Una videolettura della poesia “L’occhio scruta” di Loredana Semantica dalla raccolta “Magneti”, pubblicata da Porto Seguro edizioni, 2023.

21 giovedì Mar 2024
Una videolettura della poesia “L’occhio scruta” di Loredana Semantica dalla raccolta “Magneti”, pubblicata da Porto Seguro edizioni, 2023.

20 mercoledì Mar 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Il testo è tratto dal nuovo libro “Nell’ora dell’aurora” (Editore peQuod, 2023 con prefazione di Elio Grasso). Legge la stessa autrice
19 martedì Mar 2024

L’esordio poetico la prof. Di Schiena lo fa con l’Amore. Declama all’Amore, pacatamente e solennemente, con un timbro seducente di vestale delle Murge, spesso in forma sintetica e simbolica. Ma è Lui il grand’ospite della sala cerimonia del cuore dell’autrice. È lui che ha la pelle odorosa di pietra carsica e una corporeità sublime e dolorosa, come la carnalità di certi cladodi pungenti, di certi frutti tumidi e lacrimosi. È lui che ha le labbra morbide del bacio e l’unghia tagliente del graffio. È lui che è doppia pozione: antidoto di solitudine e fiele di disperazione.
La raccolta si intitola: “Un bacio e un graffio”, Edizioni Ensemble, 2023, postfazione di Pasquale Vitagliano.
Emilio Capaccio
Magma dei sentimenti
C’è molto da tremare per riportare a galla
Il magma dei sentimenti.
E dire fuori dai denti che non si può amare
senza armi pari.
A cosa giova vivere in pena
quando i corpi vogliono luce e
brezza di primavera?
Ho scelto il tormento, il filo spinato
per adorare chi non è nato
dentro me.
*
Irrisolto
L’amore mio per te è il solito irrisolto.
La fuga, la rincorsa verso l’inafferrabile.
Storia di cardi spinosi, nuvole bianche,
crepe e vento scomposto.
Troverò pace quando incrocerò le braccia
supina e rigida
non pulserò più
*
Ti amerò in silenzio.
Non busserò
non lo dirò a nessuno.
Ti chiuderò a chiave nel mio cuore
E mi addormenterò.
Passeranno i morti
a ferrare la serratura.
*
Cambio pelle
tutte le volte
che striscio di dolore
*
Ti restituirò l’attesa
le caramelle alla menta forte
e i chili di troppo.
Tratterrò le chiavi dell’aorta principale
la meraviglia e la premura.
Mi vedrai in copertina o su un altare
a dispensare baci come ti piace.
*
Conto i minuti nell’attesa di vederti.
Sempre nuovo è il giorno
con le tue mani sui miei fianchi.
Porti ossigeno rozzo e primitivo
io luce filtrata,
avamposto dell’amore.

Vincenza Di Schiena (Andria, 1975), insegnante, con un lungo trascorso di impegno civile, sociale e culturale nel suo territorio. Ha pubblicato alcuni racconti nel Repertorio dei pazzi della città di Andria (Marcos y Marcos, 2016), volume a cura di Paolo Nori. Sue poesie sono state pubblicate su «Verso libero», «Collettivo Culturale TuttoMondo» e nell’antologia Transiti poetici.
18 lunedì Mar 2024
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
RAFFAELE GATTA
16 sabato Mar 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

DOMANDE E GRAFFITI
perché a volte
incidiamo il nostro nome
sull’albero, la pietra,
un muro sgretolato,
vogliamo forse dire
che non siamo macchie sporche,
una manata grassa
stampata sopra a un vetro,
vogliamo forse dire
che non si può morire,
che non si vuol morire,
che è una beffa il tempo
se poi non c’è più tempo,
e non ci basta
aver veduto il mare,
il sole quando illumina
tende d’estate e garze
(e quel tuo ventre teso
scoperto dal lenzuolo)
non ci basta
non ci basta
essere effimeri,
un soffio calcolato
per qualche inspirazione
e poi si deve andare,
si deve già svanire.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta edita “Il male nascosto” Edizioni Terra d’ulivi)
14 giovedì Mar 2024
Posted in Monumento al mare, TRADUZIONI

Cale Young Rice (1872-1943), americano (foto web)
SONNAMBULISMO
(Traduzione di Emilio Capaccio)
Sopra di me è la notte,
E sopra la notte, la notte.
Il mare accanto a me geme, o è quieto.
La terra come una sonnambula si trascina
Per uno strano sonno…
Stride un uccello marino.
E il garrulo risveglia in me fiocamente,
Il popolo morto del mare, i miei antenati —
Coloro che più di me sono in me,
Coloro che si sedettero lunghe notti fa da sponde bagnate
E videro il mare nei suoi silenzi;
E lo dannarono o lo implorarono;
O lo sfidarono con un crocifisso;
E poi calarono giù con le loro barche.
Sopra di me è la notte…
E sopra la notte, la notte.
Le rocce mi circondano e più in là, la sabbia …
E la riluttante bassa marea
Che si getta all’indietro per dare l’ultimo saluto
Ai relitti portati da così tempo nel suo seno.
Rocce… Ma la marea arretra
E il limo è nudo, come una cosa vergognosa
Che non ha nascondiglio.
E l’uccello marino tace —
L’uccello e ogni altro grido lontano nel mio sangue —
E la terra come una sonnambula si trascina.
*
SOMNAMBULISM
Night is above me,
And Night is above the night.
The sea is beside me soughing, or is still.
The earth as a somnambulist moves on
In a strange sleep…
A sea-bird cries.
And the cry wakes in me
Dim, dead sea-folk, my sires —
Who more than myself are me.
Who sat on their beach long nights ago and saw
The sea in its silence;
And cursed it or implored;
Or with the Cross defied;
Then on the morrow in their boats went down.
Night is above me…
And Night is above the night.
Rocks are about me, and, beyond, the sand …
And the low reluctant tide,
That rushes back to ebb a last farewell
To the flotsam borne so long upon its breast.
Rocks… But the tide is out,
And the slime lies naked, like a thing ashamed
That has no hiding-place.
And the sea-bird hushes —
The bird and all far cries within my blood —
And earth as a somnambulist moves on.
13 mercoledì Mar 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

Il testo è tratto da “Delitto imperfetto”,50 poesie sulla poesia e sui poeti, Edizioni Di Carlo ,2024 ( Prefazione a cura di Ugo Magnanti). Legge lo stesso autore.
Autori della colonna sonora : Beppe Costa e Nicola Alesini
12 martedì Mar 2024
Posted in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.
La raccolta accoglie gli scritti di alcuni autori italiani contemporanei sul tema della scrittura come atto solitario, intimo e privato, sul senso che la parola scritta ha per ciascuno e sul rapporto della scrittura con l’altro e col mondo esterno. Gli altri autori presenti sono: Maria Allo, Lucianna Argentino, Francesco Arleo, Eleonora Bellini, Domenico Brancale, Michele Brancale, Luigi Cannillo, Roberto Ceccarini, Maria Benedetta Cerro, Maria Pina Ciancio, Domenico Cipriano, Lorenza Colicigno, Pino Corbo, Anna Maria Curci, Mariella De Santis, Francesco De Girolamo, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Antonio Fiori, Mario Fresa, Gabriella Gianfelici, Marco Giovenale, Stefano Guglielmin, Gina Labriola, Maria Lenti, Paola Loreto, Anna Rita Merico, Marina Minet, Ivano Mugnaini, Giovanni Nuscis, Rita Pacilio, Antonella Pizzo, Grazia Procino, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Alessandro Ramberti, Margherita Rimi, Loredana Semantica, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta, Silvano Trevisani, Giuseppe Vetromile, Bonifacio Vincenzi
Proponiamo di seguito due stralci tratti dal libro stesso. Precisamente la parte centrale della nota di chiusura di Maria Pina Ciancio, e, più sotto, in carattere corsivo, l’incipit dell’intervento di Loredana Semantica. Il testo integrale e gli altri interventi potrete leggerli integralmente acquistando il libro qui o sul sito della casa editrice o negli altri store specializzati on line.
“Rileggendo d’un fiato tutti gli interventi raccolti in questo saggio, ho avuto la sensazione di sentirmi frammento di qualcosa di più ampio. Ogni intervento coglie aspetti, sfumature e modulazioni dello scrivere che spesso non avrei saputo dire o raccontare. Ci sono esperienze che mi sono più vicine, altre che mi illuminano e chiariscono, mi lasciano in riflessione. Ciò che ne emerge è la sensazione che la scrittura assolva in qualche modo a un tentativo di ricerca interiore e di conoscenza che taluni sentono come strumento, altri come compagna di viaggio. Ricerca dell’essenziale, dunque, dell’innocenza perduta, rivelazione di un segreto, esercizio spirituale, e tanto altro ancora. La scrittura, come si può leggere in alcuni interventi, può acquisire, inoltre, significato di rifugio e di salvezza sia dal dolore intimo e privato, sia dai grandi dolori del mondo e dunque, come direbbe Bukowski, si fa salvifica e terapeutica, mondo ritrovato, terra nuova dove poter vivere: «Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai. Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio. Ne ho bisogno ancora. Adesso. Domani. Fino all’ultimo respiro.» Che la cultura, i libri, la scrittura salvi oppure no, non ha importanza, ciò che importa è che è un prodotto dell’uomo in cui esso si proietta, sfida se stesso, si riconosce. Ci sono poeti che vivono l’esperienza della parola come libertà, come scatto di ribellione, come appagamento e gioia creativa, altri come dannazione o precarietà, sofferenza, fatica, sudore, o addirittura pudore, inadeguatezza (mi piace sottolineare la parola pudore che oggi abbiamo pressoché bandito dalla nostra vita pubblica e privata a discapito della sfrontatezza e della sfacciataggine).”
Maria Pina Ciancio
Nel fiore della mia gioventù non avrei creduto a chi mi avesse detto che un giorno avrei scritto poesia. Ancora adesso faccio fatica a dirmi poeta. La domanda a cui rispondere tuttavia riporta più propriamente al termine “scrittura” e non “poeta”, cioè al prodotto e non al soggetto producente, e alle relazioni. Ritorno al tema e dico che la mia professione mi ha dato occasione di confrontarmi con la scrittura, apprendendo on the job un certo modo di scrivere burocratico che inizia con “si riscontra” e passando per la S.V., approda a “pregasi accusare ricevuta”. Più di recente va detto la comunicazione dell’Amministrazione pubblica ha teso alla semplificazione del linguaggio, sfrondandolo dalle tare del burocratese: forme passive, impersonali, oscurità di linguaggio, circonlocuzioni e altro. Ho gestito questo transito avvenuto nell’ultimo decennio, conoscendo però le impostazioni del passato. Già in precedenza gli studi di diritto mi avevano formato ad una scrupolosa attenzione per la terminologia, perché sull’uso improprio di un termine si può giocare l’intero concetto, l’intero esame, l’intera causa legale, un intero rapporto con l’altro, amico, estraneo che sia. Direi che preminentemente è lo studio ad avermi resa cauta nell’uso dei termini, a vigilare costantemente sulla parola usata, la singola parola e il loro insieme nella connessione logica dei termini. Ciò vale tanto nella parola detta che scritta, ma nella consapevolezza che l’espressione verbale è più imprecisa e volatile, mentre quella scritta è più studiata, ancorata a un supporto digitale o analogico, quindi più duratura e trasferibile nei luoghi e nel tempo, può produrre effetti lunghi e imprevisti anche nel rapporto con l’altro, secondo i tempi e la volontà di reazione, in relazione alla capacità di comprensione di quest’ultimo. Per questa ragione anche la chiarezza e la sinteticità erano altri “spiriti guida” della personale scrittura.
La scrittura è stata poi una sorta di salvacondotto nelle relazioni. Nel rapporto con l’altro ha sempre pesato la mia natura riservata, non desiderosa di apparire, accompagnata dalla percezione dei limiti di ogni mostrarsi/relazionarsi a causa della falsità e dell’inganno reciproco che esso concretizza. Per spiegarlo con maggiore semplicità, quanti falsi sorrisi spendiamo? Ciò ha reso la scrittura un mezzo per comunicare, interponendo il medium dei segni grafici e del loro assemblarsi che assume senso per convenzione oggettiva, maturata nel tempo tra gli uomini in significante e significato. Scrivere per me è stato da sempre perciò un modo per lavorare il più possibile asettico, comunicare, relazionarmi, potendo nello scrivere soppesare maggiormente il testo, evitare il contatto visivo e verbale perché questi ultimi, unitamente ai contenuti della conversazione privata, sono modalità con le quali le persone si formano la propria impressione sull’altro, formulano giudizi, apprendono informazioni private che poi trasferiscono o peggio ancora diffondono più o meno consapevolmente, inserendo e concorrendo a inserire ogni persona in schemi mentali-critici di valutazione e giudizio per servirsene a proprio vantaggio.
Loredana Semantica
11 lunedì Mar 2024
Posted in POESIA

Se merli e gabbiani,
in fondo, e alberi e nuvole,
in fondo colpevoli,
ubriachi di crudeltà
si assopissero e tutto
e tutti, in calma adiacenti,
gli uomini e il divenire,
il crescere inconsolabile di noi,
se tutti, persino Dio,
tra i suoi gioghi
si spegnessero
da un sonno divorati,
da un mutismo balbuziente
iracondo, spinti annegassero
nei loro desideri irrisolti.
09 sabato Mar 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

AUTO DA FE’
per vivere
ho sparso fuoco e sale
su un ultimo dolore
(quel colpo dritto al cuore
la freccia nel tallone
la lancia che indovina
il punto più mortale)
è stato uno strappare
il vivo con i denti
passare con la gomma
i segni scritti in cielo
e richiamare a terra
alianti ed aeroplani
(perché del grido a dio
non torna neanche l’eco)
è stato un goccia a goccia
morire un tanto al giorno
non dire più al mattino
stanotte ho fatto un sogno
mutare la carne in calce
edificarmi muro
ho fatto a pezzi il cuore
sfilato sangue e vene
lasciato solo l’osso
a trattenere il peso
e sto senza respiro
senz’aspettarmi un vento
un colpo d’aria ai piedi
un angelo tutta pietra.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta edita “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)
06 mercoledì Mar 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
04 lunedì Mar 2024
Posted in LETTERATURA, Versi trasversali

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
MARCO PLEBANI
02 sabato Mar 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

METAPOESIA
ci eravamo illusi
di essere tangenti
ad orbite celesti
(e sotto alla camicia
il cuore della corsa
perché doveva darsi il salto
e noi sospesi,
così, all’improvviso,
sarebbe stato dio
a sollevare le coperte,
a rimboccarci il cielo
azzurro sulla faccia)
e abbiamo continuato
a scrivere parole,
le più leggere,
a decifrare il segno
di astri e stormi in volo,
abbiamo continuato
e ancora resistito
al venir meno
di futuro e tempo,
truccando la ragione
soffiando sulla coda
di aerei che erano carta
ed ora
lo so che era un farfuglio,
un farsi vento in bocca
l’accendere qui a terra
segnali e fumo
per gli occhi degli alieni
che mai sono atterrati
ora lo so
che siamo soli qui
fra questo mondo e il cielo,
che maturiamo carne
come la polpa e il frutto
e quando scade l’anno,
il giorno e l’ora,
è un ultimo minuto
per noi che siamo stati
l’appena di un secondo,
un poco di memoria
negli occhi di chi ci ha visto
nel cuore di chi resta
nell’amnesia di chi
nemmeno saprà il tuo nome.
FRANCESCO PALMIERI
(dalla raccolta edita “Il male nascosto” – Edizioni Terra d’ulivi)
29 giovedì Feb 2024
Posted in Monumento al mare, TRADUZIONI

Georges Rodenbach (1855-1898), belga (foto web)
FOSFORESCENZA
(Traduzione di Emilio Capaccio)
Stasera il cielo cupo e il mare si confondono;
per tutto il giorno ha fatto molto caldo;
le onde urtandosi nell’ombra si danno voci,
prigioniere d’una stessa cella.
Il cielo è largo e nero come un panno funebre,
e gli orizzonti incerti
formano come un immenso e oscuro santuario
dove tutti i ceri sono spenti.
Ma ecco che il mare diventa fosforescente
e lungo la sabbia cangiante
nella distanza s’apre superbo e abbagliante,
con i suoi lustrini d’argento.
Non astri nel cielo, non vele nel vento,
si direbbe che l’onda amara
così rivolti impietosa cadaveri di stelle
che sarebbero cadute nel mare.
*
PHOSPORESCENCE
Ce soir le ciel obscur et la mer se confondent;
tout le jour il a fait très chaud;
les flots entrechoqués dans l’ombre se répondent,
captifs dans un même cachot.
Le ciel est large et noir comme un drap mortuaire,
et les horizons incertains
forment comme un immense et sombre sanctuaire
où tous les cierges sont éteints.
Mais voici que la mer devient phosphorescente,
et le long du sable changeant
elle s’étale au loin superbe, éblouissante
avec ses paillettes d’argent.
Pas d’astres dans le ciel; dans le vent pas de voiles;
on dirait que le flot amer
roule ainsi sans pitié des cadavres d’étoiles
qui seraient tombés dans la mer!
28 mercoledì Feb 2024
Posted in I nostri racconti, LETTERATURA, PROSA

disegno digitale di Loredana Semantica
La notte del 20/11/2020 Delia, impiegata di Pisa, quarantasettenne, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, occhiali spessi e tanti progetti dismessi, aveva fatto un sogno. La data del sogno già di per sé sembrava comunicare un senso, aveva pensato Delia, il concatenamento numerico era evidente, la ripetizione insistente del numero venti lo rendeva numero angelico. Cercando in internet lesse che esso suggerisce di restare concentrati sulla propria vita spirituale, mentre l’undici era numero da riferire a intuizione, saggezza, percezione e capovolgimento della situazione. E poi c’era quel sogno. Era stato talmente reale che le era sembrato di sentire i profumi dei fiori, il soffio del vento leggero sulla pelle, come se nel sonno fosse stata trasportata in un altro luogo, un altro mondo, un’altra dimensione. Ne era rimasta impressionata al punto che sentì il bisogno la mattina dopo di raccontarlo al marito. Luciano l’ascoltò con attenzione, ma non espresse commenti, al termine sorrise paziente, le fece una breve carezza, poi corse al lavoro nel suo studio di architetto che ultimamente lo assorbiva oltremodo.
Delia non paga di aver condiviso con la sua dolce metà il sogno, lo volle raccontare anche a una cara amica. Ludovica appena immessa in ruolo e trasferita a Lucca a insegnare matematica in una scuola media statale. Ludovica aveva da poco passato i trent’anni, fisico sottile, ben strutturato e allenato, occhi verdi, capelli corti, castani, mossi, aveva un fidanzato storico, Andrea che l’aveva seguita a Lucca, sperando di poter trovare un’occupazione da informatico migliore di quella finora svolta e, a suo giudizio, malpagata. Delia chiamò Ludovica al telefono nel pomeriggio. Dopo i convenevoli e il racconto dell’esperienza di Ludovica nella nuova scuola, Delia per la seconda volta nella giornata parlò del suo sogno e, nel raccontarlo, fu ancora più precisa, le tornarono in mente tutti i particolari.
“Sai Ludovica” diceva “è stato un sogno bellissimo. Il paesaggio era sereno, luminoso anche se non si vedeva il sole, l’aria appena tiepida, il cielo azzurro acquamarina era disseminato di piccole nuvole rade e spumose, la terra era un saliscendi di cune e dune erbose e sullo sfondo altre dune d’altre tonalità di verde: mela, bottiglia, militare, smeraldo, petrolio… I declivi a perdita d’occhio nascondevano l’orizzonte. Al centro di un prato c’era un cagnolone nero. Il pelo, lucido lungo, folto, fine e morbido. Stava a pancia all’aria, il dorso aderente al prato, sul verde color pisello muoveva allegramente fianchi e coda, piegando il possente torace a destra e a sinistra e i fianchi dal lato opposto con una dinamica ad esse divertente e animata.” Delia prese un attimo fiato, poi proseguì “un’orecchia ripiegata gli ricadeva sugli occhi, l’altra riversa all’indietro mostrava il rosa del padiglione auricolare. Da sotto l’orecchia piegata spuntava l’occhio che sembrava ridesse. Ludovica, io non lo so se può ridere l’ occhio di un cane, ma ti assicuro che sembrava proprio così”
Ludovica la rassicurò “Ma tranquilla Delia, è di certo come racconti. Alcune cose si sentono più che vedersi, ma il cane però aveva una posa davvero buffa, e poi …” “e poi” Delia proseguì la descrizione “il muso era semiaperto sulle zanne in mezzo alle quali spuntava la lingua sottile e rosata, tenera come una fetta di mortadella. L’altro occhio era ben aperto sul bianco della sclera, al centro tondeggiava il marrone scuro dell’iride, il nero della pupilla. Agitava le zampe protese verso l’alto, piegate all’altezza del gomito, il pelo a bandiera, nero dalle punte rossicce, col movimento sventolava. All’estremità delle zampe il rigonfiamento ruvido e sodo dei cuscinetti che terminava nelle unghie brunite, limate dal correre e saltare”.”Cara Ludovica” proseguì Delia “io so riconoscere un cane felice, lo so riconoscere bene. Addirittura, ci crederesti? M’è parso quasi che mi strizzasse l’occhio come un cenno d’intesa e ho capito pure cosa voleva dire: che era un piacere stare bene, grattarsi la schiena contro l’erba fresca, sentire il corpo sano, forte, vigoroso nello splendore della gioventù”. Ludovica l’aveva ascoltata quasi senza interromperla, solo a questo punto osò dire qualcosa “Delia cara hai fatto davvero un bel sogno, era proprio lui, come se fosse ancora con te”. Ludovica era un’amica affettuosa, empaticamente comprendeva l’amica, ma non aveva mai avuto un animale domestico, solo qualche pesce rosso poco longevo, naufragato nelle fogne cittadine via tazza del water. Dopo un attimo commosso di silenzio Delia riprese a parlare “Ecco Ludovica è così che ho sognato il mio cane ieri notte. Appena una settimana dopo che mi aveva lasciato per sempre. Non so se vi sia un paradiso dei cani. Se il mio desiderio ha guidato il mio sonno. Se da quel paradiso mi ha mandato un messaggio. So che lui era la mia rosa del piccolo principe. Mi aveva conquistata, l’avevo addomesticato. Era un tesoro vivente nelle mie mani”. Poi le due amiche parlarono d’altro, del lavoro, del tempo, di abbigliamento. Si salutarono quando Andrea chiamò Ludovica per uscire a sbrigare commissioni.
Delia non superò facilmente il dolore di questa perdita, le ci volle molto molto tempo. Non ne parlava volentieri perché ogni volta il dolore si riaccendeva nella commozione. Si vergognava di soffrirne in modo così evidente e più intensamente che se fosse il lutto di un parente intimo. L’unica spiegazione che si dava era che si trattava di un dolore strettamente intrecciato al senso di colpa e al senso di responsabilità: di non aver fatto abbastanza per salvarlo, per renderlo felice, di non averlo curato e amato a sufficienza, di non aver capito ch’era la fine e non averlo perciò confortato. Solo dopo circa un mese sentì che il dolore si stava attenuando e una notte riuscì a formulare nel segreto del suo cuore il primo vero addio alla bestiola amata: “Ti sia leggera la terra, mio grande amico. Ora ti sostiene un prato di margherite, ti avvolge l’azzurro di un lenzuolo stellato e l’abbraccio di una coperta d’infanzia”
L’animale era stato calato nella profonda fossa di tumulazione con un lenzuolo celeste disseminato di puntini azzurri, passato sotto la carcassa, sorretto alle estremità, era servito a compiere lentamente l’operazione di deposizione. Il corpo era stato prima avvolto in un lenzuolo stampato a foglie verdi e margherite, poi in una coperta a quadri.
Delia quella notte si addormentò pensando che non aveva mai avuto amico migliore, più buono, più saggio e sincero, e da lì, da quella rassegnazione, dalla consapevolezza ch’era stata una ricchezza averlo avuto per tanti anni con sé, la serenità riprese ad abitarla.
27 martedì Feb 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

“Non siamo le parole che pensiamo”. Il testo è tratto dal nuovo libro “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali 2023 con prefazione di Giancarlo Pontiggia).Legge la stessa autrice
26 lunedì Feb 2024
Posted in Canto presente, LETTERATURA
Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di
EMILIO PAOLO TAORMINA
dal muro che recinge
l’aranceto
pende un frutto
grande come un sole
così alto
che nessuno può
raccogliere
forse non esiste
è il tuo sorriso
*
s’è cancellato il vinile
della tua voce
ho tirato le reti vuote
dalle acque torbide
del tuo silenzio
mordo il grano
della tua assenza
le tue rose mi graffiano
la fronte
seduto davanti al muro
parlo con la mia ombra
dalla finestra il paesaggio
ha un sorriso amaro
all’angolo della bocca
nei miei occhi conservo
la luce dei tuoi occhi
non proverò a fermare
il tuo volo di farfalla
*
amo il tuo profumo di limone fresco
la luce di dattero della tua pelle
i seni che lottano come polene
contro i flutti
quando cammini tra la folla
amo i tuoi primi capelli bianchi
la tua saggezza di donna
la ruga sulla fronte
come una lucertola al sole
amo il tuo nome
e i tesori che si nascondono
negli accenti
amo il ponte che al mattino
mi riporta sempre a te
*
tutta la notte a sfogliare
la rosa dell’insonnia
con il tuo nome sulle labbra
le stelle stanche di vagare
per le colline vanno a bere
un sorso d’acqua
alla fontana della luna
i campanili in dormiveglia
aspettano i tocchi delle tre
i cipressi dritti come sentinelle
davanti alla finestra
le dita dolenti hanno tirato
dalle corde l’ultimo accordo
il silenzio nella stanza
è una mela di coccio
il tuo nome mi trafigge
come uno scroscio di grandine
tu sei più lontana di un astro
vivo della tua eco
mi chiedo se un barlume di me
è ancora nella tua mente
*
ho imparato a parlare
con l’alfabeto degli aranci
ho rubato i colori
all’aurora e al tramonto
per tessere i tessuti dei tuoi abiti
ti ho trovata in un vagito
nei calendari assopiti
della mia anima
sei nata
nella musica di un verso
*
carezzo il volto del vento
perché da qualche parte
ti ha sfiorato
poggio l’orecchio alla sua
bocca se per caso ha
pronunciato “ti amo ”
io sono quello che la notte
non dorme perché ti vedo
nello specchio delle ombre
scrivo una ad una parole
sulle ali di una falena
perché tu le possa leggere
al chiaro di luna
sono quello che viaggia
con una valigia di piume
in cerca del nido
*
i tuoi capelli
erano così neri
che il tuo volto
sembrava quello
di una morta
non mi sono mai
fatto pensieri
di buona
e cattiva strada
eri una falena
cercavi
nell’ombra del vicolo
la luce
morivi come tutti
ogni istante
*
da quando tu sei morta
è sempre verde
l’erba sulla collina
gli agnelli
sono sazi
delle tue preghiere
io non ho più paura
dei fantasmi
cammino braccio
contro braccio
con la morte
come un’amica
la terra in cui
sei sepolta
ha coperto anche me
tu sei tornata bambina
giochi con la sabbia
in giardino
di notte danzi
con i conigli
intorno alla luna piena
*
sono siciliano
le parole che scrivo
sono bagnate
di salmastro
scivolano sulla pelle
delle pagine come pesci
conoscono
il canto delle sirene
gli incantesimi delle stelle
il mio cuore
è circondato dal mare
all’orizzonte vedo itaca
fuggita da un canto di omero
Testi di Emilio Paolo Taormina, tratti da “Poesie scritte all’aria aperta”, Giuliano Ladolfi Editore, 2023.
24 sabato Feb 2024
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

RIVELAZIONE SENZA APOCALISSE
non lo so più quando me ne sono accorto,
forse all’indomani di un ultimo compleanno
o forse inaspettato come accade nelle disgrazie
non so se il guasto stia nel tempo
che all’improvviso manca
o noi viaggiatori ingenui sorpresi dal confine
(quando si scopre il falso di mappe cosmonaute
con i pianeti a stella svaniti da ogni carta)
è stata una sorpresa non aver altro da fare
se non contare e ricontare già conosciute scale,
viaggiare ad occhi chiusi sapendo svolte e curve,
il punto -sempre quello- dove l’asfalto è crepa
(e sentire nel frattempo l’euforia crudele
di dei da un’altra parte
e qui neanche un’ombra a scuotere le piume
mai angeli in arrivo da un eden alla mia stanza)
è stata una sorpresa il mondo che si svuota
l’accendersi delle luci sui titoli di coda
vedere poi le foglie svanire ad ogni autunno
(e tu com’eri bella col cerchio fra i capelli
quel seno che fioriva fra petali e cotone
per me che ti chiamavo amore
e tu che mi chiamavi amore
poi troppi giorni addosso a togliere ogni fiato)
non so quando sia stato, se ieri o un altro anno,
ma è stato all’improvviso non aver nulla da dire
quando tu mi hai chiesto: “Papà, devi morire?”
FRANCESCO PALMIERI
20 martedì Feb 2024
Posted in La poesia prende voce, Podcast, POESIA
POETI DI OGGI

Il testo è tratto da Da “Dialoghi con Amin” (Crocetti Editore, 2022 con prefazione di Milo de Angelis), legge lo stesso autore
19 lunedì Feb 2024

Smarginature (LietoColle, 2020) non è un libro da leggere: è un libro da accettare. Nel mettere in scena un dissidio – il suo, quello di tutti – Giorgia Esposito trascrive un dilemma che non può essere dipanato, se non con ciò che potremmo chiamare una forma di fede, un patto poetico-pragmatico. Di fatto, al centro della materia del libro c’è l’io lirico con i suoi traumi, i suoi desideri, le sue amicizie, e quello che si predica è la sua esemplarità. Se gli accenni al concreto, per quanto nitidi, non fossero sfumati dalla tenuta sovramondana dell’insieme, potremmo parlare di un’opera di formazione, di una narrazione in versi in cui la poeta, schiudendosi al pubblico, se ne pone a sintesi e modello; ma questo non accade e il dibattersi ondisono di Esposito assume pagina dopo pagina il bruciore della mistica.
Perché quando nella poesia di apertura viene detto che «qualcuno sta cercando i suoi,/ il non ritorno, il bacio sulla fronte/ del padre» e due pagine dopo «l’acqua non purifica,/ non ripara, non è più ritorno vitale», si sta mettendo a paradigma sottotraccia una cosa sola: l’impossibilità. Quante volte in Smarginature i desideri vengono frustrati, come quando il desiderio di immensità di Marta viene ridotto a «una forma di schizofrenia,/ una distorsione della mente». Insomma, viene posto un netto confine alle velleità del soggetto, una linea che ricalca la massima delfica del μηδὲν ἄγαν, ‘nulla di troppo’, ed è ciò che anche Augusto Pivanti rileva nella sua breve nota al volume. Questi parla di una coabitazione tra la «riduzione dei margini» e «l’espandersi oltre i margini», ma non può essere ignorato che, quando i margini si serrano, l’io è infelice. Già nella prima lirica si parla di infelicità, e ancora questo accade in tutti quei momenti soggetti alle incursioni della memoria. Che si tratti di «foto di figli,/qualche santino» o di un ineluttabile «spettro di ereditarietà/ mal smaltito», la sostanza non cambia: il ricordo traccia margini, genera sofferenza, tanto che «il pensiero divora le teste/ e le risputa matte». È questo il primo termine del paradosso di Smarginature: lo statuto di astrattezza per eccellenza, il pensiero, si sostanzia in situazioni tanto reali da non poter esser evase. E qui si gioca tutto il rovesciamento del libro: la possibilità di smarginare, di esorbitare in una serenità totale viene raggiunta solo se ci si affida al concreto, ai «residui sensoriali» e in primis al corpo. Infatti, «la voce non copre la mano che trema» e poco più avanti smaccatamente si dice che «i corpi ci chiamano per resistere/ all’orrore», perché rispetto al pensiero, la carne non pone filtri o forme di mediazione, non può ingannare e ricorrendo a lei i problemi vengono affrontati di petto, non ruminati. Ma c’è di più: il corpo è un sistema chiuso, limitato, conoscibile e i suoi confini sono delineati con chiarezza, non così quelli della mente Perciò il rapporto tra i due appare veramente quello tra il cielo e «la feritoia da cui scocca la luce», come a ribadire ancora una volta la direzione perseguita dal libro: per non smarrirsi occorre procedere dal micro al macro, smarginare a partire dal comprovato caposaldo di quella fisicità che appare spesso come ben più di una pura manifestazione del proprio mondo interiore. Insomma, Esposito propone una disamina analitica del rapporto mente- corpo e delle sue conseguenze sulla tensione alla felicità, tanto che l’orizzonte dell’operazione, che ad un tempo schiude e riserra questo binomio inscindibile, pare essere quello di una filosofia morale. La difficoltà del processo viene superata sul piano formale attraverso il sistematico ricorso a sentenze e casi esemplari, in un sistema gnomico che parrebbe essere nelle intenzioni dell’autrice l’unica soluzione ad una «testa indecifrata». Eppure, la lucidità complessiva del libro costituisce il migliore antidoto, esorcizza la paura di restare irrisolta e ci consegna una possibilità di azione senza mezzi termini. Smarginature ci parla di questo, di una felicità immensa e sbrigliata, della quale si ammette una sola possibilità di movimento: la crescita. In antitesi – ma forse bisognerebbe dire in commistione – con la gioia, in ogni lirica vengono inserite tessere disforiche a costante monito del fatto che «restare al centro» è complicato e possibile solo desiderando «l’intero nella crepa» nella piena accettazione: del corpo, dei margini, della sofferenza. Prima di ribellarsi.
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Christian Negri vive in provincia di Lecco e studia Lettere Antiche alla Statale di Milano.
Sue poesie e contributi critici si trovano sul web.