
Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è un’opera che riesce a fare qualcosa di raro nella poesia civile italiana contemporanea: costruire un monumento verbale collettivo senza sacrificare la specificità di ogni singola vita. Ci riesce grazie a un impianto strutturale di grande intelligenza compositiva, quello che accosta a ogni vittima di infortunio sul lavoro una coppia di testi — una prosa narrativa o cronachistica e una poesia dedicata — disposti in rigorosa sequenza cronologica dal 1998 al maggio 2026, fino a comporre, nell’indice finale, un vero e proprio necrologio in forma di sommario: nome, data, pagina.
La freddezza apparente dell’elenco viene però smentita, riga dopo riga, dalla densità umana dei testi che lo precedono. È una scelta d’impianto quasi liturgica, vicina al martirologio o al calendario dei giusti, e il libro ne è pienamente consapevole fin dal paratesto: la prefazione della segretaria della CGIL di Forlì-Cesena rifiuta l’espressione «morti bianche» come eufemismo che neutralizza la responsabilità, mentre la nota dell’autrice dichiara il proposito di restituire identità a chi è stato ridotto a numero. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che l’intera raccolta persegue con una coerenza ammirevole, capitolo dopo capitolo, corpo dopo corpo, senza mai perdere di vista l’individualità del lutto dentro la serialità della strage.
Il dispositivo prosa-più-poesia funziona come un doppio registro percettivo complementare: la prosa lavora in modalità di cronaca ampliata, con dati anagrafici, dinamica dell’incidente, voci indirette di familiari e colleghi, e ha il merito di ancorare ogni testo poetico a un fatto verificabile, a un nome, a un luogo preciso — Brindisi, Bologna, l’argine del Santerno, la Magona, l’Interporto —, così che la poesia non fluttui mai nell’astrazione, ma resti sempre legata a una biografia concreta. In diversi punti, inoltre, la prosa raggiunge una vera tenuta narrativa autonoma, come nel racconto d’apertura dedicato a Ruggero e al fratellino Matteo, costruito con un dialogo delicatissimo sulla doppia notizia, «bella e brutta», o come nella sezione dedicata a Rayan Lassoued, dove il tempo si dilata e la scena prende corpo con la cura di un vero racconto letterario.
È nella poesia, comunque, che il libro trova la sua voce più originale e la sua ragione più profonda. Qui la Cruz Lezcano lavora su un lessico ricorrente — ferro, ingranaggi, polvere, ali, uccelli, cielo, silenzio, il non-rumore delle cose che restano — che attraversa l’intera raccolta come un campo semantico coeso e riconoscibile, capace di tenere insieme testi di intonazione molto diversa senza mai risultare arbitrario o meccanico.
Uno dei tratti più felici e meno prevedibili della scrittura è l’uso della misura fisica come unità di pathos: «sette metri di cielo», «sei metri d’eternità», «quindici metri di vuoto», «tre metri di irreversibile assenza» sono formule che tornano, quasi come una rima nascosta, in poesie diverse e che producono un effetto potente proprio perché rovesciano il linguaggio contabile che il sistema produttivo e giudiziario impone alle morti sul lavoro — le «carte», le «formule», «le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica» di Orditoio di silenzio —, restituendo quella stessa unità di misura alla dimensione del lutto. È forse il gesto poetico più riuscito dell’intero libro, perché mette in scena esattamente ciò che l’opera vuole affermare: che il numero, invece di cancellare, può diventare strumento di pietas.
Accanto a questa vena convive una sperimentazione lessicale audace e originale, quella che innesta il vocabolario medico-biologico sul lamento funebre. Miociti di dolore, dedicata ai due operai folgorati, Samuel Scacciaferro e Giovanni Sanfilippo, costruisce l’intero componimento su immagini di sinapsi, potenziale d’azione, giunzioni comunicanti e sincizio cellulare applicate al corpo sociale del lutto. Convertitore 3, invece, lascia parlare l’impianto industriale accanto al morto, senza mediazioni consolatorie, mentre Vertebra del mondo trova in una singola immagine — l’impalcatura che «non sa cos’è il lutto» ma «oggi l’ha indossato» — la capacità di far coincidere il linguaggio tecnico del cantiere con quello dell’elegia. Sono i testi in cui l’autrice rinnova più radicalmente il repertorio della poesia civile italiana, portandolo oltre le immagini più consuete del vuoto e dell’assenza, verso un lessico ibrido e contemporaneo, capace di dire la violenza del lavoro con gli stessi strumenti concettuali con cui quella violenza viene prodotta e amministrata.
Un registro ulteriore, prezioso proprio nella sua unicità all’interno della raccolta, è quello dialettale della poesia dedicata a Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Viento, scritta in napoletano. Essa introduce una polifonia linguistica che apre il libro a una dimensione corale e popolare, non mediata dal filtro della lingua letteraria standard, e testimonia quanto la scrittura della Cruz Lezcano sappia adattare il proprio registro alla specificità di ogni storia, invece di applicare una formula uniforme.
Molto convincente è anche l’attenzione, trasversale a tutta la raccolta, alla dimensione domestica e quotidiana che precede e segue la tragedia: la colazione preparata all’alba, il pallone lasciato in un cortile, le videochiamate, la stanza rimasta identica, gli oggetti che sembrano trattenere il respiro. Sono dettagli che l’autrice sa dosare con grande misura, senza mai scivolare nel sentimentalismo, e che hanno la funzione di restituire concretezza affettiva a vite che il resoconto giornalistico riduce sempre a puro dato. Va sottolineato, inoltre, come il libro dia voce, con pari dignità e senza gerarchie, a un’umanità del lavoro molto ampia e composita — operai italiani e migranti, braccianti agricoli, addetti alle cave e ai cantieri, ferrovieri, un ragazzo con grave menomazione, due giovani donne come Luana D’Orazio e Anila Grishaj —, componendo così, attraverso l’accumulo stesso dei casi, un ritratto corale e nazionale della fragilità del lavoro contemporaneo. In questo contesto, l’insistenza sulla ripetizione non è mai stanchezza compositiva, ma scelta consapevole, perché è proprio la sistematicità della strage, il fatto che si tratti — come dice una delle poesie — di «sistema» e non di episodi isolati, il nucleo politico che il libro vuole rendere visibile attraverso la propria stessa struttura seriale.
Anche il registro sacrale che affiora in più punti — i «sacerdoti / che hanno offerto il corpo / sull’altare industriale del profitto», il casco «caduto come un’ostia», il «battesimo nero / del pane guadagnato» — funziona come gesto di risarcimento simbolico potente e coerente con l’intento dichiarato del libro: quello di restituire sacralità e dignità a corpi che la cronaca riduce a statistica, collocando la raccolta in una tradizione di elegia civile e comunitaria che ha radici profonde nella cultura popolare italiana del lutto.
Pubblicato nel 2026, il libro arriva con un’attualità quasi cronachistica: l’ultima sezione, dedicata a Rayan Lassoued, morto a ventun anni a Cesena, è esplicitamente collegata nella prefazione a una mobilitazione ancora in corso. Questa prossimità temporale, insieme alla scelta di chiudere la raccolta con una poesia dal titolo programmatico, Grammatica di un impatto, rivela la vera ambizione dell’opera: costruire una grammatica condivisa, un sistema coerente di forme ricorrenti — la misura del vuoto, il non-rumore, l’ingranaggio indifferente, la sacralizzazione del corpo operaio, l’apostrofe diretta al morto, che attraversa quasi ogni componimento —, capace di dare un ordine linguistico e affettivo a una serie di morti che altrimenti resterebbero disperse tra le pagine di cronaca, da cui il libro esplicitamente le sottrae.
Nel suo insieme, Crimini della sicurezza raggiunge pienamente l’obiettivo dichiarato: trasformare la cronaca in presenza umana. Lo fa con una scrittura sorvegliata e generosa insieme, capace di alternare il rigore documentario della prosa alla libertà immaginativa della poesia, senza che l’una tradisca l’altra. Un libro che restituisce ai nomi propri la loro voce e al lettore la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.
Emilio Capaccio