Carl Jung. La corrente di pensiero Eranos è caratterizzata dall’esplorazione dei temi archetipali, dell’individuo e dei mondi interiori dell’uomo, attraverso l’uso di diverse metodologie scientifiche. 

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Papa Francesco, Lettera ai poeti

05 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Uomini eccellenti

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Jorge Mario Bergoglio, Lettera ai poeti

 

Il testo della Lettera ai poeti di Papa Francesco, all’anagrafe Jorge Mario Bergoglio, è stato tratto da un suo discorso pronunciato il 27 maggio 2023 nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico ed è stato rielaborato dallo stesso Pontefice in occasione della pubblicazione del volume Versi a Dio, Antologia della poesia religiosa, curata da Davide Brullo, Antonio Spadaro, Nicola Crocetti ed edita da Crocetti. La Lettera rappresenta un vero e proprio manifesto spirituale che invita gli artisti, in particolare i poeti, a custodire e coltivare il dono dell’immaginazione e della creatività, strumenti atti a comprendere il mistero dell’esistenza dando voce alle inquietudini umane che ciascuno di noi ha sepolte in fondo al cuore. Arte e poesia diventano, nella riflessione di Papa Francesco, strumenti e testimonianza di fede e profezia, i grandi scrittori come Dante e Dostoevskij i modelli che aiutano a comprendere se stessi e il mondo che ci circonda. L’artista, dotato di occhio di vetro, vede in profondità non soltanto ciò che c’è ma soprattutto ciò che ci potrebbe essere perchè ancora in grado di sognare, protestare, profetizzare. Poveri noi se smettiamo di sognare, scrive Papa Francesco. L’arte oltre a esprimere la bellezza può manifestare anche la tragedia, le esperienze inquietanti per le quali non troviamo spiegazioni o parole adeguate: è anche il luogo dove si fa l’esperienza di Dio, “poeta” dell’umanità. Tale esperienza è definita “debordante”, come l’acqua che straripa da una vasca riempita fino all’orlo. Un passaggio particolarmente incisivo è quello in cui il Papa afferma di temere il processo di addomesticamento, perché sottrae l’ispirazione creativa e limita fortemente la forza profetica della parola poetica. La Lettera ai poeti oltre ad essere una profonda riflessione su arte, poesia, vita, ruolo dell’immaginazione nella spiritualità contemporanea, rappresenta anche un invito concreto alla trasformazione della società orientandone le scelte verso la bellezza, la fraternità universale, il rispetto della pluralità.

Cari poeti,

so che avete fame di significato, e per questo riflettete anche su come la fede interroga la vita. Questo “significato” non è riducibile a un concetto, no. È un significato totale che prende poesia, simbolo, sentimenti. Il vero significato non è quello del dizionario: quello è il significato della parola, e la parola è uno strumento di tutto quello che è dentro di noi. Ho amato molti poeti e scrittori nella mia vita, tra i quali ricordo soprattutto Dante, Dostoevskij e altri ancora. Devo anche ringraziare i miei studenti del Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe, con i quali ho condiviso le mie letture quando ero giovane e insegnavo letteratura. Le parole degli scrittori mi hanno aiutato a capire me stesso, il mondo, il mio popolo; ma anche ad approfondire il cuore umano, la mia personale vita di fede, e perfino il mio compito pastorale, anche ora in questo ministero. Dunque, la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e ti mette in cammino. La poesia è aperta, ti butta da un’altra parte. Alla luce di questa esperienza personale, oggi vorrei condividere con voi alcune considerazioni sull’importanza del vostro servizio. La prima vorrei esprimerla così: voi siete occhi che guardano e che sognano. Non soltanto guardare, ma anche sognare. Una persona che ha perso la capacità di sognare manca di poesia, e la vita senza poesia non funziona. Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che probabilmente non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo. Uno scrittore latinoamericano diceva che abbiamo due occhi: uno di carne e l’altro di vetro. Con quello di carne guardiamo ciò che vediamo, con quello di vetro guardiamo ciò che sogniamo. Poveri noi se smettiamo di sognare, poveri noi! L’artista è l’uomo che con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di vedere e capire le cose che sono sotto i nostri occhi. Infatti, la poesia non parla della realtà a partire da princìpi astratti, ma mettendosi in ascolto della realtà stessa: il lavoro, l’amore, la morte, e tutte le piccole grandi cose che riempiono la vita. Il vostro è — per citare Paul Claudel — un “occhio che ascolta”. L’arte è un antidoto contro la mentalità del calcolo e dell’uniformità; è una sfida al nostro immaginario, al nostro modo di vedere e capire le cose. E in questo senso lo stesso Vangelo è una sfida artistica. Essa possiede quella carica “rivoluzionaria”, che voi conoscete bene, ed esprimete grazie al vostro genio con una parola che protesta, chiama, grida. Anche la Chiesa ha bisogno della vostra genialità, perché ha bisogno di protestare, chiamare e gridare. Vorrei dire però una seconda cosa: voi siete anche la voce delle inquietudini umane. Tante volte le inquietudini sono sepolte nel fondo del cuore. Voi sapete bene che l’ispirazione artistica non è solo confortante, ma anche inquietante, perché presenta sia le realtà belle della vita sia quelle tragiche. L’arte è il terreno fertile nel quale si esprimono le “opposizioni polari” della realtà — come le chiamava Romano Guardini —, le quali richiedono sempre un linguaggio creativo e non rigido, capace di veicolare messaggi e visioni potenti. Per esempio, pensiamo a quando Dostoevskij nei Fratelli Karamazov racconta di un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino. Lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre. Questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda: parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali. Per citare soltanto un brano poetico che ci interpella. E non mi riferisco solamente alla critica sociale che c’è in quel brano. Parlo delle tensioni dell’anima, della complessità delle decisioni, della contraddittorietà dell’esistenza. Ci sono cose nella vita che, a volte, non riusciamo neanche a comprendere o per le quali non troviamo le parole adeguate: questo è il vostro terreno fertile, il vostro campo di azione. E questo è anche il luogo dove spesso si fa esperienza di Dio. Un’esperienza che è sempre “debordante”: tu non puoi prenderla, la senti e va oltre; è sempre debordante, l’esperienza di Dio, come una vasca dove cade l’acqua di continuo e, dopo un po’, si riempie e l’acqua straripa, deborda. È quello che vorrei chiedere oggi anche a voi: andare oltre i bordi chiusi e definiti, essere creativi, senza addomesticare le vostre inquietudini e quelle dell’umanità. Ho paura di questo processo di addomesticamento, perché toglie la creatività, toglie la poesia. Con la parola della poesia, raccogliere gli inquieti desideri che abitano il cuore dell’uomo, perché non si raffreddino e non si spengano. Questa opera permette allo Spirito di agire, di creare armonia dentro le tensioni e le contraddizioni della vita umana, di tenere acceso il fuoco delle passioni buone e di contribuire alla crescita della bellezza in tutte le sue forme, quella bellezza che si esprime proprio attraverso la ricchezza delle arti. Questo è il vostro lavoro di poeti: dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che l’essere umano vive, sente, sogna, soffre, creando armonia e bellezza. È un lavoro che può anche aiutarci a comprendere meglio Dio come grande “poeta” dell’umanità. Vi criticheranno? Va bene, portate il peso della critica, cercando anche di imparare dalla critica. Ma comunque non smettete di essere originali, creativi. Non perdete lo stupore di essere vivi. Dunque: occhi che sognano, voce delle inquietudini umane; e perciò voi avete anche una grande responsabilità. E qual è? È la terza cosa che vorrei dirvi: siete tra coloro che plasmano la nostra immaginazione. Il vostro lavoro ha una conseguenza sull’immaginazione spirituale delle persone del nostro tempo. E oggi abbiamo bisogno della genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti. Io pure sento, vi confesso, il bisogno di poeti capaci di gridare al mondo il messaggio evangelico, di farci vedere Gesù, farcelo toccare, farcelo sentire immediatamente vicino, consegnarcelo come realtà viva, e farci cogliere la bellezza della sua promessa. La vostra opera ci può aiutare a guarire la nostra immaginazione da tutto ciò che ne oscura il volto o, ancor peggio, da tutto ciò che vuole addomesticarlo. Addomesticare il volto di Cristo, mettendolo dentro una cornice e appendendolo al muro, significa distruggere la sua immagine. La sua promessa invece aiuta la nostra immaginazione: ci aiuta a immaginare in modo nuovo la nostra vita, la nostra storia e il nostro futuro. E qui torno a ricordare un altro capolavoro di Dostoevskij, piccolo ma che ha dentro tutte queste cose: le “Memorie dal sottosuolo”. Lì dentro c’è tutta la grandezza dell’umanità e tutti i dolori dell’umanità, tutte le miserie, insieme. Questa è la strada. Cari poeti, grazie per il vostro servizio. Continuate a sognare, a inquietarvi, a immaginare parole e visioni che ci aiutino a leggere il mistero della vita umana e orientino le nostre società verso la bellezza e la fraternità universale. Aiutateci ad aprire la nostra immaginazione perché essa superi gli angusti confini dell’io, e si apra alla realtà tutta intera, nella pluralità delle sue sfaccettature: così sarà disponibile ad aprirsi anche al mistero santo di Dio. Andate avanti, senza stancarvi, con creatività e coraggio! Vi benedico.

Francesco

 

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“I Principi Sistemici di Fritjof Capra” di Yuleisy Cruz Lezcano

03 lunedì Feb 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Fritjof Capra, Yuleisy Cruz Lezcano

 

I principi sistemici della vita proposti da Fritjof Capra offrono un quadro potente per affrontare fenomeni complessi come la violenza di genere, in particolare attraverso la teoria della complessità e l’ecologia umana. Questi concetti ci invitano a considerare la violenza di genere non solo come un atto individuale, ma come un fenomeno radicato in una rete complessa di fattori ecologici, culturali, psicologici e sociali.
L’approccio sistemico di Capra propone che il cambiamento possa avvenire solo quando si interviene su diversi livelli interconnessi e si promuove una visione più ampia della natura umana e delle relazioni sociali.
Analizzando la violenza di genere attraverso la lente della teoria della complessità e dei principi sistemici della vita, è possibile sviluppare approcci più efficaci e trasformativi.
Fritjof Capra, con la sua visione sistemica della realtà, ha sviluppato un approccio che si applica perfettamente alla comprensione dei fenomeni complessi, come la violenza di genere. Secondo Capra, i sistemi sono interconnessi, e il cambiamento in una parte di un sistema può influenzare l’intero sistema.
Riguardo alla premessa anteriore, prendendo come guida i principi sistemici e declinando tale modello per affrontare la violenza di genere tra adolescenti, si evince quanto sia importante considerare le relazioni interconnesse tra i vari attori (famiglia, scuola, società) e i valori distorti che possono generare violenza, come la disuguaglianza di genere e la supremazia maschile. Per riconoscere i valori distorti e la necessità di un cambiamento sistemico, in cui ogni parte della società (educazione, cultura, leggi, famiglia) deve contribuire alla creazione di un ambiente di uguaglianza, rispetto e collaborazione è fondamentale agire in modo integrato, con il coinvolgimento di diversi autori, che sanno bene come integrarsi per affrontare la problematica, attraverso azioni mirate. Tali azioni non possono essere improvvisate, ma gli autori delle diverse aree di competenza devono avere ben compreso come la violenza di genere sia un fenomeno complesso e multilivello, che coinvolge la relazione tra i vari sistemi ecologici e la natura umana stessa.
La teoria della complessità ci dice che i sistemi, come le dinamiche sociali e culturali, sono composti da molti elementi interconnessi che interagiscono tra loro in modo non lineare. In un sistema complesso, un piccolo cambiamento in un’area può avere un impatto significativo in altre aree. Applicando questa teoria alla violenza di genere, possiamo vedere che le cause e gli effetti della violenza non sono semplicemente legati a un singolo individuo o evento, ma sono il risultato di una rete di influenze che spaziano dalla famiglia, alla scuola, alla società e alla cultura.
Capra sottolinea che i fenomeni complessi devono essere affrontati come un tutto, non come una somma di singoli problemi. La violenza di genere, ad esempio, non può essere ridotta solo a comportamenti abusivi individuali, ma deve essere compresa come un fenomeno che coinvolge dinamiche di potere, norme di genere, modelli culturali e aspettative sociali. Interventi isolati che agiscono solo su un livello, come l’intervento psicologico individuale, potrebbero non essere sufficienti se non si affrontano anche i livelli sociali, culturali ed economici che alimentano la violenza.
Conclusioni
I sistemi complessi sono in grado di adattarsi e evolversi in risposta a stimoli esterni. Per affrontare la violenza di genere, è fondamentale promuovere un cambiamento culturale che miri a una visione più equilibrata e inclusiva dei ruoli di genere, sensibilizzando le nuove generazioni a modelli di relazione non violenti e rispettosi. Gli interventi devono essere progettati in modo da stimolare il cambiamento.
L’approccio non solo deve essere volto ad ascoltare le storie delle vittime di violenza di genere, ma dovrebbe essere adatto a integrare i vari servizi e l’impiego di risorse per promuovere la guarigione collettiva. Applicare i principi sistemici di Fritjof Capra alla violenza di genere aiuta a comprendere la complessità del fenomeno e la necessità di affrontarlo su diversi livelli ecologici. La teoria della complessità e l’ecologia umana ci insegnano che la violenza di genere non è un problema isolato, ma un sintomo di disfunzioni più ampie nei sistemi sociali, culturali e psicologici. Affrontare la violenza di genere richiede quindi un cambiamento trasformativo che agisca su tutti questi livelli, promuovendo una cultura di rispetto, uguaglianza e ascolto. La consapevolezza delle interconnessioni e la capacità di ascoltare le storie delle vittime sono fondamentali per ridurre la sofferenza e costruire un futuro libero dalla violenza.

 

Fonti
Capra, F., «I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull’ecologia umana», Aboca Edizioni, 2024.

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, titoli ottenuti presso l’Università di Bologna.
Ha pubblicato numerosi libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi.
Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il giornale letterario del Premio Nabokov.
La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese. Nel 2024 è stata selezionata per partecipare al Festival letterario di Venezia “La Palabra en el mundo”

Progetto (XVIII Edizione 2024) – Ita/Eng/Spa


Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, pubblicato con Leonida edizioni, uscito a febbraio 2024, è stato selezionato per presentarlo al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024, è stato presentato nella Televisione di Stato della Repubblica di San Marino e in Tele Granducato della Toscana, è stato presentato nel Festival Libri nel Borgo antico di Bisceglie, nell’ambasciata cubana a Roma, è stato presentato con l’associazione Artinte di Barletta, Trani, Puglia ad agosto, Puglia, nella trasmissione televisiva Street Talk di Andrea Villani, che viene trasmesse in 22 reti televisive in tutta Italia.

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Io, Senatrice a vita

27 lunedì Gen 2025

Posted by Deborah Mega in La società, Segnalazioni ed eventi

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Liliana Segre

 

Sono stata chiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018. Una mattina è squillato il mio telefono e la voce gentile del Presidente mi annunciava che aveva preso la decisione di nominare me Senatrice a vita. Mi sono sentita onorata e l’ho ringraziato per questo altissimo riconoscimento che mi ha colta di sorpresa. Davvero, non me lo aspettavo.
Non ho mai fatto politica attiva, mi sento fondamentalmente una nonna. Sono una donna con tanti impegni e molti interessi: la politica era un luogo a cui guardavo con curiosità, con rispetto, ma come cittadina – anche critica – nulla di più. Ecco perché il Presidente mi ha colta di sorpresa. Ma, un momento dopo, ho immediatamente sentito su di me, come è avvenuto spesso nella mia vita, fin da ragazza, la grande responsabilità del compito che mi veniva affidato. Ebbene, il mio pensiero è stato subito quello di onorare questa consegna del Presidente della Repubblica, facendo il mio dovere. Credo che il Presidente Mattarella abbia voluto fare memoria, attraverso la mia persona, dei tanti esseri umani che non ci sono più per la colpa di essere nati. E, con essi, ha voluto rammentare alle coscienze, a mo’ di ammonimento, questo anno, il 2018, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali.
Nel ruolo di Senatrice sento fortissimo l’impegno a tentare di portare dentro le stanze della politica quelle voci lontane, e che si allontanano sempre di più dalle nostre vite, fino a rischiare di essere perdute nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani della minoranza ebraica che, come me, subirono la violenza e il rifiuto: come cittadini, come esseri umani. Espulsi dalle scuole, dalle professioni, dal cuore degli amici e dalla vita del proprio Paese. Le leggi razziali perpetrarono questo scempio. Fu la persecuzione, la sottrazione di diritti – e, soprattutto, il silenzio nel quale tutto questo avvenne – a preparare la strada alla Shoah. È nell’indifferenza generale che i dittatori compiono i saccheggi più gravi alla dignità dell’uomo.
Il mio impegno, in ogni decisione che prenderò, in ogni proposta di legge che definirò, sarà quello di dare voce a quanti non sono tornati da quello sterminio premeditato: essi non hanno tomba e sono finiti nel vento. Il mio impegno è, ancora, quello che prendo ogni volta con i ragazzi che incontro. Contrastare il razzismo. Tramandare la Memoria. Costruire un mondo di fratellanza e di pace, in piena sintonia con la nostra Costituzione. Non mi dimenticherò dei ragazzi. Non voglio, infatti, trascurare l’impegno che ho preso con loro: testimoniare, raccontare, coltivare la speranza attraverso le loro giovani menti. Le scuole restano il mio luogo del cuore perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali. Continuerò, finché avrò le forze, a raccontare loro l’assurdità della Shoah, la pericolosità della predicazione dell’odio. Ma senza rancore. Nel mio impegno nelle scuole e in politica io non porterò mai il rancore e l’odio.
Sono una persona che non dimentica, ma libera dallo spirito di vendetta: la mia libertà
sta nel sentirmi una donna di pace. È questo spirito che mi accompagnerà durante il mandato che mi è stato affidato nel Parlamento del mio Paese.
Un cammino che ho iniziato nel mio primo discorso in Senato con queste parole…

Signor Presidente del Consiglio, colleghi Senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’aula, non posso fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali razziste del 1938, facendo una scelta sorprendente e nominando quale Senatrice a vita una vecchia signora. Una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia, che porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito, non solo di ricordare, ma anche di dare in qualche modo la parola a coloro che ottant’anni or sono non la ebbero.
A quelle migliaia di italiani, quarantamila circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni e dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-45 e che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.
Soprattutto si dovrebbe dare realmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, uccisi per la sola colpa di esser nati. Loro, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento.
Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze oltre agli ebrei vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite. Ma presto all’invidia seguì l’orrore perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche
vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.
Mi accingo a svolgere il mandato di Senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io.
Tenterò di dare un modesto contributo alla attività parlamentare, traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo, ho conosciuto il carcere, ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio.
Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di Senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi e ai programmi avanzatissimi, ancora in larga parte inattuati, dettati dalla Costituzione Repubblicana.
Con questo spirito ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a Senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del governo senza alcun pregiudizio e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidato tutta la vita.

 

Liliana Segre, Intervento del 5 giugno 2018
Liliana Segre è presidente della Commissione per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza istituita in Italia nel 2020.

La stella con la scritta Jude (“ebreo”) che veniva cucita sulla divisa del lager.

Un’immagine dell’installazione “Shalechet” (“foglie cadute”) che si trova nel Museo ebraico di Berlino, progettato dall’architetto polacco Daniel Libeskind, appartenente a una famiglia ebrea decimata dalla Shoah. I volti in metallo che coprono il pavimento stridono e producono un rumore insopportabile quando il visitatore ci cammina sopra.

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L’opinionista: “Volevo essere uno strega”

12 giovedì Ott 2023

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società, Video

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disegno digitale di Loredana Semantica

E’ difficile scrivere un articolo intelligente sui premi letterari, è come dissertare sugli incentivi alla migliore performance aziendale. Individuare i meriti oggettivi è impossibile, nessun datore di lavoro è onnisciente, decide in base alla propria visione e i premi puntualmente producono una spaccatura; un premiato gongolante da un lato e una pletora di dipendenti immusoniti all’altro capo.

E’ recente la proclamazione di Vivian Lamarque vincitrice della prima edizione del premio Strega-poesia, l’attribuzione del Nobel per la letteratura a Jon Fosse, e, guardando all’ambiente letterario “social” più vicino, quasi in sincronia sono stati resi noti gli esiti dei premi: Lorenzo Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano. La prima considerazione che mi è venuta alla mente è che quest’anno c’è stato un singolare sovrapporsi contemporaneo di proclamazioni. Frutti autunnali che maturano come l’uva. Non so se ciò sia avvenuto casualmente o sia stata una scelta strategica per produrre il risultato di inondare il “mercato” d’informazioni, cioè sollevare onda su onda e spiaggiare le possibili critiche subito superate dalla notizia successiva.

Per lo Strega, mi pare che la premiazione della poetessa Vivian Lamarque abbia accontentato un po’ tutti, condivisibile la scelta della giuria, già da molti preconizzata. E’ un genere poetico apparentemente leggero, con punte di profondità che fanno pensare, con sottofondo di ironia che fa sorridere. Una poesia che solletica e consola, paziente, acuta, bonaria. Il titolo della raccolta “L’amore da vecchia” strizza l’occhio alla narrazione biografica e autoironica, affine, quanto meno in spirito (meno nella forma) a quella di Wislawa Szymborska, premio Nobel 1996. Mi sembra perciò di poter dire che nell’ultimo trentennio sia più apprezzata la poesia gradevole, accattivante, che tenta di essere popolare e distrae dalla pesantezza dell’essere.

Singolare, inconsapevole e perciò in un certo senso poetico il contrasto inscenato sul palco della serata finale tra le figure di premiata e conduttrice.  Tra l’outifit della poetessa, semplice e comodo, nient’affatto appariscente dai capelli alla punta delle scarpe in tutta la sua statura piccoletta, in confronto a Ema Stokholma, la presentatrice francese, figura chilometrica, con erre moscia roteante, outfit geometrico elegante, capelli sbarazzini sul capo svettante a vertiginose altezze. Il contrasto era talmente spudorato da essere ironico, quasi corollario alla poesia della Lamarque.

La critica accademica non è entusiasta di questa scelta, l’eco è giunto nella serata di premiazione per bocca della stessa vincitrice che ha riportato l’appunto di puerilità rivolto alla sua poesia. Dal mio canto invece chiedo quale spessore critico abbia l’autrice, i saggi e gli approfondimenti, quanti libri abbia letto e quante poesie d’altri, domande che non hanno il fine di denigrare o screditare ma capire quanto le dinamiche della creazione dialoghino con una riconosciuta profondità critico-letteraria, ampia conoscenza della produzione poetica nostrana/internazionale oppure se ne prescindano, come si miscelano le due attitudini poetico/critica in ogni poeta di successo conclamato. Pongo il dubbio, ma conosco già la risposta, e non sta nella qualità della poesia in sé, né nelle doti dell’autore, né tantomeno nella sua preparazione letteraria o brillante lavoro critico e propedeutico. Il mistero alchemico si risolve in tre vocaboli: consenso, potere, business. Collante tra tutti il colpo di fortuna.

Sul palcoscenico la Lamarque s’è detta fortunata di ricevere il premio in vita, mentre altri poeti ricevono il riconoscimento dopo la loro morte. Considerazione che fa centro in due direzioni. Da un lato perché il premio Strega storico di narrativa quest’anno è stato attribuito postumo, dall’altro perché di frequente accade con la poesia che se ne comprenda pienamente valore e spessore solo dopo che gli autori sono morti, quando cioè non sono più loro stessi a recare testimonianza del proprio dire, ma all’inverso è il proprio dire che dà testimonianza di qualcosa d’importante scritto in vita. Cioè qualcosa che con la morte non può proseguire e che avvertiamo come una perdita. Notoriamente infatti i poeti dopo morti non scrivono più. Qualcuno ha notato che la vittoria della Lamarque è stata scarsamente celebrata dai poeti social. Spiego il fenomeno con la funzione preminente assunta dal social postpandemico nell’ambiente letterario, specificatamente tra i poeti e scrittori. Esso ad alcuni serve quasi totalmente a promuovere parossisticamente e ossessivamente solo se stessi. Una sorta di implosione dell’ego. L’altra ragione, ma è un’illazione – potrebbe essere l’effetto “premio aziendale” (vedi sopra al primo capoverso). Alla fin fine tutti vorremmo essere uno strega.  

Degli altri premi: Montano, Un monte di poesia e Guido Gozzano ho notato l’avanzare di nomi per me nuovi in posizioni di pole position. Da anni ho tanti poeti tra i contatti premiati in passate edizioni e in ciò vedevo una sorta di consacrazione del loro essere poeti di successo. Quest’anno invece leggo tanti nomi non noti e non mi pare siano tutti giovani esordienti. Il fenomeno è interessante. Sembrerebbe una sorta di cambio delle guardia o un accantonamento del pregresso. Forse i miei contatti non scrivono più consapevoli della vanità di ogni cosa? Partecipano, ma le loro opere non vengono prese in considerazione? Scrivono ma in un modo che non intercetta le coordinate della specifica commissione? Non partecipano per la scontentezza dei piazzamenti pregressi? Anche qui: tutti vorremmo essere uno strega?

Ognuno nel partecipare a un premio si atteggia con lo spirito che più gli si addice e che muta nel tempo. C’è chi partecipa perché mira al premio in denaro, chi per ricevere un riconoscimento della propria scrittura, dubbioso che essa abbia un valore, chi per aumentare il proprio prestigio personale arricchendo il medagliere, chi per farsi leggere (taluno peraltro dubita che i giurati lo facciano veramente), chi perché frequenta la cerchia letteraria che lo gestisce, e la sostiene, non solo con la quota di partecipazione, ma alimentando la provvista di opere, chi perché apprezza l’operato culturale dell’organizzazione…

Lessi tempo fa a proposito dei premi la considerazione espressa da un professore universitario che ha fatto parte di molte giurie letterarie e che trovo pienamente condivisibile. Nell’ambito di commissioni valutatrici i premi e gli stessi riconoscimenti attribuiti non sono corrispondenti soltanto al valore del valutato o qualità del suo lavoro, ma rispondono a logiche interne (e, probabilmente, anche a pressioni esterne) che muovono il piazzamento verso l’alto o verso il basso o addirittura escludono il candidato, lo sacrificano alle logiche del gruppo. Peso, autorevolezza di uno dei membri in commissione ad esempio. Per spiegare meglio ai profani cosa significhi logica in modo alternativo e terra terra racconto un aneddoto.  Molti anni fa, desiderosa di un migliore incarico di lavoro, una collega in gamba si rivolse a un dirigente che faceva grandemente affidamento su di lei e la stimava, egli, per suo conto, sondò il terreno delle possibilità presso i vertici aziendali. L’esito negativo delle consultazioni fu riferito all’interessata condensato in una frase: “E’ che lei non la conosce nessuno”.  Una simile motivazione estemporanea potrebbe rientrare nella logica sotterranea delle valutazioni dei premi. Un’ altra non troppo distante dalla precedente, ma in senso opposto è che non si può escludere/scontentare il “pezzo grosso” (autore-editore), per quanto magari il suo lavoro/prodotto non brilli più di tanto o più di altri. Sono tutte, s’intende, esemplificazioni. Va da sé che logica e qualità non sempre vanno a braccetto e le giurie cercano di fare del loro meglio perché non sia troppo evidente.

E quindi essere escluso non significa che il lavoro proposto non abbia un valore tale che avrebbe potuto avere un riconoscimento (difficilmente il primo premio), essere vincitore non significa che altri, collocatisi in posizioni sottostanti, non fossero maggiormente meritevoli. Per chi sta nel mezzo tra questi estremi un più confacente posizionamento poteva essere verso l’alto o viceversa più giù nella “graduatoria”. Possibili rimedi: inserirsi nelle giurie cercando di fare di meglio, creare il proprio premietto condominiale e tentare di farlo divenire storico tra quarant’anni, non partecipare in alcun ruolo. Rimedio quest’ultimo che sottrae alla logica dei premi, gli altri due invece vi si tuffano dentro. Dimenticavo di dire che i concorsi letterari sono specchio di un mondo competitivo, su quanto questo sia criticabile e su come sarebbe meglio funzionasse il mondo in modo alternativo ci sarebbe da scrivere trattati.

Spendo, in una breve digressione, due parole sull’argomento quota di partecipazione, che delineano l’id quod plerumque accidit, memore di aver letto on line di non partecipare a premi letterari in cui si paga una quota di iscrizione perchè non sono seri. A mio avviso non corrisponde al vero, per quanto quelli gratuiti siano comprensibilmente più attraenti. Un’organizzazione che sia strutturata giuridicamente e opera sostiene delle spese, dunque, se è tale e chiede quota di partecipazione, è per sostenere le spese (dal fracobollo alla luce elettrica, al commercialista ecc.). Se il premio è prestigioso e non chiede quota di iscrizione è perchè si autofinanzia ad esempio è una fondazione ben gestita (conta cioè su un capitale iniziale generosamente concesso, generalmente per disposizione di morte e lo fa fruttare) oppure è supportata da finanziatori che ovviamente decidono tutto, per es.casa editrice. Se invece l’organizzazione non è strutturata e chiede una quota di partecipazione lo fa per sostenere le spese compresa la provvista per corrispondere un premio in denaro, se previsto, se invece non chiede contributi è praticamente certo che qualcuno dei gestori sta mettendo mano al portafoglio personale e spende di suo, anche solo nel senso di lavorare tanto e gratuitamente.

In conclusione, appunto perché si sa che la logica dei premi è un concorso di fattori/visioni/aggregazione, più simile ai processi di votazione parlamentare o condominiale che alla conta matematica delle risposte nei test di un concorso, occorre sempre comprendere che il risultato è l’esito di un bilanciamento di opposti e convergenti fattori e, pertanto, da accettare per quello che è. In altri termini occorre partecipare senza eccessive aspettative. Se è andata male e la delusione brucia – la delusione del resto è un sentimento incontrollabile come l’amore, come l’invidia – allora, per dimenticare in fretta, tornare al tornio, le mani sull’argilla, fare i vasari. Cantare.

Il mondo va così… di Battiato.

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L’opinionista: “Questa te la manda la mamma”

03 martedì Ott 2023

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società, Video

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Parafrasando il titolo di una rubrica di RAI Radio3 “tutta la città ne parla” potremmo dire dello spot di Esselunga “tutta l’Italia ne parla”. Se l’obiettivo di una pubblicità è diventare virale perché si nomini il più possibile il marchio pubblicizzato, bisogna riconoscere che è stato un successone. La domanda interessante però è perché ha colpito tanto? Se una breve narrazione sceneggiata diventa oggetto di discussione evidentemente contiene un messaggio che fa centro, si presta a letture diverse, ma soprattutto mette in moto le sovrastrutture mentali di ciascuno, solletica le esperienze e le memorie personali, provoca una reazione. Gli aggettivi si sprecano: sessista, antifemminista, moralista oppure all’opposto commovente, tenero, delicato.

La spot è girato molto bene, ben recitato, tempi giusti, giuste inquadrature. La mamma perde momentaneamente al supermercato Emma, la sua bambina, la cerca con ansia e finalmente la trova al banco ortofrutta incantata davanti a una splendida pesca, che, immaginando la desideri, per accontentarla le compra. Subito dopo le si vede a casa che giocano, poi si sente il citofono. È il padre che  è venuto a prendere la bimba. La madre chiama Emma perché scenda da papà e la piccola prende lo zainetto nel quale non dimentica di infilare la pesca. Nell’ingresso madre e figlia si abbracciano, si abbracciano nell’androne padre e figlia, poi entrano in macchina e la piccola porgendo la pesca al papà scandisce con la sua voce fina fina “Questa te la manda la mamma”. La mamma li guarda da dietro i vetri, il papà risponde “Me la manda la mamma? Bene a me piacciono le pesche, chiamerò la mamma per ringraziarla” occhiata verso il balcone dal quale la mamma li guardava fino a un attimo prima. Slogan: “Non c’è una spesa che non sia importante”.

Fine dello spot.

Rilasciato da pochi giorni sui canali televisivi e visibile anche su youtube lo spot ha scatenato il web. Ironia a profusione, interpretazioni, critiche, demolizione, difesa, esaltazione.

Mi sovviene che sugli schermi non molto tempo fa hanno proposto ripetutamente pubblicità con coppie omologhe senza che ciò – mi pare – scatenasse altrettanto “entusiasmo”. Forse che la “separazione” e il “divorzio”, cioè gli istituti giuridici con i quali si pone fine a un’unione, non possono essere lo “scenario” sociale di riferimento? Essi scatenano un effetto così “drammatico” sulla psiche? Probabilmente la differenza è che lo spot spiazza, in quanto osa mettere in scena la “parte debole” del rapporto o, se preferite, l’effetto collaterale inevitabile di un divorzio e cioè l’infelicità dei figli. Certo soffrono non meno i genitori, solo che questi ultimi sono gli artefici degli eventi, i figli invece sono gli “innocenti” coinvolti dalle decisioni altrui che subiscono il trauma familiare.

Insisto volutamente sulla parola famiglia perché essa rappresenta l’unità sociale elementare costituita non su basi autoritarie, sovrane, governative, bensì su basi consensuali e biologiche, tant’è che essa esiste dai primordi dell’umanità. È costituita da un uomo una donna che si uniscono per generare e poi mantengono l’unione per allevare, proteggere, educare i figli. Ora non è che lo scioglimento del matrimonio fa venire meno la famiglia. Essa esiste ancora. E tutta le normativa sullo scioglimento del matrimonio è “impregnata” dal concetto di tutela della famiglia. Il che sembrerebbe una contraddizione, visto che una coppia si sta sciogliendo, ma solo apparentemente perché il matrimonio – che è sostanzialmente un accordo – non è con i figli è tra i coniugi ed è questo contratto che si scioglie, se ci sono figli, la famiglia invece persiste nella sua funzione tipica. Premesso ciò appare infondata l’accusa di moralismo dello spot, in quanto moralista semmai è la famiglia perfetta dove i matrimoni non si sciolgono, anzi sono solidi come una roccia e tutti stanno a tavola a colazione la mattina mentre gira la ruota del mulino, la farina si spolvera sul tavolo di legno da tremilacinquecento euro, al centro del loft con i soffitti a chilometri di distanza, la luce entra quasi miracolosa dalle finestre altissime, le gocce di cioccolato danzano la rumba e le brioche si tuffano nel latte in costumino.

La madre del nostro spot perde la figlia al supermercato. La bambina, intenta ad architettare la sua strategia, sfugge al controllo materno. Lo smarrimento del pargolo tuttavia appartiene alla memoria di ogni madre, non c’è genitore che, anche se per pochi secondi, non lo abbia sperimentato, il che contribuisce all’immedesimazione e crea anche una certa suspance. C’è chi vi ha visto invece una scarsa capacità materna. Per quanto sopra l’illazione resta tale. Ciò che voglio dire più in generale è che lo spot non può dirsi antifemminista perché le donne non sono messe in cattiva luce, né rappresentate come assoggettate al patriarcato o sottomesse. Tra l’altro vi sono fotogrammi dove madre e figlia giocano allegramente, quindi la mamma è una brava mamma, come tante. La bimba invece è una futura donna, che già però dimostra intraprendenza e inventiva, attuando un piccolo inganno a fin di bene. E’ palese la nostalgia della quale soffre pensando a quando erano una famiglia unita. Guardando la pesca ha l’illuminazione, cioè usarla per trait d’union tra mamma e papà. Ora noi non sappiamo se i genitori si parlino o meno, se sono risentiti l’uno con l’altro, se quindi la strategia della piccola è vincente nel senso di riuscire a collegare nuovamente ciò che non comunica. Certo auspicare una riconciliazione grazie a una pesca sarebbe farsi i film, ma chissà…da cosa nasce cosa…Suggerirei un sequel.

Infine, sempre contro l’argomentazione del moralismo, la piccola nel porgere il frutto al padre pronuncia senza dubbio una bugia violando uno dei dieci comandamenti: “non mentire”. Dubito che molti lo conoscano, giacché mentire è una prassi diffusa, ma quelli che lo ricordano, sanno anche che una piccola bugia detta a fin di bene e/o detta da un bambino è scusabile. Quindi è benedetta la pesca galeotta.

Si è così tanto parlato di questa faccenda che sono intervenuti anche organi politici di vertice per dire la loro a favore dello spot trovandolo tenero, commovente e pro famiglia, quest’ultima, come sappiamo, è tra gli argomenti più caldi a destra e a manca, sia nel senso tradizionale di famiglia biologica, sia da intendersi come convivenza stabile e consensuale in senso lato.Tra le ultime che ho sentito al riguardo è che personaggi di governo ne parlano per l’effetto red harring, cioè falsa pista per distrarre dai problemi più gravi della nazione, dal che mi sono sentita in dovere di parlarne io che non ho sulle spalle i problemi della nazione e m’interessa analizzare i fenomeni virali per comprendere la società.

A mio avviso, vista la marea crescente di coppie separate/divorziate che abita il Paese, lo spot ha giusto messo loro il dito nella piaga, cioè ha focalizzato l’attenzione sulla bimba che ne è la vera protagonista, ha messo in luce la sua tristezza, che è poi la malinconia di tutti figli di genitori separati, il suo desiderio di riunire la famiglia, il suo spirito di iniziativa, la sua piccola “importante” spesa, ma nel contempo e proprio perciò ha messo a disagio, rinfocolando il senso di colpa che attanaglia i genitori separati/divorziati per aver fatto soffrire i figli, cioè gli esseri che amano di più al mondo. Sul senso di colpa posso solo dire che è una brutta bestia, si sviluppa tanto più gigantesco quanto maggiore è la responsabilità di cui ci si sente portatori, è talmente intrecciato al dolore che non si attenua se non si attenua il dolore. E niente…c’è poco da fare, occorre mettere in atto tutte le possibili strategie per attenuare gli effetti di ogni cosa che fa male. Nel caso specifico magari…cambiare canale?

Il web si è scatenato con un’ironia selvaggia, divertente, truce o pensosa. Riporto tra tutti, il meme che, a mio avviso, coglie appieno la realtà non buonista del fenomeno.  

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“Salone del libro? Ni… grazie!” di Aldo Viano

30 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Segnalazioni ed eventi

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Aldo Viano, Salone del libro di Torino

ph. Loredana Semantica

C’ero già andato l’anno scorso. Un nuovo editore aveva appena pubblicato il mio secondo romanzo e mi aveva invitato a Torino. Il mio volumetto faceva bella mostra di sé sul suo banchetto.

Nonostante non fossi più un giovincello (e oggi sono ancora più vecchio), mi feci prendere dall’entusiasmo “dell’autore presentato al Salone del libro”.

«Che cosa devo fare?» chiesi.

«Niente di speciale, ti metti qui davanti, con il tuo libro in mano, e se qualcuno si ferma tu gliene parli e cerchi di venderglielo».

È così per tutti, per tutti gli editori e per tutti gli autori, anche per i più famosi, cambia solo la “lochescion”: i più sfigati in piedi davanti agli stand a fare i piazzisti di pentole di carta, i più commerciabili in una saletta con tanto di microfono e compiacente relatore che li imbocca.Sarà che non sono mai stato portato per il marketing, ma mi sentivo uno scemo. Tra i “do solo un’occhiata” e i “grazie, ma ho già mangiato” (risposta veridica, lo giuro), mi chiedevo che cosa stessi facendo lì.

Quest’anno ci sono andato con minore entusiasmo. Non posso parlare male del mio editore, anzi, dei miei. Sono brave e oneste persone che fanno del bricolage più o meno avanzato, cioè fanno ciò che possono con quello che hanno. Entrambi mi hanno fatto un’intervista pubblicata sui social, il luogo virtuale che rende sempre meno socievoli i lettori e i frequentatori del salone (non sempre coincidono).

È un posto enorme, ben organizzato e altrettanto dispersivo. Entropico è forse l’aggettivo che meglio lo definisce. Tradotto in volgare: un casino innominabile. Coorti di ectoplasmi vagano senza meta tra i padiglioni, lo sguardo vuoto e la borsa piena di libri comprati seguendo le molteplici pubblicità stile “what else?” o grazie alla capacità di persuasione della sirena di turno, leggi l’abilità del “collaboratore” della casa editrice pagato poche centinaia di euro al mese, o con partita IVA incentivato dalla percentuale sulle vendite effettuate.

Un bailamme senza senso, un parossistico bazar dove trovi anche un catafalco del Ministero della Difesa (mi chiedo se difendano la “cultura” e soprattutto da chi), un altro della Rai da dove pontificano giornalai con il titolo di giornalisti, chioschi di rappresentanza delle Regioni, che con la scusa di un opuscolo pubblicitario promuovono attività commerciali e turismo (cioè lo spostamento di persone che starebbero meglio a casa loro in posti che sarebbero migliori senza di loro), un’esposizione di aspirapolvere Fo**etto (visto con i miei occhi) forse per spolverare i vecchi volumi, venditori di street food dagli olezzi pestilenziali e dai prezzi da oreficeria, insomma, un mercato mediorientale dove il principale movente dei “clienti” (attribuire loro l’appellativo di lettori è una scommessa) è quello di dire “io c’ero”.

Durante una pausa, all’esterno dei casermoni adibiti a esposizione faccio due parole con un omone dall’aspetto dimesso. Scopro che è un editore, o meglio uno che stampa manoscritti esenti da diritti d’autore, e che ha uno stand enorme proprio di fronte a quello del mio editore. “Nella giornata della memoria, con il Diario di Anna Frank tiro su 20-30.000 Euro”, mi dice orgoglioso.

Mi chiede in che veste partecipi al salone. Quando gli dico che sono un autore e che ho venduto più di un centinaio di copie si esalta e mi copre di complimenti. Secondo lui (prendo con le pinze le sue affermazioni) ciascuno dei circa 80.000 nuovi manoscritti pubblicati ogni anno vende più o meno 100 copie. Il resto va al macero. La maggior parte degli editori (lui non si definisce tale) sopravvive grazie alla rete di contatti di ogni autore, il quale, se vende una cinquantina di esemplari grazie alle sue presentazioni e firma-copie, gli garantisce la copertura delle spese. Poi ci sono i contributi all’editoria: statali, regionali, europei e via discorrendo. I distributori, soprattutto il più grande, sono delle associazioni a delinquere (ipse dixit).

Alla fine della conversazione, ne esco con la conferma di ciò che sospettavo: i toni trionfalistici, che ogni anno seguono la chiusura della kermesse torinese, lodando il successo di pubblico, il rinnovato interesse per la cultura, la sensibilità delle amministrazioni pubbliche, l’abnegazione degli organizzatori, l’entusiasmo degli editori e via discorrendo, lasceranno il posto non molto tempo dopo ai soliti piagnistei sul fatto che in Italia non si legge, sulla crisi dell’editoria, sull’analfabetismo di ritorno (da dove?) e sulla necessità di nuovi e più cospicui aiuti pubblici a un settore cardine della cultura nazionale.

Ritorno al banchetto del mio editore dove i miei omologhi autori si sfidano in una tenzone di selfie da postare sulle loro pagine social. Sono molto diverso da loro? Ognuno crede d’avere qualcosa d’imprescindibile da dire al mondo, un messaggio in bottiglia.Sono sommerso da un vociare incontenibile, una folla di miei simili che riversa parole in questo capannone annegato in un oceano di parole scritte. Milioni, miliardi di parole, Utili? Inutili?

La cifra essenziale di questo “Salone” è quella commerciale. Significa avere performance misurabili in termini di successo. Nudi, freddi numeri capaci di certificare che il “cliente” (lettore e/o autore) è divenuto performante, perfetto ingranaggio di una oliata macchina dove la divergenza, il senso critico sono considerati con fastidio un inceppo da aggiustare. Perché la vita è una darwiniana competizione in cui solo il più “competente” vince. E gli altri devono percepire il peso dello smacco, del fallimento, divenendo “scarti”. Conta solo vincere a qualunque costo, anche con la slealtà.

I miei libri sono una camola in un silos di milioni di metri cubi di farina.

«Allora perché ci vai al salone?»

Perché come tutti gli umani non sono esente dal demone della vanità. Perché anche a me piacerebbe vendere centinaia di migliaia di copie come i VIP che denigrano Dante, Manzoni, Dostoevskij o Verga e che, en passant, invitano i “clienti” a comprare i loro manoscritti.

Però, io non lo farei, se non altro per buona educazione, un vezzo riservato ai “boomers”.

Vado al salone perché, come diceva Dominique Angel, «Je passe mon temps à me libérer de ce que la nécessité m’oblige à mettre en place pour survivre».

Poi, secondo la legge dei grandi numeri, ti capita qualcuno davanti, uno sconosciuto che ha comprato su Ama*on il tuo libro, che l’ha letto, e te lo conferma citando questo o quel passaggio che gli è piaciuto, che gli ha lasciato qualcosa. E ti chiede la dedica, la medaglietta che lui pensa d’aver meritato attraverso la sua lettura.

E tu, non gliela fai la dedica? Sì, il Salone è proprio una fiera: delle vanità.

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Il rapimento del dio «terribile e oscuramente maestoso» di Sabatina Napolitano

02 martedì Mag 2023

Posted by Loredana Semantica in Mito

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Il prof Braccini ci aveva già abituato a parlare del regno dei morti in diversi suoi volumi, uno scritto insieme a Silvia Romani dal titolo “Una passeggiata nell’aldilà”(Einaudi, 2017) e l’altro più recente “La nave di Caronte” (Einaudi, 2022) scritto insieme a Luigi Silvano. In “Ade e Persefone” (edito Pelago, 2021, scritto da Braccini in collaborazione a Datati con una introduzione di Giulio Guidorizzi) troviamo il racconto del mito del curatore pistoiese, le variazioni sul mito di Dadati e una antologia commentata di testi che parlano di Persefone e Ade tratta da l’Inno a Demetra attribuito ad Omero, dal poema epico il Ratto di Proserpina del poeta Claudiano e dalle Metamorfosi di Ovidio. Guidorizzi nella sua introduzione sottolinea come Frazer avesse già iscritto il mito tra quelli legati al ciclo della vegetazione in un ritmo che scandisce il ciclo vita-morte-rinascita; si ripete anche il fatto che tutta la simbologia del mito è sacra e non è solo oggetto dell’antropologia ma anche della psicologia: il legame madre-figlia, le nozze violente, il melograno. Seppure macabro quello di Ade e Persefone fu amore. Persefone, figlia di Zeus e Demetra, fu rapita da Ade, dio degli inferi e dei morti, dando poi vita al ciclo delle stagioni ma in origine ci fu lo scontro tra Crono e i Titani, da una parte, e Zeus e i suoi fratelli dall’altra, da qui i secondi ebbero la meglio e cominciarono a spartirsi l’universo. Ad Ade (l’invisibile veniva detto dagli antichi, grazie anche all’elmo che indossava che rendeva invisibili, la kynee) toccò il regno dell’oltretomba. Il dio degli inferi pare vivesse in una dimora putrida e orribile e che fosse uscito solo per regolare con Zeus la questione delle anime, della conoscenza del momento della morte, e per affrontare Eracle (da questa lotta Ade ne uscì sconfitto con una spalla trafitta da una freccia). In greco Ade era noto come Plouton, Plutone, da “ploutos” che significa “ricchezza”, in effetti il dio, non solo era ricco, perché sottoterra si celavano tesori e miniere, ma godeva anche di un certo fascino somigliando al fratello Zeus. Il poeta Claudiano lo definisce «terribile e oscuramente maestoso». Stanco di vivere da solo nell’Ade, il dio dei morti chiese aiuto al fratello Zeus per cercarsi una sposa. Il re dell’Olimpo, chiese a sua volta, aiuto ad Afrodite che insieme ad Atena e Artemide (ignare dell’accordo tra Afrodite e Zeus) convinse Persefone ad uscire dal palazzo per raccogliere dei fiori. Da qui le versioni del mito sono diverse, nel brano tratto dall’Inno a Demetra tradotto da Braccini, si narra il rapimento: “Lontano da Demetra dalla spada d’oro, dai bei frutti,/ ella giocava con le figlie di Oceano dai pepli drappeggiati;/ raccoglieva fiori, rose e crochi e belle violette/ nel soffice prato, iris e giacinti/ e il narciso, che al fine di ingannare la rosea fanciulla aveva fatto sbocciare/ la Terra, per volontà di Zeus e per compiacere Colui che accoglie molti”. Omero descrive Persefone in modo distaccato, nel rispetto della religiosità eleusina, si limita a raccontare la violenza perpetuata ai danni della figlia di Demetra: “La ghermì e contro la sua volontà sull’aureo carro, la portò via tra i suoi lamenti: e infatti gridò a gran voce, invocando il padre Cronide, altissimo ed eccelso”. Diversamente il poeta Claudiano, agli inizi del V secolo d.C, tratteggia un ritratto di Persefone in rivolta, che protesta e si lamenta così nella traduzione di Braccini: “Perché contro di noi le saette fabbricate dalle mani dei Ciclopi/ non hai scagliato padre? Così volesti consegnarmi/ alle crudeli ombre, così esiliarmi dall’intero mondo? Non ti piega nessuna pietà, in te non c’è nulla di sentimento paterno? Per quale colpa ci siamo meritate tanta ira? […] Per il tentativo di quale sacrilegio, per la complicità di quale colpa/ sono cacciata nei baratri immani dell’Erebo?/ Fortunatamente chiunque fu rapita/ da altri! Almeno può godere del sole comune./ A me invece al contempo viene negata la verginità e il cielo,/ insieme alla luce è tolto il pudore, e abbandonata la terra sono trascinata a fare da schiava al tiranno stigio! […] aiutami nella disgrazia! Trattieni il rapitore furioso!”. Parole intense, toccanti, attuali che cercano di penetrare la psicologia della vittima con femminile sensibilità. Ma ecco che una sensibilità nuova interessa Claudiano nel punto di svolta della maturazione della protagonista “Da tali parole e dal bel pianto quello spietato/ è vinto e percepisce gli aneliti del primo amore”. Da questo punto si disvela la promessa concessa dal regno degli Inferi, il potere sulle anime: “Ai tuoi piedi giungeranno i re vestiti di porpora,/ privati di ogni sfarzo, frammisti alla folla dei poveri/ (la morte tutto pareggia!), tu condannerai i colpevoli/ tu concederai il riposo ai pii; di fronte al giudizio i rei/ saranno costretti a confessare i crimini compiuti durante la vita”. Meno sublime e struggente è Ovidio nelle Metamorfosi, nel brano scelto e tradotto da Braccini si svela anche il ruolo di Ascafalo, che avrebbe rivelato che Persefone ha mangiato dei chicchi della melagrana, seppure per caso: “Il fato però non lo permette, perché la vergine il digiuno/ aveva interrotto e, mentre ingenua vagava nei rigogliosi giardini,/ aveva colto una melagrana da un albero onusto/ ed estratti sette chicchi dal pallido involucro,/ con la bocca li aveva spremuti; solo tra tutti/ l’aveva visto Ascafalo […] vide tutto e, facendo crudelmente la spia, le impedì di tornare”. Già nel libro “Indagine sull’orco. Miti e storie del divoratore di bambini” (Il mulino, 2013), Braccini aveva avuto modo di parlare degli Inferi, infatti pare che la parola “Orcus” facesse riferimento sia agli Inferi che al signore degli Inferi. Non avendo tracce delle caratteristiche specifiche di questo dio nella religione romana, siamo disposti al pensare che si sovrapponesse a Ade e Plutone. In effetti gli Inferi erano collegati anche al “Mundus”, una struttura romana che probabilmente si trovava presso il Comizio, non lontano dall’ara Saturni, con una parte sotterranea coperta da un tholos e con una apertura circolare detta oculus. Il Mundus era consacrato a Dite e Proserpina e funzionava da accesso negli Inferi. Nell’Alcesti di Euripide, Thanatos era la personificazione della morte, ben diversa da Ade, che veniva associata all’Orcus come in Macrobio. Thanatos, la Morte, o “sacerdote dei morti” come Euripide fa dire per bocca di Apollo, è crudele e malvagia, uccidendo e per giunta, preferendo le anime dei giovani a quelli dei vecchi per dimostrare la sua potenza. In vari glossari antichi medievali così come in Isidoro di Siviglia, Plutone, Orco e Caronte sono la stessa cosa e anche negli anni fino al folklore moderno le figure si trovano spesso sovrapposte, così come in un manoscritto del 1320-1325 il nome di Thanatos nell’Alcesti viene sostituito con quello di Caronte. 

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Se questo è un uomo / Sognavamo nelle notti feroci di Primo Levi

27 venerdì Gen 2023

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, LETTERATURA, Poesie

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Primo Levi

 

Primo Levi (1919-1937), chimico e scrittore, dopo aver trascorso undici mesi di internamento ad Auschwitz, rientrò a Torino il 19 ottobre 1945 e cominciò a raccontare quello che aveva vissuto. La poesia è tratta dal libro “Se questo è un uomo”.

 

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si faccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

La foto ritrae alcuni prigionieri nei dormitori, subito dopo la liberazione del campo di Buchenwald, nei pressi di Weimar, I’11 aprile 1945.

 

Tomato in ltalia dopo  la deportazione, Levi scrisse anche la poesia che presentiamo. In essa condensa l’impossibilitä di lasciarsi alle spalle l’esperienza vissuta; nonostante il ritorno a casa, per lui e per i suoi compagni non smetteră di risuonare l’ordine di alzarsi che i detenuti ricevevano all’alba. Circa vent’anni più tardi, la poesia fu scelta da Levi come testo di apertura de La tregua, libro pubblicato nel 1963 in cui egli racconta il lungo viaggio compiuto per tornare in ltalia, dopo İa liberazione di Auschwitz.

 

Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo:

Tornare; mangiare; raccontare.

Finché suonava breve sommesso

Il comando dell’alba:

«Wstawać »:

E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,

Il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

È tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

«Wstawać».

 

(P. Levi, Opere complete. vol. II, Einaudi, Torino 2016, p. 686)

 

 

1.      Wstawać: «Alzarsi», in polacco.

 

 

 

 

 

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“Poesia e pudore” di Cipriano Gentilino

15 giovedì Set 2022

Posted by Loredana Semantica in I meandri della psiche, LETTERATURA

≈ 3 commenti

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Cipriano Gentilino, poesia e pudore

Il rapporto tra pudore e poesia è complesso come lo è per tutte le produzioni artistiche ma necessita di una attenzione particolare alle tematiche e al linguaggio principalmente per quanto attiene al rapporto tra poeta e i suoi versi e tra poeta e lettore.
Per questo iniziare con una poesia di Antonia Pozzi (scritta nel 1933) può essere interessante perché ne inquadra sufficientemente la relazione facendone vedere gli specifici risvolti storici ed evolutivi.
Antonia nasce in una famiglia alto borghese di Milano, si dedica alla poesia e durante gli studi classici si innamora del suo professore di latino e greco.
Un amore osteggiato per pudore dai genitori.
Una impossibilità che le fà decidere di porre fine alla sua vita.

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Nella poesia la similitudine con una giovane mamma nasconde profondi sentimenti d’amore e grazia sia per le parole che per il bambino, i quali divengono entrambi l’altro da sé presentato con tanto pudore da arrossire perfino se un passante benevolmente li apprezza.
Poeta e madre e passante e, per, estensione concettuale, poeta e lettore e pudore.
Relazioni intime, corporee, affettive e sociali che attengono tutte alla sfera di un pudore per il quale se non è cambiata la definizione sono cambiati nettamente i limiti e la percezione collettiva.
Sembra infatti, ad una visione generale e spesso però anche generica, che del pudore sia stato dimenticato il limite tra l’intimo e il condivisibile a favore della immagine, dell’apparire e dell’esserci con una corporeità e una affettività adattabile, pronta al cambiamento, talora mercificatile e, per dirla con Bauman, fluida.
Il continuo e rapido cambiamento dei paradigmi della società globalizzata, il frenetico progresso tecnologico con nuove modalità comunicative e il sempre più debole rispetto della privacy nonché la crisi delle dimensioni locali, della tradizione e di molti ideali generano insicurezza esistenziale e frequente rifugio in una immagine di sé magmatica, adattabile, narcisa e in una comunicazione rapida e sincopata senza un tempo-spazio dialogico e quindi senza un limite tra uso e abuso.
Uno spazio che più adeguatamente Manuel Castells ha definito “spazio dei flussi” dove la presenza individuale virtuale può fluire ovunque e contemporaneamente essere oggettivata nei social network oltre la sua dimensione reale.
Si può allora concordare, con Herbert Marcuse, sulla ipotesi che la dimensione sociale virtuale e mediatica sta assimilando tutta la nostra vita e creando un nuovo mostro, un “uomo unidimensionale”, senza un chiaro limite tra essere reale ed essere virtuale, con la conseguente paura o eccesso nell’ esprimere pensieri e opinioni non legittimate e quindi senza alcuna consapevolezza e limite del pudore.
L’arte e il linguaggio nascono dalla interazione con l’ambiente e com-prendono e inventano significati veicolati attraverso i linguaggi della scrittura, così come della musica o della pittura.
Una interazione che ha i tratti distintivi dell’esperienza dell’ascolto o, per dirla con R.M. Rilke, che è quel: “Lasciar compiere ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto di una nuova chiarezza….”
Dall’ascolto al creare e al comprendere quindi in un attraversamento dell’io dall’ambiente all’inconscio.
Un rapporto inconscio-poesia ampiamente indagato dalla psicoanalisi che vede l’arte come la attualizzazione di una sublimazione di pulsioni libidiche arcaiche perverse e incestuose rimosse ( Freud ) o come riparazione e ulteriore creazione di oggetti d’amore danneggiati ( Klein ).
Attività dell’inconscio nell’atto creativo che può quindi diventare sia oggetto di lettura psicoanalitica sia trasmissione, non consapevole, di particelle dell’io al lettore.
Il poeta e l’artista, infatti, ci ricorda Lacan, precedono sempre l’analista e arrivano a cogliere prima di lui delle verità che concernono l’essere umano e il suo rapporto con il linguaggio e, più nello specifico, precisa che “..i poeti, che non sanno quel che dicono, è ben noto, dicono però sempre le cose prima degli altri…”
(JACQUES LACAN, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud).

d’altro canto il poeta stesso lo dice :

UNGARETTI – COMMIATO 2.10.1916

“Poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”

È quindi il poeta a porsi pubblicamente in una relazione asimmetrica alla quale il lettore partecipa solo privatamente.
Il poeta si mette in gioco dopo aver giocato con sé stesso in una partita impari con l’inconscio, col far nascere e crescere la parola, con la ricerca del perfettibile, con il parto di una poesia, con il dolore del finito, la liberazione esausta, l’attesa di un sorriso.
Non si tratta solo del labor limae, si tratta più intensamente di ricerca di sè in sè stesso e nel mondo, negli altri da sè lungo percorsi personali dove il confine tra l’intimo e il condivisibile è mobile, cangiante, talora persecutorio.
La creatività, infatti, ha bisogno di nuove sapienze e nuove consapevolezze e per questo il bordo del limite è il suo spazio tra il trans-gradire, il comporsi e il comporre.
Un incontro con la coscienza della propria nudità, non quella fisica, ma quella culturale, relazionale, esistenziale che può condurre in uno spazio del dire e del dirsi che incontra sia la vergogna che il pudore, sia per l’eccesso della spudoratezza che per la riservatezza del ritegno.
Pudore che può anche essere resistenza alla spinta spasmodica di rendere pubblica la propria immagine o ponte tra socialità ed esigenza di ripiegamento in una zona di rispetto dove l’interiorità sta’ al di là
della dimensione esteriore.
In questo senso la rinnovata consapevolezza del pudore può diventare uno strumento di indagine della poesia sulla esistenza dell’uomo nella società contemporanea.
Una ricerca che possa riuscire a dirci sia “ciò che non siamo” (Montale – Non chiederci la parola) che, forse, ciò che saremo o rischiamo di essere in futuro.
Consapevolezza e ricerca attraverso quell’αἰδώς greco che oltre a pudore e intimo ritegno indica anche responsabile e dignitoso rispetto dovuto alle proprie e altrui dimensioni sociali ed esistenziali come sembrano suggerirci i versi di Valerio Magrelli che propongono, a mio modo di vedere, la possibilità di superare il pudore del sé corporeo e del suo sé-immagine con una serena consapevolezza e, ovviamente, con ammirevole creatività.

Io abito il mio cervello
Come un tranquillo possidente le sue terre
Per tutto il giorno il mio lavoro
È nel farle fruttare,
Il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
Mi affaccio a guardarle
Con il pudore dell’uomo
Per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
Come un tranquillo possidente le sue terre.

da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980

Cipriano Gentilino

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Mi dicono che ero bella. Patrizia Cavalli

26 domenica Giu 2022

Posted by LiminaMundi in Grandi Donne, LETTERATURA, Poesie

≈ 1 Commento

Bella lo era davvero Patrizia Cavalli, una delle voci più intense della poesia contemporanea. Se n’è andata nel giorno del solstizio d’estate, una bella data per morire anche se, per chi resta, ogni volta che muore un poeta è un giorno triste. Limina mundi la ricorda così. Una galleria fotografica e alcune sue poesie.

Patrizia Cavalli – Todi, 17 aprile 1947 – Roma, 21 giugno 2022

Mi dicono anche che ero bella
da ragazza ma io non me ne sono mai accorta.
Ecco, forse sono stata felice ma non me ne sono accorta.
Forse è stato un godimento oggettivo, quello della mia bella giovinezza, ma non soggettivo.
Non c’ero e dunque non ho vissuto.
A volte si vivono intere vite senza esserci.

Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

Questa sfusa felicità che assale
Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
E’ tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Ah, ma è evidente, muoio,
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muoio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch’io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l’altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un’immortale.

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“Orfeo dall’aurea lira”, il ricordo che non ricorda in Rilke

21 giovedì Apr 2022

Posted by maria allo in Appunti letterari, LETTERATURA, Mito

≈ 1 Commento

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Maria Allo, Orfeo, Rainer Maria Rilke

Orfeo olio su legno, Gustave Moreau,1865

Nel corso dei secoli, i miti hanno raccolto e tramandato la memoria collettiva di una cultura, di una civiltà e continuano a parlarci ancora, a distanza di tanti secoli, mantenendo intatta la loro forza. La consacrazione di Orfeo nell’immagine archetipica dell’artista risponde alla risonanza profonda che il suo mito suscitò nell’immaginario di tutte le epoche. Omero e Esiodo lo ignorano e occorre attendere il VI secolo a.C., perché un lapidario quanto fortuito riferimento a noi pervenuto sulla figura mitica di Orfeo (riportato da un tardo grammatico), nel frammento 17 del lirico greco, Ibico (gr. ῎Ιβυκος, lat. Iby̆cus), poeta greco di Reggio vissuto nel VI sec., di famiglia aristocratica, vissuto alla corte di Policrate a Samo, ci restituisca il mitico precursore dell’arte poetica, il dio che canta questo nostro mondo: il mutare delle cose e degli uomini che abitano presso di esse. Il mito dunque è l’elemento preesistente, comune e universale, ma insieme oscuro e misterioso; compito della poesia è quello di portarlo a chiarezza, di dargli una forma e un ordine. Alcune tradizioni vogliono Orfeo nato da Calliope e Apollo, che gli fu vicino durante l’infanzia, insieme alle muse alle quali aveva ordinato di prendersene cura.
Non molto tempo dopo Ibico, un altro frammento lirico evoca la prodigiosa malia del canto di Orfeo: è Simonide a immaginare il quadro fantastico che anticipa il senso di una sintonia fra l’uomo divino e la natura, un tratto tipico della sensibilità francescana che accoglie positivamente tutti i vari aspetti della creazione in quanto espressione e manifestazione della grandezza e benevolenza divine. Nell’Agamennone di Eschilo, un verso radioso esprime l’estasi con cui l’universo tutto si abbandona all’incantesimo del canto primigenio: “Ogni cosa egli conduceva con la sua voce, in felicità”. Ma Onomàkluton Orphén, “Orfeo dal nome famoso “la quintessenza della civiltà greca, la figura più leggendaria dei tempi eroici è tra le più complicate tanto che esiste un’altra tradizione sul lato oscuro della storia di Orfeo, ispirata alla consapevolezza tragica della fragilità umana di fronte al decreto inesorabile del fato o della realtà che lo stesso Eschilo accoglie nella perduta tragedia Bassaridi. La sua morte non era divina come il suo canto: lo avevano dilaniato le seguaci di Dioniso per istigazione del loro dio, furente perché, dopo aver visto l’oltretomba, Orfeo rifiutava di onorarlo. A questa tradizione si riallaccia il poeta ellenistico Fanocle, nei suoi Ἒρωτες. Del resto l’esistenza di varie correnti alle quali vanno assegnati i vari cantori sacri dice da sola che il mito, per il fatto di essere orale, poteva venire modificato con grande libertà, a seconda delle circostanze. Come la sua origine, così è ignota la sua patria. Orfeo, che già gli stessi antichi Greci consideravano l’incarnazione dell’antica cultura teogonica e teologica, contemporaneo di Giasone e di Eracle che accompagnò nel favoloso regno dei Colchi alla conquista del vello d’oro, nonché il creatore di quei riti orfici che egli solo, come figlio di Eagro o di Apollo e di Calliope, poteva conoscere, è comunemente riferito alla corrente tracia. Gli fu anche attribuita l’istituzione di cerimonie religiose a cui potevano prendere parte solo gli iniziati e che da lui presero il nome di misteri orfici. Molte sono le opere che recano il suo nome ma forse solo perché riferite alla sua ispirazione e al suo insegnamento. Comunque la rappresentazione che di Orfeo fa Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche come di un poeta dolcissimo al cui canto ubbidivano gli animali e le piante, e si commuovevano gli stessi dei, è rimasta nei secoli, incarnazione fra il mitico e l’umano di un’arte religiosa che sfiora i confini della magia e del miracolo.
La favola di Orfeo viene da Virgilio inserita, secondo la tecnica alessandrino-neoterica, in quella di Aristeo nel IV libro delle Georgiche, il libro dedicato alle api. Il pastore Aristeo si dispera per la morte delle sue api causata da una pestilenza. La madre, la ninfa Cirene, sente il suo pianto e il suo accorato appello e lo invita a recarsi da Proteo, un indovino perché gli riveli la causa della sua sventura. Questi lo informa che i suoi sciami sono stati distrutti da Orfeo adirato con lui per aver provocato la morte della moglie Euridice, “Non te nullius exercent numinis irae”. Questi versi collegano il mito di Orfeo con quello di Aristeo. Già erano presenti nella tradizione i motivi che caratterizzano la favola di Orfeo: la discesa di Orfeo negli Inferi per recuperare la moglie, il potere incantatore del suo canto, a cui si uniscono, brevemente, quello della sua morte, dovuto allo scempio vendicatore che ne fanno le donne dei Traci, e della sorte della sua testa. Virgilio li fonde, escludendo altri elementi della tradizione, in una visione di Orfeo che appare non come il fondatore dei misteri orfici, ma il simbolo della poesia stessa: grazie alla sua musa incantatrice ottiene di scendere nel tetro regno dell’Ade per riavere l’amata sposa, ma a causa di un suo errore, la perde nuovamente senza alcuna possibilità di recuperarla: rimane solo il canto a consolarlo. La sorte dei due protagonisti è opposta, in quanto opposto è il loro comportamento: Aristeo, grazie alla sua docilità agli insegnamenti ricevuti (deve eseguire il rituale della bugonia), riesce ad ottenere la rinascita delle sue api; ad Orfeo, indocile al divieto, è negata la “resurrezione” di Euridice. Risulta evidente che Ovidio nel X libro delle Metamorfosi e Poliziano nelle Sylvae sono entrambi debitori a Virgilio.
Anche Cesare Pavese ha ripreso il mito nei suoi Dialoghi con Leucò, un’opera che rilegge il mito antico stravolgendolo: egli ha scelto di voltarsi indietro e perdere per sempre la sua sposa. Euridice è una stagione della vita, un passato che Orfeo cerca, ed Orfeo ha una sua dimensione, non in cerca di Euridice, ma di se stesso. È questa una dimensione esistenziale che sola può essere dell’uomo del ‘900. “Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono/ sempre il mondo sotterraneo e promisero a più/ d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, / cantore, viandante nell’Ade e vittima/lacerata come lo stesso Dioniso, valse di più”.

Fra le tante rivisitazioni che il mito di Orfeo ha avuto nella letteratura contemporanea anche quella di Rainer Maria Rilke, scrittore e drammaturgo austriaco di origine boema che, pare abbia preso spunto dalla copia romana di un bassorilievo attico (conservato a Napoli), in cui il dio Hermes tiene per mano (quasi trattenendola) Euridice, nei versi di Rilke invece Orfeo ed Euridice appaiono meno uniti che nella scultura e tra i due si avverte inevitabile un incolmabile abisso. Nei Sonetti a Orfeo dedicati a Wera Knoop, (Rilke ricevette dalla madre di Wera una lunga relazione sulla malattia e la morte della figlia all’inizio del 1922, poche settimane prima che cominciasse i Sonetti) morta a diciannove anni di leucemia alla fine del 1919, fa riferimento al mito di Orfeo e con la sua straordinaria capacità di poesia, la storia di Orfeo è una delle più significative creazioni del mito del XX secolo. Wera era figura elettivamente orfica. Portava con sé l’infanzia, la danza e la musica, e la morte già dentro la vita, che rinvia ad un altro frammento orfico scoperto da Colli in Euripide.

Il male era prossimo. Già domato dalle ombre
Urgeva il sangue intenebrato, ma come per fugace
Presagio rifioriva nella sua naturale primavera.
Di nuovo ancora, interrotto di buio e di cadute,
terrestre rifulgeva. Finché dopo un terribile bussare
varcò irredimibile la porta spalancata.

(I,25, Sonetti a Orfeo, vv.9-14 trad.di Franco Rella)

Nel terzo sonetto della parte prima, il poeta riflette sul potere del canto.

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.
Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er
an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, Daß du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstößt, – lerne
vergessen, daß du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rilke stesso disse che la traduzione è un’arte affine a quella degli attori, «è alchimia, conversione in oro di elementi altrui». Di fronte alla lingua dei Sonetti dalla visionarietà rapace, resa con una certa crudezza, come dice Pintor, autentico miracolo di perfezione, renderne quanto più possibile la musicalità non è impresa facile. Propongo qualche variante di traduzioni di questo “inaudito centro” di Rilke, grazie al generoso contributo di Anna Maria Curci, esperta traduttrice di lingua tedesca.

Un dio lo può. Ma potrà mai adeguarsi
su snella lira un uomo, dì, al suo esempio?
L’uomo è discorde. Apollo non ha un tempio
dove in cuore due vie vanno a incrociarsi.
Non è brama, quel canto che tu insegni,
non cosa ambita e finalmente presa.
Canto è esistenza. Al dio facile impresa.
Ma quando siamo, noi? Nei suoi disegni
quando egli terra e stelle a noi prepara?
Non quando ardi d’amore, o giovinetto,
pur se t’urge la voce in bocca. Impara,
scorda ciò che cantasti. Fu un momento.
Il canto vero è un altro, soffio schietto,
che va in nulla. Soffio divino. Vento.
(Traduzione di G. Baroni)
Un dio può. Ma come, dimmi, come può
Un uomo seguirlo con la sua lira inadeguata?
Il suo senso è la scissione. All’incrocio
di due vie del cuore non c’è tempio per Apollo.
Il canto che tu insegni non è brama
O appello per avere potere infine;
canto è esistenza. Facile per un dio.
Ma quando noi siamo? E quando egli volge
al nostro essere la terra, e la terra, e le stelle?
Che tu ami, o giovane, questo non è, anche
Se la voce t’urta nella bocca, -impara
A dimenticare che hai cantato. Trascorre.
Cantare in verità è certo altro respiro.
Spirare a nulla. Un soffio nel dio. Un vento.

(Traduzione in rima di Claudio Angiolini)

È un tema tipico della poesia simbolista la riflessione sull’idea della poesia come libera creazione di una nuova realtà. Rilke riflettendo sulla propria opera ne riconosce i limiti e lo stesso mito qui si pone come forma della sapienza poetica che riscatta la caducità degli esseri e delle cose: la loro fragilità si rivela infatti un valore in quanto li rende abitatori del doppio regno della vita e della morte. Poetare è agevole per un dio immortale, ma difficile per l’uomo, scisso tra la vita e la morte.
La poesia deve dare voce alla materia informe del mito che s’intreccia all’io lirico individuale e l’universalizza in solidarietà di pena con tutti gli uomini per giungere alla creazione poetica. Rilke riconosce la limitatezza dell’uomo, ecco perché, contrapponendo il poeta Orfeo al dio Apollo, si riconosce in Orfeo di cui sottolinea non tanto la abilità poetica ma la sconfitta finale (vv.3-4) e l’intima lacerazione, espressa con soluzioni formali e scelte estreme e che preannunciano aspetti dell’ermetismo italiano. Iosif Brodskij, il poeta russo, ritiene la poesia di Rilke un sogno inquietante nel quale si conquista qualcosa di molto prezioso solo per perderlo dopo un momento “il ricordo che non ricorda” come lo definirono Dino Campana e poi Luzi.
È l’amore la prima realtà. Per questo nel magnifico Orfeo del sommo Rilke, sulla soglia del silenzio laddove tutto si fa ascolto è un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari
all’incrociarsi di due vie del cuore.
Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca
anche ti trema di parole, ardire
nell’impeto d’amore. Ecco, si è spento.
In verità cantare è un altro respiro.
È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.

(Da Sonetti a Orfeo, traduzione di Guaime Pintor)

NOTE BIBLIOGRAFICHE
Albin Lesky ,storia della letteratura greca vol. I, il saggiatore, Milano 1962 p.177
Rainer Maria Rilke, i sonetti a Orfeo, Feltrinelli, Milano 2008, traduzione e cura di Franco Rella, pp.23
Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi, Torino, 1955, traduzione di Giaime Pintor p. 51.
https://www.larecherche.it/testo_poesia_settimanale.asp?id=138&tabella=poesia_settimanale

‘”I SONETTI A ORFEO” di Rainer Maria Rilke


https://youtube/0buam0er-dw

 

 

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Uno schiaffo da Oscar

13 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, SPETTACOLO

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Chris Rock, Cipriano Gentilino, oscar, Schiaffo, Will Smith

L’immagine dello schiaffo di Batman a Robin del 1965, utilizzata oggi in meme popolari su internet.

Lei mi saltò addosso e mi tirò uno schiaffo tale che mi fischiava un orecchio. Io avevo sempre sentito dire che dopo lo schiaffo di una ragazza ci volesse un ruvido bacio, e così le afferrai le orecchie e la baciai a ripetizione. 

Johann Wolfgang Goethe, Poesia e verità, XIX sec.

Lo show della serata per i premi Oscar del 28 marzo scorso è stato caratterizzato da un discusso fuori programma. Uno schiaffo dato dall’attore Will Smith a Chris Rock, uno dei comici chiamati a condurre la premiazione. La vivace reazione è avvenuta in diretta, dopo una battuta sulla testa rasata della moglie di Will, Jada Pinkett-Smith, notoriamente affetta da alopecia. La vicenda ha avuto risonanza internazionale su giornali e internet.
Non si è trattato di una scena preparata per lo spettacolo, ma di una reazione ad una battuta da body shaming che sottolineava con ironia la condizione fisica di una persona in un contesto pubblico di rilevanza televisiva mondiale.
Pare che, dopo la spiacevole battuta, la moglie abbia rimproverato con lo sguardo Chris Rock, mentre il marito è salito con decisione sul palco a dare uno schiaffo al comico, continuando poi ad inveire contro di lui, urlando frasi aggressive per niente adatte al contesto.
Un comportamento da maschio alfa in una situazione di tensione per l’attesa di un giudizio e forse anche una pubblica punizione per precedenti incomprensioni, ma messo in atto in una condizione di superiorità di ruolo e di immagine da candidato all’Oscar.
Molti hanno definito impulsivo lo schiaffo ma, data la distanza e il tempo intercorso tra la battuta e l’atto, il gesto avrebbe potuto forse essere meglio controllato e quindi inibito
Un comportamento che, sebbene non abbia comportato l’esclusione o la revoca dell’Oscar a Will Smith, è stato giudicato inaccettabile dai governatori dell’Accademy che hanno sospeso l’attore dalla possibilità di concorrere al premio per dieci anni.
Sullo sfondo il silenzio del pubblico in sala, sicuramente sorpreso, che, in un primo momento, probabilmente avrà pensato a una gag preparata per lo spettacolo, ma non è da escludere che ormai gli spettatori siano desensibilizzati alla riprovazione da un abuso di battute sfacciate e condotte prepotenti.
Curiosare tra le note biografiche dei due protagonisti della vicenda può aprire spazi di maggiore comprensione dell’accaduto e suggerire ulteriori considerazioni sulle possibili ragioni di un ricorso alla violenza verbale e fisica.
Chris Rock, nato dal secondo matrimonio del padre Julius, è il più grande di sei fratelli. A sei anni si trasferisce con la famiglia a Brooklyn e frequenta una scuola nella quale la maggioranza degli studenti è bianca, spesso si deve difendere dalle aggressioni dei compagni, così sviluppa un sistema di difesa verbale, ricorrendo, quando provocato e arrabbiato, a fulminanti battute, tanto rapide e a raffica che i presenti scoppiano a ridere.
Una difesa verbale che diviene elemento centrale della sua comicità, ma che, usata con ironia spregiudicata, può facilmente superare i limiti del rispetto dell’altro e divenire pertanto violenza verbale.
Will Smith racconta di sé nella sua autobiografia Will pubblicata nel 2021, edita in Italia da Longanesi «Quando avevo nove anni vidi mio padre colpire mia madre alla testa con tanta forza da farla svenire e sputare sangue. (…) Insita in tutto quello che ho fatto da allora (…) c’è sempre stata una sottile sequela di scuse a mia madre per l’inerzia mostrata quel giorno. Per averla delusa in quell’istante. Per non aver tenuto testa a mio padre. (…) È tutta la vita che lotto per non essere un codardo (…)» e a Chris Rock, scusandosi, dice: «Ho sbagliato. Le mie azioni non sono indicative dell’uomo che vorrei essere».
Viene da chiedersi in che senso vorrebbe essere un uomo diverso: diverso dal padre? Capace di difendere la sua donna, la madre, sua moglie, la sua donna interna?
Si è trattato indubbiamente di un episodio percepito come un atto di violenza da entrambe le parti che, in altri ambienti, ad esempio quello scolastico, avrebbe portato facilmente a parlare di bullismo. Più oggettivamente, considerate le diverse circostanze, può essere visto come manifestazione di aggressività, che induce a qualche riflessione psico-pedagogica ulteriore.
E’ probabile che il contesto possa aver favorito la tensione emotiva e con essa l’aggressività. Etimologicamente questa parola deriva dal composto latino ad-gradi, che significa “andare verso”. Questo andare verso l’altro può condurre a comportamenti positivi con finalità di cooperazione, di fare gruppo, di sentirsi parte attiva, in quanto l’altro non è ostacolo, ma co-attore, oppure all’opposto può manifestarsi in maniera negativa, connotata da violenza verbale, talvolta presupposto di quella fisica, con conseguente interruzione del flusso comunicativo positivo.
In una dimensione psicologica lo schiaffo può spezzare il giogo di una costrizione emotiva in una situazione di imbarazzo e conflittualità o avere finalità pseudo educative nei confronti dei figli e, in contesti più arcaici, delle mogli.
Senza entrare in problematiche di differenze storico-culturali è ovvio che una condizione di patriarcato favorisce, se non implica acriticamente, la punizione o/e la violenza, sia per presupposte posizioni dominanti, sia per modelli educativi.
Nello specifico ambito educativo lo schiaffo, o più in generale la violenza, può rappresentare una sconfitta del ruolo genitoriale e trasmettere un messaggio di violenza.
Non è tanto lo schiaffo che corregge ed educa quanto la sanzione non violenta e l’apprendimento dal comportamento genitoriale di valori quali il rispetto dei limiti e le regole di convivenza sociale.
Un rapporto familiare infantile o adolescenziale con aspetti di violenza c.d. tossica può rappresentare un nodo difficile da districare da adulti, mina un equilibrio che diviene più difficile da mantenere in condizioni stressanti.
Un po’ come è accaduto a Will Smith e a Chris Rock, per i quali “probabilmente” recitare permette di convivere con i fantasmi onnipresenti di recupero e di rivalsa e consente loro di metabolizzare le esperienze infantili violente o frustanti. Un equilibrio delicato e poco dinamico che per Rock si è destrutturato nell’occasione di grande visibilità di uno spettacolo preparato con estrema cura sotto ogni aspetto e, per Will, proprio nel momento più importante per una carriera di attore: ricevere un premio ambito.
Non sempre però lo schiaffo ha una connotazione negativa di aggressione fisica, ma, in situazioni completamente diverse, può avere un valore rituale e persino salvifico.
Un bell’esempio di intervento salvifico risolutore lo si trova nel racconto Aladino e la lampada meravigliosa, dove una grossa sberla da parte del mago fa superare ad Aladino la paura. Egli così si rende conto della possibilità di trovare la ricchezza alla quale aspira.
Finalità salvifiche hanno alcune diffuse pratiche a carattere impattante per provocare una reazione psico sensoriale, come lo schiaffo dato per tentare di contenere una crisi di panico o le c.d. crisi isteriche e quegli stati di incipiente agitazione con aggressività etero o auto diretta, così come lo schiaffo che si accompagna ad altre stimolazioni sensoriali per tenere cosciente un paziente prima dell’arrivo dei soccorsi medici.
In questo ambito non è da tralasciare il classico schiaffo per fare tornare la memoria dopo uno shock psichico traumatico o quello dell’infermiere che lo somministra ai bambini sulla pelle prima di inserire l’ago di una iniezione intramuscolo per distrarli, sedare la paura e come forma di anestesia locale.
Ma oltre che con valore salvifico lo schiaffo è presente anche in pratiche rituali antiche o più recenti.
In autori tardoantichi e cristiani viene citata la Alapa (etimologia presunta dall’aramaico allap) usata per indicare lo schiaffo col quale il padrone “addomesticava” lo schiavo oppure la Alapa Militaris ch’era lo schiaffo di iniziazione del militare romano.
Nel rito del sacramento della cresima cristiana è presente lo schiaffo col valore di saluto e accettazione. Il vescovo col un piccolo schiaffo conferma l’accoglienza del cresimando nella Chiesa ed esprime l’incoraggiamento e il monito simbolico di prepararsi anche a sopportare violenze o umiliazioni per essere un autentico soldato di Cristo, secondo l’ insegnamento evangelico: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra”, Luca 6,27-31

Carl Bloch, Cristo deriso da un soldato, 1880

In ambito di riti religiosi a Trabia in provincia di Palermo, fino agli anni Settanta resisteva una singolare liturgia religiosa.
Durante il rito del venerdì santo, quando il celebrante leggeva dal Vangelo di Giovanni l’episodio dello schiaffo dato da una guardia a Cristo per avere osato rispondere al sommo sacerdote, le persone in chiesa cominciavano a darsi reciprocamente ceffoni o meglio timbulate, uno dei modi di dire schiaffo in dialetto siciliano. Un altro modo di chiamare lo schiaffo in siciliano è liffiuni (schiaffone da fare addormentare) dall’arabo afium (oppio), altrimenti può chiamarsi timbuluni, etimologicamente derivante dal greco tiupto (τύπτω) batto o, più evocativamente, da timpanìzo (dal greco τυμπανίζω), battere il timpano nel gioco del timpulu (battere la porta per la conta). Il popolare gioco del nascondino alla siciliana, giocato cioè con l’ausilio di un tamburo.
Oltre allo schiaffo di accoglienza c’è quello di congedo, per esempio, nell’antica Roma, quello ad vindictam dato al liberto in presenza del pretore, o più semplicemente quello che da carezza diventa piccolo schiaffo nel congedarci dal discente, dal paziente, dall’amico e scherzosamente dal lettore… sulla guancia. Un buffetto o poco più col quale si esprime simpatia, confidenza o affetto per l’interlocutore.

Cipriano Gentilino

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Ciao Monica

10 giovedì Mar 2022

Posted by Loredana Semantica in Cinema, Grandi Donne, SPETTACOLO

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Grandi Donne, Loredana Semantica, Monica Vitti

Poco più di un mese fa, il 2/2/2022, a Roma è scomparsa l’attrice italiana Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Premiata con 5 David, 12 Globi d’oro, 3 Nastri d’argento. Sebbene poco nota ai più giovani perché ritiratasi a vita privata da circa vent’anni, è una figura rappresentativa del cinema italiano nel mondo, non meno di Sofia Loren, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Mariangela Melato.  

Attrice di cinema e mattatrice della commedia italiana, versatile e talentuosa, capace di essere considerata al pari di attori quali Alberto Sordi, Marcello, Mastroianni, Nino Manfredi, cioè di figure maschili  che hanno dominato la scena cinematografica degli anni 60-80.

Maria Luisa Ceciarelli divenne Monica Vitti nel 1953, ispirandosi al cognome della madre, Vittigli, scegliendo un nome che aveva letto poco prima in una rivista, seduta a un bar vicino a casa. In un nome può esserci un destino? Sarebbe stata ugualmente famosa mantenendo il nome anagrafico?

Di certo più del nome determinante nella sua carriera fu l’incontro col regista Antonioni che la proiettò nell’universo cinematografico di successo. Senza quell’incontro e, forse, anche senza quel nome Monica Vitti sarebbe rimasta una qualunque Maria Luisa Ceciarelli. Personaggio talentuoso in cerca d’autore. O forse all’inverso il cinema di Antonioni non avrebbe brillato ugualmente senza la musa ispiratrice di Monica Vitti.

In un’ intervista nel 1963 condotta da Oriana Fallaci  la stessa Monica racconta il momento topico della rinominazione:

“Il mio vero nome è Maria Luisa Ceciarelli. Fino all’Accademia fui la Ceciarelli. Poi Tofano mi propose di diventare attrice giovane nella sua compagnia, di fare Brecht, Molière, e mi disse: “Guarda il nome che hai non è mica tanto da attrice, lo devi cambiare”. Allora io sedetti al tavolino di un bar e mi misi a studiare il nome.”

“Ora sono talmente Monica Vitti che mio padre e mia madre mi chiamano Monica anziché Maria Luisa ed io, quando devo firmare Ceciarelli, mi sento a disagio: quasi firmassi col nome di un’altra.”

Con un gioco di parole Vitti d’arte, vitti d’amore  è stato intitolato un film documentario promosso e trasmesso dalla Rai in anteprima presentato al Festival del cinema di Roma del 2021 per il novantesimo compleanno dell’attrice. Nata a Roma il 3 novembre del 1931, Monica ha vissuto a Messina e a Napoli. Proprio qui durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, comprese che la recitazione era la sua strada, inscenando rappresentazioni per distrarre gli altri bambini nascosti nei rifugi.

Tornata a Roma studiò recitazione e intraprese la carriera d’attrice. Con i maestri Silvio D’amico, che la indirizza a ruoli drammatici shakespeariani, e Sergio Tofano, che coltiva il suo lato istrionico, compie la sua formazione.

Monica da piccola era soprannominata dai familiari “Setti vistini”, cioè sette sottane (reminiscenza del periodo vissuto in Sicilia), per l’abitudine a indossare più indumenti uno sull’altro a causa della sua freddolosità.

Non era soltanto freddolosa Monica, non si allontanava volentieri dall’Italia e, quando lo faceva, non vedeva l’ora di tornare, soffriva le limitazioni imposte dalla popolarità che le impedivano una vita normale da persona sconosciuta, non amava i viaggi in aereo, il che ha sicuramente limitato la sua mobilità, ma non le ha impedito di lavorare con registri di livello internazionale, affermandosi come attrice, misteriosa, stralunata, ironica, spaesata, ironica, brillante, caratterizzata da bellezza, freschezza, grandi occhi e grande bocca, splendide gambe e da una voce roca, pastosa, particolare e indimenticabile, anticonvenzionale. Monica Vitti era diva e, al tempo stesso antidiva, non esaltandosi per il ritorno del successo, contrapponendosi per queste sue caratteristiche ai canoni estetici predominanti delle star.

La sua stella sorse nell’arco temporale dal 1960 al 1964. In quegli anni, diretta dal registra Michelangelo Antonioni che ne divenne anche compagno nella vita, Monica Vitti recitò ne L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Quattro film passati alla storia della cinematografia come tetralogia dell’incomunicabilità. Monica recita in ogni pellicola con ruolo di protagonista o coprotagonista, mettendo in luce il suo talento recitativo drammatico.

Preceduto da altri film nel filone della commedia italiana quali La cintura di castità e Ti ho sposato per allegria, di lì a poco segna una tappa importante della carriera di Monica Vitti il film “La ragazza con la pistola” del 1968 diretto da Mario Monicelli. La pellicola ottenne un grande successo di pubblico e consacra la Vitti grande attrice del cinema italiano, dotata di versatilità capace di sostenere con uguale disinvoltura sia ruoli drammatici che comici.

Nel film si racconta la storia di una ragazza siciliana Assunta Patanè, sedotta a abbandonata, caparbiamente determinata a vendicare il suo onore uccidendo l’uomo che l’ha disonorata, con questo scopo lo insegue in Inghilterra. La protagonista infine abbandona l’ intento, avendo compreso in un ambiente più emancipato che si può vivere con onore anche senza vendetta.

Nel video seguente Monica Vitti intervistata all’apice del successo, parla di femminismo, del rapporto con la madre rispondendo alle domande del giornalista Enzo Biagi

In linea con la dichiarata posizione femminista l’attrice preferiva interpretare nei suoi film personaggi femminili  problematici, nevrotici, fragili, rivestendo ruoli drammatici e comici al contempo, che suscitavano riso e commozione, in una recitazione naturalmente ambivalente, speculare.

Le sue donne manifestano il disagio conseguente alla ricerca di emancipazione in una società che le vorrebbe ancora imbrigliare in stereotipi di genere, portatrici pertanto di un disadattamento interiore  trasfigurato in chiave ironica e manifestato in una recitazione personale svagata, alienata, esuberante estremamente lontana da divismi, mitizzazioni e superficialità.

Sebbene le figure che interpreta siano spesso vittime della misoginia o del maschilismo, persino nel senso di subirne la violenza fisica, esse non appaiono mai sconfitte, mai domate e anche quando soccombono, lo fanno con la dignità di chi rivendica  fino all’ultimo la propria essenza e personalità, all’insegna dell’autoironia e senza chiedere o suscitare pena, al più tenerezza, senza indulgere nemmeno nel patetico e nell’ autocommiserazione, inducendo piuttosto al sorriso, nella velata irriverenza ad una società italiana consegnata prevalentemente a mani maschili. Per questa sua singolare capacità di interpretare le contraddizioni sociali del proprio tempo Monica Vitti conquistava sia gli uomini che le donne.

Ricercata da registi internazionali quali l’ungherese Miklós Jancsó che la diresse ne “La pacifista” del 1970, lo statunitense Michael Ritchie regista di “Un amore perfetto o quasi”, Jean Valère che la volle ne “La donna scarlatta”  del 1969 , Luis Buñuel  regista de “Il fantasma della libertà” del 1974, e André Cayatte  per il quale nel 1978 ha recitato in “Ragione di stato”. Ha recitato tra gli altri con Alberto Sordi in “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, con Marcello Mastroianni in “Dramma della gelosia”, Vittorio Gassman in “Camera d’albergo di Monicelli”. Col regista Massimo Russo ha recitato in “Flirt” del 1983 e “Francesca è mia” del 1986, questo rappresenta un caso di persecuzione da stalker ante litteram, culminato in omicidio.

In questo breve video la naturale verve comica dell’attrice si esprime, come lei stessa, amava dire, con la tipica serietà della grande tradizione comica italiana da Petrolini a Totò.

Monica è stata anche regista nel film Scandalo segreto del 1990, da lei stessa scritto e interpretato. 

Sentimentalmente, dopo la relazione con Michelangelo Antonioni e una storia col direttore della fotografia Carlo Di Palma, nel 1983 Monica Vitti si legò al regista Massimo Russo che ha sposato nel 2000. Il marito le è stato accanto fino alla scomparsa, tutelando la sua immagine da curiosità e paparazzi, permettendole la dignità di vita che richiede la cura di una malattia degenerativa.

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L’impegno femminista nella scrittura delle donne

08 martedì Mar 2022

Posted by marian2643 in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

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Ada Negri, Amanda Guglielminetti, Erica Jong, George Sand, Madame de Staël, Olympe de Gouges, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir

Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

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CONTRO LA GUERRA!

07 lunedì Mar 2022

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita

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Bertold Brecht, Clemente Rebora, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo

L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Anche noi di Limina condanniamo ogni azione armata: per noi non esistono “guerre giuste” o “sbagliate”, non vogliamo parlare di guerra nè schierarci con l’imperialismo russo o con quello occidentale. Allo stesso modo, contro la guerra, si sono schierati molti grandi poeti e intellettuali della storia: alcuni hanno raccontato la tragicità di un’esperienza vissuta sulla propria pelle, altri sono stati impotenti testimoni del dramma. Meditiamo dunque sull’assurdità della guerra in compagnia di alcune delle grandi voci del Novecento da cui, alla luce dei fatti odierni e cioè del conflitto Russia-Ucraina, possiamo affermare di non aver appreso nulla, dal momento che la guerra è tornata, ciclicamente, a manifestarsi.

François Flameng, Craonne, 1917

 

Bertold Brecht

 

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Mio fratello aviatore

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

 

Al momento di marciare

 

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

 

*

 

Giuseppe Ungaretti

Fratelli

 

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata
Nell’aria spasimante

involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 

San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

È il mio cuore

Il paese più straziato

 

 

Veglia

 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto

attaccato alla vita

 

Soldati

 

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

*

 

Clemente Rebora

 

Viatico

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.

*

 

Salvatore Quasimodo

 

Uomo del mio tempo

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

 

Alle fronde dei salici

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

*

Continua tu…

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Amy, dieci anni dopo

06 lunedì Dic 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Grandi Donne

≈ 1 Commento

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Amy Winehouse

 

Dieci anni fa, il 23 luglio del 2011, la musica ha perso un’artista eccezionale che in pochi anni ha attuato una vera e propria rivoluzione soul. Amy Winehouse ha concluso drammaticamente e prematuramente la sua parabola umana all’età di 27 anni, dopo una vita ricca di grandi successi e riconoscimenti ma anche di eccessi che l’hanno portata ad intraprendere una china discendente di disordini alimentari e dipendenza dagli stupefacenti e dall’alcool. Come succede quando muore una stella di prima grandezza, ci ricordiamo esattamente dove eravamo e cosa stavano facendo quando abbiamo appreso la notizia della sua scomparsa. Non c’è niente di più triste che assistere allo spreco di talento ed è quello che si è verificato nel suo caso. La triste coincidenza del decesso avvenuto proprio a 27 anni l’ha inserita nel “club” che comprende altri artisti morti alla stessa età: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain per citare i più noti. Ripercorriamo alcune tappe della sua biografia. Amy Jade Winehouse nasce a Enfield, in Inghilterra, il 14 settembre 1983 in una famiglia ebraica. Manifesta ben presto una grande attitudine musicale, tanto da fondare, giovanissima, un gruppo rap amatoriale chiamato Sweet ‘n’ Sour che lei descrive come la versione bianca ed ebraica delle Salt-n-Pepa. Riceve la sua prima chitarra a tredici anni e impara a suonarla.. Nel 1999 comincia ad esibirsi nella National Youth Jazz Orchestra e, dopo che il suo amico e cantante soul Tyler James invia una sua demo a un talent scout, Winehouse esordisce per l’etichetta discografica Island/Universal con l’album Frank, che riscuote un buon successo di pubblico e critica. La sua voce viene accostata a quella di Sarah Vaughan, l’album riceve due dischi di platino e vende un milione e mezzo di copie. I testi della cantante sono molto personali e intimistici: per lei, infatti, la scrittura è catartica, quasi una terapia attraverso cui elaborare le proprie emozioni. L’affermazione vera e propria, però, arriva nel 2007 con l’uscita del secondo album Back to Black che scala le classifiche mondiali ottenendo un successo planetario e che permette alla cantautrice di vincere cinque Grammy Awards e un sesto postumo. Numeri da record che la affiancano a cantanti come Alicia Keys, Norah Jones e Beyoncé. Ad anticipare l’uscita dell’album è il singolo Rehab pubblicato il 23 ottobre 2006 che parla del rifiuto di disintossicarsi dall’alcool e diviene un tormentone mondiale. Il suo stile viene definito “R&B contemporaneo”, “New Soul”, “New Jazz”, “Soul bianco”. A Lisbona il 30 maggio 2008, Amy Winehouse partecipa ad un concerto ma si esibisce con la voce rotta e si giustifica dicendo di aver avuto dei problemi respiratori. Un mese dopo canta a Hyde Park a Londra insieme ad altri grandi artisti per festeggiare i 90 anni di Nelson Mandela. Proseguono intanto i lavori per il nuovo album e, nel novembre 2010, la cantante annuncia un suo ritorno sulle scene musicali, con concerti previsti in Brasile, Italia, Serbia, Turchia e Romania. Nell’aprile 2007 il quotidiano The Sun pubblica la notizia del fidanzamento della cantante con Blake Fielder-Civil. I due si sposano il 18 maggio 2007, a Miami Beach in Florida. Nel novembre 2007, in occasione degli MTV Europe Music Awards, la cantante sale sul palco in evidente stato confusionale: non pronuncia il tradizionale discorso di ringraziamento e canta con qualche difficoltà. In diverse occasioni la Winehouse è coinvolta in problemi legali sfociati in vere e proprie cause, aggressioni a giornalisti e fotografi, possesso di sostanze stupefacenti ma nel 2009 torna a far parlare di sé perché è protagonista di un salvataggio in mare, va in soccorso di una donna e le salva la vita. Nel 2010, Winehouse fa domanda per l’adozione di una bambina caraibica di dieci anni, Dannika Augustin. La richiesta viene accolta, ma la bambina non andrà mai a vivere con la cantante perchè ne sopraggiunge la scomparsa. La crisi del matrimonio e la dipendenza sempre più forte dagli stupefacenti e dall’alcool la costringono a ripetuti ricoveri e la fanno precipitare in uno stato di forte depressione. Dopo il divorzio dal marito, nel 2009, la cantante ha diverse relazioni con Josh Bowman, con il regista Reg Traviss, con Pete Doherty, cantante dei Libertines. Tra le ultime collaborazioni, ricordiamo quella con Tony Bennett nel marzo del 2011, con cui registrò il brano Body and Soul. Bennett così si espresse su di lei: «Si pensa che tutti possano cantare jazz, ma non è così. Quello di saper “sincopare” la musica è un dono che si impara, certo, ma è anche un’attitudine con cui si nasce e Amy Winehouse era nata con quello spirito». Nel 2011, la Winehouse canta visibilmente ubriaca davanti al pubblico di Belgrado, successivamente viene annullato l’intero tour europeo. In varie interviste, ammette di avere disturbi di autolesionismo, depressione e anoressia. La regina del soul riconosce tutta la sua fragilità, sfruttata ossessivamente da un padre prima assente e poi invadente che la convince a non avere necessità di un sostegno psicologico, dal marito Blake che riconosce troppo tardi di averne causato la rovina, dai media, dai manager, dalla stessa industria discografica. Ciascuno ha contribuito a distruggere una personalità sensibilissima e bisognosa di affetto. Al 20 luglio 2011, tre giorni prima della sua morte, risale la sua ultima apparizione in pubblico all’iTunes Festival di Londra. Alle 15:53 del 23 luglio 2011, Amy Winehouse viene trovata morta nella sua casa al numero 30 di Camden Square per abuso di alcool dopo una lunga astinenza. Le esequie sono state celebrate il 26 luglio con rito ebraico al Golders Green Crematorium, situato a nord di Londra. Le ceneri, unite a quelle dell’adorata nonna Cynthia, sono state disperse presso il cimitero ebraico di Edgware. Amy Winehouse era conosciuta per la sua generosità e le attività filantropiche, ha donato infatti denaro a diversi enti di beneficenza, in particolare quelli riguardanti i bambini. Ancora oggi l’incasso del terzo album Lioness: Hidden Treasures, pubblicato postumo il 5 dicembre 2011 dalla Universal, è devoluto alla Amy Winehouse, associazione di beneficenza istituita il 14 settembre 2011 per sostenere i giovani in difficoltà, cresciuti in ambienti svantaggiati o che soffrono di dipendenza da alcool o droga. Un’altra attività di raccolta fondi è stata l’asta del vestito iconico a pois indossato dalla cantante e riprodotto sulla copertina del suo album Back to Black. L’offerta vincente è stata pari a 36 000 sterline. Lioness: Hidden Treasures contiene brani inediti e demo di vecchia data che non erano mai stati pubblicati prima. Salaam Remi, uno dei produttori, commentando il progetto, ha detto:

«Quando ho ascoltato di nuovo i nastri di registrazione ho sentito alcune delle conversazioni con Amy che c’erano in mezzo. Era molto emotiva. È stata dura, ma è stata anche una cosa incredibile. Amy era una ragazza di talento. Credo che lei abbia lasciato qualcosa che va oltre i suoi anni. Ha messo insieme un corpo di lavoro che potrà ispirare una generazione non ancora nata.»

Anticipato dal singolo Our Day Will Come, il disco ha ottenuto un ottimo successo di vendite, in diversi paesi europei. Da allora si sono susseguite diverse pubblicazioni di singoli, di registrazioni live, album postumi perfino nomination postume. Amy Winehouse ha influenzato molti artisti: Adele, Caro Emerald, Duffy, Lana Del Rey, Lady Gaga, Nina Zilli. A sua volta lei è stata influenzata dalla musica Motown, il suo stile infatti combina elementi della musica soul e jazz degli anni sessanta al rhythm and blues. Un timbro vocale potente e inconfondibile e un’estensione di tre ottave ne fanno una delle voci femminili più belle della musica soul e jazz; il look originale ispirato alle pin-up degli anni Cinquanta ne fanno un’icona irraggiungibile. Nel 2015, è stato prodotto il docu-film Amy-The Girl behind the name, girato dal regista Asif Kapadia. Un film crudo che, tra immagini e filmati d’archivio inediti, indaga senza pietà la discesa di Amy Winehouse nell’abisso di alcool e droghe e che non è piaciuto neanche alla famiglia dell’artista perchè fuorviante. A dieci anni dalla morte la BBC ha prodotto il documentario Reclaiming Amy, che celebra la vita di Amy Winehouse attraverso le sue stesse parole e le testimonianze dei genitori Janis Winehouse-Collins e Mitch e dei suoi amici. La madre, affetta da sclerosi multipla è la voce narrante. Amy Winehouse at the BBC invece è una raccolta disponibile in 3 vinili o 3 cd su etichetta UMC/Island, che contiene una selezione delle migliori performance registrate per la BBC dalla cantante. Nel nostro paese Hoepli ha recentemente pubblicato il romanzo La Mia Amy, scritto dal musicista e suo migliore amico Tyler James. Una retrospettiva al Design Museum di Londra celebra voce, trucco, performance, successi e fragilità della cantante. La mostra espone anche i suoi quaderni da teenager, le foto personali e i testi delle canzoni scritti a mano. Ben vengano raccolte, compilation e tributi ad un’autrice, cantante e interprete di classici così originale, talentuosa, carismatica che va ricordata non solo per i suoi problemi come spesso si è fatto finora ma per l’impareggiabile abilità artistica.

 

© Deborah Mega

 

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La storia del Milite Ignoto e la scelta di Maria Bergamas

04 giovedì Nov 2021

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

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Maria Bergamas, Milite Ignoto

Oggi, 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si commemora la vittoria dell’Italia alla fine della prima guerra mondiale, vittoria con cui si completava il processo di unificazione nazionale dopo la resa dell’Impero austro-ungarico e si verificava l’annessione allo stato italiano di Trento e Trieste. La ricorrenza, istituita nel 1919, rappresenta la data dell’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino a Padova.

Nel 1921, in occasione di questa celebrazione, il Milite Ignoto, militare morto in un conflitto il cui corpo non è mai stato identificato, venne sepolto solennemente all’ Altare della Patria a Roma. Fino al primo conflitto mondiale i monumenti erano dedicati solo ai condottieri: per i caduti erano previsti solo i cimiteri di guerra. La prima tomba di Milite Ignoto dopo la prima guerra mondiale fu creata in Francia, sotto l’Arco di Trionfo a Parigi e in Inghilterra presso l’Abbazia di Westminster.

In Italia, in ricordo di tutti i soldati dispersi durante la Grande Guerra, il colonnello d’artiglieria Giulio Douhet, propose di raccogliere la salma di un soldato non identificato in rappresentanza di tutti i figli, padri, mariti e fratelli perduti  e di seppellirlo al Pantheon. Il Ministero della Guerra affidò l’incarico a una commissione speciale, di percorrere tutti i principali campi di battaglia e raccogliere undici spoglie non identificate per poi designarne una sola da tumulare a Roma, al Vittoriano, il cosiddetto Altare della Patria. I campi di battaglia prescelti furono quello di San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile. Il 27 ottobre 1921 le undici casse con i resti dei dispersi raccolti vennero adagiate su altrettanti carri trainati da 6 cavalli, giunsero in Piazza della Vittoria a Gorizia, furono salutate da una batteria d’artiglieria e sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio dove sarebbe giunta la donna incaricata di scegliere una delle undici salme. L’ardua scelta cadde su Maria Bergamas, una donna di modeste condizioni, originaria di Gradisca d’Isonzo e madre dell’unico figlio Antonio, arruolatosi come volontario nel 137° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, nome fittizio imposto dall’Esercito Italiano per arruolare i volontari irredenti. Al termine del combattimento in cui fu ucciso, nella tasca del ragazzo fu trovato un foglio sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari». La salma di Antonio Bergamas venne riconosciuta e sepolta assieme agli altri caduti nel cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni. In seguito al bombardamento della zona, le salme però risultarono irriconoscibili e Antonio Bergamas risultò ufficialmente disperso.

In una lettera del 27 giugno 1915 Antonio scriveva: “Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cecando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati.” (in Fabio Todero, “Morire per la Patria”, Gaspari, Udine, 2005, p. 148). Il 4 novembre 1921, nella basilica di Aquileia, Maria Bergamas, madre del sottotenente disperso, in rappresentanza di tutte le madri e spose di soldati dispersi nella Grande Guerra, scelse una salma tra gli undici corpi riuniti in undici significativi teatri di guerra al suono delle campane, degli spari delle artiglierie e delle note della Leggenda del Piave eseguita dalla Brigata Sassari.

Nonostante all’inizio avesse pensato di sceglierne una il cui numero le ricordasse in qualche modo il figlio Antonio, alla fine, per la commozione, si accasciò vicino alla decima salma, che non aveva alcun collegamento con il figlio scomparso. La salma prescelta venne posta all’interno di un’altra cassa in legno rivestito di zinco e sul coperchio furono adagiate una teca con la medaglia commemorativa e un’alabarda d’argento, dono della città di Trieste.
Il 29 ottobre 1921 iniziò il lungo viaggio del treno a vapore che passò a velocità moderata davanti alle stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto per consentire a tutti di porgere il loro saluto al soldato.

Il 2 novembre il convoglio giunse a Roma e il Milite Ignoto fu esposto nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Successivamente il feretro venne trasportato in Piazza Venezia all’Altare della Patria e, il 4 novembre 1921, fu tumulato alla presenza di Vittorio Emanuele III. Da allora, militari di tutte le armi sono impegnati a turno per la guardia d’onore al Milite Ignoto. Il 4 novembre 1921 le dieci salme residue furono sepolte nel cimitero degli Eroi dietro l’abside della basilica. Maria Bergamas morì a Trieste il 22 dicembre 1953 e l’anno successivo, il 3 novembre, la salma fu riesumata e sepolta vicino ai corpi degli altri dieci militi ignoti. A Gradisca d’Isonzo, in Via Bergamas 39, esiste ancora la casa dove Maria ed Antonio abitarono.

In occasione del centenario della traslazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria (4 novembre 1921-2021), oltre alle diverse celebrazioni previste, Rai 1 celebrerà la ricorrenza con un docufilm dal titolo La scelta di Maria, che sarà trasmesso il 4 novembre 2021. Nel lungometraggio, girato nell’estate scorsa, fra il Friuli Venezia-Giulia e Roma, sono inseriti filmati dell’Istituto Luce e altri documenti grafici e d’archivio. Il docufilm è diretto da Francesco Miccichè mentre la produzione è affidata a Gloria Giorgianni e Rai Cinema, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia e Istituto Luce-Cinecittà. Il progetto conta anche sul patrocinio del Ministero della Difesa.

Deborah Mega

 

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SQUID GAME: il dramma della sopravvivenza

11 lunedì Ott 2021

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Recensioni

≈ 7 commenti

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Squid Game

Esiste un nuovo fenomeno che sta riscuotendo grandissima risonanza mediatica nel variegato mondo delle serie televisive. È Squid Game, “Il gioco del calamaro”, perché ispirato a un popolare gioco per bambini praticato fin dagli anni Settanta. Si tratta di una serie sud-coreana, scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, disponibile in streaming dal settembre scorso sulla piattaforma Netflix, solo in lingua originale con i sottotitoli. Il progetto è rimasto a lungo nel cassetto per la difficoltà oggettiva di trovare un finanziatore. Per molti si trattava, infatti, di un’idea poco commerciale, data la complessità della struttura. La serie tratta i temi della fiducia nel prossimo e della sopravvivenza: 456 persone, uomini e donne, per diversi motivi, decidono di partecipare ad un gioco in cui rischiano la vita perché sperano di migliorarla aggiudicandosi il ricco montepremi finale che ha in palio 45600000000 won, pari a circa 33 milioni di euro. Il gioco prevede sei sessioni, in cui i perdenti vengono soppressi e non solo eliminati dal gioco. Il protagonista è Seong Gi-hun, un quarantenne disoccupato, sfortunato e privo di prospettive, che vive con la madre malata ed è oppresso dai debiti a causa della sua dipendenza dalle scommesse, ha una figlia che non può mantenere e che sta partendo per gli Stati Uniti con la madre e il suo nuovo compagno. Quando uno sconosciuto in metropolitana gli offre la possibilità di partecipare a un gioco da cui ricavare molti soldi, Seong Gi-hun ci vede una possibilità di riscatto e accetta, anche se non sa a cosa stia andando incontro. Trasferito in una location sconosciuta, al risveglio si ritrova in una prigione, con diversi sorveglianti mascherati che regolano tutte le attività, solo allora l’uomo capisce di essere in trappola. I giocatori e i soldati indossano ciascuno un colore distintivo, che rappresenta l’appartenenza ad una categoria sociale ed enfatizza la differenza tra i due gruppi. I primi indossano una tuta sportiva di colore avio. Ogni soldato è contraddistinto da un numero e segue rigidissime regole, come quella di non rivolgersi ad un superiore se non si viene interpellati. Tutti indossano una tuta da lavoro rossa con cappuccio ed una maschera nera per non rivelare la propria identità. Unico segno distintivo sui volti incappucciati sono le forme geometriche del cerchio per indicare il soldato semplice, del triangolo per il soldato di medio livello fino ad arrivare al quadrato per il più alto in grado.

Le scenografie e i costumi colorati, dal forte impatto visivo, sono stati progettati per trasmettere l’illusione di trovarsi in un mondo fantastico, che però nasconde trappole e orrori. L’ossimoro che è alla base della serie è evidente anche nella colonna sonora di Jung Jae II, che ha composto anche quella di Parasite, così come sorprende la presenza di brani del repertorio classico di per sé rasserenanti e armoniosi durante e dopo momenti di intensa drammaticità. Le sfide consistono in giochi infantili celebri come Un, due, tre stella, i Dalgona Biscuits, il Tiro alla fune o noti in Corea come Il gioco del calamaro, giochi semplici all’apparenza, ma disputati in gigantesche arene o parchi giochi allestiti a tema e controllati dai soldati. Nella serie sono rappresentate diverse tipologie umane: oltre al protagonista, un suo amico d’infanzia, capo di una società di investimenti, ricercato dalla polizia per aver rubato soldi ai suoi clienti, un criminale rissoso e prevaricatore, una profuga giovanissima che vuole vincere il premio per far emigrare i suoi familiari sopravvissuti nella Corea del Sud, un uomo anziano, malato terminale, un immigrato pakistano che deve provvedere alla sua famiglia, un poliziotto che si intrufola nell’organizzazione e si traveste da guardia, alla ricerca del fratello scomparso: uomini e donne diversi ma tutti accomunati da un destino di difficoltà e sofferenza. Nonostante sia il più anziano tra i concorrenti e sia contrassegnato dal numero 1, Oh Il-nam è quello che incarna le caratteristiche di un bambino: è allegro, puro, conosce le regole e i trucchi per vincere le gare e, a differenza degli altri giocatori, gioca per divertirsi. Conservate in una grossa ampolla, sospesa al soffitto del dormitorio, le banconote rappresentano un sogno irraggiungibile per i giocatori che assistono all’incremento del montepremi dopo l’eliminazione di ogni concorrente. Diverse volte nella serie viene sottolineato che i partecipanti lì vivano una condizione di uguaglianza e democrazia che fuori non è loro concessa. La profonda critica nei confronti delle diseguaglianze sociali viene ribadita anche nel momento in cui un misterioso supervisore di nome Frontman, che indossa una maschera diversa dalle altre, scopre un’organizzazione segreta in seno alla stessa organizzazione, dedita al commercio e al traffico di organi prelevati dai giocatori eliminati. Nonostante la serie sia drammatica e disturbante, ricca di dettagli orridi e raccapriccianti e di effetti stroboscopici, si rivela un dramma corale ricco di umanità. Viene spontaneo giudicare le debolezze dei personaggi ma anche provare tenerezza per loro, quando cercano di fare squadra collaborando e stringendo alleanze per affrontare coraggiosamente un nemico invisibile che li manovra come burattini in un gioco perverso e pericoloso. Oltre ad essere una serie avvincente, ben rappresentata e ricca di colpi di scena, Squid Game spinge lo spettatore a riflettere sulla vera essenza dell’essere umano e dei suoi comportamenti.

Deborah Mega

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Avete voluto la parità

19 sabato Giu 2021

Posted by Loredana Semantica in Essere donna

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Un breve video tratto da “Processo per stupro” un film documentario del 1979 del quale si può leggere più diffusamente qui

NB. Il video, di appena un paio di minuti, ci mette un po’ a caricare, abbiate pazienza.

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