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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Venerdì dispari

20 venerdì Dic 2024

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Parole in croce

Parole in croce

Rimango sempre stupito
di come tu riesca
a stare nelle cose
quelle che teneramente
prendono il tuo verso, la tua forma
a volte il tuo cuore.
Alcune posseggono una voce
una lingua silenziosa che le attraversa
frutto delle lezioni di passione
che hanno ricevuto dalla nascita.
Posso immaginare le tue mani benedirle
e farle camminare, imporgli un olio santo
una stimmata per farle esistere.
Come oggi che hai aggiunto
un altro ferro al tuo lavoro a maglia,
e hai rubato a qualcuno
la ricetta di far crescere le foglie
alle orchidee moribonde
e variato quell’idea che ti teneva sveglia
ed esserti infine arresa a quel nove orizzontale
che non risponde fino a quando non lo pronunci.
“Stare nelle cose” diceva il quesito
quando ho provato a risolverlo
senza riuscirci, passando al sette verticale
che mi chiedeva quale fosse
la rima più difficile del mondo.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Arthur Williams Symons

19 giovedì Dic 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Arthur Williams Symons (1865-1945), gallese (foto web)

PRIMA DELLA TEMPESTA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il vento s’alza sul mare,
saltano le bianche e battute schiume ballerine;
e il mare geme con malessere,
e torna a dormire, e non può dormire.

La cresta dietro il dorsale roccioso si solleva,
mani selvagge, e martelli sulla terra,
si disperde in polvere liquida alla deriva
verso la morte tra la sabbia polverosa.

Sulla linea dell’orizzonte che s’avvicina,
dove il cielo poggia un muro visibile,
bigio alla vista, io divinizzo,
le vele che volano prima della tempesta.

*

BEFORE THE SQUALL

The wind is rising on the sea,
the windy white foam-dancers leap;
and the sea moans uneasily,
and turns to sleep, and cannot sleep.

Ridge after rocky ridge uplifts,
wild hands, and hammers at the land,
scatters in liquid dust, and drifts
to death among the dusty sand.

On the horizon’s nearing line,
where the sky rests a visible wall,
grey in the offing, I divine,
the sails that fly before the squall.
 

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“Herman Melville ovvero il mare rifiutato”, racconto breve di Teodoro Lorenzo

16 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Racconti

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Herman Melville ovvero il mare rifiutato, Teodoro Lorenzo

Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, in una casa modesta: una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata al golfo di Napoli, una stampa appesa in entrata, e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta ma non ci vuole molto per arrivare all’Hudson dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; Ispettore delle Dogane. L’uomo ha appena quarantasette anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per lui, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego per diciannove anni, diciannove anni di lente camminate quotidiane; poi trascinerà la sua esistenza per altri sei ma la luce era già spenta da tempo. Qualcuno dirà che la colpa è stata sua quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscerne la grandezza. Leggete la storia di quest’uomo e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa una mattina, mettervi sottobraccio e fare un pezzo di strada con lui.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica. La sua vena artistica sembrava non doversi mai esaurire. Taipi, Omoo, Mardi, Redburn, Giacchetta bianca; in una felice catena di montaggio ha scritto con facilità e sfornato di getto i suoi primi cinque libri. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportarli sulla carta. Niente di più facile per lui; in fondo raccontava solo ciò che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza trascorsa sul mare.
Suo padre era stato un ricco commerciante e aveva solcato gli oceani, visitando per lavoro le terre più lontane, riportando a casa libri pieni di velieri immensi e racconti avventurosi. Quei libri e quei racconti avevano suscitato nel giovane Herman il desiderio di viaggiare e conoscere il mondo, di scoprire se quelle immagini di voce e carta corrispondessero al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan misteriosi stranieri con una sacca sulle spalle e la pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Si muovevano con andatura caracollante, come se non camminassero sui marciapiedi della città ma sulla tolda di una nave, seguendone il beccheggio. Dove andavano, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose, quale sarebbe stata la loro prossima destinazione? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Intanto gli affari erano cominciati ad andare male e poi sempre peggio, fino al fallimento. Suo padre ne fu talmente avvilito da ammalarsi di disturbi psichici e alla fine da morirci. La famiglia piombò nella miseria. Herman aveva dodici anni e fu costretto a lasciare la scuola per cercare lavori di ogni tipo. A vent’anni, dopo essere stato commesso di negozio, insegnante elementare e fattorino di banca, si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool. Era pur sempre un lavoro, aiutava la famiglia e in più poteva conoscere il mare. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non era esattamente l’avventura che aveva
sognato. I marinai che aveva visto camminare in città non avevano la faccia di chi passa le giornate tra cassoni di merce. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio, e rotta verso il Pacifico. Qui gli capita di tutto: nelle Isole Marchesi incontra una tribù di cannibali presso cui rimane quattro mesi, a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi per ammutinamento, evade e si rifugia nell’ Isola di Moorea, arriva alle Hawaii e qui lavora come garzone e uomo di fatica, infine si arruola su una nave da guerra e torna a casa.
Melville naviga in tutto quattro anni, accumulando così tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Quando torna in America comincia a scrivere e lo fa a pieno ritmo: la vita gli sorride. Anche la sua esistenza personale prosegue senza ostacoli. Si sposa e gli nasce il primo figlio, un maschio come lui desiderava, che chiama Malcom, a cui seguiranno Stanwix e due altre bambine: una famiglia numerosa e felice. Poi arrivò il fatale febbraio del 1850, e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di Moby Dick: l’inizio della fine. Melville ha appena trent’anni ed è un uomo nel pieno delle forze. Si butta a capofitto nella stesura dell’opera, ci lavora giorno e notte; è come divorato da un‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura diciotto mesi, un combattimento lungo 1.500 pagine. Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona: esausto, svuotato, debole e impotente. Non c’è vento, non c’è sole in Moby Dick, non ci sono orizzonti da contemplare. Non c’è l’allegria della vita, i sorrisi della gente, la gioconda atmosfera delle isole del Pacifico. Il libro è una lenta discesa negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione.
Moby Dick è un fiasco colossale. Esce prima a Londra, nell’ottobre del 1851, con il titolo di The Whale, (La Balena); a novembre esce anche a New York, con un titolo diverso, Moby Dick or the whale (Moby Dick ossia la balena). In Inghilterra vende solo cinquecento copie, qualcosa di più in America. Appena uscito i critici lo definiscono, via via, “una zuppa”, “un ibrido”, “un libro genialmente sbagliato”, “ un libro informe come i movimenti marini”. I suoi antichi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonano. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto, e comunque non era quello che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’erano più il mare lucente, le vele spiegate e il cielo sempre azzurro.
Fu una cosa molto triste e mortificante per lui. La delusione l’aveva precocemente invecchiato. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Bastava tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripensare Moby Dick come uno spiacevole incidente di percorso e niente di più. Tornare indietro e salvarsi la vita. Invece no. Alla fine del libro la balena, invece di fuggire come aveva sempre fatto, decide di attaccare la nave e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da tutta la vita: finalmente era giunto il momento. Scaglia il suo arpione nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso lo imbriglia sul dorso della balena con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui vuole rimanere attaccato a Moby Dick, costi quel che costi, anche a sacrificio della vita. Quel libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 pubblica Pierre o delle ambiguità, una trama che include perfino un incesto, nel 1855 è la volta di Benito Cereno, oggetto del quale è la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a L’uomo di fiducia, una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel libro che non vuole abbandonare, che non vuole tradire. Hai toccato il fondo Herman, reagisci, taglia quelle corde e torna a respirare. Riprendi a scrivere le tue meravigliose avventure. É con quelle che sei diventato ricco e famoso e c’è ancora un pubblico che ti sta aspettando.
“Preferirei di no”.
Ecco, lui ormai è diventato Bartleby lo scrivano. Il famoso racconto è del 1853, due anni dopo il disastro di Moby Dick. Assunto come scrivano nello studio di un avvocato, ogni volta che gli viene chiesto di fare un lavoro diverso dal copiare documenti, Bartleby rifiuta. Come fa Melville quando gli viene chiesto di tornare sui suoi passi. Entrambi rispondono “Preferirei di no”.
Melville è Bartleby. Si è chiuso in se stesso, ha perso la fiducia nel mondo e ha scelto l’indifferenza come risposta. Non è la decisione di chi vuole restare lontano dal vorticoso turbinio della gente, standosene come un filosofo a guardare il naufragio dell’esistenza. No, Bartleby-Melville è già naufragato. Dopo il 1857 smette di pubblicare narrativa, distrutto da tanta ostilità e indifferenza. Si dedica alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Scrive due libri e li pubblica a sue spese: 25 copie alla volta. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco” Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1850 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo, lo ricorda, con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Nel periodo in cui ha scritto di mare, Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dopo Moby Dick ne guadagna un centinaio all’anno. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce a mantenere la famiglia e nel 1866 accetta il lavoro di Ispettore delle Dogane. Anche la sua vita privata precipita con lui. Malcom, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi in casa un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno, terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù. È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo è ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato di quello della mattina. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e le due figlie
non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso si apparta e trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e si accende la pipa. Il balcone è il suo scoglio, l’ultimo appiglio del naufrago prima di essere sommerso dalle onde. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano ne riporta la notizia. Con tre righe di necrologio.

Teodoro Lorenzo

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Poesia sabbatica: -35-

14 sabato Dic 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Frammenti, Francesco Palmieri

 

35

ci si deve arrendere
al gelo dei risvegli,
al vuoto abracadabra
che non trasforma nulla,
al niente di preghiera
che si sperde in cielo

(e li ricordi tutti
i giorni dell’attesa
quando la pioggia ai vetri
era un bussare d’angeli
e l’universo intero
una sinfonia di trombe)

ci si deve arrendere
alla logica del fuoco
che consuma e incenerisce,
al tempo inesorabile
che infine dice il vero

e allora fai uno squarcio
fra costola e costato

il cuore negli scarti
e nel torace un sasso.

Francesco Palmieri
(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

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Venerdì dispari

13 venerdì Dic 2024

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Come non si scrive una poesia, Francesco Tontoli

Come non si scrive una poesia

Prima di tutto bisogna avere la passione di non scrivere
poi quella di non guardare.
Quindi esercitarsi a tamburellare con le dita
su un tavolo da lavoro
e lasciarsi andare alla poliritmia.
Siamo esseri sensibili ai silenzi modulati
alle presenze di frasi fatte
e addirittura alle parole contaminate .
Il rumore che provocano incide
scava, come la classica goccia
lo strapuntino di roccia
sopra il quale siamo seduti.
E pensare che questo stato estatico
faccia passare gli anni
è parte del gioco dell’ attendere.
Poi bisogna indagare il sonno
e le sue fasi
rendere commestibile il suo ciancicare
e dentro di esso scegliere le fasi lunari
i borgorigmi del sole le aurore boreali
e tutto l’apparato doloroso che ci espone
alle ustioni dei sogni profondi.
Dopo aver compiuto questo piccolo viaggio notturno
sporchi di fango e con le ginocchia sbucciate
dallo scalare vette e saltare fossi
possiamo felicemente decidere in pace
di non scrivere quello che
in fondo è già scritto sotto dettato.

Francesco Tontoli

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Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola lettura di Antonella Pizzo

11 mercoledì Dic 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura

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Antonella Pizzo, Il rosmarino non capisce l'inverno, Matteo Bussola

Matteo Bussola
Il rosmarino non capisce l’inverno
Einaudi Stile libero big

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«A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?» In pochi come Matteo Bussola sanno raccontare, con tanta delicatezza e profondità, le contraddizioni dei rapporti umani. In pochi sanno cogliere con tale pudore il nostro desiderio e la nostra paura di essere felici. Una donna sola che in tarda età scopre l’amore. Una figlia che lotta per riuscire a perdonare sua madre. Una ragazza che invece non vuole figli, perché non sopporterebbe il loro dolore. Una vedova che scrive al marito. Una sedicenne che si innamora della sua amica del cuore. Un’anziana che confida alla badante un terribile segreto. Le eroine di questo libro non hanno nulla di eroico, sono persone comuni, potrebbero essere le nostre vicine di casa, le nostre colleghe, nostra sorella, nostra figlia, potremmo essere noi. Fragili e forti, docili e crudeli, inquiete e felici, amano e odiano quasi sempre con tutte sé stesse, perché considerano l’amore l’occasione decisiva. Cadono, come tutti, eppure resistono, come il rosmarino quando sfida il gelo dell’inverno che tenta di abbatterlo, e rinasce in primavera nonostante le cicatrici. Un romanzo in cui si intrecciano storie ordinarie ed eccezionali, che ci toccano, ci interrogano, ci commuovono.  (Matteo Bussola).

Questo è un libro sulla resistenza delle donne alle avversità, al dolore, alle malattie, alle incomprensioni, le donne simili al rosmarino.

Il rosmarino non è una pianta che ha un bell’aspetto, è filiforme con tanti aghi dello stesso colore disposti in ordine uno vicino all’altro, è una pianta stereotipata, di un colore verde normale un po’ polveroso, senza sfumature, all’apparenza fragile, però resiste al vento, alle intemperie e alla siccità, resistente e indispensabile. Non esiste nulla che lo possa degnamente sostituire in cucina.
 Scrive Bussola nella seconda di copertina «Ho deciso di scrivere di donne perché non sono una donna. Perché ho la sensazione di conoscerle sempre poco, anche se vivo con quattro di loro. E perché è più utile scrivere di ciò che vuoi conoscere meglio, invece di ciò che credi di conoscere già».

Dice di se Matteo Bussola, in un’intervista di Monica Rossi che si può leggere su FB, che delle figlie la mattina si occupa lui, colazione, scuola, poi si mette a lavorare. Bussola vive di scrittura nel senso che la sua professione è quella del fumettista, dello scrittore, e si guadagna da vivere con le parole. Tutto questo lo so che non c’entra nulla con il libro ma mi fa piacere che sia così, che si guadagni da vivere con la scrittura, mi fa piacere sapere anche che Matteo Bussola sia una brava persona, l’ho letto nell’intervista, lo dice chi lo conosce bene, ottima cosa questa, perché in questo mondo c’è urgente necessità di brave persone, oltre che di bravi scrittori. Si legge nell’intervista sopracitata del 27/03/2023 (scrivo ancora come fossi l’economo del catasto) che lui non ha cercato il successo e che è stato il successo a cercare lui, nel senso che se si ha talento prima o poi vieni alla luce. In teoria. In pratica, aggiungo, oltre al talento ci vuole anche tanta fortuna, essere al posto giusto al momento giusto, incontrare le persone giuste.
“ Ho cominciato anche, a un certo punto, ad essere “attenzionato” (termine orribile ma che rende l’idea) da alcuni addetti ai lavori, i primi sono stati Giorgio Pozzi di Fernandel e Giulio Mozzi. (cut) Poi un giorno è successo un fatto imprevedibile. È successo che uno di questi miei scritti si è “viralizzato” (è cioè stato improvvisamente condiviso da migliaia di persone). Attraverso queste condivisioni è finito sulle bacheche di alcuni editor letterari. Questi hanno cominciato a scrivermi. Mi hanno scritto da Rizzoli, da Mondadori, eccetera. Ma la più rapida e soprattutto la più convincente è stata Rosella Postorino di Einaudi.”

Il libro di Matteo Bussola mi è stato regalato alcuni mesi fa, l’ho sempre guardato con sospetto e non ho mai iniziato a leggerlo. Forse non mi ha attirato la foderina con quella ragazzina con la sciarpa viola, sarà che non amo tanto il viola, nei paramenti cattolici è il colore della penitenza, dall’attesa, del lutto. O forse non mi ha attirata il titolo, anche la parola inverno non la amo tanto. Eppure ha poche pagine, ha venduto tantissime copie, ha avuto grande successo e ne hanno parlato in tanti, tutti più o meno bene, avrei potuto leggerlo. Alla fine l’ho letto.
Il libro, che è una raccolta di racconti legati l’uno all’altro, tratta il cosiddetto “universo femminile”, dolcemente complicato, con certe giornate amare, le sere tempestose, le notti bianche e le lettere d’amore, come scriveva Ruggeri e cantava Mannoia. Parla di donne e sono donne che si raccontano, sono diciotto storie di donne di ogni tipo, ci sono le giovani, le anziane, le sane, le malate, alcune hanno fatto la chemio per un tumore al seno (non solo di tumori al seno si ammalano le donne, purtroppo) , chi ha la demenza senile, chi non riesce a sbrigare delle pratiche burocratiche dovute all’inabilità, chi scrive agli amati morti, chi si innamora a tarda età, chi regala piante di rosmarino. Alcune hanno figli, altre non ne hanno e ne vorrebbero, altre non ne vogliono, c’è chi fa sesso e ne fa video, c’è chi non sa ancora bene se è amore, amicizia, o se è fluida o solida. Il primo racconto parla di un funerale al quale partecipa la protagonista Margherita, infermiera oncologica che ha appena dato le dimissioni. La sua ultima paziente le ha aperto gli occhi facendole capire che ha bisogno di un cambiare rotta, di liberarsi da certi condizionamenti che la rendono prigioniera. Quell’ultima paziente è morta e Margherita va al suo funerale. In questa scena del funerale facciamo conoscenza di molte di quelle donne che poi incontreremo lungo il libro, Aurora che regala la pianta di rosmarino, Mira, Mimma, Rosi che ha la demenza, la scrittrice Brunella, Giusy con il suo ragazzo senegalese magro che non parlava figlio/compagno/cuoco Diao. I libri sono come le persone, a volte li leggi e ne resti folgorata come da un colpo di fulmine, un dardo che ti colpisce al momento, ma poi l’effetto svanisce come un fuoco di paglia e del libro ti resta solo un pugnetto di cenere. Altre volte può capitare di conoscere qualcuno che al momento ti sembra una persona poco interessante, noiosa, invece, senza averne consapevolezza e volontà, ti accorgi di quanta ricchezza si nasconde dietro un’apparenza sui generis e anonima. Il libro di Bussola mi è sembrato noioso, tutte le donne presenti sono infelici e piene di problemi, oppure tristi, solo qualcuna è mediamente soddisfatta e realizzata, i personaggi sono un po’ stereotipati, prevedibili, conformi a un preciso cliché, i fatti raccontati approssimativi. Dopo la lettura l’ho riposto nello stesso luogo dove attendeva da mesi di essere letto. Pensavo di aver chiuso la faccenda, invece tutte queste donne e i loro guai hanno cominciato a mulinarmi in testa, non riuscivo a non pensare a loro, a quei problemi che sono comuni a molte donne, la solitudine, la malattia, il sentirsi inadeguati, la paura di non farcela, così l’ho riletto scoprendo sfumature che non avevo percepito, connessioni non considerate, relazioni che non avevo individuato, profondità che non avevo avvertito. Sono racconti acquerellati e come l’acquerello sembrano poco incisivi, i tratti appena accennati, suggeriti, minimali, ma alla fine sono rappresentativi e offrono molti spunti di riflessione. Con l’ultimo racconto si chiude il cerchio, si torna al funerale e ai personaggi già presenti, si conclude  ciò che si era lasciato in sospeso. Ci commuoviamo con una madre anziana e la sua demenza senile. Una madre che ha perso una figlia e non lo sa d’averla persa, o forse lo sa e finge di non sapere per non soffrire troppo, finisce con la mano stretta a una donna che ne prende il posto. Chissà a cosa pensano queste donne. In questa stretta di mano, nei legami d’amore, nella solidarietà, il libro trova ragione di essere. 

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Poesie dell’avvento

10 martedì Dic 2024

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE, Rose di poesia e prosa

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calendario d'avvento, Loredana Semantica

Poetico e ricco d’immagini questo è un calendario dell’avvento. Il dono quotidiano di una bella poesia dal 10 dicembre – Festa della Madonna di Loreto – al giorno di Natale. I disegni del calendario sono numerati coi giorni del mese di dicembre, ogni casella si attiverà al compimento del giorno, solo allora cliccandovi sopra si potrà leggere la poesia scelta. Buon avvento in poesia.

disegni di Loredana Semantica

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Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

09 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Se giuri sull'arca

 

I

PRIMA VOCE: (canzonando)
Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

TERZA VOCE:
Imparerai a parlare con le ombre.

PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
Non ve lo diciamo.

TERZA VOCE:
Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
Alla fine del mondo.

PRIMA VOCE:
Non è che non vogliamo.

TERZA VOCE:
Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

PRIMA VOCE:
Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

SECONDA VOCE:
Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
sigillata parlando.

TERZA VOCE:
Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
detto di no.

II

Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

da Se giuri sull’arca

 

I

Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

XV

Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
qui intorno è pieno di uccelli.

da Sciababàb

 

I

Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

VIII

Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

X

Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

(Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

 

da L’Ermeneuta

 

Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

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Poesia sabbatica:-53-

07 sabato Dic 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Tag

Frammenti, Francesco Palmieri

 

53

 

 

mi vedrai a volte

in un turbinio di polvere,

nell’acquazzone estivo

che dura qualche goccia

o solo di sfuggita

fermo sul marciapiede

appena un poco prima

del tram fra me e te

 

mi vedrai

nella poesia incompiuta

lasciata sopra al tavolo

(e le parole a terra

col cuore fracassato

perché la parola è morta

se manca chi l’ascolta)

 

o qualche volta a fianco

senza che avrai il sospetto

di me trapassato al vuoto

 

un fotogramma mobile

che scambierai per vivo.

 

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Frammenti”)

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Venerdì dispari

06 venerdì Dic 2024

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli

Ricordo la cesura tra il prima e il dopo
l’apertura profonda della faglia
sulla dorsale oceanica
che non verrà mai più ricomposta.
Una deriva che non avrei mai
immaginato così veloce
il cigno nero che distingui
nello stormo avvicinarsi e atterrare
ignaro di essere un oscuro messaggero
testimone e padrone del tempo.
Tutto ora si trova in un ricordario polveroso
abbandonato in fretta su in soffitta.
Tutto sta rientrando nella norma
di una sopravvivenza da mercato nero.
C’è la guerra dicono, ma è lontana
e dobbiamo mobilitarci solo quando
si odono dal vivo i colpi di cannone.
Ricordo che era una serata da concerto
per mandolino solo, e andammo alla musica
come si va quando si è benevoli col mondo
certi che il mondo ci risponda con un trillo
con una innocenza studiata e un’aria accorata.
La musica che ancora incanta e ripara
le crepe nelle ciotole con il suo oro.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: Christina Georgina Rossetti

05 giovedì Dic 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Christina Georgina Rossetti, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Christina Georgina Rossetti (1830-1894), inglese (foto web)

DAL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Perché il mare geme sempre?
Escluso dal cielo, emette il suo lamento.
S’agita contro il bordo della riva;
Tutti i fiumi in piena della terra non possono riempire
Il mare, che beve e ha ancora sete.

Puri miracoli di bellezza
giacciono nascosti nel suo letto non visti:
Anemoni, salsi, senza passione,
Come fiori respirano; sono vivi quanto basta
per respirare, moltiplicarsi e prosperare.

Gusci pittoreschi, curvi, a chiazze, a punte,
cose vive incrostate con occhi da argo,
tutti belli e uguali, ma tutti diversi,
nascono senza dolore e muoiono
senza dolore, —e così passano.

*

BY THE SEA

Why does the sea moan evermore?
Shut out from heaven it makes its moan.
It frets against the boundary shore;
All earth’s full rivers cannot fill
The sea, that drinking thirsteth still.

Sheer miracles of loveliness
Lie hid in its unlooked-on bed:
Anemones, salt, passionless,
Blow flower-like; just enough alive
To blow and multiply and thrive.

Shells quaint with curve, or spot, or spike,
Encrusted live things argus-eyed,
All fair alike, yet all unlike,
Are born without a pang, and die
Without a pang,—and so pass by.
 

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Versi trasversali: Lucio Zaniboni

02 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Lucio Zaniboni, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo due poesie di …

LUCIO ZANIBONI

 

Il volo

Esaltati, dal pino alla finestra,
i merli spiccano il volo
e ad ogni slancio è colmo il becco giallo.
Frenesia agli infiniti palpiti,
che vengono dal cielo.
Dio delle nevi, Dio del candore
che reca all’anima sospiri.
In un momento bianca è la finestra,
la ferrovia un presepe.
Qui torna antico il mondo,
si ovattano i pensieri,
come nella spessa coltre I suoni.
Oltre c’è un cerchio di misteri,
che nessuna sonda potrà mai. sondare.
Lasciarsi andare alla corrente,
insana cosa.
Il fossile dal riquadro, parla di antiche ere
e dell’eterno nella cui faretra
sono infinite frecce.
Il.tempo a una a una le incocca.
È poca la nostra fede,
quando non c’è la neve,
ma ora il mondo è candido come bimbo
e sa di gioia il canto

L’olocausto

L’olocausto si ripete, migliaia di uomini inchiodati sul mare.
Il mondo vuole il miracolo e lascia fare.
Cristo flagellato e deriso,
la barca è rimorchiata in alto mare.
L’evento si compia,
senza che il sangue versato,
ricada sul nostro capo.
Una turba invoca in mille lingue il cielo:
Dio, accoglili nel tuo regno.
In questo mondo indegno,
in cui si mangiano topi,
per rimanere vivi e sperare,
cala la tela.
Cristo fra i migranti, noi tutti fra i sicari

Lucio Zaniboni

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Poesia sabbatica: -26-

30 sabato Nov 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Variazioni su un dolore solo

 

26

 

 

e infine arriva

il momento che sai per certo

che vivere è la ferita

 

che non si rimargina.

non si rimargina,

 

che durerà per sempre

in nome del padre

e della madre

 

e di chi ha voluto un mondo

perché del figlio

si facesse croce.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Variazioni su un dolore solo”)

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Venerdì dispari

29 venerdì Nov 2024

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Sempre a novembre

Sempre a novembre trattengo il tuo nome tra le dita
lui ritorna come un migratore che ha perduto la strada
e io non posso nemmeno scandire le tue lettere
diventate foglie e vento nelle foglie
vocalità di cui ho smarrito il senso e la forma.

Sempre a novembre richiudo con la penna
il cerchio canoro con il quale ti richiamo
mi appunto le immagini che ti legano a me
il glutine che si addensa e che nutre il legame.

Appoggio al muro della pagina che ci separa
questa mia testa piena di ricordi senza corda
e vi incido sempre necessariamente una voce.

Francesco Tontoli

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Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

25 lunedì Nov 2024

Posted by Deborah Mega in Poesie, Segnalazioni ed eventi

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Filippo Parodi, I Am a Dream That Is Dreaming of Me

 

Seaside lullabies

 

Naps

when I was a child

in the sticky beach house

 

tortuous turtle doves’ wrongs

embedded in the pillow

which always ate me all up.

 

Ninne nanne balneari

Sonnellini
quando ero bambino
nell’appiccicosa casa al mare

torti di tortore tortuose
accorpate nel cuscino
che tutto mi divorava.

 

Peak experience

Through a darkness

in constant blinding mutation

happily overpopulated with tooth decay

humanity

in its entirety

smiles at the little bunch of degassed intentions

which my body is

at the mind which is buzzling and sizzling and pulsating

similar to one of those bug zappers which I saw

in one of

those restaurants

in Bangkok.

 

Esperienza di picco

Attraverso un buio
in costante accecante mutazione
felicemente sovrappopolata di carie
l’umanità
al completo
sorride a quel mucchietto di intenzioni sgasate
che è il mio corpo
alla mente che ronza e che sfrigola e che pulsa
simile a una di quelle trappole elettriche per insetti che ho
visto in uno di quei ristoranti
a Bangkok

 

Archie Shepp

Your shoes as golden

as your saxophone

which is golden as the sweat that floods you

which is golden like the notes

which so heavenly

you sneeze

erupt

ejaculate

golden seeds falling around

and if only they could impregnate

that sissy girl

whom is my heart

which is somewhere but where?

 

Archie Shepp

Le tue scarpe dorate
come il tuo sassofono
che è dorato come il sudore che ti inonda
che è dorato come le note
che così celestialmente
starnutisci
erutti
eiaculi
semi dorati che precipitano intorno
e magari arrivassero a ingravidare
quella femminuccia
che è il mio cuore
che è da qualche parte e chissà dove.

 

The sin is always greener on the other side

I would like to be one of those corrupt

who enter without even wishing to the favour of Jesus.

One of those who make a string of mistakes

but who own deep inside the candied disposition of a child.

A selfless prostitute.

A humble thief.

The drunkard completely incapable of resentment.

Instead it seems that I will have to keep my abstainer

farting heart

my personal record of crimes invisible to the whole world

even to myself unprovable.

 

Il peccato del vicino è sempre più verde

Vorrei essere uno di quei corrotti
che senza neppure desiderarlo entrano nelle grazie di
Gesù.
Uno di quelli che commettono una sfilza di errori
ma che in fondo possiedono un’indole candita di bambino.
Una prostituta altruista.
Un umile ladro.
L’ubriacone completamente incapace di rancore.
Invece pare che dovrò tenermi il mio scoreggiante cuore
di astenuto
il mio record personale di reati invisibili al mondo intero
anche a me stesso indimostrabili.

 

Michel(l)e ma belle 

I love you

when you cry

and your whole mouth twists

 

it shrinks

 

by shortening

it travels much farther

 

where

for a moment

every wall falls apart

 

inside the slaughterhouse

of your countless ages.

 

Michel(l)e ma belle

Ti amo
quando piangi
e ti si distorce tutta la bocca

si restringe

accorciandosi
arriva più lontano

dove
per un attimo
crolla ogni parete

all’interno del mattatoio
delle tue innumerevoli età.

 

Testi tratti da Filippo Parodi, “I Am a Dream That Is Dreaming of Me”, Polimnia Digital Editions, 2024

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Nel 1986 si trasferisce a Milano, dove ancora vive. Si laurea in Filosofia Estetica nel 2003, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. A partire dal 2007 pubblica i suoi primi testi su The End, Haute Food e sulla rivista internazionale di poesia e ricerche Zeta. Nel 2012 vince un concorso indetto dalla casa editrice Gorilla Sapiens e il suo racconto Il proprietario esce nell’antologia Urban Noise. Sempre per Gorilla Sapiens, alla fine del 2013, pubblica il primo libro La testa aspra. In seguito scrive racconti per Verde Rivista e Ultrafilosofia. Nel novembre 2014, insieme a Massimo Bacigalupo, Peter Carravetta e ad altri studiosi, viene invitato a partecipare al convegno Terribile la parola: i filosofi sono succubi del problema-parola, tenutosi al Palazzo Ducale di Genova, per celebrare i quarant’anni di pensiero e scritture del poeta-filosofo Raffaele Perrotta. Nel 2017 pubblica poesie su Il Foglio Clandestino e il suo secondo libro La panchina senza angeli per Fondazione Mario Luzi Editore. In ottobre, presso Villa Buzzati a Belluno, è chiamato a leggere alcuni estratti della raccolta appena pubblicata per l’Happening di chiusura della mostra di poesia visiva Voci visibili nel granaio – 42 Poeti Visivi per Dino Buzzati. Nel 2018 pubblica per Polimnia Digital Editions la silloge poetica Per te soltanto,bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne. Da questa raccolta, l’anno successivo, vengono tradotte in inglese dalla redazione di Slow words – people and stories from this world e pubblicate due poesie. Da qui l’idea dell’autore di riscrivere l’intera opera in inglese con Flaming Child, sempre pubblicata per Polimnia Digital Editions nel 2020. A partire da dicembre l’opera entra nella Top 100 Bestsellers di Amazon, all’interno della categoria ebook gratuiti di poesia, raggiungendo il primo posto e rimanendo a tutt’oggi nelle primissime posizioni. Nell’agosto del 2021 alcune poesie tratte da Per te soltanto, bambino vengono commentate da Maurizio Cucchi su La Repubblica.

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Poesia sabbatica: “A mio nonno”

23 sabato Nov 2024

Posted by Francesco Palmieri in LETTERATURA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri

 

A MIO NONNO

 

Quando tu sarai morto di cancro

e accadrà presto

mi dicono i dottori

 

io di te

conserverò l’apparecchio acustico

ma dubito

che dall’aldilà

potrò io

riascoltare la tua voce.

 

(1985)

 

 

IN MORTE DI MIO NONNO

11 GENNAIO 1988

 

ieri

in un corteo

vestito di vento

ti ho accompagnato

al di là

dei cipressi sereni

 

ed oggi

non ci sei più

 

non posso ancora dire

quanto cuore mi basterà

per tornare a sentire

il mondo

più pieno di adesso.

 

Francesco Palmieri
(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

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Venerdì dispari

22 venerdì Nov 2024

Posted by frantoli in Poesie, Venerdì dispari

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Due canti amari di paese, Francesco Tontoli

Due canti amari di paese

I

Succede che se vedo una foto dall’alto
del paese dove per caso son nato
io non possa fare a meno di pensarlo
divorato da una enorme bocca ingorda
mangiapietre disposta al tradimento.

Succede che nella cartolina di benvenuto
compaiano alcune necessarie ferite inferte
dai denti aguzzi di una fabbrica di vento
che ha fatto del santuario dell’arcangelo
una rampa al cielo con pallidi scalini.

Mentre bontà sua, sulla collina a fianco
il capomastro divoratore si è fermato
opportunamente ai confini del castello
considerando di cattivo auspicio abbatterlo.
E questo è stato solo il tiepido antipasto.

Poi apparecchiando il più ricco dei banchetti
pare senza nemmeno accorgersene
considerando di buon gusto farlo
hanno devastato i campi profumati di zagara
e la feudale divisione della terra in moggi

credendosi affrancati dalla schiavitù
del duro lavoro di Terra di Lavoro
per costruire si è detto case ai figli
così potendo meglio annusare
l’essenza di percolato impacchettato

opera d’arte di un artista tiranno
nascosta sotto enormi tappeti a cielo aperto
un vasto tonnellaggio di piramidi in rifiuti
nere testimoni di questa civiltà
che immagino in bella vista dallo spazio

II

Succede che l’idea di mangiare pietre e terra
di approfittare del rassegnato silenzio degli alberi
di ricoprire frettolosamente le buche
dove si sono interrati bisogni chimici secondari
prodotti altrove e venduti un tanto al chilo

sia percepita come merda del nord resa splendente
ma vagamente radioattiva e tossica
occultata in cimiteri di fortuna.
Succede, è necessario ed è accaduto
divenuto fatalmente inderogabile

che tutto sia stato avvertito come croce
dalle chiese scampananti di paese.

Oh, quanto devono aver sofferto
ad assistere a un dolore così aperto
come devono aver taciuto i parroci e i sacrestani
per ogni morto accidentalmente avvelenato
per ogni malato estremamente confortato.

Quanto quel così compianto monsignore
deve aver istruito i suoi piccoli allievi
nel suo tenace Sabato del Villaggio
in orazioni e oscure penitenze corporali.

Quanto lavoro creato dal nulla e nel nulla finito
quanto quei figuri abituati a bere il sangue
del rivale in amore o in affari infine
hanno donato denaro e mendicato indulgenze

per le proprie criminali debolezze e vizi
invocando dal santo il miracolo di un maschio
e applicando biglietti devozionali al gonfalone!

La città ringrazia per la crescita del formicaio
del quartino diventato fortezza di famiglia.

Francesco Tontoli

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Monumento al mare: William Stanley Braithwaite

21 giovedì Nov 2024

Posted by Loredana Semantica in Monumento al mare, TRADUZIONI

≈ 1 Commento

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI, William Stanley Braithwaite

Monumento al mare

William Stanley Braithwaite (1878-1962), americano (foto web)

VOCE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Voce del mare che mi chiami,
Cuore dei boschi che il mio cuore ama,
Sono parte del vostro mistero.
Mosso dall’anima che la vostr’anima muove.

Sogno di stelle nella cupola del mare notturno,
Da qualche parte nel vostro spazio infinito
Dopo gli anni tornerò alla dimora,
Alle vostre sale per reclamare il mio posto.

*

VOICE OF THE SEA

Voice of the sea that calls to me,
Heart of the woods my own heart loves,
I am part of your mystery—
Moved by the soul your own soul moves.

Dream of the stars in the night-sea’s dome,
Somewhere in your infinite space
After the years I will come home,
Back to your halls to claim my place.
 

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I giorni di Vetro di Nicoletta Verna lettura di Antonella Pizzo

20 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, SINE LIMINE

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Antonella Pizzo, I GIORNI DI VETRO, Nicoletta Verna

 
 
 
download
I GIORNI DI VETRO  di Nicoletta Verna – Einaudi Stile Libero Big
pp. 448
 

Era molto meglio prima, quando io non c’ero e non c’era nessuno dei miei fratelli, né i vivi né i morti. C’era solo mia madre che si rivoltava sul materasso del camerino e urlava: “Ammazzatemi, osta dla Madona” e la Fafina rispondeva: “Sta’ zeta ché chiami il Diavolo”, e andò avanti così per tre giorni e tre notti, finché mia madre lanciò un grido feroce e venne fuori Goffredo, il primo dei miei fratelli morti. Quando gli diedero lo schiaffo per farlo piangere lui non pianse, allora la Fafina scosse la testa e disse: “E’ segno che a Dio Cristo lassù gli bisognavo un angiolino”.
Ne vedeva tanti di bambini nati morti, e quello era uguale a tutti gli altri, anche se era suo nipote.
Mia madre la guardò avvilita. “Perché?” chiese.
“Perché hai mangiato troppo cocomero. Il cocomero fa acqua nello stomaco e il bambino si è annegato, il purino”.

La vicenda si svolge in Romagna durante il ventennio fascista, una Romagna povera e arcaica, dove vige la superstizione e l’ignoranza, dove si va dal Zambuten per curarsi e fare figli usando il sangue del mestruo versato in un pitale d’argento. 

“Dovete aspettare che vi venga il mestruo. Il primo mestruo dopo la bambina morta è quello buono. Dovete stare seduta su un pitale d’argento e raccogliere il sangue, quindi dovete farne bere dieci gocce a vostro marito, diluite nel Sangiovese. Dopo dodici giorni lui deve prendervi, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi non dovete guardarvi più. Voi dovete dormire in un letto e lui in un altro. Vi nascerà una figlia che ancora addosso la scarogna, ma camperà.”

Nasce così la figlia che aveva previsto Zambuten che chiameranno Redenda. Redenta rappresenta il ventennio fascista, è nata il 10 giugno del 1924, lo stesso giorno della morte di Matteotti. Nasce a Castrocaro, in Romagna, da una famiglia modesta, il padre è Primo, un uomo mediocre, fa il guardiano e considera la guerra l’unico mezzo per riscattarsi, è una mezza tacca fascista e senza scrupoli. La madre è Adalgisa, vende lupini al mercato ed è una madre che partorisce figli morti. Redenta sopravvive ma, come aveva già avvertito  Zambuten avrà pietà e la scarogna addosso. Redenta si ammala di poliomielite, la malattia le lascia danni permanenti alla gamba, lei la chiama la gamba matta. La babina non parla, sembra ritardata al punto che la chiamano inscimunita,  la purina. La nonna Fafina fa l’infermiera e lavora fuori casa, per guadagnare qualcosa in più accoglie in casa degli orfani per denaro che chiamano i bastardi. Con gli affamati e terribili bastardi Redenta cresce, va d’accordo solo con uno di loro, Bruno.   Fafina lo preferisce agli altri che sono dei selvaggi affamati e quasi lo considera suo figlio. Bruno è un bastardo diverso, è intelligente, si occupa degli altri bastardi, prepara loro da mangiare, li lava. Con Bruno la Redenta comincia a parlare. Redenta vive ai margini, ha uno sguardo laterale, parla con i fratellini morti. Bruno promette di sposarla  ma invece sparisce nel nulla.

I giorni di Vetro del titolo sono i giorni del fascismo, giorni che sembrano non terminare mai, giorni invincibili, imbattibili, ma alla fine finiscono per essere sconfitti dal bene, da chi all’apparenza sembra insignificante, fragile, debole. Sono giorni in cui l’occhio fasullo di Amedeo Neri sostituisce l’occhio vero del bellissimo Amedeo Neri, soprannominato Vetro. Sono i suoi giorni, quelli di un angelo cattivo, un demone, bello, possente, un colosso. Il crudele e sadico gerarca fascista aveva perso il suo occhio in Africa durante una delle sue tante rappresaglie verso la popolazione locale. Il personaggio di Vetro è ispirato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani che durante il fallito attentato del febbraio del 1937 aveva perso un occhio. Graziani era denominato il macellaio di Fezzan, durante il periodo del colonialismo si è reso protagonista delle peggiori atrocità perpetrando stragi di massa contro intere tribù accusate di collaborare con i ribelli, uccisioni di donne, anziani e bambini, ha distrutto interi villaggi, ha confiscato risorse essenziali, come acqua e bestiame, ha fatto uso di armi chimiche. L’occhio di vetro è il vero protagonista del romanzo, è la violenza allo stato puro, quella violenza incapace di verità. Vetro è la rappresentazione del male assoluto, bello all’apparenza ma incapace di vedere e sentite, inerme e senza vita, uno zombie il cui scopo è quello di causare sofferenza e affermare il potere della malvagità. Di quell’occhio lui è quasi orgoglioso, lui è orgoglioso del male che sa fare,  così come lo è della testa della donna africana mummificata. Nel romanzo si alternano due voci narranti femminili le cui storie si intersecano e trovano ragione di essere l’una nell’altra. Le due voci sono quella di Redenta e quella di Iris.

Iris  non vive a Castrocaro ma a Tavolicci, dove storicamente nel luglio 1944, i nazi-fascisti italiani trucidarono 64 persone, fra cui 19 bambini di età inferiore ai 10 anni, donne e anziani. Le vittime vennero arse vive. I capi famiglia dopo essere stati costretti ad assistere al massacro, furono condotti in una località vicina dove furono torturati e poi uccisi.
Le due protagoniste amano lo stesso uomo, Bruno, che diventa l’eroe Diaz, capo di una brigata partigiana capace di azioni esemplari. Nel contempo le due donne, che non si conoscono, sono vittime dello stesso carnefice, il crudele gerarca Vetro. Il nemico principale di Vetro è Diaz. Vetro sposa Redenta e ne fa la sua schiava sessuale. Vetro è un sadico violento che ama sopraffare le donne. Ha ucciso senza pietà, scaraventato bambini vivi nel fuoco, ha portato dall’Africa la testa di una donna mummificata che mette in bella mostra in camera da letto. Redenta subisce ogni violenza, ogni tortura, viene stuprata, viene picchiata e violentata con armi e pugnali, viene ferita e costretta ad assistere ai rapporti sessuali violenti che lui ogni sera ha con le prostitute del locale casino. Redenta subisce e non racconta nulla alla sua famiglia di origine. Per non rimanere incinta di Vetro, sa che se le nascerà una femmina vetro ucciderà la bambina perché vuole un maschio, beve ogni giorno un sorso di acqua con il piombo, non sa che l’ingestione di piombo è causa di grave, spesso fatale, avvelenamento.
La resistenza fa da contraltare alla violenza e ci fa ben sperare che non tutto è perduto, che esistono gli eroi, che hanno paura come tutti, ma la generosità fa superare ogni paura, gli eroi sono le persone comuni che mettono a repentaglio e sacrificano la propria vita per gli altri. Nel ventennio fascista le donne avevano un ruolo di sottomissione e marginale, ma nelle cascine, nei campi, nella Romagna le donne sono quelle che hanno portano avanti le famiglie quando gli uomini erano stati richiamati o costretti a nascondersi, sono gli eroi della storia. Iris e Redenta, ciascuna a modo loro  hanno fatto la resistenza. A volte gli eroi sono le persone meno insospettabili, le babine, le purine, le inscimunite, insospettabili eroi come la Redenta. Il romanzo è riuscito,  aderente alla realtà storica, i personaggi indimenticabili, Redenta in modo particolare, ma anche quello di Vetro il cui nome è presente nel titolo del romanzo.

Antonella Pizzo

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LA POESIA PRENDE VOCE: ORNELLA MALLO

19 martedì Nov 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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La poesia prende voce, Maria Allo, Ornella Mallo

LA POESIA PRENDE VOCE

Maneggiare le parole, soppesarle,

esplorarne il senso,

è una maniera di fare l’amore…

Marguerite Yourcenar

(Foto di Duilio Scalici)

Inedito-

Candore

Può
Il sangue vermiglio
Del melograno
Imbrattare
Il bianco petalo di giglio
Violato
-dimenticato-
Sul pianoforte?

Cerco
Tra i martelletti
L’odore di dita bambine
Che pigiano i tasti.

Fitte ragnatele
Occultano
-corrodono-
Gli ingranaggi.

Davvero possono
Le fauci vischiose
Dei fiori carnivori
Divorare
Il candore delle farfalle
Sfuggite all’inganno
Dei fiori di sabbia?

Ornella Mallo

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