L’invenzione del treno, novità progressista di fine Ottocento, con l’utilizzo del vapore, già impiegato in Inghilterra nei telai meccanici e successivamente dell’energia elettrica, e con l’ampliamento della rete ferroviaria comportarono una rivoluzione culturale senza precedenti, pari a quella di Internet per la fine del Novecento.
“Cala queste ceneri e cerca tra l’universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo “Baratri tiburtini”(L’Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l’umanità dipinge la propria prospettiva d’identità attraverso l’evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l’invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l’ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l’incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell’abisso, interpreta l’intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. “Baratri tiburtini” varca l’accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l’estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l’inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un’intesa con l’ordine naturale delle cose, con l’equilibrio empatico delle sensazioni, contro un’attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell’inchiostro, oltrepassano l’elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell’io poetico, accostano l’immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell’unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l’arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l’urgenza purificatrice per reagire all’assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l’occasione per ascoltare il sussurro dell’anima, per trattenere l’inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell’amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l’esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l’insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell’energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all’incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell’amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee. Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni. Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri. Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti. L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane. Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran
L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento. Per svolgere questo difficile compito gli è a volte necessario sacrificare la felicità e qualunque cosa che renda la vita degna di essere vissuta per l’uomo comune.
C .G. Jung
Romanzo lirico / iniziatico, quello della scrittrice Floriana Coppola, infaticabile costruttrice di edifici poetici. In questo romanzo forte e intenso, la parola è la vera protagonista, perché è la conquista di un accesso al mondo, di un riscatto doppio, sia sociale che femminile.
Marika è una bambina Rom che impara a leggere il mondo grazie a una madre che nella sua ambivalenza, esprime il conflitto tra sottomissione e ribellione, Marika, con una volontà eccezionale, come la volpe morde la zampa pur di fuggire dalla sua trappola, sottoscrive la seconda e imparando a leggere, scopre i significati del mondo trasformando il suo. Un mondo a cui togliere il male per restituire bellezza attraverso il suono, il canto, e la magia delle parole che tanto l’affascinano.
Il suo è un universo abitato nel dolore, nella violenza e nella bruttezza, ma in cui si evidenziano anche figure positive, come quella del saggio nonno Marek che le insegnerà la libertà attraverso la musica, da cui partirà il suo viaggio di non ritorno verso la sua personale forma di riscatto sociale; mentre la figura della nonna gitana che legge i tarocchi, nutre il suo immaginario e le dà profondità. Le immagini sono in questo caso delle frecce che indicano il destino, il gioco dei tarocchi è come una una educazione immaginativa che non è pura fantasticheria come insegna Hillman, ma un trarre fuori ciò che sta dentro, le nostre immagini infatti, ci abitano e ci prevengono e nostro compito è trarle fuori. Ciò significa passare dal livello narrativo a quello immaginale, dove nel registro narrativo il senso emerge solo alla fine, mentre in quello immaginale il senso è in ogni istante. I tarocchi quindi, sono immagini archetipiche che permettono di leggere la realtà in modo simbolico e la spingono fuori dalla realtà cruda e concreta di quel mondo pieno di rituali antichi e brutali, che la espongono nuda al freddo per lavarsi fuori dalla rulotte in tutte le stagioni, perché non bisogna contaminare l’interno, eppure Marika riesce a prendere il meglio di tutto e di tutti, come a volte accade a esseri speciali dotati di polvere magica che spargono su chi li circonda. Il discorso che attraversa il romanzo di Floriana è anche politico sociale, la denuncia di tutte le emarginazioni, ma coglie anche in modo sottile il potenziale valoriale di una cultura che si contrappone allo spreco consumistico della nostra società altrettanto violenta e inquinante, mentre riconosce a quella Rom il valore del recupero, del rammendo, tutto si aggiusta…I gagè buttavano tante cose ancora utili e loro le raccoglievano. Due operazioni complementari. Loro gettano e i rom riutilizzano.
Era una ricerca semplice silenziosa.Un continuo rimpallo di paragoni tra un modo di vivere futile, fatto di eccessi, effimero e vuoto e un mondo povero, essenziale, ma anche colorato, allegro e creativo. Anche il mondo femminile apparentemente ricco e libero, in realtà è come un burca creato dalla prigione della bellezza ad ogni costo, mentre l’altro sinceramente maschilista e gerarchico assume il valore dell’autenticità. In un continuo confronto tra il mondo rom e il mondo dei gagè si alternano e si rispecchiano il male e il bene, come quello dell’usuraio Pavol, sudicio e pappone che spaventa la piccola Marika e quello delle banche allo stesso modo usuraie travestite e autorizzate, o quello dello sfruttamento del lavoro. Ognuno aveva il suo inferno in terra, ovunque c’erano i vampiri, che succhiavano il sangue della povera gente. Dove a un Mangiafuoco Pavol non si contrappone più l’angelo Marek Geppetto che salva e perdona, e dalla pancia della balena non si esce vivi. Il padre infatti, divorato dal livore e dall’avidità, si trasforma in un lupo minaccioso, e non sarà mai più quello dell’infanzia. Era scomparso il padre ragazzo che giocava, che sorrideva. Il padre bambino con cui correva nel cortile, che la lanciava per aria, facendola ridere. In poco tempo era diventato un lupo, suo padre. Un lupo selvatico e ombroso. È con queste figure spaventose che lei attraverserà, come in una terra di mezzo senza protezioni, quel momento delicato della sua adolescenza, in cui non senza vergogna si vive la trasformazione del corpo, da neutro a sessuato a desiderabile da uomini cupi e bramosi, con il terrore di restare anche lei vittima dell’abuso che viene inferto alle donne.
“Sto sanguinando. Che cosa mi sta succedendo?
Marika, stai calma. Sei diventata donna. Ora devi stare più attenta a non strofinarti con i maschi se non vuoi rimanere incinta. Prendi questo e asciugati. Niente di grave. Dura tre giorni e poi passa.
Furono le parole della madre, secche e concise, sbrigative. Marika si andò a lavare. Sentì una strana sensazione di calore al basso ventre. Era una donna. Una donna di dodici anni, con i calzettoni stropicciati che scendevano alle caviglie, le scarpe da ginnastica, la tuta usata del fratello e ancora lo sterno con due accenni di olive come seni. Eppure sentiva di essere una femmina, per certi sguardi dei maschi sulla sua bocca carnosa, sul sedere piccolo e sodo. Quel lieve torrente rosso tra le gambe era una promessa di piacere, un’eredità nascosta di sofferenza, un marchio di genere. Ma lei non sentiva di appartenere a nessun genere. Era di passaggio anche nella pelle. Pelle di serpente, mutazione di farfalla, trasformazione primitiva della creatura senza nome.
Non toccare niente in questi tre giorni.
Cosa non devo toccare?
Ora : Lei sapeva il rischio di essere tra corpi prossimi.“
Attraverso le peripezie come in una fiaba, che in effetti incontriamo, l’autrice utilizza tutte le forme dell’universo simbolico per inoltrarci nello spazio interiore di Marika che scoprirà attraverso la fiaba di Pinocchio la possibilità di perdersi e anche quella di ritrovarsi specchiandosi nel suo Alter Ego biondo e dalla carnagione chiara, contrapposta alla sua capigliatura e pelle scura, che diventerà la sua Fata Turchina, quella che potremmo anche definire ideale dell’io, che le permetterà di affrancarsi da quel mondo che la schiaccia e imprigiona. Da lì verrà fuori portandosi il meglio, le permetterà infatti, l’unione dei mondi, non senza la sofferenza del tradimento. Si tratta di dire sì a sé stessi, come direbbe Jung, di porsi dinnanzi a sè stessi come il compito più grave. È questa infatti, la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare, la nostra individualità. Quest’arte del diventare sé stessi non è incoraggiata dal collettivo, volto al mantenimento dell’uniformità, mentre vede nella diversità l’incombere di una minaccia. Per amarsi bisogna tradire e acquisire la capacità di esser soli, questa la chiave di un appassionato racconto di amore ribelle verso la vita di chi con audacia sa prendere la sua parte.
Ho per le mani da qualche settimana “Abitare gli abiti” di Lina Maria Ugolini, sottotitolo “Bucato in versi”. Edito nel 2022 da “Edizioni del Foglio Clandestino”. La casa editrice cura un aperiodico “Il foglio clandestino”, appunto, del quale vanta la raffinatezza delle confezioni, oltre che la qualità del contenuto e anche in questo caso non si smentisce. E’ accattivante e al contempo elegante la copertina del libro, anche nella quarta dove il filo dei panni stesi sventola di foulard fiorati e pashmine arabescate. L’opera grafica in copertina s’intitola “Nel vento…” ne è autrice Monica Auriemma. Il libro è di poesia e si caratterizza sin da subito per essere tematico.
Si scrive sempre per ispirazione più o meno guidata, c’è un’ispirazione nascente che gorgoglia dall’esperenziale, esplode nel quotidiano e avvampa in un frustata di parole incontenibili e c’è un’ispirazione più ragionata che costruisce un architettura e traduce il “progetto”. Progetto che poi non è altro che strutturare un’opera con un’idea progettuale iniziale. In questo caso il talento e l’ispirazione son maggiormente controllati con risultati diversi dalla “pollosità” delle manifestazioni simili a raptus che portano l’autore a scrivere con impeto e fragranza. In abitare gli abiti la tematica si manifesta sin dal titolo, è uno scrivere tutto incentrato sull’abbigliarsi, dal vestirsi, al predisporre, lavare, stendere, pulire e riporre gli abiti, all’uso specifico di specifici capi. E noi, leggendo, seguiamo il percorso creativo tra i meandri di armadi, lavatrici, stendini e corpi vestiti e rivestiti. Gli abiti, trattati nel tono tranquillo delle composizioni, sono tuttavia solo un pretesto per “calare” nel contesto, con calma sicurezza il colpo di scena del verso lampante, impudico, consapevole. Scarto di un nitore abbagliante e discinto, che merita una rilettura, spiazza e rende degna d’interesse l’intera composizione. Per esempio ne “il ciclo ricomincia quotidiano”
I vestiti vestono indossati si lavano bagnati si asciugano asciutti si stirano stirati si ripongono nell’armadio o nei cassetti.
Il ciclo ricomincia quotidiano circolare nel cerchio del portello Il tubo carica l’acqua e la scarica nella pila provvista di un buon buco.
Singolare analogia tra ciò che s’indossa e si defeca.
L’intero viaggio tra le considerazioni ispirate dal vestiario è disseminato di inserti di saggezza esistenziale, caratterizzati da disincanto, arguzia e ironia, guizzi che suggeriscono un accostamento alle note penne di una Vivien Lamarque o Patrizia Cavalli, quando non della Szymborska. Come nella deliziosa e ironica “reggiseni”
Stesse istruzioni di lavaggio per le coppe che coprono le mammelle odorose più che mai di pelle al gusto di mandorla vanigliata
Bianchi come il confetto i seni delle fanciulle croccanti nei capezzoli schiusi al turbamento
Ceduti dal peso degli anni quelli delle donne galline senza più uova buone però per fare il brodo nelle notti d’inverno
Pizzi bretelle ganci imbottiture per reggere o sorreggere più del dovuto poppe pur sempre lievitate.
Due pesi per varie misure capesante di merletto che il sole riscalda e asciuga bilance per pesare once di baci.
Linguisticamente l’uso dei termini è appropriato vario e ricco, nonostante il ricorso in gran parte a vocaboli d’uso comune, senza frequenti ricognizioni nel baule di quelli astrusi, come avviene talvolta in testi farciti di una ricercatezza innaturale preferita al gusto del comunicare.
Il verseggiare rifugge ritmi consueti, cantilenanti o rigorosi della metrica classica, la scelta è pienamente di un verso libero che si spinge fino al limite del prosaico. L’autrice indulge a volte nelle paronomasie, ne è un esempio il titolo stesso, questa è – mi sembra – una delle poche concessioni alla musicalità che restituisce un suono accattivante. Priva di ossequio alla tradizione del sonetto, nemmeno gli accapo consentono di ascrivere il verso ad altro canonico scandire e sillabare. Di certo l’ambizione dell’opera non è uno sferruzzare lemmi in endecasillabi. Ciò nulla toglie alla gradevolezza e all’originalità del pensiero ed è inutile discorrere se sia o meno poesia. Si fa leggere senza dubbio, diverte, sorprende, non annoia e sfida pure l’intelligenza del lettore nelle circonlocuzioni di senso e similitudini, che impongono all’occhio una frenata per consentire al cervello di coglierne le sfumature.
Il libro si divide in due sezioni: “lavaggi” e “abitare gli abiti”, preceduti da “stoffe”, sottotitolo “quasi un prologo” e chiusi da “sfilatura del poetabile”, quasi una postfazione. Nel cuore del libretto e all’inizio della sezione abitare gli abiti si trova la poesia che dà il titolo all’intera raccolta e alla sua seconda sezione.
Tornare ad abitare gli abiti che furono abitati più o meno a lungo per non dimenticare il proprio guardaroba seppellito nella cabina armadio la stanza degli spiriti del nuovo millennio.
Qui si dà ragione del fenomeno modaiolo da un lato, ma dall’altro sintomatico dell’epoca attuale di opposizione al consumismo precedentemente imperante. In barba al pil e in onore all’ecologico è un fatto che da anni si diffonde un processo di recupero di abiti e oggetti dismessi, dimenticati, lasciati in eredità, acquistati nelle bancarelle dell’usato, e, nel contempo, di ritorno alla moda del passato, E’ in auge il termine vintage. Vestire vintage è a la page, lo è anche anche nell’ arredare. E’ il modo delle famiglie e dei singoli di contribuire alla maturazione dei tempi, l’impegno a invertire il processo dell’ inquinamento e contrastare lo spreco. Sovviene poi al riguardo, per chi l’ha già compiuta, quell’opera di smantellamento di armadi e cabine armadio, intere case di coloro che non ci sono più. Abitare gli abiti è un omaggio ai morti che ne testimonia la persistenza del ricordo, è vestire la pelle e il corpo dei vivi, consentendo a camicie, giacche, soprabiti o pantaloni di coloro che ci hanno lasciato di proseguire il viaggio, indossati, gonfiarsi al vento del navigare nella vita, come vele di un’imbarcazione. L’opera si conclude – pare – perchè finisce l’inchiosto, forse invece viene meno l’ispirazione, termina ad ogni modo insistendo sulla fine. Subentra una stanchezza dove i panni vincono la competizione di durevolezza rispetto al corpo che li veste senza merito e ragione al punto da togliere il senso a tutto il da fare che essi comportano. La raccolta, forse desiderando surclassare entrambi – corpi e vesti – approda al foglio col sigillo editoriale.
Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder,le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.
Deborah Mega
Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.
Titolo: Il primo sole dell’estate Autore: Daniela Raimondi Prezzo copertina: € 19.00 Editore: Nord Collana: Narrativa Nord Data di Pubblicazione: 23 maggio 2023 EAN: 9788842935414 ISBN: 8842935417
È una casa fredda, quella in cui cresce Norma, in cui i genitori non si separano per quieto vivere e gli abbracci si contano sulle dita di una mano. Forse è per questo che, quando Norma è lontana dalla famiglia, tutto le sembra più bello. Come le estati passate dai nonni, a Stellata, un paesino in cui il tempo sembra essersi fermato ed è reso ancora più magico dai racconti di nonna Neve, che parlano di una famiglia di sognatori e di sensitivi e della zingara che ha segnato la loro strada. E poi, sempre a Stellata, c’è Elia, compagno di giochi e di confidenze. Tuttavia, quando l’infanzia cede il posto all’adolescenza, Norma scopre di avere paura dei nuovi sentimenti che la legano a Elia e decide di interrompere la loro amicizia. Passeranno molti anni prima che i due si ritrovino a Londra e il loro rapporto si trasformi in un amore adulto e totalizzante, ma il destino sta scrivendo per lei un’altra pagina, una pagina che è incominciata a Stellata e finirà molto lontano, in Brasile. Perché i sogni hanno sempre un prezzo e la felicità è un dono che si conquista attraverso la fatica.
***
La Casa sull’argine di Daniela Raimondi edito da Editrice nord nel 2020, ha venduto migliaia di copie ed è stato tradotto in moltissime lingue. Il romanzo attraverso due secoli, dall’Unità d’Italia agli anni di piombo, narra le vicende della famiglia Casadio di Stellata. Dopo La casa sull’argine, Daniela Raimondi torna in libreria con un nuovo romanzo dal titolo Il primo sole dell’estate, edito anch’esso da editrice nord. In questo nuovo romanzo ci racconta lo svolgersi della vita di alcuni personaggi già presenti nel precedente libro, principalmente si racconta della vita di Norma che è l’io narrante della storia e di sua madre Elsa. Il romanzo nato come seguito del primo ha però una sua costruzione autonoma e si regge da solo, così si può trarre piacere dalla sua lettura anche se non si è letto il primo. La figura centrale del romanzo è Norma Martiroli, nata nel 1947 in un inverno freddissimo, figlia di Guido e Elsa, una coppia scoppiata, che non si è mai amata. Elsa si era sposata a vent’anni già incinta ma non voleva un figlio, voleva godersi un po’ la vita, visto che aveva passato gli anni dell’infanzia a crescere e accudire i numerosi fratellini, che sua madre sfornava uno dopo all’altro, invece di giocare nel cortile come tutti i suoi coetanei. Quando Elsa partorisce e nasce Norma, il padre, Guido Casadio, figlio di Neve e gemello di Dolfo che ha sposato Zena, va a comunicare con gioia la bella notizia della nascita della bimba ai parenti. Nonna Neve è felicissima ma la stessa felicità non è provata da Elsa che considera sua figlia quasi come fosse un’estranea e la tratta con estrema freddezza. Norma trova il calore solo quando si trova a Stellata, il loro paese d’origine dove tutto è cominciato tramite Viollca una gitana sensitiva che aveva in sé la magia e che aveva contribuito a far nascere una generazione dalla doppia identità, i sognatori e sensitivi e quelli con i piedi ben piantati in terra e pragmatici. A Stellata, c’è Elia, uno strano bambino, uno che combina guai, diverso dagli altri, Elia diventa il suo compagno di giochi e di confidenze. Passata l’infanzia, Norma scopre di aver paura di ciò che sente per Elia e decide di interrompere la loro amicizia. Dopo molti anni Norma ritroverà Elia a Londra e si accorge di averlo sempre amato e di amarlo ancora. Come si può non innamorarsi di Elia? Ribelle, dalle idee progressiste e con l’avversione per il moralismo della società borghese, anticonformista, con i suoi capelli lungi e la sua barba, affascinante nonostante ami indossare le mutande bianche antiche, intelligente, gentile. Sembra andare tutto nel miglior dei modi, lei ha sposato l’uomo che ama e al quale ha dato il suo primo bacio. Ma la sorte rema contro e il destino è avverso. I due si sposano e vanno in viaggio di nozze in Brasile dove vivono la zia Adele e la figlia Maria Luz. Lì, il destino beffardo li attende.
Il romanzo si svolge tra il passato e il presente. Fra il Brasile, l’Inghilterra e l’Italia. Nel presente Norma deve occuparsi della madre che è molto malata ed è voluta tornare a Stellata. Norma ha lasciato Londra ed è tornata in Italia a vivere con la madre malata, con quella madre che ora è diventata come un bambina ma che non ha mai avuto una carezza o una parola buona per lei bambina. Norma accanto alla madre ricorda e rivive il suo passato, la felicità e il dolore provato, le gioie e le delusioni, la vita generosa e la vita beffarda che si è presa gioco di lei. Fra magia e realtà si svolge la vita di Norma. L’amata cugina Donata ha militato nelle Brigate rosse e fa una brutta fine. Donata ha ereditato dall’antenata gitana la capacità di predire il futuro attraverso la lettura dei tarocchi e dei sogni, rivela a Norma le sue visioni, ma la cugina non capisce la portata della sua previsione, solo dopo, quando Donata non ci sarà più, si renderà conto come e quando si era avverata in pieno la profezia che la riguardava.
Nel romanzo si raccontano tutte le vicissitudini della famiglia Martitoli. Un grande affresco ricco di personaggi dalle mille sfumature, che amano e odiano, che gioiscono e soffrono. Norma alla fine dopo aver sofferto tanto a causa dei tradimenti inaspettati, essere delusa proprio dalla persone che lei amava di più e nelle quali riponeva fiducia e speranza, riesce a ricostruire la propria felicità, nel perdono e nella comprensione. La felicità non è un dono che cade massiccio dal cielo sulla terra ma si edifica mattone su mattone, si costruisce giorno dopo giorno con determinazione e sacrificio, liberandosi dai pesi che impediscono la sua realizzazione, tornando alle radici, tornando all’innocenza e allo stupore dei bambini.
Una lettura avvincente, Daniela Raimondi è un’autrice ecclettica e che non delude mai, è una poeta che ha ricevuto importanti riconoscimenti e anche come narratrice sta dimostrando tutto il suo valore.
Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha trascorso la maggior parte della sua vita in Inghilterra. Ora si divide tra Londra e la Sardegna. Ha pubblicato dieci libri di poesia che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste letterarie. La casa sull’argine, edito da Nord, e uscito nel 2020 è stato il suo primo romanzo e nel 2023 è uscito, sempre per i tipi della Nord, Il primo sole dell’estate.
Nina Cassian è nata a Galati in Moldavia (Romania), sulle rive del Danubio il 27.11.1924. Poetessa, scrittrice, traduttrice, partecipe e erede dell’ambiente culturale e intellettuale rumeno a cui appartengono Brâncusi, Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, come loro dovette subire l’esilio.
Nina Cassian è figlia d’arte, il padre Iosif C. Mătăsaru fu stimato traduttore dei grandi classici (Ghoete, Heine, Brecht). Nina si nutre di questi stimoli e dopo aver completato il liceo, arricchisce la sua formazione approdando a Bucarest e studiando pianoforte e composizione musicale, dove eccelle, recitazione, pittura. Nel 1943 si sposa col giovane poeta Vladimir Colin dal quale divorzia nel 1948, successivamente sposerà il critico letterario Alexandru Stefanescu. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di lettere, ma non ultimerà gli studi. Da quello stesso anno comincia a pubblicare suoi scritti, dapprima sul giornale Romania libera e successivamente edita la prima raccolta “Scala 1/1”, vicina all’avanguardia e perciò vista con sfavore dal regime rumeno che la marchiò come decadente. Ciò spinse la scrittrice verso opere maggiormente allineate “La nostra anima”, “Anno vivo, novecento e diciassette”, “Horea non è più solo”, “Gioventù”,“Versi scelti”.
Dal 1957 prosegue le pubblicazioni svincolandosi nuovamente dai dettami della dittatura comunista. Nina ha scritto praticamente per tutta la vita, autrice di oltre quaranta opere tra raccolte poetiche e libri per bambini, oltre alle traduzioni.
Importante la sua amicizia col poeta Celan, al quale rimase legata per sempre, essendone musa ispiratrice. La relazione si nutriva della speciale affinità culturale, influenza e ammirazione reciproca, per la consonanza di interessi poetici e preferenza di scrittori, quali Esenin, Eluard, Apollinaire. Ne dà sentore l’affettuosa lettera che Celan scrisse alla Cassian in vacanza nel ‘47 “Ingrata! Nobile e arborescente come sempre, quando ti penso, la mia mano… si affretta a offrirti, dall’assopito mio tappeto che ho steso sulle maree, questo specchio di fuliggine bianca e inchiostro ritmato… affinché certe bocche malevole della posterità non possano dire che noi non ci siamo amati. Che venga il mare su di noi e che gli squali-fratelli ci inghiottano!” Paul
Una grande svolta nella vita della poetessa fu il viaggio per una conferenza di scrittura creativa all’Università di New York nel 1985, lo stesso anno in cui morì il marito. Una volta a New York Nina Cassian chiede asilo politico come dissidente in quanto in patria la polizia segreta di Ceausescu aveva scoperto suoi testi satirici e antigovernativi tra le carte di un amico arrestato, quindi rischiava a sua volta d’essere imprigionata. Contemporaneamente in patria compiono l’epurazione culturale della sua figura, la fanno sparire, come non fosse mai esistita. Nina ha vissuto il resto della sua vita lontano dal paese d’origine a New York dove è morta il 15 aprile del 2014.
LA POETICA
Dice un famoso verso di Emily Dickinson “Io abito nella possibilità”, Nina Cassian nella sua scrittura lo fa proprio. Prende la parola e la mette in forma, la stira, la pressa, rotea e schizza fino a farne ciò che vuole, in perfetta consonanza col suo pensiero. Fantasmagorica, pittorica, sorprendente, carnale. Conferisce ai suoi testi una musicalità e plasticità non propriamente classiche perché contemporaneamente spinte da potenza immaginifica scoppiettante. Originale quindi, insolita, sebbene si avvertano nel suo scrivere echi di tutta la tradizione europea da Celan a Mandelstam, dalla Cvetaeva alla stessa Dickinson. Il corpo è spesso presente nella poesia della Cassian, come avviene del resto con più insistenza e consapevolezza nella poesia delle donne rispetto alla poesia scritta da poeti uomini. Le donne hanno col proprio corpo un rapporto più intimo e ancestrale, si misurano con la potenzialità del generare e del partorire, con la perdita periodica di liquori sanguigni, non possono essere che consapevoli dei propri muscoli e ventre e respiro esattamente per come esce dai polmoni, immerse nella propria pelle, in contatto continuo e profondo con la propria polpa.
La poetessa riversa nei suoi testi una vitalità poetica, una furia creativa caratterizzata da estremizzazioni, parossismi, inventiva. Descrive scenari surreali non meno però di momenti della quotidianità comuni a tutti, quale il risveglio o il cibarsi. L’umanità è presente, talvolta testimone della malinconia del poeta o del suo disagio o dolore, tendenzialmente indifferente, asettica, insensibile. Più di frequente il poeta trova alleati nelle cose o negli animali. Compartecipano e collaborano a edificare l’architettura poetica gli oggetti, gli elementi della natura, i sentimenti. Presente il dolore per l’espianto della separazione dai luoghi d’origine“Ah, ricordo ancora bene quel dolore!/La mia anima colta di sorpresa/saltava come una gallina con la testa mozza”
Non meno presente l’amore sia diretto alla forma umana che mistica. La ricchezza espressiva è specchio dell’eclettica formazione della poetessa, musicale e artistica. I toni sono caustici, arguti, ironici, sempre diretti, spesso malinconici. Colpisce l’atteggiamento di cupo e lucido disincanto verso gli altri e l’esistenza che rimanda al cinismo di Cioran.
Espressiva e potente Nina Cassian era praticamente sconosciuta quando venne pubblicata in Italia nel 2013 da Adelphi con la raccolta di oltre 300 pagine C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 . Divenne un caso editoriale. Di sé e del suo forsennato scrivere con un senso di ineluttabilità del gesto, chiaramente di reazione alla privazione della libertà, dice “Sono la Scimmia Condannata a Scrivere”. Del suo opporsi vanamente alle repressioni totalitarie scrive “La protesta linguistica/è impotente. Il nemico è analfabeta.” E del suo esilio esprime la speranza “Pur se verrò sepolta/ in una terra aliena:/ risorgerò un giorno/ nella lingua romena.” Scrisse anche in lingua inglese e in una lingua di sua invenzione. Chissà la fantasia dei suoi libri per bambini…
Un tappeto di farfalle morte ai piedi, morte e morbide (loro non hanno il rigor mortis). Io godo di ottima salute. Ho tirato fuori il fegato, ho estratto i polmoni, ho estirpato il cuore e non mi fa più male nulla. Tramutarsi in fantasma è una soluzione che vi raccomando freddamente.
Io sono io
Sono personale, soggettiva, intima, singolare, confessionale. Tutto quel che mi accade e si ripete accade a me. Il paesaggio che descrivo sono io stessa. Se vi interessano gli uccelli, gli alberi, i fiumi, consultate i libri degli esperti. Io non sono un dato uccello, un dato albero, un dato fiume. Io sono registrata solo come un Sé,
Io, ovvero Io.
Tappezzeria
Un piede nella fossa e l’altro sulla tigre impallinata – così vedo la mia sconfitta e la mia vittoria in questa scena venatoria.
Cedere il posto agli anziani e agli ammalati
Viaggiavo in piedi eppure nessuno mi offrì il posto anche se ero di almeno mille anni più anziana, anche se portavo, ben visibili, i segni di almeno tre gravi malanni: Orgoglio, Solitudine e Arte.
Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
In Attenti al lupo scriveva Ron nel 1990 e cantava Lucio Dalla: Questa vita è una catena/Qualche volta fa un po’ male/Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo. Il bosco è nell’immaginario collettivo un luogo pauroso e oscuro dove ci si può perdere facilmente ed è abitato da animali pericolosi come il lupo o l’orso. Occorre stare in guardia, non perdere la strada e lasciare traccia del nostro passaggio, facendo cadere i sassolini come fece Pollicino. Oppure può essere un luogo accogliente dove rifugiarsi, come fece Biancaneve che trovò ospitalità e riparo nella casa dei sette nani. Un luogo dove perdersi e dove ritrovarsi. Il bosco è metafora della vita, è attraversamento e rifugio. Quando la maestra Silvia legge la notizia sul giornale invece di andare a scuola entra nel bosco. La vicenda si svolge negli anni ‘70 in un piccolo paese vicino a Torino, fra le montagne e al limitare del bosco, dove lentamente stanno arrivando i primi segnali della modernità. La notizia che sconvolge Silvia è il suicidio di Giovanna una sua scolara di undici anni. La bambina si è lasciata andare giù nel fiume saltando dalla finestra di casa sua, si è levata le scarpe e si è buttata. Silvia seguiva questa sua alunna con molta attenzione perché la ragazzina, appartenente a una famiglia modesta, aveva problemi a scuola, problemi forse non troppo dissimili a quelli che aveva lei da bambina. La maestra Silvia aveva chiamato il giorno prima la madre per lamentarsi del suo rendimento scolastico. Silvia non è una donna qualunque ma ha una funzione sociale precisa e determinata, un ruolo definito. Silvia è la maestra. Non è una donna qualunque, non è una madre, non è una moglie, non è una fidanzata, non è una figlia, Silvia è la maestra e basta. Alla maestra si chiede un’unica cosa, quella e nessun’altra cosa se non quella di fare la maestra e di saperla far bene. Silvia è cresciuta dalle suore e ha ricevuto un’educazione rigida, della sua infanzia ricorda il bosco nel quale si avventurava con il cugino e con il quale andava con gioia a raccogliere funghi. Il bosco è il luogo dell’infanzia, è in grembo materno che la ri-accoglie. Il senso di colpa e di inadeguatezza a svolgere il suo ruolo di insegnante la porta a rifugiarsi nel bosco e a sparire nel nulla. In paese tutti la cercano e temono una disgrazia. Rifugiatasi in un capanno che conosceva sin da piccola, ormai coperto dalla vegetazione, Silvia passa a ritroso tutta la sua vita, acquista consapevolezza del suo fallimento, si rende conto di non essere mai stata una donna ma un frutto ammuffito prima ancora di avere raggiunto la maturità. Silvia si lascia morire, non mangia e non beve, si vergogna di se stessa. Viene trovata da un bambino asmatico e sofferente, Martino, un alunno proveniente dalla vicina Torino che si è trasferito in paese per quei suoi motivi di salute. Martino non sa nulla della maestra, impara a conoscerla negli incontri segreti che avvengono al capanno. Martino è di parola e non rivelerà a nessuno che ha trovato Silvia. La maestra muta, infreddolita, sporca, disidratata, diventerà parte integrante e viva del bosco, perché il bosco è vivo nelle muffe, nei parassiti, nei vermi, non muore ma si trasforma. Sarà Martino a portarle da bere e da mangiare e la maestra Silvia si fa convincere a mangiare e a bere fino a che Silvia si è trasformata in qualcos’altro. Alla fine qualcosa accade ma resta sempre aperto un interrogativo. C’è qualcosa che nel romanzo non si conclude, il cerchio resta incompleto. Sembra una fiaba all’incontrario, in genere nelle fiabe si perdono i bambini, qui invece è l’adulto che si perde e il bambino è il salvatore che la ritrova. Un adulto la cui esistenza, nel bene e nel male, dipende dalle azioni di due bambini ha qualcosa di inquietante. Nelle fiabe c’è sempre una morale, qui mi sembra ci sia una morale all’incontrario. È un romanzo cupo. Allora in questa atmosfera cupa attraversando il bosco canterò: Guarda come son tranquilla io/Anche se attraverso il bosco/con l’aiuto del buon Dio/stando sempre attenti al lupo.
Il romanzo è ispirato a storia vera occorsa a un lontano parente dell’autrice, Maddalena Vaglio Tanet, a Bioglio, un paesino di montagna in provincia di Biella, dove ha trascorso dai nonni tutte le sue vacanze estive. Nata nel 1985, ha studiato letteratura all’Università di Pisa e vive a Maastricht dove svolge la professione di scout letteraria. È stata finalista del premio Strega Ragazzi nel 2021 con il libro Il cavolo di Troia e altri miti sbagliati.
“Risacche” di Cipriano Gentilino (Terra d’Ulivi Edizioni, 2023 pp. 76 € 13.50) è una raccolta poetica che rimanda all’osservazione profonda dei movimenti sensibili, avvolti nello slancio interiore di ritorno di un’onda emotiva. L’autore accoglie le dinamiche esistenziali delle difficoltà umane, si confronta con l’origine delle contingenze, incrocia il vitale flutto della riflessione e si misura con le derive dell’uomo. L’intenso e intimo tracciato dei versi racchiude la consistenza espressiva degli stati d’animo, indica la destinazione filosofica del tempo, lungo le istintive possibilità di resistenza, spiega la determinazione del coraggio, decifra la natura evocativa delle immagini e il segno imperscrutabile delle ispirazioni. Cipriano Gentilino attraversa il sentiero della vita, si scontra con la voce dolorosa delle solitudini, si consegna al solco della scrittura, scolpito nell’immediatezza delle idee, nutre la consapevolezza di una preghiera pagana, custodisce la vocazione emblematica dell’oracolo delle interpretazioni. Espone il commento della realtà attraverso la viva conoscenza dei paesaggi, rintraccia l’eco struggente dei luoghi, ritrova l’epifania autentica dei destinatari, insegue il cammino esegetico di una solidarietà morale, abbraccia la cifra simbolica di ogni legame, conferma il valore ancestrale della poesia, in grado di svelare il significato inconfessato di ogni smarrimento. L’infinita qualità metaforica, tratteggiata nella poesia di Cipriano Gentilino, oltrepassa la vertigine del malessere, illustra la burrasca dei sentimenti, sintetizza l’amarezza dei contrasti, trasforma l’essenza dell’uomo nella dimensione introspettiva dell’empatia, assiste l’immenso dispiegamento delle impetuose increspature. Cipriano Gentilino impiega lo strumento conoscitivo del disincanto, affronta il crudele destino della contemporaneità, fronteggia l’ineluttabile provvisorietà, accorda le lucide inquietudini dell’abisso spirituale con la ricerca confortante di un equilibrio, rafforza, nella efficace motivazione dei versi, l’espressione dell’identità e rinnova l’intuizione dell’appartenenza. “Risacche” dona al lettore un desiderio animoso verso la libertà, mostra con l’accurata corrispondenza delle assonanze poetiche, l’osservazione delle proprie esperienze dentro il sussurro dell’anima. Il fragore ricettivo delle parole annuncia la vibrazione persistente del cuore, immedesima l’oscillazione delle passioni con la frantumazione delle speranze. Cipriano Gentilino ritrova la percezione della vicinanza affettiva, nella condivisione del dialogo poetico, scioglie la ricorrenza delle mancanze oltre il silenzio dell’estraneità, valica la stagione dell’ambiguità del vuoto, rievoca la densità degli affanni. L’universo psichico del poeta trascende una luminosa tensione che illumina le metamorfosi della moderna realtà, interroga l’inconscio, riemerge dalla simbologia di ogni limite, orienta l’evolversi del sentire, comunica la similitudine ontologica della risacca, estende la peregrinazione dell’umanità. Una sequenza visiva di ricordi e di richiami alimenta l’intervallo ripetitivo della nostalgia e dell’inclinazione elegiaca alla dispersione, trattiene il fondamento di colori e odori legati alla superficie originaria dell’accoglienza.
Siamo pesci rossi di vergini stantie tra righe di templi senza santi bolle perplesse d’apnea per un po’ d’aria e qualche parola.
Sul tepore
Una fiammella di lanterna intirizzita cerca olio anche d’avanzo per un po’ di inciampo un tepore anche assoldato in versi scandalosi irriverenti, prima che ci precipiti la notte.
Accostati
Accosta la tua sedia chino annuso la terra che ci riprende donami un bastone che mi alzi per respirarti le labbra accarezzami che osi sussurrarti poesia o così ci sembrerà.
Inquietudine
In questo imbrunire un’inquietudine di assenza antica, scricchiolo di foglia anonima, si baratterebbe per un nome o solo una parola adagiata sul fondo.
Frammenti
Scordate litanie d’annata siamo ombre al muro nel silenzio di epifanie, spiragli sparsi nei frammenti di sonno allo scandalo del risveglio.
Sera
Due bignè ancora di ieri e due fiocchi di neve questa sera,
una videochiamata a sud e un film di guerra a est,
e a luci spente due germogli di narcisi al riparo dal gelo
Dialoghi
Mi dissi ti voglio in silenzio poi non ti sentii più. Portasti arcobaleni di punti esclamativi ma ero già distratto.
Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento, viene pubblicato nel 1936 negli stati uniti il romanzo I fratelli Ashkenazi. L’autore è Lo scrittore polacco in lingua yiddish Israel Joshua Singer (1893-1944), figlio del rabbino Pinchas Mendl Zinger e fratello dello scrittore Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978. Il libro ha più di 700 pagine ma ciò non mi ha fermata perché avendo già fatto esperienza della scrittura di Singer con il suo bellissimo La Famiglia Karnowski, ero certa che ne sarebbe valsa la pena. Singer ebreo ashkenazita ci racconta il suo mondo, per molti un mondo lontano, estraneo e complicato, multiforme, multiculturale e caotico, un mondo pieno di contraddizioni. Il romanzo narra le vicende immaginarie di due fratelli inserititi in un contesto di verità storica, fra la metà del XIX secolo fino agli anni trenta del secolo successivo, fra la polonia e la Russia zarista.
Poiché la Polonia era ricca di filati di lana e di cotone ma mancava di tessitori vennero fatti entrare nel territorio polacco, con la promessa di non pagare le tasse e altri benefici, tessitori provenienti dalla Germania, tedeschi e ebrei ortodossi. Così, dopo la fine delle guerre napoleoniche, una lunga processione di tedeschi ed ebrei percorse le strade polverose della Sassonia e della Slesia fra villaggi già devastati dalle guerre di Napoleone, diretti verso la cittadina polacca di Lodz, chi nei carri o nei barocci, chi a piedi. Molti erano individui cenciosi, altri erano ricchi ebrei carichi di masserizie, ma tutti, ricchi e poveri, erano muniti di telai a mano.
La comunità ebraica riesce a inserirsi nel territorio di Lodz e addirittura ad allargarsi costruendo nuove case o ingrandendo le case già esistenti. Alcuni ebrei si mettono in proprio e aprono le loro attività autonome di tessitori.
Uno di questi ebrei, che si era fatto da sé riuscendo a diventare un imprenditore, era Reb Abraham Hirsh Ashkenazi, ebreo devoto e rispettoso delle tradizioni. La moglie era sul punto di partorire e si era a ridosso della Pasqua, ma lui volle ugualmente recarsi dal rabbino chassidico di Vorka per chiedere una benedizione per il figlio che gli stava per nascere, nonostante le strade fossero infestate dai ribelli e dai cosacchi. Il rabbino gli aveva predetto che i suoi figli sarebbero diventati ricchi ma non sarebbero mai stati devoti. Al suo ritorno trova che la moglie ha partorito due gemelli, Simcha Mayer e Jacob Bunim.
bambini di Lodz primi anni del 1900
I due fratelli sono dissimili fra di loro, sia nell’aspetto che caratterialmente, erano come il giorno e la notte. Il più grande è Simcha Mayer, minuto ma sempre triste benché dotato di intelligenza viva, l’altro Jacob Bunim all’apparenza meno intelligente ma più robusto e allegro. Il romanzo narra della rivalità di questi due gemelli, che si manifesta sin dai primi anni di vita. Il minore ama la bella vita, le belle donne e il buon cibo, finge col padre di essere devoto per non creare problemi, si è innamorato sin da piccolo delle bella Dinah, una bambina che gioca spesso con lui mentre il fratello minore, roso dall’invidia, sta a guardare. Da adulti si contendono il potere nella città di Łódz. Il maggiore sposa Dinah la donna amata dal minore. È furbo e sa operare inganni e astuzie, diventa ricco e si fa chiamare Max, accumula ricchezze su ricchezze, sgobba dalla mattina alla sera senza mai un attimo di riposo, sfrutta i lavoratori della fabbrica come un vero negriero. Odia il fratello minore perché nonostante lui non si dia da fare è come se fosse stato baciato dalla fortuna perché diventa più ricco di lui. Ha sposato, infatti, una donna ricchissima anche se il suo è un matrimonio infelice perché lui ama Dinah la moglie del fratello maggiore. Quasi tutta la seconda parte del romanzo racconta la lotta fra operai e imprenditori, i conflitti fra gli ebrei devoti e i gentili, fra polacchi e russi, fra i nobili e nuovi ricchi, lo sfruttamento dei tessitori considerati alla stregua di schiavi, la ribellione dei lavoratori, la lotta di classe e la rivoluzione russa. Simcha Mayer che ormai si fa chiamare Max Ashkenazi aveva trasferito molti dei suoi macchinari dalla polonia in Russia, ma a causa dell’abolizione della proprietà privata, perde tutti i suoi averi e viene rinchiuso in una prigione della nuova Unione Sovietica. Pentito del male che aveva causato agli altri in nome della ricchezza e della sua avidità, ormai vecchio e malato, comprende di aver sbagliato tutto costruendo il suo mondo nella sabbia e viene tratto in salvo proprio da quel fratello che lui aveva sempre odiato e invidiato. Così come in quel periodo storico erano gli ebrei, invidiati e odiati, tant’è che il malcontento e la rabbia della popolazione venivano spesso indirizzati dal governo russo attraverso i pogrom contro di loro, facendone un capro espiatorio. Questo romanzo, così come gli altri dello stesso autore, per chi è lontano dalla cultura del popolo ebreo, può rappresentare un’ottima occasione per comprendere meglio l’animo di questo popolo e le loro tradizioni, in quanto le vicende sono narrate da un vero scrittore ebreo ashkenazita di lingua yiddish vissuto a ridosso del periodo storico narrato, quasi fosse un testimone diretto.
In nessuna pagina del romanzo si può leggere la gioia di vivere o la serenità dei protagonisti. Nessuno dei personaggi presente nel romanzo sembra riuscire a essere felice, eppure la felicità è contemplata nella loro visione e nella loro tradizione religiosa, ma nel romanzo c’è sempre nelle vite dei personaggi un sottofondo di malinconia. Tutti, ciascuno per i propri particolari motivi dati dai problemi derivati dalla classe di appartenenza, sia per l’avidità, sia per la povertà, sia per la troppa ricchezza, per non sapersi accontentare mai, sia perché si combatte per la lotta di classe, o per i dettami della religione di appartenenza che a volte pesano come un macigno, ognuno per il suo ma tutti sono infelici. Molti sono i personaggi presenti nel romanzo e molte le loro vicende personali. Donne, uomini, figli, mogli, mariti, politici, ministri, nobili, imprenditori, filatori, venditori di scarti, agenti di commercio operai, ricchi, accattoni e straccioni, tutti vivono la loro infelicità in un mondo dominato dal caos e dalla confusione. Gli unici che sembrano porsi al di sopra di questo mondo mai felice sono i rabbini, depositari della saggezza e dell’ordine, come se lo studio e l’insegnamento della legge fossero un porto sicuro, un luogo preciso, e i rabbini, detentori di quella terra promessa, già insediati nella terra dove scorre latte e miele. Nel giudaismo la felicità è un comando, il Talmud dice che rallegrarsi durante una festività è dovere religioso. Sia nel Levitico che nel Deuteronomio si ordina di essere gioiosi, molte delle loro feste sono nel segno della gioia, la gioia della festa delle capanne, la gioia della Pasqua. È chiaro così che quasi nessuno dei personaggi del romanzo è un devoto e ciò causa infelicità. Il romanzo già nel titolo parrebbe avere come tema principale la storia di due fratelli e il dualismo esistente fra essi, ma è solo l’occasione per rappresentare i conflitti esistenti nell’animo umano e nei gruppi contrapposti: fra le diverse etnie, fra gentili ed ebrei, fra chassidin devoti e non osservanti, fra il socialismo e il capitalismo. Ciascuno portatore di malcontenti e dicotomie, dove i personaggi cambiano abito di volta in volta, a seconda delle circostanze, una volta sono le vittime e un’altra sono i carnefici assumendo ruoli intercambiabili adattandosi ai padroni e alla situazione storica ai confini territoriali del momento. Il libro appassiona e si legge facilmente nonostante le sue tante pagine e gli argomenti non molto leggeri perché la scrittura è fluida e la storia interessante, specialmente per chi ama questo tipo di scritture, cioè le saghe familiari e i romanzi storici in cui le vicende dei protagonisti sono inseriti nella realtà storica, anche se ho trovato un po’ lunghe la parte delle descrizioni delle lotte di classe e della rivoluzione popolare. Il romanzo mi è piaciuto meno de La famiglia Karnowski perché un po’ ripetitivo in certe parti e meno dinamico.
C’è analogia tra Andrea Temporelli e – a puro titolo d’ esempio – Cristina Campo, oppure Umberto Saba, Pablo Neruda, Italo Svevo, nel senso che sono tutti autori che hanno adottato uno pseudonimo. Gli pseudonimi separano mondi. Di qua il nome, di là gli altri. Da un lato l’essere dall’altro l’invenzione. Si opera la diversificazione, si celebra lo smarrimento, pulsa la repulsa del limite, mescendo lo scoramento del vivere si varca il transito nell’impossibile. Si travalica la nominazione imposta che opprime e aliena, come un battesimo all’esistenza che incarta e squarta. Nello schermo il pronunciamento, scevro da condizionamenti, si fa purezza d’inesistenza. L’impresa resta agganciare l’eterno allo scarto, partorire il trapasso, comprendersi fino alle scapole, ai polmoni in un’assurda, mai sazia, impagata ricerca di se stessi. Dentro uno pseudonimo si possono estrarre con l’uncino le ali dalle scapole e volare oltre i mondi. Edificare a parole un monumento d’amore e dolore. Non è poi così difficile per alcuni, nel senso che è simile alla vita. Eminentemente scrivere è un gesto antropico, gli animali non lo fanno, ma non è un gesto naturale, eppure per qualcuno scrivere è un atto di estrema naturalezza. Libera e conduce slancio e impulso, come guidare una vettura nelle strade deserte senza che gli altri siano d’intralcio: passanti, veicoli, conducenti. Il dolore invece è diverso, spina o croce, è all’opposto gravoso, difficile da reggere, impregna l’essere, lo attraversa e viverlo il dolore dà alla scrittura una consistenza e una compostezza che flette le arterie, le irrora allo spasimo.
I poeti in definitiva non scrivono che d’amore, di dolore e di morte. I poeti degni di questo nome. Se un poeta non scrive di questi temi ha scritto sul ghiaccio.
La silloge di Temporelli edita da interlinea, s’intitola L’amore e tutto il resto, il titolo è sintomatico di un’ordine. Messo l’amore al primo posto cosa resta? Echeggia un anelito dickinsoniano
I argue thee That love is life – And life hath Immortality –
Io ti dimostro che l’amore è vita e la vita ha l’immortalità
Oppure come non ricordare l’ancor più famoso distico
That Love is all there is, Is all we know of Love
Che l’amore è tutto È tutto ciò che sappiamo dell’amore.
Persino la morte svanisce a confronto dell’amore. Temuta, sfuggita, implacabile, irrimediabile, invocata nell’agonia per sollievo di sofferenza, la morte, nella lettura di Temporelli, è un “resto” insieme a tutto quanto d’altro c’è. L’amore domina su tutto. O meglio tutto si muove per amore, anche ciò che apparentemente non collega. Esso solo resta, ci sostiene, sopravvive. Quello ricevuto, quello donato, la sua memoria, è come un sigillo sull’anima, la forgia e la modella nella forma che essa ha nel momento in cui la eplichiamo sul foglio, tutta la memoria della nostra storia soccorre a tentare il travaso.
Alcuni dicono che si scriva dopo tante e tante letture, invece dopo tante e tante letture non scrivi, hai sulle spalle un tale peso che sprofondi, si scrive perché devi. E se devi lo fai anche prima di tante e tante letture, lo fai anche dopo, ma dopo i dubbi sono talmente tanti che dell’atto avverti tutta la responsabilità. Ti rendi conto che è un azzardo, che rischi il peccato di presunzione. Cosa puoi dire oltre ciò che è stato detto più e meglio da altri? Questa consapevolezza, se iniziale, può darsi che paralizzi o inaridisca. Invece quando “devi” non ti fai domande e non hai risposte, continui nel flusso che trascina oltre i dubbi, in una sorta di chiamata necessaria, nostalgica, disperata. A volte filo di voce finissimo altre strido, pianto, volo bianco.
L’amore e tutto il resto è un libretto formato 10 x 15 per centotrenta pagine circa, copertina in carta goffrata color avorio. Il sommario ci informa che il libro si compone di nove sezioni indicate coi numeri romani, ognuna contiene da 5 a 10 poesie, eccetto le sezioni IV e IX, la prima costituita dal poemetto “Terramadre”, l’altra da “Postilla per l’alieno”, da ascoltare qui.
Ciò che trovo impressionante da sempre della scrittura poetica è come essa “ci” scrive, come coliamo filati parola per parola nello stampo della poesia, vi alberghiamo nudi, per come siamo, spellati sulla pagina, buccia dopo buccia, incolliamo sul foglio le squame, le penne, le piume, ci spogliamo, lettera dopo lettera, verbo dopo verbo e in questo trapasso, evochiamo studi, memorie, attiviamo il nostro “genio” per vestire il dire di senso, per sostanziare quel denudarsi, in tutta la nostra dolcezza, sdegno, asprezza, razionalità, nel ventaglio amplissimo degli “stati” del nostro essere qui ora e vivi. Per trasferire al lettore uno scritto che sia denso di pensiero, corpo e non vacuità. Questo processo avviene chiaramente anche nella scrittura di Temporelli. Del resto è autore e critico di ampia esperienza, oltre che specialista della materia letteraria, cioè insegnante.
Il libro ha ricchezza di temi e compiutezza di pensiero. Vi si legge l’uomo, la storia, le amicizie, gli avvenimenti, patemi e patologie, la scrittura, l’infanzia, l’insegnamento, la religione, il collegio, gli amici, il calcio, lo studio, la morte e i tortuosi camminamenti riferiti con semplicità perché nodi affrontati e sciolti. Vi si leggono i molti interrogativi, perché, si tratta, lo dice l’autore, di un libro che si sviluppa in un arco temporale ampio di ben 27 anni, che ci sono tutti, si spazia da una A a una Z passando da molte porte, altrettante svolte. Un distillato di tanta vita.
Tutta la raccolta ha un suo tempo metrico percepibile sin dai primi componimenti, brilla in versi di felici illuminazioni, accostamenti originali su un apparecchiamento lessicale piano, scorrevole, appropriato. Il versificare è corredato da segni di interpunzione e talvolta da spaziature e a capo ad arte. E’ presente un sottofondo di sobrietà e vivacità, due fili conduttori dell’opera, per cui mai dire nulla più di quanto è necessario, in omaggio all’esigenza di sfrondare fino all’essenziale, e in secondo luogo non annoiare il lettore. Diversi testi hanno la solennità e l’accoratezza della preghiera. In tutto il libro non è tanto la ricercatezza dei termini che restituisce cultura, ma citazioni e riferimenti. Tra questi spicca l’incipit del commovente omaggio a Simone Cattaneo che riprende il dantesco Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io che diventa Ricky, io vorrei che tu, Davide, Massimo, Flavio, Alessandro ed io. L’amicizia è già tutta nella nominazione del consesso.
Lucenti i testi che raccontano la natura e le memorie, gli smarrimenti, ve ne sono disseminati, belli e limpidi anche i canti d’amore, intessuti a volte da tensioni sotterranee, sentori d’abbandoni o separazioni. Di altri testi la lettura è meno trasparente, si chiudono nell’ermetismo, talvolta l’oscurità vorrebbe un ausilio a dipanare il senso, ma forse è solo umana curiostà di intromettersi nel ventre ispiratore, aprire squarci di indiscrezione. Così nel poemetto Terramadre, dove si affronta il tema della morte con sviluppo drammatico – teatrale, racconti esperenziali, com-partecipazioni attoriali, essi concorrono al referto dell’ essenza dell’oscura signora, alla narrazione dell’impatto che l’agonia o l’evento producono e le ramificazioni interiori conseguenti alla perdita. E’ un fatto che giunti ad età avanzata abbiamo la vita costellata da mancanze dolorose, tanto più quanto più traumaticamente e precocemente è avvenuto questo invevitabile incontro e per le tante volte che avviene successivamente. Se ne parla qui con la consapevolezza che permea chi sa e può dirne senza apparire un balbettio d’esercizio letterario. Si direbbe che il poeta ha il piglio di chi fronteggia, non arretra e non cede, resiste, come in un corpo a corpo, in una sfida.
Postilla per l’alieno, che chiude il libro, ha un sentore del viaggio di Ulisse, appello rivolto a profani o a viaggiatori d’altri mondi, un messaggio d’onde radio verso porti astrali. Coniuga l’esotico e la citazione, propone destinazioni, ma non si tratta di luoghi qualunque: la Baia di Halong in Vietnam, il palazzo di Taj Mahal in India, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, la cascate del Diablo nell’Iguazù in Argentina, la Grande Muraglia Cinese e infine la quadriga della Basilica di San Marco a Venezia, sono tutti accomunati dall’essere di una stupefacente bellezza, tant’è che sono inseriti nell’elenco delle sette meraviglie del mondo oppure dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Temporelli cita poi l’affresco michelangiolesco de “La creazione di Adamo” nella Cappella Sistina, i poemi epici di Omero, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, ed è nella chiusa che chiarisce come rifiutare tutta questa bellezza significa chiudersi all’ amore, gesto che darà forse pace, ma svuota.
A cogliere la sostanza di tutta l’opera possiamo dire con Etty Hillesum “Credo che il senso della vita sia nell’amore, nell’amore per gli altri, nell’amore per la natura, nell’amore per la bellezza, nell’amore per la verità. Credo che l’amore sia la forza più grande che ci sia, la forza che ci fa andare avanti, che ci fa sperare, che ci fa credere che la vita ha un senso.”
“Notte inoltrata, silenzio profondo, rotto di colpo, dal passare di un treno, metallo pesante su fragile legno”. La composizione tra la parola e l’immagine, metafora della vita e del senso dell’interezza, racchiusa in queste righe, appartiene all’autore Alessandro Angelelli nel libro “Metallo pesante” (L’Erudita, 2022 pp. 67 € 16.00). I testi contengono la densità dell’osservazione poetica sul mondo e sulla natura degli uomini, diffondono la consistenza dell’ispirazione, offrono una consapevolezza accogliente, piena di sensibilità e di intensa affettività. Il poeta risiede nella dimora dell’anima, percepisce l’intima relazione tra il proprio peregrinare alla ricerca di una dimensione familiare dove custodire ricordi ed emozioni e l’identità interpretativa delle sensazioni. Alessandro Angelelli indica la regione interiore dalla quale partire per percorrere l’essenza dell’itinerario esistenziale e ampliare l’orizzonte dell’appartenenza. Descrive attraverso l’inquietudine romantica del percorso di vita, lo smarrimento e la frantumazione dell’esperienza, espone la volontà di comunicazione, insegue il desiderio di riacquistare il sentimento perduto. La strada per condividere il viaggio introspettivo rimanda al valore originario dell’essere, incrocia lo svolgimento della memoria e collega l’elaborazione del vissuto con il senso di ogni destinazione. “Metallo pesante” svela una collezione privata di inafferrabili momenti e di sfuggenti impressioni, mostra il vincolo confidenziale tra la malinconia del passato e l’incertezza del presente, avverte il carattere instabile di ogni incognita del futuro, l’inesorabile vulnerabilità del dolore, ma anche la stabilità fiduciosa della speranza. La poesia di Alessandro Angelelli è simbolo di un archetipo del cammino umano, un attraversamento evolutivo tracciato nella necessità di realizzare una direzione per la felicità e rinnovare il proprio itinerario, inoltrandosi nella promessa di raggiungere nuovi approdi di comprensione per sentirsi a proprio agio con se stessi. Rivisita la località ispiratrice del pensiero, analizza il territorio suggestivo della realtà, da corpo all’equilibrio degli impulsi per orientare l’autenticità del discorso. Alessandro Angelelli conosce il modo di rilevare e abbracciare la consistenza sensitiva del proprio territorio di arrivo, oltrepassa il passaggio lucido del dolore e della finitezza dell’assenza, trasmette la propria fermezza creativa con il presentimento immaginario di ogni atmosfera onirica. “Metallo pesante” rinforza l’intento profondo di riconquistare la componente del benessere, illustra l’incantevole cronaca del tempo nel riassunto seducente del quotidiano, congiunto alla contingenza della fugacità, alla tenerezza della memoria e alla commozione dei significati. Indaga sull’accordo dell’intuizione elegiaca e sostiene l’eterna e inevitabile discordanza tra la crudele fragilità e la grazia della serenità. Il libro è il compimento letterario di una coinvolgente resistenza, la fusione naturale immersa nella nostalgia dell’altrove, sperimenta l’incertezza dei legami, assapora l’indugio dell’attimo vissuto, mantiene il radicamento dell’intima necessità di espressione, l’intenzione di ogni luogo in cui sentirsi a casa e ritrovare la beatitudine dello spirito.
Navi nel deserto
di Luigi Weber
Il ramo e la foglia edizioni, gennaio 2023
pp. 376
Se c’era un detto autentico in bocca a quello sputasentenze di Schomberg, era “la mia strada la segnano i fuochi nella notte”. In un deserto punteggiato di piccole oasi, di rocche fortificate alte su speroni di pietra, tra piste di terra battuta per navi a ruote e città abbandonate che emergono dalle sabbie come relitti, giocano a scacchi con il destino e la morte un giovane capitano inesperto, un traditore, un naufrago, un uomo ossessionato dal desiderio di vendetta, una ragazza inquieta e la sua nutrice. Naviganti, Pirati, Isolane e Cittadini dividono una terra aspra, inospitale, e se la contendono intrecciando odio, pregiudizi, incomprensioni. Attorno a loro, da ogni parte, si innalzano lenti nel cielo i sette pilastri della distruzione. I grandi romanzi e i personaggi di Joseph Conrad, affondati, sbriciolati e dispersi in un mare solido, tornano a incontrarsi e scontrarsi lungo le piste di una storia tutta nuova.
*
«Sulla Kairos dormivano, tutti. Nessuno ancora sapeva dell’arrivo dei Pirati in quelle terre, e la sorveglianza semplicemente non esisteva. Io non dormivo, invece. Il deserto è piatto, l’aria notturna tersa, e l’incendio dell’infelice vittima ardeva molto sopra le dune, come la porta dell’inferno spalancata. Perfino da terra lo vidi distintamente, e mi si agghiacciò il sangue.» Luigi Weber è un insegnante di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna. Il Romanzo distopico Navi nel deserto è la sua opera prima. Nato dopo lunga gestazione, come dichiarato dall’autore in interviste apparse sul web, “Navi nel deserto è uno strano indefinibile oggetto, persino per me che ci convivo da un tempo lunghissimo. Un esordio romanzesco attempato, a cinquant’anni, e insieme paradossalmente giovanile, perché mi accompagna da quando ne avevo venti. A prima vista sembrerebbe un prodotto sospeso tra narrativa d’avventura per ragazzi, fantascienza e fantasy, mentre non è niente di tutto ciò. “
***
Non importa come sia potuto accadere e perché, non si sa quando sia accaduto, non si conosce quale sia la catastrofe occorsa, se guerra atomica o spostamento dell’asse terrestre, o la caduta di un meteorite, ma la terra di un tempo non esiste più, i fiumi, i mari, le montagne, le città, tutto è coperto da una spessa coltre di sabbia. Affiora solo qui e là qualche spuntone metallico facente parte di qualche alta costruzione. Il mondo è sotto, è il Downtown, un mondo sommerso, “Indica la parte nevralgica delle antiche città, dove si alzavano tutti i grattacieli. Oh Dio, sapevo che c’era una in questa regione, ma come si fa a crederci…“ I personaggi portano i nomi dei protagonisti dei romanzi di Conrad, a partire dal protagonista principale, il capitano, che porta addirittura il nome dello scrittore Joseph Conrad. Ci sono molte citazioni che riguardano Conrad, ad esempio quando Freya, promessa a Julian Sands il naufrago che abita in una delle oasi, dice di sé che il suo è un cuore di tenebra. A differenza delle atmosfere di Conrad di Cuore di tenebra, che sono volontariamente ombrose e cupe; a differenza del romanzo la strada di McCartey, dove era accaduto qualcosa di terribile alla terra, dove il paesaggio scena dopo scena, dall’inizio e fino alla fine del romanzo, è sempre grigio, dove tutto è coperto di cenere e anche l’atmosfera e satura di cenere, in questo romanzo c’è sempre un sole abbagliante, potente, infuocato , che brucia “…Uff, il sole! – non ne abbiamo abbastanza di sole, ogni giorno della nostra vita? Se c’è qualcosa che non manca mai, qui, potete giurarci, è proprio il sole.”
Le navi solcano i deserti su grandi ruote che seguono delle strade numerate su dei binari prestabili come una sorta di ferrovia dotata di scambi, come quelle dei treni, per passare da una strada numerata all’altra. Per quanto riguarda la struttura il libro è diviso in dieci interludi e vari capitoli, e coesistono diverse voci narranti. Alternando il punto di vista si vorrebbe accrescere il ritmo della narrazione. Notevoli le descrizioni dei paesaggi sabbiosi e dei colori, nonché degli stati d’animo complessi dei protagonisti. Benché l’ambientazione è futurista e post atomica, a volte si ha l’impressione che i personaggi siano regrediti nel passato e vivano le atmosfere dei regni greco-romano, o egiziano, o minoico.
Questa terra di oggi è abitata da uomini uguali a quelli che abitavano la terra di prima. Gli uomini hanno sempre le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, l’uomo è sempre uguale a se stesso, simile nei difetti e nei pregi. Sotto la cenere della città di Pompei sono state trovati oggetti e suppellettili che anche noi, uomini moderni, avremmo trovato comodi da usare. Sono state trovate iscrizioni nei muri contro certi personaggi politici e pubblicità varie, fontane dove bere e piazze dove incontrarsi e passeggiare. I bisogni dell’uomo saranno sempre uguali, il bisogno di stare in gruppo, di condividere, di amare, di classificare, di odiare e di disprezzare il diverso e di aggregarsi a chi si ritiene sia più simile a noi. I pregiudizi e le discriminazioni accompagneranno sempre gli uomini qualunque sia il mondo abitato. L’umanità abitante questa terra sabbiosa e infuocata è riuscita a trovare una sua organizzazione. La società del romanzo è divisa in due gruppi, stanziali e nomadi. Gli stanziali sono i cittadini cioè gli uomini che hanno preferito arroccarsi nelle fortificazioni, e gli isolani che abitano le oasi in mezzo al deserto dove attraccano le navi. I nomadi sono i naviganti, cioè quelli che in giovane età sono usciti dalle rocche e hanno costruito delle navi nelle quali hanno trascorso insieme tutta la loro vita, e i feroci pirati che in genere sono i fuoriusciti dalle rocche il cui scopo è quello di inseguire i naviganti. Non conta chi sei, da solo non hai identità e dignità, conta solo a quale gruppo appartieni, ed è un’anomalia che il capitano Conrad sia un cittadino diventato navigante.
Si tratta di un romanzo distopico, d’avventura, avveniristico, fantascientifico, ma non solo, questo romanzo parla principalmente di uomini, delle loro paure e dei loro sentimenti. Dello sforzo giornaliero di sopravvivere in un ambiente che è diventato ostile e pieno di pericoli o che ti costringe a vivere murato vivo pur di non perdere la vita. A cambiare faccia e a fingerti altro per non perire. A perire per non cambiare. Un romanzo molto particolare, adatto e consigliato a chi ama il genere distopico e apocalittico.
bio Luigi Weber Nato nel 1972 a Rimini, ma dall’incontro tra un trentino di Rovereto e una toscana di Marradi, quindi sospeso tra il mare, le Alpi e gli Appennini, Luigi Weber da lungo tempo ormai si è risolto per la pianura, e vive e lavora nella città che più gli è congeniale, Bologna, con la sua famiglia. Qui ha studiato e si è laureato in Lettere Classiche, nel 1998; qui, dopo una pausa di alcuni anni trascorsa come giornalista in Romagna, è tornato definitivamente ad abitare, iniziando una collaborazione ormai più che ventennale con l’Ateneo in cui adesso insegna Letteratura Italiana Contemporanea. Nel frattempo ha vissuto anche nel magico mondo del teatro di ricerca, partecipando a nove indimenticabili edizioni del Festival di Santarcangelo come caporedattore del Quaderno del Festival. Per alcuni anni ha insegnato a scuola, a bambini delle medie di Imola e adulti nelle serali di Vergato, e anche quelli sono stati anni e incontri impossibili da scordare. Dal 2012 è diventato Ricercatore e poi dal 2014 Professore Associato presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica di Bologna. Ha scritti libri e curato edizioni e pubblicato saggi su molti autori e fenomeni letterari dell’Otto e del Novecento, da Manzoni al Gruppo 63, occupandosi di letteratura fantastica, poesia e romanzo sperimentale, letteratura di guerra e di viaggio. Dal 2021 fa parte del Comitato Direttivo della MOD, Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria.
In Porto franco di Giuseppe Martella si approda, si trova riparo in una “circolarità“, nello spirito, che intuisce prima il mondo esterno e lo traduce per mezzo del linguaggio dal particolare all’universale, mediante il tratto caratterizzante della tensione sperimentale, aperta a più direzioni. È come se tutta l’opera fosse ispirata dall’idea- guida che la poesia possa e debba ospitare i modi diversi e ogni esperienza di vita. In questa chiave il ritmo è vivacissimo e tutto è affidato al sortilegio della parola, allusiva in apertura dell’opera, a uno dei sonetti più famosi di Dante, rimasto fuori dalla Vita Nova: “Ma sì, ma quando, ma poi,/ se tutti noi/ fossimo presi per incantamento/ e trasportati indietro e poi in avanti…” (p.7, Per ipotesi), un sogno rimasto fuori dalla storia , perché solo in un senza- tempo e in senza- spazio la vita può coincidere con la poesia. Con questo motivo del plazer, Giuseppe Martella combina originalmente due sezioni: Gran Canaria e L’ora bruna del presentimento. Il tema del magico incantesimo a Gran Canaria e l’andare senza meta nell’ampia distesa del mare”, isola d’aria persa in mezzo al mare” (p.11) con la riflessione del poeta( p. 25), ispirata a valori laici e terreni: “ E prendi la misura, giusta finché ne hai tempo/e prendi il tempo a tua misura/ magari a usura, prendilo a prestito/qui se è il caso – tanto/ tutto è in affitto qui un tanto al mese/ il sole l’aria il mare/ il passeggiare così senza pretese…” , infine “interrogare la luce” come per riassaporare una rara luce di fronte al rapido trascorrere del tempo, l’unica possibilità per l’io-poeta di dare un senso al passaggio degli anni e per riacquistare un’identità. Scrive giustamente nella Postfazione Rosa Pierno: “Come in un aforisma socratiano anche Martella in negativo dichiara l’incapacità di definirsi (“non so chi sono”). Si tratta di un’esplicita presa di distanza dall’immagine tradizionale del poeta detentore di verità o una tecnica espressiva dell’autore in una rete di significati extra-linguistici che percorre tutta l’ opera e ne crea la sotterranea e coinvolgente complessità? “La valorizzazione semantica è il luogo ove avviene lo scambio con la realtà, ove la macchia diviene senso, staccandosi definitivamente dal reale per andare a sistemarsi nella rete dell’artefatto culturale” (dalla postfazione di Rosa Pierno). Chi legge, infatti, deve decifrare le nascoste allusioni, conoscere particolari biografici, deve ricostruire sottintesi, circostanze e contesto. Dev’essere cioè in qualche modo connivente e un po’ complice con l’autore. Martella tende a crearsi un proprio linguaggio diversificato dalla “lingua della tribù” come si esprime Mallarmé; non solo tende a crearsi un proprio mondo, in qualche modo alternativo rispetto alla realtà quotidiana: “E breve mi ritorna in mente/il ritornello/ però tutto a rovescio che non so/ neppure se sia quello di prima) oppure un altro – o della foglia/ il dolore nel ramo che si incrina/ – sulla soglia dove il rumore/ si trasforma in suono e poi parola/ e poi vola fra me e te –rimane fra di noi – come se/ fosse un arcobaleno, sole/ un effetto di luce nella pioggia/ una lama nel cuore/ un boomerang di ritorno/ un osso di rapace/ scagliato d’improvviso a ciel sereno.” (Canone inverso p.40). La forma dà vita e corpo all’intuizione, ma senza l’intuizione la forma non sussisterebbe. Se la “materia poetica … corre negli animi di tutti, tuttavia solo l’espressione, cioè la forma, fa il poeta”[1], dal che si arguisce, a parere di Croce, che l’eccellenza artistica discende dall’unione di intuizione ed espressione e può nascere solo quando si realizzi tale felice condizione. In Porto franco un sapiente lavoro di cesello interessa tutti i livelli del testo, fonico- ritmico, lessicale e sintattico, ma la cura della forma lascia spazio ai temi meditativi espressi in un tessuto fittissimo di echi e rispondenze rifioriti nelle risonanze interiori e nel canto di Giuseppe Martella.
[1] B. Croce, in Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902)
Note bibliografiche
Giuseppe Martella è nato a Messina e risiede a Pianoro (BO). Ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma shakespeariano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online. Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio “Lorenzo Montano” 2020. Altri inediti sonogià apparsi su “Il giardino dei poeti”, “Versante Ripido” e la sezione Instagram di “Poesia Blog Rainews”. Porto franco è la sua opera prima in versi.
Fra le sue altre pubblicazioni a stampa:
• Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, CLUEB 1997;
Rocco Scotellaro è nato il 19 aprile di cento anni fa, a questo link la sua storia .
Rosso di capelli e bello (ce lo dice poeticamente la stessa Amelia Rosselli Bello eri ma troppo fino e troppo caro “Cantilena”, 1953) il giovane Rocco, politico e poeta, morto dopo solo trent’anni di vita, ha lasciato tra i suoi la sensazione di un’opera incompiuta e la testimonianza una forza d’animo straordinaria. Questi elementi combinati tra loro hanno fatto di Rocco un mito per alcuni, per altri Rocco Scotellaro è un dimenticato, vittima della stessa indifferenza che affonda nel mare della disattenzione la poesia del Sud. Certamente è alquanto inevitabile sulla misura dell’apprezzamento dell’opera e dell’operato dell’autore il condizionamento della scelta di campo ideologica del lettore.
Scotellaro operò politicamente con azioni e iniziative favore della classe contadina, animato da idee democratiche volte al miglioramento economico, sociale, assistenziale e culturale della gente di Lucania. Egli tuttavia non si impegnò solo sul fronte politico, ma fu anche giovanissimo poeta, iniziò a scrivere nel 1940, poco più che adolescente. La sua prima poesia “Lucania” descrittiva della natura, riporta la ricercatezza verbale dello zirlio dei grilli, si chiude con la nota maliconica riferita al paesetto lucano che nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi. Non dimentichiamo che per proseguire gli studi Rocco dovette abbandonare il paese d’origine Tricarico per trasferirsi a Sicignano degli Aburni a studiare al Collegio dei Padri Cappuccini, questa sua prima poesia esprime la compassione per il disfacimento del paese e il senso di sradicamento dalla propria terra alla quale egli rimase legato per tutta la vita.
Gli anni del liceo classico e l’avvio degli studi in giurisprudenza furono determinanti per la formazione della sue idee e l’emersione della passione sindacale e politica. La sensibilità alle problematiche della società contadina e più in generale per le condizioni degli umili, sfruttati e oppressi, furono all’origine un portato educativo dei genitori, entrambi erano artigiani, l’uno calzolaio, l’altra sarta. La madre però sapeva scrivere e si prestava a fare da scrivano anche agli abitanti del paese. ll padre era una figura di riferimento e di saggezza che sensibilizzò Rocco sullo stato di miseria e sfruttamento in cui vivevano i braccianti del Sud. Rocco era in sostanza un figlio della cultura contadina della sua terra, nato da essa e quindi promanante dall’interno, la conosceva e ne aveva a cuore le problematiche. Una volta giunta a compimento la sua maturazione ideologica, dopo l’incontro con Carlo Levi e Manlio Rossi Doria, l’iscrizione a partito socialista e l’attivismo sindacale, egli maturò anche la consapevolezza degli strumenti che potevano essere utilizzati per affermare i bisogni popolari ed ottenerne tutela: azione e parola. La cultura è azione, ma soprattutto vita. La parola il veicolo indispensabile col quale comunicare, con le parole è possibile richiedere ciò che concretamente si desidera. Diversamente dalle idee di Rossi Doria che rimarcava l’immobilismo, il culto della memoria e il paganesimo degli abitanti del meridione, da intendersi come incapacità ad essere cittadini, cioè di riconoscere la “deità” dello Stato, Rocco percepiva le istanze di riscatto, la fierezza, le contraddizioni di un mondo che interpretava dal di dentro conoscendolo prodondamente, volendo mantenerlo, quasi cristallizzandolo, per salvarne l’intrinseca bontà, pur nel miglioramento necessario delle condizioni di vita.
L’attenzione al mondo popolare, il linguaggio volutamente diretto e semplice, nonostante Scotellaro fosse un colto intellettuale, un dettato refrattario alla retorica, incline piuttosto a testimoniare con l’evidenza della realtà i fatti e le istanze sociali, inquadrano l’opera di Rocco Scotellaro nella corrente neorealista del secondo dopoguerrra. Per gli scrittori appartenenti a questa corrente la letteratura diventa mezzo d’espressione del bisogno di riscatto e rinascita del popolo, dell’esigenza di affermazione di una cultura pacifista e democratica in contrapposizione a quella fascista.
Era inevitabile che tanto entusiasmo trovasse espressione nei testi del poeta Scotellaro. L’impegno civile incarnato nel poeta, a sua volta s’incarna nel corpo poetico. Le passione riverbera nelle poesie infuocate di lotta e rivolta, dove i deboli sono “morti ammazzati”, gli sfruttati le vittime, i padroni sono, senza mezzi termini, gli sfruttatori, gli amici sono compagni, la falce strumento d’uso dei campi e simbolo di azione politica. La cifra stilistica prevalente di Rocco è descrittiva della natura, sia come succedersi di stagioni e di albe/tramonti, notte/giorno, sia per la frequente menzione di piante e fauna della campagna. Frequente la narrazione di scene agresti e paesane, di vita dei borghi, nella contrapposizione tra duro lavoro dei campi e feste, fiere, mercati, le vesti colorate delle donne, le occasioni di incontro e gioia.
Centrale la figura femminile, forte, consolatoria, rilevanti gli affetti. Non mancano naturalmente l’amore, – sensuale e persino erotico – la morte, il senso di scoramento, la malinconia, la tristezza, l’amicizia, la fatica del vivere e dell’agire. Dopo l’ingiusta vicenda giudiziaria che colpì il poeta egli lasciò Tricarico per andare ad abitare a Portici, nelle poesie di questo periodo i toni si fanno meno accesi e più addolorati. L’affetto speciale che in questi ultimi tre anni gli fu di conforto è con la poetessa Amelia Rosselli, che egli ammirava grandemente.
Nelle poesie che Rocco scrisse a Portici la delusione per il tradimento subito dagli uomini spingono i testi verso un maggiore lirismo e talvolta si sente aleggiare il senso della fine. Ad esempio nella poesia “A Portici” riportata più sotto, ciò si percepisce sia per il ricorso al lemma resurrezione, riferibile tanto a un risveglio da un sonno pesante simile alla morte, che al presentimento di una “resurrezione” post mortem di senso cristiano, sia nel rimarcare la materialità del corpo come a dirne anche la mortalità, la corruttibilità. Sono nota “bucolica” i cavolfiori del carretto che viene da Scafati, nota bucolica che non appare più tanto come vena nostalgica o pittorica che anela alla campagna, quanto a constatare prosaicamente chele taglia la ruota del carretto. I cavolfiori sembrano un insolito omaggio orto-floreale ad una decapitazione.
Di seguito una selezione di poesie di Rocco Scotellaro. Illustrazioni di Loredana Semantica, (tecnica digitale, pennino su schermo).
Vento fila (1944)
A me questa notte non darà pace: sono stato scontroso con gli uomini, sono giù di morale, il cuore mulinato da rimorsi. La lampada spesso si smorza. Fiocca nei vicoli sugli stracci, la campagna sola. Vento fila nei baratri delle lunghe stradette. Giù nella Rabata*, chiuse le stentate porte dei sottani, e non verranno. Non verranno i compagni sotto alla finestra a suonarmi la canzone di rampogna questa notte violenta di Carnevale.
*il centro storico arabo di Tricarico
(1944)
È rimasto l’odore della tua carne nel mio letto. È calda così la malva che ci teniamo ad essiccare per i dolori dell’inverno.
Festa alla stazione (1944)
Voci rauche, al sommo dell’estate, e cortei con stendardi dei vicini borghi. Così i prati e così variopinte le donne. C’è la trombetta foriera di sussulto battono i tacchi la terra e le anime pie son ebbre e il treno rugge la gran fiera borbotta di ragli abbrividenti le farfalle fan stormo sull’erbe gialle, è lungo nel fiume il lamento del rospo.
Il sole viene dopo (1950)
Sono nate le viole nei tuoi occhi e una luce viva che prima non era, se non tornavo quale primavera accendeva le gemme solitarie? Vestiti all’alba, amore, l’aria ti accoglie, il sole viene dopo, tu sei pronta.
A Portici (1952)
Nella resurrezione ogni mattina portano il tuo nome e il tuo corpo sopra un ciuffo di canti di gallo, che le taglia la ruota del carretto, il carretto che viene da Scafati a portare cavolfiori ai mercati.
Il porto del Granatello (1953)
L’ondata che viene è furiosa com’è dolorosa quella che m’abbandona. Amore che vieni e che vai che apri la mia bocca e la chiudi, oggi è secco il mio cuore. Pescatore che ti muovi alla festa del vento la pesca non è ricca se povero è l’amore.
Dal greco: nostos ritorno a casa e algos dolore. Il dolore del ritorno. Nostalgia, dolore del ritorno, quel malessere che ti prende quando ripensi alle cose del passato, ai luoghi in cui hai abitato, alle persone che hai conosciuto e amato. Il libro racconta la Sanità e le sue bellezze nascoste, visibili solo a chi ama il quartiere, un quartiere ricco di storia e di umanità. Racconta anche della nostalgia provata per Napoli di Felice Lasco, un sessantenne nato e cresciuto al Rione sanità e che ha vissuto per altri quaranta anni all’estero. Il rione della sanità viene descritto in modo particolareggiato e poetico da Ermanno Rea, sono luoghi che amava perché i suoi nonni abitavano nel cuore del rione in quella lunga strada che è Via Cristallini. Frequentando quei luoghi era venuto a conoscenza della vera storia da cui ha tratto il romanzo. Il libro racconta la storia di due ragazzi, Oreste Spasiano, detto Malommo, e Felice Lasco. Sono nati negli anni 50 in quel quartiere che è come fosse un mondo a sé stante, ai piedi di Capodimonte, un quartiere che aveva visto passare principi e re, costruito sulle catacombe, su grotte, su strapiombi di tufo, piena di orti e giardini misteriosi, la chiamavano la valle dei morti per via del cimitero delle Fontanelle e per le spoglie mortali di San Gaudioso e San Severo in quei luoghi custodite. Continua a leggere →
Dopo L’informe amniotico [appunti numerati e qualchepoesia] edito da Limina Mentis edizioni, 2015, opera prima di Loredana Semantica, con prefazioni di Giorgio Bonacini e Rosa Pierno segnalato al premio Lorenzo Montano, esce la nuova raccolta di Loredana Semantica TITANiO edita da Terra d’Ulivi 2023. Il titanio è un elemento metallico conosciuto per la sua resistenza alla corrosione, quasi pari a quella del platino, nonché per il suo alto rapporto tra resistenza e peso. È un metallo leggero, duro ma con bassa densità. Allo stato puro è molto duttile, lucido, di colore bianco metallico.
Il Titanio è il metallo ideale perché porta in sé due qualità opposte e ugualmente importanti, rappresenta l’equilibrio fra due proprietà intrinseche, la leggerezza e la resistenza.
La parola Titano deriva dal latino Titanus. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dei olimpici. C’è anche un IO graficamente inserito con la i in minuscolo a formare la parola che dà il titolo alla raccolta, suggerendo probabilmente che l’io poetico dell’autrice si qualifica, si colloca, si identifica con la leggerezza e la durezza.
Le poesie sono sotto datate e seguono un ordine cronologico preciso, sono in ordine progressivo cronologico dalla più vecchia alla più recente all’interno di ogni sezione, ordinata per senso e omogeneità di stile e ispirazione. TITANiO raccoglie settanta poesie ripartite in 4 sezioni: 12 in Je est un autre, 21 in Biografia, 12 in Calligrafia, infine 25 in Sacrario. Esse scaturiscono da un lavoro, durato un anno, di riordino della produzione poetica dell’autrice degli anni che vanno dal 2010 al 2021, lavoro iniziato con la raccolta inedita In absentia vocis che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano del 2022.
Riporta l’autrice in prima pagina un breve testo tratto dalle Memorie di Adriano di Margherita Yourcenar “Sono giunto a quell’età per cui la vita è, per ogni uomo una sconfitta accettata… Ritrovavo in quel mito, (dei Titani n.d.r) ambientato ai confini del mondo, le teorie dei filosofi di cui mi ero nutrito: ogni uomo, nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente tra la speranza insonne e la saggia rinuncia ad ogni speranza, tra i piaceri dell’anarchia e quelli dell’ordine, tra il Titano e l’Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra essi l’armonia.” Ciò ci induce a credere che questo lavoro di riordino sia scaturito dal bisogno di Loredana Semantica di riuscire a comporre un’armonia, un equilibrio, fra la sua vita quotidiana ordinata e regolare e le bruttezze del vivere, fra le forze irrequiete dell’inconscio generatrici di metafore e sogni, fra il sonno e la veglia, fra il suo bisogno di bellezza che salva e la necessità dell’amaro pane, quell’armonia necessaria che non porta alla rinuncia della speranza e che consente piuttosto di bilanciare le due parti contrastanti.
Da questo equilibrio di forze, proprio quando dall’incontro delle due parti potrebbero scaturire lampi e saette, dall’attrito delle due, fluisce piuttosto precisa e misurata la sua poesia, quasi un lento ritmare, a tratti nostalgica, velata di ironia, non cinica ma disincantata, rassegnata ma non troppo, che osserva con freddezza la nuda e cruda realtà sperando però che le sue parole siano come semi dai quali un giorno nasceranno fiori. Spargo semi nel mondo/non appariscenti/gli occhi profondi/chissà se ne sbocceranno fiori. Una poesia che ha una sua musica interna come una musica da camera che sembrerebbe tranquillizzare Io vorrei dormire/di più e più a lungo/il sonno dovrebbe coprire/ogni pensiero con la sua/coltre bianca di silenzi e neve.// in realtà provoca un vago senso di malessere, il suo sguardo disincantato si ferma sulle cose inanimate, su un fantomatico direttore, che rappresenta il potere, sul lavoro che aliena e che spesso ci è alieno, negli immensi bla bla, sapessi come tutto gira intorno/senza senso/c’è un bla bla immenso/ nel quale non mi riconosco/quattro fessi al tavolo di fronte/ parlano e ridono/con la bocca ripiena di cibo. La casa e gli affetti familiari che sono il suo porto sicuro e la ripagano di quel senso di non appartenenza e ostilità avvertito nel quotidiano andare. Scrivo una dopo l’altra/cose elementari/quasi uno scavare dentro/ fino all’essenza//, appartenenza che ritrova però nelle sue radici e nella loro ricerca delle quale lei sente d’essere la foglia terminale.
Non se questa sia ricerca spirituale/o piuttosto di radici. C’è un acclamare alla parola salvifica che può essere occasione di riscatto e di ritrovamento del sé più autentico. Lo calpesto se posso e l’odio/lo danneggio e rivendico/ inneggio alla parola/mio unico luogo labirintico. Oppure ancora Io starei immota al caldo/beata in un respiro lieve/aperto ai movimenti del corpo/e del torace lenti e morbidi/come una schiuma soffice. Bisogna comunque leggerla questa raccolta e farsi un’idea propria perché nessuna nota può essere esaustiva perché è vasta la materia trattata, trattandosi di vita.
Di certo si può dire che l’autrice sa scrivere bene, che la sua scrittura è matura, che scrive e frequenta il web poetico da vent’anni, che ha fatto bene a riordinare la sua significativa produzione poetica, affinché non venga perduta nei meandri di una memoria volatile di un pc, come quelle foto, spesso importanti e belle, che non facciamo stampare mai e che ci dimentichiamo di aver fatto, negandoci il piacere della vicinanza, ma che dovremmo trasformare in concretezza cartacea affinché si squarci la siepe della dimenticanza che oscura i ricordi e il sole. (Antonella Pizzo)
Testi
Abbiatemi per lontanissima
così lontana che tremano i cieli
nella mia bocca d’amianto
costretta da un solo cunicolo
abbiatemi per rarefatta
così sperduta molecola
che nello spazio non piove
neanche un raggio di luce
a forare coltre maledetta
la piracanta spinosa.
10.02.2017
Io sono qui
e qui è la mia casa
i miei profumi la crema
per il viso le borse le ciabatte
i miei vestiti e arredi
qui il mio cane il frigo ricco
di cose buone il mio lavoro
gravoso e senza sole
atomica che sfianca e fagocita
l’uranio impoverito dei miei giorni
qui il mio centro e debolezza
mia forza e sicurezza la sagoma
del tuo corpo confortevole
il capo bianco dei tuoi capelli corti
qui i miei figli quando capita talvolta
a ristorare l’attesa ostinata
tra un’uscita e l’altra
con gli amici.
5.4.2017
Dentro di me un romanzo
dalla nascita brulicante di cortili
alle gebbie d’acqua fredda e anguille
sperdute tra rovi cicale e frinire
oltre le cancellate in cima alle scale
nei posti della memoria
dimenticati dalla storia spariti dalla terra
arati dalle ruspe al suolo
che compaiono solamente
in flash incerti dei ricordi
quasi fossero dei sogni.
In un altro capitolo il presente
arroccato a qualcosa che si sgretola
mentre avanza il tempo inesorabile
senza fretta con la calma sicurezza
di chi non ha precisi appuntamenti
dagli ostacoli si vede
che franano i punti fermi
gli stessi che sul foglio con la penna
erano uniti in progressione
in forme di una certa consistenza
a cui appuntare piedi medaglie o certezze
d’essere un preciso essere
un puntino esatto sulla terra.
Adesso il finale ad effetto
sui palmi le stimmate rosse
nel costato lo squarcio incrostato
dell’eremita.
Nata a Catania, laureata in giurisprudenza, sposata, ha due figli, vive e lavora a Siracusa. Si interessa da molti anni di poesia, fotografia e lavorazione digitale di immagini. Proviene dall’esperienza di partecipazione e/o collaborazione a gruppi poetici, di fotografia, arte digitale, litblog, associazioni culturali nel web e su facebook. Ha pubblicato in rete all’indirizzohttp://issuu.com/loredanasemantica le seguenti raccolte visuali e/o poetiche:
Con Feltrinelli/ilmiolibro, insieme a Deborah Mega e Maria Rita Orlando nel 2015 ha pubblicato La prima rosa antologia di 160 poesie e 28 immagini d’autore sul tema della rosa. Gestisce il blog personale “Di poche foglie” all’indirizzohttps://lunacentrale.wordpress.com/.
Credo che non possa fare meraviglia, l’affermare che la poesia si faccia presente, a chi la scrive, come uno spostamento di tonalità della voce interiore o, ancora di più, come l’insorgere inaspettato di una voce seconda, del dire di un doppio io la cui dimensione esistenziale sembra assumere i contorni di un luogo sacro dalla volta in cui risuonano e rimbombano parole colme di echi, formule portatrici di suoni e significati densi di rimandi a cognizioni e sentimenti che dimoravano in un sottofondo psichico dove i paradigmi dello spazio-tempo non riescono a far valere l’imperatività delle loro regole ferree, ineludibili. Questa è l’impressione subito suscitata dalla lettura della prima lirica de “L’alveare assopito” di Angela Caccia:
Lei – io –
mi guarda vispa da una foto
non so chi delle due
sia più curiosa dell’incontro
lei punta le rughe
io tratti di tenerume
e qualcosa fra noi si spariglia
Accanto la sua ombra è lei la luce
che si staglia nel tempo che non c’è
verrebbe di voltarla
quella foto da cui sciamano presenze
le voci che da qui non si odono più
[…]
Il corsivo è mio, ma solo per sottolineare quanto scritto sopra circa lo sdoppiamento dell’io (“qualcosa fra noi si spariglia”), l’annullamento della dimensione spazio-tempo (“la luce/che si staglia nel tempo che non c’è”) e le suggestioni altre della voce poetante (“quella foto da cui sciamano presenze/le voci che da qui non si odono più”). E ancora più in là, l’evocazione non fraintendibile di quel luogo nascosto dove si va a depositare la memoria personale che, unitamente all’esperire emozionalmente l’esistenza, diventa il fattore generativo del verso (o l’alveare nascosto), il segno indelebile che il trascorrere fecondo dei giorni lascia permanentemente nella nostra anima senziente: “i ricordi non muoiono/s’addormentano vigili”.
Se la poesia rappresenta, così come credo, lo zenit espressivo della nostra comune umanità, quell’insorgere di un linguaggio verticale che riesce a dare profondità, spessore, evocazione, a un dire che altrimenti sarebbe semplicemente strumentale, si può affermare che Angela Caccia riesce a confermarlo, non solo per l’accuratezza della sua scrittura mai oscura, genuinamente metaforica, che si concede prevalentemente frequenti enjambement e dislocazioni grafiche del verso e della parola, ma soprattutto per quella sua tensione umanissima (“chiamati a non perdere la vocazione/all’umano”) a sottolineare la grazia e la dannazione di essere nati e vivi, di non lasciare al tempo che ci oltrepassa, il piacere di nullificarci nel silenzio dello scorrere di anni ed ere (“…quale tempo/s’accorgerà che ce ne siamo andati?”). Si avverte netta una pretesa di valore, un diritto inviolabile ad esistere e ad esserci, pur nei confini inappellabili di una “condanna del colore”, nella consapevolezza della “fatica di essere rosa”, nella coesistenza di vita/morte, gioia/dolore, ricordo/oblio. Tutto ciò, unitamente ad altro che si potrebbe aggiungere, fa dire che la poesia di Angela Caccia è una poesia che riesce ad abbracciare i momenti apicali dell’accadere individuale o anche di quelle esperienze che si incidono profondamente e fatalmente nel destino di ciascuno di noi, partendo dalla convinzione che ogni soggetto umano nasce col nome di rosa, con la natura di un fiore, ma che sarà proprio quella genesi a costituire la sua stessa condanna:
E dopo la neve
l’aria rassodò sui rami
e ascoltammo l’ombra
cadere dagli alberi
mutilati del bordo sicuro
Il po’ di verde sconsolato
annusava ovunque luce
rovistava in sacche di grigio
ed abbandono
la condanna del colore
fu la fatica di nascere rosa
Momento apicale fra gli altri, è la cognizione del dolore, non come esito di un’esperienza infausta, elettivamente traumatica, ma come presa di coscienza dell’universale condizione di quel ‘male del vivere’ che la Poesia (da Leopardi a Montale, da Ungaretti a Quasimodo e, prima di loro e dopo di loro, altri ancora) non ha mai smesso di denunciare impotentemente al cospetto della Storia o, più arditamente, alle orecchie di un’entità superiore e nascosta (“all’Angelo colpevole dei veleni di ciò che passa”), dimostrando ancora una volta, e di più, il coraggio della protesta, della resistenza umana, l’ostinazione di uno slancio vitale immanente verso le meraviglie estatiche della vita: “Guardavo il buio impolverare/lenta la campagna quando/una dopo l’altra fiorirono le lucciole/ e fu come uno sconto di pena” e più ampiamente:
La rondine è viaggio
altezze
l’ampio i canti delle terre
che la speziano
le schiarite i tramonti le tempeste
l’immacolato che la contagia
e la chiama a tornare – io che
conosco da sempre il sogno di tutte
le rondini: la casa
col tetto rosso e
le finestre giallo sole che
disegnano i bambini
Rondine tra le rondini è Angela Caccia che ne conosce i sogni di tutte, metaforizzati in immagini di un’innocenza antonomastica, quella dei bambini (“…la casa/col tetto rosso e/le finestre giallo sole che/disegnano i bambini), che sa far vibrare la sua interiorità di quella tenerezza cui si fa riferimento in una delle motivazioni del premio Faraexcelsior 2022 (quella di Antonella Giacon) o nelle liriche di Lei madre ai figli, a pag. 33 e a pag. 36, una tenerezza che sembra estendersi all’Umanità intera e a tutto il Creato con occhi sapienti e perciò immancabilmente indulgenti. E tutto ciò nonostante la consapevolezza lucida che il cuore dell’uomo deve imparare a guardare anche a sorella pietra, a sopportare la visione di ciò che non avverrà mai (“Poesia/è ciò che non è accaduto”) e che infine sarà il silenzio l’eloquenza estrema e terminale di chi, dell’essere al mondo, ha cantato la gloria e l’orrore, la meraviglia e il disincanto, la luce smagliante e l’oscurità profonda:
Il secondo piano, di Ritanna Armeni, edito da Ponte delle Grazie, 2023, p. 288
Dopo l’otto settembre del 1943, giorno in cui si comunicò che era stato firmato a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio con il quale l’Italia si era arresa senza condizioni alle forze alleate, la speranza di essere liberati crebbe degli abitanti di Roma. In attesa che venisse finalmente sfondata la linea Gustav, i partigiani lottarono e resistettero cercando di contrastare i tedeschi con attentati e imboscate. I tedeschi però continuarono a occupare la città in un clima di terrore e violenza, facendo pagare ogni atto di ribellione con l’uccisione di civili inermi, aumentando le attività di ricerca e di cattura degli ebrei da deportare e sterminare. ll 26 settembre il comandante della Gestapo, Herbert Kappler, pena l’arresto di 200 capi di famiglia, chiese agli ebrei 50 chilogrammi d’oro. La comunità ebrea con grande sforzo li raccolse e li consegnò ai tedeschi sperando così di rabbonirli per un certo periodo. Le loro speranze furono presto deluse, il 16 ottobre del 1943 venne dato l’ordine di arrestare e deportare gli 8.00 ebrei censiti. Le operazioni di rastrellamento iniziarono già all’alba, i reparti delle SS coordinati da Theodor Dannecker arrestarono in poche ore 1259 persone degli 8.000 previste, compresi anziani e bambini, il resto con enorme rabbia del comando tedesco sfuggì alla cattura. Il vaticano scelse la via diplomatica e non prese posizione ufficiale anche se probabilmente agiva all’interno e in silenzio per contrastare gli abusi e le violenze perpetrati dai tedeschi. Le chiese e i conventi furono perquisiti senza autorizzazione alla ricerca di partigiani, politici ed ebrei che si erano nascosti fra le mura Vaticane.
Il romanzo di Ritanna Armeni inizia proprio il giorno del rastrellamento degli ebrei nel ghetto romano. Continua a leggere →
Dominica Villa Balbinot deve avere un conto in sospeso con la Natura o deve avere qualche oscuro legame ancestrale con i popoli del bosco. Forse un tempo in cui genietti e spiritelli erano stanziati sul pellame d’una foglia accartocciata o sotto gli ombrellini sforacchiati delle querce e delle betulle, era la comandante della guarnigione delle genziane sull’argine del ruscello, o era a capo dello sciame piratesco delle vanesse delle ortiche, o tra le nebbie dell’autunno trinava i colletti delle dissolventi fustaie come la più copiosa delle ariante arbustorum. Quasi tutta la poesia di Dominica Villa Balbinot possiede un vigoroso rimando al mondo naturale, uno sfarfallio di tanti rapidi occhiolini a chi si avventa tra le calle dei suoi versi, suonati con tastiera di un linguaggio che riprende stilemi classici, eccezionalmente forbito, ricercato, con uso di attributi a volte disappresi, indubbiamente, per colposa corsa dei giorni che fuggono più velocemente di quanto possa contenere la nostra memoria. È nella correlazione dell’individuo con il mondo naturale che nella poesia di Dominica Villa Balbinot, più precisamente in “Quel Lineare Raggelato Azzurro” (raccolta di scritti dal 2020 al 2023), si declina implicitamente, come per contrasto dovuto a precisa tecnica di bassorilievo, la condizione esistenziale dell’uomo, assumendone per comparazione le qualità degli elementi naturali: la secchezza della sabbia, nei cuori; il giallo flaccido di certi autunni imporriti dalle piogge, nell’anima; i caleidoscopici colori del cielo vaticinanti inquietudini o sofferenze, come visioni da un immenso fondo di caffè, negli occhi. Dominica Villa Balbinot è la voce sottovento dei boschi. S’alza dall’usta dei conigli selvatici, dai sentieri delle volpi, dai cunicoli terrosi dei porcospini e diventa, per sua ammissione, per sua negazione, poesia dell’uomo.